La coinquilina della nonna Clara

scritto da Francesca Modena


Poi la terra tremò e qualcosa si distese dentro di me. Accadde subito dopo il terremoto, nelle ore successive alla scossa che aveva distrutto la casa della mia famiglia. Precisamente, la notte del 29 maggio 2012, mentre dormivo in una tenda Quechua da due con mia sorella Paola nel giardino di quella che era stata la mia casa, ebbi la percezione fisica di un allungamento della colonna vertebrale. Nei giorni seguenti la cosa continuò portandomi un notevole sollievo, come quando esci da una lezione di yoga e senti di avere qualche centimetro in più, solo che l’effetto fu prolungato nel tempo.
Quello che aspettavo da ventinove anni era accaduto. La spada di Damocle si era abbattuta con fragore sulla mia famiglia e ci aveva lasciati frastornati, metaforicamente feriti, ma vivi. Il dramma che ci aveva colpiti – il crollo della nostra casa causato da un terremoto, in un’area non sismica – era da un punto di vista statistico molto più raro degli eventi che avevo aspettato per anni, e pertanto ancor più significativo. Tumori, infarti, aneurismi, incidenti stradali, incidenti domestici mortali: statisticamente erano eventi quotidiani e il fatto che non si fossero ancora verificati metteva me e la mia famiglia in una posizione privilegiata quanto precaria. Ma un evento così eccezionale aveva una portata tale da poter dire: grazie a tutti, mi chiamo pari.

A chi lo avrei detto? Questo non lo avevo ancora stabilito. Il mio rapporto con dio era conflittuale. Venivo da una famiglia profondamente cattolica ma di origine ebraica, un’origine perlopiù ignorata, se non da me che ne facevo un vanto da un punto di vista esclusivamente intellettuale. In entrambi i casi, che fossimo cattolici o fossimo stati ebrei, il signore era una presenza ingombrante. Io tendevo a non crederci ma non ne ero così certa da rinnegarlo apertamente o addirittura offenderlo. Un mio amico aveva una sorta di prova scientifica della non esistenza di dio. Aveva passato tutta la sua vita a bestemmiare per qualunque sfiga, da un gol sbagliato a calcetto al non trovare le chiavi di casa, e alla soglia dei trent’anni gli era successo di tutto: il padre morto prematuramente, convivenze finite male, auto che lo lasciavano a piedi in autostrada, un numero considerevole di iPhone caduti nel cesso. Ne aveva dedotto che, nella remotissima possibilità che dio esistesse, doveva essere un tipo vendicativo. Aveva quindi smesso di bestemmiare, gestendo quella fase della sua vita con il metodo rigoroso che lo contraddistingueva. Proprio in quei mesi aveva perso il concorso da ricercatore, regalando a uno di Roma un posto che la sua università aveva creato su misura per lui. Gli era sembrato un valido motivo per ricominciare a bestemmiare con più serenità di prima, anche se con meno soddisfazione, perché ora ne era certo che lui non esistesse. Io diciamo che ero più prudente: non era una risorsa per me, ma in ogni caso lo lasciavo stare. Dopo il terremoto quindi, quando decisi che mi potevo chiamare pari con le disgrazie, non mi rivolsi a nessuno in particolare. Diciamo che per un po’ ebbi la certezza che, statisticamente, la famiglia Modena avesse dato.

Il resto della famiglia non la prese nello stesso modo. In maniera più pragmatica si limitarono a constatare i danni subiti e cercare di superare la paura. I miei vissero per mesi in una roulotte in giardino, finché non fu evidente che la decisione di trasferirsi dai genitori di mia madre non era più rimandabile. Mia sorella girò per giorni con degli occhiali da sole che impedivano il contatto visivo con amici e conoscenti – il contatto visivo scatenava il pianto. Il nostro gatto rimase lontano da casa per settimane. I miei zii dormirono in macchina per alcune notti, perché nonostante il loro appartamento non avesse subito danni, farsi trovare a tre piani di distanza da terra durante la notte sembrava una cattiva idea. L’unica che reagì in modo simile a me, seppure per motivi molto diversi, fu la nonna Clara. Grazie alla sua tempra e all’età avanzata, la nonna non aveva paura di niente. Ancora oggi, durante le riunioni familiari, si racconta che la notte della prima scossa mio padre dovette correre in casa, non vedendola uscire, e la trovò al telefono intenta a tranquillizzare il suo nipote preferito sul fatto che lei stava bene e la casa era ancora in piedi. Una volta recuperate, nei giorni successivi, la sua borsa con portafoglio e occhiali e una busta di gioielli di famiglia, la nonna si tranquillizzò e si godette il via vai di amici e parenti tipico di momenti eccezionali come quello che stavamo vivendo. Fu subito evidente a tutti che il problema non era gestire il trauma della povera nonna, ma tenerla lontana da casa. La mattina del 29 maggio 2012, alle 9, nel momento della seconda scossa, quella più distruttiva per la nostra casa, la nonna fece l’errore di farsi sorprendere in cucina intenta a prepararsi un caffelatte. Fu troppo, anche per lei. L’allontanammo da San Felice, mandandola prima a Modena a casa di sua figlia, poi a Torino da sua cognata e infine un mese in vacanza nella casa di famiglia al mare. Fece ritorno a San Felice ai primi di settembre, decisa a non allontanarsi più dal suo paese.

Fu allora che la nonna dovette trovarsi una coinquilina. Lei, che aveva vissuto i suoi primi diciotto anni con i genitori e i successivi sessantasette nella casa di suo marito, si trovava all’età di ottantacinque anni a doversi trasferire in una casa nuova e per di più a farlo con un’amica. L’Elga era una signora bionda, distinta e benvoluta da tutti in paese. Era una delle prime straniere a essere arrivate a San Felice, da un piccolo paese della Germania. Si era trasferita per amore di un uomo che non le aveva voluto dare figli e che per di più le aveva fatto passare una vita di limitazioni. Era ricco e tirchio, che per la nonna era un peccato pari solo alla blasfemia. Alla morte del marito, tutto quello che rimaneva all’Elga in quel pase lontano migliaia di chilometri da casa sua era una nipote acquisita, una manciata di buone amiche, tra le quali la nonna, e una villa liberty sul viale che portava alla stazione. Villa che subì notevoli danni strutturali durante il terremoto, al punto da essere giudicata inagibile nonostante a uno sguardo distratto potesse sembrare illesa. Nei mesi successivi al terremoto, quando mia mamma riuscì a trovare faticosamente una villetta in affitto con giardino e tre camere nella prima periferia del paese, il fatto che la nonna e l’Elga andassero a viverci insieme sembrò a tutti la cosa più naturale del mondo. In quella villetta la nonna portò dalla sua precedente casa tutto quello che poteva entrarci, al punto che quando aprivi la porta ti trovavi a inciampare direttamente sull’enorme e pesantissimo tavolo di legno che occupava interamente l’ingresso e la sala. Le stoviglie, accumulate per decenni, riempivano ogni angolo della piccola cucina. Al piano di sopra la nonna aveva occupato due delle tre camere, destinandone una a suo figlio minore, che vivendo a Modena aveva bisogno di fermarsi spesso a dormire da lei nel weekend. Nemmeno gli spazi condominiali erano stati risparmiati dalla sua irruenza: la sua Fiesta troneggiava al centro del piccolo cortile ghiaiato, impedendo a chiunque di fare manovra, al punto che nei mesi successivi si decise, di comune accordo, che la nonna avrebbe lasciato le chiavi inserite per permettere ai suoi vicini di spostarla all’occorrenza. E anche l’abitudine di riunire intorno a un tavolo la sua numerosissima famiglia durante il fine settimana non venne meno. Per ovviare alla mancanza di spazio, la nonna iniziava a cucinare il venerdì mattina, facendo andare forno e fornelli senza sosta, confezionando arrosti, contorni, paste ripiene, torte. Tutti, tranne la nonna, eravamo preoccupati di disturbare l’Elga. Una donna per la quale il concetto di famiglia aveva coinciso per tutta la vita con quello di coppia, si trovava improvvisamente ogni weekend circondata da figli, nipoti, pronipoti, cugini, parenti acquisiti. Ma ci accorgemmo fin da subito che l’Elga preferiva non prendere parte a questi eventi e in generale passava pochissimo tempo in quella casa. Si svegliava molto presto, scendeva a fare colazione prima ancora che la nonna si alzasse, lasciando la sua tazza nel lavello, e poi spariva per tutto il giorno, rientrando solo a ora di cena per andare direttamente in bagno e a letto, senza cenare o fermarsi a guardare la tv in salotto. La nonna durante il giorno entrava di nascosto nella sua camera, per constatare che l’armadio era ancora mezzo vuoto, che erano state portare cose nuove ma altre erano scomparse. Mia madre, che aveva confidenza con l’Elga, ogni tanto le telefonava per sapere se andava tutto bene a casa, se avevano bisogno di qualcosa, se la Clara si comportava bene; sapeva che sua suocera poteva essere difficile da gestire. Ma dall’Elga non arrivarono mai lamentele e noi ci abituammo presto a quei ritmi, contenti di poter avere una casa tutta per noi e sollevati dal fatto che almeno di notte la nonna non fosse sola. Fu solo dopo qualche mese, infatti, che iniziarono le assenze notturne. La nonna, che la sera rimaneva davanti alla tv fino a tardi, non vedeva rientrare l’Elga. La mattina presto sentiva la porta aprirsi, qualcuno salire le scale e muoversi tra la camera e il bagno, far scorrere l’acqua, spostare cose. Non accadeva tutte le notti, inizialmente qualche volta, poi molto spesso, poi quasi sempre. In famiglia furono fatte svariate supposizioni per spiegare questo comportamento: che l’Elga avesse iniziato a sistemare la casa da sola, che ospitasse altri terremotati, addirittura che avesse un corteggiatore, come lo definiva la nonna. Se si incontravano in cucina all’ora di colazione e la nonna le faceva delle domande dirette sulle sue sparizioni notturne, l’Elga rispondeva che ogni tanto si fermava da sua nipote a dormire, che altre volte si addormentava da lei davanti alla tv e quando rientrava la nonna non la sentiva perché stava russando. Che la nonna russava era vero, il resto erano bugie. Lo so per certo perché una sera sono andata a spiarla.

In quel periodo uscivo molto la sera. Tutti uscivamo tanto. Stavamo in giro fino a tardi, anche se non c’era molto da fare tra Modena e la Bassa. Non ce lo siamo mai detti ma rimanevamo fuori per accorciare la notte, le ore passate a letto con la luce accesa a fissare il lampadario. Usciti dall’ufficio, ci fermavamo al solito bar con il portatile, per lavorare ancora un po’, e pile di guide Lonley Planet per programmare viaggi con persone con le quali non saremmo mai partiti. Sorseggiavam o cocktail che sapevano solo di ghiaccio, per non doverne ordinarne un altro, e l’ennesima birra era sempre l’ultima prima di andare a letto. Ogni tanto, quando non mi andava di tornare nel mio appartamento di Modena da sola, tiravo dritto e andavo a dormire a San Felice dalla nonna. Una di quelle notti, una notte nella quale mi sentivo particolarmente coraggiosa, mi fermai in macchina davanti a casa dell’Elga. Parcheggiai dall’altro lato della strada, quello della stazione, e mi avvicinai al cancello a piedi, sentendomi stupida al pensiero che qualcuno mi potesse sorprendere lì. Il cancello era chiuso ma la casa distava pochi metri, occupati da un cortile ghiaiato e qualche pianta. Da quella posizione si poteva scorgere chiaramente, nella sala al piano terra illuminata dalla luce di un’abat-jour, una signora bionda che dormiva composta su una poltrona. Tutte le altre luci della grande casa erano spente. Ricordo che il giorno dopo a colazione raccontai alla nonna quello che avevo visto. No, nessun via vai sospetto, nessun indizio di incontri galanti. Solo una vecchia signora che non riusciva a stare lontana dalla sua casa. La nonna, che non era incline a sentimentalismi, parve delusa da quella spiegazione.

Post fata resurgo

scritto da Chiara Araldi

Tu cammini annegato nei ricordi
– a guardarti li scorgi,
irradiati a raggiera oltre il crinale del cranio –
gli occhi
fredde fiamme di rasoi
tagliano il vuoto alla ricerca di un senso
Tieni il pugno lungo il busto
chiuso come se
a lasciare andare le dita
scivoleresti via anche tu
disciolto come ketamina
nelle vene della notte che sale.

Hai raccolto i tuoi castighi,
e hai chiesto almeno 813 volte perchè,
alle stelle
che schizzano improvvise lungo il cielo
apparendo come l’avvertimento di un collasso,
alla schiena
che se ne andava senza motivo
mentre tutto intorno
annichilendosi implodeva,
alla polvere
che dorme accatastata sul cuore
come una guardia ubriaca
in un gabbiotto congelato di gennaio.

L’hai chiesto a me
ma io non ho che palme aperte
e i miei capelli profumati,
oltre al cordoglio
ed una sconfinata resa.

Perchè mentre ti cammino accanto io vorrei dirti
che questa è l’ora di arrendersi
vorrei prenderti la mano e spiegarti
che questa è l’ora in cui si lasciano
dissolvere i fantasmi come meduse al sole
vorrei
toccarti con l’indice la fronte e
passarti la mia luce,
riempirti di luce fino a che
piegato sulle ginocchia,
prima di riversarti fuori come un urlo schiantato
tu non veda le margherite fiorire tra l’asfalto.

Soltanto questo siamo, fratello mio,
violenti specchi di inferno,
ognuno ad altri martirio,
ci picchiamo e ci feriamo e ci
lasciamo stremati e senza fiato
siamo una valanga di corpi impilati alla ricerca di aria
e per trovarla usiamo la bocca del corpo accatastato accanto
come scalino
ci siamo l’un l’altro velenosi e parassiti
siamo schegge di dolore precipitate
in mezzo
ad una incredibile
e fragile
bellezza.

Ricorda, è la bellezza a tenerci uniti
ed io ti auguro
di trovare la tua
negli interstizi delle cose,
cercala tre le rime delle parole,
dietro al bancone dei bar,
nelle foglie che si schiudono di crudo verde,
trovala, qualunque sia, e facci l’amore,
ridendo immergi le braccia
nella bellezza che rimuove i pensieri
lascia che lei ti trovi, e ti dia pace
non è il senso
che andiamo cercando,
fratello,
ma il sollievo
quell’attimo
di consapevole lucidità
in cui
non sai, ma senti
che il cielo è lì
e non risponde
ma cristo,
è così bello che
spezza il fiato.

Ascolta Post fata resurgo letta dall’autrice

L’albero vero

scritto da Luca Tosi


«Se non viene naturale…» dice. «Se non viene naturale, allora niente.»
Io lo so cosa vuole da me, l’ho capito benissimo. Il suo odore è molto vicino, siamo stesi sul divano del mio salotto. Tutta buia la sua faccia, tutto buio uguale. L’unica cosa che si vede è la spia rossa del suo cellulare, la batteria è scarica. Fosse stato per me le lucine dell’albero le avrei lasciate accese, invece no, «Spegni», ha voluto così. Continua a leggere

Tutti i film di Bill Murray

scritto da Maurizio Minetto


La verità è che la morte di mia madre non l’ho mai superata. E Marco seguitava a dirmi che palle sei sempre mezza spenta, non ridi mai e anche sorridere lo fai poco.
È morta tre anni fa. Lui l’ho conosciuto un anno dopo, e all’inizio gli piaceva che non ero una col sorriso facile, ne sono abbastanza sicura, poi deve avere cominciato a dargli sui nervi. Continua a leggere

Hypersonetto #13

scritto da Nicolas Cunial

e gli ematomi ostentano l’adesso
ridando forma all’ora seminando
le mine contro questo nostro quando
presente. come dirtelo non so. spesso
giro e rigiro il verso come nesso
tra il posso e il passo e chiudo ed è provando
nel fallimento che si perde il bandolo
di quanto resta e di quanto non è ammesso
finché si perde tutto quel che è stato.
all inclusive ma certo e dilaniato
non mi resta che il log out dalla vita
che tu vorresti ancora. ma è finita
non la sessione: la partita è lisi
hackeraggio di cellule nate in crisi

Ascolta Hypersonetto #13 letta dall’autore

Planetario

scritto da Nicolas Cunial

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

si vive in un tempo protocollato
tra le visite da calendario e l’orario
del deperimento. del farmaco effetto.
si vive di schemi e gioco di ruoli
di costanti silenzi scontati
per mostrarcisi male. malati.
ma c’è un momento in cui mi do conto
che sono contento: è quando disegno
i miei occhi più grandi del mondo
perché lo contengo nel nero del bulbo
e il bianco contorno è l’universo
in cui nuoto di notte se mi addormento
se il giorno l’ho perso a muovere scacchi
con chi fa la cronaca dei gesti più semplici:
«guarda. lei ha preso una penna.
guarda. lui sta toccando la tenda»
e silenzioso mi fissa gli spacchi
coi suoi pianeti disabitati.

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

si vive di sedute e dosaggi
di diritti pestati e ora detriti
di pasti scaldati e assaggi gentili
per evitarci il più dei conati.
si vive di docce in divisa
divisi dall’altro
ché l’amore è bandito ma quando fa buio
se le luci si spengono
arrivano mani a infilarsi nel letto
e può succedere che non siano mie
ma di chi ha più voglia
e non sa cosa tocca ma sa ricucire
senza mostrare (scartare) manie.
così la mattina con le dita pastello
ritraggo lettini vibranti il cigolio
le spinte e gli strappi degli organi scelti
il suono e la voce che mai dice addio
né dice: «ciao sono io è stato stupendo»
no: qui è un rancio di sesso randagio
la regola vuole che va bene fin quando
i grembi non crescano non ci sia parto.
e tempero tempero gli occhi pianeti
coloro coloro gli umani crateri
dipingo soltanto il circo che vedo
io bestia lasciata alla sete di gioco
costretta incastrata dove non si respira
in questa camicia che non si stira.

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

ma adesso che ho finito lo spazio
e il planetario è un disastro completo
prima che possa goderne lo sguardo
mi legate le mani con cinghie
a un letto disfatto da carne di scarto
(avanti uno e poi l’altro)
in attesa del turno di briglie di cuoio
(avanti uno e poi l’altro)
con l’urlo di unghie dal corridoio
(avanti uno e poi l’altro)
è attesa in reparto la morte che perde
ché non mi prende se mi attaccate
la testa a uno schermo lo sguardo all’inferno
io fermo fissato un cristo all’altare
con particole in ferro freddo sui lobi
io cimice in camice sacrificale
addento dolente un sorriso di legno
per preservare lo smalto del ghigno
dai crampi che vengono a farmi la festa
una scossa che straccia che scassa la testa
una scossa che straccia che scassa la testa
una scossa
che straccia
che scassa
la testa
per farmi confondere
le confusioni
diradare la nebbia planetaria dagli occhi
rotolati all’indietro per le convulsioni
e così eliminare ogni dubbio futuro
per cancellare i disegni sul muro.

forse ho confuso le confusioni
i dubbi si sono vestiti da assiomi
ma i due pianeti al posto degli occhi
restano in volo per cui
li disegno sul muro. in silenzio. da solo.
ché di queste follie io sono le stanze
che non accettano pareti bianche

Ascolta Planetario letta dall’autore

Esule – Cover, 9

scritto da Francesco Follieri


Come ogni mattina, prima dell’alba, Alfonso si preparava ad alzare la saracinesca dell’edicola, a ricevere i quotidiani e subito dopo i primi anziani insonni, ansiosi di continuare a praticare le proprie abitudini.
Da anni, da quando era accaduto la prima volta, e poi la seconda e la terza, con la coda dell’occhio, controllava che dall’altro lato della strada, vicino al parchimetro, non ci fosse l’esule. Potevano passare settimane, mesi nei casi più fortunati, ma prima o poi sarebbe ricomparso, Alfonso lo sapeva e l’idea lo gettava nello sconforto. Continua a leggere

La dismissione delle cabine telefoniche – Cover, 8

scritto da Sara Mariotti


Sua madre, da quando era rimasta vedova, aveva cambiato il lato del letto; diceva che gli odori non se ne vanno, impregnano il materasso e i cuscini, lei li sentiva.
Prima di morire d’infarto suo padre aveva litigato con sua madre per colpa di quei terreni che aveva ereditato da un lontano zio, non ne voleva sapere di venderli, erano andati a dormire senza dirsi una parola: nessuno dei due aveva immaginato che sarebbe stato per sempre. Continua a leggere

So che puoi comprendere – Cover, 7

scritto da Carmen Barbieri


Come quella storia del cane muto e della papera sottomessa. Lui un tempo ci rideva. Ora gli saliva la brina negli occhi quando Lei riattaccava a raccontare. Si distraeva moltissimo, soprattutto nella parte in cui Lei ripeteva il pezzo della papera che si lascia strattonare sulle strisce pedonali dai bambini delle scuole elementari. Era tutto un lastricato di mani e di piedi – diceva Lei – che l’avrebbero potuta portare via. Lui aveva inventato un trucco per farla smettere di parlare. Voltava la testa a sinistra procurando in Lei la paura di perdere il controllo della macchina, uscire fuori strada o, peggio, finire morti in uno scontro frontale con le macchine che avanzavano in direzione opposta a quella loro. Solo così Lei faceva immediatamente silenzio e Lui tornava a guardare dritto davanti a sé. Continua a leggere