Acqua sulla luna

scritto da Luigi Antioco Tuveri

La signora Anita è grossa e tonda come una balena. Vive e lavora all’ultimo piano del palazzo. È una sarta: taglia la stoffa, confeziona abiti per le donne e cuce l’orlo ai pantaloni dei mariti. Stira. Rammenda. Ha sempre il centimetro al collo e due spilli in mano. Piega tutto per bene e ripone i vestiti nella carta velina che sa di lavanda. Lei invece odora di candeggina. Continua a leggere

Ansia da prestazione

scritto da Clara Vajthó

Che cazzo devo fare?

C’è Cazzo che in preda
a grande afflizione
si beve una birra
appoggiato al bancone

con Figa da un po’
ci sono problemi
se a volte lui tarda
lei dice: Non vieni?

se invece fa in fretta
lei gli punta il dito
dicendo un po’ acida
Ma che, hai già finito?

Così che alle volte
appena la vede
lui vorrebbe alzarsi
e invece si siede

e arriva persino
a dir la bugia
che oggi ha da fare
che deve andar via

Figa dice basta
che son tutte scuse
si arrabbia di brutto
lo riempie di accuse

lui si barcamena
le dice che ha torto
e si lascia prendere
da grande sconforto

e poi pure lei
si lascia andar giù
convinta che ormai
non gli piace più

così per paura
e per la tensione
finisce che guardano
la televisione

poi Figa la spegne
sospira e si volta
e dice Perché
non sei come una volta?
Una volta eri figo
sempre pronto all’affondo
sempre dritto e impettito
il più Cazzo del mondo

Sono Cazzo anche adesso
però c’è la questione
che alle volte sei tu
che mi fai soggezione

perché so che ti aspetti
certe cose che sai
e così mi vien l’ansia
di non farcela mai

Io mi aspetto soltanto
quel che aspetta una Fica
quando ha un Cazzo vicino
cosa vuoi che ti dica

La fai facile tu
che stai li ad aspettare
mentre io devo crescere
sempre, prima di entrare

la mia vita è un continuo
salto dimensionale
un continuo stress fisico
ed emozionale

E che colpa c’ho io
dice Figa irritata
Se tu sei fatto a Cazzo
e io son fatta bucata?

Non hai colpa in effetti
però detto tra noi
forse è meglio se vado
sul lettino di Freud

E se poi non ci riesci?
dice Figa avvilita
Va a finir che mi sento
una Figa fallita

e così Cazzo e Figa
per consolazione
si fanno una birra
appoggiati al bancone

Ascolta Ansia da prestazione letto dall’autrice.

La stanza di luce

scritto da Sharon Vanoli

Fingevo di leggere i dorsi dei libri sulle mensole sopra la mia testa quando Saverio mi rivolse la parola. Lo avevo visto arrivare – la sua sagoma alta e magra dall’altro lato della sala, le mani in tasca, lo sguardo gentile. Si era fatto vicino poco a poco. Io lo seguivo furtiva girando la testa con rapidi scatti. Fu fermato più volte lungo il percorso. Profili che non riconoscevo, a parte un paio di professori, suoi colleghi. Lui rispondeva ai saluti cordiale, poi si scostava stringendo le mani senza fretta, l’aria un po’ impacciata. Aveva per tutti quel suo sorriso religioso. Mi spiazzava sempre: nella mente citavo a memoria la frase di un romanzo, girata al maschile: c’era in lei la nobiltà spontanea degli animali, dei bambini, o dei primi abitanti del paradiso.
Quando mi fu alle spalle non seppi fingere sorpresa, mi imbarazzai, sorrisi e basta.
«Sei qui da sola?» chiese.
Proprio allora avvertii nell’aria un’aroma salato, di forno caldo. In un brusio festante osservai la gente avanzare a piccoli gruppi verso la sala laterale. L’aperitivo era stato servito, dunque. Mi sposterò anch’io, come tutti, in direzione di quella sala? Saprò parlare con gesti disinvolti con chi mi si pone vicino, mentre prendiamo qualcosa al buffet, con un bicchiere di vino in mano? Mi chiesi questo; ma già sentivo dentro di me brutti pensieri, voci cattive, bisbigliavano qualcosa: starai male-sarai d’impaccio-sognerai un rifugio-tornare a casa-contando i minuti. Come si scongiurano le paure di tutta una vita?
Saverio mi osservava con i suoi soliti tratti lieti. La sua calma mi rassicurava.
«Ora sì. I miei compagni se ne sono andati dopo la conferenza».
Prese a parlare con un tono di confidenza che non si era mai concesso in precedenza, forse spinto dal contesto. E parlando con la mano fece cenno di avviarci, anche noi, verso la sala servita.
Fui subito sola, di nuovo. Non appena adocchiai un gruppo di professori puntare dritto verso di noi – insegnanti di filologia, come Saverio – filai via quasi senza salutare. Li conoscevo tutti quanti ormai, i loro lavori di ricerca, i dottorandi che avevano sempre tra i piedi. Proprio uno di questi, Luca, un pomeriggio di torpore in biblioteca, mi aveva detto: c’è questa conferenza, vieni con chi vuoi. Ma da studentessa non ho mai saputo vivere con agio il mondo accademico – mi calava addosso ogni volta, in prossimità dei professori, un sentimento osceno di insignificanza, di ottusità della mia figura.
A lezione invece andavo volentieri. Ascoltavo, prendevo appunti, ma parlavo poco – sopportavo male la fiumana chiassosa degli studenti. Come una raminga taciturna e spaurita, entravo e uscivo dalle aule senza farmi notare, prendevo posto tra le ultime file e sussultavo ogni volta che mi veniva il timore di essere scelta dall’insegnante per rispondere a una domanda. Soltanto in certi giorni di euforia mi prendeva una voglia di parlare che mi rendeva tutti gradevoli e mi inserivo allora con piacere nelle discussioni degli altri.
Perché sono venuta qui, pensai con astio, avevo l’impulso di correre via dalla sala. Dalle grandi vetrate guardai il cielo nero sopra la città vibrante di luci. Anche nel buio della sera si intravedeva il livore delle nuvole, dense di pioggia – tra quanto avrebbe cominciato? Poi una voce mi arrivò dalle spalle.
«Sei sempre assente. Non nasconderti».
Luca. Mi voltai coprendomi la bocca con la mano, masticando. Lo salutai con un cenno del capo. Ci scambiammo le solite domande, le solite risposte. Non persi mai di vista il grosso libro che teneva appoggiato al petto. Che ci fai con quello, chiesi.
«Questo» disse piano, picchiettando le dita sulla superficie della copertina rigida «è qualcosa di illuminante; qui dentro si spiega molto bene il principale difetto della narrativa contemporanea. Vale a dire la mancanza di audacia, di prospettiva in grande. Ormai gli scrittori raccontano solo storielle, romanzi di centinaia di pagine su vicende private, insignificanti di personaggi insignificanti. La narrativa si è persa nel piccolo, nella piccola voce del singolo. E ha perso il suo potere».
Mentre parlava teneva i suoi piccoli occhi chiari fissi nei miei, ma senza che io ne ricevessi un senso gradevole di dialogo, di condivisione vera. Parlava senza prendere fiato, senza interrompersi per chiedere il mio parere. Non gliene importava niente – era chiaro. Parlava rivolto a se stesso – lo vedevo bene. Non è quello che facciamo tutti, forse, in una certa misura? Quante volte mi sono sorpresa, pensai, a cadere anch’io, senza volerlo, in questi toni autoreferenziali e compiaciuti. Ma in quel momento mi mancò l’energia di fare da specchio alla vanità di Luca, tagliai corto con la scusa di dover salutare qualcuno e mi allontanai dalla vetrata.
Guardai con discrezione intorno a me. La sala mi sembrava sempre più piena, si gonfiava. Di nuovo frenai la frenesia delle gambe che volevano andarsene. Saverio dov’era. Tra i corpi in completo blu, in completo nero, e le mani che flettevano nello spazio della sala stringendo calici tremolanti, intravidi il suo profilo. Lo sguardo a terra, assorto – comunque radioso. Proprio come allora, nel giorno del nostro primo incontro, quando trafelata avevo varcato il portone dell’università, avevo attraversato il cortile interno dirigendomi verso il dipartimento della mia facoltà per presentarmi al primo colloquio con il relatore di tesi, in netto ritardo. Ero salita su per le scale di corsa fino al pianerottolo del secondo piano. Nell’atrio di attesa non c’era nessuno; con un gesto irriflesso della mano mi ero asciugata svelta la fronte dagli accenni di sudore. Mi ero avviata verso il corridoio dove si trovavano le aule di ricevimento, sforzandomi di calmare il respiro – sentivo ancora sulla pelle il tepore della corsa di prima. Avevo percorso il corridoio lentamente, scorrendo le targhette affisse sulle porte che indicavano i nomi dei professori. L’ultima porta era aperta. Mi ero sporta appena, sull’uscio, per vedere se dentro ci fosse qualcuno. Veniva dalla finestra una luce limpida e tanto accesa da inondare l’aria della stanza, abbagliarmi la vista. Un professore che non avevo mai visto, chino sui suoi libri, aveva alzato lo sguardo verso di me. Io avevo distinto soltanto, in modo vago, fra tutto quel chiarore, i contorni del viso e la fronte alta da cui partiva un ghirigoro di capelli scuri. Riceve qui Tagli, avevo domandato.
«Oh, sì, sì! Arriverà tra poco, gli dirò che lei l’aspetta» aveva risposto, quasi balzando dalla sedia, in un moto di gentilezza vivissima ed esultante che gli aveva riempito il volto – gli occhi, il sorriso – della stessa luce gioiosa che già colmava la stanza. Avevo ringraziato, ero uscita. La suggestione del momento mi aveva stretto la gola, confuso la pancia.
E così la stanza di luce era diventata il mio appuntamento settimanale con il suo corpo leggero, il suo volto serafino. E a primo impatto così brutto – lineamenti allungati che gli conferivano una forma eccessivamente smunta; il naso lungo, irregolare, un po’ schiacciato alla radice; le labbra pallide e appena visibili, incartocciate dai baffi e dalla barba che, a differenza dei capelli – castani – assumevano sfumature rossicce. Il sorriso appena accennato e gli occhi – un’apertura calda color miele di castagno – piegati dall’espressione lieta e ingranditi dalle lenti degli occhiali, esprimevano però sempre lo stesso sentimento di sfolgorio raggiante. Dal suo viso emanava un riflesso di bontà infantile, tutta interiore. Il suo viso era uno sfregio di grazia.
Vidi Saverio farsi impaziente, in un gruppo di docenti, di nuovo stringere mani. Agitava le gambe secche e ossute da bambino minuto, di una magrezza estrema che mi pungeva in viso ogni volta. Voleva andarsene, intuii. Avrei voluto dire: rimani, la tua presenza mi tiene insieme, tiene ferma la sala – il vino a stomaco vuoto e la debolezza mentale mi davano pensieri esaltati.
Ripensai alle parole di Luca. Sei sempre assente. Io vivo nell’ovatta – devo andarmi a prendere in fondo a me stessa, ogni volta, per andare dagli altri. Aprire un varco nel torpore. Cercare le parole in fondo alla gola, cavarle fuori. È dura risalire, è dura ridiscendere. Ma nell’assenza non schivo un dettaglio. Senza sosta vigile, succhio ogni cosa – dalla mia distanza.
Di questa distanza mi sono ammalata. A sedici anni, nel giardino arso dal sole di una casa affittata al mare, il mio primo attacco dissociativo. La mamma e il papà erano andati a passeggiare sul porto. Seguendoli con lo sguardo, avevo contato tre minuti dall’attimo in cui li avevo visti superare il cancello. Poi mi ero accovacciata ai piedi dell’albero di limone e avevo acceso una sigaretta. Chissà perché, mi era venuto da piangere. Una scossa nervosa lungo la schiena, la testa di colpo intorpidita. Poi il corpo mi si era fatto irreale. Sentivo le mani e le braccia desensibilizzate, rallentate e attutite e pesanti – si muovevano nell’aria come in certe acque dense di lago. Le alzavo di fronte al viso e non capivo: di chi sono queste mani? Scoprivo nel mio corpo un’energia nuova, deformata, più viva e più cattiva, che attraverso quei torpori pareva comunicarmi un segreto, ma a me giungeva soltanto un’eco sommessa, come di voce subacquea che fa vibrare l’acqua, ma non sa portare parole. Chiedi aiuto, avevo pensato. Mi ero voltata verso il cancello – ero inorridita. Non era vero quel cancello, e la strada deserta oltre il cancello, mamma e papà a passeggiare sul porto e il mio corpo di scafandro – tutto si era dileguato regredendo allo stato di delirio sognato.
Perché vuoi scomparire? La psicologa del liceo mi guardava paziente con i suoi grandi occhi tondi. Sei così sconnessa dal mondo e dalla realtà – aveva detto – che la tua mente ha bisogno di raccontarsi bugie: non è reale il corpo, non è reale quello che mi circonda. Attraverso gli attacchi cerchi di illuderti di non esistere, per rendere tutto più sopportabile, e allora, andiamo a fondo, cerchiamo di capire: perché vuoi scomparire?
Tornai con il pensiero alla sala frastornata di voci, il cuore iniziava a tamponarmi il petto. Dovevo andarmene. Appoggiai il bicchiere vuoto sull’orlo di una tovaglia e puntai dritto verso la porta di uscita. Feci in tempo a vedere Saverio, per l’ultima volta, a una decina di metri da me. Forse guardava nella mia direzione, non capii, i contorni delle cose tremolavano. Forse avrebbe voluto salutarmi, accompagnarmi a piedi fino alla stazione parlando stretti sotto lo stesso ombrello. Ma già ero fuori dalla sala. Giù per le scale, e poi nell’atrio al piano terra. Avvertii un forte odore di pulito, nell’ultimo tratto, appena prima di uscire, che mi impregnò le narici. Non so perché mi ricordò subito l’aroma potentissimo, davvero inconfondibile, dell’ingresso di casa di una mia vecchia zia francese. Vorrei saperlo descrivere ma non riesco: inizialmente acre, come certi detersivi che pungono il naso, si faceva poi in fretta aromatico e avvolgente – lo associo mentalmente alla vaniglia.
Una volta in strada mi calmai. Camminando sotto una pioggerella di fine ottobre mi lasciai andare a riflessioni languide e assorte. E così Saverio sarebbe volato a Londra a tempo indeterminato. Aveva ricevuto un’offerta, vincendo un concorso, per poter studiare manoscritti ancora inesplorati, qualcosa a che vedere con la musica medievale. Luca me l’aveva detto. Avrei dovuto lasciare Saverio allo stato di abbaglio nella stanza di luce, e invece l’avevo osservato, spiato, – con i miei occhi nascosti – l’avevo celebrato, per mesi, sempre ai margini della sua vita. Quante volte mi ero chiesta: dove vive? E sempre mi ero figurata un appartamento agli ultimi piani di un palazzo grigio, all’incrocio tra due strade. Da solo? Forse con la madre già anziana – così me l’ero immaginata. Del resto lui non poteva avere meno di trent’anni – trentacinque, avevo poi saputo. Che libri leggeva, quale musica? Quali donne? Forse, uomini? Avrei voluto che i tetti, i muri delle facciate, i muri oltre i muri, cadessero giù a terra e lasciassero vedere ogni cosa. Perché non possiamo rivelarci l’uno all’altro, qui e ora, senza bisogno di parole, e sopraffare la casualità – così allucinante, a pensarci – degli incontri, la fatica del dialogo, della formalità e il suo vuoto di parole?
Luca avrebbe riso, sì, dei miei vagheggiamenti da bambina. Ma io non ho mai saputo – voluto – impedirmi di stemperare la curiosità con la fantasia. Luca avrebbe detto: ti perdi nel tuo piccolo, nei tuoi piccoli stupidi problemi. È vero. Vorrei tanto avere un’altra voce – ma ho questa. Però le voci qualche volta sanno alzarsi. Si uniscono alle altre, in coro, e nasce un nuovo suono. Questo, forse, fanno le voci dei libri: si alzano. Questo avrei dovuto rispondere a Luca. E poi anche: tu non sai che cosa significa vivere con una voce di sirena malata nell’orecchio.
Quando raggiunsi la stazione aveva smesso di piovere. Dal binario osservai, oltre i fili elettrici delle ferrovie, la città in lontananza bagnata dalla pioggia accendersi delle luci della sera. Un acquerello sbavato, puntinato d’oro. Poi puntai lo sguardo contro i fari del treno in arrivo lasciando che la luce mi ferisse gli occhi, ma felicemente – come una benedizione.
Il treno mi si parò davanti e a fatica salii sulla carrozza stipata di corpi schiacciati l’uno contro l’altro. Il tepore pesante dei fiati mi riportò alla realtà.

Queste oscure materie

scritto da Dario Picchiotti

Del 1998 ricordo la traversa di Di Biagio contro la Francia, la pizza e il Topolino dopo il catechismo del sabato, le serate passate a leggere i Piccoli Brividi.
E poi il mutuo: il mutuo lo ricordo più di ogni altra cosa.
I miei iniziarono a parlarne che stavamo per trasferirci in una casa più grande perché mia madre era incinta. In quel periodo l’attesa del mutuo aveva monopolizzato ogni angolo di conversazione, ogni movimento. Continua a leggere

Voci dal crollo

scritto da Camilla Marchisotti

Luogo dell’azione: Un qualunque palazzo
Tempo dell’azione: Ieri, oggi, forse anche domani
Personaggi: La Sig.na Lingua (in absentia)
La madre, Sig.ra Parola
Gli inquilini
La portinaia e suo figlio

La signorina Lingua, -ina perché con corteggiatori molti ma malgrado tutto ancora da sposare -, per gli amici solo L., dal sesto piano urla “Ed io non posso più esser io!” prima di buttarsi di sotto a capofitto, come se giù avesse da trovare un mare e invece c’era solo il pavimento dell’androne, nessun divino amico più l’afferra.

“Si è buttata o l’hanno spinta?”, sussurrano le malelingue del quinto, le protolingue degli altri, gli inquilini ricchi, quelli dei piani e dei registri alti, che sono i soli rottami possibili adesso, detriti fonici post-mortem. Non sanno che sono caduti anche loro con lei: morta la figlia sono orfani di senso, e a nulla varranno gli altisonanti sostantivi in -zione, scudi di fumo. Continua a leggere

Poesia Veterofemminista

scritto da Stella Iasiello

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna,
ma dietro una grande donna c’è sempre un uomo con un grande…
Per dipingere una parete grande,
ci vuole un pennello grande o un grande pennello?
Cinghiale! Il maiale col pennello da bagnare!
Scusi, signorina: sa dirmi se è nato prima l’uomo o la gallina?
Se è nato prima il pene o la vagina?
Se è nato prima il fiore o l’ape…
Regina, reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello
anche solo con la punta dell’uccello?
Cinque passi da…
Cinghiale! Il maiale con le costole da staccare!
Una a me, una a te, una alla figlia del castello
marcondirondirondello che faceva all’amore
con la principessa col pisello.
Donne turudù in cerca di guai,
in cerca di un sempre, in cerca di un mai,
in cerca di una scarpetta,
in cerca di una casetta,
in cerca di una famiglia perfetta
e ninna oh, questo bimbo a chi lo do?
Lo darò all’uomo vero che mi fa un occhio nero,
anche se “non una di più” / “non una di meno”
dovrebbe far zero.
Ma pensa te che sfiga:
volevi darmi una botta di morte
e mi hai dato una botta di vita!
Per Francesca che non si trovava,
per Giulia che era brava,
per Silvia che ignorava che Luca si bucava,
per Anna che sapeva fare all’amore,
per Gianna Gianna Gianna che aveva un coccodrillo ed un dottore,
a Marinella volata su una Stella lassù
e che palle ci aveva fatto Lisa dagli occhi blù
così dopo signoria Lia e passerotto non andare via,
ecco questa mia dedicata a… Mammamamammmariaaaa!
Se non sei mamma non sei donna,
se non sei donna non sei mamma,
se sei uomo non sei donna…
se sei un uomo non ritorna…
devi andare alla gogna!
Generare dietro la collina, ci sta…
il Cinghiale! Il maiale con le gonadi per farmi impregnare!
Ma perché dovrei sollevare una bestia dal peso morale
di essere la copia genetica del suo genitale?
Io rinuncio.
A Satana. Rinuncio.
A tutte le sue opere. Rinuncio.
A tutte le sue seduzioni. Rinuncio.
E credo nell’IO onnipotente
di chi attraversa tutta la vita solo per dimostrare
che non importa di che genere sei fatto
perchè tanto finirai col degenerare.

Ascolta Poesia veterofemminista letto dall’autrice.

Tre macchie

scritto da Filippo Rosso

E mogge di maiæ no son né vidue né maiæ… Un matrimonio combinato che avrebbe voluto dire rimanere vedova qualche anno più tardi – lui era rimasto schiacciato da una trave di acciaio nei pressi dei Finger Lakes – lei non l’aveva mai accettato. Ultima volontà di suo padre, sul letto di morte. Aveva seguito controvoglia il fratello a Rochester, tenendosi stretta il suo cognome di ragazza, nel maggio del 1902.
Quando il telegramma li aveva avvisati dell’incidente all’acciaieria, lei era scoppiata a ridere e il fratello le aveva rifilato uno schiaffo che l’aveva fatta cadere per terra. Continua a leggere

Il lato sinistro del letto

scritto da Stella Iasiello

Il lato sinistro del letto
di quello non scritto, l’hai letto
sul lato scoperto che rende perfetto l’effimero effetto
di tutti i miei sogni in fondo al cassetto
che non ho.
Sospetto un rigetto, un rapido lampo felino di gatto distratto
che mentre attraversa la strada intuisce il botto
e non lo evita
convinto che la luce che gli si pari davanti lo merita
solo per il fatto di essere “illuminata”.
Medita. Edita. Eredita perdita etica ed estetica.
Poi lesto, l’evita.
Scansa una fine che non merita.
Cancella quello non scritto e non detto
per tornare a sognare quei sogni sul quel cassetto
che non ha.
Domani sarà un giorno perfetto per aprirlo di getto
o gettarlo in un cassonetto:
un rapido gesto felino di gatto distratto e gretto
che dorme sempre sul lato sbagliato del letto.

Ascolta Il lato sinistro del letto letto dall’autrice.

Il cono

scritto da Andrea Tagliaferri

La psicologa ha i capelli color cenere appallottolati in un crocchio stretto. Al collo una collana di fili d’ambra baltica e un completo di lino celeste smanicato avvolge la sua pelle grinzosa e piena di macchie color sughero. Anche le mani incrociate sul ginocchio accavallato sono disegnate da mega lentiggini con la forma di chicchi d’uva stirati a terra. La sua voce è grave con striature acide che si addensano nella mia testa. Dice «c’è Aida,» prima con le mani mima la forma della sfera, poi distende il palmo della mancina e continua «prima c’è Aida, dopo la sua malattia, non il contrario. È così che dovete vivere la cosa.» Annuisco tipo palletico e penso che sì, ha ragione, non ci avevo pensato. Le sue parole mi confortano regalandomi una prospettiva nuova. «Dovete vivere giorno per giorno, pensare all’oggi.» Continua a leggere

Due novembre

scritto da Natalia Guerrieri

La fila di zucche appoggiate sul muretto tra le due fattorie sprofondava sotto la pioggia leggera ma continua che assillava la Bassa dalla sera prima.
Sembravano facce di spiriti dispettosi, determinati a sghignazzare fino all’ultimo istante prima di sciogliersi, nonostante l’assillo dei moscerini e delle muffe e l’acqua che imputridiva le morbide bucce arancioni. Di una di esse non rimaneva che il coperchio, come se il resto si fosse dissolto nell’impatto con le pietre e la calce sottostante a seguito di un incidente.
La scena di un crimine, pensò Chiara per un istante, rigirandosi quel trito e televisivo accostamento di parole in bocca. Non riuscì però a sorridere, nemmeno per un momento. In quelle fattorie abitavano bambini. Continua a leggere