Poesia Veterofemminista

scritto da Stella Iasiello

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna,
ma dietro una grande donna c’è sempre un uomo con un grande…
Per dipingere una parete grande,
ci vuole un pennello grande o un grande pennello?
Cinghiale! Il maiale col pennello da bagnare!
Scusi, signorina: sa dirmi se è nato prima l’uomo o la gallina?
Se è nato prima il pene o la vagina?
Se è nato prima il fiore o l’ape…
Regina, reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello
anche solo con la punta dell’uccello?
Cinque passi da…
Cinghiale! Il maiale con le costole da staccare!
Una a me, una a te, una alla figlia del castello
marcondirondirondello che faceva all’amore
con la principessa col pisello.
Donne turudù in cerca di guai,
in cerca di un sempre, in cerca di un mai,
in cerca di una scarpetta,
in cerca di una casetta,
in cerca di una famiglia perfetta
e ninna oh, questo bimbo a chi lo do?
Lo darò all’uomo vero che mi fa un occhio nero,
anche se “non una di più” / “non una di meno”
dovrebbe far zero.
Ma pensa te che sfiga:
volevi darmi una botta di morte
e mi hai dato una botta di vita!
Per Francesca che non si trovava,
per Giulia che era brava,
per Silvia che ignorava che Luca si bucava,
per Anna che sapeva fare all’amore,
per Gianna Gianna Gianna che aveva un coccodrillo ed un dottore,
a Marinella volata su una Stella lassù
e che palle ci aveva fatto Lisa dagli occhi blù
così dopo signoria Lia e passerotto non andare via,
ecco questa mia dedicata a… Mammamamammmariaaaa!
Se non sei mamma non sei donna,
se non sei donna non sei mamma,
se sei uomo non sei donna…
se sei un uomo non ritorna…
devi andare alla gogna!
Generare dietro la collina, ci sta…
il Cinghiale! Il maiale con le gonadi per farmi impregnare!
Ma perché dovrei sollevare una bestia dal peso morale
di essere la copia genetica del suo genitale?
Io rinuncio.
A Satana. Rinuncio.
A tutte le sue opere. Rinuncio.
A tutte le sue seduzioni. Rinuncio.
E credo nell’IO onnipotente
di chi attraversa tutta la vita solo per dimostrare
che non importa di che genere sei fatto
perchè tanto finirai col degenerare.

Ascolta Poesia veterofemminista letto dall’autrice.

Tre macchie

scritto da Filippo Rosso

E mogge di maiæ no son né vidue né maiæ… Un matrimonio combinato che avrebbe voluto dire rimanere vedova qualche anno più tardi – lui era rimasto schiacciato da una trave di acciaio nei pressi dei Finger Lakes – lei non l’aveva mai accettato. Ultima volontà di suo padre, sul letto di morte. Aveva seguito controvoglia il fratello a Rochester, tenendosi stretta il suo cognome di ragazza, nel maggio del 1902.
Quando il telegramma li aveva avvisati dell’incidente all’acciaieria, lei era scoppiata a ridere e il fratello le aveva rifilato uno schiaffo che l’aveva fatta cadere per terra.
Mamma da morta ti maledirà, gli disse. Da quel momento non si parlarono più. Si trovò da sola, fuori di casa, a sedici anni.
Sempre a Rochester, si era ricongiunta con un cugino di Genova e aveva vissuto un anno facendo i lavori nelle case delle signore. Quello le aveva presentato un compare, uno spezzino, che la portava in giro nei bar; aveva addirittura una bicicletta rossa con cui veniva a prenderla.
Poi una volta, a settembre, fece l’errore di infilarsi con lui nel fienile del padrone di un campo di granturco, non accorgendosi che il fratello e altri uomini lavoravano proprio in quel campo. Il colono li vide e sbraitò come un matto, e tutti accorsero e i giochi furono fatti.
Non ebbero molta scelta, partire o farsi ammazzare. A San Francisco lo spezzino aveva due cugini che lavoravano al porto. Partirono. Lei dormiva con la testa sulle sue gambe, lui le teneva sempre la mano. Durante il viaggio parlarono molto. A lui era venuto in mente un proverbio che gli era sempre piaciuto: le mogli dei marinai non sono né vedove né maritate. E lei, anche non potendo intendere l’ironia di quelle parole, si fece bastare l’idea che potessero appartenerle.
La baia, il mare, la impressionarono. Chiese di essere portata sul grande ponte per ammirare il panorama. Sulle colline le piante si agitavano ad ondate furiose, non pioveva, ma il cielo nebbioso spruzzava una bava umida e frizzante.
Ma quelle non sono ginestre fiorite? gli chiese, ma lui non sapeva la risposta. Sono come quelle da noi in Liguria.
Ma come avevano fatto ad arrivare fino lì? Erano arrivate con le navi? C’erano sempre state? Il vento quel giorno trascinava via come la corrente del mare. I poliziotti li controllavano a vista. Lei spaventata si era aggrappata con lo sguardo alla linea del promontorio, verso un punto senza case. Un tipo da una casupola gli gridava contro agitando una bandiera, come back come back! Per poco una folata di vento non li buttò in mezzo alla carreggiata.
Aspetta, aveva detto. Mi devi dire che mi sposi, che diventi mio marito.

Anche alla sorella aveva detto che si era imbarcato per l’oro, e lei, quando si abbracciarono al porto, gli fece capire che non c’era più bisogno di mentirle. Sapeva che laggiù lo aveva attratto un desidero incommensurabile che con l’oro non aveva niente a che vedere. Di vero c’era solo che l’oro gli era sembrata l’unica opportunità che aveva. Ci rimuginava da parecchio tempo, almeno da quando nella baia di Valparaiso avevano iniziato a fare capolino trasbordatori e commercianti.
L’inverno del 1850 aveva lavorato su un brigantino come riparatore. Un mozzo che conosceva la rotta gli aveva detto che un gruppo di uomini sarebbe partito alla fine di aprile. Tutti diretti alle montagne della costa ovest, che lui non sapeva né dove fosse né come fosse fatta.
Miniere. Lavoro. Questo era riuscito a immaginarselo bene. Ammesso per la traversata, non senza le solite mortificazioni che nel tempo si era abituato a ricevere, seppe che la nave avrebbe fatto un solo attracco a Panama prima di raggiungere la California. Nell’infinità di tempo da perdere dopo il lavoro a bordo, davanti all’oceano intatto, si sentiva libero; ma era un tipo di libertà sofferta e popolata di fantasie. Le contenne per tutto il viaggio, assaporando il futuro, giocando a dadi, perdendo soldi. I suoi compagni di viaggio erano uomini semplici: senza nulla di cui vergognarsi, si identificavano nella povertà e nella ricerca di un lavoro. Con lui avevano in comune il fatto di volersi rifare una vita, e questo bastava per tenere a freno i loro eccessi goliardici.
La baia di San Francisco gli apparve gigantesca e grigia. Sul ponte ritrovò dei compagni che parlavano con alcuni uomini saliti a bordo. Quelli gli fecero segno di unirsi. Gli dissero che bisognava stare attenti agli ufficiali dell’immigrazione, ma che loro potevano coprirlo per pochi pesos fino a Coloma, seguendo la strada del fiume. Dal finestrino del carro vide i doganieri che intascavano i suoi soldi.
Vide i campi aperti e le montagne. Il paese era un incrocio polveroso da cui partivano file di locande. Prese stanza insieme a quattro uomini, compaesani di Santiago. Si lavò e indossò una camicia fresca. Gli sembrò di poter accarezzare il collo di un uomo, un uomo di cui si prendeva cura, una persona gentile.
Si sentì libero a passeggiare in quella nuova terra, vedendo le strade larghe e i lampioni a gas. Riconobbe ragazzi che dovevano essere cinesi. Si spinse fino alla chiesa in fondo a una discesa. Pensò, per la prima volta, che forse anche lì non avrebbe potuto incontrare qualcuno in grado di capirlo, e questo gli mise addosso un un grande senso di malinconia. Ripensò alla sorella, alla madre. Si accorse che stava parlando da solo e si vergognò.
Aveva iniziato a camminare per una stradina che si arrampicava verso la montagna quando intravide un santuario isolato. Scorse una madonna bambina, dagli occhi dipinti. Quel posto gli ricordò i pascoli sopra le gole di Valparaiso. Querce scure e gigantesche, piantate direttamente nella roccia; cielo e nuvole. Riconobbe i cardi. Sono in una casa simile alla mia, si disse.

Se c’è una cosa che pensa possa rendergli giustizia è potersi ammazzare. Tra le sue colline, per giunta. E quante volte è venuto a camminare tra questi cespugli, nel charrapal… questa parola che gli ha sempre ricordato di dovere essere sempre rispettoso di questa terra.
Soprattutto della gente che ha fatto questa terra, dei morti, pensa.
Pensa ai suoi genitori e traccia una linea. La attraversa. C’è una grande calma. I rosmarini sono cresciuti poco, molti boschi sono stati distrutti dal fuoco. Non ha piovuto. Ossa di animali negli spazi lasciati dalla vegetazione.
La terra rossa è coperta di spine. Un calvario, dice.
Ma a tratti, dentro, gli sembra ancora di sentire una forza. È qualcosa che ti riporta in vita, ma poi si esaurisce subito. Neppure un’illusione, ma un contentino, un briciolo di impossibile giovinezza.
Quando smette di immaginare, ragiona. Gli viene in mente un’immagine atroce: le chiavi lasciate inserite nel cruscotto della Ford.
Pensa alla sua macchina che rimane accesa, mentre lui è morto dietro la collina.
Maledizione! Forse dovrei tornare a spegnerla.
La pioggia ritornerà in questo punto, quando sarò seppellito, e lentamente dirà a questa pianta di rifiorire. Questo cespuglio qui. Di nuovo lo avvolge il senso sfumato di una gloria che si spande sopra tutte quelle piante, sopra le colline. Generazione estinte. Cimiteri di guerra. Che cosa ridicola, pensa. Tutti questi fiori non credono a niente. Una fioritura appresso all’altra, una nuova stagione. Non hanno morti a teatro né corridoi di ospedali.
La terra, pensa. La terra.
La pistola l’ha comprata da un rivenditore sulla Orange Grove. Camminando tra le teche di cristallo, si era di nuovo sorpreso a riflettere sugli ordini, le tassonomie, le necessità di catalogazione a cui anche la sua vita si era dovuta piegare. Così stupidamente era successo tutto, così velocemente.
Scriveranno: Sessantasei anni, ex capitano della Marina Militare, indossa al momento del suicidio jeans, una t-shirt giallo senape e scarpe da ginnastica bianche. Nessun segno di colluttazione. Un colpo alla tempia destra sparato a bruciapelo. Allegata pistola marca Glock, calibro 22.

Baci male, le diceva sempre. Devi farlo così. Però a lei con la lingua non le andava. Le gambe intorno alla vita sì, anche girandosi da dietro, sentendosi nuda, calda, mentre lui pesava e la baciava dappertutto. Lui spingeva la lingua dentro la sua bocca, non le piaceva quella cosa, voleva leccarle i denti da dentro. Mi devi sposare, gli aveva ripetuto, e lui si era alzato e si era rimesso le braghe. Poi era tornato indietro verso il porto dove lo aspettavano per imbarcarsi di nuovo. Erano le tre del mattino, l’aria era fredda e sapeva di fiori. C’era sempre tanta nebbia, era sempre umido. Lui ogni tanto le portava un mazzetto di erbe fiorite, come ai conigli; lei riconosceva tra quelle piante alcuni odori di quando era bambina.
Non aveva più avuto notizie di suo fratello da quando era andata via. Però gli aveva scritto, una volta. Si era sentita in colpa per le tante cose non dette. Lui non le aveva risposto.
Poi a Natale arrivarono finalmente due lettere, una da Genova e una da Rochester. La prima conteneva una foto della madre, seduta sulle scalinate sopra Sampierdarena. La seconda un foglio grande, pieno di macchie e di correzioni. L’aveva scritta il cugino. Gli avevano detto che il fratello aveva lasciato i campi ed era andato in California, e credeva che un giorno o l’altro sarebbe venuto a trovarla. Di più non diceva.
Allora lei rimase un po’ con la lettera in mano. Le crebbe un senso di preoccupazione. Scrisse al cugino che gli voleva bene; e che pure se quell’uomo non l’aveva ancora sposata era per lei tutta la sua vita, erano i suoi sogni, la sua anima.
In cuor suo implorò il fratello di non fare pazzie.
Si mise di nuovo ad aspettare.

Persi di vista i compaesani di Valparaiso, aveva iniziato a lavorare con i santiaguinos alla costruzione dei binari per il trasporto della ganga. Il suo caporale non era cileno. Era un argentino basso, scuro e con gli occhi azzurri. Dietro le spalle gli dicevano pellizco, cioccolatino. Visto che si faceva la fame, ognuno aveva un nomignolo che ricordava qualcosa da mangiare. C’erano Choclo, mais; Rojoto, peperone; Albahaca, Chumbeque, Choriqueso. A lui lo chiamavano Humita – il desiderio di ogni minatore – e gli facevano il gesto della gonnellina.
Non ci faceva troppo caso. Era meglio essere presi in giro che essere odiati come Pellizco. Pellizco mandava gli uomini a spezzarsi la schiena, a morire. La sera al paese beveva insieme agli sbirri. Però lui non lo odiava. Non riusciva a odiare uno con quegli occhi. Avrebbe voluto stare con lui da solo, parlarci, accarezzargli i capelli, raccontargli di casa sua. Gli sarebbe piaciuto farsi toccare da lui.
Aveva visto l’oro nella pietra: gli sembrò di assistere a uno strano miracolo. Superò l’inverno e la primavera. Si metteva in marcia quando fuori era buio. Respirando per la salita, attraverso la condensa del fiato, vedeva di sfuggita le cime irraggiungibili delle montagne.
Un pomeriggio di giugno si fermarono delle carovane nella piazza del paese e all’inizio pensò che si trattasse di un gruppo di nuovi minatori. Poi si ricordò che era San Juan e imbandivano le strade per il giorno di festa. Questo pensiero lo riempì di entusiasmo. Si presentò presto al cantiere la mattina dopo, il piccone gli sembrò leggero. Tornato alla locanda sì lavò per bene, si mise l’acqua di colonia e un nastro azzurro intorno al collo. Le strade erano piene di uomini, irriconoscibili quanto si erano ripuliti. Gli sembrò che quel crocevia si fosse trasformato in una città.
Passò la notte aspettando sotto la tenda, bevendo e accettando per gioco che gli uomini lo invitassero ai balli. Pellizco non era venuto, lui aveva continuato ad aspettarlo. Alla fine si accorse di aver bevuto così tanta birra che non si teneva più in piedi. Si sentì male, barcollò oltre il prato che divideva il ranch dalla foresta e si infilò tra gli alberi. Mentre si sbottonava i calzoni si trovò di fronte due uomini che per un momento non riconobbe e che vedendolo lo presero per le braccia e lo tennero stretto. Gridò, ma non per la paura: gettato per terra, nella semioscurità, c’era il corpo di un uomo. Aveva la testa in una posizione innaturale, i capelli pieni di terra e di foglie. Riconobbe Pellizco dagli occhi.

Forse scriveranno: compagna della vittima morta di cancro, due ipoteche sulla casa, ritiratosi dal servizio nel 2015.
Oltre la linea della costa il mare sembra respirare. Ci sono stati sicuramente dei punti in cui la vita si sarebbe potuta incanalare in un altro corso, produrre altre manifestazioni. Vista da lì, la morte atroce di sua moglie non è rilevante, come non è rilevante che qualcuno sia proprietario di pezzi di casa che avevano costruito insieme. Così lontana è la memoria di quel giorno all’ospedale militare, mentre gli facevano vedere la lastra, i polmoni macchiati da quei buchi neri.
Due anni c’aveva messo a morire e lui era invecchiato di dieci. La malattia della moglie lo ha massacrato al punto che non fa più differenza: sarebbe morto consumato dalla vita anche se si fosse ammazzato.
In fondo al sentiero si sente di fronte a un nuovo bivio. Procedere o fermarsi? Non così presto… procedere. Prende a camminare tra i cespugli, verso la costa.
Azioni ridotte a due riflessi primari, camminare e respirare.
È questa l’ultima strada?
Si tocca il collo e la barba sfatta. Oddio. Cristo. Perdonami.

Sapeva che suo fratello era uomo di parola. Quando si presentò, il 3 gennaio, aveva il fucile a tracolla come i cacciatori. Lo aveva riconosciuto dai passi che pestavano le tavole gelide del patio. Da dietro la porta, gli implorò di andare via. Nel nome del diavolo, non l’avrebbe mai perdonato. Lui era rimasto in piedi, poi diede un calcio alla porta. La ragazza vide la tua testa armeggiare intorno alla finestra ed urlò ancora più forte.
Si spinse dentro della finestra.
Vi siete sistemati bene, disse puntandole contro il fucile. Vi siete proprio sistemati bene.
Lo spezzino tornò alla solita ora. Notò i vetri per terra ed entrò di corsa, ansimando, con un mazzetto di fiori secchi ancora tenuti nel pugno. Chiamò come sempre il suo nome, ma quel giorno non riuscì a finire di dirlo. La vide impietrita sulla sedia, con le mani che impedivano alla gola di urlare. Si sentì sprofondare una spalla con un suono pesante. Forse a quel punto aveva realizzato che stava per scivolare, un attimo prima che lei provò ad afferrarlo. La sua testa sfondò il piano di cristallo della vetrina. Lo sparo neppure lo sentì.

Avevano detto a bassa voce il suo nome, Humita. Gli promisero di cavargli gli occhi se avesse fiatato. Ma lui pensò che senza nessuno da guardare, senza uomini e bellezza, gli occhi non gli servivano più. Presero a sfilargli le cose che aveva addosso, anche l’orologio da taschino che gli aveva regalato la madre per farlo sentire più uomo. Sputò in faccia a quello che gli stava davanti. Gli rifilarono un pestone e lui si inginocchiò.
Immobile aspettò il secondo calcio e poi il terzo piombare su di lui come una grandinata. Sentì un colpo duro dietro le costole, poi tutto diventò buio.
Lo aveva svegliato il sapore del sangue, pieno dei vapori dell’alcool. Aveva rivisto Pellizco con la testa nel terriccio. Un gorgoglio gli fuoriuscì dai polmoni. Non muoveva più le gambe, non le sentiva più. Quanto sarebbe passato prima che qualcuno scendeva in quel bosco? Che cosa gli avevano fatto? Chiuse gli occhi, pensò che fosse meglio restare immobili e aspettare.
Lo avvolse un senso profondissimo di stanchezza. Muoveva la bocca, gli pareva che dovesse muovere la bocca per afferrare l’aria, per succhiarla.
Si risvegliò di nuovo con un pensiero nero, un sogno che lo aveva spaventato al punto che cercò di alzarsi. Chiamò aiuto nella lingua che gli aveva insegnato sua madre, urlò, ma la bocca non produceva più parole. Un dolore indescrivibile lo prendeva da dentro e lo squartava. Sorella, pensò, sorella. Non ce la faceva a girarsi.
Svenne.
Si risvegliò altre volte. Ogni volta vedeva il sole che faceva mostra di sé tra le fronde degli alberi. Fremiti e frasi sconnesse gli ballavano in testa, che giorno era, che ora era. Chiese misericordia a San Juan. Crollò.
Poi ci fu un momento in cui vide che le radici delle querce scomparivano dalla vista e allora capì che il bosco non era pericoloso e che anzi lo stava proteggendo. Cercò con la bocca lo stelo di una pianta e si rese conto che non era più in sé, che stava giocando, stava facendo una cosa che avrebbe fatto da bambino, mettersi in bocca le cose che gli erano più vicine.
Un uomo trovò i corpi il giorno dopo mentre andava a fare legna. In paese avrebbe raccontato che Pellizco aveva visto la morte in faccia, ma Humita no, aveva la sua solita espressione bonaria e lieve. Sembrava che fosse morto senza sofferenza, come se stesse pensando a qualcosa che lo rendesse felice.

Nessuno scriverà: ritrovati due proiettili a 450 piedi di distanza, sparati dalla stessa pistola.
Eppure tutto avviene in una grandissima quiete. Il mare e la terra sono la stessa sostanza. Quante volte aveva preso il mare mosso senza spaventarsi? Ma perché questi pensieri? Perché? Gli sarebbe stato tutto più semplice se non fosse stato costretto a pensare. C’era stato quel giorno in cui si era sentito a suo agio ad eseguire gli ordini che gli venivano dati. Se lo ricorda bene. Era stato un bel giorno, quello.
Capitano, sull’attenti per l’alzabandiera!
Gli uomini alzano le punte dei fucili al cielo.
È suo diritto poter disporre dell’ultima cerimonia.
Mette un proiettile nella pistola, carica.
Fuoco!
Il rimbombo del tuono copre per un momento tutto lo spazio. Una nuvola di anatre selvatiche si condensa sul crinale delle colline, così grande da oscurare il sole per un momento.
Accidenti! Dove diavolo si erano nascoste?
Senza fiato, con le mani che tremano per l’emozione, guarda tutte quelle pance piumate, i becchi che infilzano l’aria, quell’esercito di zampe. Poi infila il secondo proiettile e resta in silenzio.
Fuoco!
Era così tanto tempo che non si emozionava per qualcosa, che non sentiva le lacrime inumidirgli gli occhi. Maledizione, maledizione, pensa. Aveva diritto a un funerale miliare, ai tre spari di commiato.
Al diavolo! Sull’attenti! Ordini che gli erano sembrati dotati di senso. Il mare abbraccia tutte le terre. Coraggio.

Il lato sinistro del letto

scritto da Stella Iasiello

Il lato sinistro del letto
di quello non scritto, l’hai letto
sul lato scoperto che rende perfetto l’effimero effetto
di tutti i miei sogni in fondo al cassetto
che non ho.
Sospetto un rigetto, un rapido lampo felino di gatto distratto
che mentre attraversa la strada intuisce il botto
e non lo evita
convinto che la luce che gli si pari davanti lo merita
solo per il fatto di essere “illuminata”.
Medita. Edita. Eredita perdita etica ed estetica.
Poi lesto, l’evita.
Scansa una fine che non merita.
Cancella quello non scritto e non detto
per tornare a sognare quei sogni sul quel cassetto
che non ha.
Domani sarà un giorno perfetto per aprirlo di getto
o gettarlo in un cassonetto:
un rapido gesto felino di gatto distratto e gretto
che dorme sempre sul lato sbagliato del letto.

Ascolta Il lato sinistro del letto letto dall’autrice.

Il cono

scritto da Andrea Tagliaferri

La psicologa ha i capelli color cenere appallottolati in un crocchio stretto. Al collo una collana di fili d’ambra baltica e un completo di lino celeste smanicato avvolge la sua pelle grinzosa e piena di macchie color sughero. Anche le mani incrociate sul ginocchio accavallato sono disegnate da mega lentiggini con la forma di chicchi d’uva stirati a terra. La sua voce è grave con striature acide che si addensano nella mia testa. Dice «c’è Aida,» prima con le mani mima la forma della sfera, poi distende il palmo della mancina e continua «prima c’è Aida, dopo la sua malattia, non il contrario. È così che dovete vivere la cosa.» Annuisco tipo palletico e penso che sì, ha ragione, non ci avevo pensato. Le sue parole mi confortano regalandomi una prospettiva nuova. «Dovete vivere giorno per giorno, pensare all’oggi.» Prosegue scavallando le gambe per puntare la destra sul tacco e roteare la pianta tenuta a martello. Mi sento avvampare e pestare il cuore sotto il mento mentre una mosca ronza larga e incoccia contro il vetro della finestra alle spalle della psicologa. Le sue parole stridono con le mie vecchie abitudini. Ero abituato a spingermi oltre, a considerare il presente un trampolino, non a razzolare. Vivere con lo sguardo solo sui miei passi mi mette ansia, però è un dato di fatto, è così che viviamo da un anno. Lei ha dato un nome al mio sentire, il fondo di un cono scivoloso. Il ventilatore coccola la frangia di Claudia che rimane immobile e dà segni di vita solo dal battito delle ciglia. Non si muove per provocazione, non ci voleva venire in questo sesto piano a sedersi su un divano di pelle d’elefante, davanti a una Pothos che accerchia una delle librerie e ricade giù fino a terra. Ripeto con le mani il gesto della sfera. Claudia rimane ferma immobile e senza battere ciglio. Ora la psicologa ci invita a ritagliare lembi di giornata solo per noi e a utilizzarli per condividere momenti semplici come stendere la lavatrice, pulire casa o fare colazione insieme: «cercate di ritrovare una armonia, nella quotidianità.» Poi il clic emesso dalla sua Parker argento premuta all’estremità segna la fine del nostro primo incontro. Stringo piano la sua mano mentre Claudia ha già un sandalo fuori dalla porta e con l’indice a mezz’aria indica il bottone dell’ascensore. Scivoliamo giù nelle interiora del palazzo e lo specchio bordato oro riflette i nostri visi che sono invecchiati durante quest’anno da guerrieri, e biancastri per la luce al neon. «Quante cazzate, un’ora buttata via. Abbiamo reso felice quella scassa minchia della tua mammina e ora non dovete più venire a rompermi i coglioni» mi fa Claudia inviperita. Non mi viene nulla da dire perché non mi viene nulla dire, però penso al gesto della sfera, e che no, non è stata un’ora buttata via. «Bravo, non dire nulla, ché non c’è niente da dire» borbotta e soffia aria che le gonfia la frangia. Usciamo silenziosi dal palazzo fresco e ci immergiamo in un’aria densa e appiccicosa come un catino di miele. Claudia struscia i piedi nel piazzale polveroso senza neanche un albero, mentre io mi tiro pizzicotti alla maglietta per staccarla dalla pelle. Partiamo senza accendere l’aria condizionata perché irrita le sue mucose e inizia a starnutire. Le ho detto più di una volta che senza aria condizionata è uno strazio. Ma mi risponde che il caldo e il freddo sono uno stato mentale. Quando dice certe cose non la capisco. Mentre un tale con un cane sciolto ci passa davanti sulle strisce, le dico: «diamo retta alla psicologa, fidiamoci di lei, proviamo, per Aida.» Ho un leggero tremore alle mani, inghiotto la responsabilità della scelta, nascondo l’ansia alzando il volume su una canzone dei Manitoba e canto si ritorna a casa, si ritorna sempre.
«Va bene… se pensi possa essere utile, ci provo.»
«Ora metto la freccia e svolto. Ecco, ho svoltato, ora parcheggio.»
«Ok, Parcheggia, saliamo.» Ripete Claudia con lo sguardo di chi ha capito che il mio cuore è di nuovo sotto al mento. Aida in sala racconta la sua giornata con parole inventate. Mi fa sorridere, la sfera. Se sto con lei sto bene. La bacio e lei mi abbraccia e liscia la mia schiena con le sue mani paffute. – jiah, babba – dice scuotendo la testa ricciolosa. Ceniamo con una pizza surgelata, versiamo le gocce di collirio negli occhi di Aida e ci laviamo. Andiamo a letto e metto la sveglia mezz’ora prima del solito. Leggo due pagine, mi prende l’abbiocco, mi addormento e dopo pochi minuti mi sveglio con l’affanno ed è come se il sangue mi ribollisse, e grattarmi non serve a nulla, è dentro che mi brucia, sono le vene a pizzicarmi. Sono in fondo al cono. Mi capita così, e quando è notte è peggio. Cammino scalzo per casa e il prurito si allevia di qualche grado. Bevo un bicchiere d’acqua di quelli alti dell’Ikea, annuso il basilico sul davanzale alla finestra della cucina, guardo il buio della campagna e immagino i confini delle colline mentre il mio alito caldo appanna il bicchiere. Torno a letto. Penso a cose a cui non vorrei pensare e poi realizzo che è il cervello a non staccarsi, i miei arti sono flosci come gli aghetti delle Converse riposte nell’armadio, ma il cervello non la smette di incrociare immagini, parole, dubbi. Mi alzo di nuovo e cedo al solito piacere di un bicchiere di rum alto quattro dita. Scorre giù a scorrere, spengere e dissetare le mie ansie. Ancora due dita con la boccia presa dal fondo e mi rilasso, le sinapsi perdono la loro elettricità prima a intermittenza e poi del tutto. Riemergo dal fondo del cono, galleggio.
I nostri comodini tremano e dai cellulari salgono due gorgheggi che si uniscono in un unico suono. Mi sono addormentato come un narcolettico, senza sogni.
«Buongiorno» dico masticando un bisbiglio. Il tallone del piede destro giù a terra struscia lento sulla fuga ruvida che separa le piastrelle in cotto. «Giorno» dice Claudia ancora a occhi chiusi e con i capelli spiaccicati sulla fronte, le labbra carnose semiaperte. La sua gamba è piegata sopra il lenzuolo e sul collo del piede osservo il tatuaggio scolorito. Dice che non ha mai tempo per farselo ribattere. La tenda bianca filtra una luce abbagliante, sento nell’altra stanza i respiri lunghi di Aida. Andiamo in cucina, Claudia frega la nocca del medio lungo tutto il corridoio e mi cammina davanti.
«Preparo il caffè» le dico durante uno sbadiglio, lei guarda fuori dalla finestra e si gratta i capelli. Ha addosso una Fruit bianca e le mutande nere a cui fa scoccare l’elastico perché sono state risucchiate dalle natiche.
«Ho preparato il caffè.» Prende dal frigo una pesca, la passa sotto l’acqua, l’avvicina al naso a occhi chiusi. Poi mi guarda coi sui occhi verdi come lo Svelto per lavare i piatti, e affonda i denti nella pesca succosa. Risucchia e porta la mano libera sotto la pesca che gocciola. Il sole lancia spruzzi di luce sul tavolo in legno sul quale la moka fuma.
Beve il caffè con due cucchiai di zucchero di canna mentre mette a scaldare il latte per Aida. Lo versa nel biberon, ci spezza dentro tre Plasmon, lo chiude e lo sciaborda all’altezza del lavandino. Lascia andare la tettarella e uno spruzzo ad arco si mescola a quelli di sole. Poi mi verso altro caffè mentre i suoi capelli scompigliati sono inghiottiti dalla camera di Aida.

Due novembre

scritto da Natalia Guerrieri

La fila di zucche appoggiate sul muretto tra le due fattorie sprofondava sotto la pioggia leggera ma continua che assillava la Bassa dalla sera prima.
Sembravano facce di spiriti dispettosi, determinati a sghignazzare fino all’ultimo istante prima di sciogliersi, nonostante l’assillo dei moscerini e delle muffe e l’acqua che imputridiva le morbide bucce arancioni. Di una di esse non rimaneva che il coperchio, come se il resto si fosse dissolto nell’impatto con le pietre e la calce sottostante a seguito di un incidente.
La scena di un crimine, pensò Chiara per un istante, rigirandosi quel trito e televisivo accostamento di parole in bocca. Non riuscì però a sorridere, nemmeno per un momento. In quelle fattorie abitavano bambini.

Gli stivali di plastica neri affondarono in una pozzanghera gigante, Chiara sentiva il freddo penetrare attraverso le calze. Il marciapiede non c’era, il bordo della strada era costellato di buche e lunghe crepe si diramavano lungo l’asfalto colmandolo d’acqua.
Avrebbe dovuto fare almeno un paio di chilometri per raggiungere il centro del paese, mentre ora si trovava ancora in campagna. La piatta, sconfinata, pianura l’angosciava e la rassicurava al contempo. L’aria era greve, le nuvole dense e incollate fra loro. C’erano le fattorie, i porcili, le case sparse circondate da recinti, arbusti, granai, e poi c’erano il cielo e la terra, o la terra e il cielo, che erano entrambi piatti, senza dimensione, incollati in maniera oscena l’uno all’altra, quasi a voler vietare ogni movimento e autonomia degli esseri viventi in quel luogo. Ogni passo era un affronto alla gravità, alla pioggia, al freddo, una sfida che pareva insensata ma necessaria. Anche il solo andare da un punto all’altro privava il corpo di forze e calore, ma era l’unico modo di esprimere la presenza di una volontà in quel luogo che ostentava indifferenza verso l’umano.

Il bambino era stato ritrovato morto la mattina stessa. O meglio, varie parti del corpo del bambino erano state ritrovate quella mattina, nel giardino della casa arancione, vicino all’argine, ancora disabitata dopo il terremoto. Porte e finestre erano sigillate, le pareti esterne ricevevano il sostegno di assi di legno puntellate come lunghe zanne su due lati. L’intonaco era pieno di crepe e in vari punti scopriva i mattoni intaccati dalle muffe.

Chiara si era trovata lì, per caso. Aveva portato fuori il cane, come faceva sempre, ogni volta che tornava dalla città. Rosa, sua nonna, aveva novantadue anni ed era cieca da un occhio ma non aveva mai voluto lasciare quel posto, nonostante i pareri dei parenti. Chiara la capiva e le aveva dato ragione durante l’ultimo, definitivo, litigio con le figlie e i cognati. Si era messa di traverso, come la nonna, sostenendola, cocciute tutte e due, tutte e due con un brutto carattere. Si era presa delle responsabilità, quel giorno, ignorando lo sguardo accusatorio di sua madre e l’insofferenza della zia. Lei, Chiara avrebbe controllato i viveri, il sistema di riscaldamento, lo stato della casa per tutto l’inverno. Due volte a settimana. Il mercoledì andava e tornava in serata, dopo il lavoro. Mentre il sabato e la domenica si trasferiva da Rosa, nella vecchia casa a due piani su via Matteotti, che la nonna non aveva mai voluto vendere. Non dopo la morte di suo marito, molti anni prima, non dopo che le sue figlie si erano trasferite in città, non con l’avanzare della vecchiaia e nemmeno, infine, qualche anno prima, con l’avvento disastroso del terremoto, che aveva fatto crollare la cantina.
Il cane, incrocio tra un maremmano e un lupo, era silenzioso e anziano, senza un nome. Rosa, come aveva sempre fatto, lo teneva fuori, alla catena, d’estate e d’inverno, di notte e di giorno. Chiara aveva il compito di portare fuori il cane, di fargli sgranchire le vecchie zampe tra le pozzanghere dei campi e il fango dell’argine.
Quella mattina, sabato due novembre, non erano nemmeno le sette quando il cane aveva iniziato a guaire e abbaiare con un’insolita insistenza. Chiara era scesa dal letto, appoggiando le piante dei piedi sulle mattonelle ghiacciate e dalla finestra aveva visto il cane dimenarsi tirando la catena. Aveva mandato giù un goccio di caffè riscaldato, si era chiusa attorno al collo il giaccone imbottito e la sciarpa di lana ed era uscita con l’intento di slegarlo e farlo calmare.
Il cane si era messo a ringhiare e quando gli si era avvicinata per liberarlo le aveva morso una mano.
Era rimasta sbalordita, guardando il segno del morso arrossarsi e poi riempirsi di sangue. Non era mai successo prima. Il cane era scappato verso il campo ed era tornato poco dopo ansimante, più calmo ma vigile. Chiara gli aveva legato il guinzaglio al collare e si era lasciata condurre da lui lungo la solita passeggiata, verso il fiume.
In prossimità della casa arancione, vicino al pioppeto, il cane aveva ricominciato ad abbaiare e a ringhiare e Chiara aveva mollato il guinzaglio, lasciandolo correre avanti.

Si era perso tra i cespugli e il verde che cresceva rigoglioso, senza più preoccuparsi di tornare indietro. Chiara lo aveva seguito, ferendosi le gambe con i rovi, nonostante i jeans ruvidi e pesanti. L’edificio si scopriva man a mano davanti ai suoi occhi. Le finestre sembravano palpebre cucite con il fil di ferro e l’intonaco una pelle butterata. Nell’insieme la casa sembrava sorridere.
Chiara aveva fatto ancora qualche passo, tra gli alberi, poi lo aveva trovato. Per terra c’era il bambino. La mano, bianca, tra le foglie, il braccio, il busto. Poi la vista le si era confusa, le parti del corpo erano frazionate come anche la sua capacità di vedere, niente seguiva un ordine, una logica.
Aveva urlato o forse era rimasta in silenzio. Nella sua mente erano presenti entrambe le possibilità. Il cane premeva il naso contro qualcosa, smuoveva le foglie, si avvicinava troppo. Chiara aveva afferrato il guinzaglio e lo aveva tirato indietro, con tutta la forza che aveva, nella schiena, nelle braccia, ti prego vieni via.
La casa nel frattempo stava a guardare.
Chiara aveva preso il cellulare dalla tasca del giaccone e aveva composto il numero della polizia, poi aveva fatto di tutto per riportare il cane sulla strada di terra battuta, una ventina di metri più in là.
Quando finalmente erano arrivate le volanti, aveva visto il blu elettrico attraversare il grigio della pianura. Le automobili si avvicinavano con le sirene accese, risvegliando dal torpore i campi, i pioppi, i fili d’erba appesantiti dalle gocce di pioggia.

Le avevano detto di stare indietro, poi le avevano fatto delle domande, mentre il cane abbaiava insistente, coprendo le sue parole.

Adesso era quasi ora di pranzo, mentre gli stivali neri di plastica affondavano di proposito nelle pozzanghere, affiancate dalle zampe fradice del cane.
Chiara pensò a Rosa, sicuramente si era svegliata ed era andata a prendere la legna in cantina, per la stufa. Forse si era messa a raccogliere i cachi dall’albero in fondo al campo. Chiara si chiese se Rosa sapeva, se aveva visto, alla televisione, o se un vicino di casa le aveva già fatto il servizio di avvisarla, con la scusa di portare un pezzo di manzo per il brodo, o un po’ di gallina.
Avrebbe dovuto tornare a casa, parlarle, dirle di stare tranquilla. Ma non ce la faceva. Guardò i campi, il cielo, la terra brulla e scura, dove solo pochi mesi prima crescevano, alte come giganti, le piante di mais. Il cane era stanco e affamato. Non abbaiava più. Avrebbe dovuto trovargli qualcosa da mangiare, sempre che non ci avesse pensato da solo, nel fogliame davanti alla casa. In quel caso lo avrebbe lasciato digiunare, per punizione. Lo guardò. Aveva il muso sporco di terra, i due piccoli occhi vispi come bottoni lucidi fra il pelo arruffato. Le fece tenerezza, gli accarezzò la testa. Certo che gli avrebbe dato da mangiare. In paese avrebbero sicuramente trovato qualcosa.

Continuarono a camminare, sotto la pioggia, fra le pozzanghere, sull’asfalto dissestato ma tuttavia più insidioso per le automobili inesperte di quelle zone che per loro. Le case sparse, da entrambi i lati della via, erano schiacciate sulla linea dei campi. Ogni tanto una finestrella illuminata, un trattore che si muoveva lentamente, l’abbaiare di un cane.

Chiara vide il paese, dietro l’ultima casa. All’ingresso, sospese sulla via principale, erano state accese le luminarie di Natale, rosse, gialle, verdi, a intermittenza. Si fermò, lasciando che il cane annusasse il bordo della strada. Era ancora il giorno dei Morti, e la voglia di entrare in paese le era passata.
Cambiò direzione, voltando le spalle alla strada addobbata a festa.
Rosa sicuramente si stava chiedendo perché ci mettessero tanto a tornare.

Omne animal post coitum triste est

scritto da Paolo Agrati

Ho lasciato il mio seme in un sacchetto di gomma
nella pattumiera di un albergo. Ho fatto un bel nodo
stretto e l’ho gettato assieme ai fazzoletti sporchi
agli involucri dei saponi, le boccette vuote di doccia schiuma
i mozziconi di sigarette nella cenere, le cartacce con gli appunti
e tutti i miei rifiuti in genere.
Mi hai detto che ti ricordi di me ogni volta che passi
da un cassonetto perché il nostro primo bacio fu proprio
lì davanti. Ci tenevamo stretti come gli amanti nei film
muti e abbiamo lasciato che le lingue parlassero frugandoci a fondo.

Non siamo noi, è l’amore stesso che ha bisogno
che qualcuno gli permetta d’esistere, che lo metta al mondo.

Ascolta Omne animal post coitum triste est letto dall’autore

23-17

scritto da Francesca Astarita

Qualcuno che si trovi a guidare davanti a quella fermata del bus non farebbe caso a loro. Un passeggero, in quella stessa automobile, registrerebbe solo distrattamente la loro presenza. Probabilmente l’unico modo per vederli sul serio sarebbe attraversare la strada e guardare dritto nella loro direzione, e anche in quel caso ci vorrebbe attenzione. Continua a leggere

Messaggio di un morto ancora vivo

scritto da Paolo Agrati

Cosa farò senza di te?
Quando sarò morto
quando sarò solo,
morto e senza corpo
in uno spazio sconosciuto?
Potrei venirti in aiuto
con qualche numero fortunato
seguire la tua guida incerta
per proteggere l’auto
dai pericoli della tangenziale.
Potrei apparirti nel sonno
e chiederti perdono
per il mio debole corpo
scusarmi d’averti lasciata
sola a risolvere le beghe
con la casa da spazzare dalla polvere
il vicino rimbambito, il mutuo
l’armadio da svuotare
dai vestiti che un parente
con la mia stessa taglia
un giorno o l’altro
indosserà controvoglia.

Chi mi ricorderà la sera
che devo lavare i denti
portare in cortile la spazzatura
che sono anch’io un essere speciale?
Con chi parlerò della Luna e del futuro
a chi poggerò la testa sulla spalle
sgranocchiando popcorn
davanti a un film di Woody Allen?

In un sogno di una notte d’estate
fingendo di non essermene andato
vestito da prete, da arlecchino
da pirata, da cretino, da soldato
rivolgerti ancora la parola
per ricordarti quanto siamo stati felici.
Diventare terra e sostenerti
mentre passeggi o pedali in bici.
Carezzarti come brezza
in una pausa dai giorni bui
mentre torni a casa o te ne vai
per i fatti tuoi.

Invece di annoiarmi
della mia nuova forma
delle banali soluzioni
d’esistenza e redenzione
offerte dalle fedi conosciute
sarebbe bello ritornare
di tanto in tanto
a farti compagnia
quando scegli le verdure
il formato della pasta
il colore della stoffa di un vestito.
Quando resisti alle storture
della misera esistenza
affondando in qualche libro
il tuo naso fuori moda.

Lo so, anziché lasciare la tua mano
avrei dovuto confessarti un segreto
portarti ancora in viaggio, lontano
aggrapparmi alla mia pelle
per sfuggire all’unico destino
che l’amore non è capace di cambiare.

Ascolta Messaggio di un morto ancora vivo letto dall’autore

Il salto

scritto da Vincenzo Liguori

Tutto si poteva dire di Bernard tranne che avesse un corpo atletico e abituato agli sforzi dello sport. La sua muscolatura era il calcolato risultato della sedentarietà, di anni trascorsi alla ricerca di poltrone accoglienti, di giacigli comodi e appartati. Bernard era alto, con pochi capelli e occhiali da miope che non toglieva nemmeno per dormire, giacché dormire, per Bernard, era un modo come un altro per distendere la sua sottile e liscia muscolatura da rettile. Tuttavia Bernard anelava di saltare, desiderava, cioè, compiere balzi improvvisi, movimenti repentini in quel modo non comune, diceva, di spostarsi da un posto all’altro staccando completamente i piedi dal suolo. Eppure Bernard non lo aveva mai fatto, non aveva mai spiccato un salto deciso e imponente. Egli, come la maggior parte degli uomini, aveva elaborato soltanto una comune camminata da passeggio o, al massimo, aveva compiuto passi lunghi per superare pozzanghere, per evitare scalini imperfetti, per scendere dal bordo alto dei marciapiedi, azioni, insomma, che rientrano nei naturali e umani processi di adattamento all’ambiente e che persino un bambino deve imparare il più presto possibile per farsi strada nel mondo. Continua a leggere

Periodo di prova

scritto da Valentina Di Cataldo

Capiamoci subito, io questo posto me lo aspettavo diverso.
Credevo di trovare la luce sparata, il riscaldamento a palla e gli stessi colori primari della comunità dove ho lavorato l’anno scorso: pareti giallo-accoglienza coi Looney Toones dipinti, finestre rosso-energia bloccate con la sicura, pavimenti di linoleum azzurro-prospettiva.
Di certo non immaginavo questa penombra di piastrelle verde-disagio incrostate su tutti i muri, e neppure gli spifferi dietro i vetri o le porte antipanico senza maniglie. Il soffitto è troppo alto, restringe i pavimenti e allunga il corridoio con la sua sfilza di stanze su cui per ora non ho il coraggio di affacciarmi. Questo posto cade a pezzi: saranno anni che non viene pulito come si deve. Continua a leggere