La sedia

scritto da Chiara Campanelli

Sono due ore che giro. Sto guidando dalle otto di mattina, sono quasi le dieci e ancora non trovo parcheggio. Il sabato è sempre così, vuoi fare una passeggiata in centro, magari bere una birretta con gli amici in riva al mare, insomma qualcosa che distragga dal logorio incessante dell’esistenza e della routine, ma va a finire che è più il tempo speso a cercare parcheggio che a divertirsi.
Se non dovessi fare nulla di importante me ne tornerei a casa, ma sono qui per portare Ottovolante dal veterinario.
« Io manco ci volevo venire, manco ci volevo venire!»
« Zitto! Ti lamenti sempre che ti prude sotto la zampa e ora non vuoi andare dal dottore?»
Si blocca un istante e mi fissa con i suoi occhi vitrei da pappagallo, poi torna a svolazzare nella gabbia, lasciando piume verdi in giro, mordicchiandosi l’artiglio malato con il becco.
«Stronza!»
« Ottovolante!»
Il semaforo è rosso da quel che sembra un’eternità, ma almeno ci sono i Jet in radio e il mare sbrilluccica sotto i raggi del sole come un’immensa distesa di vetri rotti e lustrini. Sulla spiaggia si intravedono i bagnanti che ridono e chiacchierano e sembrano non curarsi di noi chiusi in auto. Gli automobilisti sono intrappolati in un inferno di clacson e precedenze non rispettate, mentre loro prendono il sole sorridenti e unti di crema. Strano a dirsi ma mi strappano un sorriso.
« Non è bellissimo, Ottovolante?»
Non risponde, ma a lui il mare non piace, quando ce lo porto strilla e se vede qualcuno cerca di beccarlo. Mi sa che è un pappagallo di montagna.
Costeggio il lungomare, aguzzo la vista, ma vedo solo un venditore abusivo offre birra Peroni a novanta centesimi agli stranieri in calzoncini. Certo che in questi ultimi anni i turisti sono quintuplicati, e come biasimarli, con questo bel mare che luccica e il campanile di San Sabino che si staglia sulla città vecchia…
« Un posto! Un posto!»
Freno, per poco Ottovolante non finisce contro il parabrezza. Sulla mia destra in effetti c’è uno spazio vuoto. Quasi mi commuovo: un posto, un posto!
Ma poi metto a fuoco. Non c’è nessun parcheggio libero e neanche la classica Smart irritante, ma solo lei, impertinente, arrogante: la sedia di plastica bianca.
Il codice della strada non specifica da nessuna parte che si possa usare una sedia come segnaposto per il parcheggio, eppure qui a Bari è una prassi. Guai a spostarla, poi. Ho uno zio che è finito in ospedale così. La osservo, con sfida, e le sue quattro gambe graciline ben salde sull’asfalto sembrano volermi dire solo una cosa, ben precisa:
«Tanto qui non ci passi».
Così mi prende l’eterno dramma di fronte alle leggi non scritte: cosa fare? Parcheggiare e andare contro la consuetudine? O meglio, sfidare questo abuso di potere e infilarmi comunque?
L’ ultima volta che mi sono ribellata allo status quo ho finito con l’essere l’emarginata della classe. Un giorno io e le mie amiche avevamo deciso di combattere il bulletto che ci tormentava, architettando di fargliela pagare dopo le lezioni. Credevo che saremmo state coese e che il resto dei compagni ci avrebbe difeso, ma all’una, dopo la campanella, a sfidare Antony ero solo io.
Brividi. Me lo ricordo ancora anche se avevo solo dodici anni.
Ora Antony ha probabilmente seguito le orme di suo padre e ruba motorini per vivere, ma l’uomo che ha piazzato quella sedia potrebbe essere un malavitoso serio, uno che se lo fai arrabbiare non puoi affrontarlo dopo la scuola.
«Cosa faccio, Ottovolante, parcheggio?»
«Fatti i fatti tuoi, fatti i fatti tuoi!»
Farsi i fatti propri, una lezione di vita che può sia tradursi con “chi bada ai fatti propri campa cent’anni” sia con una parola più semplice: omertà.
Ripenso al discorso del giudice che al liceo tenne un seminario sulla legalità. Me lo ricordo ancora, disse: «Ho perso la fiducia nel sistema, ma ho ancora fiducia nelle persone». E quella persona, adesso, potrei essere io.
Così sterzo, cercando più o meno abilmente di completare un rischioso parcheggio a lisca di pesce, Ottovolante inizia ad urlare terrorizzato e lo posso capire, stiamo andando contro le regole. Pigio ancora un po’ il pedale e sento che la sedia striscia sulla strada, probabilmente sta lasciando dei segni indelebili sull’asfalto a ricordo immemore del mio gesto, stride ma è soffocata dal rombo del mio motore. Dopo trenta secondi di lotta mi fermo e mi guardo intorno, sono entrata. Che soddisfazione. Ho vinto io, contro il sistema, contro ogni sopruso, bisogna lottare, sempre!
Un parcheggiatore abusivo si avvicina.
«Ehi giovina, sono due euro» fa arrogante, con il borsello in vista. Ma ormai il potere mi ha dato alla testa.
«Oggi è sabato, qui è gratis!» gli rispondo, il collo e il viso ben sporgenti dal finestrino. Apro la portiera e prendo la gabbietta con Ottovolante che svolazza e urla in preda all’isteria.
« Ci vuoi far accoppare, pazza, pazza!»
Sono fiera di me. Mi dirigo trionfante verso lo studio del veterinario, il parcheggiatore borbotta qualcosa tra l’obiezione e la minaccia.
«Andiamo a curarti la zampetta, piccolo mio» sussurro, il cuoricino gli batte all’impazzata sotto il petto piumoso, ma non svolazza più isterico, vedendomi così sicura di me.
Il lungomare alle mie spalle sfavilla, non è fatto più di vetri rotti ma di soli diamanti, una macchina si ferma addirittura prima delle strisce per farmi attraversare. Sorrido: evviva, oggi abbiamo vinto noi.

Finisco dal veterinario dopo mezz’ora. Ottovolante per fortuna non ha niente, solo una lieve escoriazione che gli fa prurito.
«Hai visto che non era grave, uccellaccio ipocondriaco?»
Sbircio nella gabbia, non risponde, sembra guardarsi intorno, con diffidenza.
La mia Yaris grigia è lì che aspetta all’ombra delle palme. Prendo le chiavi, ma mi avvicino e scopro l’orrore. Quasi voglio piangere per essere stata così presuntuosa da sfidare il sistema noncurante delle conseguenze, facendoci andare di mezzo un’auto innocente che non è neanche mia, ma di mio padre: alla mia Yaris hanno squarciato tutte e quattro le ruote.

E allora nuota, Pinna

scritto da Giulia Binando

Se lo guardassi da lontano, vedresti un punto rosso su un fondo bianco. Come qualcuno che se n’è andato da un pezzo verso una meta di foschia, o di luce cieca.
La baia di Puck è ghiacciata e Bart Piotrowski la sta fissando.
Respira lungamente e la sua mole di quercia si muove piano. Lo senti mentre si schiarisce la voce dentro quella bocca minuta, stretta tra le guance larghe e gonfie, sempre rosse come dopo una corsa. I suoi occhi piccoli adesso guardano il molo.
È nato a Wiele, nella Pomerania centrale, ma ogni estate, sul sedile posteriore della Syrena dei suoi, attraversava tutta la voivodatale per Kowale più la superstrada fino a Puck, e passava un mese al mare. Continua a leggere

Sucre glace

scritto da Sharon Vanoli

Si chiama sclera, la parte bianca dell’occhio. Da quando lo so, ogni volta che sento la parola torno con la mente a una cena della mia infanzia. Allo sguardo sfibrato di mia sorella Maddi.
La scrutavo cauta, era seduta di fronte a me. Teneva le pupille scure così girate verso l’alto da farmi provare orrore di tutto quel bianco vischioso. Continua a leggere

Il tempo dello sfavorito

scritto da Daniel Coffaro

Martina mi guarda negli occhi. A tratti mi sorride con una rughetta che le crea malizia sopra la gota, poi prova vergogna e svaga lo sguardo. Mira altrove, il vino, i coltelli, le candele, guarda le proprie mani stressare la clip fermatovaglie, ma la curiosità la governa e, pochi secondi dopo, è ancora lì a fissarmi. Sa che me ne accorgo, che faccio finta di niente, e per lei è meglio così: può osservarmi senza trovarsi troppo in soggezione. Continua a leggere

Il mare

scritto da Francesco La Rocca

Per scendere in città Mattia aveva preso poche cose: due pezzi di pirite, alcuni quarzi bianchi e il trilobite del Quintino Sella. Si era messo anche qualcosa in tasca, sassi piccoli che aveva trovato in giro, ma quelli non contavano. Il trilobite era il suo preferito, sapeva di essere scontato a pensarlo ma non gli interessava, d’altronde non era roba da tutti trovarne uno; i possessori di fossili che conosceva li avevano comprati da qualche parte, il suo veniva dalla montagna invece. Continua a leggere

Foto di famiglia

scritto da Giuseppe Cofano

Sin da bambini Chris e Alex, con quei nomi inusuali e sfacciatamente moderni, si erano convinti di appartenere a un drappello di eletti. Era il mondo di promesse contenute nella cifra 2000, era il solenne segno di distinzione del loro anno di nascita. Il numero tondo li stupiva, li lusingava, li esaltava.
Ma venti anni dopo, sdraiato sul divano nella penombra della casa dei suoi, tra i bagliori dello schermo e delle lucine natalizie, Chris vedeva con chiarezza la verità: non faceva alcuna reale differenza. Gli anni non erano nient’altro che numeri, targhette, tacche sbilenche in un inarrestabile fluire. Continua a leggere

Sotto i portici

scritto da Andrea Derizio

Nonostante Giuditta, invitandolo a raggiungerla a Torino, gli avesse anticipato delle tenebre che lo avrebbero inghiottito, una volta fuori dalla stazione di Porta Nuova, Anselmo non immaginava che i portici si allungassero così neri nel ventre della città. Infatti, che si trattasse di portici, e non di una galleria scavata nella roccia, per esempio, lo deduceva solo per i raggi plumbei che filtravano tra le colonne, allumando di smorte chiazze il pavimento lastricato: perché non si vedevano né serie di arcate, se alzava il mento, né boutique, caffetterie, cinema, ristoranti se si voltava di lato; soprattutto, perché non scorgeva non già la calca, essendo comunque un pomeriggio di pioggia sottile, echeggiante di un tintinnio di sistri, ma nemmeno un’anima che fosse una. Continua a leggere

La fotografia

scritto da Silvia Middei

La fotografia era piena di luce. Era per via dei vestiti estivi, del muretto bianco su cui eravamo allineati, o il mare alle nostre spalle. Anche il cane marroncino chiaro, quasi giallo-ocra, era in perfetta armonia con il resto, e non sembrava finito lì per caso. La sua ombra, proiettata sul muretto dal sole abbagliante di luglio, era l’unico angolo di buio in tutta la scena. Continua a leggere

Il matrimonio di Gemma

scritto da Laura Marinelli

Come un peluche su una poltrona, Gemma si lascia fare tutto.
La cugina le spolvera il seno di cipria. «Oggi il trucco pure qui» le dice, mentre Gemma ride. In quel punto del corpo non è abituata al solletico, ma alle smanie del suo uomo. Armando per lavoro impasta cemento; per diletto, nei pochi momenti che ha a disposizione, i suoi seni. Li stringe come fossero panetti lievitati, e li impolvera con i resti della calce che gli rimane sulle dita. A Gemma piace, e lo lascia giocare a fare il pizzaiolo di quelle curve che però Armando può condire solo con baci e carezze. Per mangiarsi Gemma, il suo piatto preferito, deve aspettare il matrimonio: lei vuole così, perché suo padre vuole così. Continua a leggere

Plastica

scritto da Chiara Nuvoli

Una delle mie storie familiari preferite è questa: mondiali di calcio, Italia ’90, non so che partita. I miei invitano degli amici a casa, per guardarla tutti insieme. Mia madre prepara cosette da smangiucchiare durante la partita. Gli amici arrivano, si aprono le birre, si inizia a chiacchierare e inizia anche la partita. Al decimo minuto mio padre mangia qualche nocciolina, al dodicesimo prende un panino prosciutto, lattuga e sottiletta. La parte divertente è che mia madre aveva messo dentro le sottilette senza sbucciarle, con tutto l’incarto; delle volte mi rammarico di essere nata troppo tardi e di non aver avuto la possibilità di vedere, anche solo dalla culla, questi panini prosciutto, lattuga, formaggio scadente e sottile strato di plastica.
Ci penso mentre sto stendendo i panni dopo il terzo risciacquo: erano nella lavatrice da due giorni, non mi andava di tirarli fuori. Quando finisco torno nella mia stanza e la chiamo. «Ciao mamma, ti ricordi di quella volta che hai fatto i panini con le sottilette e non hai tolto la plastica?». Lei ride. «Mi ricordo. Ma come ti è tornata in mente? Ora tirerai fuori pure quella della lampada». Continua a leggere