Surgelati

scritto da Francesco Casini

Ci sfioriamo i gomiti al supermercato, di fronte al banco surgelati, e subito la riconosco. Lei ha lo sguardo basso, si scusa e si allontana. Non credo ai miei occhi, la chiamo per nome. Ci mette un secondo a riconoscermi poi spalanca la bocca.
«Dio mio!» esclama.
«Non ci credo!»
«Come stai?!»
«Bene, io bene, tu?»
«Bene grazie…»
«Quanto tempo?! Dieci anni?!»
«Non lo so, forse di più. Cosa mi racconti, cosa…»
«Forse dodici, dalla laurea di… come si chiamava?!»
«La festa di Giacomo!»
«Esatto! Giacomo, quanto tempo!»
«Incredibile, ma cosa fai qua?»
«Mah niente, la spesa! tu?»
Ride come dodici anni fa e ho un tuffo al cuore.
«Anche io la spesa!»
Agita una confezione di minestrone surgelato. Ha i capelli lunghi adesso, il viso spigoloso, ma il suo sorriso non è invecchiato. Le dico che la vedo bene, in forma.
«Grazie! Dici? Non è vero, il lavoro mi uccide!»
«Ma dimmi, che fai adesso?!»
«Insegno, più o meno, sostituisco.»
«Sul serio?!»
«Sì, mi spediscono ovunque! È faticoso.»
«Immagino.»
«Però formativo, sai, ogni mese persone nuov-»
«Senti ma perché…»
«Cosa?»
«Perché non ci prendiamo un caffè qua fuori?»
«Dai!»
«Al bar di fronte.»
«Certo, ma vieni qui spesso?»
«Da quando mi sono trasferito.»
«Non ti ho mai visto.»
«Abito qui vicino ma da una settimana.»
Prima di andare prendo due birre. Lo scaffale è specchiato e mi guardo la pancia. Non l’avevo dodici anni fa, né quella né le stempiature. Ho rughe vistose attorno agli occhi, i denti ingialliti dal fumo. Mi ero ripromesso di smettere con le sigarette arrivato ai trenta. Adesso aspetto i quaranta.
Rimetto le birre al loro posto. Mi chiedo se sono presentabile, non mi aspettavo di incontrare qualcuno. Mi annuso i vestiti camminando verso il reparto cosmetici. Prendo un deodorante e me lo spruzzo mentre nessuno guarda, poi lo rimetto al suo posto. Cammino circospetto nella corsia semideserta. Cerco un pettine nello scaffale accanto e provo a sistemarmi alla cieca, ma ho paura di aver esagerato e mi scompiglio un po’ i capelli. Forse troppo, allora mi ripettino. Dopo un po’ non so più che pesci prendere e mi arrendo.
Vado alle casse, lei sta già pagando. Fa ondeggiare la lunga chioma bruna. Sorride alla cassiera. Ha i denti bianchissimi, furono la prima cosa che notai di lei. Strizza gli occhi ogni tanto, non ricordavo fosse miope.
Prende le buste e si gira verso l’uscita.

«Non ti lascerò mai», dice.
Mi sto specchiando con indosso solo i calzini. Sono troppo magro, penso. Lei è sul letto, si rigira tra le coperte. Ha le guance rosse e gli occhi stanchi.
«Hai capito?»
«Cosa?»
«Ho detto che non ti lascerò mai.»
Mi giro e le sorrido.
Torno sotto le lenzuola e l’abbraccio. È calda e morbida. Mi mette la testa sul petto. Sussurra che sono vanitoso. È notte e parliamo piano.
«Sto cominciando a invecchiare.»
«Sei bello.»
«Dopo i venticinque inizia la vecchiaia.»
«Be’ gli uomini diventano affascinanti.»
«E le donne?»
«Le donne diventano vecchie e basta.»
Ci rigiriamo sotto le lenzuola. La finestra è socchiusa, assieme alla luce della strada entra aria gelida. La stringo forte per riscaldarci. Lei chiude gli occhi. È bellissima. Mi chiedo come ho fatto a fregarla, a farla stare con me.
«Hai dimenticato la finestra aperta», dice.
«Se facessimo un figlio saremmo obbligati a stare insieme.»
Sembrava assopita ma sgrana gli occhi verdi e ride. Rido insieme a lei.
«È l’ultima cosa che vorrei, un figlio.»
Alza le lenzuola e si guarda il corpo esile, il seno grazioso. Si mette una mano in mezzo alle cosce.
«Ci pensi che dovrebbe uscire da qui?»
«Però niente ciclo per quasi un anno.»
«Ma si può scopare?! Non sopporterei nove mesi senza.»
«Certo.»
«Non gli faresti male?»
Scoppio a ridere.
«No, ho visto dei porno con attrici incinte.»
«Dai!»
Ridiamo ancora e ci baciamo.
«Per adesso pensa a chiudere la finestra…»
Parla lentamente, si sta addormentando. Le accarezzo i capelli. Le chiedo se pensa mai al futuro.
«Certo…»
«E ci vedi assieme?»
«Sì… Non riesco a immaginarmi senza di te.»
Dopo poco il suo respiro si fa pesante. L’abbraccio e chiudo gli occhi. Qui, penso, è proprio dove voglio stare.

Racconta che ha preso una specializzazione a Torino, poi che ha lavorato sei mesi in un ristorante, disperata. Per fortuna ha conosciuto Giorgio, suo marito. Si è sposata in chiesa, dice, chi l’avrebbe mai detto? Da giovane odiava i preti. Mentre parla non mi guarda. Il caffè si è seccato sul bordo della tazzina, lo gratta via. Indossa una felpa scolorita, jeans strappati e scarpe da ginnastica. Ogni tanto sbadiglia.
«Stanca?»
«Sì scusa, il bambino mi ha tenuta sveglia stanotte.»
«Hai un bambino?!»
«Ha due anni ormai.»
Le faccio i complimenti. Poi le chiedo come sia essere genitore. Ci pensa un po’, fa un cenno con la testa. Stancante, dice. Si passa una mano sulla felpa.
Di colpo realizzo che non parlavamo dal giorno della rottura. Ci siamo lasciati improvvisamente, come c’eravamo presi. Non ricordo nemmeno perché, so solo che eravamo infelici. Sono sempre stato un po’ infelice. Da giovane perché ero giovane, adesso perché non lo sono più.
Mentre lei parla mi accorgo che la maglietta mi veste corta, per poco mi si vede la pancia. Mi siedo composto e faccio un gran sorriso per non tradire il disagio.
«Tu invece che fai? Ti sei trasferito?»
Mi sono trasferito perché mia moglie mi ha lasciato. Però a lei dico che volevo cambiare aria, che forse vado all’estero.
«Beato te! Il lavoro te lo permette?»
«Sto cercano di pubblicare un romanzo mentre lavoro qua e là.»
«Scrivi ancora?! Oddio adoravo leggerti.»
Al momento di salutare non sappiamo se abbracciarci o stringerci la mano. Dopo un paio di tentativi mi dà una pacca sulla spalla. Fa impressione come l’intimità con una persona che hai amato possa sparire completamente.
Quando si allontana rientro al supermercato senza farmi vedere. Torno allo scaffale delle birre. Questa volta prendo una confezione da sei. Prendo anche un pacco di patatine gigante.
Sulla strada di casa ripenso a lei. Quando stavamo assieme ci credevamo una coppia speciale. Adesso lei è una madre qualsiasi e io sono padre solo dei miei errori. Nessuna seconda occasione, il mondo è andato avanti senza di noi.
Arrivato a casa mi butto sul divano. Il bilocale è buio, ci sono scatoloni ovunque. La mobilia è rimasta tutta in soggiorno dove l’ho scaricata. Fa eccezione il divano che ho spostato vicino all’angolo cottura. Da qui raggiungo il frigo senza alzarmi. È una grande consolazione.
Metto le birre al fresco e aspetto.

Archeologia domestica

scritto da Pierpaolo Lippolis

Restituire anche la parola.
Gli va stretta, non si chiude
la cerniera. Se ci prova
non riesce a respirare.
Tentare di farsi rimborsare.

Andrea Bajani

Lavare i piatti come si lavano i denti dei morti dissotterrati a Pompei. Lavare e togliere lo sporco con colpi secchi, far stridere le superfici, parte per parte. Strusciare finché la mano non è stanca e indolenzita.
Sotto il sole cocente di Pompei, negli scavi, la terra bagnata faceva puzzo, ma bisognava sfregare i pezzi di ceramica o le mandibole di cani antichissimi finché non erano pulite. La notte si continuavano a sognare quelle minuzie di mondo, quei reperti inutili da campionare. Se c’è una cosa che ti insegna l’archeologia è il senso delle cose, soprattutto di quelle piccole. A un certo punto diventa una questione vitale: prendersi cura dei microcosmi. Sogni anche i lombrichi e gli altri vermi che vedi strisciare nella terra sventrata, ma ne hai rispetto. Il giorno dopo ti svegli e ricominci. Così lavi i piatti a casa, con quella premura morbosa. La cena è finita, gli amici se ne sono andati. Parti dalle posate, una passata grossolana, le sciacqui e le infili nello scolino. Poi le pentole, bisogna sgrassarle con la retina. Poi i piatti, che danno soddisfazione, la mano compie giri circolari in trance. Poi i bicchieri, con un’altra spugnetta. Ti annoiano: pulisci bene il fondo e poi sempre una passata sul bordo, dove poggiano le labbra. Infine i calici con cura, come con gli ossi o con i pezzi di intonaco, i più delicati tra i reperti. Quelli li lasci a testa in giù a riposare e asciugarsi per tutta la notte. Hai dissotterrato la cena, l’hai lavata via dai rimasugli del nutrimento, sei stanco e in cucina ci sei solo tu.

Ai fornelli cucinare a fuoco lento. Trasformare il crudo in cotto senza traumi. L’olio al fondo della padella, qualche secondo dopo la cipolla sminuzzata sul tagliere di legno. Ascoltare il crepitio, aspettare che i pezzettini s’indorino. Una tua amica ti dice che quando ti piace una persona devi fare così: cucinarla a fuoco lento, come il ragù. Squarci la latta della passata di pomodori e, mentre la versi nella pentola che sfrigola, ripensi a tutti i tuoi amori. Hai alzato così tanto la fiamma che hai bruciato sempre tutto: loro scappati e tu incrostato di pece.

I bianchi li metti in lavatrice da soli, sono pochi e hai sprecato una quantità non indifferente d’acqua per qualche maglietta e un solo pantalone. Non importa, il puro va con il puro. I pantaloni e le camice a basse temperature, quando li tiri fuori sono cartapesta rubata a un presepe. Li metti a stendere in salotto, perché non hai un balcone. Stanno appesi dentro casa per ricordarti come ti senti, questi fantasmi ripuliti. I maglioni li lavi a mano, con poca frequenza. Nella bacinella li impasti come si fa con il pane. Se sono di cachemire lasciano sulle mani un’impronta morbida, sarà difficile toccare altro dopo. Sull’asse da stiro è la parte peggiore. Certe pieghe rimango lì, le sa togliere solo tua madre. Invidi tuo padre che cammina per la città, con un lavoro e senza grinze.

Ricordare di quando tuo padre ti ha insegnato come tenere il fuoco acceso nel cammino, per l’arco di un’intera serata. Le carte dei giornali ormai vecchi, i ramoscelli più infiammabili intorno a un ceppo più grosso: accendere. Con una paletta fare aria, con lentezza. La fiamma cresce poco a poco. E così tenere sempre l’alcova del caminetto con la giusta quantità di tizzoni. Ne aggiungi uno ogni tanto, quando quell’altro si è disfatto in carboncini ardenti. Ogni tanto ti alzerai dalla tavola, senza teatralità. Chi gestisce il fuoco, gestisce anche la cena. Entra ed esce di scena senza fare rumore. Gli ospiti continuano a parlare. Bisogna sempre far aria sotto alla fiamma, perciò con le pinze sposta i tizzoni che si accumulano sotto la graticola. Li sposti ai lati, un po’ a destra, un po’ a sinistra. Mai togliere gli occhi dal fuoco, la fiamma deve avere sempre la stessa espressione e non ci deve essere fumo nella stanza. Soltanto quando il primo degli ospiti annuncia di stare per andare via, mentre cerca il cappotto, solo allora lasciare che il fuoco nel caminetto faccia il suo decorso. Quando non ci sarà più nessuno, di lui rimarrà soltanto il calore fantasma della cenere. Ogni invitato tornerà a casa con l’idea di aver passato una bella serata, qualcuno accanto gli suggerirà che è il calore della compagnia. L’uomo del caminetto non vuole mai i meriti, ma in silenzio sa di aver riscaldato l’intera abitazione, di aver tenuto compatta la tribù intorno alla tavola. Tuo padre ti suggerisce sempre che devi fare lo stesso, anche se nella tua abitazione non c’è alcun caminetto.

Nella stanza da letto i padroni del clima atmosferico sono quelli che ci fai entrare. Preparare impermeabili per gli acquazzoni, zattere per le inondazioni, vie d’uscita per le catastrofi. Le lenzuola cambiate ogni settimana, senza pieghe, ben tirate da angolo ad angolo. Superficie piana che accoglie stravolgimenti. Ogni volta che hai permesso a qualcuno di prendere spazio nella stanza è sempre successo qualcosa, eppure non ne puoi fare a meno. Quella volta che lui si è alzato subito dopo, si è rivestito ed è andato in bagno, poi in cucina, hai aspettato nudo sul letto il ritorno del calore, degli abbracci. Ma invano. Quando ti sei alzato, sconfitto, hai guardato il letto e la spalliera si era rotta, pendeva sul lato. Un relitto di nave naufragata nella tua stanza. Non avevi preparato il gommone e sei rimasto ad affogare nel mare della tua dignità negata. Lui non è mai tornato. (Ricordare sempre che la nomenclatura è tua: a loro le perturbazioni, a te i nomi, la definizione delle cose.)

Sistemare le buste della spazzatura per la mattina seguente. Puntare la sveglia, essere pronti a portarla fuori. Gestire con decisione l’accesso e l’uscita delle cose della casa. I residui, gli scarti, le brutture: imbustare tutto, stringere i lacci di plastica con forza, evitare che l’umido sgoccioli e lasci macchie del suo passaggio. Allo stesso modo quando qualcosa entra: riporre la busta della spesa sul tavolo, smistare i cibi. Il fresco in frigo, nella dispensa il secco. Certe volte hai comprato così tanto che non hai più posto. Sul ripiano della cucina restano barattoli spaiati, confezioni di pasta raminghe. La luce della cucina ti ricorda ancora quella glaciale del supermercato. Hai provato ad essere simpatico con la commessa, ma non ti ha guardato in faccia. Dire, tutto d’un fiato, che se hai comprato così tanta roba è perché ti senti solo. Nascondere la vergogna quando, poi, sposti il cibo avariato direttamente dal frigo al pattume, senza che sia passato per la bocca.

Il pavimento lo spazzi ogni giorno. Con prostrazione. Cerchi di raggiungere i punti bui, ma zone nascoste rimangono franche. Non saprai mai che vita le abiti. Quando lo lavi, due volte a settimana, vorresti versare l’intero secchio d’acqua, inondare tutto. Qualcosa ti dice che per appropriarti dei luoghi devi pulirli fino allo sfinimento. Allo stesso modo sotto la doccia ci rimani ore. Questo sguardo, questa visione, questo nugolo aereo di pensieri appartengono a queste gambe, a questo torace, a questi capelli.

Ogni tanto sistemare l’armadio. Portare fuori tutti i vestiti e buttare quelli che non usi più. Sapere che stai cercando qualcosa: gli intrusi. Prendere le mutande che lui ha scordato da te, la canotta, la felpa e i jeans che tanto gli piacevano. Fare un mucchio laterale. Vedere che si ingrossa. Fare la conta dei vestiti che non sono più con te. La maglia a righe dei tuoi sedici anni, il maglione nero che ha tenuto quando fece freddo all’improvviso, i pantaloni che diceva stessero meglio a lui. Sentire il dolore dei furti nell’armadio. Controllare che le giacche di tuo padre siano ancora lì, i pantaloni di velluto a coste, la sciarpa che ti ha comprato la zia. Ricordare ogni cosa e tranquillizzarti. Sentire che puoi essere ancora tu, preparare l’abbinamento per il giorno dopo. Piccole colline di abiti ti circondano le gambe. Riporre tutto di nuovo dentro all’armadio, fare finta di niente.

Chiudere a chiave la porta del bagno. Lasciare tutto il mondo fuori. Lo fai fin da quando sei piccolo. L’unico posto in cui ti è concesso chiuderti, essere legittimamente solo. Pisciare seduto, scorrere instagram, guardare quante cazzate fanno le persone. Lasciare il cellulare sullo sgabello. Se fai scorrere l’acqua del lavandino, hai la sensazione che tutto scorra per davvero. Aprire le porte alle fantasie, incontrare uomini che ti sudino addosso, che gemano delirando. Una giostra di lingue, di volti che cambiano. Ne incontri tanti, ogni volta che ti masturbi, ma alla fine tutti fanno la stessa cosa: vanno via, nessuno di loro lascia reperti.

Il pomeriggio, prima della cena, preparare i taglieri. Meglio se di legno. Il coltello taglia i pomodori, sminuzza le cipolle. Cuocere a fuoco lento. Insozzarsi le mani con il cibo che gli altri mangeranno. Per questo, prima, sfregarle con cura sotto il getto dell’acqua. Abbondare in sapori: un goccio di olio in più, qualche foglia di basilico di troppo. Imbandire la tavola. Sistemare i piatti, le posate, i bicchieri. Posizionare al centro del tavolo l’acqua, il vino e il mazzo di fiori. Immaginare già i posti a sedere. Inventare possibilità di interazione tra gli ospiti. Giocare al gioco del destino. Apri una bottiglia e sorseggi del vino in solitudine. Solo per assaporare la tavola perfetta, prima che venga stravolta. Assaggi tutto. Pensi a tutte le volte che cucinando solo per te ci hai messo così poco impegno. Nutrire gli altri con amore e dedizione. Al primo suono del citofono inizia la messa, sorridere. Preparare l’ostia.

Distruggere la casa perché ha visto troppo. Abbattere le mura. Sentire le crepe che si aprono. Aspettare l’eruzione, che tutto sia ricoperto. Dissotterrare. Guardare il reperto alla fine della tragedia, al termine della catastrofe.

Shibari

scritto da Elena Gerasi

Legata al tuo soffitto voglio pendere per mesi
mentre tinteggi i muri, sistemi i tuoi cassetti.
Quando fumi sigarette e le spegni tra le dita,
fissando nuovi infissi, voglio oscillare piano
facendo roteare la mia ombra intorno. Il giorno
voglio che in me ci inciampi mentre
metti su il caffè, che ci sbatti la testa
se di notte ti alzi a bere.

Voglio che mi guardi bene,
come sono brava almeno a mancare.

Ascolta Shibari letta dall’autrice

Ci basta una vita

scritto da Dora Berti

«Allora? L’hai chiamato Ennio?». Me l’ha chiesto senza mascherare minimamente lo scetticismo, come fa sempre, come se un grande LO SAPEVO di pietra dovesse piovere di qui a momenti dal cielo plumbeo del Giudizio universale, colpirmi a morte e spedirmi per direttissima giù negli inferi. 
Dall’alto del mio libro la guardo roteando gli occhi molto lentamente; verso i suoi, poi fermi per un istante, poi di nuovo dritti al paragrafo che sto leggendo, con la sicurezza e lo stoicismo di chi ha dei principi morali talmente saldi da aver raggiunto la santità, che nessun monolitico LO SAPEVO potrebbe mai consegnare all’eterno sonno.
«Certo che l’ho chiamato» rispondo con la voce più ferma che so emettere, continuando a scorrere le righe d’inchiostro sulla pagina, il volto rilassato e statico di un monaco buddhista in preghiera. Non vedo il suo sguardo ma so perfettamente che ha assunto un’espressione sconcertata, velata da una punta di vergogna: la vergogna di chi ha osato dubitare di un essere superiore. Si alza dalla poltrona senza ardire di chiedere altro. La sento rimestare in cucina prima di iniziare ad affettare grossolanamente uno scalogno: quello è il segnale che tra quaranta minuti esatti pranzeremo. 
So che non uscirà dalla cucina per i prossimi trentacinque minuti, perché a cinque minuti dal pasto vengo sempre avvisato personalmente, come un Re. Accade tutti i giorni, alle dodici e venticinque in punto, da quarantasette anni.
Con molta cautela chiudo il libro e lo poso sul tavolino da caffè, mi alzo aggrappandomi con forza al bracciolo destro e mi incammino a piccoli passi in camera da letto. Sono diretto al telefono più lontano: sto andando a chiamare Ennio.
 
«Ennio, sono Augusto, è tutto pronto per stasera? L’hai avvisato Oreste?». Con Ennio non c’è bisogno di fronzoli nel parlare; è stato meccanico per tutta la vita e meccanica è la logica elementare del suo cervello. E poi ci conosciamo da sempre, dai tempi in cui la preoccupazione principale era scansare la cinghia ruvida del babbo sulla schiena, e con gli amici così, che cazzo ti devi ancora dire di superfluo.
«Tutto fatto, Augusto: ci vediamo alle sei da Oreste. La Mara gli ha detto di ricordarci che lo spumante deve essere secco. E di portare una sedia in più, quella la porto io».
«Bene, allora ciao». Click.
La sveglia sul comodino della Tilde – madonna quant’è brutta quella sveglia – segna le dodici e cinque; ho tutto il tempo di andare a fare una pisciatina e tornare alla mia postazione, in attesa del sacro richiamo del pranzo.
«Augusto! ci siamo, vieni». Un altro sguardo buddhista – oggi mi sento proprio buddhista -, poi di nuovo il libro sul tavolo da caffè e un braccio teso sul divano per darsi la spinta, e via a passo di sciatica verso la cucina.
 
Quando si mangia, la Tilde mi piace di più. Non è che non mi piaccia anche quando non si mangia, ma è a tavola che assaporo davvero il valore di quei quarantasette anni insieme, e ancora di più se c’è il sugo, come oggi. 
La Tilde si siede a tavola come una debuttante che sa di essere valutata per ogni suo gesto, con compostezza artefatta e il culone tutto dritto sulla sedia; non c’è niente nei suoi movimenti che, sotto gli sguardi attenti di una giuria immaginaria, non sia calcolato con minuzia. Però c’è poco da fare: è nata da una famiglia umile e chi nasce così la classe non ce l’ha per natura, e in quel teatrino di pomposità un minuscolo dettaglio rivela sempre la sua essenza. A volte è un sibilo acuto sfuggito dalle labbra socchiuse, intente a sondare il brodo sul cucchiaio, a volte un sonoro ringhio prodotto dalla mascella sotto sforzo, troppo debole per la carne dura. Con gli spaghetti il giuda è sempre il sugo, che si intrufola furtivamente nelle rughette adiacenti alla bocca. Quando le riempie tutt’e due gli angoli – quando sembra una lupa grassa e stanca china sulla preda squartata, ma col culo dritto – sento che l’amo davvero.
«Che c’hai da guardare? Non ti piacciono?». Qualsiasi cosa accada non dite mai alla Tilde che non gradite il suo cibo.
«Niente, niente, pensavo a stasera»; non le svelerò mai la storia del sugo: l’ammazzerebbe. «Sono proprio felice di fare questa rimpatriata, e le Nozze d’oro di Oreste mi sembrano un ottimo pretesto».
«Anche perché chissà quanto si dura ancora fra tutti» mi risponde la Tilde corrucciando la bocca insanguinata di San Marzano e riponendo la forchetta accanto al piatto vuoto. La Tilde è sempre molto diretta. Anche questo mi piace di lei.
«Hai finito laggiù? Va’ a dormire che ti sveglio quando c’è da prepararsi». Si dà una rapida pulita con il tovagliolo, ignara della strage di polpa compiuta, si alza con grazia, nonostante le gambe gonfie, e ricomincia ad armeggiare con i piatti. Mi alzo anche io, mi avvicino da dietro e le schiocco un bacio sulla guancia palpandole una chiappona con un movimento energico, prima di dirigermi verso la camera da letto. Sarà anche una vecchia flaccida la Tilde, ma accidenti se mi arrapa ancora il suo culo.
 
Dormo un paio d’ore – per uno della mia età dormo un sacco, in effetti -, la Tilde mi sveglia, rigorosamente con due ore di anticipo dall’orario di uscita previsto, mi bevo un caffettino amaro e ci prepariamo per la serata. Visto che sono pronto rigorosamente un’ora e mezzo prima dell’orario di uscita previsto, mi siedo sul divano a leggere un po’.
«Augusto andiamo, non vorrai mica arrivare tardi?». Per carità, sia mai. La macchina scivola cauta sull’asfalto ancora umido di pioggia – cos’ha da perdere uno alla mia età contro un motore ruggente? nulla – eppure, nell’invecchiare, son diventato un guidatore prudente. Vattelappesca.
 
Eccola la Mara che ci aspetta sull’uscio, tutta in ghingheri e sorridente: «Augusto! Matilde! Benarrivati! Ce l’avete la sedia?». Alla Mara che gliene frega se stai bene o male. Alla Mara gliene frega se c’hai la sedia.
«Tutto bene Mara, grazie! La sedia la porta Ennio». Mi guarda con disappunto mentre ci fa accomodare in casa. 
La casa della Mara – o meglio, di Oreste, perché gliel’hanno lasciata i suoi quando sono morti -, la conosco a memoria. Io e Oreste ci abbiamo passato i pomeriggi con i discorsi sconci da bambini, poi i pomeriggi con i giornaletti sconci alle superiori, poi i pomeriggi con i filmini sconci all’università. È una casa bruttina ma piuttosto grande, piena di schifezze d’arredamento che alla Mara piacciono un sacco – a Oreste non credo, ma non è uno attento a queste cose – come quell’angioletto portaombrelli smaltato a colori pastello, che ogni volta che lo vedi ti vien voglia di bestemmiare. 
«Gino e la Manola son già arrivati, manca solo Ennio. Augusto vai pure in salotto, te Tilde vieni in cucina con me che mi dai una mano; la carne mi sembra asciutta e nella lasagna ci andava più sugo». La conosco bene la Mara, e anche la Tilde la conosce abbastanza da risponderle subito «Ma va’, che sarà tutto buonissimo al solito!». Si allontanano sghignazzando e spariscono dietro la porta; mi avvio quindi verso il salotto.

«Allora vecchiacci? che fate in piedi a quest’ora, non avete mica più l’età per far festa». Dico sempre cose di questo genere ai miei amici, a loro piace, credo. Si levano risolini e rintoccano sonore pacche sulle spalle.
«Augusto! Chi ti ha vestito, il falegname?» mi dice Gino squillante, riferendosi al completo marrone che la Tilde mi ha scelto per l’occasione. Non lo biasimo; sembro un cassettone di ciliegio. La Manola, che fino a ora sorrideva compiaciuta, serra le labbra di scatto, sgrana gli occhi, chiari come il cielo, e lo punta con ostilità; se avesse avuto una mazza l’avrebbe rivoltato, per intenderci. Gino e la Manola sono una di quelle coppie che io proprio non ho mai capito. 
Lui è uno di quei tipi ridanciani con la battuta pronta – solitamente rozza -, uno che ha studiato e tutto, lavorato con un posto buono nella ditta grande, ma che sotto sotto rimane un paesano purosangue, come tutti noi, del resto, ad eccezione della Manola: la Manola ci ha avuto sempre i soldi. È una di quelle che a casa aveva la cuoca, la balia e la serva, nonostante il nome contadino. Non so se il peso del portafogli sia proporzionale alla lunghezza del manico che uno ci ha nel culo, però con quello della Manola ci fai le Olimpiadi di salto con l’asta.
«È arrivato Ennio, possiamo metterci a tavola!» squittisce con trepidazione la Mara, che è spuntata all’improvviso, e una forte vampata di profumo si spande per la stanza. Rimane sulla porta come per assicurarsi che ci si sposti proprio tutti, poi la chiude alle sue spalle e ci raggiunge in sala da pranzo.

Le portate sono tutte squisite. La Mara è così: ti cucina sempre come se fosse la tua ultima cena. Come se, intenta a guarnire, mescolare, sminuzzare, infornare, pensasse che prima del prossimo pasto schiatti di sicuro, e che ti meriti di lasciare questo mondo digerendo il miglior tacchino della tua vita, il risotto più cremoso che tu abbia mai desiderato, la pasta frolla più friabile che Dio potesse concedere a uno come te; essere mortale di dubbia levatura, con i peli nelle orecchie, peccatore recidivo.
«Un brindisi agli sposini!» urla a un certo punto Ennio levando il calice di spumante, visibilmente avvinazzato. Sposini una sega, fanno cinquant’anni di Matrimonio.

Emozionato, Oreste sorride e si issa con fatica sulle gambe intorpidite dalla cena e dall’età. Fruga maldestramente il tavolo e solleva il bicchiere: vuol dire qualcosa, vecchio sbronzone commosso.
«Via, allora voglio dire grazie alla Mara: per la cena splendida e perché mi sopporta da cinquant’anni…» Attorno al desco, colorato e famigliare, i volti si schiudono in espressioni di gratitudine, interrotte solo dalla voce di Ennio che esplode nuovamente, esaltato: «Poera Mara!».
«Però volevo anche ringraziare voi. Si sa che siamo agli sgoccioli, è inutile fare finta… Ma io son proprio felice di essere arrivato agli sgoccioli insieme: siete le mie persone preferite e senza di voi la vita sarebbe tutt’un’altra storia! Salute!». Oreste si appoggia alla sedia e con lentezza si rimette giù. Proteso verso la Mara, che scoppia di gioia fin sopra i capelli, le stampa un breve bacio sulla bocca e la stanza si riempie di applausi e gridolini allegri; grandi sorrisi di dentiere solcano le bocche dei commensali e io mi sento contento, sono contento e penso: Già. Chissà quale storia avremmo raccontato se avessimo vissuto una vita diversa. Chi sarebbe stato Ennio se non avesse preferito i telai freddi al calore di una donna, e se Gino fosse scappato alle Hawaii come ha sempre detto – Un giorno di questi sai che fo? eccome se lo sappiamo, ma tanto ce lo dici lo stesso – mi levo di culu e vo’ ad Honolulu! Tiè! – e la Manola? Secondo me la Manola ci avrebbe avuto lo stesso un manico lungo così. Ma che ce ne faremmo di una storia diversa; ci basta la nostra, ci basta una vita. 
La Manola poggia la mano su quella di Gino, distesa sul tavolo, e la carezza con piccoli movimenti del pollice. Ennio, due sedie più in là, tira giù un grosso sorso e schiocca le labbra soddisfatto. Guardo la Tilde; è seduta tronfia, con la sua compostezza artificiosa e il culo tutto dritto sulla sedia. Mi vede. Le sorrido; un grumetto di sugo le è rimasto intrappolato tra le pieghe delle labbra, all’angolo destro della bocca. Quando si mangia, la Tilde mi piace di più.

Amore

scritto da Ilaria Vajngerl

Quando Antonino aveva messo gli occhiali era novembre. Le foglie cadevano sulla fontana del parco, i bambini ci gettavano dentro manciate di sassi e terra per sentire il rumore dell’acqua quando ingoia. Nel parco si giocava a pallone. Antonino andava a sedersi sul muretto vicino alla porta. Beveva una Sprite, con la cannuccia se c’era sua madre a guardarlo, altrimenti senza. Di sua madre aveva la voce gentile, di suo padre le gambe veloci. Piaceva ai bambini perché prestava il pallone volentieri, si era fatto amico anche Piero, quello col motorino truccato e quattro peli sotto il mento che lui chiamava il mio pizzetto. Antonino piaceva alle bambine perché se tutti gli volevano bene ci sarà stato un motivo.

La sua prima fidanzata si chiamava Elena Zarli, facevano la seconda elementare. Elena aveva sempre l’allergia e profumava di Big Babol.
Era finita quando l’aveva vista pulirsi il moccio sulla manica del grembiule.
Non ti voglio più, le aveva detto, se non hai i fazzoletti dovresti usare la carta igienica. Lei aveva alzato le spalle, fa lo stesso, gli aveva risposto. Erano rimasti buoni compagni di banco.
Ogni estate Antonino andava con sua nonna al lago di Garda. Sua nonna in costume gli sembrava una pera al forno, tutta nera e piena di grinze. Si svegliavano alle nove, facevano colazione a letto perché sua nonna era vecchia e una pensione è meglio spenderla piuttosto che farla diventare eredità. Antonino era riuscito a riempire tre salvadanai con le monetine, due maiali e un’oca. Verso la fine delle vacanze comprava dieci cartoline uguali, anche se avrebbe potuto rubarle, nessuno ci avrebbe fatto caso, c’era troppa gente. Ai suoi genitori scriveva sempre ciao, vi voglio bene, negli anni cambiavano solo la data e la calligrafia. A dodici aveva scritto ciao papà, l’anno prossimo vorrei andare al mare, saluta la mamma!!! A tredici anni, a Rimini, aveva deciso che di soldi per le cartoline non ne avrebbe spesi più, meglio il Calippo.

Il suo primo bacio l’aveva dato a Laura Pertini.
Dal novembre in cui aveva scelto i suoi primi occhiali erano passate cinque o sei montature.
L’aveva conosciuta alle giostre, vicino agli autoscontri. Antonino aveva terminato i gettoni. Laura era timida, era andata alle giostre senza invitare nessuno. Avevano fatto cinque giri. Lui le aveva dato un bacio sulla bocca perché bisognava, lei gli aveva infilato la lingua perché bisognava. Antonino la lingua non se l’aspettava proprio, che ci si bacia così non gliel’aveva spiegato nessuno.

Quando Gianni era andato all’università Antonino era rimasto in camera da solo. C’erano lui e il computer di casa, che se ne stava lì a prendere la polvere perché i suoi preferivano il portatile. All’inizio era arrivata la tristezza. Gli era sempre piaciuto ascoltare suo fratello respirare, prima di addormentarsi.
Poi no.
Tutti i maschi sanno cancellare una cronologia, lo aveva imparato anche Antonino. Piuttosto in fretta, la solitudine doveva riempirla in qualche modo.

Quando Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita era il maggio di Analisi 2, caldo e pieno di numeri. Il parco in cui giocava a pallone l’avevano trasformato in una casa di riposo, ci stavano quelli che non avevano speso tutti i soldi in colazioni. Sua nonna invece riposava al cimitero, felice.
Dicevo, Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita in maggio, c’erano la primavera e un sacco di gambe scoperte. Annamaria aveva le ginocchia rotonde e i capelli ricci. Si erano innamorati presto, perché i colpi di fulmine capitano anche se non ci credi, ti amo, si era ritrovato a balbettarle all’improvviso.
Ad Annamaria Antonino piaceva tutto quanto. Mi piacciono i tuoi capelli, mi piace come parli, mi piacciono i tuoi occhi storti, vorrei sposarti. Era la prima volta che lo diceva a qualcuno. Anche Antonino avrebbe voluto sposarla. Ci sposeremo, le aveva promesso.
Tornando a casa aveva incontrato Gianni che scendeva le scale, teneva sua figlia per mano. Ti pare che abbia gli occhi storti? Aveva chiesto a suo fratello. Ce li hai sempre avuti, che domande sono, Gianni aveva riso. Quella sera Antonino aveva amato Annamaria un po’ di meno.

L’aveva domandato a tutti quanti. A sua madre, a suo padre, a Piero, all’oculista. Non sei strabico, lo aveva rassicurato, la tua è solo una leggera imperfezione. Un’asimmetria. Che poi.
Tu hai il culo largo.
Erano usciti dall’ambulatorio, Annamaria si era accesa una sigaretta e gli aveva detto vaffanculo.

Così aveva comprato le lenti a contatto per passare inosservato e invece tutti lo fermavano per la strada, ma come sei cambiato, ma che bella fidanzata, ma come stai bene. Presto era diventato geloso.
Mi fido di te, non mi fido degli altri.
Copriti.

Si erano lasciati un venerdì pieno di freddo. Annamaria si era fatta la coda di cavallo che teneva scoperto il collo, un collo rosa e sottile, che si snodava dentro le spalle e ti veniva voglia di percorrerlo col dito. Antonino le aveva chiesto se fosse per il barista, perché la schiena scoperta in dicembre non ti pare un po’ da zoccola? Aveva sbattuto il palmo sul tavolo, facendo sbrodolare il bicchiere.
Annamaria si era fatta bella per Antonino, perché si sentisse fiero e la volesse di più. Senza occhiali assomigliava a Richard Gere, aveva raccontato a sua madre.
Invece lui si era sentito insicuro.

Certe mattine capita che il cielo arrossisca e nessuno se ne accorga. Le nuvole grigie prendono fuoco, quando diventano cenere il vento le sbriciola e inizia una mattina azzurra. Ad Antonino le belle giornate parevano fondali sbagliati, preferiva starsene in casa a osservare il soffitto. E quella sera l’aveva guardata come il soffitto guardava lui, ogni giorno.
Facciamola finita.
Perché da quando ti conosco mi son pure venuti gli occhi storti, aveva concluso.

Il barista pulendo il bancone aveva pensato che Annamaria fosse davvero troppo magra e che Antonino assomigliasse al Richard Gere di Ufficiale e gentiluomo.

Antonino non si è mai sposato.
Annamaria sì.

Il nome della resa

scritto da Adriano Cataldo

Maschio Bianco Italiano
Radici giudaico-cristiane
Ogni giorno, un residente si sveglia
E sa che dovrà
Odiare più forte
Sognare più forte
Votare più forte.
Il residente è sintassi d’interessi
Sogna un cancello, che in principio era verbo.
Sogna una marcia, che in ultimo è aggettivo.
Il residente è complemento oggetto, soggetto al suo vuoto, soggetto al suo voto.
Sogna il residente, che il vuoto fuori sia quello dentro
Il buon degrado, suo malgrado.
Il vuoto che vuole: diritto di suole.
La lingua italiana batte dove il perdente duole
Percuote ciò che vuole
E più non dimandare.
Sogna il tragitto perfetto
Verso la pattumiera, la raccolta dei rifiuti e dei rifiutati
Il palese pulito.
Difendere e dipendere
Sognare le distanze.
Una nazione che non sia alienazione, inazione.
Possiamo oggi dire al residente che la patria è perduta
Che il nostro popolo è morto a Genova
Al residente ricordiamo di scegliersi bene la parte
Capire
Il limite tra cosa offende e cosa coraggio infonde
Il limite tra chi è più italiano tra i Marò e Giulio Regeni.
Scegliersi una sorte che possa dire compagna
Che la vita si sconta lottando.

Ascolta Il nome della resa letta dall’autrice

Due pozzi

scritto da Edoardo Piazza

Due pozzi ci sono, vicino a scuola nostra, come a dire il Bene e il Male, e avanti così.
Due pozzi di roccia e tufo, e pezzi di laterizi romani, e fanghiglia, radici e nodosi rami selvatici, difficili da ammaestrare per i giardinieri.
Due pozzi profondi uno spazio e un tempo di distanza, nella cavità sparita del sottosuolo misterioso, con liane e piante e vegetazione d’ogni sorta, nel bosco sul viale che portava alla scuola. Continua a leggere

Europa

scritto da Adriano Cataldo

Ce lo chiede Europa,
il come da prede si viva.
Tu cantami, o diva
L’arte della fuga,
sudore non asciuga.
Padronanza, ci vuole padronanza
a sopportare l’agguato
un’indole funesta
una ragione di stato.
È tutto,
mani bocca gambe occhi
occhi gambe bocca mani
dita perlustranti
su volti silvani.
Se tutto il tempo è debito
se questo è il mio riparo
dal buco di bilancio
io muovo ogni respiro.
Niente di nuovo,
niente, niente di nuovo
sul fronte occidentale
dall’osso occipitale
Un tempo era tutta campagna elettorale.
Perdona questo corpo
quest’ombra verticale
se forse più non sono
materia per pensare.
Guardi signora che è dura per tutti
c’è solo da capire chi siano gli sconfitti
c’è solo da capire chi scriva la matrice
e quanto odio ancora
si pompa da Amatrice.
Di quanto odio ancora
faccia da cemento
a questa patria plastica
dal volto purulento.
Si teme il viceversa,
l’astuzia, pioggia tersa
si teme, che anche i rischi corrano
e che in futuro non occorrano
tutti questi italiani
a farne una nazione
Che sia soltanto il muro
la sua fondazione.
Possiamo dire infine
che la barca sia la stessa
noi siamo qui a fuggire:
un popolo che è massa.

Ascolta Europa, o l’arte della fuga letta dall’autore

Sacranon

scritto da Matteo Scandolin


Mia nonna diceva «Sacranòn» mentre saliva le scale con la borsa della spesa, e io che lo sentivo capivo di non essere stata abbastanza rapida nell’andare ad aiutarla. Entrava dal giardino, col sole che a quell’ora batteva solo di rimbalzo dall’acqua e le dava fastidio. Arrivavo in terrazza in tempo per l’ultimo gradino, le prendevo i sacchetti e li portavo in cucina. Lei non si curava di chiudere il cancelletto del giardino, né di spostare la bici oltre il riparo: all’epoca non era mai successo che rubassero una bici appoggiata alla nostra cancellata. Continua a leggere