Soriano

scritto da Carmine Bussone

Prima o poi ti capita. Anche se guardi nei posti dove mai penseresti di vederlo, alla fine il pezzo, l’editoriale, il racconto sul calcio te lo trovi sempre. E io provo una grande invidia per coloro che sono capaci di scriverne. Il campione che viene dalla povertà, il genio che si distrugge con droga e donne, il terzino che fa la sua dignitosa carriera in una grande squadra e poi si dedica alla famiglia, sono tutte cose delle quali non riuscirei a parlare con passione e a illuminare nella maniera giusta.
Dovrei premettere che nella mia vita il calcio non ha mai occupato una posizione di rilievo. Dovrei premettere che non ha mai occupato una posizione e basta.
Il calcio, come tanti altri sport ma forse un po’ di più, è una cosa che o hai la giusta scintilla o è meglio che non ti ci accosti proprio. Quel tipo di attaccamento, quelle cose che solo qualcuno appassionato può comprendere, conferisce l’autorità necessaria a raccontarne, altrimenti qualunque cosa potrai dire o scrivere saranno parole l’una di fianco all’altra. Continua a leggere

Tempesta

scritto da Ilaria Vajngerl

Una cosa che mi ha colpito da bambina è il racconto della defenestrazione di Praga.
La maestra ce ne aveva parlato un giorno che pioveva a dirotto. Era l’ultima ora e avevamo passato tutta la mattina in aula. Giovannino non ce la faceva più a stare seduto, così si era alzato senza chiedere il permesso ed era andato al cestino a temperare la matita. Ormai era grande quanto un mozzicone di sigaretta e aveva una punta aguzza, come certi aghi con cui mi pungeva il dottore quando la mamma mi portava a fare i controlli.
Fate silenzio, diceva la maestra.
Giovannino tornava al posto, cercava di conficcare nel foglio un paio di linee storte, così la mina si spezzava di nuovo.
Non riuscivo a smettere di guardarlo. Si muoveva talmente tanto che avrei voluto inchiodarlo al banco, ma la maestra mi leggeva i pensieri così abbassavo la testa e cercavo di starmene buona. Giovannino faceva certi rumori con la bocca che pareva un insetto, a me tutti gli insetti fanno schifo, specie le cavallette marroni che entravano qualche volta in classe e ci toccava chiamare il bidello per farle uscire.
Giovannino era peggio delle cavallette, perché era più grosso e non potevo schiacciarlo. Avevo cominciato a dondolarmi e a cantare una canzone per non sentirlo, lui aveva preso la matita e mi aveva infilzato il fianco.
Smettetela subito! Basta, Maria, state buoni! La maestra aveva alzato la voce, ma ormai avevo in bocca il braccio di Giovannino e l’avevo morso più forte che potevo. I nostri compagni ridevano, mi pareva di essere in una grotta perché rimbombava tutto e non capivo niente. Improvvisamente però avevo sentito un dolore fulminarmi la testa: avevo dovuto mollare la presa andandoci dietro per farlo finire. La maestra ci aveva trascinato per un orecchio vicino alla finestra e aveva detto, se non la smettete subito passerà alla storia un’altra defenestrazione!
La classe era ammutolita all’improvviso, perché nessuno sapeva cosa fosse una defenestrazione, ma sembrava qualcosa di solenne e terribile e infatti lo era.
Io e Giovannino avevamo dovuto spostare i nostri banchi a lato della cattedra, intanto la maestra si era avvicinata alla cartina e aveva indicato un puntino rosso con la canna di bambù, leggi Maria Teresa, cosa c’è scritto qui sopra?
Io non ci vedevo bene – mi vergognavo – ma la maestra voleva che facessi le cose che fanno gli altri, perché prima si smette di avere paura meglio si sta.
Mi ero sistemata gli occhiali; Praga, avevo letto.
La maestra ci aveva spiegato qualcosa di difficile, su un posto che si chiama Boemia dove oggi si comprano i bicchieri di cristallo.
Mia mamma teneva i bicchieri buoni in alto, li tirava fuori soltanto con gli ospiti o con la nonna Gianna, per fare la gran signora. Papà invece raccoglieva un raggio di sole col bicchiere più cesellato, vieni a vedere Maria Teresa! mi chiamava. La luce si rompeva e la stanza brillava con tutti i colori dell’arcobaleno.
Nella chiesa di San Gaetano le vetrate erano l’unica cosa allegra che mi piaceva guardare quando andavo a confessarmi. La zia Adele quel giorno era venuta a prendermi a scuola con l’ombrello e le avevo spiegato che a Praga dei signori che protestavano si erano arrabbiati così tanto contro quelli come noi- che dicono il rosario e pregano Gesù- da scaraventarli giù dalla finestra di un palazzo.
La zia mi aveva guardato aggrottando la fronte, capitava sempre quando dicevo stupidaggini o quando sbriciolavo i biscotti sul divano.
Maria Teresa, aveva detto, dopo andiamo a trovare don Giulio ché queste storie che ti frullanono in testa mi sembrano un pochino strane.
Io e Giovannino eravamo sempre stati strani, oppure indietro, oppure poveretti. Solo la maestra usava il nostro nome, la mia mamma mi chiamava piccina anche se ero la maggiore e i miei fratelli ancora non sapevano allacciarsi le scarpe.
Zia Adele non aveva bambini, solo un marito simpatico che coltivava i salami nell’orto. Tutte le volte che toglievo i grani di pepe dalle fette dentro il panino, lo zio mi pregava di non buttarli, perché piantandoli nella striscia di terra vicino ai pomodori, sarebbero cresciute delle piante che avrebbero odorato di carne e in ottobre avremmo raccolto cavolfiori e salumi. La zia Adele mi cucinava il pranzo tutti i giorni tranne il fine settimana, sicché dovevo andarle sempre dietro e ubbidire.
Quel giorno pioveva così tanto che credevo saremmo rimaste in casa a ricamare invece abbiamo preso l’ombrello e siamo andate in chiesa a confessarci. Il buio, il marmo e l’incenso ingigantivano la pioggia che crollava sopra di noi, con un frastuono spaventoso. Don Giulio aveva percorso la navata come un ombra, era alto poco più di un bambino e aveva una voce sottile, che mi ricordava i cigolii della porta in cantina. Era entrato in confessionale e mia zia l’aveva seguito. Io ero rimasta seduta davanti a San Giuseppe, perché aveva un viso buono e c’era la luce dei lumini a darmi coraggio. Mi sembrava che mi guardasse negli occhi e che mi conoscesse come mio padre.
San Giuseppe, gli avevo detto. Oggi avrei voluto ammazzare Giovannino. San Giuseppe di solito taceva, ma mi pareva che a sentire i miei pensieri il temporale si fosse fatto più scontroso. Le fiammelle delle candele traballavano ad ogni tuono, il vento fischiava infilandosi attraverso le fessure.
San Giuseppe, io però a Giovannino voglio tanto bene.
Il portone aveva cominciato a sbattere, l’acqua era entrata lucidando pavimento. Zia Adele e don Giulio erano usciti dal confessionale per controllare cosa stesse succedendo. Ero corsa verso di loro, avevo abbracciato la zia; c’è una tromba d’aria, aveva detto don Giulio, ripararatevi sotto l’altare.
Era stato allora che era esplosa la vetrata sopra al santo, tutti i lumini sul candelabro si erano spenti in un colpo solo, coriandoli affilatissimi erano schizzati dentro le acquesantiere, sulle panche scure, sotto gli inginocchiatoi. Con loro avevo visto cadere e schiantarsi tre uomini in velluto verde.
Sono loro, sono loro! Avevo gridato! Sono venuti a prendermi, li ha mandati la maestra!
Ero svenuta dopo pochi istanti, tra le braccia di don Giulio.
Si era abbattuto sul nostro paese un uragano feroce, che aveva anticipato l’estate di qualche settimana. Aveva scoperchiato le case vicino al torrente, divelto i cartelli, piegato i semafori. Un enorme ramo si era staccato dal platano in canonica, aveva sfondato la vetrata della chiesa ed era caduto nel punto in cui le bare prendono la benedizione.
Nessuno era stato ferito, stavamo bene.
Quando mi ero svegliata zia Adele mi aveva baciato le guance e si era fatta il segno della croce. Dalla finestra si vedevano le nuvole grigie farsi, difarsi e poi sparire, la pioggia era quasi impalpabile, il temporale stava smettendo. Mi ero sistemata gli occhiali ed ero andata a controllare che a terra non ci fosse nessuno.
Maria Teresa, mi aveva chiamata San Giuseppe. Avevo fatto finta di non sentirlo, mi vergognavo della bugia che avevo detto ed ero offesa per la punizione che avevo ricevuto. Ero uscita sul sagrato a testa bassa, faceva freddo, la piazza era coperta di chicchi bianchi e aghi di pino.
Il giorno dopo, a scuola, Giovannino andava su e giù dalla sedia.
Fate un applauso a Maria Teresa, aveva esclamato allegra la signora maestra, siamo contenti che tu stia bene.
Giovannino mi aveva abbracciato stringendomi il collo, non riuscivo a staccarlo.
Avrei voluto ammazzarlo di nuovo, ma mi ero ricordata dell’uragano, della defenestrazione e di San Giuseppe. Così avevo alzato la mano, signora maestra, avevo detto, vorrei cambiare compagno di banco.
Il pomeriggio, in giardino, avevo raccolto un mazzo di fiori. C’è n’erano pochi, perché la tempesta aveva distrutto le corolle e sparpagliato i petali in terra, erano resistite le calle sotto il portico e le rose in terrazzo.
Avevo preso la bicicletta ed ero andata in chiesa con la zia e i fiori sotto il braccio. Avevo messo il mazzo in un barattolo di vetro, San Giuseppe ci guardava, illuminato dall’azzurro che entrava dal finestrone circondato dai ponteggi.
Ti ringrazio, l’avevo pregato, adesso ho una nuova amica, fa che non sia come Giovannino.
Avevo aspettato la zia, stava allungando una busta a Don Giulio perché dicesse una messa visto che ci eravamo salvati.
Era di buon umore- la zia Adele- tornando a casa si era slegata i capelli. Quando lo zio ci aveva viste era andato a preparare la merenda, per fortuna le piante di salame erano resistite alla grandine.

Io che credevo di morire

scritto da Emanuele Muscolino

Mi ero preparato una vita a morire. Zio Adelmo, il fratello di papà, rimase schiacciato in miniera in Argentina che avevo sei anni. Mamma tirò su la cornetta, alzò la voce, sussurrò no, urlò No, urlò Dio e scoppiò a piangere. Papà le prese il telefono dalle mani, disse Pronto e si fece grigio. Grazie, grazie, ciao. Chiesi cosa fosse successo. Lui non rispose e non rispose neanche mamma. Protestai. È morto zio Adelmo, disse e gli presero a scendere le lacrime. Mamma scattò con una rabbia mai vista: lo voleva uccidere perché mi aveva detto quelle parole; poi, conciato com’era, lo lasciò stare e riprese a piangere. Allora capii che dovevo piangere anch’io. E lo feci tanto forte che le lacrime finirono giù nelle gengive, bruciandole.
A tavola chiesi che vuol dire che è morto e mamma rispose che non c’è più. Il giorno stesso, o forse il giorno dopo, zio Nino, l’altro fratello di mio padre, mi disse di non preoccuparmi per zio Adelmo, perché tutti dovevamo morire. Immagino che continuò parlando del paradiso e di quelle cose là, ma io non ci sentivo più: avevo appena imparato che un giorno sarei morto. Sarebbe bastato un colpo di telefono, in qualsiasi momento.

Da allora la morte mi accompagnò premurosa. Stava negli angoli della bocca di mia madre, che si increspavano; nelle sue mani tagliate dalla varechina, spellate dai prodotti che non fanno male; nella puzza di scoreggia la mattina in salone, quando mio padre si alzava per andare a lavoro, nelle orbite vuote della maestra Fulvia, che si metteva a fissare la finestra con gli occhi truccati male e un fiore tra i capelli; nelle mani di Ludovico, che dopo la meningite si muovevano tra gli spasmi; c’era un po’ di morte tutte le sere: due morti, dieci morti, più di cento morti, milioni di morti. Quelli della tv ci godevano a ripeterlo. La guerra, i terroristi, il cancro, gli infarti, le polmoniti, anche la normale influenza ti poteva far fuori, tanto che cominciai a chiedermi come mai in famiglia, a parte zio Adelmo, fossimo tutti vivi.

A tredici anni scoprii che anche le automobili possono ucciderti. Era la notte di Natale e stavamo tornando da Torre. Mi ricordo che zia Teresa, la sorella di mamma, aveva insistito per farci rimanere a dormire, aveva già fatto i letti e tutto, ma papà, con un occhio aperto e l’altro chiuso, si era impuntato che dovevamo tornare a casa perché il giorno dopo eravamo a pranzo dai nonni e se dormivamo lì, con tutto il vino che s’era scolato, non saremmo mai arrivati per tempo. Con l’autostrada nuova, disse, ci mettiamo un attimo. Mentre parlava gli dava giù di genziana e a tutti noi sembrava una gran stupidata che si mettesse a guidare in quello stato. Però nessuno ebbe il coraggio di fermarlo. Alla fine l’autostrada non la prendemmo, perché a lui non andava di sborsare le duemila lire il giorno di Natale e, siccome c’era il ghiaccio sulla Tiburtina, al primo curvone la Ottoecinquanta sbandò e impattò contro il guardrail: un trampolino d’oro per un gran ribaltone. Ci schiantammo contro la roccia. Lo so perché me lo hanno raccontato: io mi ricordo solo il salto, le immagini che ho si fermano a mezz’aria. I miei sbatterono un po’ dappertutto − a papà dovettero rimettere la spalla a posto e mamma indossò il busto per due mesi; io sbattei in un punto solo, ma bene: trauma cranico aggravato, tre settimane di coma. C’è mancato un pelo, mi dissero; alla fine però ero contento, perché a scuola mi accolsero come un eroe, con uno striscione di benvenuto, le pizzette e le gassose, come se chissà che avessi fatto.
L’incidente lo racconto sempre perché fa scena, ma quando dico che con la morte ci ho abitato tutta la vita non intendo questo, cioè se te ne vai con una pistolettata, con un botto o con una telefonata, la vita te la sei vissuta e se a un certo punto finisce ci puoi pure stare. Io invece era proprio mentre ero vivo che mi sentivo morire.

In quel periodo c’era un gran parlare dell’uomo che era arrivato sulla Luna ed erano tutti gasatissimi, si sentivano tanti piccoli Superman. In classe metà dei miei compagni si era votata all’astrofisica, così, su due piedi: dicevano che avevano già deciso cosa fare da grandi, anche se poi sarebbero finiti in ufficio e a badare ai figli. A me quel video della Terra vista dalla Luna mi faceva una gran tristezza: non ci potevo credere che eravamo un pallino blu in mezzo a un cavolo di niente. Andavo a letto la sera e mi chiedevo ma allora a che serve tutto questo? Cioè, posso pure diventare pilota di aerei o calciatore o presidente della Repubblica, ma sono sempre un cavolo di niente in un cavolo di niente. Papà diceva che facevo dei pensieri depressivi del cazzo, per avere quell’età. Mamma diceva che era normale, per avere quell’età. Ma normale di che? Mica ci erano arrivati sulla Luna quando loro avevano quattordici anni. E allora? Che ne poteva sapere?
Il fatto è che mi ero innamorato di Azzurra, una compagna del liceo e lei invece no, cioè non mi vedeva per niente e io non lo sopportavo e la sera nel letto mi veniva da piangere (non so con certezza se dipendesse tutto da Azzurra o anche un po’ dai pensieri sull’universo a dire il vero). Certe volte, tipo quando lei si mise con Marco Colasegno, che era ripetente e aveva già un barbone da ventenne, accartocciato nel letto volevo proprio morire e mi sforzavo di addormentarmi così che la mattina sarebbe arrivata presto e mi sarebbe passata quella voglia. Io non ce la volevo avere ma lei c’era, non ci potevo fare niente.

Per un periodo le cose andarono meglio, diciamo: la sentivo aggirarsi nell’ombra, con una voglia matta di tenermi compagnia, ma non lo fece. Bussò verso i sedici anni. Stavo in macchina col vecchio, era domenica, eravamo andati a prendere delle paste, non che fosse il compleanno di qualcuno, però boh, era un giorno bello, dovevamo festeggiare che era un giorno bello e infatti stavamo tutti allegri, anche lui era allegro e anche la mamma era allegra ed era rimasta a casa a preparare le lasagne coi funghi e i piselli. E insomma siamo fermi al semaforo, c’è il sole, l’aria tiepida e la musica che arriva dalla spider accanto. Una Enduro fiammeggiante nuova di zecca si infila tra noi e la spider; il tipo va a mettere il piede a terra ma l’affare si sbilancia, lo sovrasta e si spalma sul cofano della Ottoecinquanta, che papà aveva pagato quattrocentomila lire per rimettere a posto; il tipo cerca di tirare su la moto, ma non riesce e la lascia scivolare indietro lungo il paraurti. Io penso: ora il vecchio scende e lo gonfia, invece sta così di buon umore che la prima cosa che dice uscendo dalla macchina è si è fatto male? Quello, di tutta risposta, si mette a zoppicare. Scatta il verde, la spider riparte e da dietro si mettono a suonare, allora papà acchiappa la moto e la accosta, risale in macchina e accosta pure quella: c’è bisogno che la porti in ospedale? Ma che gli è preso al vecchio? Ma no, ma no, non si preoccupi, me la cavo da me. Piuttosto, mi è partito il fanale di dietro e si è piegata la marmitta… È il momento buono che il vecchio lo accoppa. E invece non dice niente, si sporge soltanto a valutare i danni della moto e quelli della macchina. La Ottoecinquanta ha un bernoccolo sul cofano e una striscia rossa sulla fiancata che sembra la maglia del River Plate. Sa come vanno queste cose, no? Io ero in moto e stavo davanti… continua il figlio di puttana, e pensare che ci eravamo pure fermati ad aiutarlo. Io dico andiamo, ma il vecchio che fa? Gli allunga diecimila. E l’altro come risponde? Magari facciamo venti? Faccia di merda. Mio padre ci pensa su, se lo guarda, gli vengono gli occhi tristi e alla fine glieli dà. Io protesto, lui mi dice di stare zitto e di risalire in macchina. Quando siamo dentro me lo guardo, lui non mi guarda, guarda dritto, sta zitto. Era un giorno felice e ora c’è una smerdata rossa sulla Ottoecinquanta.
Quando arriviamo a casa, prima di salire da mamma, papà guarda la smerdata e dice tra sé che la macchina ha i suoi anni e forse è tempo di cambiarla. Avrei preferito gli mollasse un gancio a quello, che la smerdata rossa gliela mettesse sul muso. E invece ora ce la dovevamo tenere noi. Ma perché? Ecco, quel giorno mi ha ucciso un po’, me lo ricordo bene. A pranzo mi scheggiai un dente. Non so come, me lo scheggiai. Era un molare, non si vedeva. La morte uscì di scena per qualche anno, sfumando via silenziosa, facendomi assaporare il gusto di un addio.

Ventitré anni, eccola là. Mi aveva lasciato Marina: bionda come un angelo, occhi azzurro cielo, tre anni insieme in cui non avevo dato che la metà degli esami. Poi era arrivata la borsa di studio dalla Germania. A lei, ovviamente. Vieni o rimani? Mi fa. Come “vieni o rimani”? Io qui ho la vita, gli amici, l’università. Non possiamo…?
No, disse lei. Non prendiamoci in giro Fra, siamo grandi.
E… che diavolo aveva ragione.
Proverò a fare avanti e indietro, ci vedremo ogni mese, anche due volte al mese.
Mi guardò e non disse niente. Mi diede un bacio e se ne andò. Ci andai una volta sola a Düsseldorf. Lei parlava tedesco, io non parlavo neanche l’inglese. Era più lontana della luna. Tornai a casa, stetti male luglio e agosto, modello catatonico. Tutti mi dissero di trasferirmi in Germania. Ma a fare cosa? A imparare il tedesco? Non lo sopporto il tedesco. A ricominciare la vita, ad acchiappare Marina? La pagavano milleduecentocinquanta marchi al mese per studiare le cellule delle piante. Aveva la grana per uscire tutte le sere, andare a teatro, comprarsi i libri. Io che dovevo fare? Consegnare le pizze? Non partii, stetti male altri dieci mesi, steso nella tomba, anche se respiravo e tutto e la sera, mentre battevo sui molari scheggiati, si fronteggiavano due desideri opposti: che quel momento passasse in fretta; che la vita si sbrigasse a togliersi di mezzo. Di suicidarmi proprio, non avevo voglia. Un atto eclatante, teatrale, coraggioso: non da me.

Negli anni a venire la morte evaporò senza che me ne accorgessi. All’alba dei trenta ero un dipendente modello della Tek Com: tredicesima, ferie e tanti drink da offrire ad amici e sconosciute; gite in barca d’estate e sci d’inverno; alla fine dell’anno avevo ancora abbastanza grana per i regali di Natale. Ai trentacinque avevo finito di pagare la Lancia Delta integrale e decisi di accollarmi un mutuo. Ma prima ancora dei mobili, ci feci entrare Barbara nell’appartamento. Uscivamo da un paio di mesi, lei aveva i capelli lunghi fino al sedere e dieci anni meno di me: l’idea di convivere era così assurda che meritava di essere percorsa. Due anni dopo era incinta e io ero felice. Un giorno la guardai, addormentata, con Paolo tra le braccia; doveva essere l’autunno del ‘94, perché Paolo aveva pochi mesi, forse poche settimane. La coprii e pensai sei diventato quello che mette la coperta la sera. Sentii il suo odore e, nonostante non avesse nemmeno trent’anni o forse proprio perché aveva quell’età, odorava esattamente come mia madre quando ero piccolo. Il mio primo ricordo. Ero felice, felice di tutto, eppure una puntina si conficcò tra le costole. Com’è possibile che sei ancora qua? le chiesi. Alzò un sopracciglio: ma che vieni a raccontarmi? Che andavo a raccontarle? E se ci fosse stata la guerra? Se fossi cresciuto con le bombe sopra la testa, come babbo e mamma, o come quei bambini alla tv? Scosse la testa, con un sorriso dolce da madonna, e scomparve. Che stronza. Sarà lei che m’ha scheggiato i denti?

Appesi gli scarpini e gli sci al chiodo. L’operazione al menisco ebbe successo, per fortuna, e così continuai a camminare normalmente. Paolo filava come una scheggia: era titolare nella Lodigiani, a scuola andava egregiamente e cambiava due o tre ragazze l’anno. Alla Tek Com ero diventato responsabile capo delle apparecchiature del personale, con un bel ritocco allo stipendio e se non fosse stato per Barbara, che aveva cominciato a dare segni d’insofferenza per quella vita troppo agiata, sarebbe andato tutto a gonfie vele. Forse si era stancata di guardare le carie della gente o forse avrebbe voluto un secondo e un terzo figlio o chissà cos’altro, fatto sta che ci furono dei mesi, forse un anno, in cui le cose non andarono per il meglio e io finii per essere risucchiato in un’orbita di nome Marcella, la ex prof di matematica di Paolo. Avevamo sedici anni di differenza ed era chiaro che non sarebbe durata. Non fu quello, però, a ricordarmi della caducità delle cose e neanche il fallimento della Tek Com: in realtà la notizia diede una scossa a Barbara, che si mise a cercarmi lavoro vulcanicamente, anche se alla fine la svolta arrivò proprio da Marcella, che mi indicò ai suoi alunni come professore per le ripetizioni: la voce si sparse e in poco tempo mi ritrovai con la settimana piena e uno stipendio di tutto rispetto, che si andava a sommare alla disoccupazione.

Dopo tre anni da prof raggiunsi l’età pensionabile. Paolo era a Londra a inventare app con un gruppetto di coetanei australiani, pakistani e neozelandesi e guadagnava già il doppio di quanto io non avessi mai fatto in vita mia. Barbara mi disse ma perché non lasciamo tutto e ci prendiamo una casa al mare? O ci mettiamo a viaggiare? Pensai: che diamine, lei è ancora giovane e io ho ancora voglia. Perché no? La vita è una cosa poco a poco. Poi è all’improvviso.
Brindammo con un Teroldego dell’89 e decidemmo di partire subito per il Portogallo, così, per cominciare. Il giorno dopo, alla vigilia della partenza, ero piegato in due dalle fitte. Barbara mi prese in giro, disse che non reggevo più neanche un bicchiere di rosso. Dopo una settimana eravamo ancora a casa e le fitte erano lì: cancro al fegato in stadio avanzato, diceva il referto. Non operabile, dissero i medici e mi chiesero se avessi voluto fare la chemio. Che voleva dire: non servirà a niente. Nel giro di pochi giorni girammo tre ospedali e due cliniche private: risonanze, istologico, eco, senza dire una parola a Paolo, nella speranza che ci fosse un errore; andammo a Milano, poi a Ginevra: nessun errore. Fattori di rischio zero, a parte l’età, per cui doveva essere genetico e infatti zia Rosa se n’era andata così. Avevo dai due ai sei mesi di vita, in base al dottore. Lo dicemmo a Paolo, che prese il primo aereo. Arrivò come un reattore nucleare e impattò contro la nostra incomprensibile accidia. Pensava che ci sarebbe stato ancora molto da fare, al di là delle terapie e dei medici. Mi voleva far camminare venti chilometri al giorno e mangiare verdure e banane e praticare la meditazione trascendentale e tante cose ancora. Gli dicemmo che era tutto inutile. Lui insistette: volle vedere le analisi e i referti e stette giorni a studiare al computer, chiamando chiunque avesse potuto aiutarmi o darmi un parere diverso. Alla fine, come noi, capì che era arrivata l’ora. Fu in quel momento, quando ci ritrovammo a tavola consapevoli che non ci rimaneva che salutarci e aspettare, che la melassa prese a colare dal soffitto. L’avevo vista accumularsi e mi era riuscito di tenerla su con gli occhi, per non far piangere Barbara e Paolo. Una volta che passa, però, non la fermi: riempie la stanza, ti avvolge, ti tira in basso e succhia il poco che ti rimane.
Affrontai l’ultimo periodo con rassegnazione, con amarezza, con incredulità, ripassando i momenti belli di ogni età e i ricordi migliori, che si affacciarono nudi, lindi, profumati come putti, come non li avevo mai visti. Accarezzai con la lingua le punte smussate dei molari, che avevano continuato a fare il loro mestiere. C’era sempre stata la morte nella mia vita, è vero, ma era stata diversa. Avrei preferito mille volte quella, verde e fetida, a questa, nera e inodore.
Il giorno prima di morire mi sbronzai come un demente e mi sembrò di stare meglio. Provai a raccogliere le ultime forze, per concedermi un addio dignitoso: mi volevo radere, mettere una camicia inamidata, indossare i pantaloni stirati, i calzini puliti. Ma sentivo di non avere più dignità, neanche nei cassetti. Mi venne un pensiero di merda: avevo passato tutta la vita con la paura addosso. Ero la somma delle paure che avevo avuto.
Lei non aspettò che mi riprendessi e spinse le sue dita fredde nel ventre e dal ventre al petto e dal petto al collo e dal collo ai denti. Ne sentii il gelo, un gelo che mi fece piangere come quando non volevo andare a scuola. Mi era dentro. Finalmente la conoscevo. Faceva schifo. Serrai la mandibola, come se avessi potuto tenerla fuori. Muori morte! Non ho paura, ma crollai. E mi liberai in un oceano di lacrime. Aiutatemi urlai a Barbara e a Paolo e mi vergognai di essere caduto a un metro dal traguardo. Loro mi abbracciarono e piansero con me. Ho paura dissi senza voce. Non udirono, ma sentii la pena che dovevo fargli. Ero nelle sabbie mobili, lei si aggrappava ai fianchi, a tutto. Dunque il momento è giunto. Nell’amigdala balenarono le ultime parole di Paolo: Puoi ancora tanto, puoi farle tutto. Brandii un pugno al cielo e lo affondai al centro dello stomaco. L’afferrai con foga, la torsi e la tirai via con il braccio di Conan. Bastava questo! Ero di nuovo pulito, la mia anima vergine, piena, brillante. La vita poteva continuare e il cielo illuminarmi di bianco, illuminare Paolo e Barbara e tutti noi, unirci, baciarci, fotterci, farci uno, tirarci su, farci ballare e fregarcene. Le labbra calde di mia madre, gli occhi neri di Azzurra, quel cuscino soffice, l’odore del pesce di Alicudi, l’ammorbidente alla rosa di nonna Maria, le sue caramelle rosse, il tiro sotto al sette all’ultima di campionato, la schiena di Barbara, quel tuffo dallo scoglio a sei anni…
Il cuore si spense. Ebbi un istante per registrarlo, poi venni preso, ma non verso il basso: mi alzai in volo, a dieci metri dal suolo e ancora più in alto, fino a non vedere che luce. Non ebbi paura. Mi sforzai di avercela ma non c’era, non c’era più. C’era un orizzonte accecante e millenni di storia, dentro di me, nella mia stanza, nella mia angusta, infinita vita. Da sempre, in fondo, sapevo di essere lei, l’unica coscienza al mondo. Adesso, finalmente, ne avevo la conferma: ogni cosa era sempre stata in me, solo dentro di me. Non c’erano i pianeti e le stelle, niente dinosauri, o rettili, o ominidi, niente macchine, niente numeri. Persino il tempo si sbriciolava: non c’era nulla là fuori, era tutto dentro, tutto qua dentro, anche Paolo e Barbara. Lasciarli non mi dispiaceva, perché non ci stavamo separando. Era stato un grande sogno.

Una vita intera mi ero preparato a morire. Avrei dovuto prepararmi a vivere. Piansi ancora, ma di gioia, assieme ai dodici fratelli rosa impastati di fango. Facciamo a gara a chi acciuffa il primo capezzolo. Giusto il tempo di ricordare, di versare altre lacrime, di pensare loro non esistono, lei non esiste, è tutto qua dentro, vita e morte, la Terra, le galassie, l’universo, tutto qua dentro. E la tetta si gonfia ed esplode di latte: stelle filanti disegnano il vuoto, si addensa una nuvola e impera un capo senza orecchie, nero, violaceo, rossastro. Volteggia come una musica. Spunta un seme, sparge polvere nel buio. I colori tornano, poi non vedo che luce.
Il cuore, il nuovo cuore comincia a battere e mi dimentico di quelle cose. Non ho più voglia di morire. Finalmente cieco, apro gli occhi. Sono nato.

La promessa del seme

scritto da Antonello De Luca

L’ultima consegna è per la paraplegica sulla Pantigliate, strada corta ma ostica, casellari interni e citofoni con i numeri, cosa che implica la ricerca del cognome e poi la speranza e subito dopo l’attesa: «Chi è??» – «Posta!», una liturgia senza compromessi, l’idea di una prassi che di solito la paraplegica soddisfa, e questo lo sai, non è vero?, ma certo!, non sei un articolo cinque, consegni la posta in quel quartiere da vent’anni, e poi la senti nelle ossa quella prassi, la soddisfazione della liturgia, e quando accade il tuo corpo ne è grato, proprio come con la paraplegica, che poi te lo ha detto anche il marito, un politico di quelli importanti che parlano in televisione, non che questo ti faccia particolare impressione, lo avrai incontrato mezza volta che basta e avanza, e non volle firmare per la moglie: Continua a leggere

Le foto di papà

scritto da Alfredo Giacobbe

Melina gira la chiave nella toppa. La pesante porta dello studio si apre con una spinta leggera, burrosa sui cardini. Ha scelto dal mazzo la chiave giusta al primo colpo e pensa che oggi le accadrà qualcosa di bello. Alza tutti gli interruttori nel quadro elettrico e apre le finestre per far cambiare l’aria. Al mattino è sempre la prima ad arrivare. Lavora come assistente in uno studio di avvocati, nel quartiere Vomero di Napoli. Sa già che allo studio ci passerà molte ore. Sarà l’ultima ad andare via, ma non le pesa. Vive in un piccolo appartamento nelle vicinanze e alla sera non l’aspetta nessuno. Poco tempo prima ha ricevuto una copia delle chiavi, come se fosse uno dei soci. Quella consegna l’aveva riempita di contentezza, ma anche di una responsabilità talmente grande da metterle paura. Felicità e paura si mescolavano sempre in Melina, al punto che ha iniziato a pensare che siano le due facciate dello stesso sentimento. Continua a leggere

Il secondo miracolo di Rolando

scritto da Stefano Ficagna

Siamo seduti su un divano con una trama a righe gialle e rosse, sotto gli occhi attenti di tutti quelli che passano di lì. Al suo fianco c’è una radio vintage modello anni 50, alla mia sinistra una finestra finta dalla quale mi viene comunque spontaneo provare a guardar fuori. Una bambina mi si avvicina correndo e urla qualcosa che non capisco, prima che la madre arrivi e la porti via.
Di fronte a me ho un pulsante con scritto “San Francisco 1906”. Mi giro verso di lei per chiederle conferma prima di schiacciarlo, ma sta guardando il cellulare.
«Partiamo?» Continua a leggere

Muscolo involontario

scritto da Laura Nicchiarelli

Sei supina. La pelle è liscia e tirata sopra le ossa del petto. La forza di gravità allontana i tuoi seni l’uno dall’altro, al centro rimane una piazzola che scende fino al collo. Proprio lì metti la tua mano. La lasci aperta in mezzo, a emanare calore, un palmo in basso rispetto alle clavicole. Ancora più in profondità, oltre ai tessuti irrorati di sangue, trovi un nucleo che vive e che brulica. Il movimento è appena percettibile a riposo, si confonde con l’andirivieni regolare del respiro. Rimane dietro le quinte. È una specie di vibrazione intermittente. Un nulla, solo al buio, con le persiane chiuse e i rumori della strada non ancora destati dall’alba lo puoi ascoltare mentre accade. Comunque non ti fa più né caldo né freddo, mica come la prima volta che hai inventato questo gioco di autocontatto. E te lo figuravi turgido, avvolto da nervi e tubi anch’essi viscidi e muscolari, arroccato in una gabbia di costole e costretto dal volume dei polmoni. Questo è il tuo cuore. Continua a leggere

Lolita e le guerre puniche

scritto da Stefano Marinucci

Del mio paese non è rimasto più nulla. Assomiglia a un villaggio fantasma del Far West, con i locali dal pavimento legnoso e scrostato, le fontane senza acqua, le case prive di tetti.
In alcune notti di vento, se sono fortunata, nel fruscio degli abeti e delle betulle ascolto l’eco del mio nome, attutito, come se io stessa fossi in letargo.
Una richiesta di aiuto disattesa.
Il grande sisma ha distrutto i pochi edifici rimasti in piedi. Continua a leggere

Maturità

scritto da Quincy Baltimore

tratto da foto vere

A settembre del Duemilanove ci fu il primo giorno di scuola superiore per i nati nel Millenovecentonovantacinque.
A giugno del Millenovecentonovantacinque, sotto il segno del cancro, non ne sono così sicuro, nasceva Parvaneh Ghaseri.
A giugno del Duemilaventidue, sotto quale segno non ricordo e nemmeno il giorno, ho visto su Instagram un paio di storie condivise da gente, gente sua amica, gente distante dal tempo che penso incessantemente, e ri-condivise da lei sul proprio profilo, la cui linea è un oblò grosso un pollice di donna:
il suo (lo vedo ancora adesso, eroso dall’ansia da dieci anni di vuoti di voce e la sua che a mano a mano si fa muta mentre muta quella mia) e il mio seduto su quelle storie, che può darsi celassero un ventisettesimo compleanno: Continua a leggere

Lava bene i limoni

scritto da Alessandro Tesetti

Lava bene i limoni, ha detto la signora mentre la guardavo incuriosito e anche un po’ incazzato, forse risentito. Fino a un attimo fa blaterava sui giovani che hanno perso interesse per le tradizioni, le piccole cose che ti riempiono di gioia; posso capire i valori morali che il mondo cambia va avanti e noi vecchiarelli restiamo indietro, ma bisogna custodire ciò che riempie di gioia. Faceva caldo e mi aveva offerto un succo alla pesca leggermente inacidito. Il cielo era una sola nuvola grassa della stessa tonalità della stessa tristezza ovunque guardassi. La televisione trasmetteva confabulazioni tra signore e signori borghesotti dai botulini facciali e carenze emotive. Negli attimi di silenzio la signora guardava la grassa tv e annuiva col capo, senza sapere neanche cosa dicevano. Continua a leggere