Amore dispari

scritto da Vanni Santin

Salì a fatica sull’autobus, aggrappandosi ai maniglioni delle porte automatiche e facendo forza per riuscire a non buttare tutto il peso sulle gambe stanche. Salutò l’autista, timbrò il biglietto e si sedette sul sedile di plastica rosso, quello per anziani, invalidi e donne incinte.
Aveva conosciuto Anna cinquantacinque anni prima, quando andò alla festicciola organizzata da un amico per il compleanno. Le chiese di ballare, le portò da bere e chiacchierarono tutto il pomeriggio. Un mese dopo aveva chiesto la sua mano al padre e un anno dopo Anna aspettava il loro primo figlio. Ricordava benissimo il momento in cui, al reparto maternità, gli avevano mostrato il piccolo Ranieri: ricordava anche, con un misto di imbarazzo e tenerezza, di aver pensato che fosse proprio brutto e con le guance troppo cicciotte.
Quella mattina aveva messo il completo grigio, perché era quello che gli piaceva di più, anche se l’orlo dei pantaloni, in alcuni punti, era un po’ scucito, ma il signor Paolo non l’aveva ancora notato. Aveva messo le scarpe nere, quelle che indossava sempre: aveva provato a indossare quelle nuove marroni, ma gli facevano davvero troppo male ai calli. La cravatta rossa risaltava sulla camicia bianca, che faceva da contrasto con vaghe grinze verticali. Non aveva idea di come si stirasse una camicia e non gli andava di spendere soldi in lavanderia, per cui, dopo averla lavata, la appendeva con una gruccia e la lasciava così ad asciugarsi, e il risultato era quel che era.
Due ragazze con AirPods e sfrontatezza lo guardavano incuriosite, avevano notato che il signor Paolo si era seduto di traverso, quasi sull’orlo del sedile, come se avesse fretta di scendere. Il cappello in testa, così fuori moda e così fuori luogo, nascondeva parte del viso, mentre guardava verso il basso, verso le sue mani. La fede che aveva tolto tre anni dopo il funerale di Anna gli aveva lasciato sulla pelle un marchio bianco sulla pelle scurita dal sole. In mano teneva un vistoso mazzo di rose rosse, comprate proprio quella mattina. «Diciotto rose rosse, per favore», aveva chiesto al fiorista. Quello gli sorrise e cominciò a preparare la carta argentata e trasparente in cui avvolgerle: «lo sa, vero, che le rose vanno sempre regalate in numero dispari?» scherzò il commesso, facendo sfoggio di un’antipatica supponenza. «Lo so benissimo». Ma diciotto dovevano essere. Una delle ragazze pensò che fosse un vecchio rimbambito e che avrebbe fatto meglio a starsene a casa. L’altra si ricordò di suo nonno, e sorrise con un po’ di malinconia.
Il giorno che nacque la loro seconda figlia, il signor Paolo non pensò che fosse bruttina. Adesso sapeva che i neonati nascono tutti quasi deformi in faccia, ma che poi crescono e trovano una loro fisionomia, abbandonando il rossore e lo sguardo corrucciato. L’amore per il figlio era sconfinato, ma quello per la figlia era un amore disperato e viscerale. Non lo ammise mai, nemmeno con Anna, ma come tutti i genitori hanno un figlio prediletto, Paolo non aveva occhi che per la secondogenita. Quando crebbero e uscirono entrambi di casa per andare a studiare altrove prima, e sposarsi altrove poi, per lui fu un colpo da cui non si riprese mai più. Rivederli a Pasqua e Natale era talmente poco che quasi avrebbe voluto farne a meno, ancora di più da quando era rimasto solo.
L’autobus aveva appena lasciato il centro cittadino e si dirigeva verso la prima periferia. Di mattina il traffico era nevrotico. Il signor Paolo osservava distratto un paesaggio di palazzi immobili sommersi dal rumore di marmitte e clacson. Dopo sei fermate le due ragazze erano arrivate a destinazione: la stazione dei treni. Dopo nove, il signor Paolo si aggrappò di nuovo alla maniglia della porta automatica e scese non senza fatica.
Davanti a lui, il cancello di ferro battuto del cimitero era aperto e le vedove mattiniere andavano e venivano affaccendate o si fermavano a chiacchierare tra le tombe, come facevano tra le bancarelle il martedì mattina. Da una parte e dall’altra si estendevano le mura di cinta. Pensò che quelle dei cimiteri fossero tutte uguali, tutte fatte di mattoni rossi ordinatissimi.
Camminava impaziente tra lapidi rosa, marroni, immacolate, grigie, con scritte di commiato, di arrivederci speranzosi, non piangete per me, nato il morto il. Anna era morta da qualche anno oramai, la malattia la prese senza avvisare, senza avvisare se l’era portata via. “Se non altro ha fatto in fretta e non ha sofferto molto”, la consolazione a buon mercato che si ripete ogni giorno chi rimane ancora in vita. La cappella di famiglia, una stanzetta di sei metri quadri in un angolo nascosto del camposanto, aveva cinque loculi di cui quattro già occupati: la moglie, il fratello di Paolo e i loro genitori. L’ultimo sarebbe stato il suo, l’unico senza lapide ancora. Ogni volta che lo guardava non capiva se quello che sentiva fosse paura o impazienza di mettersi a riposare una volta e per sempre. La lapide di Anna, con le sue lettere di plastica color argento, stava troppo in alto per essere sfiorata. Alla parete sulla destra era appesa una sua fotografia, scattata qualche mese prima che si ammalasse, coi suoi capelli grigi in ordine e la camicetta stirata, quando ancora qualcuno le stirava. Gli sorrideva da altrove, ma sembrava non lo guardasse neppure. Sotto la foto, una mensola con un lumino e un piccolo busto della Vergine.
«Non te ne avere a male», le disse con quella voce roca, affaticata dagli anni. Prese una delle rose e la sfilò dal mazzo, per poi appoggiarla sulla mensola. Si baciò la punta delle dita e accarezzò la foto in saluto. Uscì dalla cappella sicuro del suo perdono, appuntato sulla giacca pronto da essere esibito.
Percorse il viale che portava dai loculi alla piana con le tombe: Anna gli diceva sempre che non voleva stare sotto terra, perché le dava quel senso di soffocamento. Mentre il signor Paolo oltrepassava la fila di cipressi e sontuose statue di angeli e madonne affrante, pensava ai morti sotto i suoi piedi, in preda a claustrofobie senza fine.
Elsa stava in piedi, come ogni mattina, davanti alla tomba di quel tale Giuseppe Iverni, che la scrutava dalla cornice con uno sguardo infastidito e indagatore. Si accorse del signor Paolo quando le era ormai a un passo di distanza. Gli sorrise come sempre, tenendosi le mani al ventre, con la borsetta che pendeva dal braccio.
«Elsa», disse lui, mentre si toglieva il cappello portandoselo al petto e abbassando lo sguardo. Ottant’anni, timido come fossero quindici. «Mi perdoni l’ardire, spero vorrà accettare questo umile dono da parte mia». Allungò il mazzo di rose, ancora non riusciva a guardarla in volto.
La signora Elsa veniva al cimitero una volta a settimana, il martedì e il venerdì, ogni settimana dalla morte di Giuseppe Iverni, che amava come non avrebbe amato nessuno mai. Col signor Paolo non furono che poche chiacchiere di convenevoli e parole di circostanza, del caldo o della pioggia, degli acciacchi o di cosa fa suo figlio. Sette volte l’aveva incontrata, sette. Le aveva contate e ne faceva tesoro, gioielli che gli rifrancavano il cuore, sette: una rosa per ogni volta che si erano rivolti la parola. Chiedeva scusa in cuor suo ad Anna, che lo guardava dai tre metri di altezza del suo loculo, ma gli anni passavano e la solitudine lo consumava come l’orlo dei pantaloni che indossava. I figli lontani, gli amici anche loro scomparsi, parenti non pervenuti. Solo la televisione a fargli compagnia, neanche un gatto a cui raccontare storie e paure.
Prese le rose con timore, quasi con la paura di romperle. L’imbarazzo di Elsa le fermava le parole in gola.
«Signor Paolo…», la sua voce era tenera, il tono indulgente come se parlasse a un bambino in lacrime.
«Signora Elsa, sarebbe un onore per me poterla invitare a pranzo, un giorno di questi. Se a lei fa piacere», disse il signor Paolo sempre senza alzar lo sguardo.
«Paolo» disse Elsa toccandogli il braccio con la mano. Quello trasalì e finalmente incontrò lo sguardo di lei, che più che felice gli sembrò addolorata. «Io sono una donna sposata».
Paolo non seppe che dire, sebbene la sua bocca fosse ben aperta. Guardò di sfuggita la lapide di quel tale Giuseppe, che ogni settimana, per ben due giorni, Elsa visitava.
«Giuseppe era mio fratello», gli confessò compassionevole.
Il signor Paolo chiuse la bocca senza dir nulla, rimise il cappello sulla testa e fece un inchino rispettoso, prima di voltarsi e andarsene, un passo dopo l’altro, da dov’era venuto. Elsa rimase a guardarlo da lontano, con le rose in mano, che appoggiò sulla tomba del fratello. L’autobus arrivò poco dopo, Paolo salì a bordo e si sedette come poco prima sul sedile per gli anziani, disabili e donne incinte. Nove fermate ed era a casa, salì i tre gradini dell’androne, l’ascensore fino al quarto piano, due mandate di chiavi e chiuse la porta. Dal cassetto del comodino prese la fede d’oro con incisa la data del matrimonio e la infilò al dito. Passando dal corridoio alla sala, la foto di Anna appoggiata al tavolino lo guardava con benevolenza. Lui le sorrise e alzò le spalle. Poi le raccontò di una delusione d’amore.

Colpa di nessuno

scritto da Francesco Ferrara

Il 6 febbraio del 2018 è nato mio figlio. Era un martedì. Avevo passato gran parte della notte precedente a rigirarmi in un letto che emetteva, a ogni mio movimento, un suono metallico e animalesco.
Lo associo a un barrito, per capirci.
Mia moglie dormiva sul letto accanto. Per non svegliarla, a un certo punto avevo deciso che non mi sarei più mosso. Ero rimasto immobile fino all’alba, in una posizione per la schiena del tutto innaturale. E ce n’era voluto di tempo perché il dolore che dal collo si estendeva alla zona lombare sfumasse in un fastidio costante ma sopportabile.
Le luci si accesero alle sei. Nel corridoio due infermiere si misero a parlare di un centro commerciale appena inaugurato. Furono loro a svegliare mia moglie, che stizzita tirò il lenzuolo sopra la testa. Per un attimo mi sentii in dovere di uscire e chiedere di abbassare la voce, ma provavo un certo imbarazzo per aver dormito in ospedale non essendone autorizzato, almeno ufficialmente. Nessuno poteva restare in reparto oltre l’orario di visita. Nel mio caso, dato che il primario era un cugino di mia moglie, mi avevano permesso di usufruire di un posto letto, a patto che, se fosse arrivato un ricovero, avrei sloggiato senza dare troppo nell’occhio. È uno dei motivi per cui la sera prima mi ero messo a letto vestito.
Così lasciai perdere le due infermiere. Tutto indolenzito, poggiai i piedi sul pavimento e mi alzai. L’impianto di aereazione dell’ospedale era sempre acceso. Il caldo soffocante. L’odore di chiuso intenso. Aprii l’anta a ribalta della finestra per lasciar entrare un po’ d’aria fredda. Pioveva. Le gocce cadevano dalla sera prima sull’erba sintetica del campo di calcetto, sulle tegole in cotto antico della chiesa, sui balconi affollati di bici arrugginite, stendini chiusi, piante bruciate dal gelo.
Mia moglie mi chiese di accompagnarla in bagno. Le serviva una mano a trascinarsi dietro l’asta della flebo, il tubicino, il flacone e tutto il resto. La sua pipì emanava odore di frutta matura. Durante la notte la glicemia aveva avuto un’impennata e al mattino la tendenza non si era invertita. Seguivamo un protocollo che prevedeva somministrazioni scaglionate di insulina, a determinate ore e di diverse quantità. Il diabetologo ci aveva garantito una percentuale di efficacia molto alta. Ma, da come stavano andando le cose, il protocollo non funzionava.
«Non capisco cosa stiamo sbagliando», dissi tastandomi le occhiaie davanti allo specchio.
Prima di rispondere, mia moglie si era pulita, rialzata e aveva tirato su i pantaloni del pigiama.
«Adesso chiamo il dottore»
È curioso il modo in cui io e mia moglie usiamo i pronomi in relazione alla sua malattia. Io parlo sempre di noi, noi due. Chiamiamo, facciamo, andiamo. Lo vedo come un tentativo di mostrarle vicinanza. Mia moglie invece usa la prima persona singolare, io, come se non riguardasse anche me. È una possibilità che offre il linguaggio, credo, tracciare il confine fra una persona a cui succede una cosa e una persona a cui quella cosa non succede.

Alle otto del mattino, l’ostetrica venne in camera e chiese a mia moglie di prepararsi. Le consegnò un camice, uno di quelli aperti dietro e trasparenti davanti, e attese che lo indossasse. Fu rassicurante. Fece una battuta che non ricordo, ma ricordo che ridemmo tutti. Io e mia moglie ci baciammo. Poi si sistemò sulla sedia a rotelle e, mentre usciva dalla camera, le dissi qualcosa come Ci vediamo dopo o Andrà tutto bene oppure niente, c’è la possibilità che non le abbia detto niente.
Non era la prima volta che lei andava e io restavo. Ci era già capitato sei anni prima, quando si era sottoposta a un intervento al rene destro. E anche dopo, con le tac, le risonanze, i controlli periodici, si perpetuava lo stesso identico meccanismo. Per quanto sperassi il contrario, inevitabile giungeva il momento di dirci Ciao o A dopo o cose del genere. Lei andava e io restavo, seduto sulla solita sedia di plastica nella solita sala d’attesa illuminata dai neon.

Per più di un’ora nessuno si fece vivo. Andai al distributore e ci rimasi non so quanto, indeciso se prendere un caffè o una Coca Cola. Alla fine presi un caffè, ma prima che potessi fare un solo sorso, un ragazzino, correndo, mi venne addosso. Il caffè finì sul pavimento e in parte sulle scarpe.
Quando l’ostetrica si avvicinò, mi stavo ancora ripulendo. Eravamo nel corridoio. Non la riconobbi. Era la stessa che avevo visto un’ora prima, eppure mi rivolsi a lei convinto che fosse un’altra persona. Mio figlio era nato e stava bene.
«Ok», dissi.
«Tra poco verranno a chiamarti per vederlo»
«E mia moglie come sta?»
«Sta bene, ma è molto stanca, adesso riposa»
Non sapevo cos’altro dire. Mi morsi il labbro. La ringraziai. L’ostetrica si allontanò e io tornai in camera. Inviai alcuni messaggi WhatsApp per dare la notizia agli amici più vicini. Andai in bagno, più di una volta. Mi mossi galleggiando verso il distributore per un altro caffè e questa volta feci in tempo a buttarlo giù.

Al mio ritorno trovai i parenti. Avevano avuto il permesso di entrare e loro, spietati, avevano fatto irruzione. C’erano tutti. I padri e le madri, i fratelli e le nipoti. Anche una lontana zia sul cui nome ero incerto. Operosi ed efficienti, avevano già addobbato la camera a festa. Confetti azzurri, paste di mandorla. E poi fiori, fiocchetti, palloncini con su scritto Benvenuto.
Durante la cerimonia degli auguri mi accorsi di avere un alito fognario, le cui esalazioni appestavo l’aria già viziata della camera. Iniziai a mettere la mano davanti alla bocca, ogni volta, prima di parlare, fingendo di pulire il naso o di grattarmi il labbro. Auguri. Grazie. Auguri. Grazie. Tutti chiedevano la stessa cosa. A tutti rispondevo la stessa cosa. Tutti sorridenti. Tutti inquieti.

Mezz’ora dopo ebbi l’impressione che qualcuno mi stesse chiamando. Smisi di ascoltare il chiacchiericcio dei parenti e mi concentrai sui suoni provenienti dall’esterno.
«Ferrara!», urlava una voce che a mano a mano si faceva più vicina.
Mi precipitai fuori dalla camera.
«Sono io»
«Buongiorno papà, venga con me»
All’apparenza mi parve un medico, ma avrebbe potuto essere un assistente o un infermiere. Capelli carichi di gel, schiena dritta, passo impettito. Mentre camminavo dietro di lui, realizzai che quell’uomo era stato il primo a chiamarmi papà da quando lo ero diventato. Mi condusse davanti a una porta, sullo stesso piano, sfilò un mazzo di chiavi dalla tasca del camice e la aprì. Prima di andare, mi lasciò nelle mani di un’infermiera.
La donna indossava una divisa bianca con i personaggi dei fumetti Disney disegnati su: Topolino, Pluto, Pippo e qualcun altro. Mi diede tutte le informazioni relative a orari di apertura, procedura d’ingresso e igiene. Mi chiese di indossare un camice verde e dei copriscarpe. A ogni sua indicazione facevo di sì con la testa. Subito dopo mi mostrò un piccolissimo bagno, dentro il quale c’erano solo un water e un lavandino. Lavai le mani e le braccia fino ai gomiti. Strappai un foglio di carta per asciugarmi e, una volta pronto, l’infermiera mi fece cenno di seguirla. Io annuivo ancora.

La prima cosa che notai fu il tubo infilato in gola e il cerotto che serviva a tenerlo fermo sulla bocca. Un ago scompariva nella vena del braccio destro. Fili, sensori e spie lampeggianti con cautela si aggrappavano al suo corpo. Le gambe erano due pezzetti di legno un po’ ricurvi, ricoperti di pelle. I polmoni si gonfiavano e si sgonfiavano, riempiti di ossigeno dal respiratore, svuotati dal ritorno elastico dei loro stessi tessuti. Aveva molti capelli, neri.
«Perché è qui…che è successo?» chiesi.
Il medico si avvicinò e mi strinse la mano. Aveva modi delicati e gentili. Il suo sforzo di mostrarsi sorridente era innegabile. Ciò nonostante sembrava avesse altre faccende da sbrigare.
Mi spiegò tutto ciò che andava spiegato. Fu rapido. Senza giri di parole. Mio figlio aveva avuto un arresto cardiaco. Il battito si era interrotto pochi secondi dopo la nascita. Era stato rianimato e poi intubato. Il medico fece una pausa, durante la quale forse avrei dovuto porre una domanda, forse guardarlo negli occhi, magari smetterla di annuire. Ma non feci nulla e lui riprese. Il bambino era nato con quasi due mesi d’anticipo, dovevamo tenerne conto. Il decorso era imprevedibile e dipendeva da molti fattori.
«Dobbiamo aspettare», disse per chiudere il discorso.
Mi strinse di nuovo la mano e si diresse spedito verso un’altra culla. Iniziò ad armeggiare sul corpo di un bambino ancora più piccolo di mio figlio, osseo, rossastro.

L’infermiera mi chiese se volevo fare una foto.
Ci pensai su.
«È meglio di no».
«Non sarebbe permesso, ma se vuoi, puoi farlo».
Suppongo si riferisse al fatto che ero cugino del primario e di conseguenza meritevole di un trattamento di favore. Detesto quel tipo di insinuazioni, mi fanno sentire fuori posto. Eppure, non so perché, presi il telefono dalla tasca dei jeans. Aprii la fotocamera e scattai, con il volto di mio figlio in primo piano. Infilai il telefono in tasca e mi ripromisi di tenere la foto per me.
Seguì un lungo silenzio interrotto solo dai bip delle macchine. Non sapevo cosa fare, dove mettere la mani, dove guardare. Avevo capito che non potevo trattenermi ancora, ma l’infermiera, per delicatezza, aspettava a farmelo notare. Senza una reale intenzione mi voltai verso di lei e subito mi invitò a uscire.
«Potrai rivederlo più tardi, durante l’orario di vista»
«Cioè, a che ora?»
«Alle 11.30»
Controllai l’orario sul telefonino, non mancava molto. Subito dopo la porta si chiuse con un click alle mie spalle.

Mia moglie era a letto. In attesa che diminuisse l’effetto della sedazione, l’avevano lasciata in una stanza accanto alla sala parto. Mi accostai a lei per baciarla. Da vicino mi sembrò ancora più stanca, sfatta e intorpidita di quanto avevo immaginato entrando.
Nella saletta c’erano anche alcuni parenti. La cosa mi parve inopportuna e lo feci notare a mia madre che, dal canto suo, non trovò soluzione migliore che offendersi. Stavo per dirle che la loro presenza era inutile, ma mia moglie mi fulminò con gli occhi e la smisi.
Mi chiese se lo avevo visto.
Feci di sì con la testa.
«E com’è?»
«È bellissimo», risposi e scoppiai a piangere.
Nessuno disse niente per un bel pezzo. Mi lasciarono fare. E, in fondo, gliene fui grato. Quando finalmente riuscii a calmarmi, dissi a mia moglie della foto. Lei pretese di vederla.
«Ho lasciato il telefono in camera», provai a dire, ma sapevo che non mi avrebbe creduto. Si mise a insistere. Allora gliela mostrai.
La guardò a lungo.
«L’hanno intubato?»
«Sì».
«Perché?»
«Non lo so perché»
«Non te l’hanno detto?»
«Sì. Cioè no, non me l’hanno detto»
«Ma ci hai parlato con i medici?»
«Sì che ci ho parlato.
«E allora?»
«Ha avuto difficoltà respiratorie…ora va tutto bene. Appena sarà pronto, toglieranno tutto. Si tratta solo di qualche giorno».
Mia moglie ingrandì la foto. Credo che stesse cercando di capire a chi dei due somigliava. Ne aveva parlato spesso durante la gravidanza. Aveva anche delle teorie a riguardo. Poi perse il controllo e pianse. Benché non avessi motivi concreti per farlo, provai un violento senso di colpa. Mi mancò il fiato e borbottai che avevo bisogno di uscire.

Feci un giro intorno all’ospedale. La vita lì fuori era andata avanti incurante di tutto, di noi, di me, e così avrebbe continuato a fare. Lo trovai ingiusto. Camminai odiando tutti, senza distinzioni. Avevo voglia di fare a pugni e speravo che qualcuno mi desse noia.
Comprai dei fiori, cinque gerbere di colori diversi. Ne approfittai per entrare in un Tabacchi. Da anni avevo smesso di fumare, ma quella mattina mi andava di ricominciare. Presi un pacchetto di Chesterfield Blue − quelle che fumavo quando ero all’università − poi tornai all’ingresso dell’ospedale. La donna rom seduta a terra mi salutò sollevando la scatola dell’elemosina. Io non la guardai e non risposi. Accesi una sigaretta e la nausea arrivò già al secondo tiro, improvvisa, come un banco di nebbia nella testa.

Intorno alle undici riportarono mia moglie in camera. Non poteva muoversi e neanche mangiare. Le era permesso bere, ma solo a piccoli sorsi per evitare che vomitasse. La sacca del drenaggio se ne stava sotto il letto, mezza addormentata sul pavimento, e con calma si riempiva di sangue.
Le feci vedere i fiori che avevo comprato. Mi ringraziò, un po’ delusa. Chiese di lavarsi le mani. Non si rivolse a qualcuno in particolare, semplicemente lo chiese. Sua madre si offrì di aiutarla. Fui brusco, forse maleducato, quando le dissi che ci avrei pensato io.
Andai in bagno, presi un contenitore e lo riempii d’acqua. Prima le insaponai la mano destra, la sciacquai e la asciugai. Poi rifeci la stessa operazione con la mano sinistra. Tornai in bagno, svuotai il contenitore nel water e misi a posto il resto.

Erano le 11 e dieci. Con un po’ di anticipo mi avviai verso la terapia intensiva. Le gambe erano pesanti, calde. Il pavimento cosparso di una gelatina densa e collosa su cui i piedi restavano appiccicati.
Suonai il citofono. Dall’altra parte una voce severa mi invitò a rispettare l’orario di visita. Mi sentii ingenuo per essermi mostrato così ansioso di entrare, dato che con me, nel corridoio del reparto, aspettavano mezzi imbambolati anche gli altri genitori. Per rifarmi, accennai un saluto, ma nessuno rispose.
Mi domandai, guardandoli, quale malattia fosse causa di quegli sguardi opachi, di quei corpi fiacchi. Lo avrei capito nelle settimane a venire. Quella che di solito definiamo stanchezza, oltrepassato il confine della terapia intensiva neonatale, diventa altro: saltare la colazione, prepararsi in fretta e correre in ospedale; il primo ingresso, il secondo; mangiare un piatto di pasta in mensa, sonnecchiare sui divanetti della sala d’attesa; e poi, nel pomeriggio, il terzo e il quarto ingresso; pronunciare frasi come Oggi sta meglio oppure Ha mangiato poco; i piccoli progressi; entrare in un negozio per distrarsi e sentirsi subito in colpa; sentir squillare il telefono e credere ogni volta che sia l’ospedale; abbandonarsi senza scampo a una monotonia anomala di cui nessuno conosce la durata; dormire ma non dormire mai veramente. Ecco cosa diventa, la stanchezza.

Puntuale, un ronzio elettrico aprii la porta. La massa lenta e disordinata si mosse. Una volta dentro, a turno, indossammo i camici e i copriscarpe, lavammo le mani e le braccia fino ai gomiti. Non mi isolai, come al solito. Anzi, mi mostrai attento alla presenza degli altri. Lasciavo passare, sorridevo cordiale, ringraziavo. Facendo così, da un lato arginavo i sintomi dell’ansia, dall’altro provavo a guadagnarmi fin da subito l’ammissione al club dei genitori tristi.
Il gruppo si divise. L’infermiera mi aspettava accanto alla culla. Mio figlio aveva cambiato leggermente posizione, la pelle stava perdendo il rossore iniziale.
«Come sta?», chiesi.
«È stabile»
Un’altra cosa che avrei imparato presto è che stabile vuol dire fermo e non migliore, ma in quel momento mi parve una buona notizia. Senza aggiungere altro, l’infermiera aprì gli sportelli laterali dell’incubatrice.
«Toccalo, metti le mani dentro»
Pietrificato, feci di no con la testa. L’infermiera rispose con un largo sorriso e mi mostrò cosa fare. La pelle del bambino era ancora molto sottile, mi spiegò, non dovevo accarezzarlo ma solo appoggiare le mani su di lui.
«Guarda, come una coperta».
Infilai le mani nell’incubatrice. Provai inutilmente a non spostare fili e sensori. Mio figlio era caldo, fragile. Avevo paura di non essere abbastanza delicato, di fargli del male. Era densa la paura, una sostanza solida che mi riempiva lo stomaco. Passò qualche minuto prima che mi rendessi conto di quanto mi somigliava. Aveva la mia bocca, e anche il taglio degli occhi era il mio. Stesso naso a patata, stessi piedi. Mi venne da ridere pensando a mia moglie, a tutte le previsioni che aveva fatto.
La madre di un altro bambino chiese all’infermiera di avvicinarsi. Non credo ci fosse alcun problema particolare, ma la donna mi parve comunque in preda al panico. Prima di allontanarsi, l’infermiera mi disse:
«Parlagli. Lui sa che sei qui»
Ho un ricordo distorto di quello che accadde − o forse io preferisco che sia distorto. Rimasto solo, mi sforzai di pensare. Mi schiarii la gola e gli dissi che lì c’era papà, che non doveva avere paura perché i medici e le infermiere erano bravissimi, che la mamma non vedeva l’ora di conoscerlo e che presto ce ne saremmo andati tutti a casa. Lui forse fece un sospiro, come di sollievo, una breve interferenza alla respirazione imposta dalle macchine. Gli promisi che sarei stato un padre decente e che almeno avrei provato ad esserci sempre. Non ricordo altro. Ogni attimo inciampava, e nel cadere si frantumava. Io scivolavo senza opporre resistenza nell’attimo successivo, che a sua volta inciampava e si frantumava, e così l’attimo seguente e quello dopo ancora.
Riemersi un’ora dopo, quando l’infermiera mi avvertì che l’orario di visita era finito. Dovevo uscire. Potevo tornare nel pomeriggio, disse, dopo pranzo. Salutai mio figlio con un cenno della mano e mi incamminai verso l’uscita.
Fuori, nel corridoio, passò di corsa un ragazzino. Faceva volare un aeroplanino di carta. Lo raccoglieva e lo lanciava di nuovo in aria. Riconobbi lo stesso che al mattino mi era venuto addosso. Abbassai gli occhi. Una macchia scura e secca spiccava ancora sulla punta bianca delle scarpe. Il ragazzino scomparve in una camera e uscì poco dopo aggrappato alla vestaglia di sua madre. La donna teneva in braccio una bambina appena nata.
Entrai in camera. I parenti erano andati via. Mia moglie dormiva. Teneva le mani intrecciate sul grembo, come se nostro figlio fosse ancora lì. Guardai a lungo le macchie di sangue secco e disinfettante sulla vestaglia. Mangiai un confetto. Mi sedetti su una sedia accanto al letto e cercai di non far rumore per lasciarla riposare. Non è colpa di nessuno, pensai, prima di poggiare la testa alla parete, sfinito.

Era aperto

scritto da Linda Mongiovì

Nessuno ha mai pensato all’imbarazzo di un portone aperto?
Che trovi già aperto
E tu dovresti citofonare
Invece
È già aperto
E non sai
Se citofonare comunque
O entrare salire le scale
Presentarti alla porta
Con tutto il tuo disagio accumulato
Dal non aver suonato
Perché chi sta dentro non si aspetta
Che tu arrivi alla porta
Senza prima
Citofonare

Perché restiamo irrisolti
Davanti a una soluzione
Perché
Non sappiamo
Semplicemente entrare
E quindi
Ci complichiamo
E quindi
Citofoniamo?

Ascolta Era aperto letta dall’autrice

El Chicho Y María

scritto da Carolina Crespi

El Chicho está listo. Pronto. Le braccia lungo i fianchi, tese, le ali serrate, El Chicho è l’Halcón del Rio Piura. Al fischio lui vola, rapace; allo sparo lui vince. Infilo le mani sotto il culo, il cemento è duro, non ci sono i cuscini o i sedili di plastica. Le mani rastrellano con le unghie la superficie liscia e mi tengono sollevata; sono io la più alta sugli spalti del Palaideal. La gradinata è decorata con un festone di serpente verdeoro che si aggrappa al soffitto e riluce, il suo corpo d’aria gonfio, allungato e curvo, pende sulle nostre teste, sulla mia, su quelle delle madri e dei padri, sulle teste di noi spettatori affezionati al campionato nacional.
Io lo miro, miro El Chicho intensamente e sento la sua concentrazione, la vena che affiora; la lingua biforcuta del serpente cala morta sul blocco numero 4: le corsie centrali sono quelle dei campioni. Il blocco è a 50 centimetri dall’acqua, El Chicho si staglia per altri 187 centimetri, poi di nuovo 50 centimetri e la lingua del serpente che cola lo benedice. Non posso non guardarlo, se smetto El Chicho implode, come se gli ciucciassero via tutta l’aria. Sono io il suo pensiero, la sua strategia, nei miei occhi c’è l’immagine che precede ogni istinto di movimento. El Chicho està tenso. Convencido de ganar todo. El Chicho se dobla, baja, se derrumba. Tuono. Tuono di mostro che sale dalle viscere, la sirena del pericolo, il serpente è a sonagli. El Chicho se lanza a l’agua del Palaideal. Todo el cuerpo, el mío, el suyo, todo el cuerpo: tiembla.

Al numero 321 dell’Avenida Bolognesi la Pirula ci dice cosa fare. Per prima cosa, dice che il ritrovo è nella corte della Felicidad, la profumeria che sta proprio davanti casa nostra. Ce la indica, noi guardiamo il suo indice spezzato da una pietra blu che fa impazzire la luce e ci acceca. Oltre l’indice c’è la corte: la terra è di terra color della terra, i muri di muro verniciato color della pietra.
– Perché? – chiedo, e intanto mi sciolgo la treccia.
– Porque yo lo digo. Es una orden, Marìa.
– Perché la corte della Felicidad è tutta dipinta di blu?
La Pirula ritira l’indice e lo infila in uno spazio segreto, un binario per indici tra il suo fianco di carne e la cinta dei jeans. Poi guarda la corte abbassando la testa; siamo solo al primo piano, ma Piura è così piatta, che da qui, con un solo sguardo, si comanda tutto lo spazio che ci separa dall’oceano.

La seconda indicazione è: Vietato andare al ritrovo mentre tutto trema. El Chicho è seduto su un tappetino di iuta, in grande, in verde, la scritta “Arroz” e piccolo, sotto, “Kawsay” che in lingua quechua vuol dire “alimento che dà la vita”. Le scritte non le vedo, le so; El Chicho è enorme e occupa tutto il tappeto. Non parla niente, non domanda. Respira male e ogni due-tre minuti si sente il naso che tira dentro il muco. La Pirula fa l’esempio. Dice che se trema questa parete qui, proprio qui, dove sono appoggiata io, io non devo scappare di sotto, non devo andare al ritrovo della Felicidad, perché se mentre mi muovo le cose crollano, finisce che mi spaccano la testa. Se invece sto ferma ci sono meno possibilità di restare spaccata.
Stasera è il giorno in cui la Pirula riempie i peperoncini. Mi chiedo se avrà tempo di farlo, visto che ci ha radunati tutti qui e sembra che il discorso non si chiuda mai. Quando sparpaglia i peperoncini sul piano di resina per inciderne la pancia, e la radio è alta, e copre il rombo dei motorini in strada, e noi siamo alcuni intorno che parliamo alto, alcuni di sopra che coi piedi battiamo sulle assi di legno, e facciamo un baccano di strilli e di cadute, la Pirula non dice niente, taglia e ammassa, e piange con le lacrime che piovono nelle pance dei peperoni. Di quelli tagliati si fa tutto un monte sul vassoio, alcuni cadono a terra, salati di pianto, El Chicho li raccoglie e se li mangia senza nemmeno pulirli. Siamo sette. Tutti figli della Pirula, tutti piccoli, solo El Chicho è grosso e bianco e biondo; suo padre è americano delle Hawaii. Il nostro di Locuto, un posto di sterrati e di venti che si scontrano.
Io e El Chicho tutti i giorni parliamo di andare a Locuto. La mia idea è di camminare lungo il Rio Piura dalla mattina presto, se prendiamo la sponda di destra dovremmo avere ombra fino alle undici, poi sarebbe meglio passare dall’altra parte, per evitare insolazioni. Oppure approfittare di quando il rio è secco, praticamente per la maggior parte dell’anno, e camminarci dentro. El Chicho dice che magari in alcune parti è secco e in altre no, e che nelle parti non secche ci sono gli alligatori. Dice che se non ci fossero gli alligatori, lui se la farebbe a nuoto. Io gli credo che se la farebbe a nuoto, non gli credo sugli alligatori: il Rio Piura è un fiume d’acqua e mangrovie e di altri fiumi che non sfociano da nessuna parte, che piegano a destra e a sinistra e poi ruotano su loro stessi formando dei laghi tondi pieni di uccelli. Non ci sono alligatori.

Per terzo dobbiamo considerare i tavoli. A casa nostra ne abbiamo due, più uno che si allunga da sotto il lavandino. La Pirula ora dice il proverbio: Tutti i tavoli sono ripari, tutti i tetti sono casa. Poi lo spiega perché i piccoli non lo capiscono. Dice: La mensa è la salvezza. Mensa di sopra, salvezza di sotto. Al momento sul tavolo ci sono Jaime, Ana Lux e Victor. Sotto ci sono la gamba del Chicho e la Nancy. Segundo è a lavare le mani col permesso della Pirula. Io sono in piedi, mi sono spostata dalla parete che la Pirula ha preso di esempio per il crollo, e ora appoggio la schiena e i gomiti al frigorifero. El Chicho è in costume da bagno. È la sua divisa blu da supereroe. Il blu è il colore della pietra della Pirula, il colore della corte della Felicidad e delle piastrelle del Palaideal; è il blu che ci siamo promessi io e El Chicho, è il colore che dice che siamo vicini. Anche io sono in costume da bagno perché faccio tutto quello che fa lui. Lo vedo piegato, con la testa pesante protesa in avanti, il mento che struscia sullo sterno e la bocca aperta con la bava che avanza; penso che ha sete, gli allungo la nostra Inca Kola giallina, frizzantissima, infilando la mano nel frigo senza nemmeno voltarmi. Noi due facciamo coppia.
D’estate, a Máncora, guardiamo gli americani che fanno il surf. D’inverno, al Palaideal, usiamo insieme la vasca secondaria. El Chicho ha un allenatore personale che gli tira delle corde galleggianti e gli stringe la corsia per farlo andare diritto. Io gli nuoto accanto, ma è molto molto difficile tenere il suo ritmo allora il più delle volte resto a metà vasca e quando lui arriva infilo la testa sott’acqua, lo guardo e muovo molto velocemente le mani. Si formano bolle: bolle vuol dire incitamento. El Chicho fa un impercettibile sì con la testa e io capisco, gli è arrivato l’incitamento, poi mette la turbo, la marcia della vittoria.
Il suo allenatore si chiama Amaral. Amaral è un cognome, ma è tanto bello che tutti lo chiamano Amaral; nessuno, nemmeno El Chicho, conosce il suo nome vero. All’inizio Amaral non mi voleva. Diceva che dec oncentravo El Chicho e che la mia presenza cambiava la consistenza dell’acqua. Dovevo uscire, ma potevo restare a bordo vasca. La prima volta ho ubbidito, ho nuotato verso la scala di metallo e mi sono messa raso il bordo, ancora un po’ dentro, diciamo dentro fino un po’ più dei fianchi. Amaral ha detto bene così ed è tornato a cronometrare i 20 secondi di riposo che El Chicho deve fare tra uno scatto e l’altro nella fase che Amaral chiama “la fase aerobica”. Io mi sono seduta sul secondo gradino della scala e li ho guardati: non c’entravo più niente. Mi è venuto un nervoso e mi si sono tappate le orecchie. Amaral fischiava le partenze, 25 metri dorso, 25 metri rana, 25 metri crawl, 20 secondi di riposo, fischio e poi di nuovo. Per 14 volte. El Chicho era bravissimo, io invece lì fuori ero piena di fischi e mi veniva da urlare.

La quarta indicazione è: Cadere. Cadere prima che il terremoto ti faccia cadere. In questo non siamo bravi. El Chicho ha paura di cadere, trascorre molto tempo già caduto, seduto o sdraiato. Quando siamo fuori e camminiamo e camminiamo e camminiamo, El Chicho mi dice sempre che è stanco. Mi chiedo come sia possibile che un campione come lui si stanchi così in fretta. Se mi fermo alla Ferreterìa Otero, proprio dietro il Palaideal, lui si siede sullo sgabello che si usa per raggiungere gli scaffali alti. Ci andiamo almeno una volta a settimana, io colleziono chiavi finte. La Pirula ha molte chiavi perché di lavoro gestisce delle case Airbnb; Otero ce l’ha in simpatia e quando vado, lui mi regala chiavi di colori sgargianti, arancio soprattutto, perché io e El Chicho siamo promessi al blu, ma in fondo amiamo l’arancio che è il colore del vento del deserto di Locuto, e del cielo quando alle Hawaii si prepara una festa. Mentre io intasco le chiavi, El Chicho resta seduto. Otero è abituato, non gli dice niente, solo di spostare un po’ più sotto il borsone del nuoto che intralcia il corridoio. El Chicho lo guarda, non sposta niente, sono io che caccio con un calcio il borsone sotto lo sgabello. El Chicho non capisce tutto quello che gli dicono, ha un modo di capire molto lento, ritardato. Amaral, invece di spiegargli le cose, gliele fa vedere. Se El Chicho le vede capisce subito e fa la cosa che ha fatto Amaral al primo colpo, non sbaglia mai. È per questo che Amaral lo tiene come un tesoro raro e lo aiuta ad asciugarsi quando esce dall’acqua: non vuole che si rovini, è il suo atleta personale, la sua soddisfazione.

Amaral ha un canale su youtube dove insegna agli uomini grossi a nuotare veloce. Questi video all’inizio non li guardava nessuno. Controllavo gli iscritti al canale, erano meno di dieci. Poi una volta ha alternato le sue spiegazioni a un video del Chicho che partiva perfetto, col piede posteriore ben poggiato sull’alettone, e faceva un tuffo che da un grassone come lui nessuno si sarebbe mai sognato. Dopo quel video gli iscritti sono centuplicati. El Chicho è diventato una cosa molto importante per Amaral e anche se la Pirula non mette un centesimo per le lezioni di suo figlio, Amaral è riuscito a sostanziarsi altrove. Ha un Patreon tutto suo. C’è gente che mensilmente gli sgancia fino a 300 soles per vedersi i video in anteprima. In questi video Amaral è sempre in primo piano, ma il viso è tagliato e si vede solo la bocca che parla. A un certo punto parte uno split screen: da una parte la bocca di Amaral, truccata di rosso, accesa di sugo di frutta; dall’altra parte El Chicho col costume blu e gli occhialini svedesi. Ce n’è uno che ha seicentomila visualizzazioni. In questo video, Amaral ha in bocca un fischietto d’oro zecchino macchiato di rossetto, mentre El Chicho ha un accappatoio appoggiato sulle spalle a mo’ di mantello. Il video si chiama Héroes.

Per quinto la Pirula ci mostra una valigia di plastica grande più o meno così, chiusa con due clip sul lato superiore. La Pirula la maneggia come fosse leggerissima, noi bambini non capiamo quanto possa pesare, El Chicho osserva la scritta “Be Prepared. Not Scared”. All’interno della valigia ci sono: due bottiglie di plastica da un litro piene d’acqua, quattro barrette di cereali e una bustina di noci, un fischietto, un affare da cui escono diverse lame appuntite, seghettate, uncinate e un apriscatole, una torcia a pile, pile, fiammiferi speciali che durano a lungo, accendino, un caricabatterie a energia solare, un manuale di pronto soccorso, le fotocopie di tutte le nostre carte di identità, le fotocopie dell’assicurazione sanitaria di tutta la nostra famiglia, dieci banconote da 50 soles, la ricetta medica dell’asma di Victor, una mascherina antipolvere, pillole, una bellissima foto della Pirula a Lima, con la Huaca Hallamarka sullo sfondo e i mattoni d’argilla presi nella valle del fiume Rímac.
La Pirula dice: la maleta está debajo de la mesita de noche de Chicho. Noi facciamo tutti di sì con la testa. Pensiamo che è giusto, che El Chicho va preservato, che El Chicho va salvato da qualunque calamità.

Siamo a Máncora, io, El Chicho e Amaral. Il cielo è di un blu acceso, la spiaggia arancio, il vento è pochissimo e si può stare seduti tranquilli senza che ci volino via i vestiti che ci siamo levati. Per questo diciamo: Oggi è una bella giornata. Si vedono i surfisti allontanarsi dalla costa, nuotare sdraiati sulle loro tavole per raggiungere il posto dove le onde nascono. Hanno la muta, parlano la lingua che hanno imparato per farsi capire dagli affittacamere. Io sono preposta alle riprese, devo inquadrare il più possibile il nostro nuovo sponsor. Da qualche tempo c’è un altro video di Amaral che va forte; si tratta di un video in cui lui recita una storia che gli ho raccontato io, e parla del Chicho quando aveva appena iniziato a nuotare. È una storia che la Pirula ha raccontato a noi bambini e io ho ritenuto che Amaral dovesse conoscerla. Lei e il padre del Chicho erano giovani, a Lima, El Chicho aveva quattro anni e nuotava nella piscina piccola di Rímac. I genitori restavano seduti sul bordo della vasca, mentre i bambini erano appesi in fila sul bordo opposto e al comando dell’allenatrice dovevano infilare la testa sott’acqua e fare uscire l’aria dal naso. L’allenatrice doveva vedere le bolle, i bambini sentirsi piccoli draghi, la piscina diventare una vasca idromassaggio per i loro genitori. Piano piano i bambini capivano cosa fare e lo facevano. El Chicho no. Allora, vedendolo in difficoltà, gli aveva dato una cosa da fare. Gli aveva chiesto di portarle le tavolette dei grandi, che erano nel deposito della stanza accanto, dove c’era la vasca semi-olimpionica. El Chicho, tenendosi al bordo, aveva slittato fino alla scaletta, e lì, aiutandosi con i due gradini piastrellati del fondo, era uscito dalla piscina, si era messo le ciabatte e lentamente aveva raggiunto la lavapiedi obbligatoria. Dopodiché era scivolato fuori dalla stanza.
L’allenatrice aveva detto ai bambini rimasti che per ora potevano riposarsi, e aveva cercato lo sguardo della Pirula. Senza imbarazzo era andata dai genitori del Chicho e aveva consigliato loro di far prendere al loro figlio lezioni individuali. Il potenziale c’era, quello che mancava era l’abilità a compiere alcuni gesti semplici, quelli che i bambini di solito imparano immediatamente e senza sforzo. Un allenatore personale avrebbe curato questi aspetti molto meglio di quanto avrebbe potuto fare lei, durante le lezioni collettive. La Pirula e il padre del Chicho avevano capito che il loro figlio aveva qualcosa di diverso, forse un ritardo nello sviluppo, forse dovevano rivolgersi a un dottore. Avevano salutato l’allenatrice ed erano saliti di sopra, negli spogliatoi che El Chicho avrebbe sicuramente attraversato per tornare alla piscina dei bambini. Lo avevano aspettato per un quarto d’ora perché sapevano che era un bambino lento, ma El Chicho non era più tornato. Nel deposito non c’era, e l’allenatrice non sapeva dove fosse, sapeva solo che le tavolette non erano mai arrivate. Nemmeno in semi-olimpionica avevano visto il bambino. I due genitori erano corsi fuori, il sole era sceso dietro il cerro San Cristóbal e il mosaico a colori delle case di Rímac irrideva lo strapiombo del ponte di pietra. La Pirula aveva pianto; il suo uomo le aveva stretto il polso un po’ più del necessario, e le aveva detto che non c’era da piangere, c’era da muoversi perché la notte non li avrebbe aspettati.
Allora si erano divisi, lui era sceso per una strada piena di tornanti che portava a valle dove le luci della notte cominciavano a sfrigolare; lei era andata dalla parte opposta, su per una salita rotta di scalini e ghiaia, e mentre camminava aveva continuato a piangere, a benedire e poi a maledire quel figlio incomprensibile, stupido, americano, che le procurava tanta pena. Finché, all’improvviso, lo aveva visto. Seduto sul primo gradino della scalinata del Santuario continuava a soffiare col naso, e dal naso colava sangue. Aveva gridato, ¡Amor, mi vida, amor mira lo que haces! ma il bambino continuava a soffiare col naso, e il sangue a colare. La Pirula lo aveva abbracciato, la sua maglia di lino s’era macchiata di scuro proprio dove il collo si gonfia nel seno, lì dove si spezza il confine del cuore. Dentro l’abbraccio El Chicho aveva continuato a soffiare. ¡Monstruo! ¡Monstruo del pantano!, la Pirula, gli aveva dato uno schiaffo.
Solo allora El Chicho l’aveva guardata, le aveva detto: Non mi picchiare, io sono il drago della piscina di Rímac.

Nel video di Amaral io recito le parti della Pirula, Amaral quella del padre del Chicho che parla anche lui lo spagnolo dei surfisti. El Chicho è vestito da drago, ma ora sul suo costume blu è stampato il nome del più importante mecenate di Amaral. Su Patreon, quest’uomo di chiama “Este” nel senso di est, nel senso di levante. Non si tratta di un video umoristico, il messaggio che Amaral vuole dare è che per diventare campioni le strade sono molteplici, non ce n’è una unica, e che tutto sta nel non dare troppo peso a ciò che gli altri dicono di noi. Infatti, dopo l’episodio del drago di Rímac, El Chicho ha cominciato a prendere lezioni individuali e ha imparato a soffiare dal naso; ed è proprio per la sua incapacità di intristirsi che El Chicho quest’anno ha infilato una vittoria dietro l’altra. Quando El Chicho perde, El Chicho dice: Ho perso, oggi forse, invece che in piscina, avremmo dovuto andare a Locuto. Io rido e sento l’elettricità; in questi momenti vorrei essere come lui, inscalfibile.
Suo padre se n’è andato lasciando alla Pirula una bambina morta in pancia. È sgattaiolato in Messico e poi in California forte del suo passaporto americano proprio il giorno in cui lei è andata a farsi raschiare via il feto. Quando è tornata c’era solo El Chicho ad aspettarla, era sdraiato a letto e guardava la lampada che pendeva dal soffitto, oscillava perché c’era un terremoto lieve, di quelli che si può comunque continuare a fare quello che si sta facendo. Infatti, mentre tutto traballava, la Pirula ripeteva le sue parole oscene; El Chicho le ricorda tutte, me le dice, io mi vergogno a scriverle. L’unica cosa che scrivo è che se l’avesse rivisto gli avrebbe tagliato il pene. Questo è per dare l’idea di cosa sarebbe arrivata a fare la Pirula, che è una donna dolce, e non direbbe queste cose in una situazione di normalità. La Pirula diceva al Chicho che suo padre aveva abbandonato entrambi. El Chicho le ha detto: Andiamo a vivere a Piura, l’aria del deserto seccherà il dolore; saremo al sicuro e io potrò nuotare nel fiume. Lo hanno fatto. Il fiume era secco, El Chicho ha detto: Non importa, troverò una nuova piscina. Èd è così che El Chicho ha trovato Amaral. È grazie al Chicho che la Pirula ha trovato mio padre. E ancora, e soprattutto, è grazie al Chicho che io ora sono qui che racconto questa storia fantastica.

Nel comodino della valigia di emergenza c’è un altro segreto: la pietra. È lì che la Pirula nasconde l’anello che ha portato la buena suerte al Chicho e ha voltato in meglio la cattiva. La Pirula ha un’ultima cosa da insegnarci e per farlo usa una domanda. Dice: ¿Hay alguien de confianza que los pueda refugiar en el caso de que suceda? Noi ci guardiamo, noi ce l’abbiamo. Io guardo El Chicho, la juta è tutta sbavata. La Pirula si accorge che sono inquieta, fa un gesto impercettibile con il sopracciglio, un gesto che io vedo; rigira l’anello con il dito dell’altra mano e la pietra manda i suoi riflessi da spada laser, strizziamo tutti gli occhi, lei se lo sfila e poi lo stringe. Sígueme, dice, e noi la seguiamo. Andiamo in fila indiana nella stanza del Chicho: la guardiamo abbassarsi, aprire il cassetto di legno del comodino, appoggiare al centro del cassetto vuoto l’anello, poi richiuderlo e infilare la valigia che ci salverà tutti sul ripiano più basso. Ci aspettiamo che dica qualcosa, una benedizione, una formula magica che lasci tutti sottovuoto. E infatti dice: Ahora que saben qué hacer. Son demasiados, no puedo salvarlos a todos.

Oggi però siamo al Palaideal e la gara è nazionale. Nessuna categoria, campionati assoluti, El Chicho è un adulto ed è l’adulto più forte di tutti. Corsia centrale, telecamere puntate. La Pirula, per l’emozione, è rimasta a casa davanti alla TV, quando sono uscita già piangeva, ma c’era papà con lei; le ha detto, cosa piangi? Mica è morto Pablo Escobar. Io però questa gara non me la perdo. Sono qui con te El Chicho mio, sono qui per te. E allora tuona. Tu ti tuffi. 45 gradi, una squadra perfetta. Si sente uno schianto. È il fracasso di dodici vetrate che vanno in frantumi tutte contemporaneamente. Ma tu riemergi, le tue braccia si allargano e richiudono, io non riesco a smettere di guardarti. Le persone che ho davanti si alzano e corrono. Non bisogna correre, bisogna stare fermi. Non ci sono tavoli, la nostra valigetta è lontana. A casa la Pirula fa appena in tempo ad acchiappare Victor che è seduto con lei sul divano, lo stringe a sé badando bene che abbia spazio per respirare, prende uno dei grossi cuscini del divano e se lo sistema sulla testa. Anche papà è seduto, ha una birra in mezzo alle gambe che gli si rovescia tutta sui pantaloni; chiama Nancy e Segundo che però sono fuori, radunati nella corte della Felicidad. Allora si infila solo sotto il tavolino della TV. Jaime, Ana Lux sono in cucina. C’è il tavolo con la ribalta che sbatte. Jaime prende per mano sua sorella piccola e la porta al sicuro sotto l’altro tavolo. Io resto ferma: vedo le teste dei concorrenti riemergere, vedo quelli delle corsie più esterne raggiungere la scaletta, vedo l’acqua diventare scura perché sono saltate via le piastrelle che danno la direzione a chi nuota, si è aperta una crepa e poi una voragine, e la piscina ora ha un fondo di terra e di cemento. Dov’è il blu, urlo, dov’è il blu del nostro pavimento?

El Chicho ne nuota duecento, è una farfalla enorme, bionda sotto la cuffia arancio, è l’Halcón del Rio Piura, rapace. Ricordate? E ogni volta che riemerge sembra abbracciare tutta la piscina, e insieme all’acqua abbraccia il mondo, e insieme al mondo abbraccia me. Quando esce dalla vasca non c’è più nessuno. La telecamera è ancora puntata. Il cronometro digitale si è fermato sugli zero e 37 secondi. Io sono sugli spalti, sola. Non so dove scendere, la scala principale è crollata. Lo chiamo. El Chicho sente subito e guarda verso di me. Ho vinto!, urla. Hai vinto!, urlo. Amaral non si vede ma so che sarebbe fiero di lui e so anche come farlo diventare fiero di me. Cammino pianissimo, a quattro zampe perché alcuni gradini sono saltati e la salita è ripida, finalmente raggiungo lo spalto più alto. Da lì c’è una pedana ancora integra, la percorro, arrivo dall’altra parte e comincio a scendere lentamente, un gradino alla volta, finché sono giù, a bordo vasca, lì dove El Chicho mi aspetta.
Ci mettiamo uno accanto all’altra, in riga, la scritta Este si vede benissimo sui nostri costumi blu. Dalle finestre senza vetri entra la luce arancio dell’apocalisse e il vento del deserto che porta con sé una sabbia lontana. Mi schiarisco la voce e guardo dritto in camera. Dico: Siamo al Palaideal di Piura, Perù del nord e un po’ ovest. Questo che vedete accanto a me è il vincitore, El Chicho, un nuotatore molto forte, molto alto, è l’Halcón del Rio Piura, mezzo hawaiano e mezzo peruviano e, se non lo sapete, io sono sua sorella María.

Dinamica

scritto da Aurora Dell'Oro

«Lasciamo stare». Lo dice in piedi nel salotto del bilocale, un salotto che fa anche da cucina e infatti dietro di lei c’è il piano cottura, sopra il piano cottura c’è la finta cappa e qualche magnete di posti più o meno lontani, che hanno visitato. Irlanda, Norvegia, San Marino. Gli Stati Uniti. In vacanza sono stati bene, pensa, ma neanche così tanto, si contraddice. Ci si adeguava. Ci si metteva della fantasia. La novità del posto faceva il resto. Di sicuro c’era dello sforzo, un po’ di accondiscendenza e una sana dose di altruismo. Tutte cose nobili e pure, completamente inutili. È ancora dentro al cappotto, di un brutto color beige, però caldo. Gliel’ha regalato sua madre per gli inverni da fuorisede. Le mani, in tasca. Segue con le dita il profilo seghettato delle chiavi. Quando ha finito, appallottola uno scontrino. Dev’essere recente, la carta fragra.
«Ma sì, lasciamo stare», dice lui, alza le spalle, lo fa sempre.
Lei s’irrigidisce. Lasciamo stare cosa, incalza. Evitano di capirsi, si fraintendono con coscienza. Sono diventati bravi.
Quel ch’intende lei è: lasciamo stare l’immane cazzata che hai fatto.
Quel ch’intende lui è: lasciamoci stare, e ognuno per la sua strada. Se lo dicesse, lei potrebbe anche essere d’accordo. Solo che non lo dice. Le cose importanti, lui, non le sa dire. Perché si capiscono da sé, sostiene. Così vanno avanti. Camminano a piedi nudi sulla lama di un rasoio.
Lei si toglie il cappotto, fa due passi e lo appende, in casa loro ogni cosa è vicina, troppo. Basta allungare un braccio per afferrare qualsiasi cosa. Come sempre, inciampa nella scarpiera. L’ha rotta qualche settimana dopo il trasloco. Dei tre pezzi originari, tre scatole che messe una sopra l’altra restituivano al colpo d’occhio i colori dell’Union Jack, ne sono rimasti intatti solo due. È goffa, lo ammette subito, per disarmare l’irritazione altrui. Giura che cerca di fare attenzione, ma è il suo modo di prendere le misure. Quando è successo, quando il terzo scompartimento è caduto a terra e un pezzo di plastica, minuscolo eppure fondamentale, è saltato via, lui non s’è arrabbiato: «Per fortuna non è vetro», ha commentato, flemmatico. È raro che si arrabbi. All’inizio lei pensava che fosse perché lui è molto buono. Adesso invece pensa che sia solo disinteresse. Vorrebbe farlo arrabbiare, almeno un pochino. Capire che cosa gli sta a cuore, su cosa non si può scherzare. Con una mano raddrizza la scarpiera storta. Sono stanca, pensa. Anche andarsene richiede energie.

Così, resta. Preparano la cena, ognuno la sua. Impilano le padelle sporche nel lavandino minuscolo, quello che a lavarci le stoviglie fa venire il mal di schiena, tanto è basso. Dolori lombari, l’ha imparato grazie al lavandino, così come i nomi delle altre vertebre. Lui mangia carne quasi ogni giorno, lei quasi mai. L’odore della cotoletta ai ferri le fa venire la nausea. Nel piatto ci sono tracce di sangue, lui le raccoglie con un po’ di pane. La televisione è accesa sul telegiornale, lei s’imbocca in silenzio, mastica verdure e lenticchie. Dovrebbe contare fino a trenta, ma deglutisce troppo in fretta. Guarda gli occhi di lui che fissano lo schermo. Le lenti degli occhiali riflettono i toni bluette dello studio televisivo, con le dita tamburella i tasti del telecomando, posato come un enorme insetto nero sulla tovaglia. Lei reprime l’impulso di afferrarlo e scagliarlo contro il muro. Beve un sorso d’acqua per sciacquarsi bocca e consapevolezza. È convinta che sia colpa sua, che in ogni caso non saprebbe adattarsi a nessuno. Si ritiene fortunata ad avere trovato qualcuno disposto a stare con lei, dividere un affitto. Ce la mette tutta, giura, ogni giorno. Di notte, invece, dorme sonni lunghi, comatosi. Gli ruba le coperte, se le avvolge attorno al corpo come un sacco a pelo. Non lo fa apposta, le viene naturale. Sogna, tantissimo. Nel sogno trova vie di fuga. Ha dentro spazi aperti, intrecci sconosciuti. Da sveglia odia la sua trama da niente, il suo romanzetto borghese.
Lui e lei parlano poco. Lui sta passando un brutto periodo, lei l’ha sentito arrivare prima che se ne accorgesse. Gliel’ha detto: qualcosa sta per cambiare, sento un clima da finale a sorpresa. Lui non le ha dato ascolto, perché non ha mai creduto alle sue doti medianiche. Così, lei lo sapeva e era preparata, lui no.

Anche lei, del resto, non se la passa tanto meglio. Sua sorella ha un cancro, l’accompagna a Milano per le visite preoperatorie. Non l’ha portata nell’ospedale della loro città, non si fida. Il centro di cura è nella periferia sud, vicino c’è un carcere, ancora più vicino un maneggio e un vivaista. I nitriti dei cavalli si sentono anche dalle stanze dei degenti. Ogni tanto, qualche poiana fa larghi cerchi in cielo. Se si concentra, riesce a vedere cascinali, risorgive e campi allagati. Donne con il fazzoletto legato in testa e le gambe robuste. Uomini segaligni e dalla bocca a linea dura. Ci sono due edifici, nel centro, uno per le visite ambulatoriali, l’altro per i ricoveri. Lei e sua sorella fanno avanti indietro dal primo al secondo, per l’accettazione, poi per le visite, poi per passare il tempo tra una visita e l’altra. Lei non si ricorda mai quale sia il primo e quale il secondo. Non ha mai avuto un buon senso dell’orientamento.
Il posto è sempre affollato. Molti hanno con sé le valigie, parlano con inflessione meridionale, tutti dicono, abbiamo il mare bello, ma non abbiamo gli ospedali. Vanno a coppie o terzetti, alcuni hanno la famiglia al seguito. Ci sono bambini nei passeggini, alcuni si guardano intorno curiosi, altri tengono gli occhi sui piedi. Il malato si riconosce facilmente, perché è quello che prova più degli altri a essere allegro. La regola fondamentale è non far capire quanto sei grave; la pietà spaventa. Nelle sale d’attesa si scambiano diagnosi e piani terapeutici, malgrado si sappia, per istinto, che le cartelle cliniche sono pezzi unici. I pazienti ricoverati passeggiano lungo i corridoi, in vestaglia e ciabatte. Osservano i visitatori con occhi allucinati, inespressivi, mentre il personale ospedaliero si prodiga in epiteti affettuosi e carezze sulle spalle. Sarebbe quasi gradevole, se non fosse che. Sua sorella guarda un po’ più a lungo mariti e mogli, ha la spina nel fianco. Il suo errore è stato non togliersela subito. L’ha lasciata incancrenire, girandosi e rigirandosi nella testa l’enormità che gli era capitata. La sua vita si è spostata di lato e lei si è rifiutata di seguirla. È una gran testarda.
Chiacchierano con una paziente, si chiama M****. Viene da Cremona, racconta, faceva la consulente finanziaria. Ora è in pensione, anticipata. Non potrebbe più lavorare a contatto con i clienti, non con questo aspetto. Si indica il volto, la bocca blesa, sotto le cannule infilate nelle narici. Le hanno asportato il palato. Dice di considerare che il bicchiere è sempre mezzo pieno. Lo ripete spesso. Lei ascolta M**** e si sente piccola.

Ce l’ha anche lei, la sua spina, ma lei è più crudele. Lei, la sua, se la vuole togliere. Lui le ripete che andrà tutto bene, glielo dice anche quando, la notte prima dell’operazione, lei volta nel letto le sue quattro ossa. È dimagrita troppo, adesso le toccherà spiegare anche questo, lo aggiunge alla lista delle cose da fare per essere al di sopra di ogni sospetto. Non è inappetenza, davvero, è il sistema nervoso. Vorrebbe un abbraccio, qualsiasi cosa che la faccia sentire meno sola; riceve una mano tra le scapole. Scivola via subito. Fa da sè, incrocia le braccia al petto e stringe la gabbia toracica. Non dimentica, però. Non dimentica mai.
Due giorni dopo, riporta a casa la sorella. Le è stato applicato un drenaggio alle ascelle, indossa vesti ampie per nascondere i tubicini e le sacche del liquido ematico. Sorride come prima, più di prima. Sotto i seni le si sono aperti due fiori blu, enormi. Lui fa notare che adesso l’aria è diventata pesante, ha bisogno di staccare. Stacca e va via, per un paio di settimane. Lei non sente la sua mancanza, vorrebbe che non tornasse. Lui torna. Lei è sempre più convinta che il suo problema principale sia la buona educazione.
Aspetta.

Si spartiscono gli oggetti, ognuno risale alle proprietà originarie con una precisione tangente all’accanimento. Le lampadine vengono svitate dalle lampade, i coperchi separati dalle pentole. Districano con cura i loro fili, bisogna fare attenzione affinché non rimanga nessun nodo. Si salutano, lui offre un’amicizia che già disattende, per poco coraggio, o per motivi diversi, che tace. Non si fa sentire, se non per questioni irrisorie.
Lei è fortunata. Ha una madre da cui può tornare. L’accoglie come una rifugiata. Durante la prima settimana le cucina i suoi piatti preferiti, lei vorrebbe che non lo facesse, la fa sentire una convalescente. Sta bene, invece.
Nel prato davanti casa sono rifiorite le miosotidi.

Io non so mai niente

scritto da Daniele Gnigne Vaienti

Io non lo so
io non so mai niente.
Crediamo di essere bianco e nero
sotto al sole forte
e forse siamo arcobaleno
nel nero della notte.
Non chiedere a me
io so sempre poco
gli sbagli per esempio
li so sempre e solo dopo.

Tu ricordami
ricordami che siamo fatti
di atomi, attimi e letti sfatti
in questo grande mondo
di piccoli uomini
siamo tutti fatti di difetti
siamo meravigliosi disastri perfetti.

Siamo baci restituiti
perché rubati a tradimento
siamo i vestiti
spogli di noi sul pavimento.

Ricordami che siamo fatti di attese
e inesattezze
circondati da uomini deboli
e superpotenze
siamo eroi
noi
che ostentiamo incertezze.

Io poi non lo so
io non so mai niente
però l’ho capito
che abbiamo una scadenza
che siamo distrazioni
collisioni
destinate all’assenza.

E non è una questione di fiducia
è che la carne è carne
e quando è viva
brucia.

E noi
siamo carni umide
e mani sudate
Mani che s’erano fatte ruvide
a furia di carezze non date.

Ecco
le mani
amiamoci le mani
se di più non siamo capaci
amiamoci domani
oggi lasciamo che resti un gioco
com’era fino a ieri
ma quando giochiamo
anche se vale poco
facciamo i seri.
Inventiamo le regole volta per volta
come si faceva da bambini
prima del sesso
dei pompini
e di tutte quelle regole
dei giochi dei grandi
che non siamo mai stati capaci d’imparare.

Se tracci una linea
a collegare
tutti i miei punti deboli
viene fuori il disegno del tuo sorriso.

Io non so mai niente
però lo so
che te ne andrai senza preavviso.

Adesso però baciami
lasciami sognare un altro po’
dopo vado a letto
prometto.

Ascolta Io non so mai niente letta dall’autore

Aliena

scritto da Irene Doda

Un ronzio e poi uno schiocco, una ventosa che si stacca da un vetro. Amelia apre prima la bocca e poi gli occhi. Ha le ciglia ancora appiccicate dal mascara. Vede una cimice aggrappata al lampadario. L’insetto è scuro, un grumo che si allarga sul paralume. Si arrampica lungo la superficie liscia, raggiunge la ghiera. Resta lì, in posizione verticale, con le zampe abbarbicate alla barra di metallo.
Amelia si alza sui gomiti e guarda il display del telefono. Sono le quattro e trentasei. Il vetro della finestra vibra sotto i colpi del vento. C’è l’odore bruciacchiato dell’autunno che arriva. O forse è il vicino che dà fuoco a cumuli di foglie nel cortile sul retro. Sul letto, accanto a lei, è rimasta la forma del corpo di Dario: un avvallamento leggerissimo sulle lenzuola, un incavo nel cuscino. Deve essere uscito dopo le undici, quando lei era già addormentata. Sul cellulare le ha lasciato un messaggio: sono in turno, smonto alle sei. Ci sono anche l’emoji di una coccinella e quella di un quadrifoglio. Amelia alza nuovamente lo sguardo verso la cimice, che però è scomparsa.
Incapace di riaddormentarsi, si infila le calze che Dario ha lasciato appallottolate sotto il cuscino. La casa è calda e odora vagamente di ceci bolliti e peperoni al forno. Amelia si sente sporca, di ritorno dal lavoro non ha fatto la doccia. Ha ancora l’impasto secco appiccicato sotto le unghie. Agogna l’acqua calda, ma ha paura di ritrovarsi l’insetto sul corpo nudo. Il solo pensiero le provoca un brivido violento che parte dalle dita dei piedi. Il bagno sa di umidità e di un deodorante chimico che Amelia ha sparso nel water. Fissa la doccia per un po’, indecisa sul da farsi, poi si sposta in camera della bambina. È l’unico posto della casa che non ha odore.
La bambina dorme con una gamba sollevata e la manina tesa a sfiorarsi l’alluce. Ha una maglietta con disegnato un bradipo sorridente. Lei non sorride. Non piange e non sorride mai, da quando è venuta al mondo. È nata in silenzio, mentre Amelia gridava e torceva il dito medio dell’ostetrica. La bambina era uscita da quel caos di sangue, silenziosa e con gli occhi spalancati: una quiete mostruosa, solo l’ostetrica che ansimava, mentre riprendeva fiato con il dito fratturato.
Amelia era tornata a lavorare al pastificio poche settimane dopo il parto. Si sentiva riempita di un’energia che forse aveva a che fare col sollievo di essere di nuovo leggera, forse con quella forza creatrice si dice le donne abbiano quando si scoprono in grado di dare nuova vita. Aveva fatto straordinari continui da quando era rientrata dal congedo di maternità, come se la sua carne fosse lava di un vulcano, le sue dita delle armi senza controllo. Impastava a gran velocità, non si fermava per mangiare, era investita da un fuoco sacro che non le faceva avvertire fame, sonno, né altre emozioni.
Eppure, quando tornava a casa e prendeva in braccio la bambina si raggrinziva come un alimento sottovuoto. Guardava la piccola, l’abbracciava, contava le dita delle mani e dei piedi. Ma quella parte dentro di sé che avrebbe dovuto colmarsi di gioia restava congelata. Andava a dormire presto, all’alba saltava come una molla e sfogava tutta la forza aliena nel lavoro, ogni giorno più estranea alla creatura placida che era uscita dal suo grembo, sempre più lontana e frastornata da quello strambo miracolo.
Amelia vorrebbe prenderla in braccio, la bambina. Dicono che le madri trasmettano il calore ai figli quando li stringono al proprio corpo nudo. Lei è nuda, dalla vita in su. Si guarda la pancia raggrinzita e le pare bella, famigliare. I capezzoli si sono ingranditi, sono spuntati dei peli neri. Amelia è a casa nel suo corpo. Le pare più maschile, più forte da quando ha partorito.
La bambina invece è solo un’ombra. Non ha un corpo, solo un contorno: un tondo al posto della testa, delle linee interrotte al posto degli arti, delle minuscole dita brulicanti, che si stringono, si aprono, si stringono, in un movimento intermittente e insopportabile. Chissà cosa sta sognando. Ed ecco la cimice che ritorna: sbatacchia sullo stipite della stanzetta, vola verso il fasciatoio, ci si posa per qualche istante, poi riprende il volo, torna indietro ronzando verso la porta.
Passano dieci minuti, venti, forse un’ora. Amelia è ancora lì, in piedi, con il cuore che batte a ritmo irregolare, a volte salta un colpo. L’oscurità si è rotta, dalle tapparelle abbassate si spande una luce grigia. Amelia fa un passo verso la cimice. Varca lo stipite della porta. Entra in bagno. Afferra il deodorante chimico che ha usato per il water, ha una confezione blu con la foto di un golden retriever con la lingua di fuori. Dario avrebbe voluto un cane, pensa. Forse lo adotteranno quando la bambina sarà cresciuta. Ne hanno parlato da poco. Il cuore salta un altro battito.
La stanzetta vuota ormai è striata dell’arancio dell’alba e il vento sembra essersi placato. L’ombra della cimice vaga per la stanza con il suo vibrare. La bambina mugola e si gira nuovamente, ora è sulla schiena, con le mani e le braccia aperte. L’insetto si ferma di botto sul vetro della finestra. Amelia gli punta contro la bocca del nebulizzatore e preme la levetta rossa. Uno spruzzo, poi due. La cimice si stacca dal vetro e cade a terra sulla schiena, investita dalle gocce di veleno. Amelia prende di nuovo la mira.
L’insetto inizia a rimpicciolire: perde una zampa, poi due, si accartoccia su se stesso, una foglia nel fuoco. Smette di muoversi. Non ha più gli arti, è una massa tremolante sempre più piccola, tendente al nulla. Le minuscole zampe della cimice sono sparse intorno a lei, come in foggia decorativa. Amelia ha le calze imbevute di quel disinfettante disgustoso. La bambina non si è ancora svegliata. È sempre ferma, con il suo contorno indefinito. Il sole è sorto sopra gli alberi ingialliti, sopra le foglie morte e quelle bruciate dal vicino.
Dario gira le chiavi nella toppa. Amelia deve pulire: il vetro, il pavimento, il corpo smembrato della cimice. Deve andare a preparare il caffè. A piedi nudi, con le calze appallottolate in mano come per nascondere un crimine orrendo, bacia Dario e si infila nella doccia, con l’acqua calda e la luce che sciacquano via i residui della pasta incrostata e gli odori della notte.

La caccia

scritto da Francesca Cosmai

Ana cerca di parlare più forte che può per non far scomparire il rumore della sua voce in mezzo a quello del vento.
«È alle medie con me. Mi ha detto che viene sempre così nelle foto, come se si muovesse, sfocato. Da allora lo chiamo Lo Sfocato», abbozza una risata.
Nora davanti a lei si ferma, guarda indietro, fissando un punto lontano, e chiama «Debou! Debou, siamo qua.» Continua a leggere

Io sono cordite

scritto da Daniele Gnigne Vaienti

Dicevi sempre
che avevo fiato solo per ridere e bestemmiare.
Tanto bravo con le parole
Dicevi,
però al momento giusto non le sai usare.
Il fatto
è che ogni emozione è come cordite
che mi infiamma la gola
e di quello che provo non dico mai niente
neanche una parola.
Ti sei arrabbiata e mi hai aggredito
quella mattina che ti ho detto Ti amo
ma con la bocca ancora piena di dentifricio
proprio non l’hai capito
che il mio era solo uno stupido artificio
per riuscire a rendere leggere
parole che non avevo la forza di sostenere.
Anche il mio non insultarti quando litighiamo
non ha niente a che fare con l’essere buoni
è che le mie parole sono come lampi
che non hanno il coraggio
per diventare tuoni.
Della mia rabbia
vedi forse il pugno chiuso
però non lo senti il nervoso
la gastrite
non capisci che io in gola
ho cordite.
Le parole che non dico
poi mi esplodono in testa
e tu da fuori vedi solo quiete
ma ciò che provo è tempesta.

A volte vorrei parlare
ma non riesco a fare altrimenti
le parole prendon la rincorsa
e inciampano sui denti
vengo fuori tutte rotte
tutte storte
altre parole.
“Ti amo”
diventa “non andare via”,
“Mi stai facendo male”
diventa “cosa vuoi che sia”.
Le mie parole sono come passeggeri
fermi alla stazione dei pensieri
che guardano i loro treni partire
senza trovare il coraggio di salire.

Spesso parlo tanto
è vero
scegliendo parole a caso
ma con cura
tra le poche di cui non ho paura.

La verità è arrivata mite
poi si è accesa come un petardo,
la parola giusta per me non è ”cordite”
la parola giusta è ”codardo”.

Ascolta Io sono cordite letta dall’autore

Rotto è una parola grossa

scritto da Cristian Marmo

Sto correndo sulla strada che costeggia il fiume. Da lontano scorgo una donna che esce da un cortile a passeggio con una bicicletta. Mi avvicino a piccoli passi, sono quasi arrivato, non mi manca ancora molto. Ma quando arrivo davanti al cancello la vedo sedersi sul sellino, pronta per partire. Rallento un po’ per rifiatare, stringo bene i lacci allentati dalla corsa. Lei indossa un tailleur blu notte e delle scarpe che le lasciano il collo del piede scoperto. Quando appoggia le mani sul manubrio noto un braccialetto rigido in argento, le unghie coperte da un sottile strato di smalto. Stringe forte le manopole e con il piede sinistro cerca il pedale affondando nel vuoto. Non è che mi sono messo a fissarla, però è proprio buffa vista da qui. Prende un lungo respiro con la bocca, socchiude gli occhi e guarda dritto davanti a sé. Continua a leggere