Non la sai la storia del filo rosso della leggenda giapponese

scritto da Andreea Simionel

E per quattro anni ci siamo fatti i regali da duecento euro. Uno per me, e uno per lei. Quattrocento euro l’anno, per un totale di quattro anni, che in tutto fa milleseicento euro. Però, invece di duecento, potevano anche essere cento, anzi, meglio se erano cento, così non mi dovevo disturbare. Perché è ovvio che se lei spendeva duecento euro, anche a me poi toccava spendere duecento euro, per non essere da meno. Allora il primo anno mi fa: cicciolino mio, che cosa vuoi per regalo? Continua a leggere

La sedia

scritto da Chiara Campanelli

Sono due ore che giro. Sto guidando dalle otto di mattina, sono quasi le dieci e ancora non trovo parcheggio. Il sabato è sempre così, vuoi fare una passeggiata in centro, magari bere una birretta con gli amici in riva al mare, insomma qualcosa che distragga dal logorio incessante dell’esistenza e della routine, ma va a finire che è più il tempo speso a cercare parcheggio che a divertirsi.
Se non dovessi fare nulla di importante me ne tornerei a casa, ma sono qui per portare Ottovolante dal veterinario. Continua a leggere

E allora nuota, Pinna

scritto da Giulia Binando

Se lo guardassi da lontano, vedresti un punto rosso su un fondo bianco. Come qualcuno che se n’è andato da un pezzo verso una meta di foschia, o di luce cieca.
La baia di Puck è ghiacciata e Bart Piotrowski la sta fissando.
Respira lungamente e la sua mole di quercia si muove piano. Lo senti mentre si schiarisce la voce dentro quella bocca minuta, stretta tra le guance larghe e gonfie, sempre rosse come dopo una corsa. I suoi occhi piccoli adesso guardano il molo.
È nato a Wiele, nella Pomerania centrale, ma ogni estate, sul sedile posteriore della Syrena dei suoi, attraversava tutta la voivodatale per Kowale più la superstrada fino a Puck, e passava un mese al mare. Continua a leggere

Sucre glace

scritto da Sharon Vanoli

Si chiama sclera, la parte bianca dell’occhio. Da quando lo so, ogni volta che sento la parola torno con la mente a una cena della mia infanzia. Allo sguardo sfibrato di mia sorella Maddi.
La scrutavo cauta, era seduta di fronte a me. Teneva le pupille scure così girate verso l’alto da farmi provare orrore di tutto quel bianco vischioso. Continua a leggere

Il tempo dello sfavorito

scritto da Daniel Coffaro

Martina mi guarda negli occhi. A tratti mi sorride con una rughetta che le crea malizia sopra la gota, poi prova vergogna e svaga lo sguardo. Mira altrove, il vino, i coltelli, le candele, guarda le proprie mani stressare la clip fermatovaglie, ma la curiosità la governa e, pochi secondi dopo, è ancora lì a fissarmi. Sa che me ne accorgo, che faccio finta di niente, e per lei è meglio così: può osservarmi senza trovarsi troppo in soggezione. Continua a leggere

Il mare

scritto da Francesco La Rocca

Per scendere in città Mattia aveva preso poche cose: due pezzi di pirite, alcuni quarzi bianchi e il trilobite del Quintino Sella. Si era messo anche qualcosa in tasca, sassi piccoli che aveva trovato in giro, ma quelli non contavano. Il trilobite era il suo preferito, sapeva di essere scontato a pensarlo ma non gli interessava, d’altronde non era roba da tutti trovarne uno; i possessori di fossili che conosceva li avevano comprati da qualche parte, il suo veniva dalla montagna invece. Continua a leggere

Foto di famiglia

scritto da Giuseppe Cofano

Sin da bambini Chris e Alex, con quei nomi inusuali e sfacciatamente moderni, si erano convinti di appartenere a un drappello di eletti. Era il mondo di promesse contenute nella cifra 2000, era il solenne segno di distinzione del loro anno di nascita. Il numero tondo li stupiva, li lusingava, li esaltava.
Ma venti anni dopo, sdraiato sul divano nella penombra della casa dei suoi, tra i bagliori dello schermo e delle lucine natalizie, Chris vedeva con chiarezza la verità: non faceva alcuna reale differenza. Gli anni non erano nient’altro che numeri, targhette, tacche sbilenche in un inarrestabile fluire. Continua a leggere

Sotto i portici

scritto da Andrea Derizio

Nonostante Giuditta, invitandolo a raggiungerla a Torino, gli avesse anticipato delle tenebre che lo avrebbero inghiottito, una volta fuori dalla stazione di Porta Nuova, Anselmo non immaginava che i portici si allungassero così neri nel ventre della città. Infatti, che si trattasse di portici, e non di una galleria scavata nella roccia, per esempio, lo deduceva solo per i raggi plumbei che filtravano tra le colonne, allumando di smorte chiazze il pavimento lastricato: perché non si vedevano né serie di arcate, se alzava il mento, né boutique, caffetterie, cinema, ristoranti se si voltava di lato; soprattutto, perché non scorgeva non già la calca, essendo comunque un pomeriggio di pioggia sottile, echeggiante di un tintinnio di sistri, ma nemmeno un’anima che fosse una. Continua a leggere

Autofiction

scritto da Luigi Socci

La gente è perfettibile.
La gente è migliorabile.
La gente non è male.
La gente cammina in modo innaturale.

Sembra mettere un piede
davanti all’altro meccanicamente
senza un vero movente.
La gente si muove con troppe movenze.

(gli è stato detto ma non gli è chiaro
non gli entra in testa che è un documentario)

La gente non sa stare al suo posto
perché ha un certo talento non richiesto.

La gente guarda in macchina
oppure non ci guarda non guardandoci
con fare quasi sospetto:
tergiversa gironzola fa la gnorri fischietta
si gratta si scrocchia una falangetta
dietro la schiena intreccia le mani
nella classica posa della vecchiaia
(una posa da intenta a qualcosa)
finge interesse per una qualunque
cosa modestamente interessante
fa finta di fare finta
di niente, fa l’indifferente.

La gente se la guardi fa una faccia
da passante di lì per caso.
Da gente scambiata per altre persone.
Si indica stupendosi del fatto
di come mai ci si rivolga a lei
proprio a lei che passava di lì per caso.

La gente se la guardi nella faccia
la gente fa buon viso.

La gente se la guardi fa una faccia.

Ascolta Autofiction letta dall’autore

La fotografia

scritto da Silvia Middei

La fotografia era piena di luce. Era per via dei vestiti estivi, del muretto bianco su cui eravamo allineati, o il mare alle nostre spalle. Anche il cane marroncino chiaro, quasi giallo-ocra, era in perfetta armonia con il resto, e non sembrava finito lì per caso. La sua ombra, proiettata sul muretto dal sole abbagliante di luglio, era l’unico angolo di buio in tutta la scena. Continua a leggere