Laggiù

scritto da Francesco Bolognesi

Lassù, sull’argine del mio paese, – l’argine di un fiume che non esiste più, che affianca invece per un tratto l’Adriatica e per un altro una strada chiamata Nazionale – fin da bambino sono andato in bicicletta, prima con mio padre, a stargli dietro mentre lui tagliava il vento, poi con gli amici a zonzo, di notte, per vedere più stelle possibili e anche un po’ per capire bene cosa fosse il buio, e infine da solo, quando tornavo al paese per rivivere le strade di quando ero bambino – sì, sono un tipo nostalgico.
E su quella strada, ad un certo punto, sulla sinistra, ci sono quattro statue che segnano l’ingresso di una stradina, quattro statue che da sempre sono nella mia testa. Da bambino erano un po’ il limite a cui le mie forze potevano arrivare prima che le gambe cedessero: mi ricordo ancora la prima volta che proseguii oltre, senza dover mollare, fu una sorpresa riuscirci, alzai anche le sopracciglia a commento dell’accaduto; poi sono diventate il punto dove portavo gli amici non più cresciuti con me a vedere qualcosa, per me la più bella, del mio paese e a raccontargli una piccola storia.
In fondo a quelle quattro statue, ora rovinate, grattugiate, macchiate, c’è un edificio, un rudere ormai, crollato con il terremoto del 2012 e ancora in questo stato tutt’oggi: stato in cui starà per il resto della sua vita, immagino, prima che qualcuno lo tiri giù e ci costruisca qualcosa (la vedo dura) o ci pianti qualcosa (più probabile). In quell’edificio laggiù, comunque, io non ci sono mai stato, nemmeno quando con i miei compaesani il divertimento principale era lanciare qualunque cosa – divani, finestre, lavastoviglie – per le scale delle case abbandonate: nemmeno quando tra quelle quattro statue è stata scattata la foto in copertina al mio primo romanzo, e nemmeno quando sempre lì ho girato la scena iniziale di un cortometraggio, non sono mai andato oltre: un po’ perché quelle statue mi han sempre messo in soggezione, segnavano qualcosa di più importante del resto del paese, un po’ perché era, appunto, laggiù, lontano lontano e per raggiungerlo c’era solo quella stradina lì con nulla affianco, solo campagna, e mi è sempre sembrato troppo facile per chiunque – uccelli, predatori, cowboy, indiani, le statue stesse – attaccare. E anche perché c‘è una storia legata a quell’edificio, più che una storia un aneddoto, che dice così: laggiù ci ha fatto riposare i cavalli Napoleone, (che di per sé dovrebbe attirare la curiosità, ma ci arrivo).
Improvvisamente, per una cosa piccola – sono sempre le cose piccole le più belle – anche il mio paese scoprivo che era diventato, o perlomeno era stato toccato, della storia (prima che lo fosse dalla cronaca, con quel bandito di Igor in giro per le sue strade).
Non mi immaginavo l’imperatore a cavallo passare per quelle quattro statue intatte, pulite, anche un po’ lucenti, fermarsi in quell’edificio con un po’ di fiatone e nemmeno i suoi servitori andare giù in paese a cercare qualcosa da mangiare un po’ per loro stessi un po’ per i cavalli, ma mi fermavo e mi fermo tutt’ora al puro aneddoto senza controllarne la veridicità, senza scoprire se sia vero o no. D’altronde non c’è un cartello che lo segna, non se ne parla da nessuna parte, nelle mostre fatte sulle storie del paese non è mai stata menzionata questa cosa, “si dice” infatti, ma chi lo dica non si sa poi mica chi sia, può anche essere che invece che Napoleone ci abbia fatto riposare i cavalli Napoleòn, che magari era uno scutmai, un soprannome, di uno del paese, e che di voce in voce sia poi diventato Napoleone, quello più famoso. Non credo, però, che il mio pensare che sia vero, il mio crederci, faccia del male a qualcuno, illuda altri (non ho mai visto turisti arrivare a Consandolo, e va anche detto che alle persone a cui io ho raccontato questa cosa non è che li abbia stupiti particolarmente, e la loro opinione sul paese non è che sia cambiata o migliorata) penso piuttosto che mi aiuti a credere più speciale questo luogo, e andando là, in qualche modo questa credenza si sarebbe potuta rompere, ma così facendo ho un’aneddoto da raccontare, che volendo può diventare una storia, basta inventarsi tutto il resto:

Poi una volta, ero sempre in giro in bicicletta sull’argine, erano le vacanze di Natale, faceva freddo ma avevo voglia di pedalare, mentre son passato di fianco alla stradina mi son fermato, ho guardato per l’ennesima volta l’edificio e ho deciso di andare laggiù. Le statue, a due manca la testa, mi sembrava che avessero accettato il mio avvicinarsi, da sotto erano ancora più belle di quanto non fossero da lontano, sembravano ancora di più qualcosa di estraneo a Consandolo. Mi son sentito scoperto come immaginavo avrei fatto, ma non sono stato attaccato. Sono entrato nel rudere, piano, un piede mi si è incastrato in una trave, ma mi sono solo segnato la caviglia. Sembrava non ci fosse nessuno, fino a quando, lo giuro, non ho sentito il nitrito di un cavallo. Uno può anche pensare che me lo sia immaginato, certo, ma lo spavento l’ho sentito davvero, ho anche detto: Ah!.
Mi sono poi girato e naturalmente non c’era nessun cavallo, ma per me forse un po’ sì.

Un episodio d’amore

scritto da Marta Cai

A Cido Passarelli

Per quanto mi riguarda questa storia brasiliana inizia con le mozzarelle di un leccese a Curitiba, Paranà. Il Paranà è infilato come una bottiglia tra lo Stato di São Paulo (a nord) e quello di Santa Catarina (a sud). A ovest ha l’Argentina e il Paraguay, a est l’Atlantico; per chi ama i numeri, si stende sul 25o parallelo Sud; per chi ama la geografia in generale, il suo clima non ha niente a che vedere con quello da Rio de Janeiro in su. Curitiba è la capitale del Paranà e poiché le temperature non sono un’opinione esibisce una comunità di discendenti polacchi degna di nota, credo la seconda al mondo dopo Chicago. Continua a leggere

Avrei dovuto capirlo

scritto da Carmine Bussone

Avrei dovuto capirlo, il guaio in cui mi stavo mettendo, il puzzle infinito che avrei tentato di risolvere e nel quale volontariamente mi ero immerso.
Per discolparmi posso dire che la cosa non era così facile da intendere, soprattutto all’inizio. Non sarebbe stato come combinare tutti i pezzi sfuggenti o meno di un delitto di cui è necessario trovare il colpevole. E se anche fosse stato, stiamo parlando di un’indagine così lunga e lenta che ogni volta che scoprivo elementi nuovi, il ricordo dei precedenti era ormai illeggibile. Continua a leggere

Ed è così che sono diventata una bestia

scritto da Ilaria Vajngerl

Davanti alla fattoria c’è una rotonda piena di galline, escono dal cortile e attraversano la strada. Chi arriva da fuori frena bruscamente pur di non investirle, le macchine si accartocciano in tamponamenti a catena che accadono con frequenza regolare. A Francesco poco importa, se qualcuno preferisce rimetterci il paraurti per salvare la vita di una gallina, sono solo fatti suoi.
Da lontano prima di arrivare, vedo un enorme pioppio sovrastare la campagna. I pavoni ci trascorrono la notte, le code pendono dai rami: quello è il mio albero magico. Quando chiedo a Francesco di poter entrare, lui mi dice che posso visitare la fattoria tutte le volte che voglio, basta che non faccia la schizzinosa: le sue sono bestie, mica animali.
C’è odore di capra, fieno, ruggine, primavera, fango, mangime, piume, legna, erba, fuoco, glicine, carogna. Continua a leggere

Loro

scritto da Roberta Da Prato

«Chi sono, mamma?»
«Nessuno, tesoro.»
«Ma vivono lì, nella casa grande?»
«Non lo so, tesoro. Camminiamo che è tardi. A quanto siamo?»
«456.»
«Forza allora. 457, 458, … Vai avanti tu.»

Un anno fa è morta la mamma. Sono venuta in paese in treno, oggi, e ho percorso a piedi la lunga scala che risale la collina fino alla casa della mia infanzia. Ho contato uno a uno i 563 gradini come quando avevo sette anni e la maestra diceva che non ero brava in matematica.
Al 456 esimo la casa grande è ancora in piedi, la porta d’ingresso è un buco attraverso cui si vedono il cielo e i nidi di rondine in quel che resta del tetto. Uno dei due leoni in pietra sui pilastri del cancello è ormai solo zampe e artigli, l’altro mi fissa minaccioso con i suoi piccoli occhi scuri. Continua a leggere

Addio amore mio

scritto da Francesca Romana Coloccia

La luce delle cinque crea dei rettangoli dorati sul parquet, che si aprono e scompaiono al ritmo della brezza che muove le tende della finestra aperta. Anna li osserva mentre aspetta che i capelli le si asciughino dopo la doccia, il corpo abbandonato sul letto e indosso solo un paio di slip. La circondano scatoloni, pile di abiti scomposti e libri ammucchiati negli angoli.
Osservandoli, pensa che gli oggetti della sua infanzia non abbiano quasi più niente da dirle, e, sebbene negli anni si sia rifiutata di gettarli, per la prima volta desidera sbarazzarsene. Continua a leggere

Non volevamo entrare qui

scritto da Francesca Cosmai

Mattia continua a ingrandire la mappa sullo schermo. Sara vicino a lui alza gli occhi al cielo scocciata.
«Vuoi vedere le formiche sulla strada?»
«Non capisco. Dobbiamo attraversare il centro commerciale per arrivare al tempio o forse il centro commerciale è nel tempio» la guarda sconsolato «non lo so» ammette Mattia.
I grattacieli di Shenzhen svettano tutt’intorno a loro. Alla luce del sole le vetrate riverberano come l’acqua del mare e rispecchiano il cielo. Continua a leggere

Oblò

scritto da Margherita Koch Cavalleri

Tutte le volte che sognava suo papà, poi lui rimaneva fino a sera a tenerle compagnia. Con la mamma non succedeva mai, lei si dissolveva puntualmente come si dissolvono la maggior parte dei sogni, quando i dettagli che sembrano rivelatori al risveglio svaniscono, persi per un soffio.
Suo papà, invece, si presentava come un ospite che arrivi all’ora di colazione e si sia preso un giorno libero; presenza immaginata, ma fatta di un passato intenso, duro, quasi tangibile. Continua a leggere

Via San Rocco

scritto da Marianna Crasto

Non avevo nozioni di arte, non avevo nozioni di fisica, ero lunga un metro. I grandi si riposavano dopo pranzo e mi lasciavano sul letto in canottiera a doverli imitare. Il letto stava addossato con il lato lungo contro la parete, sovrastato dalla stampa di un dipinto di Braque. Era il letto di mia madre da ragazza. Non avevo nozioni di arte, non avevo nozioni di fisica: il quadro mi spaventava perché temevo sarebbe caduto staccandosi dai chiodi in alto, allontanandosi dalla parete per lanciarsi in avanti, come per un tuffo di testa. Allora aderivo al muro, mi sembrava una soluzione. Ero lunga un metro e rotolavo e aderivo e credevo di salvarmi. I quadri non cadono così ma cosa ne potevo sapere. Cadono proprio lisci lisci in verticale, aderenti ai muri, dove mi sentivo al sicuro. Ma nemmeno conoscevo le lettere che servivano a scrivere Braque.
All’improvviso in camera c’è anche mio fratello, va verso il letto. «Attento» gli dico. Ma sto zitta da molto a guardare il muro: lo raggiunge un versaccio rauco e s’è fatto già tardi, lui è già sul letto, seduto sulla mia testa. Infila una mano sotto il sedere, la passa sulla coperta per controllare se ha schiacciato qualcosa ma non trova niente. Torno a guardare fuori dalla finestra sperando che non mi faccia domande. Continua a leggere

Sciamune

scritto da Mattia Grigolo

11 agosto 1987, ore 18.00 Piazza della Chiesa di Santa Maria Maddalena, Uggiano la Chiesa: Checco il Pagliaccio e le sue spettacolari magie.

Nostro padre dice che ci porta a vedere lo spettacolo del clown.
Da settimane il paese è tempestato di locandine raffiguranti il suo volto arcigno cosparso di cerone, i capelli verdi striati di scuro.
«È un pagliaccio papà» dico e lui mi guarda come se gli avessi chiesto di prestarmi l’accendino.
«Hai detto che è un clown, invece è un pagliaccio» continuo. Continua a leggere