L’aura

scritto da Luisa Carpinelli

L’aura si presentò un lunedì di gennaio ancora prima che facesse giorno.
Come un casco baluginante dello spessore di una decina di centimetri che avvolgeva la testa di ciascuno, l’aura cambiava colore ogni minuto. C’era chi diceva fosse per gli ormoni della carne, chi per il gas serra; qualcuno arrivò persino a sostenere che fossero i parabeni contenuti negli shampoo che avevano alterato il cuoio capelluto.

Ci vollero tre settimane per ricondurre l’aura al grado della tristezza delle persone.
Il meccanismo che traduceva la tristezza in colore si aggiornava ogni sessanta secondi. L’aura poteva assumere tre tonalità differenti. La decodifica fu presto chiara. Al blu corrispondeva il massimo della tristezza; al giallo il massimo della felicità; le situazioni intermedie si coloravano di magenta. Per ciascun colore si distinguevano almeno una decina di sfumature di diversa intensità. E siccome l’aura non era visibile negli specchi o nelle foto, nessuno poteva conoscere il colore esatto della propria aura se non tramite lo sguardo degli altri.

I rischi sociali erano elevati: i casi di dissonanza tra colore e contesto potevano provocare malessere e disagio, persino disordini politici.
Sposi tristi nel giorno del matrimonio, parenti allegri in occasione di funerali, amanti che si rabbuiavano dopo un bacio, colleghi che si rallegravano dopo la rampognata subita del pari grado, calciatori che non si incupivano al goal della squadra avversaria, manager del petrolio che gongolavano dopo gli attentati in Medio Oriente.

Il Garante della Privacy aveva frettolosamente confezionato un regolamento che vietasse di raccogliere informazioni sulla tristezza degli individui e tanto meno di utilizzarle a scopi promozionali. Il Ministero del lavoro e quello delle pari opportunità avevano emanato una nota congiunta contenente un esplicito divieto di discriminare i lavoratori sulla base della loro tristezza. Il codice penale era stato emendato con decreto legge per includere una norma che vietasse l’uso dell’aura in sede processuale. La Società nazionale di psichiatria si era espressa con toni severi e paternalistici sulle differenze tra tristezza, sofferenza e depressione, riconducendo la prima a uno stato d’animo di circostanza, la seconda a fattori ambientali, la terza a patologia clinica.

* * *

Federico prendeva il tram tutte le mattine alle 7:30 alla fermata sotto casa, per cominciare il turno delle 8. Quando saliva, Silvia era già in tram, intenta a leggere qualche romanzo voluminoso. Dal rapido assottigliamento dello spessore del lato destro in favore del sinistro, Federico intuiva che doveva essere una lettrice molto vorace. Silvia saliva al capolinea alle 7:15 e trovava sempre posto a sedere.

Un mese dopo l’arrivo dell’aura, il quotidiano titolava «Emergenza tristezza: pronto il dissimulation kit messo a punto al MIT di Boston». Silvia era di un magenta intermedio; Federico era decisamente bluastro: sentiva freddo e aveva dormito male. Per via della pioggia il tram era affollato; alla fermata successiva alla sua salirono diverse persone e, spinto in avanti nel rimescolamento degli spazi, Federico urtò il ginocchio di Silvia.
«Scusa tanto, ma mi spingono».
Silvia alzò gli occhi, «Figurati, oggi sembra che tutti vogliano prendere il tram». Sorrise. Coincidenza felice, nel secondo successivo al sorriso di Silvia scattò l’aggiornamento del colore di Federico, che virò subito verso il blu più pallido. Silvia sorrise ancora di più, con un’espressione che mescolava complicità (allora ti piaccio!) e tenerezza (ma tu non lo sai che lo so!).
Il giorno successivo c’era il sole e, salito sul tram semi-vuoto alle 7:32 di magenta intermedio, Federico trovò posto esattamente di fronte a Silvia. Lei, giallo scura, era intenta a leggere e si accorse della presenza di Federico solo quando una brusca frenata la indusse ad alzare lo sguardo. Gli sorrise; il magenta di lui virò verso il giallo, il giallo di lei si schiarì ulteriormente.
Al venerdì, quando ormai salivano sul tram entrambi di un giallo acceso, lei lasciò deliberatamente il romanzo nella borsa per assecondare la conversazione da subito. Lui, colta la sua disponibilità, chiamò a raccolta il suo coraggio e la invitò a prendere un caffè.

Federico si trasferì a casa di Silvia tre mesi dopo. Tre mesi intensamente gialli, passati insieme pressoché ogni giorno e ogni notte, scoprendo ogni centimetro del corpo dell’altro, ogni consuetudine domestica e idiosincrasia verbale.
Al mattino prendevano il tram assieme e lei continuava a leggere i suoi romanzi voluminosi. Lui, anziché sederle di fronte, le sedeva a fianco, e, tenendo gli occhi socchiusi oppure fissando le punte delle scarpe, le appoggiava la mano sulla nuca, con un gesto automatico, come pronto ad afferrare la collottola del gatto.
Silvia spesso leggeva anche la sera, mentre lui guardava tutorial di scacchi al computer. Quando lei cominciava a scivolare verso il sonno, e il libro le cadeva a fianco del cuscino o a terra, e la mano si allungava per spegnere la luce sul comodino, lui la abbracciava da dietro e la accarezzava e, questione di qualche minuto, lui era dentro di lei. Facevano l’amore in modo pastoso, le parole e i suoni emessi come spezzoni di frasi senza senso del dormiveglia.

Passarono altri tre mesi, prevalentemente gialli anch’essi. Ai fisiologici momenti di impasse quotidiana, riuscivano a reagire connettendosi l’uno con l’altra. Un sabato, Federico era diretto a una parete rocciosa vicino al mare per un’arrampicata e la macchina si ruppe sull’autostrada. Riuscì ad accostare sulla corsia di emergenza e a mettere le quattro frecce. Chiamò l’assistenza stradale. Era di un blu profondo e cupo.
Poi chiamò Silvia: «Credo sia arrivata al capolinea ormai, se si tratta di cambiare il motore non conviene». Lei dribblò il nodo meccanico-finanziario. «Fatti portare dal carro-attrezzi a casa e andiamo in campagna. Ti amo Fede». Bum, giallo pieno.

Si sposarono in un pomeriggio di fine estate.
Scelsero una cerimonia intima, la sorella di lei e il migliore amico di lui come testimoni e una manciata di parenti come invitati. Silvia voleva risparmiare alla schiera delle sue amiche zitelle il timore di tingersi di blu alla vista del suo ingresso nella navata della chiesa romanica, abito semplice sul suo fisico da ballerina. Federico voleva risparmiare e basta.

Andarono in viaggio di nozze in Grecia. Silvia aveva accarezzato il desiderio di andare in Sudamerica – in Argentina a vedere il Perito Moreno, in Peru a visitare Cuzco e Machu Picchu – ma preferirono una vacanza più economica, tenendo a mente le rate della macchina nuova e l’ipotesi di una casa con una stanza in più.
Parlarono pochissimo, dormirono con il respiro sincronizzato, fecero bagni alternati, Federico nuotando per decine di minuti, Silvia spingendosi lentissimamente, passettini, fino a dove non toccava. Spesso ancora con gli occhiali da sole sul naso univa i piedi e si lasciava sprofondare finché l’acqua non le copriva la bocca. Nel momento in cui le lambiva le narici faceva un gesto economico – un colpo di piedi, uno schiaffo subacqueo con le mani – che la mantenesse a galla.
Mangiarono fuori due volte soltanto; il resto delle loro serate si svolgevano secondo una liturgia che si assestò subito. Mentre lei faceva la doccia, lui allestiva la cena con olive, feta, melanzane e yogurt con il miele, e nel frattempo si beveva una birra. Dopo cena, lui si alzava e si andava a fare la doccia, a Silvia l’incombenza di sparecchiare e sistemare la cucina. Sistematicamente lasciava qualche traccia della loro cena, gli involucri di plastica delle olive o un bicchiere con ancora due dita di birra. Toccava a Federico sbarazzarsene e lo faceva sorridendo e scuotendo un poco la testa, quando, dopo aver fatto l’amore, mentre Silvia era già addormentata abbracciata a un cuscino, usciva sulla veranda per fumare una canna.

Rientrando in città la presenza dell’aura li colse quasi di sorpresa, tanto si erano abituati al giallo costante l’uno dell’altra. Alla biglietteria della stazione, Federico trovò innaturale non guardare il commesso in volto; gli ci volle qualche secondo, e lo sguardo di riprovazione di diverse persone, per riabituarsi a parlare rivolgendosi all’immagine dell’interlocutore riflessa negli specchi dei quali gli spazi pubblici erano ormai tappezzati. Silvia, dal finestrino del treno, si soffermò sui cartelli che campeggiavano lungo la strada – «Three colors, one race: human. #fightcromofobia» – e si stupì della diffusa presenza di poliziotti a ogni angolo della strada, coperti dal casco, unico schermo contro l’aura dopo i ripetuti fallimenti del mondo scientifico. Si commosse quando, in metro, vide la consueta polarizzazione delle persone in base ai colori, i blu tutti assieme in un angolo del vagone, il ghetto delle persone tristi.

In settembre Federico cominciò ad andare per lavoro fuori città una volta alla settimana, con la macchina nuova. L’abitacolo profumava ancora di plastica, ma già debordava del disordine di Silvia: bottigliette d’acqua mezze piene, un asciugamano, degli stivaletti, ricevute del parcheggio, auricolari, carica-batterie.
«Tu non dai peso alle cose, le trascuri. Le cose, gli oggetti, la avvertono la trascuratezza. E anche il resto del mondo lo vede, come tratti le cose, che hai questa strafottenza verso gli oggetti.»
«Ma sono cose, appunto, io voglio dare peso alle persone, ai sentimenti, alle cose con la vita, non agli oggetti inanimati. Non è che la macchina e il frigorifero o il piatto doccia soffrono se li tratto male».
«E invece sbagli, si può essere strafottenti anche con gli oggetti. E tu lo sei»
Rientrando, la sera, aveva raccolto tutta l’immondizia che aveva trovato nella macchina, l’ aveva buttata in un cestino per strada e il suo senso di fastidio si era rinnovato.
«Cosa hai?» gli chiese Silvia. «Sei blu».
«Non ho niente; sono solo stanco»
«Ma il colore non dipende dalla stanchezza».
«Non ho niente, ora torno giallo» rispose Federico e il blu si intensificò.
Anche Silvia virò verso l’azzurro, nel corso della cena; e più cercava di avere una conversazione spontanea, più si imbarazzava ogni volta che scorgeva la perseveranza del blu sulla testa di Federico.

L’autunno era mite e Silvia voleva comprare qualche nuovo romanzo. Decise di dedicare a un giro in centro un sabato pomeriggio che Federico era andato ad arrampicare. Era appena uscita dalla libreria quando sentì la sua voce. «Silvia?». Non fu solo che la riconobbe immediatamente, era che bastava il timbro di una singola consonante per riprodurre i loro tre anni assieme, tramite ogni percezione: la vista (la camera con una parete blu della casa sull’isola), l’olfatto (l’odore del caffè che arrivava sul soppalco mentre lei rimaneva sotto il piumone), l’udito (la bossa nova e il fado), il tatto (una mano sulla sua pancia, un’altra che le passa tra i capelli). Avvampò di giallo.
Le varie volte in cui aveva immaginato un incontro casuale indugiava sulle possibili differenze che avrebbe visto in lui, sugli eventuali cambiamenti impressi dal tempo sulla sua fisionomia negli anni in cui si erano persi di vista. Questo aggiunse trasalimento al trasalimento: tutto le rimandava a quello che il tempo non aveva modificato.
Accettò il caffè che gli offriva, e la sigaretta e la complicità. «Lucia Berlin, quella delle donne delle pulizie?». Prese le misure al grumo di risentimento e familiarità che aveva nello stomaco: era intatto. Avvampò di blu.

Nella passeggiata verso casa si chiese di che colore la vedessero i passanti.
Mentre aspettava Federico si versò un bicchiere di vino. E poi un altro.
«Hey, che ti prende? Sei blu».
«Niente, oggi sono triste senza motivo».
Le prese il volto tra le mani.
A lei arrivò l’odore acre del suo sudore, attraverso la maglia della palestra che ancora non si era tolto, provò disgusto.
«Ti faccio un po’ di coccole e passa ok?».
La mano di lui scese dal viso verso la pancia. Lei si divincolò, come percorsa da una scossa elettrica. Il blu si fece cupissimo.
«Non sono in vena di coccole».
«Pensavo che…»
«Sì, non so, dormo male in questi giorni, sono nervosa, senza motivo».
Federico si alzò per prendere un bicchier d’acqua, blu notte anche lui.

* * *

In un lunedì di marzo, 14 mesi dopo la sua comparsa, l’aura se ne andò, sempre prima che facesse giorno.
Se ne accorse per prima la signora Rosetta che, svegliatasi per fare la pipì, vide che Enzo, il marito, era improvvisamente privo di aura.
Spaventata, temendo che potesse essere morto, lo scosse ripetendo «Enzo? Enzo? Enzo?». Enzo aprì gli occhi e ci mise una manciata di secondi a rendersi conto che sua moglie non aveva più l’aura.

Quella mattina Silvia decise che una settimana di ritardo la autorizzava a fare il test di gravidanza. Passò dalla farmacia in pausa pranzo, prese un caffè e verificò che aspettava un bambino nel bagno del suo ufficio. Fu pervasa da un’indifferenza strana: come se vedesse se stessa dall’alto, dal bocchettone del riscaldamento, mentre era seduta sulla tazza con gli slip ancora a mezza gamba.

«Sono incinta».
Un misto tra un sorriso di imbarazzo (perché imbarazzo?) e gioia e, ancora, indifferenza («sto parlando di me stessa come se descrivessi un fatto di cronaca»). Sciolse i capelli e fu sollevata al pensiero che l’aura fosse sparita – non aveva la più pallida idea del colore nel quale si sarebbe tradotto tutto questo trambusto interiore.
Lui sentì un senso di smarrimento; riusciva solo a pensare a una parete rocciosa e agli spazi della loro camera, e la sua pancia sarebbe cresciuta e poi che cosa incredibile che un giorno non c’è niente e poi basta un abbraccio tra due elementi organici così piccoli e poi c’è una persona, una persona con tutti gli attributi delle persone, le dita, il cervello, la lingua, la voce, lo sguardo. Chissà che colore sarebbero state tutte quelle cose per l’aura.

Ma l’aura non c’era più, forse si era trasferita in un altro pianeta, forse era solo andata in letargo.
E intanto loro potevano vivere felici e contenti. Almeno per un po’.

La volpe

scritto da Antonella De Biasi

Le strade erano silenziose, le nuvole dei nostri respiri si condensavano nell’aria della sera, camminavamo fianco a fianco, sottobraccio. L’ho vista attraversare il vicolo e infilarsi in un bidone viola.

«L’hai vista?» ho bisbigliato con una voce così bassa che sembrava non mia.
«Chi?»
Lui era abituato a vedere le volpi ad Hammersmith.
Vedere una volpe sgusciare per le strade di quella città era più comune di quanto non capitasse nelle murge dove ero cresciuta, dove ne avevo vista una per la prima volta, molti anni prima. Continua a leggere

Melinda

scritto da Carlotta Centonze

C’è un nuovo gioco tra noi bambini, e si chiama acchiappaculo. È come acchiapparella, ma con il culo. Piace ai maschi soprattutto, e li riconosci a seconda del carattere. Ogni tanto ti arrivano delle pacche secche, con la mano tesa, come uno schiaffone sonoro. Altre un pizzico, piccolo e fastidioso come un morso di serpente, oppure pieno, che affonda nella carne per tastarla.
Le sue mani mi prendono da dietro, per il collo o per le spalle, sono enormi sul mio corpo minuto su cui non sono ancora cresciuti i seni. Se giochiamo ad acchiappaculo, lui si imbarazza, allora ha trovato un tocco personale, leggero, che ti sfiora appena.

Per i ragazzi di Santa Caterina io sono una novità, perché vengo solo d’estate con i miei genitori per due mesi. In realtà la mamma sta con noi per tutto il tempo, il papà viene nei weekend, ma non al mare, più che altro rimane a casa a fare dei “lavori” dice lui. Aggiusta i mobili, fa giardinaggio, si inventa di tutto per rattoppare la vecchia casa dei nonni e non doversi abbronzare. Però a fine estate arriva sempre un giorno in cui senza avvisare viene a farsi un bagno, forse pensa che si pente di non averne approfittato, e quel giorno puntualmente gli viene la faccia rossa dal sole, il naso poi come una patata.

La banda del vicolo dietro casa mi ha studiata per qualche giorno prima di invitarmi a giocare con loro. Mi lanciavano insulti e sussurri dal cancello verde, lungo il selciato lastricato di aghi di pino. Pensavo fossero scemi, ma poi quando mi hanno chiesto di andare a vedere lo scheletro di Donna Menga, un rudere cadente che un tempo era una masseria piena di bambini e di polli che starnazzavano, e di pecore che restavano impigliate a un chiodo che spuntava dal muro, e di nonne che cucinavano il ragù in pentoloni giganteschi, ci sono andata subito. Un giorno sarò un’archeologa, e non potrei farmi scappare un’occasione così. In realtà a Donna Menga non è rimasto quasi nulla, solo sassi di colore chiaro e dei mezzi archi cadenti. Se sali le scale, e ci vuole coraggio perché scricchiolano e sono alte, puoi vedere la piccionaia, dove tenevano i piccioni in dei piccoli buchi tra i mattoni.

Quando giochi con i maschi devi essere coraggiosa. Io sono sempre stata così, ma non maschiaccio. Se c’è da fare una sfida, non posso tirarmi indietro, e a volte mi invento i giochi più pericolosi apposta, per far vedere agli altri bambini che sono una dura. Anche che sei intelligente devi fargli vedere, e quello è più difficile. Di solito per fargli credere che sei intelligente devi dire cose da maschio, che non si aspettano da te che hai la gonna a fiori rosa.

Anche quel giorno facevamo le prove di paura, e avevamo già mentito perché non avevamo voglia di andare in chiesa, che poi anche quella era un piccolo rudere in mezzo alla campagna. Abbiamo preso di nascosto il sentiero che la costeggia, per giocare nell’uliveto che sta lì a fianco. Le foglie argentate degli ulivi riflettevano la luce bianca del mattino, e la corteccia aggrovigliata si sbriciolava sotto le dita. Mentre mi dondolavo tra un albero e l’altro, stavo per saltare sul muretto a secco, perché non ho paura delle pietre che rotolano e ho imparato a riconoscere quelle su cui non ti puoi poggiare, quando di nuovo le sue mani grandi mi hanno afferrata da dietro, con forza. Solo in quel momento ho visto la ragazza sotto le pietre, ordinate su di lei come a ricomporre il muro, e mentre mi trascinava via e io con la bocca spalancata che non emetteva neanche un gemito, ho fatto in tempo a vedere la mano accasciata accanto al corpo, come quei bei fiori bianchi che si vedono solo ai matrimoni, e i suoi occhi aperti senza voce.

*

L’estate non è più la stessa, ora che hanno trovato il corpo di Melinda. Non posso girare per i campi da sola, e mi annoio per giornate intere a casa con la mia sorellina che non parla ancora, le costruisco dei vestiti con i parei trasparenti della mamma e poi le scatto delle foto, per distrarmi. Quando torniamo dal mare affamate e stanche non si può guardare neanche la tv, ma l’altro giorno la mamma era dal macellaio per comprare il macinato per le polpette e il papà era a fare un giro con la sua moto d’epoca che si comprò tantissimi anni fa quando era giovane, allora ho acceso la tv di nascosto.

Tutti i telegiornali parlano di Melinda, sullo sfondo alle spalle dei giornalisti c’è una sua fotografia, di quelle scattate col telefonino e in cui sembra essere felice. Aveva i capelli biondi e un paio di occhi blu acquosi, sottolineati da una linea scura di trucco. Nessuno mi ha spiegato perché era tra i sassi, ma penso che non lo sanno neanche loro. Mio padre mi spiega sempre le cose, ma quando ha sentito il nome di Melinda mi ha azzittita come sa fare lui, con uno sguardo da orso.

Nel paese si conoscono tutti, e tutti sanno come ti chiami, di chi sei figlio, cosa faceva di mestiere tuo nonno. A me e alla mia sorellina piace salutare per strada la gente, ma dopo un po’ mi annoio ad ascoltare i racconti dei vecchi pescatori amici di mio padre, perché parlano in dialetto e a qualcuno mancano anche i denti, e non capisco nulla di quello che mi dicono. La mamma mi ha permesso di andare in edicola, è mercoledì ed esce Topolino. L’edicolante mi conosce, sa dove abito e si fa trovare con il giornaletto pronto sul bancone, ma stavolta mi guarda con degli occhi enormi, col bianco esposto più del normale, e mi chiede se anche io ero tra quelli che hanno trovato la povera ragazza. In quel momento mi accorgo che tutti i giornali portano il suo nome in prima pagina, e che stanno cercando il suo fidanzato. Spaventata, prendo la mia sorellina per mano e la strattono via, ho imparato dagli adulti che i bambini non devono ascoltare le cose dei grandi, e questa storia non è per noi.

I miei amici del vicolo non tornano più a suonarmi, forse anche i loro genitori sono spaventati e non li lasciano scorrazzare per le campagne senza un adulto. Mentre leggo le mie riviste, penso alle sue mani che mi acchiappano mentre giochiamo e mi viene subito mal di pancia, ha gli occhi gialli come le sterpaglie bruciate dal sole, non ne avevo mai visti così.

Ho scoperto che Melinda era la sorella più grande di un bambino della banda del vicolo, e aveva tre anni più di me, quindi quattordici. La notte l’ho sognata varie volte, un giorno era viva e le raccontavo che mi avevano chiesto di sostituirla, dovevo essere lei per fare un gioco, ma io mi rifiutavo. Un’altra volta ho sognato che toglieva i sassi dalla sua gonna, li metteva in ordine di fianco alle sue gambe e si sedeva, guardandomi come una ragazza grande, mi imbarazzava. Questi sogni non li racconto a nessuno, perché mi vergogno e altrimenti alla mamma viene un attacco isterico e ci riporta a casa in città, dove nonostante la noia mortale che c’è qui si sta veramente peggio, con l’afa e tutto e poi i vicini sono in vacanza e i miei amici pure.

È venuto un temporale, di quelli fortissimi, e chissà se le tracce e gli indizi così si cancellano. Nei libri che leggo ci sono sempre omicidi, e per scoprire chi è stato guardano agli indizi sulla scena del delitto, che però è in casa, non all’aperto come Melinda. Ad esempio, noi in quel campo ci abbiamo giocato tante volte, di sicuro ci saranno le nostre impronte. Tutte le nostre cose lasciano il segno, anche le dita se tocchi qualcosa.

*

Qualche settimana dopo quel giorno vicino alla chiesa e il corpo di Melinda, gli adulti sembrano essersi scordati di quei fatti strani, e hanno smesso di tenerci chiusi in casa, d’altronde è estate anche per noi. Io sono tornata a giocare con la banda del vicolo, e mi fa sempre male la pancia quando giochiamo ad acchiappaculo, spero che lui si avvicini con le mani grandi. Pensavo che i fidanzati fossero una cosa bella, e ho desiderato fin da piccola di averne uno, ma ogni volta che succedeva di piacere a qualcuno che mi piaceva, mi vergognavo troppo, pensavo che magari non piaceva a mia madre, e poi mi sembravo troppo sciocca, le dure non si fidanzano con nessuno perché giocano con i maschi. Quest’estate però mi sento grande, e desidero le sue mani attorno al collo, anche per un secondo, che mi tocchi vicino alla faccia quando mi prende in giro.

Il fidanzato di Melinda forse non le voleva bene, sennò non la ritrovavamo sotto i sassi nel muretto a secco. Però i bambini dicono che lo conoscono, e che vogliono indagare sulla morte di Melinda, come in quei telefilm che vediamo alla tv dove ci sono le detective biondissime che non hanno mai paura. Allora ci fiondiamo nell’uliveto a fianco alla chiesa, e guardiamo in mezzo ai sassi, tra le foglie, sotto ai tronchi caduti. La polizia qui conosce tutti, e quando hanno sentito dire che Melinda e il fidanzato litigavano seduti sul motorino sotto casa, hanno subito cominciato a cercarlo per interrogarlo. Mentre cammino elettrizzata tra gli alberi penso che di sicuro troveremo qualcosa, perché noi bambini abbiamo visto molti più film alla tv e lì il colpevole lo arrestano sempre. Un mozzicone di sigaretta, un pezzo di plastica che non si capisce cos’era, un elastico per i capelli. Alla fine ci scoraggiamo, e ci convinciamo che se i poliziotti cercano il fidanzato avranno le loro buone ragioni.

Il fratellino di Melinda è piccolo e silenzioso, ha le spallucce come un pollo che svolazzano quando corriamo per la campagna. Un giorno torna da noi con un occhio nero, e allora lui con le sue mani grandi e il suo cuore gentile si avvicina ad accarezzare quella faccina spaurita, gli chiede cosa è successo. Il ragazzino non risponde, stringe le labbra in una smorfia e le braccia conserte al petto. «Se qualcuno ti ha picchiato ce lo devi dire. La mamma mi ha detto che se qualcuno mi dà anche solo uno schiaffo io lo devo dire senza vergognarmi, perché la colpa è sua, mai tua.» Alle mie parole, sbuffa con un soffio che sembra un sospiro trattenuto da anni, e ci volta le spalle, a passo di marcia. Se ne torna in paese spedito, e non l’ho più visto.

I giorni prima di partire sono malinconici. Saluto le zie zitelle che non vedo mai perché viviamo lontane, e gioco con i bambini del vicolo ma senza entusiasmo, tanto tra due giorni parto e si scordano di me mentre tra loro si vedono sempre. Mangio i gelati più grandi che posso, perché in città non sono così buoni, e anche le crêpes piene di nutella bianca e nera, che esiste solo qui in paese, mia sorella si sbrodola tutta la faccia che te la mangeresti a morsi su quel musetto da topa. Il tempo è brutto, iniziano le pioggerelle della nuova stagione, e allora andiamo in sala giochi con gli altri bambini, ma qui i maschi diventano troppo maschi, e non mi va di fare le sfide come in campagna. Sto in silenzio davanti alle macchine colorate che fanno suoni meccanici e mi annoiano, resto solo per guardare la sua faccia illuminata, e se vince dentro di me sono orgogliosa perché lui è il più bravo di tutti.

Le valige sono pronte, papà ci fa svegliare sempre all’alba quando partiamo, il viaggio è lungo e non possiamo fare troppe soste, così si dorme o si gioca al gioco degli animali, che poi l’ho inventato io. Tu pensi a un animale e l’altro lo deve indovinare facendoti delle domande, ma tu puoi rispondere solo sì o no. Quando viene mia cugina vinco sempre perché pensa animali facili, come cane o gatto o maiale, ma quando gioco con papà è difficile e mi arrendo spesso. Gli ultimi baci alle zie, e siamo di nuovo sulla strada di casa, diretti in città. Mentre guardo fuori dal finestrino mi viene una stretta alla pancia a ripensare a Melinda, rivedo le sue mani bianche e il collo storto, gli occhi di vetro vuoti. Poi un senso di mancamento, come quando fai le giostre e lo stomaco vola, mi viene in mente il collo sottile del fratellino, i segni scuri sulla gola e l’occhio nero. Aveva la mia età, penso a lui come a un passato che non vivrò mai più, e che si allontana insieme agli alberi che sfilano lungo la strada, la terra rossa che scorre fino a che non c’è più, e allora tutto si fa di cemento, e asfalto, e paletti dell’autostrada da contare senza fretta.

Un tempo

scritto da Piero Negri

Senti che puzza
scappano anche i cani
stanno arrivando i napoletani
terremotati, disoccupati,
con il sapone non vi siete mai lavati

Un tempo al mio passaggio
scappavano anche i cani tanto puzzavo
Ho fatto schifo al mondo intero
ora sono io a girare la faccia,
quando mi strisciano addosso in strada
ora sono io ad avere il diritto
-pieno, costituzionale-
di mormorare
“ma dove andremo a finire”

Non ho mai avuto paura dell’altro
-nossignore, non ci penso proprio-
sono stato io, una vita sana,
l’altro di tutti gli altri
il baubau, o’mammon,
-non giocare con i napuli balordi-
diceva la nonna
e ‘bbuon faceva
non ci giocare con me
-criaturo bello, bocia, gagno-
appena mi dai un dito
ti mozzico tutta la mano.

Ora sono dall’altra parte della barricata
ora “Prima gli italiani”
mi provoca un brivido elettrico
-dappertutto, dentro, fino in punta-
ora che in quel “prima”
ci sono -finalmente- anche io.
Io che non sono mai stato
“prima” a niente
che mi hanno pigliato sempre
a cavc dint’ o’ mazz

E tras e jesc ra’ tabaccheria
con nu gratta e vinc mman
e tras e jesc ra’ tabaccheria
con nu gratta e vinc mman
e sper a maron, che se è chill bbuon
guagliò, je me ne scapp
nun me verit cchiù.

Ora mi dicono “Prima gli italiani”
E mi sta bene,
sono italiano pure io, no?
Lo volete il voto mio? Sì, No, Sì?
Uèèèèè lo volete o no? Sì?
E allora mi dovete italianizzare,
adesso, qui, sul posto
ampress ampress
italianizzatemi, forza.
Italianizzatemi tutte cose.

Per la bocca e la fica
sotto un lampione male illuminato
le zoccole chiedono almeno 50€
e io?
in cambio di una coperta tricolore
che mi lascia scoperte
le dita dei piedi,
tutta, tutta,
gliel’ho data la faccia.
Tutta me la sono fatta sfondare.
C’è chi dice che è poco
c’è chi dice che è tanto
In ogni caso,
è tutto quel che valgo.

Ascolta Un tempo letto dall’autrice.

73

scritto da Massimiliano Righetto

Allora, non è niente di che, va detto. È un gioco, per passare il tempo. Un giorno è arrivato uno dalle Isole Fiji e mi aveva colpito, parlava un inglese che faticavo a digerire, aveva un viso sorridente e uno sguardo che andava oltre. Osservai il numero ed era il 73. Tutto qui. Decisi così che il 73 era il mio numero e da quel giorno il 73 era il mio numero. Non so se altri che fanno il mio lavoro abbiano dei numeri prediletti, molto probabile che esistano forme più nobili per combattere le nevrosi. Un giorno con il 73 arrivò una ragazza molto bella proveniente da Israele. Si muoveva e parlava cercando di aggrappare le parole una all’altra: i suoi occhi erano una calamita, verdi e affusolati, il destro era più socchiuso del sinistro, e aspirava continuamente dalle labbra strette e chiuse, producendo un sibilo come quello che fanno i bambini. Continua a leggere

Una magra consolazione

scritto da Elena Gottardello

In tutta onestà, ho capito che certe esperienze sono cose da tenere per sé. Non parlarne in giro, non fare domande. Non sai mai come vada a finire: tu chiedi chiarezza, e ti ritrovi che ne sai meno di prima. Ma molto meno, eh. Non ne vale la pena. In fondo, ve lo dico io, è questione di punti di vista che a volte, quando meno te l’aspetti, coincidono.
Per esempio, nel mio caso, meglio ritrovarsi a concludere che morte, Paradiso e Fede sono da prendere così: impacchettati col fiocco senza domande e commenti. Continua a leggere

Caro cane corso

scritto da Piero Negri

Caro Cane Corso,
che sei bello come un Dio Cane
occhi ambrati, imbronciati,
un poco buoni,
un poco tristi.
Mi dispiace molto
ma mi sa tanto che
non ti posso portare
a stare a casa mia
e non c’entra niente,
Caro Cane Corso,
che il mio animale totem
sia l’orso, storicamente.
C’entra di più che
io la mattina esco,
vado a lavoro,
poi la sera ci ho lo Shiatsu,
i corsi di poesia,
le partite di calcetto.
Caro Cane Corso,
se veramente venissi a stare da me
sarebbe incontrare ogni tanto
uno quasi sconosciuto
che ti aiuta a soddisfare
bisogni corporali
per poi rimanere da solo in casa
a fare Dio solo lo sa cosa.
E credimi, lo dico per esperienza, una vita così
non ne vale la pena.
Caro Cane Corso ascolta me, rimani dove stai
tu per me sempre sarai
l’amore per cui non c’è mai
tempo.

Ascolta Caro cane corso letto dall’autrice.

Inverno nella grande città

scritto da Barbara Marunti

Quello fu l’anno in cui il signor Watanabe rivide l’inverno.

Era dalla fine della guerra che l’inverno non faceva la sua comparsa nella grande città: solo i vecchi ricordavano la neve, e nelle loro memorie non riuscivano a scioglierne il suono da quello degli aerei. Poi arrivò l’estate, e con l’estate le bombe, e con le bombe la pace. I morti vennero seppelliti e i grattacieli crebbero sulle macerie, ma i grattacieli si sono spinti tanto in alto, sostiene la signora Masuda, che la neve l’ha vista da ragazza, che il cielo si dev’essere offeso e la neve non è più caduta da allora. Continua a leggere

Antigravità

scritto da Tristan Marsili

L’avevano chiamata Gea Maddalena, come la terra e come sua nonna. Ma lei non era né come l’una, né come l’altra. A cinque anni fantasticava non tanto su cosa ci fosse al di là del mare, oltre i confini visibili della sua isola, ma su cosa ci fosse al di là del cielo, sopra di essa.
«Guarda dove cammini!», le ripeteva sua madre esasperata, mentre lei inciampava nell’ennesimo sasso e finiva nella polvere. Aveva sempre lo sguardo all’insù. Una volta era finita in un canale in secca, che per ripescarla avevano dovuto chiamare suo padre, lei aveva avuto paura ma non aveva pianto, anche se si era ferita e le era rimasta una cicatrice a forma di Orsa Maggiore – che se si spogliava si notava abbastanza – proprio quelle vaghe stelle che fissava di notte, visibili quando il giorno si toglie i vestiti, sempre lì un attimo sopra l’orizzonte. E anche se lei questo non lo sapeva, la notte, dalla sua finestra, quelle stelle le guardava brillare da sopra il giardino di casa. Una sera d’estate quelle stelle le aveva anche viste cadere e allora aveva detto alle sue sorelle: «Se loro vengono giù, forse noi possiamo salire su!». Continua a leggere

Mi hanno regalato delle scarpe

scritto da Clara Vajthó

Mi hanno regalato delle scarpe
che non sono scarpe
che io comprerei
però mi piace
questa cosa
di mettere delle scarpe
che non comprerei
che in giro mi specchio
negli specchi e nelle vetrine
e mi vedo piedi non miei
non i soliti miei piedi
e mi piace pensar
che tutti credano
che siano i miei piedi
e le mie scarpe
(che dalle scarpe molto si capisce)
e invece no
io viaggio su scarpe altrui
le osservo portarmi
ignare
è molto divertente
ma non so se si capisce.

Ascolta Mi hanno regalato delle scarpe letto dall’autrice.