Poesia killer

scritto da Gianmarco Tricarico

Questa è una poesia killer,
finalmente ho scritto una poesia killer,
ho trovato la formula chimica
della poesia killer
e questa poesia, sappiate,
mieterà
mieterà
mieterà
morti morti morti.
Genti verrete mietute.

Ho scritto una poesia killer
perchË ho il cuore di un perverso,
da sempre sogno di uccidere
scrivendo un solo piccolissimo verso
ma ho notato che con un verso
è troppo poco;
cadrete come petali
sarà indolore come un gioco.

Questa è una poesia killer
e voi vi chiederete – Perché
questo scemo ci vuole fare
andare tra gli angioletti?

Perché da quando leggo
in giro per locali
mi son sempre chiesto:
– Ma alla gente cosa resta,
quando leggo loro una poesia
che cosa gli rimane?

E da quello che ho potuto
che ho potuto constatare
alla gente rimane sempre
la vita

però la vita già
ce l’avevano
prima.

Ma poi ho capito che la poesia
non è una cosa che dà,
la poesia è una cosa che toglie
e la vita è una cosa appariscente,
non di certo la più importante
ma molto molto appariscente
come cosa
è la vita.

Ho scritto dunque una poesia
per non lasciarvi niente
di niente di niente,
perché la poesia non dà,
la poesia toglie,
per scoprire i vostri nervi
per farvi perdere i respiri
per rapirvi gli sbadigli
per strapparvi i sorrisi
per acchiappare i vostri nasi
per cavarvi gli occhi dalle orbite
per farvi perdere i capelli
per provocarvi colpettini di tosse
per far abbaiare i cani nella notte
per mungere il latte alle ginocchia
per farvi cadere le braccia
per spremere le vostre meningi

tutto, tutto, vi volevo togliere
quando ho scritto questa poesia!

Ho scritto una poesia killer
che leggerò in un reading-olocausto
davanti a un pubblico stretto stretto,
non si salverà nessuno.

Con le sole frequenze della voce
invertirò il flusso sanguigno,
sentite, sta già avvenendo
ho scritto una poesia killer
che già sto qui leggendo

e c’è chi penserà
– quando la pianta ‘sto cialtrone –
oppure
– ma muori tu testa di cazzo –
ma io non torno indietro
finalmente lei è completa.

E siete belli come un esperimento,
sarete belli quando cadrete per terra
versando le birre sul pavimento
e a quel punto non potrò che inspirare
la mia poesia finalmente ha vinto,
finalmente ora sono convinto
di aver trionfato sul male,
di aver trionfato sul niente
di aver trionfato sui reading
insipidi,
di aver trionfato sui poeti
stupidi

e la notizia si farà virale
dirà – c’è un poeta
che fa reading-olocausto –
e trasformerò i locali
in aree cimiteriali
deformerò i toraci, fibrillerò
i miocardi, restringerò i canali
e tutti vorranno venire a morire
e tutti staranno in religioso silenzio
per ascoltare tutto, nessuno vorr‡
perdersi niente

e a ogni reading si spargerà la voce
– pazzesco, un poeta che uccide la gente! –
e pagheranno caro, caro il biglietto
per dimostrare
che a loro, no,
non fa effetto,
che la poesia
è solo una cialtroneria,
che la gente non muore
per davvero

ascoltando parole
non si va al cimitero.

Ascolta Poesia killer letta dall’autore

Brava

scritto da Giampiero Cordisco

4.49

Lo chiamo Dynascope perché c’è scritto sul monitor in basso. Non sono molto esperta, ma so alcune cose. So ad esempio che nel Dynascope c’è il misuratore della pressione, quello dell’ossigenazione del sangue e quello dell’attività cardiaca, e al variare dei parametri di riferimento posso calcolare con buona approssimazione il tempo rimanente. Continua a leggere

Assiderati (poesia per mio padre)

scritto da Gianmarco Tricarico

Quando il sole se ne va
dietro le montagne,
le montagne diventano
nere e inizia a fare freddo.

Questo l’ho capito
quando sono andato
a sciare da bambino,
che avevo la tuta più trash
più anni ottanta
più verde e viola,
quella dei poveri.

I bambini fighi
hanno le tute nere
o comunque stra alla moda
e hanno i papà che sciano
sì, i loro papà sciano,
invece il mio papà
non sapeva sciare
ché lui lavorava
in miniera quando
aveva otto anni,
si sciava ‘sto cazzo
a otto anni
in miniera.

Ma a me quel giorno
non importava
avere un papà che
aveva lavorato in miniera,
io volevo un papà
con la tuta nera strafigo,
che m’insegnasse a sciare

invece ebbi un istruttore
bergamasco che bestemmiava
perché non volevo fare i dérapage
(dio solo sa in che crepaccio
sia intrappolata ora la sua anima).
Mio papà chissà dov’era,
adesso lo volevo il mio papà,
mega stanco
con il piccone sulle spalle
la faccia tutta nera
che mi dicesse: – Andiamo,
andiamo a cercare i leocorni
nella miniera di staminchia –
che mi dicesse proprio – staminchia –
pure “staminchia” andava bene,
l’importante è che mi portasse
sulla terra ferma,
ché le slavine
a me, porco zio, le slavine
me le sognavo di notte, io, le slavine,
ma mio padre era giù in baita
a scolarsi grappini a nastro.

Quando il sole se ne va
dietro le montagne
le montagne diventano
nere e inizia a fare freddo.

Lo capii quella sera
quando mio padre dalla baita
passò direttamente a una sdraio
che aveva tirato fuori dal bagagliaio
e tutto bello allegro
si mise a prendere il sole
vista pineta, 1400 metri
finché non perse i sensi
e il sole non scomparve.

Forse saremmo dovuti
tornare a casa,
forse avrei dovuto
svegliare mio padre
prima del tramonto,
pensavo 
mentre disegnavo
con un legnetto
cazzi nella neve
ma dal profondo
una voce mi parlava,
lo so, è strano,
una voce nel profondo
mi diceva
che era questa la complicità,
voglio dire,
sentivo finalmente
che stavamo facendo
qualcosa insieme;
insieme
stavamo scomparendo.

Disobbedienti
irreperibili
senza aver avvisato
nessuno,
lui sulla sdraio, io
per terra accanto a lui,
stavamo affondando
nella notte insieme,
insieme
stavamo assiderando
da padre e figlio.

Ascolta Assiderati letta dall’autore

Il vigile urbano

scritto da Marco Brion


Sandro era arrivato da venti minuti e aveva ancora le scarpe scure di pioggia. Pattinava intorno alla tavola apparecchiando al meglio delle sue possibilità: non ricordava mai se il coltello andava col seghettato fuori o in dentro. Le suole gli facevano skieek! a ogni giravolta per schivare Pina che schizzava dietro al multi-timer del cellulare, che la teneva informata sul procedere della carne, delle patate all’aglio e rosmarino nel forno e del paté di fagioli che brontolava in un tegamino. Continua a leggere

Krapfen

scritto da Andrea Zambrero

Oggi ho un appuntamento. Per tutto il pomeriggio cerco di non pensarci. È sabato. Dopo pranzo, guardo con mia madre la tv, me ne sto seduta nel divano senza rilassarmi, tesa contro i cuscini. Alle quattro, mio padre scende al bar. Alle quattro e dieci dico a mamma che un’amica mi aspetta per un caffè: non è vero. Continua a leggere

Conduzione famigliare

scritto da Livia Franchini


Pepe se la prende comoda e i preparativi toccano quasi sempre a te. Sei già a buon punto, la sala è pronta. La macchina è pronta, hai avviato il motore con largo anticipo. Si è acceso con un lungo sospiro da animale esausto. Hai strappato quattro fogli di carta assorbente blu e li hai sovrapposti, formando un rettangolo: massima resistenza per massima resa. Ci hai spruzzato sopra dell’antisettico e l’hai passato sul lettino. Hai piegato il rettangolo a metà, poi ancora in quattro. Continua a leggere

Wechselwirkung

scritto da Lorenzo Bartolini

Un contraltare
di cose piccole
di facce scabre
magre

pugno di sale
cose di casa
come il nome
di quel negozio
che si comprano le presine

la prepotenza
mio ego
obeso
la supponenza
farne
senza

venir giù
dall’alto
scendere
l’albero mio
del tempo
senza il timore del gatto
che una volta su
c’è da chiamare i pompieri
e invece no
niente paura
del fuoco
del vuoto
scendere giù
a terra
per terra
sotto
terra
giù
alle radici

le dita piccole
denti da latte
occhi bambino
fino
alla culla
e poi ancora
tornare a
essere
essere informe
(un attimo prima
il nulla)
vita che
dorme
prima del derma
uovo
e
sperma

e lì
vedere
un noi-Dio
creare
io

Wechselwirkung: Categoria sociologica della relazione nel pensiero del sociologo e filosofo Georg Simmel. Il termine è solitamente tradotto con “azione reciproca”, ma in una logica relazionale sarebbe bene considerarlo – alla lettera – come un vero e proprio “effetto-di-scambio” o “effetto reciproco”.

Ascolta Wechselwirkung letta dall’autore

Al college

scritto da Rachele Salvini


La prima volta che Jared è venuto a prendere Tabitha, stavo facendo i compiti di inglese.
Ho provato a non alzare lo sguardo e ho pigiato la punta della matita sulla carta mentre sentivo la sua Kia sferragliare nel parcheggio del teatro. Avevo pensato di aspettare il bus da qualche altra parte, ma faceva freddo e non avevo voglia di farmi tutta la strada a piedi fino alla fermata successiva. Dopotutto, non pensavo che l’intera faccenda mi avrebbe scosso granché. Dopotutto, Jared e Tabitha stavano insieme e io ero lì ad aspettare il bus. Dovevo solo tenere lo sguardo basso e farmi i fatti miei. Continua a leggere

Mon amour, mon amour

scritto da Carmen Barbieri


Amore dice che quando mi incontra è felice. E se non mi incontra? È felice lo stesso.
Passiamo la vita a significare che Amore è diverso dagli altri, che è persona simpatica, che fa ridere serio, non come certi con cui ti devi sforzare di ridere. Ma la verità volete sapere qual è? La verità non è che Amore fa ridere serio, ma che siamo noi che facciamo seriamente ridere Amore. Continua a leggere

Donattore

scritto da Lorenzo Bartolini

Donattore

Stamattina
ho donato il sangue
mi sono organizzato
dicono che langue
dicono anche
che ho il sangue buono
lo posso dare a tutti
son zero negativo
sono,
se c’è bisogno all’improvviso
alla gente che sta male
ci danno il mio sangue
all’ospedale
se c’è qualcuno da salvare.
Insomma ho fatto le mie
visite
le infermiere son simpatiche
pettorute
pettinate
permanenti
con la frangia
anni ottanta
ciabatta bianca
culo grosso
rossetto rosso.
Sono entrato
mi son seduto
tranquillo, rilassato
mi han fatto le domande
precise, insistenti
che c’è da stare attenti
che il sangue
anche se langue
bisogna che sia buono
se no fanno un casino.
Insomma mi son steso
e l’infermiera
la Carla
mi prende il braccio
e intanto parla
che vuol far finta
che non sta facendo niente
e invece l’ago
si sente
urca se si sente
che mi sa che la Carla
mentre parla
non trova la vena
si vede dalla faccia
non è serena
mi chiede scusa:
“Oh purino,
t’ho fatto male?”
“No no,
non ho sentito niente”
sono attore,
so recitare,
però m’ha fatto male
“Hai la vena profonda!”
non so cosa
voglia dire
però lo so
che mi fa male.
E poi
sento vibrare il laccio
stretto
sul braccio
insomma
non so se ce la faccio
ma io
tengo la parte
del tosto
di quello
è tutto a posto
ma il sangue
di uscire
non ne vuol sapere
o meglio
esce piano
lento
va via
controvoglia
adagio
come avesse nostalgia
di casa sua.

Tre quarti d’ora
di donazione
tre quarti d’ora
di pungiglione!

“Alé,
abbiam fatto!”
La Carla
mette il cerotto
“Premilo stretto
paziente
la prima volta
è normale
non è niente
sta buono qui
con calma”

vedo una palma
il sole
il daiquiri
gli emiri
sudori
la Carla
mi parla
“Dì, stai bene bibino?
sei un po’ bianchino!”
“Sto bene?
Non lo so.
Son bianchino?”
“Va là,
stenditi lì
sul lettino”
Mi stendo
attendo
sperando
di non cadere
cercando
di controllare
sono un attore
so recitare
reggo la scena
poggio la schiena
con noncuranza
il palco è
la stanza
mi guardo attorno
incrocio gli occhi
gli spettatori,
i donatori,
di nuovo
il sole
il daiquiri
gli emiri
sudori
suvvia
siamo attori
ci vuole un escamotage
che qua
si sta male
e noi
sappiamo recitare
e allora sì
è un attimo
decidiamo cosa fare
coup de théâtre
buio
svenire.

Ascolta Donattore letta dall’autore.