Ordinare cinese la vigilia di Natale

by Marianna Crasto

Erano più o meno le sei di sera e io e Linda eravamo in salotto. Buddy sarebbe arrivato nel giro di un paio d’ore.
Linda aveva trascorso l’intera giornata a prepararsi per il grande evento. Aveva passato la cera sui pavimenti, acceso una moltitudine di candele profumate di cui io però non riuscivo a sentire l’odore, e perfino comprato un albero di Natale da mettere in salotto.
Il frigorifero era vuoto, ad esclusione di qualche scatola di nachos messicani ordinati chissà quando, riempii quindi un bicchiere dal rubinetto. Prima di bere guardai in controluce quell’acqua teoricamente potabile. La casa sarà stata pure nuova, ma le tubature erano vecchie.
Linda sbuffò.
«Che c’è?» chiesi.
Si raddrizzò, facendo stridere la pellicola protettiva del nuovo divano, mi guardò anche, ma non rispose. Sapevo a cosa voleva alludere. Le dissi che però il divano se l’era preso.
«E questo che c’entra?» saltò lei.
«Be’, costa una fortuna quel divano» dissi estraendo il pacchetto di sigarette, «altrimenti perché riempirlo con tutta quella pellicola, no?» e ne misi una in bocca, giuro che non ci pensai, lo giuro su Rickie, mi era passato di mente, non lo so.
«Non. Ci. Provare.»
Da quando era rimasta incinta non era più concesso fumare in casa. Al massimo sul balcone. Misi da parte la sigaretta e mi dissi che ero stato un cretino a dimenticarlo. Eravamo partiti con le migliori premesse, non avevo certo intenzione di guastare tutto per una stupida sigaretta. Le avrei chiesto scusa se il walkie-talkie non avesse improvvisamente trasmesso il pianto di Rickie che chiedeva una nuova poppata.
«Che palle» la sentii dire.

Alle otto spaccate il campanello suonò più volte, imitando il ritmo di una canzone natalizia. Andai ad aprire.
«Buon Natale, figliolo!»
Lo guardai da capo a piedi. Indossava un costume da Babbo Natale. L’ho preso in affitto a una miseria, – mi informò.
«Vieni, dai» gli feci strada.
Buddy osservò la casa, pieno di soddisfazione. «Bello, bello» disse, poi estrasse una campanella e cominciò a farla suonare. «Oh, oh, oh» alzò il tono di voce sperando che Rickie lo sentisse, «dov’è finito il mio mostriciattolo preferito?»
Ma nessuno rispose. Buddy sembrò deluso, mi seguì in cucina continuando a guardarsi intorno.
«È poi passato l’idraulico per le tubature?» chiese.
«Macché. L’ho chiamato dieci volte.»
«Figlio di puttana.»
«Andiamo, Buddy. È Natale.»
«È che mi vengono i nervi, che cazzo. Al mio paese, se prendi un impegno, prendi un impegno.»
Tolse via la barba posticcia e tirò fuori una sigaretta. Fece per accendere l’accendino, ma si bloccò appena in tempo.
«Cristo santo!» disse. «Stavo per dimenticarlo.»
Ne approfittai e uscimmo a fumare in balcone. Quando rientrammo arrivò anche Linda. «Buon Natale!» urlò festoso Buddy, accompagnato dal tintinnio della sua campanella.
«Ciao» disse Linda.
«Il bambino non c’è?»
«Di là che dorme.»
Buddy ci rimase male anche stavolta, e anche stavolta non disse niente. Avrà pensato lo vedrò più tardi. In fondo era un brav’uomo, Buddy. Si fregò le mani callose.
«Ordiniamo qualcosa per festeggiare?» disse.
«È che ci ho messo due ore a farlo dormire.»
«Nessun problema, nessunissimo problema» disse Buddy con un sorriso che lasciava intendere la sua infinita comprensione «Allora, ordiniamo?»
Da quando la madre di Linda era morta, il vecchio Buddy non aveva mai toccato un fornello. Per anni lui e Linda avevano tirato avanti mangiando fuori, facendo la fortuna dei ristoranti di zona, oppure ordinando a domicilio.
«Per me cinese!» disse Buddy, accomodandosi sul divano che ci aveva comprato lui. Linda prese il telefono e ordinò diverse porzioni di involtini primavera, ravioli al vapore, pollo alle mandorle e salsa di soia, dimenticando che io l’avevo sempre detestata.
«Dorme?» chiese Buddy di lì a poco.
«È che è stato sveglio tutta la notte» disse lei.
«Non potremmo fare un’eccezione? Un minuto soltanto» disse Buddy prima di darsi un colpetto sul taschino del costume da Babbo Natale, «ho qui qualcosa che piacerebbe molto al mio mostriciattolo.»
«Non credo» disse Linda.
Questa volta ci rimase male sul serio. E io non capivo. Insomma, Rickie aveva dormito tutta la notte. Era per quello che continuava a svegliarsi, voleva stare con noi. Nonostante fosse incredibilmente rotondo per la sua età, Linda gli dava poppate ogni volta che si metteva a piangere. E poi sapeva benissimo che Buddy aveva fatto centinaia di chilometri con l’unico desiderio di vedere il nipotino. Perché non glielo faceva vedere e basta? Non riuscivo a capire. Li lasciai soli e uscii sul balcone per fumare, aprii il pacchetto ma avevo finito le sigarette.
Quelle di riserva le ho sempre tenute nel cassetto del comodino. Così andai in camera da letto. Rickie dormiva. Mi tolsi perfino le scarpe per non farlo svegliare, non avrebbe sopportato una nuova poppata senza rigettare. Recuperai quindi le sigarette. Vidi però che uno dei cassetti di Linda era aperto. Feci per chiuderlo col collo del piede, ma in mezzo c’era qualcosa lo impediva. Una scatolina blu che sporgeva dalla biancheria. La presi.
Era uno scherzo?
Che ci faceva un pacchetto di ultrasottili nel suo cassetto?
Non feci in tempo a pensare altro che sentii le prime urla venire dal salotto. Era la voce di Buddy. Istintivamente misi il pacchetto di ultrasottili in tasca e andai di là.
Buddy stava girando intorno al tavolo che ci aveva comprato lui.
«Che succede qui?»
Linda era sul divano, tranquilla, si stava godendo lo spettacolo. «Merda, merda» ripeteva Buddy a mezza voce, con gli occhi abbottonati dalla rabbia. «Tutto bene?» chiesi avvicinandomi. Buddy neppure si voltò. «Sei solo una piccola merda» disse a Linda, col cuore in gola e le parole che gli uscivano a scatti.
Buddy aveva già avuto un infarto, doveva assolutamente evitare le fonti di stress. «Andiamo, ragazzi, che storia è questa?» cercai di farlo calmare. Ma era molto nervoso e quando mi avvicinai mi colpì con il gomito.
«Non permetterti di toccare mio marito!» strepitò Linda, avvicinandosi minacciosa al padre. Cercai di tenerli a distanza. «Bastarda» tornò a ringhiare Buddy. Respirava sempre più a fatica. Pensai che Linda l’avesse provocato, anzi ne ero certo.
«Si può sapere che cazzo succede qui?!»
Buddy ebbe un momento di lucidità e mi guardò. Armeggiò nelle tasche del costume da Babbo Natale alla ricerca delle sigarette, ma era così agitato che non le trovò. Guardò di nuovo. «Non ti avrei fatta nascere se avessi saputo cosa saresti diventata» sibilò.
Linda era impassibile, sempre con quell’espressione di sfida stampata sulla faccia.
«Siediti, Buddy» intervenni.
«Stai zitto, tu!» mi interruppe. «Tu non sai un cazzo.»
«Allora spiegamelo!» urlai.
Sembrò sorpreso dal fatto che anch’io mi fossi messo a urlare. In fondo era la prima volta che gli gridavo in faccia. Non seppe rispondere. Si sentirono però gli strepitii di Rickie uscire dal walkie-talkie. Le urla l’avevano svegliato. Gli occhi di Buddy si illuminarono all’improvviso. «Rickie! Rickie!» disse, cercando di riprendere il controllo. Ma si arrestò di colpo.
«Buddy?»
Gli toccai la spalla. Mosse le labbra ma non vi furono parole, poi mi guardò e nei suoi occhi vidi solo pena. Mi guardò in un occhio, poi nell’altro, poi di nuovo nel primo.
«Tutto bene, Buddy?»
Appoggiò il peso del corpo sul tavolo, dove le fiamme delle candele profumate avevano lasciato dei segni nerastri.
«Papà?» disse Linda.
Buddy si accasciò a terra.
Proprio in quel momento suonò il campanello.
Cazzo.
Guardai Linda terrorizzato. Ma lei non lo sembrava affatto. Si sistemò il vestito e andò ad aprire la porta.
Era il cinese. Riuscii a sentire che ci aveva messo un po’ perché la vigilia di Natale c’è sempre un gran da fare. Chiamai l’ambulanza. Buddy era per terra pancia all’aria e appariva semicosciente. «Fate il prima possibile» dissi. Linda rientrò dopo mezzo minuto, poggiò due enormi buste sul tavolo del salotto. Aprì la confezione di involtini primavera, poi quella della salsa di soia che avevo sempre odiato. Mescolò gli ingredienti e cominciò a mangiare senza nemmeno usare le posate.
«Che cosa hai fatto?» mi sentii chiedere.
Continuò a mangiare.
«Tutto bene, Buddy» dissi chinandomi su di lui, «sta arrivando l’ambulanza».
Buddy fece una smorfia e batté le palpebre per dire che aveva capito. «Rick, non senti che piange?» mi disse Linda continuando a mangiare. «Tranquillo, Buddy, saranno qui a minuti» dissi prima di alzarmi. Andai in camera da letto e presi in braccio Rickie. Non sapevo cosa pensare. Cercai di calmarlo ma era inconsolabile. Continuai a dondolarlo fin quando riuscii a farlo smettere. Buddy sarebbe morto? Avevo paura di tornare in salotto. Morire così? In casa nostra? Perché Linda non aveva fatto niente per aiutarlo? Feci il giro della stanza almeno un migliaio di volte, senza riuscire a mettere in ordine le idee.
Quando arrivò l’ambulanza Linda si chiuse in bagno. Buddy era sul pavimento del salotto, nella stessa posizione di prima. Toccò a me far entrare i paramedici. Spiegai loro la situazione, era già successo, dissi, tre mesi fa. Se non mi sbaglio stavamo per cenare e gli era venuto un attacco. Firmai un paio di moduli e lo trasportarono in ospedale.

«Devo chiederti una cosa» dissi, quando l’ambulanza era ormai ripartita. Linda indossava l’accappatoio blu nuovo, quello che le aveva regalato Buddy, le ciocche di capelli bagnati attaccate sul viso. Si era fatta la doccia. Si sedette allo stesso posto di prima, dove c’erano i resti del cibo cinese. Ero spaventato. Come aveva potuto mangiare involtini primavera mentre Buddy veniva colpito dal suo secondo infarto? Proprio davanti ai suoi occhi. Davanti ai miei occhi. Non riuscivo a formulare i pensieri. Mi gettai sul divano e fu in quel momento che sentii il pacchetto di ultrasottili nella tasca. Me ne ero dimenticato. Uscii in balcone per rientrare un secondo dopo. Linda ne rimase sorpresa, credo.
Poggiai al centro del tavolo, proprio davanti ai suoi occhi, il posacenere che avevo preso fuori.
Ne accesi cerimoniosamente una. Una sigaretta in salotto. Una sigaretta in salotto per la prima volta da quando Linda aveva smesso di fumare. Mi sembrò che la brace dell’ultrasottile bruciasse troppo velocemente. Speravo che fosse lei a cominciare. Insomma, aveva un bel po’ di cose da spiegare. Invece continuava a guardarmi senza dire niente. Poi fece un gesto con le dita. Le passai l’ultrasottile.
Linda aspirò un paio di volte. «Così adesso lo sai anche tu» disse.
Per la prima volta distinsi l’odore delle candele profumate. Era lavanda. Guardai la porta di casa. C’era un addobbo natalizio piazzato sopra. Perché? Perché tutto questo?
Aspetta un attimo.
«Che cosa vuol dire, anche tu?»
Mi guardò senza espressione.
«Tu e Buddy» disse.
«Era per questo che stavate litigando, per le sigarette?»
Linda aspirò un’ultima boccata e lasciò che la sigaretta fumasse nel posacenere. Non riuscii a trattenermi. Scoppiai a ridere. Non ci potevo credere, farsi venire un infarto perché Linda aveva ricominciato a fumare. Mi sembrò una reazione esagerata da parte di Buddy e non so perché mi sentii sollevato. In fondo fumare non era mica un peccato mortale.
Andai da lei, le baciai la fronte. Mi parve che fosse più tranquilla adesso. Poi le labbra. Mi allontanò con la mano, ma almeno lo fece sorridendo. Rovistò nelle buste che dovevano essere la nostra cena cinese di Natale e ne tirò fuori una vaschetta.
«Ti dispiace se mangio anche la tua?»

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Flora

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A Riccardo, al suo diminutivo da bambino viziato, al suo giovanilismo ridicolo, ai suoi viaggi spirituali in terre lontane, descritti con umiltà esibita; alla sua retorica umanitaristica – smentita da uno smisurato egocentrismo – mi è capitato di augurare la morte. E mi sono persuasa, negli anni, che sia una prova irrefutabile che ci fu amore, che ce ne fu tanto e forte. Di quell’amore che non costruisce niente, perché l’amore non deve costruire e non possiede nessuna insita progettualità, neppure quando, per volontà o per capriccio del destino, si agglutina in un altro essere umano. Il nostro, per fortuna, non si agglutinò mai in nulla. Riccardo è diventato padre a un’età che oggi nessuno considera veneranda. Io niente, ventre secco, e forse anche questa è stata una fortuna: non ho la tempra accogliente della madre, non so offrire il mio corpo a tempo indeterminato, posso concederlo qualche ora a un uomo perché lo abiti e lo scuota, ma devo poter riprendermelo quando lo desidero, anche di punto in bianco, senza spiegazioni. Capitava spesso con Ricky, per una parola detta a sproposito o un gesto brusco – era la nostra specialità – e io mi alzavo e lo lasciavo disteso sul letto con il pene eretto, satiro frustrato e stizzito. Gli spigoli dell’uno combaciavano con le parti in carne viva dell’altro: due esseri nati per ferirsi. Read More

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Codice sconosciuto

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Effemeridi è la nuova rivista di inutile con la quale tenteremo di costruire, un pezzo dopo l’altro, un atlante dei primi anni 2000. In questa pagina ci sono tutte le informazioni pratiche per abbonarsi e i nomi di alcuni degli autori che ci hanno aiutato nell’impresa. Abbiamo pensato di farvi leggere un assaggio di quello che sarà Effemeridi, in modo che possiate capire se meritiamo la vostra fiducia: Codice sconosciuto è il numero zero, scritto da Federica Bordin. Potete anche scaricarlo, da questo link.

Se intavolare un discorso su Haneke con familiari, amici e conoscenti è ormai scientificamente provato essere la morte di ogni tipo di serata, o quantomeno la causa di uno di quei silenzi pesanti con gli occhi al fondo del bicchiere, figurarsi con che animo decido di parlarne nel numero zero di Effemeridi.
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Prima di tutto bisogna dire che eravamo felici e che di solito questa cosa aiuta non poco. In quegli anni gestivo un cosiddetto “Frank”. Un Frank è un modo per definire quei chioschi ambulanti e stazionari allo stesso tempo, quelle piccole roulotte posizionate negli anfratti delle statali, dove si fanno saltare alla piastra salsicce, wurstel, si friggono patatine lordate di olio, si piastrano verdure, insomma quei paninari che rimangono aperti tutta la notte, dove si ritrovano i nottambuli del fine settimana. Read More

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Arti intatti

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Dal diario di Ester

by Francesca Ruggiero

Anthony Hopkins ha il volto di Dio
Se una mattina, una mattina come questa, uguale alle altre, a tutte le altre, mentre scendo di fretta le scale della metropolitana inciampassi nei lacci delle mie scarpe di tela sdrucita, atterrassi con tutto il peso sugli incisivi e si spaccassero sull’angolo di un gradino? I miei denti frantumati su una lastra di granito, il colpo sordo, sapore di ferro, passarci la lingua, trovare un buco, i rasoi dei monconi, sputare quel che resta, dolore.
In una pagella delle elementari una maestra scrisse che avevo difficoltà a distinguere le cause dalle conseguenze. Un fatto.
Al cinema non posso sedermi nell’ultima fila, salvo che per qualche motivo io non abbia voglia di concentrarmi sulle immagini e sulla storia, per tutta la proiezione penserei che un tale potrebbe passare un laccio intorno alla mia gola o infilarmi un sacchetto in testa e soffocarmi. Per questo motivo considero il centro sala un luogo sicuro ma noioso. Read More

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Vapori di sodio

by Francesca Ruggiero

La nebbia che inghiotte la TEDA è qualcosa che nessuno dovrebbe vedere. Qualcosa che ti rende impotente. Qualcosa che annulla la differenza tra un giorno e un altro.
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In centro città ora c’è il sole, tengo monitorato il meteo. Dieci anni, quanti giorni sono? 3650 a tre fermate di metropolitana, ma qui non so contarli. Un insieme che contiene nulla, un insieme vuoto. Disse ancora. Read More

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Diluvio

by Joseph Aguilar

Sandra sudava – aveva incubi per via della febbre – stesa faccia in giù sul sacco a pelo, mentre Quito le impomatava di nuovo il pollice ferito. Dopo averle avvolto la mano con il tessuto strappato di una maglietta, le rincalzò con cura la coperta sotto le spalle e si arrampicò fuori dalla botola per guardare attraverso l’oblò della cabina. Lo sportello di una macchina galleggiava lì accanto. Ogni flutto del mare vomitava benzina e detriti – tazze, gusci di granchio, un pallone da basket. Quando aveva tentato di pescare, aveva tirato su capelli e plastica, un piede umano una volta, un polipo mezzo andato un’altra. I pesci erano morti. C’erano solo loro due. E anche i gabbiani, però. Gabbiani ovunque. I gabbiani schifosi non mollavano. Strisciate verdi di merda d’uccello con ciuffi di piume incrostavano i finestrini della barca. Read More

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