Ordinare cinese la vigilia di Natale

by Giuseppe Checchia e Francesco Poiana

Ordinare cinese, di Giuseppe Checchia e Francesco Poiana

Erano più o meno le sei di sera e io e Linda eravamo in salotto. Buddy sarebbe arrivato nel giro di un paio d’ore.
Linda aveva trascorso l’intera giornata a prepararsi per il grande evento. Aveva passato la cera sui pavimenti, acceso una moltitudine di candele profumate di cui io però non riuscivo a sentire l’odore, e perfino comprato un albero di Natale da mettere in salotto.
Il frigorifero era vuoto, ad esclusione di qualche scatola di nachos messicani ordinati chissà quando, riempii quindi un bicchiere dal rubinetto. Prima di bere guardai in controluce quell’acqua teoricamente potabile. La casa sarà stata pure nuova, ma le tubature erano vecchie.
Linda sbuffò.
«Che c’è?» chiesi. Read More

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Flora

by Elena Rui

A Riccardo, al suo diminutivo da bambino viziato, al suo giovanilismo ridicolo, ai suoi viaggi spirituali in terre lontane, descritti con umiltà esibita; alla sua retorica umanitaristica – smentita da uno smisurato egocentrismo – mi è capitato di augurare la morte. E mi sono persuasa, negli anni, che sia una prova irrefutabile che ci fu amore, che ce ne fu tanto e forte. Di quell’amore che non costruisce niente, perché l’amore non deve costruire e non possiede nessuna insita progettualità, neppure quando, per volontà o per capriccio del destino, si agglutina in un altro essere umano. Il nostro, per fortuna, non si agglutinò mai in nulla. Riccardo è diventato padre a un’età che oggi nessuno considera veneranda. Io niente, ventre secco, e forse anche questa è stata una fortuna: non ho la tempra accogliente della madre, non so offrire il mio corpo a tempo indeterminato, posso concederlo qualche ora a un uomo perché lo abiti e lo scuota, ma devo poter riprendermelo quando lo desidero, anche di punto in bianco, senza spiegazioni. Capitava spesso con Ricky, per una parola detta a sproposito o un gesto brusco – era la nostra specialità – e io mi alzavo e lo lasciavo disteso sul letto con il pene eretto, satiro frustrato e stizzito. Gli spigoli dell’uno combaciavano con le parti in carne viva dell’altro: due esseri nati per ferirsi. Read More

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Codice sconosciuto

by Federica Bordin

Effemeridi è la nuova rivista di inutile con la quale tenteremo di costruire, un pezzo dopo l’altro, un atlante dei primi anni 2000. In questa pagina ci sono tutte le informazioni pratiche per abbonarsi e i nomi di alcuni degli autori che ci hanno aiutato nell’impresa. Abbiamo pensato di farvi leggere un assaggio di quello che sarà Effemeridi, in modo che possiate capire se meritiamo la vostra fiducia: Codice sconosciuto è il numero zero, scritto da Federica Bordin. Potete anche scaricarlo, da questo link.

Se intavolare un discorso su Haneke con familiari, amici e conoscenti è ormai scientificamente provato essere la morte di ogni tipo di serata, o quantomeno la causa di uno di quei silenzi pesanti con gli occhi al fondo del bicchiere, figurarsi con che animo decido di parlarne nel numero zero di Effemeridi.
Il fatto è che Haneke spiega l’uomo all’uomo in un modo che non chiede pareri o particolari riflessioni: a guardarli bene, i suoi film sono molto semplici nel messaggio che vogliono mandare. Proprio per questo motivo arrivano allo stomaco così velocemente che manco ti rendi conto di cosa ti abbia colpito; hai solo un dolore sordo al petto e una gran voglia di stare in silenzio per un po’. Read More

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Il ragno

by Ilaria Vajngerl

Tre cose non sopportava di sua moglie: come gli trovasse sempre qualcosa da fare quando si stendeva sul divano a guardare il ciclismo, il bordo dei mutandoni che spuntava dai jeans quando si piegava, il neo che le era cresciuto vicino al seno e che con gli anni non smetteva di ingrandirsi.
All’inizio era un puntino piccolo, quando sua moglie metteva le camicette scollate gli occhi degli uomini si posavano a guardarlo. Era sistemato proprio là dove il petto cominciava a dividersi diventando più morbido, nel taglio tra i seni bianchi. Anche Edoardo l’aveva fissato a lungo quando sua moglie non era ancora sua moglie, ma soltanto Alice. Gli sembrava una briciola e aveva avuto voglia di levarla, premendoci sopra l’indice come faceva da bambino quando infilava le monete dentro la fessura del salvadanaio.
Quando si erano fidanzati le aveva regalato una catenina con un brillante sfacciato, così la gente guardava la pietra invece che esser rapita da ciò che era diventato suo e suo soltanto. Prima di essere sua moglie Alice era stata la sua fidanzata, uscivano tutte le sere, sceglievano un bar e stavano a baciarsi quando i camerieri badavano alle spine. Poi un giorno il padre di Alice le aveva comprato un appartamento, un attico grazioso di settanta metri quadri. Avevano portato un frigo, l’avevano riempito con la loro prima spesa (soprattutto affettati e budini al cioccolato) e avevano cominciato a convivere. Read More

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Il mio Frank

by Massimiliano Righetto

Prima di tutto bisogna dire che eravamo felici e che di solito questa cosa aiuta non poco. In quegli anni gestivo un cosiddetto “Frank”. Un Frank è un modo per definire quei chioschi ambulanti e stazionari allo stesso tempo, quelle piccole roulotte posizionate negli anfratti delle statali, dove si fanno saltare alla piastra salsicce, wurstel, si friggono patatine lordate di olio, si piastrano verdure, insomma quei paninari che rimangono aperti tutta la notte, dove si ritrovano i nottambuli del fine settimana. Read More

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Mia madre era una persona educata

by Carmine Bussone

Un incostante bisogno di tragedia. Desiderare che il destino prenda a schiaffi la mia vita con le sue mani pesanti e poi ritrovarsi a non riuscire a gestire la cosa. Il fatto di essere sempre stato protetto, corretto e tenuto lontano dalle difficoltà di qualunque genere, non mi ha mai aiutato. Mia madre, quando tentavo di tagliare una torta a tavola, mi toglieva il coltello dalle mani e lo faceva lei al mio posto.
Speravo con tutte le mie forze che quella giostra sulla quale ero seduto deragliasse dai suoi binari e mi facesse capire quanto fossi capace di far fronte alle difficoltà che mi si ponevano davanti. Puntualmente, però, come per ogni persona immeritevole, bastava un mal di denti improvviso o un rifiuto da parte di una donna a gettarmi nello sconforto.
Non ho saputo gestire neanche l’ennesimo silenzio di Laura. Quando stava rincasando, l’ho sentita parlare con la vicina che faceva battute sulla puzza di curry che si sente dalle sette di mattina sul pianerottolo. Rideva. Finché la porta non si è chiusa e tutto si è spento, come avrebbe fatto il più tragico degli interruttori.
Elena, invece, rideva tantissimo. Nonostante la sua solitudine, il suo aspetto trasandato e il suo naso grande su un volto poco aggraziato. Al lavoro la evitavano tutti tranne me. Read More

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Arti intatti

by Davy Carren

Verna non è più la stessa da quando quel mago l’ha ipnotizzata allo spettacolo di raccolta fondi per la Sindrome di Marfan a luglio. Dice che le sedie le vede di colore rosso, quando in realtà sono rosa. Vede anche sedie bianche, ma solo quando tiene gli occhi chiusi. Mi verrebbe da pronunciare una diagnosi, ma la presenza di particolari circostanze aumenta il carattere paradossale della questione; e questo è proprio quanto, dopotutto, io, durante le ultime due settimane, ho tentato di, in un certo senso, impedire. Non che io stia cercando di creare confusione o voglia essere accusato di aver tentato di offuscare la faccenda per mia soddisfazione personale. Ci sono fiocchi da annodare attorno a quest’affare e, da quanto ho capito, un modo o due se non qualcuno in più per gettarci uno spicchio di luce sopra. Read More

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Dal diario di Ester

by Francesca Ruggiero

Anthony Hopkins ha il volto di Dio
Se una mattina, una mattina come questa, uguale alle altre, a tutte le altre, mentre scendo di fretta le scale della metropolitana inciampassi nei lacci delle mie scarpe di tela sdrucita, atterrassi con tutto il peso sugli incisivi e si spaccassero sull’angolo di un gradino? I miei denti frantumati su una lastra di granito, il colpo sordo, sapore di ferro, passarci la lingua, trovare un buco, i rasoi dei monconi, sputare quel che resta, dolore.
In una pagella delle elementari una maestra scrisse che avevo difficoltà a distinguere le cause dalle conseguenze. Un fatto.
Al cinema non posso sedermi nell’ultima fila, salvo che per qualche motivo io non abbia voglia di concentrarmi sulle immagini e sulla storia, per tutta la proiezione penserei che un tale potrebbe passare un laccio intorno alla mia gola o infilarmi un sacchetto in testa e soffocarmi. Per questo motivo considero il centro sala un luogo sicuro ma noioso. Read More

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Vapori di sodio

by Francesca Ruggiero

La nebbia che inghiotte la TEDA è qualcosa che nessuno dovrebbe vedere. Qualcosa che ti rende impotente. Qualcosa che annulla la differenza tra un giorno e un altro.
Ester Zanchi lo disse una mattina, sull’enorme terrazza dell’ultimo piano dell’edificio centrale, le piccole braci delle nostre sigarette producevano un fumo invisibile.
In centro città ora c’è il sole, tengo monitorato il meteo. Dieci anni, quanti giorni sono? 3650 a tre fermate di metropolitana, ma qui non so contarli. Un insieme che contiene nulla, un insieme vuoto. Disse ancora. Read More

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Diluvio

by Joseph Aguilar

Sandra sudava – aveva incubi per via della febbre – stesa faccia in giù sul sacco a pelo, mentre Quito le impomatava di nuovo il pollice ferito. Dopo averle avvolto la mano con il tessuto strappato di una maglietta, le rincalzò con cura la coperta sotto le spalle e si arrampicò fuori dalla botola per guardare attraverso l’oblò della cabina. Lo sportello di una macchina galleggiava lì accanto. Ogni flutto del mare vomitava benzina e detriti – tazze, gusci di granchio, un pallone da basket. Quando aveva tentato di pescare, aveva tirato su capelli e plastica, un piede umano una volta, un polipo mezzo andato un’altra. I pesci erano morti. C’erano solo loro due. E anche i gabbiani, però. Gabbiani ovunque. I gabbiani schifosi non mollavano. Strisciate verdi di merda d’uccello con ciuffi di piume incrostavano i finestrini della barca. Read More

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