Muscolo involontario

scritto da Laura Nicchiarelli

Sei supina. La pelle è liscia e tirata sopra le ossa del petto. La forza di gravità allontana i tuoi seni l’uno dall’altro, al centro rimane una piazzola che scende fino al collo. Proprio lì metti la tua mano. La lasci aperta in mezzo, a emanare calore, un palmo in basso rispetto alle clavicole. Ancora più in profondità, oltre ai tessuti irrorati di sangue, trovi un nucleo che vive e che brulica. Il movimento è appena percettibile a riposo, si confonde con l’andirivieni regolare del respiro. Rimane dietro le quinte. È una specie di vibrazione intermittente. Un nulla, solo al buio, con le persiane chiuse e i rumori della strada non ancora destati dall’alba lo puoi ascoltare mentre accade. Comunque non ti fa più né caldo né freddo, mica come la prima volta che hai inventato questo gioco di autocontatto. E te lo figuravi turgido, avvolto da nervi e tubi anch’essi viscidi e muscolari, arroccato in una gabbia di costole e costretto dal volume dei polmoni. Questo è il tuo cuore.

Afferri lo smartphone dal comodino e poggi la base in corrispondenza del plesso branchiale. Rispondi a un messaggio di tuo padre – in bocca al lupo stellina – poi fai scorrere la griglia di immagini proposta dall’algoritmo di Instagram. Soffermandoti sul viso levigato di un’influencer scandinava. Indossa un blazer oversize in sapiente contrasto con il top in lycra – se così si può definire quel cerotto di stoffa – e dei pantaloncini da ciclista che le stringono il vitino abbronzato. Al braccio, come una pochette, tiene un barboncino. Rimani altri due minuti a letto, esaminando altre versioni della stessa cosa, cascando col dito su alcuni tranelli pubblicitari che però si stemperano prima di compiere la propria missione, titillando il tuo bisogno di appartenenza all’universo moda, facendoti sentire da meno, ma senza indurti all’acquisto. Non saranno i sandali Bottega Veneta a farti crescere le gambe.
A questo punto ti sei già ricordata che giorno è. Oggi è un giorno interessante. Cerchi di dirlo anche a quell’altra, nello specchio.
Prendi i vestiti che hai preparato sulla sedia e ti vesti con cura, facendo attenzione a non graffiare il nylon delle calze con le unghie fresche di gel. Non sai se passerete in hotel, meglio arrivare pronta per l’evento.
Ti lavi i denti a rallentatore, vorresti assicurarti che ogni situazione che incontrerai durante la giornata sia in sintonia con il debolissimo movimento di questa nullità di cuore, che è come un colibrì nel taschino.
Ma il gioco è bello quando dura poco, anche questo dello stalking cardiaco, e a mezzogiorno ti lanci sul tram dopo averlo rincorso oltre la fermata.
Una volta all’aperto cerchi di svestirti di uno strato, non vuoi sudare. Del sole non c’è traccia, eppure l’aria è una spugna gravida di afa tra la terra e il bianco del cielo.
Dal piazzale ti dirigi verso l’entrata della stazione, grigia e larga come una stampante che sputa formiche indaffarate. Li vedi, fermi al binario, i tuoi colleghi. Rallenti giusto un attimo per riassorbire lo iato d’aria che ti svuota i polmoni prima di approcciare un gruppo di persone. Più sono e più fatichi ad assestarti. Comunque, quando Alessandro ti vede e fa un cenno con la testa, facendo girare verso di te anche chi era di spalle, sei pronta a ricambiare i loro sorrisi.
Maria ti tocca il braccio, ti chiede se sei agitata.
«Ma no, il mio intervento è breve…E poi ho due ore piene per ripassare in treno» rispondi, e preghi che il puzzo caffeinato del bolo che è diventata la tua lingua non le arrivi al naso.
Il tuo vagone è in fondo, spieghi, e facendo lo slalom tra i trolley ti dilegui più in là sul binario.
Petto in fuori e spalle indietro. Speri di esserti mostrata tranquilla e riconoscente. Sai che la tua partecipazione al convegno è strettamente legata all’eventualità di una promozione, millantata da mesi dal tuo capo di larghe vedute, che vuole che ognuno di voi si esprima al meglio e seguendo una propria vocazione, ché in giro non si dica di lui che sottovaluta le soft skill delle giovani colleghe donne. Non a caso ne ha scelte tre oggi a rappresentare l’azienda, di uomini solo due. Il nostro futuro è rosa! Questo lo slogan con cui aveva chiuso la mail di incoraggiamento che è atterrata nella tua inbox ieri alle ore 18:00.
Ti fai strada fino al sedile numero ventidue, vicino a un signore enorme. Tenti di attirare la sua attenzione con una schiarita di voce, dato che il posto libero è quello al finestrino. Il colosso ti rivolge un’occhiata desolata, da spezzare il cuore. Per disincastrarsi dai braccioli che arginano le tonnellate di ventre fa una fatica immane, ansima, gli si slaccia un bottone della camicia.
Ti senti davvero una merda. Alla fine ti fa sedere dalla parte del corridoio, terrorizzato solo all’idea di dover ripetere l’operazione ogni volta che tu possa aver bisogno della toilette.
Passa un’ora. Hai ripetuto a mente tutti gli appunti, ci hai persino ficcato una battuta in finale, vai alla grande. La citazione di Steve Jobs invece l’hai eliminata. Banale e anche un po’ pretenziosa. Era un suggerimento di Valeria, ma non capisci perché non la possa utilizzare lei.
Ripeti a mente ancora una volta. Poi il riflesso della tua faccia sullo schermo inizia a turbarti.
In labiale leggi “nonostante le circostanze odierne, le condizioni storiche e tecnologiche finora inimmaginabili …”, ma in realtà ti stai osservando il naso. Quando muovi le labbra come adesso la punta si alza e si abbassa, seguendo le B e le M come uno stupido ponpon. Ritiri la bocca sopra le gengive, non puoi fare a meno di dare un’occhiata all’incisivo scheggiato. Non resisti più, ti alzi in piedi a molla facendo sobbalzare il tuo vicino. Nel bagno del treno il rumore delle rotaie è più intenso. La luce è giallognola, controlli ancora quel dente maledetto. Ti era sembrato sporco, c’era un pezzo di qualcosa attaccato davanti, invece ora non si vede più. Per forza, non hai mangiato nulla.
Il dente è apposto, ma allora… ti avvicini allo specchio fino a farti venire il monociglio, fino a sembrare una mosca con un solo occhio stroboscopico. Ma le mosche mica hanno i pori dilatati, e questi peletti sopra il labbro, intorno alla mascella.
Il malessere si dirama sul tuo viso accentuando le linee che si irradiano dalla coda dell’occhio alla tempia. Ti sembrano di più, molte di più dall’ultima ispezione. L’ultima ispezione è stata ieri. Non si può più fare niente ormai, e ti senti davvero un’idiota perché di sicuro ci sarà stato un momento nel passato in cui avresti ancora potuto intervenire.
Fai un respiro profondo, è solo la luce. Diglielo a quella nello specchio, che è solo la luce.
Ti siedi sul cesso, cerchi almeno di non guardare il difetto della gonna, le pieghette oblique sui fianchi.
Riporti la mano al posto segreto, sul petto, ma l’amico si nasconde.
Inutile, sei di nuovo appiccicata al tuo riflesso. Ti strappi un capello bianco, spremi un punto nero a lato della narice.
Il chirurgo dal quale sei stata a farti fare un preventivo è un’anima candida, oppure tua madre l’ha pagato per andare contro ai propri interessi. Qualcuno l’ha plagiato per sconsigliarti di riempire gli zigomi e tirare su le rughe naso-labiali. Ha detto che sarebbe stato meglio aspettare di averle, le rughe.
Tiri lo sciacquone, così che nessuno pensi che… non vuoi essere pensata in nessun modo.
Nello spazio tra i due scompartimenti, accanto al bagno, trovi Valeria in piedi davanti alla macchinetta del caffè. Ti chiede se hai moneta. Per tirare fuori i soldi dalla tasca del blazer fai cadere per terra una boccetta di olio di CBD. Sull’etichetta c’è scritto “relax liquido”, Valeria è più veloce di te nel raccoglierlo e te lo restituisce incuriosita.
«Nervosa?»
«Un po’.»
«Anche io. Ma il tempo volerà, vedrai. E dopo abbiamo la serata libera.»
Vi sorridete, ti piace Valeria. Ma non passerai la notte con i tuoi colleghi, speri.
Superandoti da un lato per tornare al suo vagone ti fa un ultimo cenno a sopracciglia alzate.
Ti piace Valeria, chissà se anche lei ogni tanto smette di sentirsi il cuore.
Percorrendo l’angusto passaggio tra le due file di passeggeri urti una scarpa ortopedica che sporge nel corridoio. La caviglia appartiene a una donna di età imperscrutabile che per scollare le pagine del Sole 24 Ore le gira bagnandosi il dito medio. Ritira la scarpa, evidentemente contrariata.
Ti accomodi di nuovo sul sedile ventidue, c’è una sorpresa sullo schermo del tuo telefono. Hai cercato di non pensarci, di non contarci. Ora il nome breve e virile, da eroe laziale, galleggia in una notifica verde.
Questo è il tuo momento preferito, quando sai che ti ha scritto ma non hai ancora letto cosa. Più di così non migliora, dopo si è immediatamente sballottati nella catena di azioni e reazioni, malintesi e già delusioni. Mai una gioia, ma solo la rinnovata smania dopo ogni puntura di desiderio. Schopenhauer diceva qualcosa del genere? Ma lui detestava gli uomini senza distinzione mentre tu concentri il disprezzo su te stessa.
Tocchi il rettangolo verde che ti porta alla schermata poco nutrita delle vostre conversazioni precedenti.
Sei arrivata? A che ora ti liberi?
Adesso sì, lo senti sconfinare dalla sua sede nel petto e rimbalzare come uno yo-yo dallo stomaco fino quasi alla gola. Distendi il busto, ti scrocchi le dita e poi gli rispondi. Comunichi solo le informazioni richieste.
Nel trolley hai una camicetta di seta e una minigonna, i tacchi li hai già indosso, per la conferenza.
Di nuovo una notifica: vuole portarti a cena.

Dopo il suo messaggio diventa molto più complicato rimanere sulla presentazione. Guardi lo smartphone, una, due, tre volte, e non puoi farci niente. Se dovessi convincere qualcuno della tua indifferenza non ci riusciresti, ma siccome sei sola apri l’applicazione blu digitando il suo nome nel motore di ricerca e aprendo l’ultima foto condivisa. Sono due bulldog protesi l’uno verso l’altro, si annusano il grugno. Uno è il suo, l’altro ha un rivolo di bava che pende dalla mascella. Ha scritto “mating” come didascalia. Tenero, pensi scorrendo la lista delle persone che hanno messo like alla foto, neanche ti accorgi di quello che fai. Ti sembra logico anche cliccare su un nome tra questi, e non è chiaro se tu lo abbia scelto a caso o d’istinto. È solo una donna, una donna con un lungo collo e la fronte alta. Due ciocche frontali incorniciano gli occhi da lappone, fanno due onde sulle tempie e poi ricadono morbide sul décolleté. Hai provato a farti la piega così, con la spazzola a calore, e non è mica tanto facile.
La foto che Marina, la donna cinofila, ha condiviso per ultima è ancora un’immagine del suo cane. In questa appare anche lei, accovacciata vicino al bulldog. Guarda in camera e per tenersi in equilibrio si aggrappa al collare rosa.
Apri i commenti, ce ne è solo uno, quello di lui: belle.
Ok. Questa ultima informazione la possiamo cancellare, ti dici. Apri la boccetta di olio CBD, te ne fai scivolare due gocce in bocca, hanno un sapore metallico. Nello schermo del laptop è riflessa la tua smorfia, in sovrimpressione sul Power Point.
Dovresti almeno pettinarti i capelli. Almeno i capelli, perdio, e stasera sarai passabile.
Piacerai al suo cane, non gli farai annusare la paura.

Finalmente ti isoli grazie agli auricolari. Ti addormenti con la mano sul petto e nelle orecchie il verso dolcemente accusatorio di Calcutta:
“Si vede che hai provato qualche cosa parlano le tue pupille”
Ti risvegli per miracolo, con la voce registrata che annuncia l’arrivo.

Scendi per ultima, gli altri quattro sono riuniti sul binario, poggiati sul manico dei trolley.
«Ah, eccola.» dice Salvo.
Pessima idea il sonnellino, pensi mentre copri i metri che vi separano incespicando nelle persone a cui tagli la strada. Questa stazione è più grande e roboante di quella di partenza.
C’è un cartellone degli arrivi dall’aria antica, con un rullo di lettere bianche che scorrono su un display di plastica per formare i nomi delle destinazioni, suonando un tac-tac-tac-tac frenetico. Hai mal di testa.
In taxi guardi fuori dal finestrino e interagisci poco, pensi che per tutta la vita rimarrai impigliata in questo poema ibrido, una filastrocca involontaria che si va formando nel tuo cervello, fatta di frasi che hai composto con citazioni delle slide e versi di Calcutta. Non riesci a spezzare la nenia. Sul lungotevere riconosci l’Ara Pacis e intanto la tua coscienza continua a salmodiare:
“Preparandoci ad affrontare questa sfida con i nostri strumenti migliori… io sento il cuore a mille, mille, mille.”
Davanti all’albergo c’è una signora con un cane, ma non è un bulldog.
Katia della reception vi da le chiavi, tre per volta in ascensore, benvenuti!
Per ultimi entrate tu e Carlo. Prima di uscire al suo piano che è un livello sotto al tuo, aspetta l’ultimo secondo prima di sparire in mezzo alle porte d’acciaio e dice:
«Ci vediamo giù, vacci piano con il minibar…»
L’ultima cosa che vedi è il luccichio del suo Rolex, come una lama.
Sventoli il bavero del blazer cercando di arieggiarti la nuca, fa caldo in ascensore e la battuta di Carlo ti ha infiammata. Lo odi per averti ricordato il party di Natale, quando hai esagerato con il gin tonic e sei tornata dal bagno con una chiazza di vomito sul colletto. Anche quella sera non avevi mangiato nulla.

Ti chiudi la porta della camera alle spalle e vorresti che fosse per sempre.
Ma ti aspettano giù. Apri con violenza lo sportello del frigobar, prendi solo l’acqua. Acqua naturale, acqua minerale frizzante, ti scoli tutto. Devi idratare. Effetto diuretico drenante rimpolpante snellente levigante. Emetti un sospiro gutturale per marcare il compito ben eseguito. Quando rientri in ascensore il colibrì si fa sentire di nuovo, è con te e dentro di te sotto la camicetta alla quale stringi la cartellina con gli appunti. Ti giri solo ora verso lo specchio, in ascensore.
Non ti sei pettinata, cazzo.
Le porte si aprono sull’atrio, tra le colonne di marmo striato e i divanetti in velluto cremisi gli altri ti aspettano, sei di nuovo l’ultima.
«Eccola» dice Maria, senza entusiasmo.
Valeria ha il solito sorriso plastico, quasi non ti accorgi del dito laccato di nero che indica in basso, « Hai una calza smagliata».
Un altro taxi, lungo la strada per la location cerchi di razionalizzare: la calza smagliata sarà invisibile quando sarai sul palco, in uno spazio così grande, distante dalle persone. Troppe persone.
Chiedi una spazzola a Maria, ma l’ha lasciata in albergo. È andata dal parrucchiere prima di prendere il treno, lei.
Un bip a volume massimo ti segnala l’arrivo di un messaggio.
Hai gli occhi di tutti puntati su di te, e siamo ancora in taxi.
«Ora metto silenzioso.» Annuisci, cercando di comunicare sicurezza, sei in controllo. Telefono, sudore, smagliatura, tutto sotto controllo.
È un suo messaggio: Hey scusa alla fine per cena non ce la faccio. Passi direttamente da me?
“Hey”.
Ma va bene, a casa sua va benissimo. Ti aggiusti un orecchino che pendeva strano e pensi che non hai il diritto di pretendere. Aggiusti anche le aspettative: speri di piacere al suo cane.
Sei una persona flessibile, con desideri volatili, fatta di componenti che si plasmano come formine di pongo.
Ma poi da me non vieni mai
che poi da te
non è Versailles

E infatti, profetico Calcutta.
Una volta entrati dal backstage vi distribuiscono un badge attaccato a un cordino da appendere al collo e una bottiglietta d’acqua a testa. Pianifichi di scolarti anche questa prima del discorso: nonostante la nausea per i troppi liquidi nello stomaco hai ancora il palato di carta vetrata.
Vi conducono attraverso un corridoio, dentro un ufficetto bianco senza finestre. Dovreste trovarvi dietro al palco, te lo conferma il suono vicino della voce di una relatrice internazionale che vi arriva dalla parete. Ti sembra un belato, detesti l’entusiasmo zelante di cui è intrisa ogni frase. “And while I am humbled by the opportunity of being here with you today, I feel like some issues have to be urgently addressed…
Non capisci quanto manca al vostro intervento e chiedere non sarebbe professionale.
Alla fine rischi.
«Dov’è il bagno?» I tuoi ti guardano come se ti fosse infilata la penna nel naso, ma la hostess è semplicemente gentile, ti indica il corridoio e dice: «A destra, la porta oltre al cortiletto».

Il bagno non è molto più spazioso di quello del treno, eppure, per ora, le tinte tenui dei sanitari e il mazzetto di lavanda appeso al gancio della tenda ti rassicurano. Ti affezioneresti a qualsiasi cosa si interponesse tra il presente e il momento del palco. Potresti mettere su casa, tra queste quattro mura piastrellate di giallo canarino.
Odore di varechina. Una finestra smerigliata che da su un cortiletto interno. Sposti le scorte di rotoli di carta igienica per spalancarla e porgi il viso alla luce, filtrata dalle ombre a macchie delle foglie di una magnolia. Aria.
Sul lato corto dello spiazzo di sampietrini, a circa quattro metri di distanza da te, sta la facciata di un palazzo dipinta di rosso sbiadito. Dalle imposte di legno del piano terra pende un filo teso a un’altra finestra, sul filo una serie di calzini, asciugamani, lenzuola di diverse sfumature di quasi bianco. Ti appoggi al davanzale con le braccia conserte, ad inalare l’odore di sapone di Marsiglia.

Ora qualcosa si ribella, il muscolo tiranno ha voglia di implodere e di sparpagliarsi in lapilli di sangue qui, sui sampietrini. Tutto è nemico in confronto alla purezza di quello scorcio di silenzio. Non ti guardi indietro, hai paura di vedere le piastrelle che collassano intorno alla tua schiena.
Ma devi andare, lo sai che devi andare.
Cerchi di indietreggiare gradualmente, riesci a portarti davanti allo specchio.
Quello che vedi non ti aiuta. Ti pare che un occhio si sia gonfiato, sembri la strega di Biancaneve. Inspiri ed espiri, ma è come spingere della melassa nelle narici.
Bip: un messaggio di Maria.
Dove cavolo sei, tocca a te.
Cerchi il rossetto nella borsa, è quello color carne che non è da battona ma risalta la forma delle labbra. Ma ti tremano le mani, e attorno alla bocca disegni un contorno malfermo, tipo Joker. Invece di richiudere il tubetto e correggere lo sbafo continui, ti spalmi il rossetto sulla mandibola, vicino al naso, ovunque finché il colore pastoso non incontra la traiettoria liquida di una, due, tre lacrime.
Attraverso il velo di pianto sei solo una macchia nello specchio, quasi non metti a fuoco il piattino a lato del lavandino. Vicino alla saponetta c’è una conchiglia. Ti fa pensare all’ombelico di tua madre, un po’ grosso che diventava una piscinetta quando eravate sedute sul bagnasciuga insieme. E tu avevi sei anni e lei ti diceva che era colpa tua quell’ombelico, che prima di averti era normale. E mica ti sembrava una cosa brutta, perché ti piaceva infilarci una conchiglia dentro, una di quelle con il guscio a ventaglio come quella. Ci stava perfetta.
La vibrazione del telefono ti coglie impreparata come un elettroshock, o la sirena di un bombardamento imminente. Ti stanno chiamando, perché ti sorprendi non è chiaro. È la catastrofe e non sai come ci sei arrivata. Dai una botta all’asciugatore che si accende con un boato e copre il rumore della vibrazione. Continui a respirare melassa, sei ricoperta di rossetto e bava e lacrime.
Non sai per quanto tempo rimani così, è il profumo a riscuoterti, un aroma di caffè che si insinua dalla finestra, rivestito ancora della fragranza di Marsiglia. Giri la maschera di dolore che è la tua faccia e ti accorgi della donna apparsa tra un lenzuolo e un grembiule, alla finestra del palazzo di fronte. È talmente bassa che ti sembra debba saltellare ogni volta per guardarti. Ha le mani a imbuto sulla bocca e dice «Oh…?».
Ti pulisci le guance con la manica della giacca. Adesso anche quella è imbrattata di trucco.
«Tesoro, tutto bene? Un caffè, magari?»
Ancora zaffate veementi e buone, fino al tuo cubicolo. Poi un rumore secco, bussano alla porta.
Ti sembra una voce maschile, sicuramente Carlo.
Guardi ancora la signora, ha smesso di sbracciarsi e ha poggiato un vassoio di plastica sul suo davanzale. Sopra ci sono due tazzine spaiate. Un altro volto baffuto fa capolino dal suo appartamento, ha gli occhi cerchiati di bianco e il muso schiacciato, come un bulldog. Invece è un gatto persiano.
Controlli che la porta sia ben chiusa a chiave mentre continuano a bussare.
Trascini il bidone dell’immondizia, un grosso cilindro a pedale, lo sposti sotto la finestra e ci sali sopra.
Scavalchi e la smagliatura sulle calze diventa un’autostrada, senti l’aria sulla parte di coscia denudata.
In cortile, sotto la magnolia, fa fresco. La signora è tornata indietro e per un attimo sei sola davanti al panico, il terrore per ciò che hai appena fatto, che incalza, arriva, si da fare per riacciuffarti. Scoperta in mezzo a due fuochi: le voci dalla finestra del bagno, il colibrì-bomba acquattato nella camicia.
Ma la signora torna. Noti i capelli che sono stopposi, raccolti in un mollettone di plastica. Era andata a prendere i biscotti.

Lolita e le guerre puniche

scritto da Stefano Marinucci

Del mio paese non è rimasto più nulla. Assomiglia a un villaggio fantasma del Far West, con i locali dal pavimento legnoso e scrostato, le fontane senza acqua, le case prive di tetti.
In alcune notti di vento, se sono fortunata, nel fruscio degli abeti e delle betulle ascolto l’eco del mio nome, attutito, come se io stessa fossi in letargo.
Una richiesta di aiuto disattesa.
Il grande sisma ha distrutto i pochi edifici rimasti in piedi. Continua a leggere

Maturità

scritto da Quincy Baltimore

tratto da foto vere

A settembre del Duemilanove ci fu il primo giorno di scuola superiore per i nati nel Millenovecentonovantacinque.
A giugno del Millenovecentonovantacinque, sotto il segno del cancro, non ne sono così sicuro, nasceva Parvaneh Ghaseri.
A giugno del Duemilaventidue, sotto quale segno non ricordo e nemmeno il giorno, ho visto su Instagram un paio di storie condivise da gente, gente sua amica, gente distante dal tempo che penso incessantemente, e ri-condivise da lei sul proprio profilo, la cui linea è un oblò grosso un pollice di donna:
il suo (lo vedo ancora adesso, eroso dall’ansia da dieci anni di vuoti di voce e la sua che a mano a mano si fa muta mentre muta quella mia) e il mio seduto su quelle storie, che può darsi celassero un ventisettesimo compleanno: Continua a leggere

Lava bene i limoni

scritto da Alessandro Tesetti

Lava bene i limoni, ha detto la signora mentre la guardavo incuriosito e anche un po’ incazzato, forse risentito. Fino a un attimo fa blaterava sui giovani che hanno perso interesse per le tradizioni, le piccole cose che ti riempiono di gioia; posso capire i valori morali che il mondo cambia va avanti e noi vecchiarelli restiamo indietro, ma bisogna custodire ciò che riempie di gioia. Faceva caldo e mi aveva offerto un succo alla pesca leggermente inacidito. Il cielo era una sola nuvola grassa della stessa tonalità della stessa tristezza ovunque guardassi. La televisione trasmetteva confabulazioni tra signore e signori borghesotti dai botulini facciali e carenze emotive. Negli attimi di silenzio la signora guardava la grassa tv e annuiva col capo, senza sapere neanche cosa dicevano. Continua a leggere

Il maestro interiore

scritto da Giampaolo Iacobelli

Non credeva in Dio Francesco, ma in quegli istanti gli venne istintivo recuperare dalla memoria le preghiere che aveva imparato alle scuole elementari fatte dalle suore, ai Salesiani, su al Vomero. Le mischiò tutte fra di loro, che la memoria, già di per sé incapace a riandare così indietro nel tempo, adesso era ostaggio del panico. La prima volta che guardò il contachilometri segnava 80 km/h. Per un attimo sperò che fosse guasto, o di aver visto male, ma un brusco sussulto del cuore smentì quell’illusione. Si sporse a controllare il fondo della strada, solo per avere conferma che era proprio uno sterrato quello su cui l’auto andava a 80 all’ora. Provò allora a deglutire, invano, riuscendo solo a contrarre i muscoli della bocca in uno spasmo, mentre il motore ruggiva senza pietà. Guardò di nuovo il contachilometri: 85. 85 chilometri orari su quella strada, e con quell’auto. Una Fiat Ritmo, come minimo degli anni ’80. 85 chilometri orari su uno sterrato e su una Ritmo di quasi 40 anni, guidata da quella persona. Si voltò a guardare Iannella, il criminale che era al volante. Un depravato che per quanto ne sapeva era suo coetaneo, ma che l’abuso di droga aveva reso un vecchio, con un orrendo buco nella guancia, pochi denti marci in bocca, uno strano alito terroso, gli occhi gialli e liquidi, pelle delle mani consumata e unghie quasi inesistenti. Con la schiena incollata al sedile e gli occhi spalancati a controllare la strada, pensava a qualcosa da dire per provare a farlo ragionare; ma non gli veniva in mente niente. Guardò ancora nel cruscotto e, quando vide la lancetta toccare i 90, l’associazione di idee partì istantanea: incidente mortale. C’erano tutte le condizioni contemplate dalla statistica: veicolo obsoleto, alta velocità, cattive condizioni stradali e conducente in stato di alterazione. Quanto era alterato Iannella? Si girò di nuovo verso di lui, ma subito distolse lo sguardo perché i suoi occhi facevano paura. Quanti casi simili erano riportati dalla cronaca? All’idea di un possibile titolo gli vennero i brividi: “Incidente mortale a Chiaiano. Vittime un pregiudicato tossicodipendente e un giovane incensurato”. Allora smise di guardare sia il contachilometri che Iannella. «Uaglio’, ma ch’r’è? T’ miett’ appaur’?», ghignò Iannella, mostrandogli l’orribile dentatura e distogliendo completamente lo sguardo dalla strada. Francesco, ormai terrorizzato, non sapeva cosa rispondere per non mettere a repentaglio il già delicatissimo equilibrio mentale del tossico. Provò con una battuta: “è che mi sono dimenticato di fare testamento prima di scendere”. Iannella lo fissò per un istante con uno sguardo enigmatico, forse di rimprovero, più probabilmente di mancata comprensione, cui seguì un ulteriore annacquamento degli occhi che ora parevano biglie piene d’olio. Fu allora che le ruote persero aderenza sul terreno e la macchina cominciò a slittare iniziando una serie di paurosi testacoda. Francesco istintivamente contrasse i genitali e l’ano e strizzò gli occhi, mentre Iannella, biascicando confuse bestemmie, dava violenti strattoni allo sterzo per rimanere in carreggiata. Quando l’auto tornò in asse Francesco ci mise alcuni minuti prima di accorgersi che gli sanguinava il sopracciglio destro, ed altri per ricordare che uno dei tanti sobbalzi dell’auto lo aveva fatto sbattere contro il finestrino. Proprio mentre si chiedeva cosa lo trattenesse dall’intimare a quella merda umana di rallentare, vide in lontananza il campo. Fu come tornare alla vita. Erano per miracolo arrivati a destinazione. Ma la tortura che lo aspettava era forse addirittura superiore a quella appena finita.
L’abietta passione di Iannella erano i combattimenti clandestini di cani. Il campo dove Iannella da giorni aveva promesso di portarlo era una sorta di bolgia dantesca, un immondezzaio umano frequentato da camorristi, tossici, ludopatici, barboni e disperati d’ogni tipo. E ora anche da lui. Iannella era eccitato a livelli parossistici. Aveva puntato una grossa somma su un dogo a suo dire davvero cazzuto e lo costrinse ad assistere a tre gare consecutive, un’orgia insostenibile di carni lacerate, gole squarciate, orecchie mozzate, brandelli di pelle e fiotti di sangue che zampillavano impietosi. La nausea lo accompagnò per tutta la giornata, sprazzi di combattimento gli si riproposero negli incubi per mesi. Il dogo vinse i primi due incontri, ma perse il terzo, e con esso Iannella tutti i suoi soldi. Dopo essersi sorbito l’ennesima sfilza di bestemmie e oscenità rivolte al povero dogo, che era anche morto, Francesco si decise a chiedergli di andar via. «Tu vai semp’ e’ frett’, uaglio’, che caca cazz’!» sbottò Iannella. Poi gli accennò che lo aveva portato lì per un altro motivo. Francesco tremò. Dopo aver indugiato per altre due ore, piazzato un altro paio di scommesse su cani che non conosceva e perso anche quelle, aver imprecato ancora a lungo, provato più volte ad infrattarsi con un trans che lo mandava sistematicamente affanculo, litigato con un paio di reietti della sua stessa specie ed essersi fatto prendere a calci da un allibratore che sembrava suo padre per quanto era più grosso di lui, e dopo aver bevuto una bottiglia intera di rosso, essersi fumato almeno cinque sigarette, un paio di canne di robaccia vagamente simile all’hashish e ingurgitato una pillola (mandata giù sempre col rosso), che lui sosteneva essere un farmaco per la pressione, ma che dopo pochi minuti dall’assunzione gli procurò un tale stato di eccitazione che proprio non poteva rientrare nelle possibili reazioni al tipo di farmaco di cui lui parlava, Iannella rivelò a Francesco il motivo della sua presenza lì: aveva in custodia presso il campo uno splendido esemplare di leopardo che aveva acquistato alcuni mesi prima, ma di cui ora doveva sbarazzarsi, sia perché non poteva più permettersi di mantenerlo, sia per aiza’ coccos’ e sord’ . Voleva che se ne occupasse lui. Glielo doveva, inutile protestare. Francesco disse che se ne sarebbe occupato. «Subito» gli disse Iannella. «Subito» rispose Francesco.
Nell’attesa che Iannella sbrigasse alcune faccende prima di prendere il leopardo, Francesco si allontanò dal campo sopraffatto dall’angoscia e cominciò a vagare rimuginando per l’ennesima volta sulla diabolica catena di avvenimenti che lo avevano condotto sin lì, come al solito senza trovare una spiegazione valida alla profondità del baratro in cui stava sprofondando.
Poco distante c’era un’enorme discarica abusiva, ricavata in una conca naturale che una volta aveva ospitato un corso d’acqua o un terreno fertile. Arrivato sovrappensiero al bordo della cava, Francesco si risvegliò dal corso di pensieri che non portavano a nulla, restando per alcuni istanti abbacinato dalla vista, a suo modo grandiosa, dell’orrenda massa di ciarpame che si stendeva davanti a lui. Il tanfo era insostenibile e dovette coprirsi il naso con la giacca. Su una costa del burrone vi erano alberi che si contorcevano tristi e lugubri, stroncati nel tempo da una miscela micidiale di veleni, in un altro punto vi era un’ampia pozza di liquami nauseabondi, ammassati su un lato del cratere vi erano una cinquantina di pneumatici, mentre il fondo della cava era un mare di stracci, buste, bottiglie, taniche, detriti e rifiuti d’ogni genere. Sulla sponda opposta alla sua vi erano due uomini che scendevano lungo una specie di sentiero che costeggiava il bordo della cava. Uno dei due, con una matita sull’orecchio, reggeva in mano un pacco di fogli e parlava indicando l’interno della discarica con ampi gesti, mentre l’altro seguiva muto, deferente. Da subito quella scena gli risultò stranamente familiare. Fissò i due uomini a lungo, quasi ipnotizzato. Spostava lo sguardo dalla cava agli uomini e dagli uomini alla cava, e continuò così per alcuni minuti durante i quali l‘angoscia che lo aveva attanagliato sino a poco prima sparì. E fu proprio mentre credette di essere sul punto di afferrare l’origine di quella malia, che la scena che stava osservando scomparve come per magia. Neanche il tempo di capire che si trattava di una frana, che già rotolava lungo un pendio terroso al termine del quale atterrò pesantemente su un cumulo di immondizia. Terrore e disgusto si impadronirono di lui all’istante. La paura di toccare i rifiuti lo faceva muovere in modo ridicolo e impacciato e cadde altre due volte nel pattume prima di trovare l’equilibrio ed alzarsi. Imprecando a denti stretti per la rabbia, lo schifo, la vergogna di farsi vedere dai due signori in quella situazione e la frustrazione di non riuscire a risalire il burrone senza toccare spazzatura, iniziò a muoversi con nervosa cautela. Ma il terreno in quel punto era friabilissimo e Francesco ricadde all’indietro ruzzolando per altri metri in basso. La discarica sembrava risucchiarlo come un mostro beffardo. Al quarto tentativo sembrò riuscire a risalire la china. Aveva trovato il metodo di non far franare la parete della cava, affondando con delicata lentezza i piedi nel terreno e procedendo piegato in avanti per bilanciare la forte pendenza. Arrivato però ad un punto in cui la parete era praticamente dritta, si fermò. Perlustrò attorno alla ricerca di un varco più pianeggiante, ma non ce n’erano, se non a patto di ritornare indietro e fare molti altri metri nell’immondizia. Allora guardò di nuovo davanti a sé: era vicino al bordo della scarpata, mancava davvero poco. E l’illusione della salvezza lo tradì. Con un pizzico di emozione individuò una radice di albero che fuoriusciva a pochi centimetri dalla cima e senza esitare si protese in avanti ad afferrarla. Ma appena la agguantò per tirarsi su, la radice si staccò come fosse di carta. Francesco si sbracciò comicamente nel vuoto per alcuni istanti come per aggrapparsi ad appigli che non c’erano e ricadde all’indietro sbattendo con la schiena per terra. Lanciò un urlo disperato mentre rovinava di nuovo nella colluvie di rifiuti, finendo ancor più giù di prima. Al termine della caduta boccheggiava come se stesse annegando, guardandosi attorno con occhi imploranti. In quel momento gli balenò in mente una fosca similitudine fra la discarica e la sua esistenza. Scacciò quell’idea con forza e riprese a camminare sul ciarpame. Cadde e si risollevò più volte. All’ennesima caduta non temeva più il contatto con i rifiuti e andava avanti a gran passi, sporcandosi e bestemmiando quasi come Iannella. Alla fine, quando riuscì a risalire sulla strada, era completamente lercio, con fili e pezzi di tessuto fra i capelli e i vestiti macchiati e strappati in più punti.
Si trascinò sputando e spolverandosi fino al furgone dove Iannella lo aspettava appoggiato al cofano. «Ma aro’ cazz’ ir’ f’rnut’, è n’or’ ch’ t’aspett’.» Stava per raccontargli della discarica, quando capì che era inutile, perchè Iannella non si era accorto né dei vestiti strappati né della puzza o, se se n’era accorto, non pareva interessargli. Si misero in auto e partirono. Francesco si trovava in uno stato d’animo se possibile ancora più tetro di prima, al colmo dell’umiliazione e dell’amarezza, quando a un tratto gli tornarono in mente i due uomini che scendevano nella discarica e, con un’illuminazione che lo fece riprendere come un violento schiaffo in faccia, capì perché credeva di averli già visti: erano Dante e Virgilio che scendevano in un girone infernale. Ma sì, era l’inferno. Il suo inferno. Il campo con i cani, i soldi che doveva a mezzo mondo, la frequentazione di Iannella, la discarica, tutto quadrava. E fu istantanea l’associazione con “Il maestro interiore”. Era il titolo del componimento di italiano con cui aveva vinto il premio di studente dell’anno al liceo. Fu mostrato in tutte le classi della scuola ed uscì anche su una rivista. Aveva analizzato il rapporto di Dante con Virgilio mettendone in luce il concetto di maestro interiore. Gli venne quasi da piangere. Lui, uno che conosceva Dante e la Commedia, era in macchina con Iannella e con un leopardo malato. Cosa lo aveva spinto fin lì? Quando aveva ucciso il suo maestro interiore?
Era così assorto in quei pensieri che, quando Iannella lo chiamò, lui rispose: «Sì maestro». Iannella lo guardò per un lungo attimo con i suoi occhi acquosi. Poi scoppiò a ridere. «Uaglio’, ma tu stai cchiu’ fatt’ ‘e me!» disse iniziando a dondolarsi avanti e indietro sullo sterzo. Francesco, riassalito dal panico, cercò invano di farlo calmare, ma Iannella era in preda al parossismo. «Maestro! Maestro! Ma comm’ t’ ven’?» continuava a dire ridendo quasi in deliquio. Il furgone cominciò a procedere a sbalzi e a sbandare, e Francesco si protese per afferrare il volante, ma Iannella lo spinse via, mentre le risate erano ormai simili a convulsioni e si alternavano a violenti scoppi di tosse. Nel momento esatto in cui dalla sua gola uscì un disperato ma liberatorio «Accosta stronzo» Francesco si accorse della buca.
Una decina di minuti dopo riprese conoscenza, faticando a capire cosa fosse l’albero davanti a sé. Riacquistata lucidità, si voltò a guardare il corpo di Iannella adagiato privo di vita sul volante. L’istinto gli parlò chiaro, come mai aveva fatto da due anni a quella parte: il problema Iannella era risolto, e con esso, forse, anche il resto. Era l’opportunità che il fato gli stava regalando, il maestro interiore che gli dava un’ultima possibilità, a patto che muovesse il culo. Doveva smammare prima che arrivasse la polizia. Nessuno al campo lo conosceva, poteva farcela. Uscì dall’auto. Una fitta acutissima alla gamba lo fece quasi urlare, ma riuscì a trattenersi. Stava per avviarsi verso una traversa che si allontanava dal luogo dell’incidente, quando si fermò. Si girò ad osservare il furgone. Vi si accostò e aprì il bagagliaio. Nella gabbia capovolta c’era il leopardo, vivo. Si fissarono per un attimo, poi Francesco si girò e fuggì via trascinandosi la gamba. Il leopardo restò a guardare la figura di Francesco scomparire. Poi emise un ruggito che sembrava di esultanza.

Un posto dove non succede mai niente

scritto da Marina Milani

Se arrivate da Corso Cavour, e girate a destra alla prima dopo Via Mentana, poi a sinistra su Vicolo Stretto e poi ancora a destra, vi troverete in Strada Persa.
Strada Persa, come dice il nome, non conduce da nessuna parte.
È asfaltata solo per un tratto, e sui suoi due lati sorgono villette dei primi del Novecento che hanno visto tempi migliori. Ci sono facciate verdine, o azzurrognole, mezze scrostate, con ringhiere cadenti e persiane dissestate. Pare che lì dentro non ci abiti più nessuno. Strada Persa sembra proprio un posto dove non succede mai niente.
La casa che ho in mente io si trova al numero 3, di fronte a un palazzone moderno: è dipinta di un color glicine sbiadito, ha una scala d’accesso con il corrimano di legno tutto scheggiato e un gradino, il terzo dal basso, che si è aperto in due.
Attorno alla casa c’è un giardinetto di ghiaia, e un’aiuola piena di vecchie malvarose selvatiche sfuggite al controllo, che si sdraiano lungo i muri e si infilano fra gli scuri delle persiane sempre chiuse. Continua a leggere

Cado a pezzi

scritto da Cristian Marmo

«Ecco, ti è caduta un’altra volta la mano» mi dice Fabrizio. «Non si può andare avanti così.» Carica il colpo tipo lanciatore di baseball e mi tira addosso quel moncherino.
«Non è colpa mia, succede e basta» mi difendo mentre cerco di riattaccare la mano al polso. «Che cosa ci posso fare?»
Da qualche settimana ho cominciato a perdere pezzi del mio corpo, e questa cosa a Fabrizio non va proprio giù.
«È tutta una scusa per non fare le pulizie di casa» attacca lui strizzando con forza lo straccio. «Oramai ti conosco bene.» Continua a leggere

Una pausa

scritto da Gaia Donati

La guardava da un paio di settimane con un misto di familiarità e desiderio. Una notte ricordava di averla sognata, e forse era proprio da quel momento che l’idea aveva messo radici nella sua mente, acquistando una forma via via più precisa fino a diventare un cortometraggio di cui lei era regista e protagonista. Si era detta che tutti hanno delle fantasie, ma quella mattina al parco la conversazione con le altre mamme l’aveva fatta sentire isolata, incompresa.
«Ieri notte non ci ha dato tregua – non sapevamo più che inventarci.»
«Di nuovo le coliche?»
«Così dice la pediatra.»
«Ah, io stamattina sono riuscita a farmi un bel bagno lungo e sono rinata.»
«Però pensate che bello essere portati a spasso e abbandonarsi al sonno in qualsiasi momento – non fareste a cambio di tanto in tanto?» aveva detto lei con disinvoltura, quasi sovrappensiero.
Tre facce stupite si erano girate nella sua direzione.
«Stai scherzando? Mi viene la claustrofobia solo a pensarci.»
«Ormai Sergio inizia a lamentarsi quando lo preparo per uscire. Detesta questa carrozzina.»
«Ma ci credo – starsene lì stesi a non fare nulla.»
Appunto, aveva pensato lei. Aveva preferito lasciar cadere l’argomento, che del resto era stato prontamente sostituito dal pianto in crescendo della piccola Elena.
Cristina, Francesca, Bianca e lei si erano conosciute al corso preparto. Erano tutte primipare, come le aveva descritte l’ostetrica che aveva accolto le quattro coppie di futuri genitori. All’epoca le aveva fatto piacere incontrare altre donne incinte. Nessuna delle sue amiche storiche aveva figli, e le aveva sentite prendere una lenta ma percettibile distanza man mano che la sua pancia cresceva sotto i pullover. Cristina, Francesca e Bianca potevano parlare per ore di pro e contro del ciuccio, posizioni ottimali per l’allattamento al seno. I loro bambini erano nati tutti nell’arco dei due mesi precedenti, e le uscite al parco alla guida delle carrozzine erano diventate appuntamenti bisettimanali.

Cristina, due chili e ottocento grammi, femmina, all’anagrafe Elena Maria Giovanna, modello color carta da zucchero con design classico, telaio in alluminio e ombrello parasole opzionale montato.
Francesca, tre chili e duecento grammi, maschio, all’anagrafe Sergio, modello color sabbia di tipo sportivo a tre ruote, telaio in alluminio anodizzato e protezione per la pioggia inclusa.
Bianca, tre chili e seicento grammi, maschio, all’anagrafe Marco, modello all-black con quattro ruote ammortizzate, telaio a chiusura facilitata e borsa per il cambio coordinata.

La prima volta che lei e Carlo avevano disteso con delicatezza incerta Livia nella carrozzina avevano esclamato all’unisono, «È così piccola!» Avevano scelto il modello con cura ossessiva: materiali, rifiniture e cuciture, solidità del telaio, tipologia di ruote. Alla fine avevano optato per una carrozzina con un materasso che era sembrato loro più convincente di quelli offerti da altri modelli. Volevano che la carrozzina fosse comoda e accogliente, in modo che Livia potesse addormentarcisi come nella culla.
Quella mattina era rientrata dal parco con sua figlia e una diffusa sensazione di disagio. Che madre sarebbe stata per Livia? Per lei e Carlo fare figli non faceva parte di un grande progetto di vita coniugale: un giorno si erano lasciati andare mettendo da parte le protezioni del caso, e un paio di mesi dopo il ginecologo aveva confermato l’esito del test di gravidanza comprato da Carlo in farmacia. L’incredulità aveva fatto posto all’euforia. Si erano sentiti fortunati. Lei aveva vissuto i primi cambiamenti del suo corpo con curiosità e spensieratezza, decisa ad affrontare l’esperienza senza crearsi chissà quali aspettative. Voleva fare un passo per volta, e aveva ripetuto la stessa frase quando sua madre le aveva chiesto, già al quarto mese, «E dentro casa come pensate di organizzarvi?»
Era convinta che Carlo condividesse la sua attitudine, ma al quinto mese le loro conversazioni avevano cambiato tono. Lui aveva iniziato a parlare di seggiolini auto, pediatri e corsi preparto. Un giorno aveva sollevato persino la questione asili nido dicendo, «Dovremmo farci un’idea degli asili privati in zona, magari prendere contatto e vedere se hanno delle liste d’attesa, no?» con un’espressione talmente corrucciata che lei era scoppiata a ridere. Carlo si era risentito e l’aveva accusata di non dare grande prova di responsabilità. Le aveva detto che la trovava infantile, il che l’aveva fatta ridere – di nuovo – e giocherellare per un attimo con l’idea che, forse, nel prepararsi a dare alla luce un essere umano si tornasse un po’ bambini, un pensiero che le era parso assurdo e stuzzicante allo stesso tempo.
Quando pensava alla sua quotidianità con Livia non si riteneva una madre irresponsabile. Affrontare un giorno per volta la tranquillizzava, la aiutava a restare lucida e presente. Non era il tipo di carpe diem ridotto a slogan per diari scolastici e magliette. Non capiva perché la sua reticenza di fronte a pianificazioni dettagliate sul lungo termine fosse interpretata così superficialmente come una fuga dalle responsabilità genitoriali. Si soffermò su quella parola, fuga. Che la sua fantasia rivelasse un desiderio di fuga?
Uscì dalla stanza dove riposava Livia – aveva controllato che non si fosse girata – e dal corridoio vide la porta d’ingresso e, ancora montata dopo l’uscita al parco, la carrozzina. Nella fantasia non era chiaro chi fosse a portarla a spasso, ma una volta aveva avuto la sensazione che fosse Carlo. Mise su l’acqua per una tisana e guardò l’orologio a muro. Quasi le tre e mezza. Carlo era uscito subito dopo pranzo e sarebbe rientrato a breve. No, non si trattava di una fuga. Era la ricerca di una pausa, una sospensione dal susseguirsi ininterrotto di scelte, azioni, reazioni. Non fare nulla, anche solo per il tempo di una passeggiata. Farsi portare in giro, ignorando l’ora e gli ostacoli lungo la via. Era una visione incredibilmente seducente. Gironzolò nel silenzio di casa sorseggiando il suo infuso al finocchio. La carrozzina era lì, in attesa. Controllò di nuovo Livia, il cui piccolo petto andava su e giù sotto al body che diceva, in lettere giallo ocra su fondo bianco, ‘You are my sunshine’.
Abbandonò la tazza vuota nel lavello e tornò in corridoio fino alla carrozzina. Con la mano sfiorò la cappottina, la sbloccò per spingerla indietro e considerò con soddisfazione i dettagli interni: il rivestimento in cotone setoso ai lati, il materasso robusto ma accogliente. Con un movimento rapido della schiena si chinò e posò la testa dove Livia giaceva distesa quando la portavano in giro. Raccolse le braccia sul petto, i pugni chiusi sotto al mento. Respirò profondamente e chiuse gli occhi. Cercava di ritrovare la sensazione di spensieratezza della sua fantasia, ma vedeva se stessa da fuori – una donna tuffata di testa nella carrozzina della figlia – e non riusciva a liberare la mente. Aspettò qualche secondo in più ed eccolo affiorare, il suo cortometraggio, lei al sicuro nella carrozzina e qualcun’altro alla guida che affrontava il mondo esterno. Le voci dei passanti, i rumori della città, percepiva tutta quella vita operosa ma sapeva che non la riguardava, non in quel momento: l’ambiente ovattato in cui si trovava la proteggeva.
Un giro di chiave nella toppa la riportò alle tre e cinquanta di quel sabato di maggio.

Carlo, sudato e con il fiato corto di chi fa jogging per due mesi e interrompe per quattro, aprì la porta di casa e trovò Flavia piegata sulla carrozzina. Avrebbe giurato che avesse la testa all’interno, appoggiata sul piccolo materasso, ma era troppo preso dalla puntura dolorosa alla milza – gli capitava di rado, ma doveva ricordarsi di parlarne con quel suo collega appassionato di triathlon – per indagare. Lei si tirò su di scatto e i loro sguardi si incrociarono.
«Tutto bene?»
«Sì, tu? Dove sei arrivato?»
«Alla fontana. Livia?»
«Dorme.»
«Perché non riposi anche tu?»
«Ho preferito aspettare che rientrassi.»
«Okay. Mi faccio una doccia al volo.»
«Secondo te Livia sta comoda nella carrozzina?»
«Non lo so. Direi che ci dorme volentieri.»
«Vero.»
«Tutto bene?»
«Ma sì. Vado da Livia.»
«Faccio in un attimo e ti dò il cambio, così fai una pausa.»
Una pausa… Le voci dei passanti, i rumori della città, e lei ovattata all’interno della sua carrozzina.

Flavia, tre chili e centocinquanta grammi, femmina, all’anagrafe Livia, modello color antracite a quattro ruote con camere ad aria, telaio in alluminio e materasso con profilo ‘a onda’ per un sostegno e una regolazione della temperatura ottimali.

Tienimi

scritto da Anita Renchifiori

I’ll stand by you
Won’t let nobody hurt you
I’ll stand by you
Take me in, into your darkest hour
And I’ll never desert you

I’ll stand by you, The pretenders

Mi era tornato il mal di schiena, ed era il momento peggiore. Sull’aereo che da Londra ci riportava in Svizzera avevo preso un antidolorifico, approfittando del fatto che Eva si era addormentata. Dormiva col cappuccio che le copriva la fronte e il mento affondato nelle mani, come se la sua testa, nel sonno, cercasse di liberarsi da un peso.
Adesso che eravamo lì in quell’anticamera ad aspettare, avevo male di nuovo. Ho cercato di mettermi diritta, ma su quella sedia non c’era verso: anziché distendermi, mi inarcavo, respinta dalla curva dello schienale. Eva, immobile, leggeva una rivista. La teneva aperta all’altezza degli occhi, e la sua testa la vedevo solo a pezzetti: una punta di orecchio, lo zigomo, l’attaccatura dei capelli.
«Qualcosa di interessante?» le ho chiesto.
Ha posato la rivista sulle ginocchia e mi ha guardato. Ha gli occhi nocciola come la mamma, ma c’è del verde da qualche parte, anche se non sai bene dove.
«Un test» mi ha risposto. «Definisci te stesso in quattro parole.» Ora che la sentivo parlare, il suo italiano mi sembrava perfetto. Forse non c’era bisogno della scuola inglese.
«Ho mal di schiena» le ho risposto.
Eva ha alzato le sopracciglia, come se si aspettasse che dicessi qualcos’altro.
«Non va bene?» ho chiesto. «Sono quattro», ho contato sulle dita.
«Sì, ma non è una cosa che sei, è una cosa che hai.»
Mi è uscito un mezzo sospiro. «Credimi, in questo momento non fa differenza.»
Eva ha infilato di nuovo la testa nella rivista. Se non altro, era la conversazione più lunga che avessimo avuto da quando ci eravamo imbarcate a Heathrow.
Ho appoggiato il palmo delle mani sulla sedia, cercando di alzarmi. Il dolore era proprio lì, un dito indice infilato tra le vertebre lombari.
«Non ti prendi niente per la schiena?» mi ha chiesto.
Ho scosso la testa. «Mi fa male solo quando mi tiro su.» Bugiarda.

La porta di fronte a noi si è aperta e si è affacciato il preside. Era calvo, come nella foto che avevo visto sul sito, ma gli occhiali erano diversi, con la montatura dorata. È un occhiale che non mi ispira nessuna fiducia e l’ho odiato all’istante.
«Bruni?» ha detto, rivolto ad un punto imprecisato nella stanza. C’eravamo solo noi, quindi vallo a capire.
«Sì.» Ho preso il cappotto dalla sedia e ho fatto segno ad Eva di alzarsi.
«Vorrei prima discutere un paio di cose» ha aggiunto il preside, guardando solo me.
«Per te è ok?» ho chiesto ad Eva.
Lei ha annuito.
Entrando nell’ufficio l’ho vista che si toglieva le scarpe e si sedeva a gambe incrociate. Non riuscivo a decidere se fosse una buona cosa o no e, per un attimo, mi sono confusa.

Il preside ha fatto un gesto con la mano, a indicare l’altro lato della stanza. «Le presento Miss Abigail, la nostra insegnante di educazione fisica.»
In piedi contro la parete c’era una biondina in calzamaglia rosa e body blu elettrico. Aderiva così bene alla tappezzeria che, non fosse stato per i colori che aveva addosso, di lei neanche mi sarei accorta.
Si è spostata in avanti, scollandosi dalla parete. Tic, ha fatto il suo piede.
«Ho ritenuto importante che potesse unirsi a noi» ha continuato il preside, «il benessere psicofisico dei nostri allievi le sta molto a cuore.»
Ho pensato: solo a lei?
«Mind-body connection» ha detto Miss Abigail, muovendo una bocca piccola e lucida, color pesca.
Il preside si è schiarito la voce e, come fosse un segnale, Miss Abigail è tornata ad attaccarsi al muro. Magari è un sistema di allenamento, ho pensato. Di quelli che, se li fai con costanza e dedizione, rinforzano i muscoli dorsali e ti evitano il mal di schiena.
«Si accomodi» ha aggiunto il preside.
Ho tirato la sedia verso di me e mi sono seduta. Era identica a quella della sala d’attesa.
Sulla scrivania c’era un fascicolo marrone. Il preside lo ha aperto, ha preso il primo foglio e, con due dita, lo ha fatto scivolare verso di me. «Penso che questo ci sia arrivato per sbaglio.»
L’ho riconosciuta prima ancora di averla davanti: era una pagina dei documenti di divorzio. La cinque, per essere precisi. Non era un buon inizio. L’ho presa e l’ho infilata nella borsa, senza guardare.
Il preside si è schiarito di nuovo la voce. «Bene, ora, cerchiamo di capire la situazione.»
Ho annuito.
«La nostra Eva si trasferisce qui in via temporanea e lei sarà il tutore legale. Corretto?»
«Corretto.»
Ha intrecciato le dita, facendole ricadere sul fascicolo aperto. «Cambiare scuola a metà anno non è banale. Immagino sia stato ben riflettuto.»
La settimana prima, quando il telefono aveva squillato, ero appena uscita dalla doccia. «Devo entrare di nuovo» aveva detto mia madre. «Puoi occuparti di Eva? Per favore.» Lo so cosa è stato. È stato il tono della sua voce: il tono di quando ha finito le soluzioni.
«Certamente» ho risposto al preside. «Ne abbiamo discusso.»
Ha annuito, allineando bene tutti i fogli che aveva davanti. «E lei come la vede?» mi ha chiesto.
Al telefono, mentre mia madre parlava, l’asciugamano sulla mia testa si era sciolto, ma senza cadere. Dopo un po’, ho smesso di ascoltarla, distratta dalle goccioline che mi scendevano per il collo.
«Beh, è un po’ presto per dirlo» ho detto. «Siamo arrivate oggi.»
«Giusto giusto. Ci vuole un tempo di adattamento.»
Miss Abigail ha fatto di nuovo un passo avanti, con disinvoltura, come se durante il giorno non facesse altro che staccarsi e riattaccarsi alle pareti. Il preside l’ha guardata come se lo avesse preso alla sprovvista, ma Miss Abigail stava fissando me.
«Con i ragazzi bisogna saper empatizzare» ha fatto lei, «put yourself in their shoes, come diciamo noi in inglese.»
Cominciava a darmi sui nervi.
«Pensavo fosse importante sempre» ho detto.
«Ma certo! Eva è left handed o right handed?»
Non capivo che bisogno ci fosse di fare metà delle frasi in inglese. Forse dire mancina le suonava male.
«Non saprei» ho risposto. «È fondamentale?
«Beh, i left handed sono creativi, sensibili, meno razionali.»
«Mhm.»
«Io ne so un po’, di psicologia. Col lavoro che faccio…»
Ho accavallato le gambe, facendo finta di sistemarmi.
Miss Abigail ha fatto un passo indietro. Tic.
Il preside guardava una foto incorniciata sulla scrivania. «Quello che la mia collega vuole dire» ha cominciato, spingendo la cornice indietro di un millimetro, «è che vogliamo aiutare Eva a relazionarsi con questa nuova esperienza.»
«È una ragazza intelligente.» Nella foto c’erano due bambini sui cinque anni, che sembravano gemelli.
«Senz’altro, non siamo qui per dire il contrario. Ma non bisogna sottovalutare l’aspetto psicologico.»
«Non bisogna» ho ripetuto.
«Un buon sostegno, dato con gli strumenti giusti, può aiutare moltissimo.»
«Suppongo di sì.»
«Quindi vede che siamo sulla stessa linea.»
Nella mia borsa, il telefono si è messo a squillare. L’ho preso. Cris, è apparso sullo schermo. Ho schiacciato Rifiuta.
«Scusate» ho detto, «diceva?»
Miss Abigail ha ticchettato di nuovo. «Ha già pensato a portarla da uno psicologo?»
«Non è un po’ presto? Voglio dire, non bisogna prima darle un po’ di tempo…»
«Giusto giusto» il preside ha spostato di nuovo la cornice, in avanti questa volta. «Vogliamo solo anticipare. Essere preparati. Capisce?»
Non capivo. Peggio ancora, non riuscivo a concentrarmi sulla conversazione. Forse se Miss Abigail avesse smesso di ticchettare, se Cris non mi avesse telefonato, o se la sedia fosse stata più comoda, sarei riuscita a stare più attenta.
«Magari ne riparliamo» ho detto, «adesso vorrei portare mia sorella a casa.» Finalmente ero in piedi, il cappotto schiacciato contro la borsa.
«Certamente. Era solo per anticipare. Insomma, capiamo la vostra situazione.»
Davvero?, mi son detta. Perché io ancora no.

Una volta salite sul taxi, pensavo che Eva mi avrebbe chiesto qualcosa della scuola. Invece ha aperto lo zaino e ha tirato fuori la rivista.
«L’hai portata via?» le ho chiesto.
Ha alzato le spalle. «Non avevo finito.»
«In teoria la mettono lì perché possano leggerla tutti.»
«Se non c’è più, a nessuno verrà voglia.»
Ho lasciato che la mia schiena scivolasse più in basso contro il sedile. Ero stanca di stare scomoda. Eva già si era rimessa a leggere. Oh, al diavolo. Mi sono tolta i mocassini con i piedi.
«Tu che hai risposto?» le ho chiesto.
Lei mi ha guardato.
«Il test di quattro parole, cosa hai risposto?»
È tornata indietro di qualche pagina.
«I’ll stand by you.»
Ho alzato le sopracciglia.
«Come la canzone», ha aggiunto.
«Quale canzone?»
«Quella dei Pretenders.»
Dovevano essere i cantanti. Ma che nome era?
Dallo zaino, Eva ha tirato fuori una penna. Si è messa a fare uno di quei giochi in cui si devono unire i puntini. Era mancina. Ovvio che era mancina.

Cris era seduto sui gradini del portico, con una gamba semidistesa e la nuca contro la balaustra. Aveva un milione di difetti, ma dei capelli bellissimi, naturalmente soffici. L’ho sempre pensato. Ma si poteva amare qualcuno solo per i suoi capelli?
«Lo so cosa vuoi» gli ho detto mentre aprivo il cancello. «Non c’è bisogno che mi chiami cinquanta volte.»
«Lo sai?» ha risposto, con l’aria di uno che non sa di cosa stai parlando.
«Eva, tesoro, ti spiace entrare in casa?» Le ho allungato il mazzo di chiavi. «Adesso vengo.»
Cris si è alzato per farle spazio ed Eva gli è passata accanto come se non lo vedesse neanche.
«È arrivata tua sorella?» mi ha chiesto, venendomi incontro.
«Non si vede? E non è arrivata, sono andata a prenderla stamattina.»
«Non è molto socievole. E non ti somiglia.»
«No? Pazienza.» Ho aperto la cerniera della borsa. «Tieni.» Gli ho messo il foglio in mano. È caduto e Cris lo ha raccolto. Era tutto stropicciato, e lui continuava a guardarmi come se non capisse.
«Pagina cinque», ho detto. «Sei libero. Cioè, quando li avrai firmati, sarai libero.»
Ho cominciato a salire i gradini del portico, tirandomi dietro il trolley. Bam bam, facevano le rotelle di plastica contro il marmo.
«Elena, ti fermi un attimo e parliamo?»
«Sono stanca e mia sorella mi aspetta.» Bam.
«Ero venuto per dirti una cosa» mi ha gridato mentre chiudevo la porta.
«E io non voglio saperla!»

Eva era in anticamera, seduta sulla sua valigia, il cappotto ancora addosso. Giocherellava con un elastico per i capelli. Se lo arrotolava tutto intorno al dito indice e poi lo srotolava.
«Vieni» le ho detto. «Mettiamo le cose in camera tua.»
Si è alzata e ha sollevato la valigia. Aveva le braccia lunghe e magre, senza nemmeno l’ombra di un muscolo.
«Puoi trascinarla» ho aggiunto, alzando il mento verso la valigia.
«Non si rovina il parquet?»
«È già rovinato.»
Ho acceso la luce della stanza a piano terra: c’erano un letto e un armadio a muro, dello stesso legno chiaro. Doveva essere una camera per gli ospiti ma non l’avevamo mai usata granché. Ogni tanto, quando io e Cris litigavamo, ci andavo a dormire. A pensarci bene, era stupido: avrei dovuto mandarci lui.
«È un po’ spoglia, mi spiace» ho detto. «Ma possiamo comprare qualcos’altro. E a ridipingerla non ci metto niente. C’è un colore che ti piace?»
Eva ha fatto no con la testa. «Bianco va bene.»
«Certo. Come vuoi.»
Si è seduta di nuovo sulla valigia. Una poltrona, ho pensato, devo comprarle una poltrona.
«Anche a me piace il bianco» ho detto, «Sembra di avere più spazio.»
Eva ha intrecciato le mani. Si era messa l’elastico al polso. «Una sera con la mamma abbiamo ridipinto la mia camera. Ma non le piaceva mai il colore. Alla fine, c’era vernice dappertutto.»
Ho appoggiato la schiena contro la parete.
«Diceva che potevamo vincere un premio. Sai, tipo il Turner.» Si è alzata di scatto. «Ti spiace se mi riposo un po’?»
«Fai come ti senti. Il bagno è qui dietro. Se vuoi darti una rinfrescata.»
Si è seduta sul letto. Mentre chiudevo la porta, l’ho vista sdraiarsi su un fianco. Si è tirata su il cappuccio della felpa, ha chiuso gli occhi e non si è più mossa, come se da qualche parte avesse un bottone per mettersi in pausa.

Sono andata in salotto e ho acceso il computer. Sulla pagina di ricerca di Google, ho scritto “Turner prize”. C’erano tutti i vincitori delle ultime edizioni. Nel 2017 aveva vinto un quadro che raccontava di una nave in cui tutti i passeggeri diventavano ciechi tranne uno. Ho chiuso gli occhi. Ho provato a immaginarmi la camera dipinta da mia madre come un’opera d’arte, ma lo sapevo com’era andata: aveva fatto un casino. Ho sentito una fitta alla schiena e ho chiuso il computer.
Il telefono ha vibrato. Un messaggio di Cris: «Per il divorzio mi servono le altre pagine!»
L’ho lanciato sul divano. Sono salita in camera e ho preso un antidolorifico senza acqua: era farinoso, e mi si è fermato in mezzo alla gola. Quando finalmente è andato giù, ho cominciato a rovistare tra le carte che avevo sulla scrivania.
La busta era ancora lì. Come avevo fatto a dimenticarmi? Ho tirato fuori i documenti. C’erano tutte le pagine, tranne, ovviamente, la cinque.
Con i fogli in mano, sono uscita sul balcone. Lo stucco della balaustra era rovinato. Una volta Cris si era offerto di ripararlo. Era appena tornato da un viaggio e aveva uno dei suoi slanci in cui gli venivano mille idee per rendersi utile. Poi era ripartito e, ovviamente, non se n’era fatto più nulla. È come se Cris avesse qualcosa, dentro, che non sta mai fermo. E io non lo sopporto, il suo dentro instabile.
Ho preso i fogli uno per uno. Li tenevo sospesi tra il pollice e l’indice e poi li lasciavo andare, ma il vento, soffiando contro, li rispingeva verso di me.
Quando è diventato buio sono rientrata. In salotto, ho preso il telefono dal divano e mi sono sdraiata.
«Se li vuoi vieni a prenderteli» gli ho scritto.
«Tu sei impazzita» mi ha risposto Cris.
Ho pensato: e tu che ne sai?

Il giorno dopo era sabato. Avevo apparecchiato per la colazione e stavo mandando giù una compressa di paracetamolo, quando Eva è entrata in cucina. Aveva la stessa tuta con cui aveva fatto il viaggio da Londra e teneva le mani infilate nelle tasche della felpa: la tirava così in basso che sembrava volesse farle cambiare forma.
Ho coperto la scatola delle compresse con lo strofinaccio. «Dormito?»
Lei mi ha guardato. Il verde dei suoi occhi si era come addensato al centro, e brillava. «Se devi prendere delle cose per la schiena non c’è bisogno che le nascondi per me.»
«Non le nascondo» ho mentito.
Ho versato il tè in una tazza e gliel’ho passata. «C’è del latte, se vuoi.»
L’ha presa e se le è portata alle labbra. Beveva a piccoli sorsi, e, ogni volta che appoggiava la tazza sul tavolo, la circondava con le mani, come se fosse lei a doverla tenere insieme.
Ho preso lo strofinaccio, l’ho piegato e l’ho messo sulla spalliera della sedia. Eva ha guardato la scatola, ma solo un attimo. Ho aperto il cassetto delle posate e ce l’ho messa dentro.
«La camera» ho detto mentre lo richiudevo, «alla fine, di che colore l’avete fatta?»
Si è seduta, gli occhi fissi sulla tazza. «La mamma ha detto che ci serviva altro colore. Mi ha chiesto di accompagnarla. Ma era tardi e mi scoppiava la testa.»
Il tostapane dietro di me è scattato. Ho tolto il pane e l’ho messo su un piatto, al centro del tavolo.
«Eravamo state tutto quel tempo in mezzo all’odore della vernice» ha detto, guardando sempre la tazza, «Volevo solo farmelo passare.»
Quando ha chinato la testa, i suoi capelli hanno sfiorato il bordo del tavolo, scoprendole il collo.
Ho aperto il vasetto del miele e l’ho richiuso.
«Lo so. Cioè, ti credo.»
Eva ha alzato gli occhi. «Mi credi?»
«Sì.»
Il suo sguardo si è spostato verso la finestra alle mie spalle. «L’uomo che c’era qui ieri» ha detto. «È tuo marito?»
«Si, ma non ancora per molto.»
«Non sapevo fossi sposata.»
Ho sospirato, «E io non sapevo fossi mancina.»
Eva mi ha fissato, con una faccia incerta. «Adesso è lì comunque.» Ha sollevato un po’ il mento.
Mi sono girata e ho guardato attraverso il vetro.
Cris era in piedi in mezzo al giardino, il busto proteso sulle ortensie. Stava cercando di prendere uno dei fogli che avevo sparso la sera prima. Spostava i fiori lilla, da una parte e dall’altra, ma quello si era impigliato proprio in mezzo a un cespuglio.
«Torno subito» ho detto.

Sono uscita così com’ero, in vestaglia e a piedi nudi. Era fine marzo, ma ancora al mattino faceva freddo. Subito, il marmo degli scalini mi ha gelato i piedi.
«Cosa ci fai qui? Esci dai miei fiori» ho detto a Cris.
«Mi hai detto tu di venire. Hai fatto un casino con questi» ha detto allargando le braccia. «Ti sembra normale?»
«Raccogli quello che hai seminato» ho risposto.
«Sei tu che vuoi il divorzio!»
«Perché non è un matrimonio!»
«Non gridare.»
«Grido quanto mi pare.»
Cris è uscito dall’aiuola e si è seduto sull’erba.
Ho sceso i gradini e sono entrata anche io nel prato. L’erba era piena di goccioline. Da freddi, i miei piedi sono diventati umidi. Quando gli sono arrivata vicino, Cris mi ha abbracciato i polpacci.
«Così ti congeli» ha detto, con le labbra che sfioravano le mie gambe.
Mi sono inginocchiata e gli ho preso la testa fra le mani.
Si è sdraiato, facendomi scivolare a terra con lui.
Ho appoggiato la testa sul suo torace. «A che ora sei arrivato?», ho detto.
«Ero parcheggiato qui fuori.»
«Hai dormito in macchina?»
«Era il posto più vicino al tuo cuore.»
Ogni tanto, quando era ansioso, gli uscivano queste frasi fatte, e non sapevi mai se ci credesse davvero oppure no.
Ho sospirato e ho infilato i piedi tra le sue gambe.
«Da quando giri scalza?» mi ha chiesto.
«Mhm. Da ieri.»
«Ti sei stufata delle scarpe?»
«Eva se le toglie sempre», ho detto. «È come se dovunque si trovi, debba sentire quello che c’è sotto i suoi piedi.»
«Almeno adesso avete qualcosa in comune. A parte quella svitata di tua madre.»
«Mhm.»
«Come va la schiena?»
«Qui sdraiata, bene.»
«Ti fa sempre male?»
«È un’ernia. O si riassorbe o mi operano.»
«Mi raccomando. Ci tengo alle tue ossa.»
«Non è quello che mi preoccupa.»
«E allora cosa?»
«Niente.»
Cris ha liberato un braccio e mi ha accarezzato la schiena. «No, dimmi.» La sua mano si è fermata sull’osso della mia anca. «Elena: Dimmelo.»
«E se faccio una cazzata?» ho risposto. «Con Eva. Se non riesco a occuparmi di lei?»
«E perché dovresti? Poi non è che tu abbia avuto scelta… è tua madre che ha fatto casino.»
Ho chiuso gli occhi, cercando di pensare solo alla mano di Cris contro le mie ossa. Mi piaceva, quel peso. Così vicini, stavamo quasi bene, ma era come se insieme formassimo uno spazio concavo, che lasciava tutto fuori, e non si teneva niente dentro.
«Cris, perché sei venuto?»
«Ho comprato una barca.»
Mi sono tirata a sedere. «Cosa?»
«A vela.» Con le mani, ha disegnato un triangolo.
«Lo so cos’è una barca. Perché l’hai comprata, voglio sapere.»
«Allora, ci sono questi sponsor che ci propongono di fare un viaggio. Per rilanciare l’attività, capisci? Lavoreremmo da remoto e faremmo dei collegamenti video per i social… »
«Oddio.» Mi sono lasciata ricadere sull’erba.
«Verrai a trovarci. Appena ci siamo organizzati e vediamo che la cosa funziona…»
«Va bene, Cris. Ho capito. E quando parti?»
«Domani mattina.»
«Domani» ho ripetuto.
«Mattina. Dal porto.»
Ho tirato via il braccio dalla faccia. La prima cosa che ho visto, aprendo gli occhi, sono stati i rami della betulla. In mezzo, proprio sopra la mia testa, c’era una macchia bianca. Ci è voluto un momento perché mi accorgessi che non era un uccello, ma soltanto uno dei fogli che si era impigliato nei rami.
«Vieni a salutarmi?» mi stava dicendo Cris.

Eva era in camera sua. Se ne stava seduta sul letto, con l’iPad sulle ginocchia.
La sua valigia era esattamente dove l’aveva lasciata la sera prima, come se non l’avesse neanche aperta.
«Quell’armadio è vuoto» ho detto, «puoi metterci quello che vuoi.»
Eva ha sfiorato lo schermo col dito per mettere in pausa e mi ha guardato. «La prendo a mano a mano, così non devo disfarla tutta. Se non c’è bisogno.»
Ho annuito.
«Cosa guardi?»
«Un film.»
«Posso?»
Mi ha fatto spazio. Mi sono seduta accanto a lei e ha schiacciato play.
Jack Nicholson giocava a palla in una stanza gigantesca. «Shining?», ho detto.
Eva ha annuito, gli occhi fissi sull’immagine. «L’abbiamo visto alla televisione e poi l’ho scaricato. Ogni tanto riguardo dei pezzi.»
Sullo schermo è apparso un prato verde e, in mezzo al prato, un labirinto di siepi.
«Perché?»
Ha scrollato le spalle. «Lui impazzisce, ma lentamente. Gli altri un po’ capiscono, un po’ no. È fatto bene.»
Tra le siepi, Shelley Duvall correva dietro al piccolo Danny.
«Qui, per esempio, loro sono al centro del labirinto, ma non lo sanno», ha continuato. »Non capiscono cosa sta succedendo.»
«Lo guardi con la mamma?»
«No. Con lei guardiamo Britain’s got talent. Abbiamo anche un campanello. Per dare il golden buzzer.»
Ce la vedevo bene, mia madre.
«Domani la possiamo chiamare?» mi ha chiesto Eva.
«Domani?», ho ripetuto. Soltanto il giorno prima, mi avevano scritto che nostra madre aveva insultato un’infermiera e si era rifiutata di lavarsi i capelli perché nello shampoo c’erano i perturbatori endocrini.
«Vediamo» ho risposto. «Si sta ancora abituando alle medicine.»
«Secondo te uno lo può sapere prima se diventerà pazzo?»
«Prima quando?»
«Quando è più giovane. Per prepararsi.»
Mi è venuto in mente il preside, con la sua storia sull’anticipare. »Non lo so», ho risposto. »Magari ti accorgi che non stai tanto bene. Ma tutti ogni tanto non stiamo bene.»
«Tutti?»
«Mi sa.»
Eva ha annuito. «Lui è andato via?»
«Chi, Cris? Non è una novità.»
«Perché lo hai sposato se non sei contenta?»
«Si vede che non ero in me.»
Ha messo di nuovo in pausa e mi ha guardato.
«Va a fare un viaggio in barca, vuole che domani vada a salutarlo» ho aggiunto.
«E tu ci vai?»
«Non lo so. Mi fa male la schiena. E poi non credo cambierebbe granché.»
«Ma magari cambierebbe te. La mamma lo dice sempre.»
«Cos’è che dice?»
«Che le cose che non riusciamo a cambiare, a volte servono a cambiare noi.»
Ho schiacciato play, e, finalmente, Jack Nicholson si è mosso.

Si era alzato il vento, ma non era forte. Te ne accorgevi solo guardando l’acqua, che era tutta increspata e striata di bianco. Avevo lasciato la bicicletta vicino al pontile. Mentre la slegavo, ho guardato un’ultima volta verso il lago. Quando ero arrivata, mi era sembrato che al molo ci fossimo soltanto io e Cris. Adesso, invece, era pieno di vele, come se le barche, dopo aver esitato per chissà quale motivo, si fossero tutte decise a prendere il largo.
Lentamente, ho riportato il mio sguardo a riva: dall’acqua al legno del pontile, alla striscia di sabbia che diventava erba, ai tavolini del bar. E proprio lì, al sole, era seduta Miss Abigail. Se ne stava immobile, sul bordo della sedia, col busto inclinato in avanti e le mani sulle ginocchia, come se fosse pronta ad alzarsi da un momento all’altro. Ho rimesso la catena e mi sono avvicinata.
«Salve» le ho detto.
Miss Abigail ha alzato lo sguardo. Aveva gli occhi rossi e delle sbavature di mascara negli angoli.
«Ci siamo viste a scuola. Sono la sorella di Eva.»
«Lo so chi è lei» mi ha risposto, inarcando le sopracciglia.
Evidentemente nemmeno io le ero piaciuta, come lei non era piaciuta a me.
Ha preso un tovagliolino di quelli del gelato e si è tamponata le palpebre.
«Prenda questi.» Ho tirato fuori il pacchetto di fazzoletti che avevo in tasca. «Meglio che quella carta velina.»
Miss Abigail ha fatto un risolino, sfilandone uno. Senza trucco, aveva delle labbra sottilissime, rosa chiaro.
Ho appoggiato i fazzoletti sul tavolo.
«Lo vuole un caffè?» mi ha detto. C’era una nota timida nella sua voce. «Me lo stanno portando.»
Mi è tornato in mente quando l’avevo vista per la prima volta, appiccicata alla parete in tenuta da ballo.
«Perché no.» Mi sono seduta, e dopo poco è arrivata la cameriera, con un caffè e un éclair al cioccolato.
«Un…» Miss Abigail ha steso la mano verso di me. «…caffè?»
«Espresso», ho risposto, annuendo alla cameriera.
Miss Abigail ha guardato il piattino. «Non capisco perché qui li fanno così grandi, questi pasticcini», ha detto. «Io i dolci non li mangio mai.»
Stretta tra le sue dita, la forchettina da dolce sembrava una forchetta normale.
«Ne vuole un po’?» mi ha chiesto, alzando appena gli occhi verso di me.
Ho fatto no con la testa. «Aspettava qualcuno?»
«Non viene.» Ha affondato la forchettina nella glassa.
«Volevo solo vederlo un’ultima volta. Ma lui deve portare i bambini a hockey.» La pasta non si lasciava tagliare e Miss Abigail ha finito per usare le mani.
«Che razza di padre iscrive dei bambini di quattro anni a hockey?» ha continuato, tirando via finalmente un pezzo di pasta. «Non è per niente uno sport adatto. E io so di cosa parlo, mi creda.»
Ho pensato che forse Miss Abigail non si stesse facendo la domanda giusta, ma chi ero io per giudicare?
«È per questo che sta così?» le ho chiesto.
«Così? No, certo che no.» Ha portato alla bocca un altro pezzo di éclair e un po’ di crema del ripieno le è scesa sul mento. «Stavo perfettamente bene finché non ho letto quella storia sulle tartarughe.»
Il mio caffè è arrivato. Ho preso una bustina di zucchero e ce ne ho versato un po’.
Miss Abigail ha fatto una smorfia. «Dicono che quello di canna sia meglio, ma è uguale. Bisognerebbe berlo amaro, ecco qual è la verità.»
Ho smesso subito di versarlo. «Quali tartarughe?» ho chiesto, mettendo la bustina sul piattino.
Lei ha tirato fuori un giornale dalla borsa. «Hanno trovato una valigia piena di tartarughine delle Galapagos all’aeroporto. Avvolte nel cellophane. Si rende conto?»
Aveva gli occhi lucidi.
«Non so proprio come qualcuno possa fare una cosa del genere. It’s so… heartless.»
Stavo per chiederle se sapesse quante erano, ma non ero sicura che fosse una buona idea.
«E sa qual è la cosa peggiore?» ha continuato, pulendosi il mento con il dorso della mano, «la cosa peggiore è che ho pensato: adesso chiamo mia mamma e glielo dico, e poi mi sono ricordata che lei non mi parla and that just killed me, you know? That just about killed me!»
Adesso stava proprio piangendo.
Ho spinto i fazzolettini verso di lei.
«Grazie.»
«Perché non le parla?»
«Oh. È per questo uomo con cui stavo.»
«Quello che non è venuto?»
Miss Abigail ha annuito. «È per lui che sono qui. Stavo perfettamente bene ad Hereford, perfettamente.» Ha preso un altro fazzoletto. «Poi lui mi ha detto che si trasferiva qui e io come una cretina ho mollato tutto e sono venuta. Facevo la ballerina. Mi piaceva. Cantavo anche. Ma ho scelto lui. Odio questo posto. God, non so neanche perché le dico tutte queste cose. Lo so che non le piaccio.»
Era vero, ho pensato. All’inizio.
Si è soffiata il naso.
«Per caso li conosce i Pretenders?» le ho chiesto.
Lei mi ha guardato come se le avessi fatto una domanda idiota. «The Pretenders?», ha ripetuto, col suo accento inglese. «Certo che li conosco. Sono famosi. Mia madre è cresciuta a un isolato da Chrissie Hynde.»
Ho scosso la testa.
«Non conosce neanche la canzone che ha vinto il Grammy?» Ha cominciato a cantare, la testa bionda piegata da un lato. «When the night falls on you, you don’t know what to do. Nothing you confess, could make me love you less, I’ll stand by you… Davvero non l’ha mai sentita?»
«No» ho detto, «ma come la canta lei sembra molto bella.»
Ha quasi sorriso e, in quel momento, mi è sembrata piccola, molto più piccola di come me l’ero immaginata e degli anni che forse aveva. Piccola come la forchettina nelle sue mani.
«Lei come mai era qui?» mi ha chiesto.
«Io? Dovevo salutare qualcuno.»
«E si è visto?»
«Si è visto.» Mi sono alzata, portandomi una mano dietro la schiena. Alzarmi era sempre un problema.
«Forse dovrebbe chiamarla, sua madre» ho detto, «dirle delle tartarughe.»
«Oh, non dovrei più aver bisogno di una mamma. Alla mia età.»
Il telefono nella mia tasca ha vibrato. Eva: «Arrivi? Sta iniziando.»
«Cinque minuti» le ho scritto.
«Adesso devo andare. Io e mia sorella guardiamo un talent la domenica.»
«Oh» ha detto Miss Abigail. «Piacciono anche a me.» Con due dita si è pizzicata il labbro inferiore. «Lo sa che dovrebbe fare degli esercizi?»
«Lo so. Ma non sono buona, da sola.»
Lei ha giocherellato col fazzolettino, facendo una pallina. Si era appoggiata allo schienale e le brillavano gli occhi.

La situazione del piatto

scritto da Stefania Maruelli

C’era questo piatto col cervo, anzi un cerbiatto, ma cosa dico: una lepre – mai riconosciuto gli animali del bosco, ma senza alcun dubbio questa era una lepre, – ed era tra le mie mani. Ma è un piatto, ho detto, e Luca ha annuito di sì con quell’inflessione che usa quando deve fare da cuscinetto emotivo tra me e il resto del mondo. È un’inclinazione lieve del capo a cui seguono tutta una serie di giustificazioni preventive a placarmi. A me dispiace per lui, davvero, perché di fatto non è stato Luca a regalarmi il piatto col cervo, ma non c’è niente da fare: Luca percepisce i mali del mondo – ovvero tutto ciò che è in grado di ferirmi – come una sua diretta responsabilità. A volte usciamo dal cinema e inizia a dirmi che si sapeva che il film era stato finanziato da Netflix o che il regista, a quell’età, dovrebbe ormai ritirarsi. Ma dicevamo. Continua a leggere