Una cosa è leggere dei draghi e un’altra è incontrarli

Da piccolo i miei genitori mi raccontavano storie di draghi nobili, pronti a donare il proprio cuore a chi ne avesse bisogno e a difendere il regno dalle forze del male, ma si sbagliavano. I draghi, quelli veri, sono come raccontano le antiche leggende: esseri crudeli e intelligenti che provano piacere nel caos e nella distruzione.

Su una cosa però le storie che leggevo da piccolo avevano ragione: a volte il cuore di un drago viene dato a un eroe. Io sono l’Arisen, e mentre nel mio petto batte il cuore di un mostro, il mio batte sotto le sue scaglie.

Io, Krubal e i due mercenari che ci stanno seguendo abbiamo dato la caccia a Grigori per quattro mesi prima di riuscire a trovarlo, sulla cima del Monte Impuro. Il viaggio per arrivare qui da Gran Soren è stato lungo, difficile, alcuni compagni non sono più tra noi e anche noi siamo deboli e stanchi, prossimi alla fine. Continue Reading

La figlia di Ann

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Eliot

Diane è una donna matura ma si comporta da adolescente. Diciamo che Diane è una di quelle persone che comunemente percepiamo come inutili, idiote, imbecilli, insignificanti, irrilevanti. No, rettifico: Diane non è irrilevante, perché è la madre di mia figlia.
—Una figlia malata—
Quando mamma o la zia o il dottore o Marie Jo o i genitori di Marie Jo mi parlano di Diane mi dicono: tua sorella. Mamma, che non è nostra madre, ci ha accolto come fratello e sorella. Se fossimo fratello e sorella, in quel caso, non avremmo potuto avere la nostra
—figlia malata—
La nostra povera figlia la nostra inutile figlia la nostra figlia idiota la nostra imbecille figlia la nostra maledetta figlia e, Cristo, magari fosse morta lo stesso giorno che è nata visto che non faceva altro che complicarci la vita a tutti: a mamma, a Diane, a me. Continue Reading

Satelliti

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Ho appena finito di guardare, con un po’ di ritardo, la prima stagione di Masters of sex.
C’è un momento in cui due personaggi, la moglie del rettore e un giovane ortopedico, ex amanti che hanno rinunciato alla loro storia clandestina per tornare alle proprie tiepide esistenze, stanno a mollo nella piscina dell’università dopo il turno di lavoro. Non succede niente di particolare. Galleggiano e chiacchierano. Parlano pigramente del rischio di un attacco russo (la serie è ambientata tra gli anni Cinquanta e Sessanta), e altrettanto pigramente si augurano un’apocalisse che metta fine a tutto questo.
A un certo punto la moglie del rettore dice qualcosa sui satelliti americani che orbitano intorno alla terra. Dice che tutti sono convinti che i satelliti galleggino, mentre in realtà sono sottoposti a una lenta attrazione della gravità terrestre. Lenta, leggera ed esponenziale.
In realtà, spiega, i satelliti non galleggiano: i satelliti cadono.
Dentro questa scena c’è tutto quello che si può pretendere da una narrazione di livello molto alto. È una scena “madre”, anche se riguarda due personaggi secondari. Riassume in maniera simbolica tutto quello che c’è da raccontare. E ci dice anche, questa volta in maniera implicita, una cosa che ci riguarda da vicino e cioè che, in qualunque situazione ci troviamo, abbiamo sempre qualcosa da perdere. Credo sia una cosa bella da condividere con qualcuno a cui siamo legati. Continue Reading

Nota Bene: finale

Mancano pochissime ore alla fine di Nota Bene, la raccolta fondi che abbiamo fatto partire su Produzioni dal basso. Sono le ultime ore per poter sostenere le nostre attività (sono tante, belle, costose, mannaggia alla vita!); sono le ultime ore per poter ricevere a casa una Moleskine timbrata a mano da Mirta Tyrrell, se scegliete di partecipare con la quota da 15€.

Mancano poco più di 100€ al budget che ci siamo imposti: ed è un budget che si può superare. Superiamolo insieme, per poter fare di più.

Guardate com'è felice Tito Faraci di avere in mano la sua Moleskine!

Guardate com’è felice Tito Faraci di avere in mano la sua Moleskine!

Aggiornamento del 10 novembre

Grazie a tutti!

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Correre per correre

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Inizia oggi una collaborazione particolare e sentita: con Indias-Indies, una rivista che ci piace molto e che abbiamo conosciuto grazie a Miriam Hernández, una delle nostre traduttrici. A partire da questo mese troverete su inutile in traduzione italiana (e inglese) gli articoli che ci sono piaciuti di più tra quelli pubblicati da Indias-Indies, mentre i loro lettori troveranno i nostri pezzi tradotti sul loro sito. Noi siamo molto felici: e siamo convinti che lo sarete anche voi.

Si dice in giro che in questi giorni Asics e K-Swiss stiano litigando per brevettare un nuovo eccezionale modello progettato appositamente per scappare dai poliziotti durante le manifestazioni spagnole. Leggerissime e con una robusta suola di gel che ammortizza ogni tipo d’impatto, compreso quello dei proiettili di gomma dei poliziotti baschi, in questo 2014 avrebbero lo stesso successo che avrebbe avuto una seconda legislatura di Aznar. A quei tempi andavo al liceo e odiavo correre. Mi avevano bocciato per due anni consecutivi in educazione fisica. Mi bruciava la gola quando ci portavano al molo a trottare di primo mattino: il vapore che usciva dalla mia bocca era come il fumo degli elettrodomestici bruciati nel loro ultimo respiro. La mia tolleranza al dolore, così come la mia pazienza, erano al tempo quasi inesistenti: si chiama adolescenza. E poi, pensavo fosse ridicolo correre per sport quando la vita ci regala così tante occasioni nelle quali correre per necessità (e dunque, senza dolore, dato che l’adrenalina è magia). In quegli anni mi piaceva partecipare a eventi pro-ETA. Una precisazione: questa categoria era molto ampia; va dai concerti di musica hardcore in euskera alle manifestazioni contro la guerra in Iraq nelle quali qualche esaltato urlava Viva ETA e scoppiava un casino. Ogni evento pubblico poteva diventare un atto di esaltazione del terrorismo, pertanto l’agenda, oltre che imprevedibile, era molto varia. Bilbao era la palestra low cost più grande al mondo; non aveva senso correre sul tapis roulant, iscriversi a una corsa, correre per correre, cioè, per svago. Continue Reading

Campo

buratti

«Darò ai vincitori la manna nel segreto e un nome nuovo». Finché non ebbe accolto il nome designato dall’alto per suo figlio Giovanni e non lo tracciò sulla tavoletta, Zaccaria non ritrovò la parola. È Dio il battezzatore, e come sapere in realtà se il nome di Giuseppe significa la sua giustizia o ne è significato, se Lazzaro – Eleazar, colui che Dio soccorre – non ricevette il suo affinché in lui fosse pubblicata tacitamente, fin dalla nascita, la gloria dell’Altissimo?
(C. Campo, Il flauto e il tappeto)

«Francesco, ti posso chiedere una cosa?»
Mi volto verso Mino, sdraiato sul letto in canottiera e pinocchietto grigio, i dorsi delle mani sugli occhi. «Dimmi».
«Dove stiamo come si chiama?»
«Intendi il nome dell’albergo?»
«No, dico, stiamo a Bettelemme?»
Mino ha settantasette anni, è il più anziano del gruppo, cammina col bastone, indossa gli occhiali da sole dal sorgere del sole fin oltre il tramonto e non puzza di vecchio, ciò che temevo quando ho scoperto che avrei diviso la stanza con lui per una settimana. Piuttosto odora dell’odore gradevole e standard del deodorante stick che si spalma su quasi tutta la parte superiore del corpo, lucidando il linoleum senape che è diventata la sua pelle.
«A Betlemme ci stavamo ieri, questa è Gerusalemme».
«Dici?»
«Siamo stati prima a Nazareth, ieri abbiamo visto Betlemme e adesso siamo qui a Gerusalemme». Faccio uno sforzo per non sembrare condiscendente né sul punto di chiamare un medico.
«Io, dovessi dire, avrei detto che stavamo a Bettelemme. Sono sicuro».
Torno a guardare fuori dalla finestra che si affaccia sul cortile dell’hotel nel quale una signora sta spiegando a qualcuno al telefono che non fa tanto caldo quanto si aspettava.
«Questa è Gerusalemme, sono sicuro», dico, e più per cambiare discorso che per correttezza, aggiungo: «Comunque, il nome non è Francesco».
«Scusa, eh, è che penso sempre che ti chiami Francesco. Non lo so perché».
Dividiamo il bagno da quattro giorni. Continue Reading