Dove tutti sanno chi sei?

Un paio di anni fa ho scritto un pezzo su quella che mi sembrava essere una tendenza crescente a Hollywood: inserire nel titolo di un film il nome del personaggio principale. Questa moda non è ancora del tutto finita, ma negli ultimi tempi ho cominciato a notare altri metodi usati da produttori televisivi o cinematografici (specialmente per commedie) che fanno ben poco per dissipare la percezione che la loro fonte creativa si sia ormai prosciugata. Non mi considero più parte dell’avido pubblico della TV né un assiduo frequentatore di cinema (credo che questo dica di più sulla sempre più scarsa qualità di questi due mezzi che su di me). Ma vivo a New York e sono dotato di vista, quindi sono decisamente consapevole di cosa viene proiettato sia sul piccolo che sul grande schermo, anche se non mi sorbirei la maggior parte di quelle produzioni. Continue Reading

Mia nonna odiava Maradona

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La mia prima parola è stata “gol”. Non ho detto mamma o papà o gatto. Ho detto “gol” sulle gambe di mia nonna. Lei mi prendeva in braccio, e guardavamo insieme tutte le partite che trasmettevano in televisione. Cioè, così racconta mia madre. Un giorno ho iniziato a urlare “goool”. Sono nato nel 1984, il che vuol dire che ho avuto modo di godermi i Mondiali di Messico ’86 (anche se ovviamente non me lo ricordo) davanti alla vecchia televisione grigia di mia nonna, che ho chiamato Mamma Toto fino il giorno della sua morte; sapendo che non era una seconda madre, bensì un’altra madre.

Dentro la sua capanna nei Llanos di Apan, lontani da ogni tipo di baccano, seguendo ogni mossa, abbiamo visto decine di partite. Altre le ascoltavamo con la sua radio rossa a pile, specialmente quando lei si spostava in cucina. Era un rituale straordinario, che fosse a pranzo o a cena: essere seduti a tavola, in un silenzio quasi totale, ascoltando il calcio dalla radio distorta. Ogni tanto ci mettevamo a strillare e mia nonna si alzava, nervosa com’era, per aggiustare il volume del vecchio apparecchio. Un pretesto per non rimanere ferma. Continue Reading

Le mille domande ad Alan Pauls

Sono le 6:45 di mercoledì 19 novembre. I miei vicini stanno tormentando il loro piccolo bambino gemente e piangente con la sigla dei Barbapapà. Ogni mattina è una sconfitta contro l’orologio e contro la vita. Ma oggi è diverso, oh sì che è diverso; non perché sfonderò il muro di pugni urlando: «Adesso chiamo la Polizia!» ma perché intervisterò Alan Pauls in compagnia del mio fidato amico e sodale Giacomo Buratti.
Passo circa trentacinque minuti a osservare la mia chioma: non posso presentarmi con un’acconciatura indecente davanti all’autore di Storia dei capelli.

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Sono le nove e un quarto e il treno regionale per Roma è in ritardo di cinque minuti. Cinque minuti non sono niente. Cinque minuti sono l’ultimo degli incidenti che ti possono capitare su un regionale. Il treno delle nove e un quarto poi è relativamente tranquillo. È troppo tardi per i ragazzini che si passano i compiti prima di entrare a scuola e troppo presto per i ragazzini che a scuola l’hanno sfangata e quindi sono carichi di adrenalina, sudore e musica di Pitbull sparata dai telefoni. Il treno delle nove e un quarto è quello dei ragazzi un po’ più grandi che hanno sempre l’aria di non essere dove dovrebbero (a letto o in classe) e di quelli che scendono al San Filippo Neri o al Gemelli per andare a trovare nonna che si è rifatta l’anca o a farsi vedere la spalla che non funziona più tanto bene. A me tocca la signora che chiede di sedersi nel posto vicino al mio perché se non si mette nella direzione del treno poi vomita, e una ragazza davanti a me che legge Dan Brown in edizione flipback Mondadori. Niente di grave. Continue Reading

Una cosa è leggere dei draghi e un’altra è incontrarli

Da piccolo i miei genitori mi raccontavano storie di draghi nobili, pronti a donare il proprio cuore a chi ne avesse bisogno e a difendere il regno dalle forze del male, ma si sbagliavano. I draghi, quelli veri, sono come raccontano le antiche leggende: esseri crudeli e intelligenti che provano piacere nel caos e nella distruzione.

Su una cosa però le storie che leggevo da piccolo avevano ragione: a volte il cuore di un drago viene dato a un eroe. Io sono l’Arisen, e mentre nel mio petto batte il cuore di un mostro, il mio batte sotto le sue scaglie.

Io, Krubal e i due mercenari che ci stanno seguendo abbiamo dato la caccia a Grigori per quattro mesi prima di riuscire a trovarlo, sulla cima del Monte Impuro. Il viaggio per arrivare qui da Gran Soren è stato lungo, difficile, alcuni compagni non sono più tra noi e anche noi siamo deboli e stanchi, prossimi alla fine. Continue Reading

La figlia di Ann

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Eliot

Diane è una donna matura ma si comporta da adolescente. Diciamo che Diane è una di quelle persone che comunemente percepiamo come inutili, idiote, imbecilli, insignificanti, irrilevanti. No, rettifico: Diane non è irrilevante, perché è la madre di mia figlia.
—Una figlia malata—
Quando mamma o la zia o il dottore o Marie Jo o i genitori di Marie Jo mi parlano di Diane mi dicono: tua sorella. Mamma, che non è nostra madre, ci ha accolto come fratello e sorella. Se fossimo fratello e sorella, in quel caso, non avremmo potuto avere la nostra
—figlia malata—
La nostra povera figlia la nostra inutile figlia la nostra figlia idiota la nostra imbecille figlia la nostra maledetta figlia e, Cristo, magari fosse morta lo stesso giorno che è nata visto che non faceva altro che complicarci la vita a tutti: a mamma, a Diane, a me. Continue Reading

Satelliti

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Ho appena finito di guardare, con un po’ di ritardo, la prima stagione di Masters of sex.
C’è un momento in cui due personaggi, la moglie del rettore e un giovane ortopedico, ex amanti che hanno rinunciato alla loro storia clandestina per tornare alle proprie tiepide esistenze, stanno a mollo nella piscina dell’università dopo il turno di lavoro. Non succede niente di particolare. Galleggiano e chiacchierano. Parlano pigramente del rischio di un attacco russo (la serie è ambientata tra gli anni Cinquanta e Sessanta), e altrettanto pigramente si augurano un’apocalisse che metta fine a tutto questo.
A un certo punto la moglie del rettore dice qualcosa sui satelliti americani che orbitano intorno alla terra. Dice che tutti sono convinti che i satelliti galleggino, mentre in realtà sono sottoposti a una lenta attrazione della gravità terrestre. Lenta, leggera ed esponenziale.
In realtà, spiega, i satelliti non galleggiano: i satelliti cadono.
Dentro questa scena c’è tutto quello che si può pretendere da una narrazione di livello molto alto. È una scena “madre”, anche se riguarda due personaggi secondari. Riassume in maniera simbolica tutto quello che c’è da raccontare. E ci dice anche, questa volta in maniera implicita, una cosa che ci riguarda da vicino e cioè che, in qualunque situazione ci troviamo, abbiamo sempre qualcosa da perdere. Credo sia una cosa bella da condividere con qualcuno a cui siamo legati. Continue Reading