Pablito e Vladimir Il’ič Ul’janov

scritto da Francesco Follieri


Si era nel bosco vicino casa, poca strada in macchina e poi una camminata tra gli alberi, lunga quanto si vuole. È impossibile perdersi ed è comodo arrivare, un posto ideale per le gite della domenica, per andarci con i bambini, grandi e piccoli. Dovrebbe essere sempre pieno di gente, ma per qualche motivo non c’è mai nessuno.
Di alberi non capisco nulla, sono cresciuto in un condominio, circondato da palazzi. Ogni volta mi ripropongo di studiarli, almeno quelli che vediamo sempre, quelli della nostra zona, per poterli descrivere a Pablito quando crescerà, ma non lo faccio mai. Ora è piccolo e a tutti e due gli alberi ci basta guardarli, ci passiamo vicino, sentiamo gli odori di resine quando è il momento e facciamo rumore con i piedi camminando.
A volte andiamo nel bosco anche con Carmen, ma più spesso siamo da soli. A lei non piace camminare, s’annoia, ci costringe sempre a tornare a casa prima del necessario. Pablito nel bosco non piange quasi mai, sta lì nel suo marsupio e si guarda intorno, si gode i colori o si addormenta quando gli occhi si sono stancati di vedere.
Qualche volta incrociamo degli uccelli ma non riconosco neppure quelli. Forse ci sono delle cose che dovrà imparare da solo.
Una volta però abbiamo visto un istrice e quello l’ho riconosciuto subito. Credo che anche Pablito sia riuscito a vederlo, ma non ne sono sicuro.
Camminavo piano, con Pablito sul davanti a girare la testa di qua e di là, l’ombra degli alberi ci faceva fresco.
Non saprei dire come è iniziata, ma ad un tratto, tra gli alberi, nell’ombra più fitta, c’era Lenin come fosse il Mago di Oz. L’enorme faccia di Lenin ci guardava adattandosi al ritmo del vento leggero che muoveva le foglie del bosco, ci guardava e insieme a noi il suo sguardo prendeva tutto il bosco e forse il mondo intero. Era lì, di fronte a noi, comparso come al cinema, come se d’improvviso un invisibile proiezionista avesse montato un’apparizione al posto del film previsto. Lenin ci guardava come fosse la Madonna, ho paura quasi a dirlo.
Non c’era da vedere una persona e neppure un fantasma: Lenin era tutt’uno con il bosco, prendeva origine dall’aria stessa, semplicemente era lì e guardava proprio noi.
Restammo immobili per un tempo che a ripensarci mi sembra interminabile, ma dev’essere durato non più di qualche secondo, poi Pablito sorrise e indicò col dito il faccione di Lenin, gesto che rientrava nelle sue ultime abitudini apprese e che però, di solito, era diretto verso lo zio Luis, dotato anch’egli di un faccione notevole, ancorché meno memorabile di quello di Lenin.
Dunque non ero il solo a vedere! Lenin prese a sorridere insieme a Pablito, poi, d’un tratto, i due si fecero più seri, Lenin continuando a esistere tra i rami e le foglie degli alberi e Pablito sgambettando nervoso nel suo marsupio. Non mi ero ancora reso conto dello sforzo che Pablito stava compiendo per vedere Lenin, il marsupio lo costringeva a tenere la testa piegata di lato da diversi minuti e non è facile per un bambino della sua età. Mi sedetti tra le foglie e lo feci uscire dal marsupio, così da poterlo tenere in braccio e permettergli di avere la mia stessa visuale.
Seduti, ora si guardava Lenin dal basso in alto. Pensai che non era mai un bene porsi in posizione di inferiorità durante una conversazione, ma del resto quello non era un interlocutore ma un’apparizione, un miracolo vero e proprio e la nostra interazione non poteva proprio definirsi come una conversazione, nessuno aveva aperto bocca. Lenin non approfittò di questo vantaggio di posizione, né del resto si era approfittato della sua stessa manifestazione miracolosa. Chi dice che non sia un uomo gentile, forse non l’ha conosciuto così come l’abbiamo conosciuto Pablito e io. La storia poi è piena di interpretazioni non suffragate da fatti consistenti e comprovati.
Il contatto tra Pablito e Lenin continuò per tutto il pomeriggio, cosa si siano comunicati resterà forse un mistero per sempre. Quando Pablito sarà in grado di parlare glielo chiederò, ma non ho molte speranze di ricevere una risposta, ha solo pochi mesi, non ricorderà nulla. Devo confessare di essermi sentito un po’ escluso, Lenin è apparso proprio per Pablito e non per me. Ma posso sempre dire di aver assistito a un miracolo comunista, non è cosa che capiti a tutti.
Al confronto con Lenin, Pablito sembrava molto più grande. Non essere in grado di parlare non l’ha affatto condizionato. Solo con pochi versi da bambino dev’essersi fatto comprendere benissimo, perché anche dalle espressioni del faccione di Lenin, corrucciato o allegro e un paio di volte sinceramente colpito dagli argomenti di Pablito, si capiva bene come il dialogo fosse del tutto alla pari. Pablito è un bambino molto persuasivo e carismatico.
Non era ancora il tramonto, l’aria cominciava a rinfrescare e Pablito aveva già bevuto, pur continuando a dialogare con Lenin, due interi biberon di latte. Fino a quel momento aveva avuto occhi e orecchie e attenzioni solo per Lenin. Cercavo di scoprire qualcosa, di ricavare qualche dettaglio dalle loro espressioni, ma il dialogo, in verità, mi era del tutto precluso. Cominciavo ad annoiarmi e giochicchiavo con dei piccoli rami caduti, ordinandoli per grandezza e poi tirandoli via, o cercando di comporre dei primitivi volti umani. Non che voglia sminuire la portata del miracolo, tutt’altro, ma è difficile mantenere la concentrazione per tutto quel tempo e con un miracolo muto.
Ero ormai, devo confessarlo, del tutto estraneo al miracolo e completamente distratto, quando, d’un tratto, Pablito cominciò a piangere piano per avere la mia attenzione. L’avevo poggiato per terra, al sicuro tra le mie gambe. Dopo un po’ ero stanco di tenerlo in braccio ed era diventato chiaro che la cosa sarebbe andata per le lunghe, Lenin è un grande oratore e Pablito si dimostrava un degno interlocutore. Lo tirai su, voltandolo verso di me, per capire di cosa avesse bisogno. Nei pochi secondi necessari a questa piccola azione, un’azione quotidiana che un padre compie centinaia di volte al giorno, Lenin era quasi scomparso. Ecco perché Pablito mi aveva cercato: il dialogo era terminato. Mi sarei perso del tutto la sparizione di Lenin se Pablito non si fosse voltato a salutarlo. Così entrambi abbiamo potuto vedere le foglie ridiventare solo foglie, i rami riacquistare la loro concretezza di cortecce piene di vita, l’aria tornare a essere vuota, aria di casa, buona per passeggiare ma inutile a un miracolo.
Aspettammo ancora qualche minuto, poi prendemmo la strada di casa.
Nel bosco non prendono i telefoni, è uno dei motivi per cui mi piace quel posto, nessuno può disturbarti con telefonate inopportune, neppure volendo. Appena in strada però, mi fermai al primo bar per prendere un goccetto e telefonare a Carmen. Ero euforico, e vorrei ben vedere. Carmen però, al mio racconto iperbolico, si limitò a dire che preferiva parlarne a voce. Ne fui deluso, ma in pochi minuti saremmo stati a casa e in effetti a voce avremmo parlato meglio. Forse quella telefonata non era nemmeno necessaria.
A casa fu chiara la sua reale posizione sull’accaduto: Pablito era troppo piccolo per diventare un eroe del comunismo e io ero un irresponsabile. Le chiesi cosa avrei dovuto fare, scappare forse di fronte a Lenin? E poi eravamo stati bene, nessuno ha mai voluto farci del male e Pablito è stato grandioso, le dissi, a parlare al faccione. Niente da fare. Rinunciammo ai giornali, alle televisioni e alla propaganda comunista. Non ho potuto nemmeno scriverlo su internet. Niente di niente.
Però Carmen e io sappiamo entrambi che Pablito ha una nuova espressione, che gli piega le minuscole sopracciglia e che gli ha già creato una minuscola ruga, proprio sopra gli occhi, al centro della fronte.
Pablito mangia con gusto e cresce forte e sano. Tra qualche giorno andremo di nuovo nel bosco vicino casa. Lenin, probabilmente, non ci sarà più, ma troveremo gli alberi, gli uccelli e se siamo fortunati anche un istrice o una volpe.

Consigli a me stessa quando piove

scritto da Alessandra Racca

Dormi in silenzio

Non fare rumore quando non ci sei
Coltivati
ma non covare pietre

i mattoni servono per costruire ponti
i giorni per tessere
il mattino per ricominciare
la carne è pesante per ancorare all’amore

Piangi, lasciati piovere, lasciati stare
Riposa, lasciati vegliare
Brinda, ci sono notti da ubriacare

Se le tue mani ti sembrano opache
dipingi le unghie di rosso

Ricorda che per sopravvivere bisogna disobbedire

Porta con te un ombrello a colori

se non puoi vincerla, sfoggia la malinconia.

(da Poesie antirughe, Neo edizioni, 2011)


ascolta Consigli a me stessa quando piove letta dall’autrice

Al livello del mare – Via dal baccano

scritto da Andrea Fabiani

Al livello del mare

Sarà perché son nato al livello del mare
che non mi sono mai sentito superiore agli altri
e che mi affligge da sempre
questa forma di asma esistenziale,
che per respirare bene
ho bisogno di sapere
di esser vicino a qualcosa d’immenso
che non saprei affrontare.

ascolta Al livello del mare


Via dal baccano

E poi vieni
giù in motorino
via dal baccano
della festa
del Gran Baccano
e sfrecciando in giù getti
la sigaretta che ti ha fumato
il vento nel bosco
e come
per ogni altra scelta
della tua vita ti chiedi
se ne verrà un incendio
o niente.

ascolta Via dal baccano

Correva l’anno

scritto da Giulia Cabrelle

«Mettiti a studiare!» Inevitabile, puntuale come un orologio arriva la solita lagna, anzi più che una lagna è un ringhio da tenente trentino in licenza, di solito seguito da uno scappellotto sulla nuca se non si ubbidisce subito. La figlia sventurata scatta mentalmente sull’attenti, mentre nella pratica si trascina con malagrazia fino al tavolino della camera che condivide con la sorella, già sui libri fin da subito dopo mangiato. Digerire con Cicerone, solo lei può. Continua a leggere

Mentre

scritto da Andrea Fabiani

Decine di aerei lasciano il suolo,
decine vi fanno ritorno, mio nonno
passeggia in spiaggia da solo. Un treno
arriva in orario alla stazione centrale
ed esplode, tra le braccia
del suo nuovo amante ancora
una ricca signora s’illude. Un ragazzo
esce da scuola, attraversa distratto
la strada e lì muore. Migliaia
di altri ragazzi, nello stesso istante
attraversano altre migliaia di strade
e non gli succede niente. Una donna
che non sorrideva da sette anni e due mesi
sorride. Trecento persone sbarcano vive,
in Sicilia, in un giorno di sole
un politico ne chiede la morte e poi
prega il Signore. In bianche
stanze splendenti uomini e donne
vengono assunti per vari lavori,
altri son licenziati, altri ancora
prendon coscienza
dei loro tumori. Una bella ragazza
dopo aver rimandato più volte
decide di farla finita, nell’abitacolo
di una vecchia Fiat Punto
si concepisce una vita.
Una commessa pesa la frutta
a un’anziana signora. Tua madre
piange, in cucina, da sola, mio padre
legge il libretto delle istruzioni
di un tavolino svedese rotondo.
Si spegne una stella
un lampione si accende
dall’altra parte del mondo nasce
e svanisce un arcobaleno, un uomo,
in Louisiana, sente bene il veleno
di un’iniezione letale fare il suo corso, un bambino
accarezza di nuovo
il cane che l’aveva morso.
Il rombo d’un tuono
segue il lampo che l’ha generato.
Sangue e denaro dovunque,
prelevato, versato. Milioni
di sms viaggiano in cielo
sospesi tra telefoni cellulari, l’ultima lettera
d’amore del mondo si perde
tra due minuscoli uffici postali. Piove
una pioggia di bombe
sopra un deserto, un vecchio locale
in cui andavano i miei
viene riaperto, un uomo
torna a casa
e dopo trentasei anni si toglie
la fede, la posa,
guarda una foto, le dice:
“ti voglio bene”.
E tutto questo è soltanto
tutto quello che avviene
mentre io e te ci diamo la mano
e stupidamente,
pensiamo, senza il coraggio di dirle,
le parole “per sempre”.


ascolta Mentre letta dall’autore, con un sottofondo di ticchettio d’orologio ❤️

Attenta a quello che chiedi

scritto da Slawka Grabowska

«Posso uscire sul balcone?»
«Ma non eri malata tu?» La mamma si avvicinò per toccarmi la fronte.
«Fammi andare. È una bellissima giornata.» Papà finì il caffè in un sorso e si alzò per andare al lavoro. «E tu pensa a guarire per il primo maggio.»
La mia testa si voltò automaticamente verso la finestra per guardare la ruota panoramica. Continua a leggere

Fish Jokes

scritto da Kate Reed Petty

Per cominciare, Anna cerca il suo nome. Compaiono 5881 email, ogni singola email che lui le ha mandato durante i tredici mesi in cui hanno lavorato insieme. Esclude dalla ricerca il suo indirizzo di lavoro, ma il suo account Gmail genera comunque 1739 risultati. Troppi per passarli al setaccio uno per uno. Non può cercare per data, non se la ricorda. Se vuole trovare questa email, deve farsi venire in mente le parole che ha usato. Continua a leggere