Ringo

scritto da Francesco Follieri


Il medico. Ci sarebbe voluto il pediatra. Ma come chiamarlo? Cosa dirgli? Ho un bambino grande come un topo? Gliel’avrebbero portato via. Dentro di sé sapeva che prima o poi avrebbe avuto bisogno di un pediatra, ma in quei mesi se l’era cavata senza e la paura che Ringo finisse in qualche laboratorio era troppo forte. La stessa paura gli aveva impedito di cercare un medico di cui fidarsi anche negli ultimi giorni. In fondo, pensava, è una diarrea, è una cosa che capita ai bambini. Nel corso della notte Ringo aveva perso il suo colorito blu notte, era diventato ceruleo, poi era sbiadito e infine era passato dal viola al rosso acceso, non piangeva più, si lamentava e basta. All’alba era morto.
Sopraffatto dal dolore e dalla stanchezza, Alberto pensava a Sabrina come a una presenza inutile in tutta la storia ma sapeva di essere ingeneroso. Era stata lei a cucire per Ringo tutti i minuscoli vestiti, le coperte, a inventarsi i sistemi per lavarlo e dargli da mangiare, era brava in queste cose pratiche. Lui era bravo a farlo rilassare, a cullarlo con un piccolo movimento del pollice, a soffiare piano proprio sopra di lui, così che sentisse il vento debolmente affacciarsi sui capelli neri. Le dita sembravano steli d’erba, gli occhi punti d’inchiostro nero. Dormiva quasi sempre e così piccolo era comodo da portare dietro, se lo metteva nel furgone e poteva lavorare, fare le consegne e accudirlo. Si era inventato un sistema per proteggerlo da eventuali incidenti e per impedire che dall’esterno potessero vederlo. Lo sistemava nel cassetto del passeggero, quello con i documenti del furgone. Aveva smontato il cassetto vero e proprio e nel vano aveva ricavato una specie di culla, protetta da una zanzariera fissata con i chiodi. Nel furgone con Ringo si stava benissimo. Alberto parlava, gli raccontava quello che vedeva fuori e Ringo, quando non dormiva, lo osservava con gli occhi neri che si muovevano veloci, ogni tanto rideva, spesso Alberto non capiva perché. Aveva solo dovuto smettere con la radio, troppo forte per Ringo, il rumore lo infastidiva.
«Non sappiamo niente di lui. Non abbiamo più cercato. La madre dico. La madre vera.» Il pensiero gli saltò in mente all’improvviso e uscì dalla bocca come fosse autonomo.
«Dobbiamo seppellirlo» rispose Sabrina.
«Perché cambi argomento ogni volta?» chiese Alberto.
Sabrina ricominciò a piangere.
«Dobbiamo seppellirlo, hai ragione. Ma in un posto dove i suoi genitori possano trovarlo. Un giorno, chi lo sa.»
Il giorno dopo Alberto avrebbe voluto prendere un giorno di ferie ma la ditta non gliel’aveva concesso e non poteva dire che aveva perso un figlio. Provò ad accendere la radio nel furgone e iniziò a piangere forsennato, alzò il volume e la musica coprì il rumore dei singhiozzi ma solo per l’esterno, lui li sentiva lo stesso. Non accese più la radio per tutto il giorno.
Alla sera, insieme a Sabrina, andarono in cima a una collina, il posto l’aveva individuato lei. L’unico segno umano erano i ripetitori delle tv e dei telefoni.
«Ci venivo a scopare con il mio ex» spiegò Sabrina mentre percorrevano le ultime curve.
«Bello» disse Alberto.
Sabrina non piangeva più, anzi faceva di tutto per apparire pratica e distaccata. Però aveva fumato molto e i suoi discorsi avevano sempre un ritardo di una frazione di secondo. Alberto si sentiva scollegato, guidare però lo aiutava, come se il furgone lo ancorasse al terreno. Dovettero fare l’ultimo pezzo a piedi, poche decine di metri.
«Non pensi che dovremmo cremarlo?» chiese Sabrina.
«Io non brucio proprio un cazzo. Non ci penso nemmeno. E non erano questi gli accordi, mi pare.» L’idea fece venire il voltastomaco ad Alberto.
«Potremmo conservare le ceneri però.»
«No, Sabrina. No. Io non lo faccio. È già difficile così. Per favore, cerchiamo di stare nei piani.»
«Ma cosa c’entrano i piani, non è mica un lavoro. È un funerale.»
«Anche i funerali seguono un piano.»
Lo seppellirono a una profondità di quaranta centimetri. Il piccolo corpo di Ringo era avvolto in un leggero lenzuolo di lino, chiuso nella sua scatola di biscotti e avvolto nella carta stagnola per proteggerlo dagli animali, almeno per un po’. Era stata un’idea di Sabrina. La stagnola era molto brutta, così l’abbellirono con dei nastri colorati. Alberto si era portato il testo stampato di Accross the universe e di With a little help from my friends per cantarle senza sbagliare, non era sicuro di riuscire a ricordare tutte le parole, anche se negli ultimi mesi aveva cantato quelle canzoni centinaia di volte. Riuscì a cantare appena le prime parole, poi scoppiò a piangere e si rifugiò nel furgone. Sabrina avrebbe voluto continuare ma Alberto si era portato via il testo delle canzoni. Così attaccò una canzone dei Litfiba che le piaceva. Poi si sentì stupida e salì sul furgone anche lei.
«Non ne sapremo mai più niente» disse Alberto a sé stesso.
«Ho lasciato i nostri numeri di telefono. Sono sull’albero più vicino alla tomba» annunciò Sabrina. «Li ho scritti con il pennarello indelebile» spiegò.
«Del resto non ne sapevamo niente nemmeno prima» continuò Alberto.
Decisero di cenare insieme e ordinarono due pizze, per non cucinare. Nessuno dei due riuscì a dormire. Per tutta la notte sentirono i rumori dell’altro attraverso il pianerottolo ma non si cercarono. Si incrociarono per caso la mattina seguente, sul pianerottolo, e scoppiarono a piangere nello stesso istante. Si abbracciarono, Alberto riaprì la porta di casa e arrivarono entrambi molto tardi al lavoro.

Atlantide al casello

scritto da Irene Doda

Fonteviale si chiamava così perché era contenuto nello spazio tra un fontanile di campagna e una grossa strada a due corsie. Si trovava a un paio di chilometri dal casello dell’autostrada, ma dal momento che c’era un passo con trentasei tornanti di mezzo non se ne accorgeva quasi nessuno: abitare a Fonteviale voleva dire esistere in un punto fluttuante al di fuori della civiltà. A Fonteviale c’erano: due trattori, una trattoria, una cartolibreria, un negozio di alimentari e un albergo-ristorante che si riempiva solo nella stagione invernale e che all’occorrenza vendeva anche calzini, garze e disinfettante. Le persone che venivano in vacanza in quell’angolo della provincia erano poche, sempre le stesse e si mescolavano volentieri con gli abitanti. C’erano i coniugi P. che frequentavano l’albergo da quarant’anni e che il paese aveva visto invecchiare Natale dopo Natale. C’era un gruppo di hippy americani che veniva tutti gli inverni. C’erano alcuni grigi funzionari di città con i capelli brizzolati che bevevano sempre troppo whisky e che nessuno davvero distingueva l’uno dall’altro. L’albergo era gestito dai due fratelli più giovani della famiglia Nocino, gli unici due che non erano emigrati in città. Il padre, il vecchio Nocino, era uno scultore del legno che negli anni aveva accumulato una discreta fama tra gli appassionati di arte della regione.
Il più ricco del paese lo chiamavano tutti Babbo. Era uno che aveva fatto il direttore di banca negli anni Ottanta e ora era in pensione. Era pure comunista, sentii dire a mio padre una volta, si è ritirato dalla politica scappandosene quassù. Certo che allora era tutto diverso, aveva sospirato mamma, gli anni Ottanta non torneranno più.
C’era un torrente, a Fonteviale. C’era una chiesetta francescana a pochi metri da una cascata. Nessuno andava mai dietro la chiesa perché dicevano che una suora ci si era impiccata. La tomba della suor ciliegia, la chiamavano. Anche se non c’era nessun ciliegio. Credo che fosse una storia inventata.

Quando compii diciotto anni, come tutti i ragazzi me ne andai da Fonteviale. Di certo non erano gli anni Ottanta e non si sapeva bene che ne sarebbe stato di noi. Eravamo i cuccioli mandati allo sbaraglio dopo il disastro; un po’ esploratori, un po’ cavie umane del nuovo mondo. Mentre la crisi finanziaria impazzava e l’Occidente imparava il significato dell’espressione too big to fail¸ io e la Martella fummo caricati su un treno in direzione Bologna. La Martella era la mia migliore amica d’infanzia e mi sa pure che era una mia cugina di un qualche grado. Una volta abbiamo pomiciato a una festa dell’istituto. Lei quel giorno era elettrica e saltellava come una matta mentre salutava mia madre che ci aveva accompagnati alla stazione dei treni. Agitava la mano come una forsennata. La Martella era in fissa con Bologna. Diceva che non ne poteva più di alzarsi la mattina e vedere le solite dodici facce, di cui sei erano mucche. Voleva l’avventura. Voleva respirare lo smog e vedere se davvero sotto i portici era pieno di siringhe. Voleva fare un corso di moda anche se suo padre l’aveva iscritta a forza a Giurisprudenza. Io lasciavo Fonteviale e mi sembrava che mentre il treno si allontanava il mio cuore si fosse trasformato in un gomitolo. Un capo era incastrato nelle mie costole, l’altro era arrotolato al rubinetto del fontanile.

Gli anni a Bologna furono brutali. La Martella si fidanzò con un nostro coinquilino, un mezzo ucraino e mezzo romano, ricchissimo, che la portava ogni finesettimana a casa sua con la vista sul Colosseo. Il padre lavorava al Ministero di qualcosa e «aveva fatto un po’ di soldi negli anni Ottanta» mi disse. Chissà cosa ci avevano, ‘sti cazzo di anni Ottanta. Comunque, passai con loro gran parte dei primi tre o quattro semestri, complice il fatto che vivessimo insieme e che io non avessi altri amici. La Martella procedeva a rilento con gli esami di diritto, e io a Scienze Politiche non andavo granché meglio. Avevo voti mediocri. Andavo sempre a letto tardi ma senza uscire. Chiacchieravo con la Martella e con il Romano, poi mi chiudevo in camera con una pila di tazze di latte sporche e un qualche romanzo pulp. Stavo su internet e mi facevo un po’ schifo. Il venerdì tornavo a Fonteviale e trascorrevo ore seduto sul fiume, anche se il tempo era sempre troppo poco. Mia madre e mio padre erano diventati appassionati di cinema d’epoca come tutti i genitori con la sindrome da nido vuoto. Avevano anche iniziato a comprare cibo pronto di rosticceria. A Fonteviale non fumavo tutte le mattine come a Bologna. Però dormivo; mi facevo lunghe ore di sonno con il rumore del torrente e la voce di Babbo sotto di noi che conversava a voce altissima col suo gatto, o forse con la televisione.
Al terzo anno di Università, mentre scrivevo la tesi, conobbi Carola. Era un’amica del giro della Martella, che lei aveva insistito per presentarmi. Una sera guardammo un film tutti e quattro insieme, la Martella e il Romano non smisero di mangiarsi la faccia nemmeno per un minuto. Carola studiava cinema ed era un’attivista femminista. Aveva sempre un rossetto viola. Non portava mai i calzini, per questo aveva le piante dei piedi coperte di calli. Aveva una erre moscia che trovavo irresistibile. Il nostro primo appuntamento fu in un bar del Pratello: lei mi prestò un paio di saggi sulla cultura di internet, visto che io ero un accanito giocatore di ruolo online. Chiacchierammo tornando a casa e le raccontai anche della sera che avevo pomiciato con la Martella a Fonteviale. C’era un’afa tremenda e mentre facevamo sesso uccidemmo tre zanzare che lasciarono enormi patacche di sangue secco sulle lenzuola. Quando finimmo restammo sdraiati sulla schiena e lei si lamentò che non aveva un cambio di lenti, altrimenti sarebbe rimasta a dormire. Quella sera mi chiamò mia madre per dirmi che era morto Babbo: c’era stata una fuga di gas e nessuno aveva capito se fosse stato davvero un incidente.

Mi laureai alla sessione primaverile, con un voto mediocre e una tesi di storia contemporanea sui moti carbonari. C’erano i miei genitori, Carola con un vestito di tulle nero lungo fino ai piedi e la Martella che sembrava un fantasma dopo che si era lasciata col Romano. La relatrice sbagliò il mio nome durante la proclamazione. Festeggiammo tutti insieme in un ristorante dietro Piazza Maggiore; mio padre continuava a ripetere che ero il primo della mia famiglia a laurearsi anche se non era vero perché mio cugino Chicco aveva preso la triennale in infermieristica. Mia madre era un po’ troppo gentile con Carola. La Martella teneva il muso e guardava il telefono ogni due minuti. Fu un bel pomeriggio.
Non mi iscrissi subito alla magistrale ma passai l’estate a Fonteviale con Carola, aiutando i miei a ristrutturare la casa di Babbo che avevamo comprato da sua figlia per due spicci. Io e Carola dormivamo nel salotto su un divano letto e quella casa spoglia e piena di peli di gatto mi trasmetteva un senso di assoluto e di urgenza. Non dormivo più e non sapevo se fosse per via del caldo o del fantasma di Babbo che mi tormentava. A settembre Carola e io ci lasciammo di comune accordo; lei sarebbe andata in Inghilterra a seguire un corso di studi di genere. La accompagnai alla stazione e mi abbracciò. Indossava dei vestiti sportivi ed era strana, semplice e sexy. La salutai con la mano per un lungo istante mentre il treno spariva nella galleria; il mio senso di urgenza e di assoluto si allargava e si tingeva di colori indecifrabili.

Negli anni successivi ricordo di non aver pensato a niente. Mi iscrissi alla magistrale a Pavia, ma c’erano troppe zanzare e ci restai lo stretto necessario per finire gli esami. Andai a trovare la Martella in Erasmus in Spagna. Mi raccontò che aveva avuto una storia con la sua responsabile del tirocinio. La trattoria di Fonteviale chiuse. Il vecchio Nocino morì di ictus e nella sua casa ci andò ad abitare una famiglia di senegalesi con due bambini, che furono costretti ad andarsene dopo meno di un anno perché il papà della Martella li minacciò con un bastone e sparse candeggina sull’uscio di casa loro.
Dopo l’Università trovai lavoro a Berlino in un’azienda di e-commerce che vendeva pasta fresca. I miei colleghi erano entusiasti che conoscessi così bene i prodotti tipici dell’Emilia- Romagna. Diventai responsabile della comunicazione con l’estero dopo solo sei mesi. Il mio capo si chiamava Christopher ed era la persona con la pelle più bianca che conoscessi. Abitava in una comune poliamorosa ed era un cristiano evangelico. Iniziai a uscire con Debra, un’inglese che faceva la progettista di giardini. Andammo a vivere insieme in un appartamento a Berlino Est. Io continuavo a non pensare a niente.
Mio padre andò in pensione e dopo pochi mesi si ammalò. Lo andammo a trovare il suo ultimo Natale, io e Debra, che non riusciva nemmeno ad alzarsi dal letto. Tumore alla prostata in stadio avanzato. Non avevo mai visto Fonteviale così vuota d’inverno. Non c’erano gli hippy americani, i coniugi P. erano anche loro troppo anziani e non si muovevano più da Milano. I Nocino parlano di vendere, mi disse la mamma. Nonostante tutto fu un bel Natale, ci chiamò la Martella da Londra, ci raccontò del nuovo lavoro nella City e della promozione che aveva appena ottenuto. Si era tagliata i capelli cortissimi. Non parlava più con i suoi dopo la storia dei senegalesi e ci presentò il suo nuovo ragazzo che era di origini nigeriane. Pianse quando salutò papà. Siete voi la mia famiglia adesso, disse.

Un mese dopo il funerale mamma mi chiamò per dirmi che l’albergo dei Nocino avrebbe chiuso davvero. Non avevano un cliente da mesi. Io torno a Imola dalla zia Franchina, annunciò, non posso essere vedova in un posto vuoto. Il gomitolo che avevo nel petto fece un giro su se stesso. A maggio dell’anno in cui morì papà, il 2017, lasciai Debra e tornai a casa a dare una mano a mia madre col trasloco e con la vendita della casa. La comprò un imprenditore locale che conosceva Babbo. Uno che veniva dagli anni Ottanta. Debra non prese bene la mia partenza e continuò a mandarmi mail per settimane. In una mi scriveva anche quando eri qui con me non c’eri mai. Spero che fosse un bel posto, quello dove ti nascondevi. Non le risposi e dopo un po’ si scoraggiò. Mi sentii in colpa.

Fonteviale non esiste più. Lo hanno cancellato dalla mappa. Ora si chiama ex località fontanile, ed è indicato solo sulle cartine escursionistiche. L’alimentari ha chiuso per ultimo, poi se n’è andato il prete e infine i genitori della Martella. L’albergo lo hanno buttato giù, ho visto le foto della demolizione su internet e ne ho salvate un paio sul desktop. Mamma vive a Imola in un monolocale a fianco della zia Franchina. La vado a trovare tutte le settimane. La gente continua a transitare sulla strada in direzione del casello prima dei tornanti e a guardare quel piccolo gruppo di case abbandonate. Chissà se qualcuno le nota.
L’anno scorso la Martella è venuta a trovarmi col marito, Sam, e siamo andati a fare un giro tra le case fantasma. Stava per venire giù un temporale. Abbiamo camminato fino al fontanile, che ormai si riempie solo di acqua piovana. Mi è tornato in mente che una volta la Martella ci si è fatta il bagno per gioco e io non ho voluto raggiungerla perché mi vergognavo a mettermi in mutande. Mentre Sam e la Martella tiravano fuori gli impermeabili e i panini al prosciutto dallo zaino mi sono avvicinato alla vecchia vasca arrugginita e ho posato la mano sul rubinetto. Il fiume era in piena. La cascata dietro la chiesa scrosciava e faceva un rumore del diavolo. Pensai a tutto quello che mi legava a quel posto, al gomitolo che mi aveva seguito tutti quegli anni. Pensai alla suor ciliegia che si era impiccata. Pensai al vecchio Babbo che dagli anni Ottanta era finito quassù per morire suicida. Pensai a mio padre e desiderai rivederlo. Pensai a quel filo srotolato, mentre il cielo iniziava a crollare e la terra sotto i miei piedi a mostrare le sue crepe.

L’isola

scritto da Maria Gaia Belli

Ho provato com’è morire la prima volta che sono caduta dalla barca. L’acqua ha preso i miei piedi e il mio corpo è sceso veloce come un sasso. Ho inspirato sale dal naso, la pressione mi ha spinto gli occhi nella testa e l’ho sentita scoppiare. Prima di morire potevo solo contare. Sono stata sotto fino al dieci, al dodici Ben mi ha trovata. Ha preso i miei capelli che nuotavano via dalla barca, ha tirato fino a far uscire dall’onda la mia testa e le braccia. Mi sono svegliata vomitando sulla sabbia. I miei occhi vedevano solo bianco e rosso, la mia pelle bruciava come avessi dormito sui carboni. Ho vomitato e tossito tutto l’acqua che avevo nello stomaco, ma non era ancora abbastanza, così Ben mi ha spinto con il ginocchio sulla pancia, e ho buttato fuori anche il sangue nero che aveva toccato l’acqua. Ho sputato tutto, e il veleno allora non è andato in giro nel mio corpo. Dopo tre giorni al buio mi sono alzata. Mamma mi ha fatto lavare ogni mattina la faccia con il succo d’erba, e dopo dieci notti i miei occhi si sono riaccesi. Allora ho potuto vedere il braccio di Ben. È diventato nero il giorno che l’ha messo nell’acqua, per tirarmi fuori dal lago. Era due anni dopo la Terza Onda. Quel giorno l’acqua ha toccato la mia bocca e la mia gola. Non ho più potuto parlare.

Il lago sembra bello ai bambini. A mia sorella piace soprattutto di sera, e corre a vedere come il sole fa diventare l’acqua arancio e rosa. Sale fino allo spiazzetto in collina e guarda con le dita chiuse a cerchio intorno agli occhi, sperando di vedere i pesci. Da quassù i pesci non si vedono, ma possiamo capire dove nuotano dalle loro ombre. Gliele indico quando le vedo scorrere veloci, e lei strilla come li avesse davanti, perché sa immaginarli. Ha imparato a contare contando pesci, sassi e lucertole. Quando vede una cosa nuova non sa chiamarla, ma almeno ora sa contarla.
«Guarda Mila!» mi dice. «Sono venti. Laggiù. Venti, vero? Ho sbagliato? Sono lontani».
E io dico no con la testa, pensando che conti le due lunghe figure di pesci. Due, le faccio vedere, con due dita alzate. Lei si siede sui sassi caldi e morde la pelle intorno alle unghie.
«Ho fame» dice. «Oggi non mangiamo, vero?».
No, dico. Indico la terra con la mano, prendo un pugno di polvere e me lo faccio scorrere tra le dita. Oggi no.
«Se potevamo mangiare quelli» considera, guardando il cielo.
Se guardo dove guarda lei, capisco che ero io a sbagliare. Prendo un sasso con la punta e disegno per terra un animale con il becco e le ali. Ha contato venti uccelli. Potremmo mangiarli, se solo venissero fino a terra. Ma vanno a fare le uova sull’isola, non si avvicinano mai né alla riva né alle canne. Disegno un cerchio intorno all’animale, e lo riempio di tagli con la punta del sasso.
«Sono sopra l’acqua» capisce mia sorella. «I cosi che stanno in aria» li chiama ora.
Uccelli, vorrei dirle. Sono uccelli.
«Ho fame» dice lei, e stufa di guardare il lago, si alza e scende per la strada, gioca a saltare da un sasso di tufo spugnoso all’altro. In questo posto, sotto la terra, un tempo c’erano case. Io so i nomi delle cose vecchie e le strade per trovare i posti che esistevano prima delle Onde. Alcune di queste cose le ho viste, altre me le raccontava il nonno, che solo io ho conosciuto. Mia sorella è nata tardi, quando io ero già muta. Non riesco mai a insegnarle niente.

Quando è arrivata la Terza Onda, io e Ben stavamo litigando con Lira. Non era un vero litigio. Lei faceva il capo e noi gli schiavi. Ci aveva fatto portare troppe canne per costruire il fortino, e io e Ben, sudati e soli sul sentiero del canneto, avevamo deciso che ci stava trattando male. Ricordo che abbiamo portato comunque un grande fascio di canne, ma non abbiamo più costruito il forte. L’avvisammo che il gioco era cambiato. Ora noi eravamo liberi e avevamo deciso di giustiziarla. Bisognava salire fino al castello per impiccarla.
La Terza Onda arrivò mentre eravamo nei giardinetti del castello. Io avevo in mano un bastone e Ben ne aveva uno uguale. Lira camminava davanti e fingeva di tenere le mani strette, perché non avevamo trovato una corda per legarla davvero. Cadde per terra e noi pensammo fosse inciampata. Ma la terra fece un altro salto a sinistra e cademmo pure noi. Quando smise di tremare, il castello era venuto giù tutto, faceva rumori di ferro e polvere alta fino al cielo. Dall’alto avevamo visto il lago uscire dal suo cerchio e grandi mani d’acqua che portavano via tutte le case, le righe delle strade tra i canneti e gli ultimi alberi. Grandi funghi di vapore erano scoppiati in mezzo all’acqua, mentre l’isola più piccola volava in pezzi. Il cielo diventò scuro e iniziò a caderci in testa acqua acuta come spine. Restammo in alto, nascosti tra rovi e rami secchi per giorni, aspettando che la terra si fermasse.
Quando uscimmo a vedere com’era il mondo dopo l’Onda, trovammo il lago fermo e piano come uno specchio. L’altro lato della costa era sparito, come la strada per salire al castello e le case del paese. Quasi tutte le persone che conoscevamo sono morte in acqua e nei crolli il giorno della Terza Onda, tranne i due vecchi che abitavano nella villa panoramica, e mia madre che puliva le loro stanze. Noi tre eravamo gli ultimi bambini vivi del paese, e abbiamo costruito un fortino di canne secche nei giardini del castello. Ancora adesso la terra trema, e ci cade sempre in testa. Dobbiamo ricostruirlo spesso, ma è un tetto leggero che non può uccidere nessuno. Mia sorella è nata all’asciutto lì dentro. I vecchi sono diventati più vecchi, e noi siamo potuti diventare grandi.

Negli ultimi giorni non abbiamo trovato rospi né serpenti tra le canne. Abbiamo camminato fino all’antica strada di cemento, ci siamo bruciati i piedi pur di vedere se trovavamo qualcosa nei dintorni del vecchio cimitero. Non abbiamo trovato animali né uova, ma abbiamo scoperto che l’acqua è salita ancora e ha riempito la piazza davanti ai resti della chiesa. Non siamo scesi più giù di così, perché nell’acqua c’era un pesce, che nuotava lento intorno alle colonne magre coperte di alghe. Aveva grosse spine sulla schiena e una lunga pinna dorata, muscolosa, che si muoveva lenta. Non aveva collo per alzare la testa, così girava in grandi cerchi per guardarci.
«Se riuscissimo a prendere uno di questi con una trappola?» ha pensato Lira. «Mangeremmo bene per almeno due mesi.»
«Questi hanno i denti» ha deciso Ben, e siamo venuti via.
I vecchi magri ci hanno visti arrivare di nuovo a mani vuote, si sono buttati per terra a cantare con quella loro collanina di sassi tra le mani. Una volta hanno cantato e cantato per ore, e alla fine è venuta l’acqua dal cielo, con l’acqua sono venute le rane e per un po’ siamo stati ricchi. Mia sorella non viene con noi a caccia, ma fruga l’erba per ore. Se trova insetti li prende veloce con due dita, e se li mette in bocca vivi. Mamma è seduta accanto alla brocca del succo d’erba, intreccia un cestino di saggina secca.
«Così non va» ha commentato. «Farete morire la bambina di fame, se non trovate niente».
La sera i vecchi hanno deciso di fare un cerchio. Facciamo un cerchio quando abbiamo fame da molti giorni e non sappiamo più dove cercare radici e animali. Ognuno di loro dice cosa pensa di fare. Io ascolto, posso dire sì o no muovendo la testa. Vogliono sempre cantare, prima di parlare, ringraziano la terra per averci tenuti asciutti e le canne per averci coperto il capo. Le loro canzoni nel fumo del fuoco sono lunghe e a volte mi sono addormentata. Ma stasera ho fame e resto sveglia finché non parlano.
«La bambina» iniziano. «Dice d’aver visto degli uccelli. È vero, Ben?»
«Sì, vero» risponde lui.
«Lira, tu li hai visti?».
«No, nonno» risponde lei.
«Mila?» chiedono infine a me. Io dico sì con la testa. Cantano di nuovo, allora, per ringraziare l’aria che tiene ancora vivi gli uccelli. Tocco nel buio la spalla di Ben e gli indico i sassi sotto i nostri piedi, poi quel che c’è dietro la nostra schiena.
«Sono sull’isola» dice lui per me. «Per arrivare all’isola e prenderli dovremmo usare la barca. La barca è quasi consumata, e durerà solo per fare avanti e indietro. Se l’acqua si muove mentre siamo sulla barca rischiamo di morire in acqua. Ci abbiamo già provato» mi indica.
«Moriremo di fame, se non andate a prenderli» dice mia madre.
«Se noi cadiamo in acqua» parla Lira. «Non ci saranno più persone dopo di noi. Non è vero, nonni?».
«È vero» dicono loro.
«È falso» dice mia madre. «Se Ben cade in acqua, non ci saranno più persone. Bastano solo due di voi per manovrare la barca coi pali fino all’isola. Non dovete andarci tutti e tre».
Ben non dice nulla. Io non posso dire quello che penso.
«Lira e Mila andranno a cacciare gli uccelli» propone allora un vecchio.
«Se anche dovessero cadere tutte e due in acqua, per Ben resta ancora la bambina» dice l’altro.
«Questo è vero» dice mia madre.
Io e Lira ci guardiamo.
«Va bene» dice lei. «Tanto moriremo di fame, se non ci andiamo».
Faccio segno che sono d’accordo.
«Andiamo il primo giorno senza vento» decide per tutte e due. Ben si guarda i piedi. Mia madre riprende a intrecciare il cestino, e i vecchi a cantare. Mia sorella dorme dentro il fresco della capanna. Noi tre ci alziamo e andiamo a stenderci nell’erba alta. Di notte gli insetti fanno rumore ovunque, e possiamo trovarli più facilmente seguendo il crepitio delle loro ali. Li cerchiamo nel prato per mettere qualcosa nello stomaco. Hanno lo stesso sapore della carne cotta che mangiavo da piccola, quando ancora il cibo poteva essere comprato.
«Dobbiamo sbrigarci a fare bambini» dice Lira nel buio. «O non ci sarà nessuno a cacciare per noi quando ci faranno male le ossa. Tutta questa fatica per morire di fame da vecchi» ride.
«A chi sta, oggi?» chiede Ben.
«A me» dice lei.
Posso sentirli fare rumore nell’erba. Io continuo a tirare fili secchi, sperando di trovare altre cavallette. Quando tocco un ciuffo d’erba viva, lo strappo poco a poco per succhiarne l’acqua. Se non trovo nient’altro, mangio la pelle intorno alle mie unghie. Il cielo stanotte è chiaro, e domani di certo sarà già il primo giorno senza vento.

Nessuno viene a salutarci sulla riva, quando usciamo con la barca. L’ultima volta che ci sono salita si poteva fare: l’acqua era ferma e non erano ancora cresciuti i pesci. Questa mattina mia madre ci accompagna solo fino alla strada che scende dalla collina. Qui ci dà i cesti con il coperchio e la rete fatta con fili di vecchi vestiti. Ci fa vedere come riempire i fondi d’erba secca e sabbia calda per non rovinare le uova, poi ci bacia entrambe sulla guancia.
«Lira» chiama, quando siamo già per strada. «Mi raccomando».
E per un po’, sentiamo che canta parole vecchie per accompagnarci.
La barca è ferma sulla terra, distante dalla riva. È ancora la stessa da cui sono caduta, perché era ben fatta. Il fondo è di legno e metallo, del tempo prima delle Onde. I fianchi sono ingrigiti e lo scafo è diventato ruvido e rosso, con grandi macchie sottili. Può ancora tenere un paio di viaggi. La spingiamo fino alla sabbia, e da lì usiamo i tronchi. Leghiamo il primo, messo di traverso, a un angolo della rete, e saliamo dentro prima di sbloccarlo. La barca scorre con due o tre tonfi fino alla riva, taglia la sabbia sottile e galleggia. Io e Lira, per molti minuti, non ci muoviamo. Aspettiamo che la barca smetta di ondeggiare, reggendoci strette alle panche.
Mentre ci allontaniamo dalla riva, possiamo vedere lo spazio altissimo sotto di noi, trasparente come l’aria in cielo. Alghe lunghe come gli alberi del vecchio mondo ondeggiano nella direzione della corrente. Pesci grandi come la barca, circondati da pesci piccoli come noi, scorrono piano tra lunghe scie colorate.
«Andiamo?» dice lei, a un certo punto, e prende uno dei pali. Io prendo l’altro. Attente a non sollevare schizzi li caliamo in acqua, iniziamo a remare verso l’isola.

Prendere gli uccelli è facile, perché a differenza delle rane e dei serpenti, o delle cavallette che saltano appena sentono i nostri passi, non sanno cosa siamo. Non scappano subito se ci avviciniamo, e beccano le nostre mani quando mettiamo le dita nei nidi per cercare le uova. Riempiamo i cesti di uova grandi come pugni, sabbia calda ed erba verde.
L’isola è piena d’erba viva e chiara, succosa come frutta. Lira ne strappa ciuffi pieni per mangiarla cruda e altra ne mette nei cesti, perché dice che possiamo bollirla con le uova e la carne degli uccelli. Possiamo fare di tutto, con questi uccelli: cibo con la loro carne morbida, vestiti e cappelli per il sole con le loro penne chiare. Se ne uccidiamo abbastanza, potremmo addirittura rivestire la barca con le loro piume lucide e leggere, che non bruciano a contatto con l’acqua. A metà della giornata dobbiamo fermarci e cercare un posto riparato, perché il sole ci picchia la testa. Saliamo più in alto e troviamo i resti di un muro crollato, alcune travi coperte da una pianta pendente. Lira fa per toccarne i fiori colorati e io le do uno schiaffo sulla mano: sono di certo velenosi. Dobbiamo aspettare all’ombra finché il sole non cala per poter di nuovo camminare sulla spiaggia, salire sulla barca e tornare alla riva. Il caldo ci rende impossibile dormire e camminare, così stiamo solo sedute, e beviamo poco poco il succo d’erba, passandoci la borraccia di pelle.
«Non berla tutta. Ci tocca stare qua fino a sera, sai?» mi dice Lira. «Certo che sarebbe più comodo se tu parlassi. Non capisco come fa Ben a stare tutto il giorno con te e non annoiarsi a morte.»
Le faccio un gesto per spiegare, e lei ride. Prima ride, poi diventa seria e ha un’aria di dubbio.
«Da quanto voi due lo fate?» mi chiede.
Non so, rispondo scuotendo le spalle. Da quando siamo capaci.
«E perché non sei ancora rimasta incinta?» domanda. La guardo e non so che gesto fare, né con la faccia né con le mani.
«Sei caduta in acqua» spiega lei.
Non mi chiede più nulla fino a quando il sole cala. Passa il tempo scegliendo sassetti leggeri e colorati, da portare a mia madre per fare una collana. Me li dà, io li pulisco e li metto nelle ceste. Capiamo che possiamo scendere perché la luce cambia colore. Scendendo verso la riva, troviamo altri uccelli che camminano piano, su quei larghi piedi storti, e li uccidiamo. Lira mi dice:
«Andiamo a vedere se troviamo altre uova più su. Se sai come fare, almeno la prossima volta ci vieni da sola» considera, senza spiegare perché l’ha detto. Lo capisco comunque.
La seguo in salita, ma a un certo punto mi fermo. La terra qui è più calda.
«Che hai?» chiama Lira, dai sassi più in alto. Le indico la polvere intorno a noi: qui non c’è erba, ma solo grosse piante spinose. La terra brucia, e se batto i piedi diventa subito polvere.
«Dai, muoviti» non mi ascolta.
Quando non la vedo più, decido di salire e cercarla. La trovo in cima a una salita ripida, piena di rocce ruvide e spugnose. Non bada che le indico il sole che scende, perché guarda qualcosa nella terra. C’è una larga crepa che apre la terra dell’isola proprio sulla cima, come la punta di un guscio rotto. Lira mi indica dentro e io vado a vedere. Vedo buio, sento un odore schifoso di uova cotte. L’acqua del lago entra nella crepa e fa lunghi echi di risacca, poi sale in vapori caldi e salati che bruciano gli occhi.
«L’Onda» dice lei. «È da qui che scoppia».
Mi tiro indietro.
«Quando si riempie d’acqua, si scalda e scoppia. Ne arriverà un’altra» capisce. La tiro per il braccio, perché se fa notte e si alza il vento, non potremo tornare indietro per molti giorni. I vecchi penseranno che siamo cadute in acqua e faranno dormire mia sorella piccola con Ben. Lira non vuole muoversi dal bordo della crepa, così le do una spinta verso la strada. Capisce allora che sono arrabbiata, e inizia a scendere verso la riva, saltando giù da un sasso all’altro. Quando arriviamo alla barca, il lago ha già iniziato a muoversi piano: le onde sul bagnasciuga sono più brevi e rapide, fanno schiuma rosata. Vediamo da lontano un pesce saltare sull’acqua, gli uccelli si alzano in volo spaventati e fanno in cielo una sola grande nuvola nera. Riusciamo a far rotolare la barca sui tronchi in tempo, e scopriamo che al ritorno, spinta dalla corrente, va veloce verso la riva anche senza l’aiuto dei remi. Io sto ferma nel centro della panca, con gli occhi chiusi, stringo tra le ginocchia un cesto pieno, e tra le braccia la rete carica di uccelli morti. Respiro piano e conto i miei respiri, ogni dieci apro gli occhi per vedere se la terra si è avvicinata.
«Verrà un’altra Onda presto. Stavolta arriverà fino al castello. Dobbiamo andarcene» dice Lira, che siede davanti a me e tiene la mano pronta sul remo, per correggere la direzione. Le faccio segno che i vecchi muoiono, se noi ce ne andiamo. Non si gira a guardarmi, così non può sapere che l’ho detto.
«Io e Ben dobbiamo andare via con tua sorella, dobbiamo prendere la barca e attraversare la vecchia strada di cemento fino alla fine del lago. Dobbiamo andare laggiù a fare bambini. Se li facciamo qui, tanto moriranno con la prossima Onda» dice.
Le tocco di nuovo la spalla, perché deve guardarmi se vuole sapere quel che ho da dire. Non si volta. Allora prendo il remo dalla sua mano, lo spingo in basso per sollevarlo dall’acqua. Stavolta gira la testa e capisce quel che penso. Ora non può farci più niente. Faccio girare veloce il remo sul perno, finché il colpo non la spinge giù dalla barca. Il suo corpo che cade in acqua solleva schizzi che toccano la mia faccia e le mie braccia, chiudo gli occhi quando li sento bruciare. Guardo in basso solo quando il fondo smette di oscillare. Nella luce rosa del tramonto, vedo i capelli scuri di Lira che si consumano in scie di bollicine frizzanti, i pesci battono le grandi pinne per arrivare veloci dove il suo corpo sta scoppiando. Chiudo gli occhi. La corrente porta da sola la barca a riva, e li riapro solo quando sento la spinta dell’attrito contro la sabbia. Scendo e ringrazio la terra, per avermi ripresa asciutta e viva.

I vecchi hanno cantato per l’intero giorno alla vista della carne. Poi hanno capito che il lago ha preso Lira, e hanno cantato anche l’intera notte. Mia madre ha raccolto un cesto di sabbia salata dalla riva, l’ha fatta asciugare al sole, e con questa ha coperto la carne degli uccelli per proteggerla dai vermi. Ha scavato buche per mantenere le uova fresche, e conservato le penne per farne vestiti. Siamo tornati ricchi, e mia sorella ha smesso di mangiare le cavallette.
Quando abbiamo fatto il cerchio, Ben si è seduto vicino a me, e per tutto il tempo della canzone dei vecchi ha tenuto la mano stretta sulla mia gamba.
Appena i vecchi hanno finito di cantare, sono andata in mezzo. Ho sputato nella polvere perché smettesse di alzarsi mentre disegnavo. La terra rossa è diventata come fango e sono riuscita, con la punta di un bastone, a tracciare un grande cerchio che sarebbe il lago, e dentro il piccolo cerchio che è l’isola. Ho fatto gli uccelli con piccole ali sull’acqua e i pesci con grandi pinne. Sopra ai due cerchi ho disegnato la fiamma del fuoco e con lunghi raggi l’ho collegata all’acqua. Con quattro righe ho disegnato la nostra capanna di canne, e poi l’ho cancellata con le lunghe linee tremanti.
Tutti hanno guardato più volte il mio disegno, ma nessuno ha capito che il mondo sta finendo.
Ora di notte Ben dorme solo con me. Di giorno abbiamo ricominciato a tagliare canne per costruire una nuova casa.

Non la sai la storia del filo rosso della leggenda giapponese

scritto da Andreea Simionel

E per quattro anni ci siamo fatti i regali da duecento euro. Uno per me, e uno per lei. Quattrocento euro l’anno, per un totale di quattro anni, che in tutto fa milleseicento euro. Però, invece di duecento, potevano anche essere cento, anzi, meglio se erano cento, così non mi dovevo disturbare. Perché è ovvio che se lei spendeva duecento euro, anche a me poi toccava spendere duecento euro, per non essere da meno. Allora il primo anno mi fa: cicciolino mio, che cosa vuoi per regalo? Continua a leggere

La sedia

scritto da Chiara Campanelli

Sono due ore che giro. Sto guidando dalle otto di mattina, sono quasi le dieci e ancora non trovo parcheggio. Il sabato è sempre così, vuoi fare una passeggiata in centro, magari bere una birretta con gli amici in riva al mare, insomma qualcosa che distragga dal logorio incessante dell’esistenza e della routine, ma va a finire che è più il tempo speso a cercare parcheggio che a divertirsi.
Se non dovessi fare nulla di importante me ne tornerei a casa, ma sono qui per portare Ottovolante dal veterinario. Continua a leggere

E allora nuota, Pinna

scritto da Giulia Binando

Se lo guardassi da lontano, vedresti un punto rosso su un fondo bianco. Come qualcuno che se n’è andato da un pezzo verso una meta di foschia, o di luce cieca.
La baia di Puck è ghiacciata e Bart Piotrowski la sta fissando.
Respira lungamente e la sua mole di quercia si muove piano. Lo senti mentre si schiarisce la voce dentro quella bocca minuta, stretta tra le guance larghe e gonfie, sempre rosse come dopo una corsa. I suoi occhi piccoli adesso guardano il molo.
È nato a Wiele, nella Pomerania centrale, ma ogni estate, sul sedile posteriore della Syrena dei suoi, attraversava tutta la voivodatale per Kowale più la superstrada fino a Puck, e passava un mese al mare. Continua a leggere

Sucre glace

scritto da Sharon Vanoli

Si chiama sclera, la parte bianca dell’occhio. Da quando lo so, ogni volta che sento la parola torno con la mente a una cena della mia infanzia. Allo sguardo sfibrato di mia sorella Maddi.
La scrutavo cauta, era seduta di fronte a me. Teneva le pupille scure così girate verso l’alto da farmi provare orrore di tutto quel bianco vischioso. Continua a leggere

Il tempo dello sfavorito

scritto da Daniel Coffaro

Martina mi guarda negli occhi. A tratti mi sorride con una rughetta che le crea malizia sopra la gota, poi prova vergogna e svaga lo sguardo. Mira altrove, il vino, i coltelli, le candele, guarda le proprie mani stressare la clip fermatovaglie, ma la curiosità la governa e, pochi secondi dopo, è ancora lì a fissarmi. Sa che me ne accorgo, che faccio finta di niente, e per lei è meglio così: può osservarmi senza trovarsi troppo in soggezione. Continua a leggere

Il mare

scritto da Francesco La Rocca

Per scendere in città Mattia aveva preso poche cose: due pezzi di pirite, alcuni quarzi bianchi e il trilobite del Quintino Sella. Si era messo anche qualcosa in tasca, sassi piccoli che aveva trovato in giro, ma quelli non contavano. Il trilobite era il suo preferito, sapeva di essere scontato a pensarlo ma non gli interessava, d’altronde non era roba da tutti trovarne uno; i possessori di fossili che conosceva li avevano comprati da qualche parte, il suo veniva dalla montagna invece. Continua a leggere

Foto di famiglia

scritto da Giuseppe Cofano

Sin da bambini Chris e Alex, con quei nomi inusuali e sfacciatamente moderni, si erano convinti di appartenere a un drappello di eletti. Era il mondo di promesse contenute nella cifra 2000, era il solenne segno di distinzione del loro anno di nascita. Il numero tondo li stupiva, li lusingava, li esaltava.
Ma venti anni dopo, sdraiato sul divano nella penombra della casa dei suoi, tra i bagliori dello schermo e delle lucine natalizie, Chris vedeva con chiarezza la verità: non faceva alcuna reale differenza. Gli anni non erano nient’altro che numeri, targhette, tacche sbilenche in un inarrestabile fluire. Continua a leggere