Mia madre era una persona educata

by Carmine Bussone

Un incostante bisogno di tragedia. Desiderare che il destino prenda a schiaffi la mia vita con le sue mani pesanti e poi ritrovarsi a non riuscire a gestire la cosa. Il fatto di essere sempre stato protetto, corretto e tenuto lontano dalle difficoltà di qualunque genere, non mi ha mai aiutato. Mia madre, quando tentavo di tagliare una torta a tavola, mi toglieva il coltello dalle mani e lo faceva lei al mio posto.
Speravo con tutte le mie forze che quella giostra sulla quale ero seduto deragliasse dai suoi binari e mi facesse capire quanto fossi capace di far fronte alle difficoltà che mi si ponevano davanti. Puntualmente, però, come per ogni persona immeritevole, bastava un mal di denti improvviso o un rifiuto da parte di una donna a gettarmi nello sconforto.
Non ho saputo gestire neanche l’ennesimo silenzio di Laura. Quando stava rincasando, l’ho sentita parlare con la vicina che faceva battute sulla puzza di curry che si sente dalle sette di mattina sul pianerottolo. Rideva. Finché la porta non si è chiusa e tutto si è spento, come avrebbe fatto il più tragico degli interruttori.
Elena, invece, rideva tantissimo. Nonostante la sua solitudine, il suo aspetto trasandato e il suo naso grande su un volto poco aggraziato. Al lavoro la evitavano tutti tranne me. Read More

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Arti intatti

by Davy Carren

Verna non è più la stessa da quando quel mago l’ha ipnotizzata allo spettacolo di raccolta fondi per la Sindrome di Marfan a luglio. Dice che le sedie le vede di colore rosso, quando in realtà sono rosa. Vede anche sedie bianche, ma solo quando tiene gli occhi chiusi. Mi verrebbe da pronunciare una diagnosi, ma la presenza di particolari circostanze aumenta il carattere paradossale della questione; e questo è proprio quanto, dopotutto, io, durante le ultime due settimane, ho tentato di, in un certo senso, impedire. Non che io stia cercando di creare confusione o voglia essere accusato di aver tentato di offuscare la faccenda per mia soddisfazione personale. Ci sono fiocchi da annodare attorno a quest’affare e, da quanto ho capito, un modo o due se non qualcuno in più per gettarci uno spicchio di luce sopra. Read More

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Dal diario di Ester

by Francesca Ruggiero

Anthony Hopkins ha il volto di Dio
Se una mattina, una mattina come questa, uguale alle altre, a tutte le altre, mentre scendo di fretta le scale della metropolitana inciampassi nei lacci delle mie scarpe di tela sdrucita, atterrassi con tutto il peso sugli incisivi e si spaccassero sull’angolo di un gradino? I miei denti frantumati su una lastra di granito, il colpo sordo, sapore di ferro, passarci la lingua, trovare un buco, i rasoi dei monconi, sputare quel che resta, dolore.
In una pagella delle elementari una maestra scrisse che avevo difficoltà a distinguere le cause dalle conseguenze. Un fatto.
Al cinema non posso sedermi nell’ultima fila, salvo che per qualche motivo io non abbia voglia di concentrarmi sulle immagini e sulla storia, per tutta la proiezione penserei che un tale potrebbe passare un laccio intorno alla mia gola o infilarmi un sacchetto in testa e soffocarmi. Per questo motivo considero il centro sala un luogo sicuro ma noioso. Read More

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Vapori di sodio

by Francesca Ruggiero

La nebbia che inghiotte la TEDA è qualcosa che nessuno dovrebbe vedere. Qualcosa che ti rende impotente. Qualcosa che annulla la differenza tra un giorno e un altro.
Ester Zanchi lo disse una mattina, sull’enorme terrazza dell’ultimo piano dell’edificio centrale, le piccole braci delle nostre sigarette producevano un fumo invisibile.
In centro città ora c’è il sole, tengo monitorato il meteo. Dieci anni, quanti giorni sono? 3650 a tre fermate di metropolitana, ma qui non so contarli. Un insieme che contiene nulla, un insieme vuoto. Disse ancora. Read More

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Diluvio

by Joseph Aguilar

Sandra sudava – aveva incubi per via della febbre – stesa faccia in giù sul sacco a pelo, mentre Quito le impomatava di nuovo il pollice ferito. Dopo averle avvolto la mano con il tessuto strappato di una maglietta, le rincalzò con cura la coperta sotto le spalle e si arrampicò fuori dalla botola per guardare attraverso l’oblò della cabina. Lo sportello di una macchina galleggiava lì accanto. Ogni flutto del mare vomitava benzina e detriti – tazze, gusci di granchio, un pallone da basket. Quando aveva tentato di pescare, aveva tirato su capelli e plastica, un piede umano una volta, un polipo mezzo andato un’altra. I pesci erano morti. C’erano solo loro due. E anche i gabbiani, però. Gabbiani ovunque. I gabbiani schifosi non mollavano. Strisciate verdi di merda d’uccello con ciuffi di piume incrostavano i finestrini della barca. Read More

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Aspetta un attimo

by Elena Gottardello

Mentre lui metteva il coltello unto nel cassetto delle posate, nel settore forchette, a rovescio, era già successo tutto. All’incrocio con via Torino, in uno scontro finito con un incendio, a settecento metri da lì. Lo avrebbe saputo due ore dopo, o meglio: glielo avrebbero fatto capire. Il tempo di liberare i corpi, dell’identificazione, e di trovar qualcuno che andasse a dirgli che sua moglie Iris e sua nipote Nina erano morte e che non era il caso di vederle: dei corpi era rimasto poco. L’infermiera Lorenzi, che lavorava al Pronto Soccorso da ventotto anni e che era in servizio alle emergenze, avrebbe detto a due colleghe di Pediatria, in pausa alla macchinetta del caffè, che non aveva mai visto uno scempio simile su un corpo, povera vecchia, e la bambina, ah la bambina pareva un angelo che dormiva, ma senza gambe. Un portantino fermo all’ascensore l’avrebbe sentita, e lo avrebbe detto rincasando alla moglie, commessa, a ore perse, alla tabaccheria dove amava far chiacchiera, così lo avrebbero saputo tutti in paese entro pochi giorni, quanto erano malridotte. Tutti eccetto lui: nessuno se la sarebbe mai sentita di dirglielo. Read More

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German Plaza Work

by William VanDenBerg

Chiamò quell’arte tedeschia. Le chiesi cosa significasse. Rispose: «Tedesca, ma con la i». Rompemmo le cornici, strappammo i dipinti dai loro telai. Lei raschiò via il colore e io lo mangiai. Bruciò quel che ne era rimasto e tenne la testa sospesa sopra al fuoco. La cenere le incrostava la faccia.
Facemmo a pezzi il museo nazionale. Le statue con le braccia? Gliele rompemmo. Le statue senza braccia? Gliene incollammo di nuove. Una Madonna con le braccia gonfie di Ercole, un nudo di Elena con i polsi sottili di Cristo. Strillammo avanti e indietro per i corridoi, urlammo ad ogni passo.
Quella notte, i dipinti rimasti divennero bianchi. Le sculture tornarono a essere blocchi di marmo. Nelle cantine trovammo una pila di dipinti a olio alta un metro. Il dipinto in cima stava cominciando ad asciugarsi. Lei infilò un dito nel colore, bucando la crosta, e lo estrasse imbiancato, con una punta di blu. La pila sembrava un mostro. Quando ci mettemmo sopra le mani emise un ronzio.
Lo prendemmo per un rifiuto e scappammo. Read More

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Pronto, ciao! Da dove chiami?

by Claudia Oldani

La prima notte non ho nemmeno capito quello che mi stavano chiedendo tanto ero intontito dal sonno. Ho alzato la cornetta al terzo squillo – erano le quattro del mattino, avrei notato nei giorni seguenti – e ho sentito una voce femminile che mi chiedeva, allegra:
«Pronto, ciao! Da dove chiami?»
Io continuavo a dire pronto pronto con la voce roca, ma non capivo quello che mi dicevano dall’altra parte. Mi avevano fatto venire un infarto con mia madre che vive da sola e tutto. Così ho messo giù: era notte, che andassero a quel paese.

Non mi sono ricordato della chiamata fino alla notte successiva, quando – ancora alle quattro del mattino – il telefono ha squillato. Ero andato a dormire da poco, quindi non ero ancora completamente addormentato. Mentre rispondevo ho guardato l’orologio e ho proprio pensato: ma chi cazzo chiama alle quattro? Poi ancora:
«Pronto, ciao! Da dove chiami?» Read More

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Semplice logica

by Polly Dickson

Esiste una semplice logica, descritta da Borges in un racconto, ed è questa: quello che penso accadrà, di certo non accadrà mai. Il mondo mi sorprende sempre.

Anche quando credo di averlo incastrato, si insinua da un lato e mi artiglia con qualcosa di inaspettato. Il che significa, come spiega Borges nel suo racconto, che “prevedere un dettaglio circostanziale è impedire che esso accada”. Il che significa, secondo una semplice logica, che tutto quello che devo fare è riflettere su tutti i possibili esiti di questo incontro – tutti, anche solo per una frazione di secondo – affinché nulla accada. È uno stratagemma difficile da realizzare, ma se mi riuscisse avrei il mondo in pugno. E se mi riuscisse prima di vederti, rimarremmo seduti nel caffè che hai scelto, e continueremmo a sedere. Non andremmo da nessuna parte, e non diremmo niente, e niente accadrebbe e niente cambierebbe. Read More

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Pali

by Joseph Aguilar

Lo vidi per la prima volta dalla finestra. C’era un palo nel vialetto, alto e lucente sotto il sole del mattino. Era comparso durante la notte. Le api del nostro distretto di ricerca erano già state fatte uscire. Gli sciami ruotavano tutto intorno alla casa e le api tintinnavano sulle finestre, tambureggiavano all’interno dei rivestimenti laterali e ribollivano nelle grondaie. Mia moglie Sandi stava dormendo in camera sua e lo stesso stavano facendo Syd e Jacob, il fratello di Sandi, che molto probabilmente era mezzo nudo sul divano giù da basso. Lui si occupava di potare gli alberi dove si erano formati gli alveari e aveva visto qualcuno cadere e morire al lavoro, quindi aveva mollato tutto per venire qui e passare del tempo con la sorella. Read More

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