Il salto

scritto da Vincenzo Liguori

Tutto si poteva dire di Bernard tranne che avesse un corpo atletico e abituato agli sforzi dello sport. La sua muscolatura era il calcolato risultato della sedentarietà, di anni trascorsi alla ricerca di poltrone accoglienti, di giacigli comodi e appartati. Bernard era alto, con pochi capelli e occhiali da miope che non toglieva nemmeno per dormire, giacché dormire, per Bernard, era un modo come un altro per distendere la sua sottile e liscia muscolatura da rettile. Tuttavia Bernard anelava di saltare, desiderava, cioè, compiere balzi improvvisi, movimenti repentini in quel modo non comune, diceva, di spostarsi da un posto all’altro staccando completamente i piedi dal suolo. Eppure Bernard non lo aveva mai fatto, non aveva mai spiccato un salto deciso e imponente. Egli, come la maggior parte degli uomini, aveva elaborato soltanto una comune camminata da passeggio o, al massimo, aveva compiuto passi lunghi per superare pozzanghere, per evitare scalini imperfetti, per scendere dal bordo alto dei marciapiedi, azioni, insomma, che rientrano nei naturali e umani processi di adattamento all’ambiente e che persino un bambino deve imparare il più presto possibile per farsi strada nel mondo.
La moglie di Bernard, Sofie, capiva bene cosa diceva Bernard quando le parlava della sua voglia di saltare perché sapeva che Bernard in cuor suo era sincero e che saltare era quello che desiderava da tutta una vita. Non solo Sofie capiva Bernard ma lo incoraggiava anche, e lo aiutava a trovare il modo per poter finalmente cominciare a vivere saltando in ogni direzione in piena libertà. E questo perché Sofie, sebbene fosse fisicamente esile e minuta, era una donna coraggiosa, dotata di una grande forza d’animo e di un preciso senso delle cose che tuttavia Bernard non mancava mai di riconoscerle. Il “senso delle cose” di Sofie consisteva essenzialmente nell’attuazione di un principio piuttosto elementare ma che più di una volta, sosteneva lei, aveva dato i risultati migliori. Il principio di Sofie era quello dell’applicazione. «Bisogna applicarsi per ottenere il meglio da sé stessi e dagli altri», diceva. Così Bernard intuì che se voleva cominciare a saltare come un vero atleta, avrebbe dovuto applicarsi, e applicarsi significava che avrebbe dovuto allenarsi con metodo e costanza, due elementi del suo carattere che però risentivano fortemente di un cronico disinteresse per gli aspetti pratici e attivi della vita. Una vita che tuttavia Bernard continuava a trascorrere nell’inedia e nell’assoluto conformismo ai dettami di un’esistenza tutto sommato discretamente felice e appagante. Ma un giorno, mentre era disteso a letto circondato da un’inutile quantità di cuscini, Bernard si alzò di scatto e pronunciò una frase che Sofie non seppe mai ripetere con precisione, qualcosa simile a “credo sia giunto il momento”. Dopo quella frase che alle orecchie di Sofie suonò come un sinistro avvertimento, Bernard indossò una tuta da ginnastica e uscì di corsa per andare a fare esercizi ginnici nei viali alberati del parco che fino ad allora aveva soltanto osservato stando seduto in balcone a uno dei piani alti dell’edificio condominiale in cui abitava. Da lì aveva sempre guardato, più infastidito che incuriosito, persone sudate correre tra gli alberi, fare ginnastica oppure, senza troppa convinzione, saltare siepi allineate e muretti di mattoni. Quando verso sera rientrò a casa completamente sudato, chiese a Sofie di aiutarlo ad asciugarsi, e Sofie, mentre lo faceva, disse a Bernard queste esatte parole: «Caro Bernard, gli sforzi atletici producono sudore e tu, il sudore, devi imparare ad asciugarlo anche senza di me, come quando non ci sarò più», ma Bernard non diede peso alle parole di Sofie e continuò a sudare e ad andare al parco per allenarsi anche il giorno successivo e quello dopo ancora, per mesi, come se sudare e allenarsi fossero diventate di colpo le sue ragioni di vita. Ormai Bernard si allenava da tempo e aveva messo a punto una particolare tecnica atletica che lo rendeva capace di compiere salti lunghissimi che qualcuno, lì nel parco, già gli invidiava. Cosicché, dopo qualche anno in cui aveva sudato parecchio, corso, saltato siepi e muretti di mattoni, Bernard decise di iscriversi a una competizione di atletica leggera nella specialità del salto in lungo.
Il giorno della gara Bernard si svegliò presto, a quell’ora in cui il sole illumina il cielo con la prevedibile consuetudine delle giornate estive. Fece una doccia, indossò la maglia con il numero undici stampato sul petto e sulla schiena e uscì di casa senza fare colazione. Sofie lo accompagnò in macchina fino allo stadio dove si svolgevano le gare. Durante il tragitto Bernard e Sofie non parlarono di nulla. Soltanto quando fermò l’auto al rosso del semaforo lei disse a Bernard: «Hai una stringa sciolta, non dimenticare di legarla. E se dovessi perderti, ricordati che puoi sempre telefonarmi», ma Bernard disse soltanto: «È verde. Andiamo».
Quando arrivarono allo stadio, alcuni concorrenti sulla pista erano già alle prese con gli esercizi di riscaldamento, altri, invece, provavano schemi di salto che Bernard reputava completamente sbagliati, inutili e inefficaci. La sua tecnica era di certo superiore alla loro e l’avrebbe dimostrato a tutti, anche a Sofie, appena il giudice di gara lo avrebbe convocato per il salto. Intanto il cielo si era fatto grigio e il sole della mattina si era nascosto tra le nuvole come se la vergogna di chissà cosa lo avesse assalito all’improvviso. Anche Bernard guardò il cielo e quando lo guardò non fu contento di vedere che dalle nuvole filtrava soltanto una luce accecante che si rifletteva sulle strisce bianche che delimitano le corsie della pista. Bernard fece una smorfia di rassegnazione poi abbassò la testa, incrociò le braccia dietro la schiena e si mise a camminare lentamente sull’erba poco distante dalla pista di salto. In realtà Bernard contava i passi e, con i passi, la lunghezza del lungo salto che avrebbe voluto realizzare.
I primi atleti chiamati a saltare non ottennero risultati soddisfacenti. Uno di loro accusò del suo insuccesso la leggera brezza di vento che in quel momento si era levata; un secondo scappò via dal campo per andare a piangere nello spogliatoio dove nessuno lo avrebbe visto, e un terzo dovettero portarlo via con la forza perché si era ostinatamente convinto che era suo diritto ripetere il salto ancora una volta. Dall’altoparlante finalmente chiamarono il numero e il nome di Bernard scandendoli a ripetizione: «Undici, Bernard… Undici, Bernard… Undici, Bernard…» ma non si erano accorti che Bernard era già in posizione sulla linea di partenza e che Sofie dagli spalti agitava le braccia per salutarlo. Quando il giudice di gara diede il segnale del via, Bernard ruotò gli occhi per cercare gli occhi di Sofie che invece non aveva mai smesso di guardarlo. Si commosse a vederla lì, in piedi per lui sulla gradinata degli spalti, che aspettava soltanto di assistere al suo prodigioso salto. Ingoiò saliva per diluire un grumo di dolore che gli stringeva la gola, poi oscillò sulle gambe per preparare lo scatto e infine partì. La rincorsa si sviluppò gradualmente. Via via che acquistava velocità Bernard sentiva che il compatto terriccio rosso sotto le sue scarpette di gomma diventava sempre più morbido e poroso, flessibile, elastico. I muscoli delle gambe spingevano in avanti il suo corpo a una tale velocità che qualche anno prima non avrebbe neppure immaginato di raggiungere. Quando fu il momento, Bernard si preparò per i tre consueti appoggi che anticipano lo stacco dal suolo e la cosiddetta fase di volo. Il primo fu debole, la luce fredda riflessa dalle bianche delimitazioni della pista colpì i suoi occhi e gli fece perdere un grado di concentrazione; al secondo, invece, avvertì un dolore al polpaccio causato dalla frustata della stringa che non aveva allacciato, e fu allora che pensò che Sofie non dava consigli ma anticipava il futuro. Così Bernard strinse i denti e preparò il terzo e ultimo appoggio, quello con il quale poté finalmente esibire la forma completa, perfetta e inimitabile della sua straordinaria tecnica di atleta. Piegò leggermente il busto in avanti sincronizzando il movimento del bacino, aggiustò l’angolo di flessione del ginocchio e la posizione del piede prima del salto vero e proprio, spinse con tutte le sue forze i muscoli della gamba destra e finalmente si staccò dal suolo con un balzo potente e straordinario. Le sue gambe ormai libere si muovevano nell’aria con movimenti frenetici ma eleganti. Bernard si sentiva sempre più leggero e il vento veloce che gli sbatteva in faccia sapeva di fresco. A quel punto pensò che doveva cominciare a prepararsi per la fase dell’atterraggio, ma guardando in basso vide la pista sotto di lui ancora molto lontana. Allora indugiò con il ricordo degli allenamenti nel parco, delle corse, del salto delle siepi e di quello dei muretti di mattoni; ricordò anche tutto il sudore che aveva sudato e che Sofie gli aveva asciugato strofinandogli un telo di spugna sulla schiena mentre gli diceva quelle parole che lui, Bernard, quella volta non aveva capito.
“Da quanto tempo conosco Sofie?”, si chiese. Ne era passato di tempo da quando si erano conosciuti e poi avevano deciso di sposarsi. Sì, ma quanto tempo era trascorso? Tre, cinque, dieci, venti anni? Mio dio, non lo ricordava più. Bernard non ricordava affatto da quanto tempo conosceva la sua Sofie e questo gli procurò un nuovo dolore ma diverso e più intenso di quello che può scaturire dalla sferzata di una stringa sciolta che colpisce il polpaccio. Pianse un po’ ma il vento gli asciugò le lacrime che solitamente tirava via dagli occhi con il dorso della mano. E allora Bernard, per scacciare la tristezza, pensò che dopotutto aveva tanti bei ricordi da ricordare e che forse poteva ancora chiedere a Sofie di ricordarli insieme, uno per uno.
Ma adesso era il giunto il momento di tornare a terra. Bernard stese le gambe, irrigidì i muscoli e si preparò ad affondare i talloni nella pozza di sabbia che avrebbe frenato la discesa. Venne giù rapidamente come un rapace che è pronto a ghermire la sua preda, ma quando toccò il suolo si accorse che sotto i piedi non c’era il letto di sabbia che aveva accolto gli altri atleti prima di lui. Bernard cadde su una dura striscia di asfalto rovente che correva in mezzo a due enormi distese di terra incolta e abbandonata. Qua e là cumuli di rifiuti e repellenti carcasse di animali morti offrivano uno scenario davvero deprimente. Non c’era nulla che Bernard ricordasse di aver già visto e stranamente non c’erano più gli spalti, non sentiva più le urla del pubblico e nemmeno il gracchiare dell’altoparlante dello stadio dal quale venivano urlati il numero di maglia e il nome dei concorrenti in gara. Con i suoi occhi cercò quelli di Sofie, il suo volto, ma nemmeno lei era là con lui. Tentò di alzarsi ma vi rinunciò immediatamente perché un dolore profondo e sordo si allungò da una caviglia fin sopra il ginocchio. “Mi si è rotto un osso”, pensò Bernard. Allora rimase seduto sotto il sole infuocato di quella torbida estate a riflettere un po’ sulla sua vita e ad ammettere, dopotutto, che là non avrebbe trovato neppure un telefono.

Periodo di prova

scritto da Valentina Di Cataldo

Capiamoci subito, io questo posto me lo aspettavo diverso.
Credevo di trovare la luce sparata, il riscaldamento a palla e gli stessi colori primari della comunità dove ho lavorato l’anno scorso: pareti giallo-accoglienza coi Looney Toones dipinti, finestre rosso-energia bloccate con la sicura, pavimenti di linoleum azzurro-prospettiva.
Di certo non immaginavo questa penombra di piastrelle verde-disagio incrostate su tutti i muri, e neppure gli spifferi dietro i vetri o le porte antipanico senza maniglie. Il soffitto è troppo alto, restringe i pavimenti e allunga il corridoio con la sua sfilza di stanze su cui per ora non ho il coraggio di affacciarmi. Questo posto cade a pezzi: saranno anni che non viene pulito come si deve.

Che accettare fosse un errore l’ho capito appena oltre il vetro che divide gli utenti e il personale dai visitatori esterni, ma era già troppo tardi: come in un rito di passaggio, il percorso si fa solo in un verso.
Gli utenti mi mettono l’ansia, non so se voglio restare. Per fortuna è un periodo di prova, non ho ancora firmato. Non ho nemmeno capito bene le condizioni contrattuali, quante ore alla settimana, quando mi danno il giorno di riposo; loro stanno sul vago, mi tengono in sospeso, sicuro c’è la fregatura. Ho chiesto se almeno possono procurarmi gli stracci così mi organizzo il lavoro, hanno detto che mi faranno sapere.
Nell’attesa mi guardo intorno e conto le piastrelle. Osservandole ho scoperto che cambiano colore in base all’orario, di mattina sembrano grigie, di sera diventano quasi giallognole. In certi punti, dove gli angoli sono sbeccati o la ceramica è saltata via, le hanno sostituite con mani di smalto lavabile ormai ricoperte di tracce e manate vecchie. La luce è sempre un po’ buia qui, crea gli aloni. Vorrei scrostare le fughe.
A pranzo ci servono fusilli malconditi in piatti di cartone smussato che sono come le pareti, pieni di impronte e sbafi. Il cibo è lo stesso per tutti, utenti e personale. Non ci sono coltelli né spugnette abrasive. Paziento solo perché sono qui da poco, è importante mantenere il controllo. Parlo il meno possibile: gli utenti sono incubi, ma il mio ruolo qui dentro è tenere pulito, non intrattenere rapporti sociali.

Piccolo M. è l’unico per cui ammetto un’eccezione. È un tredicenne biondino e brufoloso con grumi di problemi che gli passeggiano addosso come acari. Dicono che la madre l’abbia quasi affogato nella candeggina perché andava male in matematica, per questo è un po’ strano. È un utente diurno, ha il permesso di rientrare a casa a dormire; un signore col cappotto lo porta qui ogni mattina e viene a riprenderselo alla sera. Per adesso gli fa bene rimanere un po’ col padre, ma se le cose dovessero precipitare sono pronti ad attivare il servizio di residenza a tempo pieno. Quando mi ha visto, Piccolo M. mi ha buttato addosso occhi e corpo, problemi relazionali, disagio e dita umidicce.
Ciao, gli ho detto. Piccolo M. ha mollato una puzza: non ama che gli si invada la privacy.
Piccolo M. mi sta addosso come un’ombra. I primi giorni mi girava intorno finché non cadeva a terra, poi abbiamo stretto un patto: massimo sei giri, poi va a esplorare la struttura; riesce a raggiungere anche i posti proibiti dagli utenti. Quando torna mi racconta cosa ha scoperto: è lui che mi aggiorna su come vanno le cose qui dentro.

Io in giro non ci vado, finché non firmo il contratto preferisco non sbilanciarmi, e poi ho già il mio daffare. Le piastrelle nel muro sono ventisette allineate su cinque colonne sovrapposte più una colonna a cui mancano dei pezzi dove finisce la parete. Ogni piastrella quattro fughe, ogni fuga sei passate: fanno un sacco di fughe da raschiare senza i mezzi adeguati. Se almeno mi fornissero i detersivi, potrei iniziare; mi restano ancora i pavimenti da disinfettare, i vetri da tirare a lucido, i bagni da igienizzare, gli scarafaggi da sterminare, la cucina da scrostare, la sala comune da arieggiare. Rifaccio i calcoli. Lo spigolo è la parte più difficile, non lo sopporto: lì le piastrelle sono mezze staccate dal muro, ci sono un sacco di buchi e io non so trovare la somma dei pezzettini che mancano.

Se vuoi evitare gli utenti stai alla larga dalla sala comune, dice Piccolo M., che come me odia i rumori e la gente che lo tocca. La sala comune serve per l’aggregazione: venerdì ci sono i giochi di gruppo, lunedì la terapia collettiva. La psicologa chiede a tutti se hanno fatto progressi con l’autolegittimazione, è importante verbalizzare, dice.
Nella sala comune c’è un uomo che culla un pezzo di maglietta, usava del cellophane poi gliel’hanno requisito: è colpevole, mi ha spiegato Piccolo M., si è mangiato la figlia. Piccolo M. è stato anche nella dispensa in fondo al corridoio. Ci vive rinchiuso un vecchio in un carrello della spesa, mangia bottoni e vende due teste a chi le vuole: a lui non servono, dice Piccolo M., tanto ormai sono marce. Magari con una bella pulita posso dargli una mano, quando mi portano i detersivi.
Signorina Berta è una donna elegante: mette il rossetto, ha al collo tre medagliette della Vergine, in testa un cappello con veletta e le calze di ciniglia. Sta seduta in punta di sedia a ginocchia unite, con la valigia posata accanto ai piedi. Si tiene pronta. Sono mesi che aspetta il treno delle 16.03 per Torino Porta Nuova: si fa presto a dir rivoluzione!, sputa comizi nel vuoto, non smette mai.

Qui si son già presi il vizio di rifilarmi i turni di notte. Vorrei proprio capire se è legale che mi tengano qui così tante ore. Le notti sono pesanti, gli scarafaggi non mi lasciano dormire, scorrazzano nella parete, cozzano contro i forati, fanno un fracasso di biglie lanciate all’infinito dall’alto in basso e poi avanti e indietro per tutto il corridoio: il vuoto amplifica i loro scontri. Altre notti è più un cigolio, come piedi che camminano sui letti, è incredibile cosa può nascondersi sotto la superficie. Gli scarafaggi fanno i cunicoli, prima o poi troveranno la strada attraverso i pezzettini di piastrella che mancano e allora sarà la fine; mi entreranno sottopelle, scaveranno dentro gli occhi, strisceranno fino al cervello, infileranno gli intestini per riprodursi nel mio corpo, e poi ci contageranno tutti, diventeremo anche noi degli insetti. Come quella residente magrissima con gli occhi viola e le dita brulicanti che fa i disegni e vuol costringermi a guardarli.
Quando la incontro, mi allunga una manciata dei suoi autoritratti, madri scheletriche dal collo lungo e i lineamenti distorti, denti appuntiti, crani attraversati da segmenti neri.
Il pennarello dove l’hai trovato?, le chiedo. Non dovrebbe nemmeno farli quei disegni: i medici gliel’hanno vietato. Lei scuote la testa, digrigna i denti e soffia dal naso mentre nasconde i fogli sotto l’ascella. Piccolo M. ne ruba uno e fa un passo indietro. Lei stende un braccio per afferrarlo e il cranio le si divide in placche di boccoli strappati a ciocche. Piccolo M. spalanca la bocca e io contraggo i muscoli. Poi grida le sue urla e io mi spavento.
Prima che l’infermiere ci raggiunga, Piccolo M. scappa e si rintana in fondo al corridoio, ha uno sbafo sul labbro e in mano un ritratto morsicato. Anche lui sta fissando le piastrelle. Ventisette, vorrei suggerirgli, ventisette allineate per cinque file una sopra l’altra, però non ho ancora capito come calcolare il pezzo rotto: è da lì che uscirà tutto quello che non deve. Nelle piastrelle spezzate ci sono nascosti gli scarafaggi, ci sono i ricordi di quello che non si vede. Dal fondo del suo nascondiglio, Piccolo M. mi guarda dritto negli occhi e per un attimo coincidiamo.
L’infermiere mi raggiunge alle spalle: non agitarti, mi dice. Intravedo un movimento di zampette. Grido: sono ovunque. L’infermiere prova a toccarmi e il mio grido si trasforma in un ammasso gutturale: questo posto fa schifo e non mi lasciano pulire, avevo chiesto la candeggina ma nessuno mi ha ascoltato. In fondo al corridoio c’è la porta a vetri e oltre la porta c’è di nuovo la vita. Mi divincolo e conto i passi, ventisette piastrelle allineate sono un sacco di fughe, devo correre più forte. Questa scena l’ho già vista: devo riuscire a scappare.

Di là dal vetro, nella stanza di osservazione, c’è l’uomo col cappotto e mi trabocca la paura: Piccolo M. è sparito ed è soltanto colpa mia. Avrei dovuto proteggerlo, avrei dovuto insegnargli a contare, ho sbagliato di nuovo. Adesso mi affideranno al vecchio che scambia i cervelli e per punizione dovrò bere un’altra volta la candeggina. Ventisette sono le piastrelle più un pezzo rotto tagliato per far posto alle paure, ma manca sempre un quadratino che non riesco a calcolare.
Stai tranquillo, è tutto a posto, mi sussurra l’infermiere mentre mi afferra per la schiena, ma ormai è tardi. È tutto nero, è tutto grigio, è tutto verde-piastrella. Il mondo esplode in colori primari, è giallo-grido, è rosso-malato, è azzurro-livido-in-testa, è bianco-muro, è bianco-assenza, è bianco-sto-male.
Le pareti si sgretolano, le piastrelle si frantumano e dal buco si riversa nella stanza una valanga di scarafaggi schifosi con le zampette brulicanti che cozzano contro ogni cosa e mi dispiace, avrei dovuto imparare, ma non voglio rimanere qui e allora scalcio e grido e cerco ancora di scappare. L’infermiere mi trascina via di peso.

L’ultima cosa che vedo è mio padre che entra nell’ufficio del direttore, il passo pesante, gli occhi severi, il cappotto aperto sul davanti come lo portava anni fa, quando avevo tredici anni e lui veniva a prendermi all’istituto. Finalmente ho capito: era il periodo di prova. Mi sa che non l’ho passato. Dovranno attivare il servizio di residenza a tempo pieno.

Pezzi

scritto da Francesco Losapio

Da dove sono seduto, a destra del parroco, vedo attraverso la porta laterale della chiesa. Rimane aperta per far entrare l’aria e le persone troppo vecchie, che non riescono a fare i gradini, e fuori c’è la stradina e poi il muro della villa.
È basso e tutto intorno ha un’inferriata su cui si appoggia la siepe di pitosforo, che è fitta e piena di foglie e bacche che sembrano melograni verdi piccolissimi, che hanno dentro dei semi rossi appiccicosi che se li mangi muori. Io me la ricordavo così, ma adesso ci sono rimasti solo i rami perché nessuno l’ha più annaffiata. Continua a leggere

Ad occhi chiusi

scritto da Elena Gerasi

Vedi figlia mia l’essere donna è
uno spargimento di sangue
e anche l’essere madre
non scherza:
quel che è dentro esce fuori
e quel che è fuori non torna dentro,
mancando.

Penso che si soffra troppo
e altresì inutilmente
nel lucidare la propria superficie,
mentre la bellezza ride
si deposita sul fondale e tace.
Fugace è la fioritura
che il tuo viso mi ricorda,
proprio lì, in cima ai polsi,
dove trema la vita tua e del mondo.

Ad occhi chiusi ti saprei rifare
e lo vorrei potere, quando ti disferai
nel senso e nel consenso.
Quel che è fuori ti entrerà dentro
e quel che è dentro non uscirà fuori,
serrando.

Vedi figlia mia
l’esserti madre è l’istinto a dare
dopo una vita di egoismi e spreco.
Conservo tutto e ad occhi chiusi,
prometto, ti saprò rifare.

Ascolta Ad occhi chiusi letta dall’autrice

Surgelati

scritto da Francesco Casini

Ci sfioriamo i gomiti al supermercato, di fronte al banco surgelati, e subito la riconosco. Lei ha lo sguardo basso, si scusa e si allontana. Non credo ai miei occhi, la chiamo per nome. Ci mette un secondo a riconoscermi poi spalanca la bocca.
«Dio mio!» esclama.
«Non ci credo!»
«Come stai?!»
«Bene, io bene, tu?»
«Bene grazie…»
«Quanto tempo?! Dieci anni?!» Continua a leggere

Archeologia domestica

scritto da Pierpaolo Lippolis

Restituire anche la parola.
Gli va stretta, non si chiude
la cerniera. Se ci prova
non riesce a respirare.
Tentare di farsi rimborsare.

Andrea Bajani

Lavare i piatti come si lavano i denti dei morti dissotterrati a Pompei. Lavare e togliere lo sporco con colpi secchi, far stridere le superfici, parte per parte. Strusciare finché la mano non è stanca e indolenzita.
Sotto il sole cocente di Pompei, negli scavi, la terra bagnata faceva puzzo, ma bisognava sfregare i pezzi di ceramica o le mandibole di cani antichissimi finché non erano pulite. La notte si continuavano a sognare quelle minuzie di mondo, quei reperti inutili da campionare. Se c’è una cosa che ti insegna l’archeologia è il senso delle cose, soprattutto di quelle piccole. Continua a leggere

Shibari

scritto da Elena Gerasi

Legata al tuo soffitto voglio pendere per mesi
mentre tinteggi i muri, sistemi i tuoi cassetti.
Quando fumi sigarette e le spegni tra le dita,
fissando nuovi infissi, voglio oscillare piano
facendo roteare la mia ombra intorno. Il giorno
voglio che in me ci inciampi mentre
metti su il caffè, che ci sbatti la testa
se di notte ti alzi a bere.

Voglio che mi guardi bene,
come sono brava almeno a mancare.

Ascolta Shibari letta dall’autrice

Ci basta una vita

scritto da Dora Berti

«Allora? L’hai chiamato Ennio?». Me l’ha chiesto senza mascherare minimamente lo scetticismo, come fa sempre, come se un grande LO SAPEVO di pietra dovesse piovere di qui a momenti dal cielo plumbeo del Giudizio universale, colpirmi a morte e spedirmi per direttissima giù negli inferi. 
Dall’alto del mio libro la guardo roteando gli occhi molto lentamente; verso i suoi, poi fermi per un istante, poi di nuovo dritti al paragrafo che sto leggendo, con la sicurezza e lo stoicismo di chi ha dei principi morali talmente saldi da aver raggiunto la santità, che nessun monolitico LO SAPEVO potrebbe mai consegnare all’eterno sonno. Continua a leggere

Amore

scritto da Ilaria Vajngerl

Quando Antonino aveva messo gli occhiali era novembre. Le foglie cadevano sulla fontana del parco, i bambini ci gettavano dentro manciate di sassi e terra per sentire il rumore dell’acqua quando ingoia. Nel parco si giocava a pallone. Antonino andava a sedersi sul muretto vicino alla porta. Beveva una Sprite, con la cannuccia se c’era sua madre a guardarlo, altrimenti senza. Di sua madre aveva la voce gentile, di suo padre le gambe veloci. Piaceva ai bambini perché prestava il pallone volentieri, si era fatto amico anche Piero, quello col motorino truccato e quattro peli sotto il mento che lui chiamava il mio pizzetto. Antonino piaceva alle bambine perché se tutti gli volevano bene ci sarà stato un motivo.

La sua prima fidanzata si chiamava Elena Zarli, facevano la seconda elementare. Elena aveva sempre l’allergia e profumava di Big Babol.
Era finita quando l’aveva vista pulirsi il moccio sulla manica del grembiule.
Non ti voglio più, le aveva detto, se non hai i fazzoletti dovresti usare la carta igienica. Lei aveva alzato le spalle, fa lo stesso, gli aveva risposto. Erano rimasti buoni compagni di banco.
Ogni estate Antonino andava con sua nonna al lago di Garda. Sua nonna in costume gli sembrava una pera al forno, tutta nera e piena di grinze. Si svegliavano alle nove, facevano colazione a letto perché sua nonna era vecchia e una pensione è meglio spenderla piuttosto che farla diventare eredità. Antonino era riuscito a riempire tre salvadanai con le monetine, due maiali e un’oca. Verso la fine delle vacanze comprava dieci cartoline uguali, anche se avrebbe potuto rubarle, nessuno ci avrebbe fatto caso, c’era troppa gente. Ai suoi genitori scriveva sempre ciao, vi voglio bene, negli anni cambiavano solo la data e la calligrafia. A dodici aveva scritto ciao papà, l’anno prossimo vorrei andare al mare, saluta la mamma!!! A tredici anni, a Rimini, aveva deciso che di soldi per le cartoline non ne avrebbe spesi più, meglio il Calippo.

Il suo primo bacio l’aveva dato a Laura Pertini.
Dal novembre in cui aveva scelto i suoi primi occhiali erano passate cinque o sei montature.
L’aveva conosciuta alle giostre, vicino agli autoscontri. Antonino aveva terminato i gettoni. Laura era timida, era andata alle giostre senza invitare nessuno. Avevano fatto cinque giri. Lui le aveva dato un bacio sulla bocca perché bisognava, lei gli aveva infilato la lingua perché bisognava. Antonino la lingua non se l’aspettava proprio, che ci si bacia così non gliel’aveva spiegato nessuno.

Quando Gianni era andato all’università Antonino era rimasto in camera da solo. C’erano lui e il computer di casa, che se ne stava lì a prendere la polvere perché i suoi preferivano il portatile. All’inizio era arrivata la tristezza. Gli era sempre piaciuto ascoltare suo fratello respirare, prima di addormentarsi.
Poi no.
Tutti i maschi sanno cancellare una cronologia, lo aveva imparato anche Antonino. Piuttosto in fretta, la solitudine doveva riempirla in qualche modo.

Quando Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita era il maggio di Analisi 2, caldo e pieno di numeri. Il parco in cui giocava a pallone l’avevano trasformato in una casa di riposo, ci stavano quelli che non avevano speso tutti i soldi in colazioni. Sua nonna invece riposava al cimitero, felice.
Dicevo, Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita in maggio, c’erano la primavera e un sacco di gambe scoperte. Annamaria aveva le ginocchia rotonde e i capelli ricci. Si erano innamorati presto, perché i colpi di fulmine capitano anche se non ci credi, ti amo, si era ritrovato a balbettarle all’improvviso.
Ad Annamaria Antonino piaceva tutto quanto. Mi piacciono i tuoi capelli, mi piace come parli, mi piacciono i tuoi occhi storti, vorrei sposarti. Era la prima volta che lo diceva a qualcuno. Anche Antonino avrebbe voluto sposarla. Ci sposeremo, le aveva promesso.
Tornando a casa aveva incontrato Gianni che scendeva le scale, teneva sua figlia per mano. Ti pare che abbia gli occhi storti? Aveva chiesto a suo fratello. Ce li hai sempre avuti, che domande sono, Gianni aveva riso. Quella sera Antonino aveva amato Annamaria un po’ di meno.

L’aveva domandato a tutti quanti. A sua madre, a suo padre, a Piero, all’oculista. Non sei strabico, lo aveva rassicurato, la tua è solo una leggera imperfezione. Un’asimmetria. Che poi.
Tu hai il culo largo.
Erano usciti dall’ambulatorio, Annamaria si era accesa una sigaretta e gli aveva detto vaffanculo.

Così aveva comprato le lenti a contatto per passare inosservato e invece tutti lo fermavano per la strada, ma come sei cambiato, ma che bella fidanzata, ma come stai bene. Presto era diventato geloso.
Mi fido di te, non mi fido degli altri.
Copriti.

Si erano lasciati un venerdì pieno di freddo. Annamaria si era fatta la coda di cavallo che teneva scoperto il collo, un collo rosa e sottile, che si snodava dentro le spalle e ti veniva voglia di percorrerlo col dito. Antonino le aveva chiesto se fosse per il barista, perché la schiena scoperta in dicembre non ti pare un po’ da zoccola? Aveva sbattuto il palmo sul tavolo, facendo sbrodolare il bicchiere.
Annamaria si era fatta bella per Antonino, perché si sentisse fiero e la volesse di più. Senza occhiali assomigliava a Richard Gere, aveva raccontato a sua madre.
Invece lui si era sentito insicuro.

Certe mattine capita che il cielo arrossisca e nessuno se ne accorga. Le nuvole grigie prendono fuoco, quando diventano cenere il vento le sbriciola e inizia una mattina azzurra. Ad Antonino le belle giornate parevano fondali sbagliati, preferiva starsene in casa a osservare il soffitto. E quella sera l’aveva guardata come il soffitto guardava lui, ogni giorno.
Facciamola finita.
Perché da quando ti conosco mi son pure venuti gli occhi storti, aveva concluso.

Il barista pulendo il bancone aveva pensato che Annamaria fosse davvero troppo magra e che Antonino assomigliasse al Richard Gere di Ufficiale e gentiluomo.

Antonino non si è mai sposato.
Annamaria sì.

Il nome della resa

scritto da Adriano Cataldo

Maschio Bianco Italiano
Radici giudaico-cristiane
Ogni giorno, un residente si sveglia
E sa che dovrà
Odiare più forte
Sognare più forte
Votare più forte.
Il residente è sintassi d’interessi
Sogna un cancello, che in principio era verbo.
Sogna una marcia, che in ultimo è aggettivo.
Il residente è complemento oggetto, soggetto al suo vuoto, soggetto al suo voto.
Sogna il residente, che il vuoto fuori sia quello dentro
Il buon degrado, suo malgrado.
Il vuoto che vuole: diritto di suole.
La lingua italiana batte dove il perdente duole
Percuote ciò che vuole
E più non dimandare.
Sogna il tragitto perfetto
Verso la pattumiera, la raccolta dei rifiuti e dei rifiutati
Il palese pulito.
Difendere e dipendere
Sognare le distanze.
Una nazione che non sia alienazione, inazione.
Possiamo oggi dire al residente che la patria è perduta
Che il nostro popolo è morto a Genova
Al residente ricordiamo di scegliersi bene la parte
Capire
Il limite tra cosa offende e cosa coraggio infonde
Il limite tra chi è più italiano tra i Marò e Giulio Regeni.
Scegliersi una sorte che possa dire compagna
Che la vita si sconta lottando.

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