Il maestro interiore

scritto da Giampaolo Iacobelli

Non credeva in Dio Francesco, ma in quegli istanti gli venne istintivo recuperare dalla memoria le preghiere che aveva imparato alle scuole elementari fatte dalle suore, ai Salesiani, su al Vomero. Le mischiò tutte fra di loro, che la memoria, già di per sé incapace a riandare così indietro nel tempo, adesso era ostaggio del panico. La prima volta che guardò il contachilometri segnava 80 km/h. Per un attimo sperò che fosse guasto, o di aver visto male, ma un brusco sussulto del cuore smentì quell’illusione. Si sporse a controllare il fondo della strada, solo per avere conferma che era proprio uno sterrato quello su cui l’auto andava a 80 all’ora. Continua a leggere

Un posto dove non succede mai niente

scritto da Marina Milani

Se arrivate da Corso Cavour, e girate a destra alla prima dopo Via Mentana, poi a sinistra su Vicolo Stretto e poi ancora a destra, vi troverete in Strada Persa.
Strada Persa, come dice il nome, non conduce da nessuna parte.
È asfaltata solo per un tratto, e sui suoi due lati sorgono villette dei primi del Novecento che hanno visto tempi migliori. Ci sono facciate verdine, o azzurrognole, mezze scrostate, con ringhiere cadenti e persiane dissestate. Pare che lì dentro non ci abiti più nessuno. Strada Persa sembra proprio un posto dove non succede mai niente.
La casa che ho in mente io si trova al numero 3, di fronte a un palazzone moderno: è dipinta di un color glicine sbiadito, ha una scala d’accesso con il corrimano di legno tutto scheggiato e un gradino, il terzo dal basso, che si è aperto in due.
Attorno alla casa c’è un giardinetto di ghiaia, e un’aiuola piena di vecchie malvarose selvatiche sfuggite al controllo, che si sdraiano lungo i muri e si infilano fra gli scuri delle persiane sempre chiuse. Continua a leggere

Cado a pezzi

scritto da Cristian Marmo

«Ecco, ti è caduta un’altra volta la mano» mi dice Fabrizio. «Non si può andare avanti così.» Carica il colpo tipo lanciatore di baseball e mi tira addosso quel moncherino.
«Non è colpa mia, succede e basta» mi difendo mentre cerco di riattaccare la mano al polso. «Che cosa ci posso fare?»
Da qualche settimana ho cominciato a perdere pezzi del mio corpo, e questa cosa a Fabrizio non va proprio giù.
«È tutta una scusa per non fare le pulizie di casa» attacca lui strizzando con forza lo straccio. «Oramai ti conosco bene.» Continua a leggere

Una pausa

scritto da Gaia Donati

La guardava da un paio di settimane con un misto di familiarità e desiderio. Una notte ricordava di averla sognata, e forse era proprio da quel momento che l’idea aveva messo radici nella sua mente, acquistando una forma via via più precisa fino a diventare un cortometraggio di cui lei era regista e protagonista. Si era detta che tutti hanno delle fantasie, ma quella mattina al parco la conversazione con le altre mamme l’aveva fatta sentire isolata, incompresa.
«Ieri notte non ci ha dato tregua – non sapevamo più che inventarci.»
«Di nuovo le coliche?»
«Così dice la pediatra.» Continua a leggere

Tienimi

scritto da Anita Renchifiori

I’ll stand by you
Won’t let nobody hurt you
I’ll stand by you
Take me in, into your darkest hour
And I’ll never desert you

I’ll stand by you, The pretenders

Mi era tornato il mal di schiena, ed era il momento peggiore. Sull’aereo che da Londra ci riportava in Svizzera avevo preso un antidolorifico, approfittando del fatto che Eva si era addormentata. Dormiva col cappuccio che le copriva la fronte e il mento affondato nelle mani, come se la sua testa, nel sonno, cercasse di liberarsi da un peso.
Adesso che eravamo lì in quell’anticamera ad aspettare, avevo male di nuovo. Ho cercato di mettermi diritta, ma su quella sedia non c’era verso: anziché distendermi, mi inarcavo, respinta dalla curva dello schienale. Eva, immobile, leggeva una rivista. La teneva aperta all’altezza degli occhi, e la sua testa la vedevo solo a pezzetti: una punta di orecchio, lo zigomo, l’attaccatura dei capelli.
«Qualcosa di interessante?» le ho chiesto. Continua a leggere

La situazione del piatto

scritto da Stefania Maruelli

C’era questo piatto col cervo, anzi un cerbiatto, ma cosa dico: una lepre – mai riconosciuto gli animali del bosco, ma senza alcun dubbio questa era una lepre, – ed era tra le mie mani. Ma è un piatto, ho detto, e Luca ha annuito di sì con quell’inflessione che usa quando deve fare da cuscinetto emotivo tra me e il resto del mondo. È un’inclinazione lieve del capo a cui seguono tutta una serie di giustificazioni preventive a placarmi. A me dispiace per lui, davvero, perché di fatto non è stato Luca a regalarmi il piatto col cervo, ma non c’è niente da fare: Luca percepisce i mali del mondo – ovvero tutto ciò che è in grado di ferirmi – come una sua diretta responsabilità. A volte usciamo dal cinema e inizia a dirmi che si sapeva che il film era stato finanziato da Netflix o che il regista, a quell’età, dovrebbe ormai ritirarsi. Ma dicevamo. Continua a leggere

Mammifero

scritto da Claudia Feleppa

Mia madre non mi ha creduto. Sentivo un rumore come di sabbia dentro le orecchie. Ho insistito. Allora è andata da mia sorella: Avete fatto qualcosa che non dovevate in spiaggia? Ha chiesto. Irene aveva già steso i nostri costumi al sole, si era lavata e asciugata i capelli, pronta per il riposino pomeridiano. Ha abbassato la testa prima di mentire: Sì mamma, ci siamo schizzate.
Fuori il mio costume pendeva tutto storto dai fili del bucato con una spallina strappata. Sono corsa a prenderlo. Mamma, guarda! Ho detto. Sono state loro. Mi hanno fatto male.
Non esagerare, ha detto mia madre, vi siete solo schizzate. Continua a leggere

Lo scemo del villaggio

scritto da Filippo Cerri

I

Io gliel’ho detto al Ventura di non andare a ficcare il naso nel vecchio podere dei Persico. Ma quello da un orecchio non ci sente davvero, una roba tipo otite di qualche anno fa, dall’altro proprio non vuol sentire. E allora che ci andasse pure a far vedere a me e agli altri quanto è coraggioso.

Ci è andato. Ma non prima di averci chiamato codardi.
Il podere dei Persico è abbandonato da anni, da quando l’ultimo di questa sciagurata famiglia se n’è andato in città a farsi venire un infarto, lasciando tutto sigillato e, per questo, intoccato, offerto in eredità alla polvere e ai topi. Il Ventura ha detto che doveva prendere qualcosa d’importante che di sicuro stava ancora là. Allora ci ha salutato e si è avviato verso il podere. Poi è tornato. Ha trovato qualcosa ma che cosa non dice. Agli altri quello che il Ventura fa e tace importa il giusto. Loro questo povero cristo alto e smilzo lo vedono per quello che è sempre stato, lo scemo del villaggio. Invece a me il Ventura ispira una sana simpatia e in tutti questi anni se potevo aiutarlo, l’ho fatto. Anche quando è stato più difficile. Continua a leggere

Una sparizione senza tanta importanza

scritto da Letizia Lipari

Già sul giorno della sparizione ci sono perplessità.
Sua madre dice che è sparita il tre di giugno; che quel giorno, semplicemente, non è rientrata dal lavoro.
Noi colleghi invece non siamo convinti: c’è chi dice il sei, chi il dieci, chi addirittura il sedici di giugno. Poi ci sono io che potrei sbagliarmi ma sono convinta di averla vista allo stabilimento intorno al venti di giugno, potrei giurare che era proprio lei che si è messa pancia a terra insieme a me per pulire, quando per sbadataggine ho rovesciato un secchio di frattaglie di pesce – una colata scivolosa di intestini code teste e pinne.
E chi altri mi avrebbe aiutata se non Barbara? Continua a leggere

Il paniere

scritto da Flavio Villani

Il refettorio era ancora vuoto. Era esposto a ovest e il sole del mattino non lo arroventava. L’aria sapeva di segatura e di brodo. A Palmieri quell’odore ricordava il refettorio delle elementari.
Erano seduti a un tavolo da sei. Palmieri davanti alle giacche da moto degli altri tre buttate sulla spalliera della sedia. Alla sua destra era Zio e di fronte Caciara. Ancora più a destra, a capotavola, sedeva il Vichingo. Continua a leggere