Walter – Cover, 1

scritto da Francesco La Rocca

Abitando a Zurigo avevo imparato che gli orologiai hanno ferie in luglio, così, guardando l’autostrada, potevo riconoscerli dalla targa; se era luglio.

Da bambino facevo molta attenzione ai dettagli e a scuola avevo un rendimento notevole. Quando c’era del tempo libero, costruivo paracadute coi sacchetti di plastica e eliche con i cartoni. Se andavo in campagna creavo biosfere dentro vecchie pentole, imprigionavo lucertole e sezionavo girini. Al mare facevo lo stesso, ma con animali diversi e dentro secchi o bacinelle. Per questo, e alcuni altri motivi, spesso mi dicevano che da adulto potevo essere uno scienziato, e magari diventare come Jaques Cousteau, che andava anche in televisione.

Poco più grande, quand’ero ragazzo, la scuola continuava mica male. Mi interessavo di chimica e di storia soprattutto; traducevo bene dal latino e avevo imparato a memoria la tavola periodica. Ero poi abbastanza bravo con la musica, sapevo leggere le note e inventavo qualche campionatura. In quegli anni frequentavo anche i collettivi degli studenti, e per questo mi avevano eletto rappresentante. Così alcuni mi dicevano che potevo diventare un giornalista o anche un politico, se fosse stato il caso.

Qualche tempo dopo ero ancora ragazzo, e di studiare non mi dispiacevo. Avevo un buon intuito per la logica e le discipline economiche, ricordavo bene a memoria e apprezzavo gli enunciati dimostrativi. Scrivevo e continuavo a suonare, di tanto in tanto mi esibivo nei bar e avevo allora un discreto seguito. Era poi quello il periodo in cui vivevo in Svizzera, e tenevo in affitto una camera a Zurigo per qualche merito di studio. Perciò alcuni dicevano che stavo diventando un imprenditore o un professore più probabilmente, e che presto potevo vincere qualche premio, forse.

Più tardi, quando ero già adulto, continuavo a studiare. Lavoravo bene in gruppo e avevo buone capacità di sintesi, raccoglievo statistiche e sapevo interpretare i dati. Quando potevo suonavo il contrabbasso, ma ottenevo poche soddisfazioni. Sapevo però che anche Čaijkovskij era stato rifiutato dal Maestro Rubinŝtejn, più di una volta. Sapevo poi che nell’ambiente gli dicevano che era banale e irrimediabilmente goffo, mentre il pubblico, a Pietroburgo, amava i suoi concerti. Per questo pensavo che nonostante tutto, potevo diventare musicista, o artista, anche.

Ma a trentuno anni presi casa, e bisognava vivere: e per vivere imparai a vendere assicurazioni. Ero bravo a parlare e ricordavo bene nomi e cognomi, avevo studiato coi numeri, e già da ragazzo possedevo un buon intuito. Così presi a lavorare nella filiale in piazza, dietro i giardinetti. All’inizio ci andavo a piedi perché era vicino, poi mi convinsi a prendere l’auto; e quando era l’ora di pranzo andavo a mangiare nel giardino. Se era bel tempo sedevo sulla panchina in fondo, ad ascoltare le lucertole uscire dal cemento, mentre col brutto stavo nell’auto, per sentire l’acqua sul tettuccio. Pensando, pensando, pensando – non ai premi insoluti o alle analisi dei rischi, ma ai rumori.

Pensavo ai rumori che sentivo per la strada, a quelli nell’ufficio e quelli in casa. Pensavo alla musica che volevo suonare, e ai testi che volevo scrivere. Facevo calcoli, studiavo melodie, creavo storie e brani. E quelli intorno mi domandavano a cosa pensassi, e stavano attenti a ciò che dicevo e a quello che facevo. E intanto io continuavo a pensare. Pensavo che da bambino ero bravo coi dettagli, e la scuola andava molto bene. Che da ragazzo ci sapevo fare con i numeri e ricordavo le cose. Che poco più grande vivevo a Zurigo, suonavo nei bar e studiavo per merito.

Per questo, e per alcuni altri motivi, sapevo di essere un creativo, e che presto qualcosa sarebbe venuto. Ma non venne mai nulla. E così certi dicevano che se fosse stato il caso sarei potuto diventare professore, politico o scienziato; sicuramente artista. Che a Zurigo ero qualcuno. Che in tempi diversi mi sarei occupato di faccende importanti, e invece ora il mio genio era impedito dalle difficoltà del quotidiano. Ma non era vero.

La verità era questa: che non avevo genio.

(Tratto da Water Simmons, scritto da Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River)

Exit Strategy

scritto da David Valentini

Appena inserisco la chiave sento la gatta miagolare dall’altra parte. Mi scivola fra le gambe mentre barcollo con le buste della spesa, finché non le verso la sua mezza scatoletta.
È giovedì, il giorno della giocata, ma non ce la faccio a rimettermi in macchina per andare da Luca a fingere la felicità. Glielo scrivo: Oggi ho bisogno di stare un po’ da solo. Continua a leggere

Casa di Anna

scritto da Ilaria Tagliaferri


Una settimana fa Anna e sua mamma hanno venduto la loro casa in Romagna. Sono partite da Firenze alle sei di mattina, Anna sperava che sua madre avesse sonno e che in auto si assopisse, invece era sveglia e ha chiacchierato per buona parte del tempo. Le facevano paura tutti quei camion sulla corsia dell’autostrada, ma ad Anna non l’ha detto. Continua a leggere

La pioggia

scritto da Angelo Lachesi


Quando cadde il meteorite eravamo nella fase liturgica della nostra giornata. Era quasi finita la seduta e il maestro stava affrancando il nuovo fratello. Non rammento il suo nome, ricordo solo che era esile, quasi scheletrico; aveva le guance scavate dalla magrezza e gli occhi, angosciosi, che spuntavano dalle orbite come due biglie scure. Continua a leggere

12 febbraio

scritto da Stefania Maruelli


La macchia poteva essere di vino o caffè, difficile dirlo, quel che era certo è che ricopriva una porzione minuscola della quarta piastrella partendo dal lavandino. Anne la stava fissando da quando lui aveva iniziato a parlare.
«Mi ascolti?»
Se fosse stata di vino avrebbe avuto una sfumatura violacea, ma non era detto, forse il colore era dovuto alla porosità delle cementine in cucina. Se le erano fatte arrivare dalla Francia.
«Anne?» Continua a leggere

Case infestate

scritto da Pierpaolo Lippolis


Sono notti che sogno case infestate. Hanno un numero indefinito di stanze, tante da non tenerne il conto. Nel sogno cerco di visitarle, ma non ne vedo mai la fine. Di solito le ho ereditate da qualcuno – da una zia anziana o da dei parenti lontani e sconosciuti. Per questo prima che io mi svegli, sento sempre come un respiro, un sussulto, di qualcosa che si aggira per quelle stanze che non conosco. Continua a leggere

Macondo sul Panaro

scritto da Laura Morandi


I.
Lei era tutta uno spigolo. Aveva zigomi scavati, gomiti taglienti, e un ossicino sporgente sul lato esterno delle ginocchia che in famiglia veniva chiamato “uzdèin”. Anche le sue parole tagliavano, per schiettezza, e camminando rimaneva ai bordi, senza entrare nel merito di niente. Continua a leggere

Agata e l’impresa a tutto tondo

scritto da Rina Camporese


Dove vive Agata tutto è in squadra. Le strade sono a perpendicolo, i bimbi parlano l’italiano, anche quelli nati altrove, gli adulti un po’ meno, anche quelli nati lì. Edifici e imprese fioriscono, con gestazione di durata variabile in uteri di impalcature metalliche, negli anni recenti armate di antifurto. Le donne si affannano tra impegni propri ed esigenze altrui, gli uomini classificano in modo diverso il proprio e l’altrui — smaltire i fondi di caffè o curarsi dei figli, ad esempio — ma sono comunque molto impegnati. Continua a leggere

Zanzibar

scritto da Giovanni Bochi


Zanzibar era uscito da una crisi depressiva, una di quelle spirali tormentose che ti avvolgono sempre più da vicino, sino a strangolarti; lui era arrivato quasi allo strangolamento, e se ne era salvato grazie ad un improvviso lume di coscienza che lo aveva trascinato dallo psicologo, e poi da lì dritto dritto in ospedale, reparto psichiatrico, struttura ritentiva per non dire detentiva, come diceva Zanzibar a chi glielo chiedesse. Continua a leggere