Delirio Dixan

scritto da Eugenio Griffoni

Se mettessi
la testa nella lavatrice senz’altro
l’intruglio
dei pensieri miei olivastri potrebbe
prendere il largo e diluirsi via via
in deliri profumati
di marca Dixan, così facendo,
roteando anti orario fuori orario
nell’oblio del cestello col volgere
di strani eoni

vedrei Dio, il vuoto cosmico, e Azathoth che sempre dorme.
PURIFICATO TORNERO’ per imporre una verità assoluta
ogni impurità sarà bandita se ritenuta
discutibile.

Adrenalina.
Dammi la scossa dammi una botta
mordimi il cuore che non lo ritrovo,
mi ritrovo? Non mi ritrovo.
Perso parola PIN e indirizzo
nell’incubo ricorrente dove un nero
gorgo
mi chiama,
ma dice altri nomi.

Dalle mie mani
fuggono linee,
non so domare con briglie di fumo!
Una medusa sono
putrescente al Sole
fra i tentacoli un coltello
a far poesie d’amore,
sulla sabbia.
E degrado
lento
fra solchi di terra spaccata
smarrito sono
invertito i poli
in perdita sono
sfinito sfibrato, disabitato,
spolpato dai brillanti
fluorescenti scintillii.

E ho piedi di cemento
un petto di cemento
la testa nel cemento
armato di pali
l’acciaio ficcato
nei sogni dormienti,
testate sul bottone d’allarme espulsione
DOTTORE UNA COMETA la ricetta per favore
dritta in faccia me la prescriva!
Con la scia che rompe il cielo
e incendia l’orizzonte.
Ma facciamo in fretta per favore,
SOS il segnale
il battito del cuore. Alla deriva siamo.
In avaria mayday,
su una landa desolata
d’un riflesso stordito, e colori
che non mi dicono più un cazzo.

Disteso sul pavimento,
anche se il qui e ora è soltanto un paletto
di ruggine marcio
ficcato nel petto,
gli occhi sbarrati infuriano
e squarciano il soffitto, e si tuffano,
come folgori liberate
negli astri.

Ah, eccolo qui, il centro dell’Universo.
Come siamo piccoli,
e miseri.

Ascolta Delirio Dixan letta dall’autore

Oblò

scritto da Margherita Koch Cavalleri

Tutte le volte che sognava suo papà, poi lui rimaneva fino a sera a tenerle compagnia. Con la mamma non succedeva mai, lei si dissolveva puntualmente come si dissolvono la maggior parte dei sogni, quando i dettagli che sembrano rivelatori al risveglio svaniscono, persi per un soffio.
Suo papà, invece, si presentava come un ospite che arrivi all’ora di colazione e si sia preso un giorno libero; presenza immaginata, ma fatta di un passato intenso, duro, quasi tangibile. Continua a leggere

Homo Sovieticus

scritto da Kosmonavt

La fine ha una profondità confidenziale nell’assenza del suono
mentre una rotazione sta per terminare inalterabile
la notte debella i confini, silenzia le favole
CCCP, ma il Paese non c’è più
Mi chiedo spesso se sopravviverò. Non di rado dubito.
Quanto può essere lunga una coda per il pane?
Diciannove metri e la Mir si affolla
I muscoli avvizziscono in questa gravità indigente
che svago solerte, le mie passeggiate nello spazio
Limone e rafano sono, in assenza di miele,
l’omaggio all’ultimo homo sovieticus
Leningrad, se mi senti, raccontami
se, alzandoti sulle punte dei piedi,
vedi ancora gli alberi di Bojkonur
Li immagino allungati, all’alba, uno stiracchiarsi
che porta i rami più alti fin quassù
Scandisco la solita canzone che tu conosci
che io canto sottovoce per darmi un contegno:
И снится нам не рокот космодрома
Не эта ледяная синева
А снится нам трава, трава у дома
Зеленая, зеленая трава*

L’orlo della tuta è scucito via oltre l’orbita lunare
e l’esercitazione alla missione mi si slabbra di dosso
come un buio, una dimenticanza estintiva
Improvvisamente, tutto è più fragile
sono feto in gestazione di madre affranta
Questo amore non va da nessuna parte
rimane, senza possibilità di svanire
Potremmo anche essere un infinitesimo
ma siamo un tutto che si moltiplica
In quale universo, un santo salvatore, 
accetterebbe di sporcarsi le mani
in questo cortocircuito?

Ascolta Homo Sovieticus letta dall’autore

(*) Noi non sogniamo il fragore del cosmodromo
Nemmeno questo blu ghiaccio
Sogniamo l’erba, l’erba di casa
L’erba verde
[Da Trava u doma, hit sovietica dedicata allo spazio dell’inizio degli anni ’80 cantata dal gruppo Zemljane, scritta dal compositore Vladimir Migulja e dal poeta Anatolij Poperečnyj]

Via San Rocco

scritto da Marianna Crasto

Non avevo nozioni di arte, non avevo nozioni di fisica, ero lunga un metro. I grandi si riposavano dopo pranzo e mi lasciavano sul letto in canottiera a doverli imitare. Il letto stava addossato con il lato lungo contro la parete, sovrastato dalla stampa di un dipinto di Braque. Era il letto di mia madre da ragazza. Non avevo nozioni di arte, non avevo nozioni di fisica: il quadro mi spaventava perché temevo sarebbe caduto staccandosi dai chiodi in alto, allontanandosi dalla parete per lanciarsi in avanti, come per un tuffo di testa. Allora aderivo al muro, mi sembrava una soluzione. Ero lunga un metro e rotolavo e aderivo e credevo di salvarmi. I quadri non cadono così ma cosa ne potevo sapere. Cadono proprio lisci lisci in verticale, aderenti ai muri, dove mi sentivo al sicuro. Ma nemmeno conoscevo le lettere che servivano a scrivere Braque.
All’improvviso in camera c’è anche mio fratello, va verso il letto. «Attento» gli dico. Ma sto zitta da molto a guardare il muro: lo raggiunge un versaccio rauco e s’è fatto già tardi, lui è già sul letto, seduto sulla mia testa. Infila una mano sotto il sedere, la passa sulla coperta per controllare se ha schiacciato qualcosa ma non trova niente. Torno a guardare fuori dalla finestra sperando che non mi faccia domande. Continua a leggere

Sciamune

scritto da Mattia Grigolo

11 agosto 1987, ore 18.00 Piazza della Chiesa di Santa Maria Maddalena, Uggiano la Chiesa: Checco il Pagliaccio e le sue spettacolari magie.

Nostro padre dice che ci porta a vedere lo spettacolo del clown.
Da settimane il paese è tempestato di locandine raffiguranti il suo volto arcigno cosparso di cerone, i capelli verdi striati di scuro.
«È un pagliaccio papà» dico e lui mi guarda come se gli avessi chiesto di prestarmi l’accendino.
«Hai detto che è un clown, invece è un pagliaccio» continuo. Continua a leggere

Katja

scritto da Kosmonavt

Katja
Al solo pronunciare il tuo nome
mi si inceppa la lingua
Consonante che scivola sul palato
scontrandosi coi denti

«Нам не надо целовать
Non dobbiamo baciarci
А ты прекрасно знаешь
Lo sai benissimo
Держи меня за руку
Tienimi la mano
Мир вертится быстрее»
Il mondo gira più veloce

Se mi avessero parlato prima
di quanti amori possibili esistono
mi sarei in qualche modo innamorato
delle tue storie raccontate lungo la Neva
dei tuoi corsi di latino alla facoltà di Medicina
e delle tue labbra sbilenche per il mio russo stentato
Mi sarei impegnato davvero nel dirti Ja vas Ljubil (*)
nel comprendere quanto fossimo simili
alla ricerca dell’impossibile
in quel declino dei giorni verso un finale atteso

Se mi avessero parlato prima
di quei romantici di cui parlano nei libri di Gender Studies,
quelli che in Russia non si azzardano a mandare
se non in circoli privati omosessuali,
sarei riuscito a definire
quella voglia irrefrenabile di ritrovarmi
in passeggiate romanzate da una città
rappresa in tramonti freddi e distanze innocue
correndo per non arrivare tardi

Катя, мы танцоры музыкальной шкатулкы
Katja, siamo danzatori in un carillon
А пока земля крутится у нас под ногами
e fino a quando il mondo ci girerà sotto i piedi
мы сможем влюбиться, без объяснения причин
potremo innamorarci senza spiegare il perché

Perdita d’abiti
la mia è una perdita d’abiti
Davanti allo specchio
Senza pretese, restare nudi
e avvallare questo momento di rivoluzione
Dimmi che non c’è nulla di vero
Nel conto alla rovescia
Che ci porta a festeggiare l’estinzione
Dimmi che non c’è nulla di vero
Nelle discariche di bocche
Pronte a vomitar rifiuti indifferenziati
Dimmi che non ci siamo giocati il futuro
Che qui ci si ama e non dobbiamo rovinare tutto
Mi hanno detto che c’è una festa
ma qui ce la stanno facendo di nascosto
A te, a me, alle genti disperse
Tra gli abiti affollati
Sui loro corpi inesistenti
e noi balliamo sulla terra
esorcizzando parole, opere e omissioni
Amami ancora e portami avanti
nella battaglia di tutti quanti
finché forza avrà ogni primavera
L’aprile non sarà un dolce dormire

Ascolta Katja e cose turche letta dall’autore

(*) Io vi ho amata, poesia presente nel romanzo in versi Evgenij Onegin di Aleksandr Sergeevič Puškin, 1833

Ninfee

scritto da Chiara Beretta

Amo le sale d’attesa come questa: bianca, luminosa, pulita. Deserta. Non sembra nemmeno di essere in uno studio medico. Mi lascio scivolare sulla sedia – una bella sedia di legno imbottita, non quelle robe di plastica da ospedale. Sulla parete di fronte c’è una stampa scolorita delle Ninfee di Monet. La fisso per un istante e chiudo gli occhi. Immagino di galleggiare sull’acqua. Sull’acqua del mare. Un mare denso e immobile. Non voglio pensare alle Ninfee. Forse dovrei provare a meditare, dicono aiuti. Non voglio pensare alle Ninfee. Non voglio pensare alle Ninfee. Continua a leggere

Volevo andar via subito

scritto da Donata Cucchi

«Volevo andar via subito»
«Proprio subito»
«Eh, sì»
«E la valigia?» non aspetta la risposta «Ma no, perché prendere la valigia, macché valigia, andiamo via così, senza vestiti, senza soldi, tanto…»
«Che ti devo dire…» rido.
Ride anche lui; anzi sorride, Alberto. Ridere con lui è anche meglio che farci l’amore e adesso che l’amore non lo facciamo più, si ride meglio. Continua a leggere

Le cose che restano

scritto da Conny Russo

La casa dei miei genitori è piena di oggetti. Ci sono abbastanza bicchieri per organizzare un banchetto, ma nessun banchetto viene organizzato mai, e tutti quei bicchieri posano tristemente dietro i vetri delle credenze. Ci sono i Topolino sgualciti dalla nostra infanzia, cruciverba risolti di molte estati fa. Ci sono abbastanza asciugamani da accomodare le esigenze di un re, ma nessun re che venga accomodato. Ci sono foto ormai ingiallite che ti guardano da un tempo in cui il tuo corpo aveva una forma diversa, ci sono videocassette di mille recite di infanzia e nessun videoregistratore in cui guardarle. Ci sono vestiti negli armadi che non ho mai visto indossare e libri che non ho mai visto leggere. Ci sono moltissimi soprammobili, qualunque sia il significato di questo vaghissimo modo di iscrivere nelle stesse lettere una teiera che non contiene the ma una pianta grassa e una damina dell’ottocento in ceramica.  Continua a leggere

Il cavoliere delle Puglie e cose turche

scritto da Alessandro Doro

Al bar di Bari
barbari
bari
e barboni
a bere
Rabarbaro
e Peroni.

Al TAR di Taranto
un tarantolato utente d’Otranto
ricorre, intanto
e l’attenta corte in tartan
tartaglia accorte sentenze
speranze sparse in una stanza
tra tanto esultar e tanto insultar.

A est d’Ostuni
mi strozzo a ostriche
e champagne.
A ovest in campagna
m’avveleno
d’olive e Martini.
E alleno le vele
e studio i venti.
Domani mattina
partire per mare!

Al Mar di Marmara
mordiamo
marmellata
di tedio
e di more
te
ed
io,
amore
morte.

Ascolta Il cavoliere delle Puglie e cose turche letta dall’autore