Agata e l’impresa a tutto tondo

scritto da Rina Camporese


Dove vive Agata tutto è in squadra. Le strade sono a perpendicolo, i bimbi parlano l’italiano, anche quelli nati altrove, gli adulti un po’ meno, anche quelli nati lì. Edifici e imprese fioriscono, con gestazione di durata variabile in uteri di impalcature metalliche, negli anni recenti armate di antifurto. Le donne si affannano tra impegni propri ed esigenze altrui, gli uomini classificano in modo diverso il proprio e l’altrui — smaltire i fondi di caffè o curarsi dei figli, ad esempio — ma sono comunque molto impegnati. Si sta al mondo, come in tanti posti, ma a chi vive lì sembra che il posto giusto sia quello, esattamente come accade in tanti altri posti e a tante altre persone. Poi ci sono quelli che se ne vanno, portandosi dietro ovunque la squadratura.
Agata non saprebbe dove andare ma non vuole nemmeno rimanere lì: vuole morire, da almeno quattro anni. Di anni ne ha cinquantotto e ha provato a farsi fuori almeno sedici volte, forse diciassette. Non ricorda bene e non tiene nemmeno un diario, perché, tanto, ogni volta sarà l’ultima. Con una media di quattro tentativi falliti l’anno, non se ne rende conto, ma potrebbe trovare spazio in “Curiosità dal mondo”. Non si rende conto di quasi niente, Agata; è fissata con questa faccenda di voler morire, pur se a certe condizioni.
La prima: in modo rapido, possibilmente istantaneo. Non vorrebbe sentire dolore: teme che la trattenga dal suo intento. Ha paura che un taglio le faccia venire voglia di tamponare la ferita, di chiedere aiuto, di vivere. Se il male chiama, lei risponde: un ostacolo ai suoi propositi.
La seconda: nessuno deve rimanere impressionato dal suo cadavere. Fatta salva la libertà di morire, ci vuole un po’ di creanza nei confronti di chi potrebbe rimanere segnato a vita dalla scoperta di un corpo scomposto. Pochi ci pensano, ne è certa, e mandano messaggi prima di andarsene. Ti voglio bene, scrivono, la sera tardi al cellulare degli amici, magari proprio a quelli che il giorno dopo li troveranno appesi e combatteranno anni con un’immagine che li tormenterà, invadente e irremovibile. «Nonno, cosa guardi?» «Niente, tesoro. Niente.»
Vorrebbe semplicemente smettere di fare tutto quello che c’è da fare: svegliarsi, lavarsi, vestirsi, spesa, cucina, nutrirsi, riposare, pulizie, di nuovo in cucina, dormire, ancora. Dove abita si può vivere anche così o ci potrebbe essere dell’altro, ma non fa per lei. La tormenta il pensiero di ripetere ancora a lungo la sequenza monotona degli ultimi cinque anni. Le sue azioni di oggi avrebbero conseguenze per gli altri solo se morisse; bisogna tenerne conto e ridurle al minimo, si ripete, non è egoista. Se ci fosse una porticina da qualche parte sul retro, che conduce al nulla, Agata la aprirebbe, piano. Ma non c’è e tocca trovare delle alternative.
Da sola finora non c’è riuscita: un’infilata di incidenti hanno mandato in fumo tutti i suoi tentativi. Uno per tutti: per non disturbare il medico con richieste immotivate di tranquillanti, ha trafugato dall’ospedale un flacone di ipnotici. Per una che quando non si pettina sembra una badante assonnata, non è stato difficile intrufolarsi nel magazzino medicinali. Purtroppo le pillole si sono rivelate il placebo di uno studio epidemiologico caso-controllo; prese in gran numero avrebbero potuto al massimo farle cariare i denti. Si è resa conto allora che attendere, illusi, la morte, è peggio che vivere.
Per questo motivo ora si trova nell’ufficio di Ernesto. Da quasi un’ora sta scegliendo accessori da funerale: cassa, imbottitura, cuscino, croce sul coperchio, rosario tra le dita, epigrafe, fiori, biglietti ricordo, preghiera, lapide, epitaffio, lumino e ancora non è finita. Nella stanza accanto intravvede una ragazza che ascolta musica in cuffia e imbusta ricordini in quantità e velocità allarmanti. «Quante persone si aspetta di avere al suo funerale quel tizio?» si chiede stupita. Non immaginava ci fossero tanti oggetti da scegliere; meno male che Ernesto la guida a destreggiarsi tra i numerosi cataloghi di madonnine tristi. Le sembra che quelle madonnine la capiscano. Alcune hanno la sua stessa espressione la mattina quando si guarda allo specchio. «Allora c’è qualcuno che è stato come me» pensa, «Altrimenti come avrebbero potuto dei pittori da strapazzo illustrare in quel modo gli accessori da morto; li avranno pur visti da qualche parte quegli sguardi.» Oggi non se ne vedono più.
Ernesto, un tipo pratico dall’aria paffuta, da oltre quarant’anni gestisce con disinvoltura un’impresa funebre: tra i suoi vanti le sepolture di una mecenate e un creso americani morti a Venezia. La lettera di ringraziamento di una delle due famiglie, il minimo dopo quello che ha passato a causa delle paturnie da ricchi statunitensi su segreto e sicurezza, è appesa nel corridoio d’ingresso sopra un vaso di fiori finti, straordinariamente vividi di lunedì mattina dopo essere stati spolverati. La si nota sempre meno, perché è in inglese e ormai ingiallita, più che un encomio sembra un permesso che qualcuno si è dimenticato di rinnovare: “Borgo Ricco, 25 ottobre 1975. Autorizzazione annuale all’utilizzo della pesa pubblica comunale sita in Via Roma incrocio Via Desman per il mezzo targato PD930754…”. Ernesto ogni tanto se la rilegge a voce alta; l’unica parola che pronuncia correttamente è Mister, ma dopo si sente in gamba.
«Come si chiamava la defunta?»
«Agata.»
«Un nome di famiglia, allora. Anch’io mi chiamo come nonno Ernesto. Lo chiamavano tutti Scarpía perché già da giovane aveva il viso grinzoso come una ragnatela e…»
«Elvira e Teresa.»
«Come dice?»
«Le mie nonne: Elvira e Teresa.»
«Sì, ehm, dov’eravamo? Cognome?»
«Agata sono io e non sono ancora morta. Potrei esserlo presto, con il suo aiuto.»

In anni di carriera ne aveva viste e sentite di storie, Ernesto. C’era chi si comprava tutto in anticipo e lo stivava in casa, per varie ragioni: non preoccuparsi più dell’inflazione, non rimanere per l’eternità in balia dei gusti kitsch dei parenti, evitare spese a chi restava, arredare una stanza con originali complementi in legno, torturare la moglie con un quotidiano memento mori infilato sotto il letto. Alcuni lasciavano in eredità elenchi di obblighi e divieti che facevano sudare ai superstiti sette camicie. «Impedite a Goffredo di avvicinarsi alla mia tomba.» Come si fa? Goffredo paga le esequie. «Non voglio essere sepolta vicino a un fascista.» Per esserne certi ci si sarebbe dovuti circondare di morti prima del 1914; quasi impossibile visto che entro gli anni ’60 erano stati praticamente tutti estumulati e trasferiti in ossarini. Senza contare i precursori: tra le salme ante guerra si sarebbe potuto nascondere un fascista ante litteram, pronto a indossare il fez appena se ne fosse presentata l’occasione. La zona era propizia.
Aveva visto guardie armate di confine sbiancare di terrore alla vista del passaporto di un defunto; avevano più paura di quel documento che dell’AK-47 da assalto in braccio al collega-nemico cento metri più in là. Alla guida di un carro funebre aveva attraversato di notte, protetto dal lasciapassare più potente: un timbro con la data di morte, alcune delle cesure più blindate delle guerre jugoslave. Di solito non ci si pensa quando si viaggia, ma i documenti servono anche se lo si fa sdraiati in una bara. Le verifiche formali su esistenza e identità non finiscono mai, un po’ come sul web quando per iscriverci a una newsletter ci viene chiesto di biffare la casellina “Confirm Humanity”. Apparteniamo alla specie umana, non siamo robot. Siamo stati un umano vivente, lo attesta un timbro consolare. Saremo stati umani? Chi può dirlo…
Tante ne erano capitate a Ernesto. Nell’intorno della morte le persone agiscono in modi inaspettati e lui si era abituato ad accoglierli tutti, dosando parole ed espressioni in punta di piedi, anche quando gli sarebbe venuto più spontaneo strabuzzare gli occhi o sganasciarsi dalle risate. Un’arte affinata con il tempo e un pizzico di affettuosa ironia per le miserie umane, che erano anche le sue. Aveva avuto modo di scoprire, infatti, che con un morto in casa una famiglia di becchini può diventare il proprio peggior cliente, in barba agli anni trascorsi osservando l’umanità alle prese con l’angoscia di sparire.
Alcune avventure Ernesto le raccontava a casa, la sera a cena, per far ridere i bambini o per guardarli ascoltare zitti con i cucchiai di minestra fermi a mezza strada; altre no. Questa mai. Non gli era mai capitata, né gli era passato per la testa di inventarla, nemmeno quando romanzava un po’ i fatti del giorno perché gli pareva che bastasse un tanto così per trasformarli in storie interessanti. Nessuno gli aveva mai chiesto di fornire un servizio a tutto tondo, di solito i clienti arrivavano già bell’e pronti; tutt’al più si aspettava qualche ora il certificato del medico necroscopo. Si sa, i documenti si affannano sempre in ritardo dietro ai fatti che attestano.

Ernesto è disorientato, in questa situazione non si raccapezza, perché Agata non ha paura di sparire, anzi, ne cova un desiderio organizzato. Ora che sa, rivede con altri occhi l’espressione asciutta e decisa con cui ha individuato la Virgo Clemens che sarà il fil rouge di tutti i materiali a stampa. Le paratie del pianto, che tengono a stento mentre si descrive la morte del caro, spesso finiscono per crollare al bivio tra un sottile filetto nero ad angolo e un Cristo affranto, più d’impatto ma meno elegante. Non ci si capacita di dover fare certe scelte, ci si distrae, e giù a piangere. Le lacrime più amare sgorgano se a scegliere si è in due o tre: si piange e si litiga sul colore del pizzo per l’interno cassa, rinfacciandosi a vicenda di non aver mai conosciuto a fondo i gusti del caro estinto. Agata, al contrario, sciorina idee chiare e compie scelte soddisfatte.
Sul modo in cui potrebbe essere uccisa, invece, tentenna, proprio come fanno gli altri davanti al font per la lapide. Non c’è da stupirsi: è la scelta con le conseguenze più durature. Verdana o Calibri? Consideri il Didot, classico ma a suo modo originale. Martellata in testa o coltellata? Di arma da fuoco non se ne parla, il signor Ernesto non sembra un tipo da avere il porto d’armi. Nel laboratorio di falegnameria e marmo ci dovrebbe essere qualche attrezzo che fa al caso loro. Agata ne chiede comunque conferma; non si sa mai: ci fossero solo seghe, scalpelli e trapani la faccenda si farebbe più complicata.
Ernesto ascolta, risponde a monosillabi e interiezioni. Si sforza di pensare, ma è sbigottito. Indossa a fatica i visi più neutri che possiede e prova a controllare anche le mani, il suo tallone d’Achille, autonome ed espressive come sono. La destra è bloccata sotto la natica, ci si è seduto sopra, e l’altra stringe una candela votiva, così forte che l’unghia del pollice ha i colori della fiammella di plastica, violacea al centro in basso e via via più chiara verso l’alto. Agata gli spiega che si è spenta — lei non lo sa, ma è un eufemismo ricorrente nel linguaggio funebre professionale — e tuttavia continua a vivere. Si scusa e si giustifica, avrebbe volentieri evitato di dargli questo disturbo, ma proprio non ce la fa da sola, ha bisogno di aiuto. Confida nella sua comprensione, visto che è del mestiere. Ernesto in qualche modo la capisce, o almeno crede, l’empatia a volte è un’illusione, ma non se la sente proprio di accontentarla e al tempo stesso non sa come esprimerle il suo rifiuto. Vorrebbe essere altrove, ma, al punto in cui si trovano, non lascerebbe Agata da sola.
«Signora, non me lo chieda.»
«Sarebbe un’opera buona.»
«Le tengo da parte ciò che ha scelto per quando sarà il momento.»
«No, grazie. Meglio il coltello? O forse una martellata? Nel punto giusto.»
«Non saprei.»
«Scelga pure come le viene più comodo.»
«Lei non si rende conto.»
«La imploro.»
La scrivania ha sempre protetto Ernesto dall’onda di dolore che emana dai parenti: si infrange sui cataloghi e i depliant accatastati sul piano di noce biondo e lambisce appena le sue dita mentre prende appunti sul foglio giallo del registro ordini. Se l’onda è alta, come per il trapasso di una piccola bara bianca, Ernesto può adagiarsi sullo schienale, che si reclina un po’, e posare per un attimo le mani in grembo. Stavolta l’addome preme contro il bordo del tavolo e lo spessore sprofonda di almeno quattro centimetri nell’adipe accogliente. Chiede all’imbustatrice di ricordini di preparare due tè, aggira la scrivania e si siede nella poltroncina accanto ad Agata. Finisce per mostrarle le foto di tutti e nove i nipoti, nel tentativo di spiegarle come, anche a causa loro, non se la senta proprio di accontentarla. Agata sorseggia il tè. Piange, finalmente.

Zanzibar

scritto da Giovanni Bochi


Zanzibar era uscito da una crisi depressiva, una di quelle spirali tormentose che ti avvolgono sempre più da vicino, sino a strangolarti; lui era arrivato quasi allo strangolamento, e se ne era salvato grazie ad un improvviso lume di coscienza che lo aveva trascinato dallo psicologo, e poi da lì dritto dritto in ospedale, reparto psichiatrico, struttura ritentiva per non dire detentiva, come diceva Zanzibar a chi glielo chiedesse.

Ora era fuori. Era uscito con una piccola farmacia di medicamenti da ingollarsi per restare più tranquillo ed evitare un nuovo rischio di stranguglione psichico; ma tutte quelle pillole gli davano una grande tristezza, e quasi un’impossibilità al moto, se è vero che gli unici passi li faceva da casa sua al parco, e dal parco a casa sua nel ritorno.

Insomma la vita di Zanzibar era ben poco in linea con il suo nome esotico, e questo lui lo sapeva se è vero che ormai si presentava sempre come Paolo, aggiungendo poi a bassa voce “detto Zanzibar”. Il soprannome, come tutti i soprannomi che ci tormentano l’esistenza, gli veniva dalla sua adolescenza, quando era ossessionato dall’idea di andare a Zanzibar. La madre, il padre, gli amici lo lasciavano dire, ma a tutti riuscì impossibile non sostituire il vecchio nome di Paolo con quello ben più accattivante di Zanzibar.

In ossequio al soprannome Paolo si era messo in testa di lavorare in un’agenzia di viaggi, in cui avrebbe perlomeno incontrato qualcuno che volesse andare a Zanzibar con lui. Perché andare da solo in fondo non si fidava, e voleva qualcuno che dividesse con lui l’emozione di essere finalmente a Zanzibar. Ma quella si rivelò una scelta sbagliata, perché proprio nell’agenzia di viaggi gli scoppiò la crisi depressiva. Infatti a tutti i clienti proponeva di andare a Zanzibar. E benché loro preferissero altre mete, per esempio l’Egitto, o magari l’America, per Zanzibar esisteva solo Zanzibar e affermava quella sua fede in modo così insistente che l’agenzia di viaggio perse molti clienti per causa sua. Il peggio poi venne quando incontrò qualcuno che veramente voleva andare a Zanzibar, un trentenne in cerca di mare e belle avventure. Zanzibar gli propose, o meglio gli impose, di venire con lui. L’agenzia di viaggi, già in semifallimento, lo licenziò in tronco, e Zanzibar scoprì amaramente che nessuno intendeva andare con lui a Zanzibar, anche l’unica persona diretta veramente laggiù lo schifava e preferiva viaggiare da solo.

La crisi depressiva iniziò allora e Zanzibar ne uscì a fatica, solo imbottendosi di potenti pastiglie che lo ammutolivano. La madre lo guardava scuotendo il capo, a settant’anni non poteva stare ancora tranquilla per quel figlio sconclusionato e vederlo in quello stato di catalessi le mangiava il cuore. Alla fine gli propose di andare a Zanzibar: lei gli avrebbe pagato il viaggio, ma lui avrebbe dovuto trovare qualcuno che lo accompagnasse. La notizia rimise in moto tutte le libido vitali del figlio, che abbracciò la mamma ripetute volte e da subito si mise alla ricerca di un compagno di viaggio. Zanzibar percorse in lungo e in largo la città, fermava la gente per strada, entrava nei bar gridando ad alta voce “Chi vuole venire a Zanzibar con me?”. Arrivò addirittura a fare annunci per le strade, affittando una macchina con altoparlante e battendo le strade fino a notte fonda, finché i poliziotti lo bloccarono all’alba per sentirsi chiedere a loro volta: “Verreste a Zanzibar con me?”; ma anche quelli rifiutarono.
Dopo tutti quei fallimenti, la crisi depressiva stava ritornando. Zanzibar aveva perso l’entusiasmo, era diventato ancor più apatico di prima a furia di ingollarsi le pasticche come caramelle alla menta. La madre non poteva sopportare di vederlo così e decise un’ultima disperata mossa: chiamò un suo vecchio amico d’infanzia, Terenzio, e gli chiese in lacrime di andare a Zanzibar con il figlio; lei gli avrebbe pagato il viaggio. Terenzio all’inizio rifiutò, disse aveva tanto da lavorare e poi siamo matti, pensò, in vacanza a Zanzibar con uno come Zanzibar era il modo migliore per invecchiare precocemente. La madre lo pregò a lungo, e infine Terenzio accettò, a patto non soltanto di avere il viaggio pagato, ma anche di avere una diaria consistente come compenso per fare compagnia a Zanzibar.

La madre diede fondo a tutti i suoi risparmi e pagò Terenzio anticipatamente, come lui aveva richiesto. Poi lo fece venire a casa e lo lasciò solo con Zanzibar; quando il figlio catalettico sussurrò, ormai senza convinzione: “Vuoi venire a Zanzibar con me?” Terenzio disse con un sospiro: “Va bene”. Zanzibar, dalla gioia, quasi non ebbe un attacco di panico. Abbracciò Terenzio, abbracciò la madre che piangeva, senza sospettare nulla e senza notare gli strani gesti di intesa fra i due.
Finalmente a Zanzibar! Zanzibar non stava più nella pelle e telefonava a Terenzio almeno quindici volte al giorno, a volte soltanto per dirgli: “Andiamo a Zanzibar”!!”. Terenzio non ce la faceva più, e rimpiangeva di avere detto sì alla madre; la madre di notte dormiva dalla contentezza e sognava il figlio che prendeva il sole a Zanzibar, finalmente guarito, senza pillole di cui strangugliarsi.

Infine giunse il giorno della partenza: Zanzibar aveva otto valige, di cui soltanto una piena di guide turistiche, alcune vecchie di qualche anno; Terenzio giunse all’aeroporto molto più leggero e con una faccia smunta che non diceva nulla di buono.

Zanzibar montò sull’aereo a passo di carica, mentre la madre lo osservava smaniare dalla terrazza dell’aeroporto e le lacrime le bagnavano tutto il vestito di flanella.

Per tutta la durata del volo Zanzibar non rimase tranquillo un momento, costringendo Terenzio a nascondersi dietro le tendine dell’oblò, fingendosi un viaggiatore portoghese. Gli altri passeggeri lo avrebbero volentieri proiettato fuori dall’aereo, e continuavano a chiedere alle hostess di farlo stare zitto una buona volta, quella era una vacanza e non una comitiva di beneficenza.

L’aereo finalmente atterrò. Zanzibar corse avanti a tutti urlando, tanto che i poliziotti del luogo furono obbligati a bloccarlo e trattenerlo per qualche accertamento.

Quando Zanzibar uscì dal gabbiotto della polizia, era già tardi e le luci illuminavano l’aeroporto vuoto; al centro stavano le sue otto valige, una in fila all’altra, quella di guide turistiche in cima a tutte. Qualche inserviente spazzava il pavimento, Zanzibar chiese un aiuto per portare le valigie , forse Terenzio era là fuori ad aspettarlo, forse aveva già prenotato un taxi per portare tutta quella roba. Ma nessuno lo comprese, erano tutti indaffarati e lavoravano come matti.

Allora le portò fuori una ad una, lasciando per ultima quella delle guide turistiche, ma ogni volta che tornava fuori dall’aeroporto con una nuova valigia non trovava più quella che aveva appena portata. Attorno a lui la gente rideva, lo indicava e gli gridava “Zanzibar, Zanzibar”, accompagnato da qualche altra parola incomprensibile.

Gli restava soltanto l’ultima valigia, quella delle guide turistiche.
Zanzibar guardò fuori, si era fatto buio, la gente rideva e suonava i clacson.

Gli inservienti stavano lucidando l’aeroporto, ormai lavoravano da ore e ancora non era pulito.

Zanzibar aprì la valigia delle guide turistiche e ne prese una delle tante. Si sedette su una panca e si mise a leggere.

Via Archirola

scritto da Natalia Guerrieri


Il parco oggi è freddo, il sole pallido di inizio novembre emana una luce chiara che non riscalda.
Il palazzo dove abita mia madre è in via Archirola numero 15. È un condominio a otto piani. Grigio, gli infissi blu, tanti occhi chiusi. Mi ha sempre ricordato una montagna bucherellata da grotte, ogni appartamento un piccolo spazio privato, un fuoco. Ognuno dipinge sogni e fantasmi sulle pareti della propria caverna. Continua a leggere

Arringa del biografo

scritto da Jan Henkel


José Beguiristain abbandonò la Quebrada a 17 anni, poco tempo dopo che nacqui io, il suo biografo. Da lì, il mio oscuro, eccelso protagonista partì per Buenos Aires, dove progettava di dedicarsi allo studio della chimica e al vizio della scrittura. Trascorsi pochi mesi, suo fratello Enrique gli spedì una lettera in cui chiedeva, tra le altre cose, dei suoi rapporti con i bonaerensi. «Mi troveranno vivace come una palude» rispose. «Ogni volta che prendo parola in aula, i miei compagni mi guardano perplessi oppure si mordono le labbra per reprimere un sorriso. In tali momenti, ricordo sempre quel famoso ritornello paterno: “meno male che sei tanto eloquente, José”. Nonostante tutto, non nutro alcun rancore contro la gente della nostra capitale: diversamente da noi, non provengono da una terra di sonnambuli.» Continua a leggere

Gigette le marionette

scritto da Francesco Follieri


Ho sempre voluto fare l’attore, da che mi ricordo. Nonostante le difficoltà posso riconoscere a me stesso di esserci riuscito. Certo, non sono arrivato a Hollywood, ma ho avuto le mie soddisfazioni. Film di serie B, come li classifica la critica, e a me sta bene. Anzi, condivido il giudizio e l’assegnazione. Continua a leggere

Cannella

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Teneva le mani incollate al volante. Incollate nel senso effettivo della parola. L’asfalto procedeva dritto per più o meno un paio di chilometri, poi, a destra, l’uscita per l’autostrada. A sinistra, poco prima, quella per il paese. E man mano che la conversazione andava avanti le sue dita si stringevano sempre più attorno allo sterzo. Se ne rese conto solo al metro numero 523. Continua a leggere

La macchina del tempo

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Capii che la bustina l’avevo dimenticata a casa del nonno quando, tornato da lui dopo un’ora, trovai sul tavolo della cucina la teiera rovesciata e vidi lui passare in corridoio facendo il moonwalk di Michael Jackson. L’aveva visto in TV il giorno prima. Di solito non ne portavo mai lì, ma dopo sarei andato direttamente all’osteria dell’Orso, che si trova a soli trecento metri, dove mi aspettava Marica per cena. Continua a leggere

I bambini del patio

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Risponde alle domande in un forum. È un procedimento complicato e delicato, odioso e allo stesso tempo sublime, che lo fa soffrire nonostante risponda solamente a due o tre domande al giorno. Non si sente capace di abbandonarlo. Cos’altro potrebbe fare altrimenti? Fabiola gli porta la colazione molto presto, apre le tende, alita sui vetri, e la prima cosa che dice dopo «Che Maria una buona giornata ci dia» è «Le accendo il computer».
Quasi ogni giorno è tentato si lanciarle una fetta di pane addosso. Non lo fa perché lei è la sua unica compagnia in quella casa enorme. Continua a leggere