I doni dei Terrestri

by Frederic Brown

Un nuovo racconto di fantascienza selezionato dal grande Cylon Prof, aka Massimo De Santo.

Frederic Brown è stato un maestro del racconto “corto e potente come un colpo di Karate”, per dirla alla De Crescenzo. Tra l’altro, ha scritto la «Prolegomeni ad ogni futuro racconto che voglia dirsi di fantascienza», il glorioso Assurdo Universo (e se non l’avete letto, correte a procurarvene una copia!).
In questo «I doni dei Terrestri», ci mostra ancora una volta che la Legge di Murphy è una delle costanti dell’Universo…


Dhar Ry se ne stava seduto da solo nella sua stanza, meditando. Avvertì un’onda di pensiero provenire dall’esterno, l’equivalente di una bussata, e gettando un’occhiata alla porta, volle che si aprisse.

La porta si aprì. «Entra, amico mio» disse. Avrebbe potuto comunicare l’idea telepaticamente, ma con due sole persone presenti, parlare era più cortese.

Ejon Khee entrò. «Stanotte sei ancora sveglio così tardi, mia guida» disse.

«Sì, Khee. Il razzo dei terrestri dovrebbe atterrare tra un’ora, e voglio vederlo. Sì, so che atterrerà a mille miglia da qui, se i loro calcoli sono corretti. Oltre l’orizzonte. Anche se dovesse atterrare lontano due volte la distanza stimata, il lampo dell’esplosione atomica dovrebbe comunque essere visibile. E ho aspettato a lungo il primo contatto. Perché, anche se non ci sarà nessun terrestre a bordo, si tratta comunque del primo contatto – per loro. Certo, sono secoli ormai che la nostra squadra telepatica legge le loro menti, ma questo sarà il primo contatto fisico tra Marte e la Terra.» Read More

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Canzone in chiave minore

by Catherine Lucille Moore

Massimo De Santo, noto ai più come Cylon Prof, ha scelto questo racconto per noi, e ce lo presenta così:

C.L. Moore è una delle grandissime scrittrici che la fantascienza ci ha donato. Il personaggio di Northwest Smith è il prototipo dell’avventuriero spaziale alla Ian Solo che la Moore ha creato alcuni decenni prima della saga più famosa della SciFi.
In questa piccola gemma, pagina dopo pagina respiriamo l’atmosfera magica degli anni d’oro, quando tutto era possibile e meno cupo di oggi. Nello stesso tempo, la riflessione della Moore sul senso di un destino immutabile, lascia quel po’ di amaro in bocca tipico della fantascienza disincantata dei giorni nostri.


Sotto di lui, il pendio coperto di trifogli era tiepido per il sole. Northwest Smith spinse le spalle contro il terreno e chiuse gli occhi, respirò tanto a fondo che la fondina legata al petto si tese contro la cinghia mentre beveva l’odore di terra e trifoglio scaldati dal sole. Qui, nella conca tra le colline, all’ombra dei salici, sopra il cuscino di trifoglio e in grembo alla Terra, lasciò che l’aria gli uscisse in un lungo sospiro e passò un palmo attraverso l’erba in una carezza da innamorato. Read More

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Il prigioniero della torre

by Collettivo Nerdheim

Chiuse il libro di scatto. Tentò di lasciare un dito fra le pagine, tuttavia nella fretta non solo perse il segno, ma finì anche per tagliarsi con la carta. Come se non bastasse, non appena ebbe sollevato gli occhi, incrociò lo sguardo severo di tar Joliver.
«Che cosa ci fai qui, Percibalda?»
«Io stavo solo… avevo visto un… topo, dietro lo scaffale… temevo potesse rosicchiare i volumi, sì.»
«E questo topo lo cercavi in mezzo alle pagine di un libro proibito?» Il mastro bibliotecario indicò la copertina di un voluminoso tomo rilegato in pelle, sulla quale a caratteri d’argento era inciso il titolo Cronache degli Anni Oscuri, vol. XIV: la Guerra delle Ceneri.
«Ecco… io non sapevo». La fanciulla tremava come una foglia. La consapevolezza di essere agitata la faceva agitare ancora di più.
«Non sapevi cosa? Che su questo piano c’è scritto ‘libri proibiti’? Eppure mi pareva di averti insegnato a leggere. O forse vuoi dirmi che guardi solo le figure?» Read More

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La sigaretta

by Elena Gottardello

Io non scrivo due righe da un sacco di tempo. Mai stata brava. Io manco me li ricordo, dei pensieri miei buttati giù, scritti. Una lettera al moroso militare, mi sa, e neanche era una gran lettera.
Il fatto è che urino di continuo, ho vuoti di memoria, tosse insistente, un’anca di plastica, la pressione alta, e così a spanne mi manca poco per un ictus.
E devo mettere giù chiara una cosa, prima. Mi spiego. Ieri mattina è venuta mia nipote Olga, le toccava il turno di riposo dopo due notti in pattuglia. È poliziotta, mia nipote. Ed è venuta a trovare me.
Mi ha fissato delle forcine sui capelli, appena dietro alle orecchie, mi ha allacciato quell’affare lungo e stretto, di metallo, quella che fissi la fibbia perché non cada la gonna, come si chiama, che non mi viene, vabbè.
Mi ha infilato il paltò, ho bisogno di aiuto per via della spalla, e mi ha legato un foulard, sul tetto tira aria. Perché quando Olga viene a Villa Oleandra mi porta di nascosto sulla terrazza del tetto. Sa far le cose, Olga. Mi porta su con l’ascensore, e mi passa da fumare. Una sigaretta sola, mica di più, fumata lenta e controvento. Olga fuma tre volte, controvento anche lei. Poi scendiamo perché sappiamo i controlli. L’addetta al pranzo comincia a girare con la minestra, e l’infermiere del mio piano, un siciliano che di nome fa Salvatore o Vito chiede: «Manca la vecchia Giusì con sua nipote, ma dove minchia vanno, ogni volta?» Read More

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Il ritorno

by Simone Tempia

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Questa storia inizia con il rumore del metallo che sfrega contro il metallo. Un suono acuto come quello dello sportellino di una cassetta delle lettere che si apre e si chiude. Poi c’è un altro suono, più basso: è il tonfo grasso di un portone di legno spinto con troppa forza. Poi è il turno del battere ritmico e ovattato dei passi sulle scale, un brillare di chiavi che si scontrano l’una con l’altra e alla fine l’indefinibile miscela di vetro, ferro e legno della porta di casa. Un attimo di silenzio.
«È arrivata una lettera».
Michela spunta dalla cucina. Ha in mano un asciugapiatti a righe rosse e gialle. Si appoggia con la spalla sullo stipite della porta e chiede:
«Una cosa grave?»
Matteo non la sente. È seduto e strappa con delicatezza la busta verde, ne estrae i fogli, li guarda. Se qualcuno lo vedesse ora penserebbe che sia finito dentro la busta appena aperta e che il corpo sia solamente un grande cartello con scritto “torno subito”.
Passa qualche secondo. Poi Matteo alza gli occhi. Fissa Michela.
«Rimandano papà a casa».
A questo punto, però, è necessaria una piccola spiegazione.
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Carne

by David Betancourt

Voglio precisare che non sono pazzo, solo che mi piace la carne, mi piace molto, e ancora di più quando è calda e in movimento, viva, mi capisce signore? Davanti alla carne non riesco a controllarmi. Per questo quel giorno, il giorno del mio compleanno, quando andai a vedere la nuova casa di papà, la sua compagna e la sua nuova bambina, che è molto carina, successe ciò che successe. Ho trentaquattro anni compiuti, signore. Ma non sono pazzo, glielo dico un’altra volta, non sono pazzo, come lei può ben vedere. Però, questo sì, riconosco che sono un po’ strano, questo dice la gente, gli sconosciuti di sempre dicono che sono un po’ strano, ma niente di più. Se vuole, signore, può chiedere alle persone che mi conoscono per come sono e le diranno, ne sono sicuro, che non sono pazzo né malato, solo che sono “diverso”. Le diranno che non capisco molte cose e che per questo non sono mai andato a scuola. Le diranno che non esco mai di casa. La gente le dirà quanto mi vuole bene, quanto sono dolce. Se vuole, chieda come sono ai ragazzi del camion della spazzatura che tutti i giorni vanno al negozio di papà e le diranno che sono buono, che mi vogliono bene, e che li faccio tanto ridere… Per questo, signore, non capisco perché mi volete rinchiudere. Read More

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The Treehouse Song

by Sandra Allen

L’occhio, l’organo responsabile per la maggior parte della percezione del mondo di un individuo vedente, è un sacchetto di gelatina. Dappertutto in quel sacchetto si ramificano le vene più minuscole e delicate. Se un oggetto scagliato contro un bulbo oculare dovesse colpirlo con tempismo perfetto, se il proprietario dell’occhio non dovesse ricevere l’impulso di trasalire e se quell’oggetto lo centrasse in pieno, la cornea si genufletterebbe all’indietro come un ombrello colto da una raffica di vento, e, ora concava, batterà sul cristallino. Quel colpo lascerà una specie di livido, che annebbierà la vista temporaneamente. Mentre ciò accade, l’iride, la parte colorata dell’occhio, un muscolo che si contrae e rilassa mentre ci si sposta tra luci forti e scarse, si danneggia, trasformando la pupilla in uno largo buco nero.
Il vero problema nel caso di una lesione tale non è tanto la cornea o il cristallino o l’iride, è se una di quelle venuzze scoppia e inizia a spruzzare sangue in quello che era stato uno spazio equilibrato. Se la perdita di sangue non si ferma, se la pressione all’interno dell’occhio si alza oltre un certo punto, tutto l’affare può esplodere – umore acquoso che ti cola giù per la faccia, presumo. Read More

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Acquavite

by Andrew Pryor

Sono le finali dei Mondiali di Sauna, e ci sono 130 gradi centigradi.

Sono rimaste quattro persone: io, mio fratello, un bielorusso pelato sulla quarantina, e un ucraino biondo e palestrato che non smette di muoversi, si sposta avanti e indietro come se fosse in bilico su un cornicione. Ogni trenta secondi, l’acqua cade sulle pietre fumanti nell’angolo inviando un’onda dolorosa nella nostra direzione.

Chiudo di nuovo gli occhi. Sto galleggiando nella fresca acqua estiva del Golfo, il sale scricchiola nelle mie orecchie. Le punte delle mie orecchie ribollono. Respiro coltellate attraverso le mie labbra schiuse. Una voce galleggia nell’acqua e mi entra nelle orecchie come il sussurro di un’amante: conta fino a dieci. Conta fino a dieci.

Yksi, kaksi, kolme, neljä…

Apro gli occhi, alzo il pollice per mostrarlo all’uomo all’esterno. Mio fratello fa lo stesso. Il bielorusso solleva un braccio brasato e mostra il suo pollice. L’ucraino si strofina la faccia. Read More

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Io e lui

by Lucia Brandoli Bousquet

Sono in piedi, vestita, di fronte a uno specchio. Ho la cerniera abbassata e lo guardo fisso. Lui è uscito senza attirare l’attenzione. Non so perché, ma prima non ci avevo mai fatto caso. Mi sono accorta di quanto sia interessata a lui solo ieri. L’avevo trascurato sistematicamente, come qualcosa che non ci sia, o ancora peggio, che non ti appartenga. E lui è sempre stato lì, la cosa più normale e dimenticata del mondo.
Ho salito le scale fino a questa stanza trascinando un piede dopo l’altro, come se improvvisamente l’aria fosse diventata troppo densa, o le mie articolazioni troppo rigide, eppure avevo fretta. Oggi è stata una giornata strana. Sono stata dal dottore e sono cambiate molte cose. La signora Claudia ha un nuovo cane. Prima c’era un barboncino nero, e ora ho visto correre per il cortile un volpino bianco. L’inquilino del terzo blocco, poi, ha subaffittato a una famiglia di testimoni di Geova. Lo so perché hanno lasciato volantini ovunque. Insomma, una giornata orribile, più che strana. È pomeriggio inoltrato e sono in piedi, in una camera per gli ospiti del nostro appartamento. Ultimo piano, terrazze congiunte. Per ottenere questa reggia mia madre ha fatto il finimondo, ma ora possiamo vantarci di un’enfilade di stanze, ognuna con letto matrimoniale e bagno privato, due porte e lo specchio. Peccato non ci siano così tante occasioni di avere così tanti ospiti. Nessuno però ci fa caso. Allora io mi ci vengo a nascondere. Posso starci anche per delle ore, tanto nessuno mi trova – e se sento qualcuno avvicinarsi, posso sempre scalare di una. Read More

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A che scopo?

by Karen E. Bender

Questo è quello che facevano: mostravano i loro documenti di identità e carte d’imbarco; rispondevano alle domande sulle loro destinazioni; si toglievano le scarpe; mettevano i loro effetti personali nei contenitori di plastica; rinunciavano ai liquidi sopra i 100 ml (o non lo facevano e venivano mandati a rispondere ad altre domande); riprendevano i loro effetti personali; attraversavano lo scanner; alzavano le braccia; stavano in piedi, congelati, come ballerini o criminali, mentre lo scanner li fotografava; superavano lo scanner. La luce, nella zona comune, era un blu acceso. Faceva sembrare tutti dei santi, o dei malati. Di solito ero la prima che incontravano. Ero su una postazione e facevo domande. Ero stata addestrata all’indagine comportamentale. Osservavo il rapido tic di un sopracciglio, la tensione di un labbro. Osservavo quanto a lungo si sfregavano le mani sui volti. Brevemente e con uno scopo, o più a lungo, per nessuna ragione. Mi dicevano dove andavano. A che scopo? Chiedevo. C’era sempre la speranza di scoprire qualcuno, il bugiardo, il criminale. C’era la speranza di trovare qualcuno che fosse pericoloso. Read More

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