Dio delle molotov

scritto da Andrea Bonomi

Non temo niente
non spero niente
ma sono uno schiavo
i muri parlano
le parole sono coltelli in bocca
le ferite sono feritoie
le fiamme cercano spazio sull’asfalto
si fanno largo
sembrano lanterne.

Ci sentiamo colpevoli
per le cose sbagliate
per aver lottato fino all’ultimo
neanche una volta
per tornare alla pena dei nostri doveri
a chinare di nuovo il capo.

È il bisogno di vivere
a spingerci fuori.

Questo è un lamento che si canta in coro
ma si balla da soli
appartiene a tutti
ma parla a ognuno.

Dio delle molotov
tigre di vetro
fucile alla gola
pericolo di morte
i giorni dell’ira sono lontani
hanno tolto i muri ai pittori.

Dio delle molotov
sognatore a Parigi
ubriaco a Bologna
senza un soldo lontano
la rivoluzione è l’inizio della vita
e nel vivere
molto spesso s’esaurisce.

Dio delle molotov
testa di cane
figura complessa
uomo che non cede
la città brucia da sola
avvolta in coperte di fortuna.

Quel che rende Dio un Dio
è credere nell’immortalità delle azioni
e nella mortalità dell’uomo
saper riconoscere la poesia negli altri
mettere in discussione la perfezione
eseguire vendette e miracoli.

Occorre contribuire
sporcarsi le mani
diventare fantasma al rumore sinistro delle sirene
le cose rimangono impresse
e come capita l’occasione regoliamo i conti.

Parla, parla, avanti parla
chi è stato?
Non so
non ricordo
non rispondo.

Non ha colore
la voce che ti chiama.

Dio delle molotov
fuoco negli occhi
soldato di strada
espulso dal cielo
le bottiglie volano come palle di neve
profumo di benzina
e poi la fuga.

Dio delle molotov
notte di sole
luce improvvisa
tensione alle stelle
non si lancia una bomba
portando guanti di seta.

Per i fratelli caduti
l’incendio è nella testa
pensarci sempre
non parlarne mai
ci scusiamo per il disturbo
ma questa è una rivolta.
Amen.

Ascolta Dio delle molotov letta dall’autore

Il corpo – Cover, 5

scritto da Claudia Petrucci

In principio mi hanno fatta di carta blue back, e di tutte le mie funzioni epidermiche quella antispappolo si è rivelata la più intelligente: in febbraio ha nevicato spesso. Concepita oltreoceano, poi stampata enorme in un capannone della Brianza. Tutti i miei atomi, di dimensione 70×100 centimetri, sono stati composti e appiccicati su superficie piana.
Mi hanno messo al mondo in tre giorni. Indossavo un vestito color arancione cadmio ma della mia funzione nessuno aveva parlato, e ai miei piedi stava una borsa di pelle, come un cane da guardia. Io sono stata sorridente, impeccabile per almeno quindici giorni, poi ho iniziato ad annoiarmi. È stata la noia a farmi notare Fabio. Fabio stava sempre affacciato al parapetto nello stesso punto del canale, mi guardava fisso, con la faccia bianca di una luna rivolta verso di me. Ogni sera dopo le sette; mi ha guardato così a lungo, così intensamente. È stato inevitabile.
Il giorno in cui ho smesso di fare il cartellone pubblicitario affisso in Darsena, ho aperto gli occhi e ho scoperto di non essere più alta dodici metri. Sopra di me, che mi ero ritrovata seduta all’entrata di un antiquario, c’era ancora il manifesto, ma nessuno si era accorto della mia assenza – fin dall’inizio tutti dovevano aver notato solo la borsa. Ricordavo che Fabio aveva guardato proprio me, invece; così lo avevo aspettato nello stesso punto del canale, gli ero andata incontro quando l’avevo visto arrivare. All’inizio è stato meraviglioso, ma poi le cose hanno cominciato a precipitare, finché oggi, dopo nemmeno sei mesi, non abbiamo concordato sul da farsi.
«Qui dice che potremmo usare la soda caustica» dice Fabio, seduto di fronte a me.
Non gli ho detto quanto è stato doloroso venire giù per lui. La tridimensionalità è pesante – sessanta chili tutti sulle mie ossa impreparate all’impatto. Lui dice che penso troppo a quando tutto è cominciato, che questo è un vizio molto da essere umano e poco da carta stampata: insistere sull’origine e sulla fine, ignorare il presente.
«Ma forse è pericoloso» continua Fabio. «È che la miscela di pura farina non mi convince, non può reggere a lungo, secondo me.»
Addenta un pezzo di focaccia, chino sul cellulare. Ha la faccia mezza azzurra, non è l’unico nel ristorante. Quando arriva il nostro ordine, la sua pelle torna umana e gli occhi del cameriere rotolano nella mia scollatura. Anche Fabio faceva così, all’inizio: i suoi occhi si rovesciavano dappertutto sopra di me, non riusciva a tenerli a posto. Mentre guardo la carne mi chiedo che cosa è successo, come siamo transitati dall’adorazione alla soda caustica.
«Le istruzioni dicono che i rapporti dovrebbero essere: soda caustica 1, farina 7, acqua 140. Con un chilo di soda caustica possiamo preparare 148 chili di colla.»
Faccio di sì con la testa e lui attacca la bistecca.
Prendo coltello e forchetta, la gestione dei seni mi rallenta. In postproduzione li hanno ritoccati in modo esagerato, rendendoli funzionali a una visione dal basso: non sono stati pensati per una persona vera. Anche il punto vita, così sottile, è un’autentica tortura; magari è solo la mia impressione ma comprime gli organi interni all’inverosimile e rallenta la digestione. Nonostante le difficoltà gastrointestinali, da quando vivo a tre dimensioni ho cominciato a ingrassare. Forse è stato questo a irritare Fabio, forse è iniziato quando lui ha detto che ero diversa da come era abituato a vedermi sul cartellone. Mastico un pezzo di filetto fino a scioglierlo in una poltiglia. Io non sono stata fatta per mangiare. Vorrei dire a Fabio che non è colpa mia.
«Perché dici che la soda caustica può essere pericolosa?» chiedo, per fare conversazione.
Fabio si irrigidisce.
«No, non intendevo pericolosa, solo da maneggiare con prudenza» dice. «Ma la colla industriale costa troppo, te l’ho detto, è una spesa che adesso non mi posso permettere.»
«Certo, scusa» dico. «Cos’è il peggio che può succedere?»
«Ma nulla, potrebbe bruciare un po’.»
«Come quando mi sono scottata?» gli chiedo.
Dopo la prima notte che abbiamo passato insieme, avevo afferrato la moka bollente a mani nude, l’ustione mi aveva paralizzata dal dolore. La pelle si era gonfiata, ed era stato l’inizio della nostra convivenza con il disgusto: il mio verso le funzioni fisiologiche del mio corpo, quello di Fabio verso di me.
«Più o meno» dice Fabio, scacciando il ricordo con una passata di tovagliolo sulla bocca. «Ma non ci pensare.»
Quando mi viene nostalgia della bidimensione faccio l’elenco dei fattori che mi disturbano: i vermi di capelli nello scarico della doccia; i cuscini d’acqua nelle mie cosce; la bava che faccio quando dormo. Fabio non lo dice a voce alta, ma anche lui odia il mio corpo. Due settimane fa ho iniziato a sudare, l’ho sorpreso a fissare le chiazze, lui ha mosso nervoso la testa. Fabio odia quando in me tutto va in disordine perché ora possiedo pressione sanguigna e uno stomaco, i succhi gastrici, perché ho iniziato a digerire.
«Possiamo iniziare a lavorare alla miscela nel weekend.»
«Va bene» dico, e siamo già al dolce: io, però, il mio lo lascio lì nel piatto.
Me ne accorgo quando è già troppo tardi: mi sono venute le mestruazioni. È la quinta volta che succede, ma riconosco subito il sangue perché appiccica quando si asciuga. Ho macchiato la sedia, ci butto sopra il tovagliolo al momento di andare. Anche Fabio vede la macchia sulla gonna, è in imbarazzo, non gli importa di vedermi camminare contro i muri come un granchio, fino alla macchina.
A casa, dopo che mi sono ripulita, lui mi prega lo stesso di obbedire. Non facciamo più l’amore da almeno un mese: tutto quello che Fabio mi chiede è di sedermi sullo sgabello alto della cucina, vestita di arancione cadmio; di accavallare le gambe e stare immobile per venti, trenta minuti; di non parlare, di non far vedere che so respirare. Se ne ha voglia, lui fa da solo.
Abbiamo smesso di dormire insieme già al terzo mese, per il bene di entrambi.
Su questo siamo d’accordo: nessuno di noi due è in grado di gestire il mio corpo, entrambi ci preferivamo prima, con il distacco di un cartellone pubblicitario. Le paure bidimensionali erano più semplici. C’era il rischio di una scarsa qualità di stampa, di un’articolazione disallineata per la svista dell’attacchino: errori invisibili a dodici metri di altezza. Io sono stata concepita per la fruizione a distanza, mentre il mio corpo ha portato tutti a contatto, dentro ai pori della mia pelle imperfetta. Fabio è così vicino che possiamo guardarci fino ai capillari, ed è per questo che abbiamo smesso di piacerci quasi subito.
Come fanno quelli che non sono mai stati stampati? Come reggono la prossimità? Le domande non mi fanno dormire e l’insonnia mi imbruttisce.
Nel weekend iniziamo a lavorare alla miscela. Fabio mescola dentro a grossi secchi, nel suo garage, e io mi chiedo se, da quando sono corpo, sono mai stata felice. Chissà se anche Fabio se lo chiede, lui che è corpo da almeno trent’anni.

Il mio ultimo giorno da corpo è identico al primo. Fabio accompagna me e un bidone di colla in un campo deserto della periferia.
«Ci abbiamo provato» dice, abbracciandomi senza aderire. «Sei veramente una cara ragazza ma così non può funzionare. Mi aiuti ad aprirlo?»
Scoperchiamo il bidone, poi Fabio fa un altro sorriso imbarazzato.
«Non la devi prendere sul personale. Sei bellissima, sei perfetta, è solo che questo non è il tuo posto» lui scardina un ciuffo d’erba da terra con la punta della scarpa. «Si vede proprio che sei fatta per… non è che piangi, vero?»
«No», rispondo. «Perché, tu?»
«No, no, ci mancherebbe» dice lui. «Senti, ti dispiace se resto mentre…»
Scrollo le spalle: «Va bene.»
Lui prende uno sgabello dal bagagliaio, lo sistema vicino al bidone.
Guardo la latta e non so davvero se dovrei sfilarmi i vestiti. Fabio non mi toglie gli occhi di dosso: così mi ha trasformato, così mi ritrasforma. Nei suoi occhi sono di nuovo di carta, e i vestiti non hanno importanza.
«Non è che potresti sbrigarti? Tra mezz’ora devo essere in ufficio.»
«Certo, certo.»
Mi immergo nella colla. Poi salgo sulla scala e in un attimo sono di nuovo al mio posto. Ci metto un po’ per ritrovare la posizione giusta, ma alla fine è più comodo di quanto ricordassi. Guardo verso il basso, e ho appena il tempo di vederlo mentre si richiude la zip dei pantaloni prima che, senza voltarsi, salga in macchina e riparta. In lontananza scorgo il cartellone pubblicitario di una lavatrice ecologica. Mi sembra un buon presagio. Magari la prossima volta nasco elettrodomestico.

Tratto da La metamorfosi, scritto da Franz Kafka.

Colui che sussurrava nelle tenebre – Cover, 4

scritto da Simone Marcelli

Tenete ben presente che alla fine non ebbi una vera e propria visione di qualche orrore. Ho dovuto piuttosto dedurre la verità di quel terrore che sin dalla prima delle e-mail angosciate e strane di mia sorella Roberta avevo sentito sorgere tra i miei pensieri consapevoli, come un intuito per la perversione di quel male. Ma non ebbi visione: solo gli elementi di inquietudine che ora metto insieme per mostrare, per esibire alla cittadinanza, a monito. Continua a leggere

Il muro dei colombi

scritto da Andrea Bonomi

L’autobus blu senza numero che ci portava al paese
era così composto: un motore rumoroso,
qualche passeggero che guardava il culo a mia madre,
le prime scritte con il bianchetto
del tipo Craxi ladrone, Piero Pelù ci sei solo tu,
Federico annaffiami le ovaie.
Mia madre mi portava spesso a fare visita
a una coppia di anziani nati
sul finire dell’Ottocento.
Erano i miei trisavoli. Trisnonni
come si dice oggi.
I nonni di mio nonno materno.
Nessuno ha visto i suoi trisavoli.
Io li ho visti. Stavano seduti in una cucina
con la stufa a legna e un televisore. Pranzavo
con un piatto di pasta al pesto.
Lei si chiamava Gemma, lui Cristoforo.
Il dialogo tra noi
era una splendida sinfonia dialettale.
Il sole entrava sempre da una finestra.
Cristoforo era uno dei ragazzi del ’99.
Festeggiò i suoi diciott’anni sul campo di battaglia, a Caporetto.
Quell’uomo, che aveva combattuto contro un impero,
mi portava nelle sue piane
a togliere i lumaconi dal basilico
altrimenti di pesto non ne avrei più mangiato.
Si sa, la pelle del bimbo entra subito in contatto
con le pelle vecchia di un uomo,
di un nonno. Una specie di luccicanza.
Forse perché in parte uguali.
Forse perché il primo ha tanto da imparare
il secondo ha poco tempo per insegnare.
A un tratto, quell’uomo, non lo vidi più.
Rimasero la pasta al pesto e la Gemma
ma la sua poltrona restava vuota.
A forza di domandare che fine avesse fatto, la Gemma mi portò
da quella finestra dove entrava sempre il sole.
Mi disse: “Guarda il muro di sassi, li vedi i colombi?
Adesso Cristò è andato a stare lì con loro.
Tutte le sere, quando chiudo le persiane,
gli mando un bacio. Fai ciao con la mano”.
Cercavo il colombo che gli somigliasse di più
ma facevo molta fatica.
Per la prima volta in vita mia
ero di fronte a una persona che ci aveva lasciati
e l’idea che una volta morto
sarei diventato anch’io un animale
non mi dispiaceva affatto.
Era stupendo, accettabile.
Così andai a scuola e lo raccontai a tutti.
E dovevo essere stato molto convincente
sui bambini
perché una maestra chiamò mia madre
e le rimproverò che la mia immaginazione
era da tenere a bada.

Torno in quel paese
tanto caro a Mario Tobino e Franco Fanigliulo
una volta all’anno, per la festa del vino.
Due anni fa
sono tornato a vedere il muro di sassi
dove vivevano i colombi.
Degli uccelli nemmeno l’ombra di una piuma,
il muro era coperto dai manifesti elettorali.
Così ho preso una sbronza terrificante,
sono andato a casa
e mi sono messo a piangere.
Quella notte di Settembre ho capito
che per il resto della mia vita
sarebbero successe cose come queste.
Che la realtà non accetta la fantasia,
che le persone normali sono nemiche dell’immaginazione
e che la felicità sia molto difficile da trovare.

Ascolta Il muro dei colombi letta dall’autore

Branchi di piccoli intellettuali colorati

scritto da Matteo Di Genova

Branchi di piccoli intellettuali colorati
ballano
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
con vestiti che mi dicono cose urbane
da bambini.
E si stancano
e si siedono
e con i crani e con le proprie posizioni sociali
parlano dell’esercito di riserva del capitale,
mentre con le gambe
parlano di quel Dio che ancora non gli è sceso
nonostante tutto il materialismo dialettico
che si sono fumati
in un secolo e mezzo di carta stagnola
appena poco prima dell’ora di pranzo.
Intanto
ad un ritmo frammentato, frastagliato, con lo scheletro africano,
i muscoli di pianola neurale della Germania dell’est
e la pelle di futuro verde chiaro fluorescente
giallo trasparente e viola elettrico
io
sogno.

Sogno
branchi di piccoli intellettuali colorati
che ballano
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e non fanno cose da stronzi borghesi new age tipo prendersi per mano
non gliene fotte un cazzo di prendersi per mano
loro si stringono tra le mani le parole
e se le massaggiano
e ci si infilano le dita e la lingua dentro
e succhiano l’uno/a i
concetti che secerne l’altra/o e l’una/o i concetti che secerne
l’altro/a ma non si vengono solo in bocca
no
hanno tutti i corpi sporchi di significati altrui
di sensi altrui
e mentre uno entra in contraddizione da dietro
l’altra contribuisce alla discussione da davanti
e due si riflettono a vicenda guardando uno
che espone tutta la sua teoria in faccia ad un’altra
porca madonna
non si stancano mai
si scambiano continuamente
questi piccoli intellettuali
(pervertiti a questo punto), colorati
che in tutta questa ammucchiata organico-concettuale
trovano comunque il tempo di ballare
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e poi ci sei tu
che meravigliosamente vibri
e vibri allo stesso ritmo frammentato
frastagliato
con lo scheletro africano
i muscoli di pianola neurale della Germania dell’est
e la pelle di futuro
verde chiaro fluorescente
giallo trasparente
e viola elettrico
al quale vibro io.
E la cosa veramente estatica è che mi vibri proprio qua davanti
guardiamo nella stessa direzione
ci muoviamo allo stesso ritmo
e io posso cingerti la felpa larga morbida da piccola intellettuale colorata
mentre viaggio, ballando,
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e posso avvicinare il mio mento alla tua spalla
da piccola intellettuale colorata
mentre viaggio, ballando, davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e questa volta non mi vergogno neanche di chiudere gli occhi
no
perché tu mi hai regalato
un paio di occhiali da sole con la montatura bianca bianca
che oltre a farmi più figo
(perché obiettivamente mi fanno più figo)
servono anche a nascondere il fatto che i miei occhi
stanno già giocando al gioco di sotto le coperte tra di loro
e non vogliono assolutamente essere disturbati,
da nessuno.
Perché loro stanno sognando
contemporaneamente
sia quello che potremmo essere
che quello che ci dimentichiamo di essere
e credetemi è difficilissimo sognare contemporaneamente
sia quello che potremmo essere
che quello che ci dimentichiamo di essere
soprattutto se si è solo un paio di occhi
che stanno giocando al gioco di sotto le coperte tra di loro
al riparo di quel paio di occhiali da sole con la montatura bianca bianca
che mi hai regalato tu.

Ascolta Branchi di piccoli intellettuali colorati letta dall’autore

Walter – Cover, 1

scritto da Francesco La Rocca

Abitando a Zurigo avevo imparato che gli orologiai hanno ferie in luglio, così, guardando l’autostrada, potevo riconoscerli dalla targa; se era luglio.

Da bambino facevo molta attenzione ai dettagli e a scuola avevo un rendimento notevole. Quando c’era del tempo libero, costruivo paracadute coi sacchetti di plastica e eliche con i cartoni. Se andavo in campagna creavo biosfere dentro vecchie pentole, imprigionavo lucertole e sezionavo girini. Al mare facevo lo stesso, ma con animali diversi e dentro secchi o bacinelle. Per questo, e alcuni altri motivi, spesso mi dicevano che da adulto potevo essere uno scienziato, e magari diventare come Jaques Cousteau, che andava anche in televisione. Continua a leggere

Quanta nostalgia

scritto da Matteo Di Genova

Quanta nostalgia che provo se ripenso a quel “Quanta”, che c’era prima di “nostalgia che provo se ripenso a”.

Perché diciamocelo questo “questo” è merda in confronto al “Perché diciamocelo” di inizio frase.

Ora ci rivorrebbe proprio un bell’ “Ora ci rivorrebbe proprio un bel” ben assestato, mica come questo “ben assestato, mica come questo” che è troppo sfrontato e moderno, per non parlar del “che è troppo sfrontato e moderno” uuuuu non ne parliamo proprio e dell’ “uuuuu non ne parliamo proprio” ne vogliamo parlare? Nooo

È che non c’è più quell’ “È che non c’è più” che c’era prima di “quell’ “È che non c’è più” che c’era prima di” e la cosa mi destabilizza fortemente!

mi manca “mi”
si stava meglio quando c’era “si stava”
neanche in tempo a dire “neanche” che già arriva “in tempo” a romperti i coglioni!

Erano bei tempi quelli di “Erano bei tempi quelli”, poi da “di “Erano bei tempi quelli, poi da”” in poi è stata una noia! Un segnale di ripresa da “in poi è stata una noia! Un segnale di ripresa da” ma da lì in seguito siamo stati stagnanti forte!

Ma dove stiamo andando, mi domando io. Stavamo andando a “io. Stavamo andando a”, a saperlo prima, non saremmo nemmeno partiti.

Ascolta Quanta nostalgia letta dall’autore