Arrotondare l’impasto

scritto da Bianca Giacalone

Zio Mario la prende con delicatezza e tra le sue mani scure sembra un piccolo gluteo bianco. Prima fa dei movimenti energici, la riscalda e la stende poco a poco, come per farla abituare. Ci appoggia la parte più dura dei palmi, la gira, ci immerge tutta la mano, la stende di nuovo e di nuovo la contorce. Le dà sempre un pizzico, che rimane impresso su di lei, e la assaggia. Finché decide che è pronta perché è morbida e stanca e deve lasciarla riposare. Non prima di averla fatta tonda: le dà delle pacche gentili con la mano destra, mentre è adagiata sul palmo pieno della sinistra. I colpetti hanno un suono tondo di carne colpita. Poi la cosparge di farina, la mette nel contenitore e la copre con un panno bagnato. Spesso sono lì a guardare mentre lo fa, spesso m’immagino le stesse mani su di me.
Le cene a casa di nonna si sono ripetute uguali per tutta l’estate. Un tavolo lungo quanto il cortile, la terra umida delle piante appena innaffiate, le luci gialle e calde, onde di vestiti lunghi a fiori e piedi nudi anneriti dalla polvere. Ogni tanto qualche limone cadeva per terra e noi lo prendevamo e avevamo le mani agrumate e la notte era ruvida di stelle come la buccia dei frutti. C’era sempre qualcosa di nuovo da cucinare e un ospite speciale, un parente lontano oppure un amico che non si vede da vent’anni, possibilmente venuto da fuori, tipo da quei paesi sudamericani in cui parlano lingue calde e ridono con la bocca aperta. Se l’ospite è una donna io guardo sempre zio Mario che a tavola ogni tanto alza un sopracciglio e con l’occhio vigile indaga, scruta, s’innamora per poco.
E quelle sere, anche se metto gli abiti più belli, non c’è niente da fare, forse perché sono un’abitudine come le pacche leggere al panetto di pasta che fa senza neanche guardarlo. Gli piace il vino speziato e i balli di gruppo e solo lui riesce a convincere nonna a ballare, anche se lei si lamenta delle caviglie gonfie, e la fa volteggiare come uno stelo nell’aria primaverile, col grembiule che diventa una gonna bellissima e la crocchia che si spettina tutta intorno ai suoi occhi vivaci.
Sudiamo tanto durante la sera perché il caldo non ci dà pace e l’umido si posa sulla nostra pelle come sulle palme delle foglie. E allora di solito facciamo un bagno, nel buio del mare che è tutto nero e anche il cielo è nero e si sente soltanto l’onda che ci trascina un po’ qui e un po’ lì. È un bagno che può durare anche un’ora intera perché ci fermiamo nell’acqua a chiacchierare, senza scegliere con chi perché non ci vediamo in faccia. Escono fuori discorsi di antenati e ricordi di persone ormai morte che ci fanno ridere e ci commuovono perché ci ritroviamo sempre uguali anche dopo cent’anni. Io cerco sempre Mario tra i nostri corpi, seguo la sua voce e, quando lo trovo, con la scusa che sento freddo, mi faccio abbracciare. Sono abbracci piccoli, a metà, lui mi mette davanti a sé e mi passa il braccio attorno, a volte appoggia il suo mento sulla mia testa bagnata e io incollo i miei capelli al suo petto e prego che gli altri abbiano ancora qualcosa da raccontare, ancora un po’ prima che venga la pelle d’oca e i polpastrelli diventino noccioli di pesca.
Poi, quando ci viene freddo, ci avvolgiamo negli asciugamani, lui ne prende uno per me e mi ci avvolge e poi mi sfrega la testa.
Ci sono state delle settimane in cui, dopo cena, era il primo che andava via. Veniva prima, verso le sette, a dare fastidio in cucina, a prendere pezzi di cibo qua e là, mentre zio Cesare spadellava le vongole e zia Giulia sfornava panini caldi col sesamo. Apparecchiava la tavola con me e mi pizzicava le guance come se fossero l’impasto delle sue pizze. Mi diceva «Hai le guance più morbide del mondo!» Oppure, se notava il mio vestito, «Come sei bella!» E io non dicevo niente e arrossivo e avrei voluto dirgli che anche lui era molto bello e chiedergli dove andasse dopo cena così di fretta. Una volta è rimasto un po’ di più. Profumava di fiori d’arancio e beveva un bicchiere di vino dopo l’altro e rideva, faceva ridere lo zio Andrea che ha quasi cent’anni e se la fa nei pantaloni se ride troppo. Ma nessuno ci faceva caso e io lo guardavo e ogni tanto anche lui ricambiava, poi mi ha presa in disparte, mentre ritiravamo i piatti e mi ha detto «Se tu fossi più grande… o vuoi che mi rimpicciolisca io?» E poi mi aveva sfiorato il naso contro il suo e sentivo l’odore forte del vino e dei fiori. Aveva riso poi, con i piatti in mano, due forchette erano cadute a terra e mia madre, con le mani sul grembiule, gli aveva detto «Mario, la smetti di fare il buffone?» E s’era messa a ridere anche lei, mentre io raccoglievo le forchette cadute e mi sentivo la punta del naso presente nel mio corpo come un dolore.
Scappava da Marilla, ma questo l’ho scoperto solo dopo tempo. L’ho scoperto perché è uscito fuori una notte durante il bagno al mare, che le cugine hanno detto ad un certo punto, mentre si parlava del roseto della zia Nina e noi eravamo assorti nel profumo di rose, che avevano visto Mario che si baciava con una ragazza. E allora c’è stato un po’ di silenzio e poi lui ha fatto il verso di gloria degli indiani d’America e tutti si sono messi a battere le mani sull’acqua e a schizzarsi a vicenda, mentre io ero rimasta immobile, avevo avuto come una vertigine e avevo sentito così caldo che credevo che il mare intorno a me stesse per bollire, mentre l’odore delle rose mi aveva dato il capogiro.
Poi un giorno l’aveva portata a casa della nonna. Il profumo di rose ormai era diventato odore di petali marci nelle mie narici e facevo fatica a non sentire la nausea che mi tormentava, soprattutto quando si faceva buio.
Zio Mario era arrivato per ultimo, con la consapevolezza che tutti noi lo stavamo aspettando, che anche se ci davamo da fare per riordinare le ultime cose, guardavamo il cancelletto ad ogni rumore delle foglie di quel vento estivo. E poi lui era entrato, come se non sapesse che eravamo lì per lì per lanciare i piatti dalla tensione, rilassato e con la sua dama stretta per un fianco. Lei aveva una pelle lunare e il colore del suo vestito era così simile alla carnagione che sembrava nuda. L’avevamo messa a capotavola come tutti gli ospiti d’onore, ma lei non rideva a bocca aperta e non parlava, aveva gli occhi di vitello, docili e neri e vedevo che tutti s’intenerivano e zio Mario la guardava anche per un minuto intero. La cena era passata in fretta tra gamberi, linguine e filetti di orata e prezzemolo sulla tovaglia e sui denti ed era finita con risate verdi e amari all’arancia.
Dopo ci eravamo alzati e avevamo iniziato a ballare come le sere di festa, con le musiche dolci e ritmate del nostro paese che assomigliavano tanto alle canzoni del Brasile e che ci facevano venire un’allegria malinconica, quasi come se ci mancassero terre che non sono mai state nostre. Zio Mario ballava con lei, la prendeva con delicatezza e la muoveva come voleva e sembrava quasi che la stesse stendendo e poi arrotondando in una giravolta e poi di nuovo le affondava le mani sui suoi fianchi e quasi mi veniva da coprirmi gli occhi per quanto mi sembrasse una cosa intima, che non doveva essere vista. Avevano finito il ballo con un casquè improvviso e i capelli neri di lei avevano toccato il pavimento del cortile dove sbucavano fiori e piccole piante.
Ma anch’io volevo ballare e allora lo avevo chiesto allo zio Mario per la canzone dopo e lui mi aveva presa come una cosa piccola, come una nipote. Mentre ballavamo gli avevo chiesto «Qual è il segreto dell’impasto?» Ma non era quello che volevo chiedergli, l’amaro mi aveva dato alla testa e in mente avevo solo le sue mani scure sul vestito candido di Marilla. E lui mi aveva guardata senza capire molto e poi si era messo a ridere e mi toccava i fianchi come aveva fatto prima con Marilla e mi aveva detto «Sono le mani», mentre mi faceva un occhiolino e portava il mio fianco destro sulla sua mano sinistra e io sentivo che la musica stava per finire. «Tutto qui?» e lui era stupito per la mia insistenza, mentre ero avvolta dal suo profumo che addolciva l’odore di marcio che sentivo quella sera. «Il segreto è arrotondare l’impasto, dargli le pacche con questa parte della mano e trattarlo come se fosse pelle di donna.» Avevo risposto solo «Ah», perché dopo una giravolta mi sono spinta apposta in disparte e zio Mario mi voleva far fare un casquè, ma io non avevo ceduto e non mi ero inarcata, mi sono data uno slancio per arrivare sulla sua bocca. Avevo spinto la mia lingua dentro come un diamante duro e umido, ma non avevo trovato nessuna apertura, e lui mi aveva spinta subito via senza nemmeno guardarmi, aveva aperto il cancelletto ed era sparito nel buio del mondo fuori.
Marilla ballava ancora, scalza, adesso meno timida, seguiva i passi degli altri come se inventarne di nuovi fosse un’offesa alla nostra famiglia; io ero tornata a danzare come se niente fosse e a ridere e a dire allo zio Andrea che no, non poteva andare a dormire in una sera come questa e le piante dei nostri piedi erano più scure e portavano il peso della nostra allegria. E quando la musica era finita, si erano ormai accorti tutti che Mario non c’era più. Negli occhi di Marilla era comparsa la disperazione di essere stata abbandonata e il senso di colpa di non essersene accorta prima. Mi dicevano tutti «Ci hai ballato tu per ultima, dove l’hai visto andare? » E io mi guardavo intorno facendo finta di essere sorpresa, qualcuno diceva «Ma dov’è che è andato», «Vedrete che è uno scherzo», «Allora facciamo lo scherzo anche noi, «Spegnete tutte le luci e nascondiamoci».
Zio Andrea nel mentre era stato messo a letto perché a cent’anni il corpo si dimentica di come si gioca.
L’unica cosa che mi era venuta in mente da fare era stata prendere Marilla per mano e nasconderci insieme dietro al tronco dell’albero, nel buio dei cespugli, anche se era difficile nascondere lei e il suo colorito di luna in mezzo a una notte scura come una lavagna pulita. Alla fine eravamo arrivate fino al fondo del cortile, dove c’era di nuovo il cemento. Io la sentivo che respirava forte come un animale agitato e allora mi era venuto di baciarla perché era l’unica cosa che avesse addosso la bocca di mio zio. Solo che questa volta la mia lingua si era sciolta nella sua bocca e avevo sentito l’alito dorato di Mario, l’arancia e la rosa, l’oro che cola, il salmastro, la lingua di Marilla docile come un’agnella che non sapeva cosa stesse facendo, magari il pensiero di una nostra strana tradizione, magari il pensiero che fossi Mario perché forse i parenti hanno la saliva dello stesso sapore.
E dopo sono fuggita e Marilla era rimasta lì, sentivo la sua solitudine e la sua confusione anche a distanza e mi sembrava che ripetesse il nome di Mario come una preghiera, finché tutti si sono accorti che non era uno scherzo, che le luci erano spente da troppo tempo e che Mario era davvero andato via, così lei è stata riaccompagnata a casa da mia madre e io sono tornata solo quando il sole ha preso il posto di quella notte che non volevo ricordare, ma che continuavo ad avere in bocca come la luce d’oro del mattino.

Emergere

scritto da Anita Renchifiori

“Enola Gay
You should have stayed at home yesterday
Ah-ha words can’t describe
The feeling and the way you lied”
Enola Gay, Orchestral Manouvres in the Dark

L’acqua, a poco a poco, aveva formato una pozza al centro della cucina, come se il pavimento fosse inclinato. Ero già in costume da bagno e stavo cercando di asciugarla, quando mi è squillato il telefono.
L’ho messo sul tavolo col viva voce e il video acceso. A Sidney erano solo le sette, ed Ernesto aveva ancora l’aria addormentata.
«Ma è rotto rotto?» mi ha chiesto quando gli ho raccontato del frigorifero. «Hai provato a staccare la spina e riattaccarlo?» Continua a leggere

Chinhook

scritto da Lisa Malagoli

I fulmini sono la terza cosa al mondo che mi fa più paura. Mio marito apriva la porta di casa tutte le volte che esplodeva un temporale. Si appoggiava allo stipite e restava a guardare la pioggia, con le braccia incrociate. Tendeva i dorsali e la camicia si tirava. A volte i fulmini si schiantavano così vicini che le pareti tremavano. Continua a leggere

La signorina Felicita

scritto da Alida Airaghi

Ogni mattina, per recarsi al Ministero, scendeva la scalinata che da casa sua portava a Trastevere: disseminata qua e là di escrementi di cani, cartacce, talvolta topi morti.
Ma lei guardava sempre dritto davanti a sé, per un’abitudine inculcatale già dall’infanzia: quindi vedeva solo cose belle, i tetti dei palazzi, il cielo di Roma, il Cupolone. E la sua espressione era costantemente atteggiata a un sentimento di ammirazione e gratitudine. Se la felicità è fatta di piccole cose, ebbene lei, ogni mattina, era felice. Continua a leggere

Parti sconosciute

scritto da Giulia Medaglini

Bruna Leoni odia le ripetizioni. Bruna Leoni odia le ripetizioni. Bruna Leoni odia le ripetizioni. Ripetizioni. Petizioni. Lezioni. Addizioni. Moltiplicazioni. Fazioni. Odia il numero tre ancora di più. La terza A contro la terza B, sempre a ogni ricreazione. I maschi a sfidarsi a colpi di pallone, le femmine a mosse di ballo copiate dalla tv. E Bruna in un angolo, sudata di corsa campestre a leggere l’ultimo numero di Psycho-Pass nel bagno con le inferriate alla finestra. Ché qualcuno ci si è ammazzato da lì, dicono. Un salto di una decina di metri, dritto sulla testa a rincalcare le vertebre a fisarmonica. Chissà chi l’ha pulito il sangue dalle crepe dell’asfalto, poi. Dalle foglie di stoppione che si spelano a ciuffi nelle aiuole trasandate. Chissà. Chissà chi l’ha pulito il sangue dalle crepe dell’asfalto. Dallo stoppione spelato a ciuffi, quel sanguinaccio infestante. Bruna le odia le sue dita secche e i rimasugli di croste sotto le unghie, perché le rendono difficile concentrarsi. Continua a leggere

Tina

scritto da Stefania Maruelli

Il gatto aveva tagliato in due metà esatte il giardino, poi si era nascosto nel cespuglio di mirto. Quando mia madre lo aveva visto passare, aveva sollevato appena le spalle, buttato giù il vino. A tavola, quella sera, non eravamo riuscite a mettere insieme neanche una vaga forma di conversazione: questa cosa le metteva sempre malinconia. Io avevo provato a rimediare con la trama di un libro che avevo letto di giorno, anziché scendere al mare, ma né lei né mia sorella sembravano interessate. Era la storia di tre donne, tre generazioni diverse, che finivano col vivere insieme il resto dei loro giorni. Ripensandoci, avrei potuto evitare. Continua a leggere

Ho sognato che davo un pugno a un fascista

scritto da Paolo Stradaioli

Ci arrampichiamo su questa stradina incastrata in mezzo al paese, con il sole che sembra voglia appiccicarmisi addosso da quanto picchia forte. Il mio primo giorno avevo messo le scarpe eleganti, talmente scomode che già all’ora di pranzo non ne potevo più di scarpinare in quei raffinati strumenti di tortura. Eppure, non avevo imparato la lezione e ogni giorno maledicevo il me stesso di qualche ora prima, colpevole di aver messo di nuovo quelle scarpe. Continua a leggere

Amore dispari

scritto da Vanni Santin

Salì a fatica sull’autobus, aggrappandosi ai maniglioni delle porte automatiche e facendo forza per riuscire a non buttare tutto il peso sulle gambe stanche. Salutò l’autista, timbrò il biglietto e si sedette sul sedile di plastica rosso, quello per anziani, invalidi e donne incinte. Continua a leggere

El Chicho Y María

scritto da Carolina Crespi

El Chicho está listo. Pronto. Le braccia lungo i fianchi, tese, le ali serrate, El Chicho è l’Halcón del Rio Piura. Al fischio lui vola, rapace; allo sparo lui vince. Infilo le mani sotto il culo, il cemento è duro, non ci sono i cuscini o i sedili di plastica. Le mani rastrellano con le unghie la superficie liscia e mi tengono sollevata; sono io la più alta sugli spalti del Palaideal. La gradinata è decorata con un festone di serpente verdeoro che si aggrappa al soffitto e riluce, il suo corpo d’aria gonfio, allungato e curvo, pende sulle nostre teste, sulla mia, su quelle delle madri e dei padri, sulle teste di noi spettatori affezionati al campionato nacional. Continua a leggere