Agosto

scritto da Martin Hofer

La notte scomparivo. La mia fuga era una banconota da venti piegata nel portafoglio, un mazzo pieno di chiavi, una porta accompagnata piano e richiusa con uno scatto garbato alle spalle del sonno flebile di mia madre. Era l’estate calda, quella in cui mio padre decise di presentarci il benservito facendo tremare i cardini dell’uscio così forte da far intendere all’intero palazzo che dalle nostre parti non sarebbe ricapitato poi tanto spesso.
Avevo appena svestito il gesso e il dottore si era raccomandato “di farle prendere aria, a quella gamba”, ma faceva talmente caldo che le poche persone rimaste in città non si azzardavano a mettere piede fuori casa prima di sera. Sui giornali si scriveva che nella nostra zona si aggirava un finto turista che prendeva a pugni i passanti. Li avvicinava con la scusa di un’informazione e poi li mandava al tappeto esplodendo una raffica di rabbiosi destri-sinistri. Ai primi di agosto aveva già aggredito due studenti tra corso Buenos Aires e viale Abruzzi e messo in fuga un fattorino all’altezza del parco di piazza Aspromonte.
A un certo punto, non no se per scrollare via il tempo con un brivido o per far pascolare la gamba a dovere, mi misi in testa di dargli la caccia.
Avevo persino tracciato una mappa che ripercorreva la geografia dei suoi interventi e che andavo aggiornando con puntiglio ogni volta che il finto turista marcava presenza.
Pattugliavo il quartiere secondo logiche che di volta in volta toccavano l’astrologia, l’urbanistica, il profilo delle vittime. Inutile dire che non ne venni mai a capo, e che del turista-pugile non seppi mai niente oltre quanto riferito dalle cronache.
In fondo mi bastava restare un po’ in giro, svanire nella notte ferma e pazza di una Milano che non si riconosceva più, se non nell’eterno accalco di auto ferme ai semafori di piazzale Loreto e negli showroom da marciapiede delle prostitute africane, sedute ai bordi della strada in paziente attesa del ritorno dalle ferie dei loro clienti abituali.
Era bello essere poco meno leggero di ciò che mi circondava, spostare a malapena l’aria di palude che incontravo a banchi durante il mio passeggio.
Potevo restar seduto ore a osservare i cani con i loro padroni ai giardinetti di piazzale Bacone, oppure perdermi sul posto nel reticolo di rotonde indistinguibili che si ripetevano tra Loreto e Piola come nel peggior incubo da febbre.

Certe volte mi sembrava di avvertirlo, il mio scomparire: nel silenzio della strada mi ascoltavo camminare e poi, d’improvviso, uno dopo l’altro, ecco i miei passi farsi sabbia, cancellarsi nella sabbia, restava solo quella gamba clinicamente guarita e pesante come un tronco, quella gamba a ricordarmi la carne che portavo addosso.
Rincasavo a giorno quasi avviato, con la consapevolezza nei passi che nessuna precauzione – un giro di chiave leggero, le scarpe abbandonate all’ingresso – sarebbe bastata a valicare l’eterno dormiveglia di mia madre.
Io lo sapevo, che pur non dandone segnale lei era là, sveglia e ritta come un fuso, a captare il mio ritorno come una sentinella da recinto.
Eppure il mattino successivo, mentre osservava me e il mio appetito divorare in combutta montagne di spaghetti al sugo, o mentre mi accompagnava dal dottore per una visita di controllo, non domandava mai dove fossi stato, né si premurava di ricordarmi che l’università non aspetta i convalescenti. Nei suoi occhi castano-inquieto trovavo l’ostinazione di chi fissa il sole alto per paura che questo possa tramontare alla prima distrazione.

Alla vigilia di Ferragosto il finto-turista aveva mandato al tappeto altre due persone, un’impresa che gli era valsa la gratitudine di tutti i giornali locali.
Quella sera iniziò a piovere all’improvviso, giganteschi goccioloni che crollarono dal cielo da un momento all’altro, lasciandomi nel bel mezzo di viale Monza a drenar l’umido.
Provai a ripararmi sotto un cornicione, ma la pioggia tagliava il cielo in diagonale e pareva arrivare dappertutto, perciò decisi di rimettermi in cammino: se proprio dovevo bagnarmi, tanto valeva stare al passo con il temporale.
Avanzavo a testa bassa e con le spalle strette, persuaso chissà da cosa che quella fosse la trovata migliore per scansare i malanni.
Credo proprio che fu a causa del mio sguardo trattenuto a terra che notai quel bar, uno scantinato con le finestre seminterrate buone appena a illuminare i bisogni dei cani sul marciapiede.
Di fianco alle scale che infilavano l’entrata, tre uomini fumavano proteggendo i tizzoni dall’acqua con il palmo della mano.
Se mi fossi preoccupato della pioggia, anziché razzolare per l’aia della tempesta, certamente non avrei riconosciuto uno degli individui raccolti in consiglio.
Più magro, la barba sciatta dei due giorni, l’occhio acquoso da bevuta, ma di dubbi non ve n’erano: era il marito. Lo avevo incrociato soltanto una volta, in ospedale, eppure, nonostante l’aspetto trasandato, appresi allora che la natura del nostro debito era inestinguibile e impermeabile al tempo.
Mi rifugiai sotto la pensilina di un autobus e attesi. Quando l’uomo si fu congedato dagli altri due mi offrii nuovamente ai bagni del temporale per andargli dietro.
Perché poi? L’unica cosa giusta da fare sarebbe stata mettere più metri possibili tra me e lui, e invece eccomi a scortarlo fino a un palazzo di viale Romagna e a scrutare la luce, presumibilmente della cucina, che si accendeva per l’ultimo bicchiere d’acqua. Il marito si spostò nella stanza a fianco. Sulle tende si spalmò il tepore pastello di un abat jour. Immaginai la moglie già addormentata. Una piccola premura per non guastarle il sonno. Lei l’avevo conosciuta grazie a una dichiarazione rilasciata a una televisione locale. Aveva gli occhi infossati e la faccia sciupata di una fumatrice professionista. Forse il marito lesse ancora qualche pagina del libro che teneva sul comodino, o controllò la mail sull’IPad. Non mi costò fatica attendere che il sonno sopraggiungesse. Poi, quando finalmente il marito scese a patti con l’insonnia e spense la luce, mi scossi tutto insieme e presi coscienza di quanto il caldo mi stesse corrompendo la ragione. Affrettai il passo.
A quell’ora la 92 aveva già ripreso i suoi girotondi di barboni tra viale Isonzo e Bovisa. Rincorsi l’autobus fino alla fermata e ci montai sopra per un pugno di strade. L’odore stantio appiattato sui sedili restituì un minuzzolo di sensatezza al mio vagabondaggio: ero tornato uno studente universitario, di nuovo in ritardo per un esame, in lotta per un posto a sedere nella calca degli autobus invernali, di nuovo nella Milano che non aspetta, che ha da fare, non più in quella riproduzione sbiadita e asfissiante, non più squallida pedina del rendering scapestrato nel quale mi trovavo a sguazzare da settimane. Così risultò tutto sommato semplice convincermi di star vivendo uno strano sogno dal quale mi sarei presto svegliato. Lo fu a tal punto, semplice, che quando sprofondai nel letto, il marito, la moglie, le tende, il gesso, le strade vuote, mi parvero quasi un esotico antipasto di quel poco di sonno che la nottata mi aveva ancora lasciato in caldo.

Di fronte a quel palazzo tornai anche le due sere successive. Non si trattò di una decisione sofferta, rimuginata, tutt’altro. Con la testa vuota infilai la porta di casa e con la medesima leggerezza mi trovai ad attendere che qualcuno spegnesse la luce della camera da letto.
Non avevo ulteriori progetti in proposito. Per il momento, era sufficiente lasciarsi condurre da una sgusciante sbadataggine e scorgere di tanto in tanto un’ombra che si muoveva nella stanza, una luce che si accendeva in bagno, un bagliore che zampillava dal frigorifero quando il marito si alzava per un furtivo spuntino notturno.
Vegliare sul marito e sulla moglie mi dava una sensazione di immaterialità e di lontananza, come se nell’incidente ci avessi rimesso l’osso, sì, ma del collo, non del femore.
Notando uno scarto nel mio comportamento mia madre si preoccupò. Mi chiese dove me ne andassi in giro tutta la notte. Con la bocca piena risposi: “In giro”.
Aggiunse che non era affatto contenta di sapermi per strada a notte fonda, specialmente con il finto-turista a menar le mani.
Quando avevo intenzione di riprendere a studiare?, chiese. Dissi che non mi sentivo ancora pronto, la testa era girata in altre direzioni e non c’era verso di raddrizzarla.
Parve arrendersi, perché non aggiunse altro e si alzò per ritirare i piatti. Ma sapevo bene che quello sguardo che mi lanciò più volte tra l’insalata e il caffè continuava a domandare al posto suo: “Quando allora? Quando?”.

Dell’incidente ho trattenuto pochi dettagli, forse non del tutto reali. Il ragazzino era sbucato all’improvviso. Se si fosse trattato di un film, avrebbe tenuto sotto braccio una busta colma di viveri frangibili: uova, grappoli d’uva, un simbolo universalmente riconosciuto della giovinezza spezzata da una terribile fatalità al rallentatore. Non andò così. Ricordo bene il suo sguardo immobilizzato dai fari. Mi riportò alla mente il giorno in cui presi la patente, quattro anni prima, quando andai a trovare un amico nel bergamasco. La strada era buia e piena di tornanti, a un certo punto mi ritrovai di fronte a sei occhi luminosi imbambolati sulla linea di mezzeria. L’unico modo per non investire un coniglio è quello di spegnere i fari e attendere che il suo scarso istinto di sopravvivenza cessi di inchiodarlo pericolosamente alla sua fine.
Quella visione – non l’incidente, ma decine di conigli attorno alla mia auto nell’oscurità di una strada di campagna – mi dette il tormento per settimane, nel mio letto d’ospedale. Segno che qualcosa, nella mia testa, cominciava a non circolare più a dovere. Le autorità avevano sentenziato che non avevo colpe, mentre sui giornali il marito e la moglie non perdevano occasione per ricordare che non avevo neanche chiesto scusa in via ufficiale. Ma era possibile scusarsi? Come se avessi appena pestato un piede a un signora in metropolitana, o se fossi stato colto in flagrante a rubare al supermercato? Scusa. Mi dispiace. Non era mia intenzione. Sarebbe bastato per ripartire, tirare una linea e uscire dalle profondità di agosto?

Una notte andai a far visita al marito e alla moglie e trovai le finestre sbarrate, le luci spente in tutte le stanze. Appuntai la vista, in cerca di un segnale, una traccia di presenza umana cui aggrapparmi a corpo morto. Al secondo piano del civico 32 di viale Romagna regnava il buio definitivo di chi aveva stabilito che agosto cominciava da quel momento, una domenica 27 senza arte né parte. Trascorsi l’intera nottata a passeggiare nervosamente sotto l’appartamento. All’arrivo del mattino mi rassegnai. Camminavo svogliatamente verso casa sapendo, dentro di me, che non sarei più tornato, e che se anche fossi capitato da quelle parti, di certo non avrei più alzato lo sguardo lassù, al secondo piano.
Avvertivo una fitta al petto, come se qualcuno me lo avesse tambureggiato a pugni, il cuore, ma con colpi gentili, come a dire “Qui, hai male qui”.
Non avevo voglia di rincasare subito, m’infilai nel primo bar con la serranda mezza sollevata, un posto sconsolato in viale Sansovino gestito da cinesi.
Ordinai un caffè e mi accomodai al tavolino per leggere il “Corriere” del giorno precedente. Non potevo crederci: il finto-turista era stato arrestato a seguito dell’ennesima aggressione in corso Lodi. Si trattava di un deejay spagnolo di 23 anni, e a quanto riferiva l’articolo non si celava alcuna logica dietro le sue imboscate, soltanto una non meglio precisata adesione al gioco conosciuto come knockout game, la nuova moda esportata dagli Stati Uniti. Lessi il quotidiano da cima a fondo, con ingiustificato puntiglio, non feci prigioniere neanche le previsioni meteo. Se me lo avessero concesso, sarei rimasto in quel bar per tutta la vita, avrei atteso pazientemente di sparire col mobilio al prossimo cambio di gestione.
Invece mi alzai, e quando uscii in strada la scena che mi si parò di fronte mi stordì: sciami di auto risalivano la corrente di viale Abruzzi sollecitando con il clacson la testa della fila, uomini e donne scaricavano borse dai bagagliai delle macchine guardandosi in giro con aria stralunata, gruppetti di lavoratori si radunavano rassegnati attorno alle fermate dei tram. E così l’estate era davvero finita? Strizzai gli occhi contro il sole e mi incamminai in direzione di casa, verso l’unica persona dalla quale non potevo sparire. Agosto volgeva al termine. Anche per me.

I bambini del patio

scritto da Ernesto Castro Herrera

Risponde alle domande in un forum. È un procedimento complicato e delicato, odioso e allo stesso tempo sublime, che lo fa soffrire nonostante risponda solamente a due o tre domande al giorno. Non si sente capace di abbandonarlo. Cos’altro potrebbe fare altrimenti? Fabiola gli porta la colazione molto presto, apre le tende, alita sui vetri, e la prima cosa che dice dopo «Che Maria una buona giornata ci dia» è «Le accendo il computer».
Quasi ogni giorno è tentato si lanciarle una fetta di pane addosso. Non lo fa perché lei è la sua unica compagnia in quella casa enorme.
Dopo aver mangiato, Níbal si mette alla scrivania e inizia a digitare risposte, tra un sospiro e l’altro. Fabiola pulisce i soprammobili con uno straccio umido o entra nel bagno con una cesta per raccogliere le mutande che lui lascia per terra dopo la doccia. Lei fischietta canzoni cristiane. Lui si sforza di non sentirle mentre legge sullo schermo. Deve ricordare, tra una lettera e l’altra, tra una distrazione e l’altra, perché si connette, perché si prende il disturbo di rispondere.
Per non annoiarsi.
Per non annoiarsi per via della malattia.
E, forse, per essere consapevole, giorno dopo giorno, di non essere l’unico ad avere dubbi in questa terra desolata di tremori, di disperazione.
È da tanto tempo che lo fa; ormai ha perso il conto degli anni. Dopo poco tempo i suoi amici avevano smesso di rispondere ai suoi messaggi e, se gli rispondevano, era per comunicargli grandi notizie che lui preferiva non rovinare con risposte in cui, inevitabilmente, ricordava loro che stava morendo. Non ha più senso scrivergli. Lui è lontano e perso, e anche loro sono lontani e persi, ma credono di trovarsi in un punto in cui ogni cosa è sicura, ben in vista e raggiungibile. Lui no. Non c’è modo che Níbal possa andare d’accordo con questo genere di persone. I primi tempi tentava di convincersi che la cosa non gli importava, che così sarebbe stato bene, ma mentiva a sé stesso. Si sentiva molto solo. I forum furono la soluzione. I forum sono in via d’estinzione – Facebook e Twitter sono i loro meteoriti – e così attraggono persone che condividono la stessa miseria. È verso di loro che Níbal prova empatia.
Quello che lui visita si chiama Q&A. È un forum dal nome poco originale, ma molto chiaro. Níbal è registrato con lo pseudonimo Merodeador87. All’inizio, nel forum si trovavano domande quotidiane, quasi stupide – Come si usa il limone per lucidare le forchette e i cucchiai? – e, con il passare del tempo, si è fatto più triste, profondo, a causa di quell’oscura pressione che tormenta gli utenti rimasti. Sono pochi. Mille al massimo. Níbal controlla la lista di chi è connesso. A volte pensa che mille utenti siano molti, tanti che si sente quasi oppresso. Altre crede che mille non siano in realtà che uno, e si sente ancora più solo.
La mattina del caso di Graciela legge vari post in Q&A, nel giro di pochi minuti. Non risponde a tutti, è impossibile. Ignora quelli che trattano comuni questioni di coppia – Come lo recupero se se n’è andato con un’altra? – e quelli a cui né lui, né nessun altro, può rispondere – Come mi trasformo in una foglia che vola sospinta dal vento? Seleziona quelli che ne valgono la pena. In quest’occasione, ce n’è solo uno:
Garbo2011: Mi chiamo Graciela Uriarte. Sì, so che non è necessario dirvi il mio nome, che basta il nick; non sono stupida, no; ma non credo sia educato da parte mia cominciare una discussione in questo forum senza prima presentarmi. Sono una donna sposata e non ho figli per motivi personali. Ho studiato Economia e Finanza. Vi piacciono i numeri? Immagino di sì. O magari no. A me no, non mi piacciono i numeri, ma mio padre voleva una figlia che lavorasse in banca. Lui ha lavorato tutta la vita proprio di fronte a una banca – era una guardia giurata in un magazzino – diceva che voleva vedermi sfoggiare un bel completo verde, un foulard a righe blu al collo, tacchi a spillo e un cartellino dorato. La verità è che lui voleva vedermi vicino al denaro, come le cassiere che ammirava ogni giorno. Non ho potuto soddisfarlo. Non m’importa. È morto otto anni fa. Ad ogni modo, non sono brava coi numeri, non sono brava a partorire o ad assistere familiari, soddisfare le loro aspettative; non sono brava neanche a risolvere i piccoli problemi dell’età adulta: una volta mi sono ritrovata a piangere nella vasca e all’improvviso mi sono messa a ridere di me stessa, senza sapere perché. Sentirmi disorientata è qualcosa di naturale in me. Perciò mi dedico a innaffiare le piante e a preparare le banane fritte, perché mio marito mi mantenga. Non è una vita felice, neanche triste; mi piace pensare che sia semplicemente una vita.
Vogliate scusare questa presentazione così lunga. Volevo solo che aveste chiara una cosa: passo molto tempo in casa e non c’è nulla di lei che mi passi inosservato. Siamo inseparabili. Tutto quello che accade in casa mia accade nel mio corpo.

Níbal legge con attenzione, soppesando quello che sente di aver in comune con questa donna, con Graciela: quasi nulla, eccetto la reclusione. La differenza è che lui non conosce così bene casa sua come lei. Níbal scrive nella sua stanza, telefona ai familiari nella sua stanza, guarda fiorire la bouganville dalla sua stanza, riceve il medico nella sua stanza, muore nella sua stanza. Ma al di là della sua stanza, casa sua è territorio di Fabiola, un territorio dimenticato che lei solamente si dedica a pulire.
Questo però non gli impedisce di comprendere Graciela: la reclusione, pur essendo diversa, è uguale in tutti i casi.
Mi sono accorta che un bambino viveva nel mio patio fin dall’inizio. Ha montato una tenda con lenzuola e manici di scopa, ed è rimasto lì. È un bambino di circa dieci anni, con i capelli neri e occhi molto grandi. La cosa più caratteristica è il suo naso aquilino, che rende il suo viso un po’ più brutto. Quando i suoi genitori vivevano nella casa accanto era il tipico bambino che piangeva ogni volta che lo mandavano a lavarsi, o che rideva a crepapelle quando gli compravano un nuovo giocattolo. I suoi genitori hanno la stessa età mia e di mio marito – vicini ai trenta – anche se sembravano più vecchi. Io credo che fosse per via dei vestiti che portavano. Erano tutti scoloriti, sfilacciati, spacciati.
Il bambino andava a scuola con un’uniforme di varie taglie più piccola. Io lo incrociavo per strada e mi dicevo, alquanto contrariata: «Se io potessi avere un figlio, non permetterei mai che andasse in giro come lui».
Immagino che abbia scavalcato il muro che divide le nostre case. Non è un muro molto alto e lui è un bambino dalle ossa lunghe. Il mio patio è piuttosto ampio e devono essergli particolarmente piaciute le mie piante di aloe, che creano una verdezza densa alla vista. O questo è quello che immaginavo all’inizio. In fondo, i bambini vanno nei patii solo per giocare un po’; l’idea di un bambino che volesse stabilirsi definitivamente in un patio mi lasciava decisamente perplessa. Non ne ho parlato molto con lui, dato che è diventato molto più cauto (suppongo che prima non lo fosse).
Lui parla solo degli argomenti che gli risultano meno aspri.
«Ciao» andai a salutarlo quel giorno. «Che ti è successo? Hai litigato con i tuoi genitori?»
Lui negò scuotendo la testa e si mise a piangere. Capii subito. Molti genitori stavano facendo la stessa cosa nel quartiere e non fu difficile comprendere in che stato si trovava quel bambino.
Gli diedi da mangiare. E quando arrivò mio marito ci dedicammo a migliorare la sua tenda rudimentale. Certo, per prima cosa gli dicemmo che poteva entrare e far parte della famiglia senza alcun problema; essere una specie di figlio adottivo (un’idea che entusiasmò mio marito, che aveva sempre voluto un figlio maschio), ma il bambino rispose che preferiva restare nel patio. Rimase nella sua tenda che, sinceramente, per quante migliorie apportammo, continua tuttora a sembrare la casetta di un cane.
Al bambino piace molto il patio. Se sta nella sua tenda, a volte lo sentiamo ripetere ad alta voce le sue lezioni – perché è tornato a scuola, grazie alle mie insistenze – o, se sta fuori, dalla finestra lo vediamo giocare con dei rametti, come se questi fossero persone che danzano intorno a lui. Mio marito gli ha detto che può andare a giocare con altri bambini, al parco o a un campo da calcio, ma rifiuta anche questo.
Per inciso, il fatto che lui non voglia vivere in casa con noi non significa che non entri mai. Usa il bagno, aiuta mio marito a riparare qualche perdita, parla con me nel portico dei suoi compagni di classe, a volte si siede con noi in sala da pranzo e guarda i cartoni animati quando ha finito i compiti. Ma non vuole che gli diamo una camera tutta sua. Proprio non vuole. Gliel’abbiamo proposto diverse volte. Lui cambia discorso o ripete che no, non vuole, finché non ci stanchiamo di chiederglielo.
Immagino, e per favore, ditemi voi se sbaglio, che il bambino sia venuto a vivere nel mio patio perché in casa sua si sentiva molto solo e forse pensava che qui sarebbe stato meglio. Voglio dire, nel mio patio almeno ha contatti con altre persone. Tuttavia, non vuole vivere con noi completamente, perché sa che non potremmo mai sostituire quella compagnia che aveva prima.

Alle dieci interrompe la lettura del post di Graciela. Manda giù un cocktail di pastiglie, una ad una, senz’acqua, producendo molta saliva e pensando all’amarezza della sua routine. Alle dodici aspetta che Fabiola entri nella sua stanza e, quando questa lo fa, lui le dice quello che vuole per pranzo: zuppa di pollo, senza cipolla, e una bibita al tamarindo. Fabiola annuisce, gli dice che più tardi andrà al mercato a comprare del tamarindo perché non ce n’è più, gli racconta che fuori si sta benissimo – sta finendo l’estate e soffia una brezza rilassante da est a ovest – e si rende disponibile ad aiutarlo a scendere le scale e accompagnarlo a fare un giro per il parco della residenza. La residenza è lussuosa, con alberi alti e orgogliosi quanto i loro proprietari, tra le cui chiome si trovano le videocamere di sorveglianza. Ci sono anche le guardie ai portoni. E una recinzione elettrica, due piscine, un campo da tennis e un centro yoga. I suoi abitanti portano fuori la spazzatura con gli occhiali da sole, possiedono più di un’auto, sono molto alti e parlano inglese, una lingua che Níbal non capisce bene.
Risponde a Fabiola che no grazie, grazie, sono troppo grasso e stanco per queste peripezie. Fabiola gli dice che non c’è problema, no, e si prepara per uscire. Lui la trattiene con una domanda strana: «A lei piacerebbe vivere in un patio?»
Fabiola è abituata a questo genere di domande. Più che sorprendersi, l’unica cosa che fa è rispondere con la massima sincerità. In ogni caso, Níbal capisce sempre quando mente o da una risposta evasiva, e lei cerca di non dargli un dispiacere.
«Sì» dice. «Se mi sento a mio agio perché no?»
I suoi genitori se ne sono andati a lavorare lontano. Non l’hanno portato con loro perché lontano non è un posto dove un bambino possa crescere come si deve. Il bambino è già abbastanza grande per poter badare a sé stesso, o questo almeno dev’essere quello che si sono detti per farsi coraggio prima di partire. Gli hanno insegnato a cucinare, gli hanno spiegato dove doveva andare a pagare le bollette, gli hanno descritto per bene come usare il detergente e il cloro, si sono liberati del cane perché non avesse un’altra cosa a cui pensare e gli hanno appuntato un numero di telefono, con più di dieci cifre, da chiamare in caso di emergenza. Se ne sono andati all’alba, senza svegliarlo, per evitare i pianti.
Sono già due anni che sono all’estero. Là sì che hanno un lavoro, e guadagnano bene, però i vantaggi che hanno ottenuto finiscono qui.
Questo non me l’ha raccontato lui, certo che no. Me l’ha raccontato Eduardo, suo zio. È un ragazzo che viene a fine mese con del denaro che mandano i genitori del bambino. Non si ferma mai in casa più del tempo necessario. Lui ed Eduardo non hanno un gran rapporto; si vedono, si stringono la mano, non si sorridono e poi si salutano. È uno di quei casi in cui i familiari si vedono costretti ad essere familiari. Io questo lo capisco ma ho comunque chiesto ad Eduardo se non gli piacerebbe che vivesse con lui, il bambino, a casa sua. Io sono molto contenta che lui sia qui, nel mio patio, gli ho detto. Non è il posto migliore che posso offrirgli, ma è il posto che lui ha scelto e mi fa piacere aiutarlo. Ciò nonostante, è lei il familiare più vicino e questo nessuno lo può cambiare. Non c’è niente come la famiglia.
Eduardo è arrossito e si è girato dall’altra parte. A voce bassa, però deciso, mi ha risposto: «Mi dispiace. È che io ho già una vita oltre a questo».
E se n’è andato.
Ad ogni modo, il bambino sta bene. O almeno bene come può stare qualcuno nella sua situazione. Un po’ alla volta stiamo cercando di migliorare la sua permanenza nel patio. Al prossimo stipendio, mio marito comincerà a risparmiare per costruirgli una “tenda” più grande e meglio fornita, che in realtà sarà come una casetta (almeno non una per cani), e che però continueremo a chiamare “tenda” perché il bambino non interpreti qualcosa che non vuole. Il denaro che inviano i suoi genitori va anche quello a un libretto di risparmio: è probabile che il prossimo anno il bambino avrà il suo computer e la sua bicicletta. So che i suoi genitori gli mandano questo denaro in modo che lui si compri cibo e vestiti, Graciela, mi dice mio marito. Però tu non cucini male, sei brava a rammendare calzini e a me fa piacere investire quello che guadagno in qualcosa che ne vale la pena.
Come potete vedere, ce la stiamo cavando. Ieri il bambino ha finito di fare colazione in sala da pranzo e, prima di uscire per andare a scuola, ci ha detto: «Ciao Chela. Ciao Tito» ed è uscito dalla porta principale. Prima usciva solo dalla porta sul retro, la porta del patio. Chela e Tito sono i nomignoli affettuosi con cui ci chiama lui.
Sì, ci si è affezionato ormai.
E questo è precisamente il mio problema. Lui si è affezionato a noi e noi a lui.
Fin dall’inizio di questo post vi ho detto chiaramente che sono una donna di casa. Dedico molto tempo alla mia reclusione, alle mie cose. Beh, ora credo di dover dire che dedicavo il mio tempo alla mia reclusione, alle mie cose. Adesso lo dedico tutto a questo bambino. Innaffio le piante, ma solo quelle che piacciono a lui (adora l’Hibiscus). Ogni piatto che cucino non è più perché mio marito pensi che io serva a qualcosa e mi mantenga, ma perché il bambino possa mangiarselo senza protestare perché odia la cipolla e il pomodoro (le enchiladas di fagioli gli piacciono da morire!). Sembro felice, e lo sono, ma allo stesso tempo sono terrorizzata.
La mia casa è il mio corpo e i corpi hanno sempre paura di soffrire. Cosa farò quando i suoi genitori se lo porteranno via? Cosa farò per consolare mio marito? Cosa farò quando non potremo più considerarlo figlio nostro e di nessun altro?
Ditemi, voi che siete tanto intelligenti e che siete esperti nel rispondere alle domande degli altri, cosa dovrò fare quando il patio sarà vuoto?

Quando era piccolo, gli capitò qualcosa di simile. I suoi genitori avevano avuto due figli, lui e sua sorella Emilia. Emilia era più vecchia di Níbal di otto anni. Con questa differenza d’età, lei si fece adulta quando lui ancora era un bambino. Emilia voleva diventare infermiera e dovette trasferirsi in città, perché loro vivevano in campagna e lì non c’era un’università dove poter studiare per quella professione. Níbal non voleva che Emilia se ne andasse perché la proprietà dove vivevano era molto lontana dalle altre, e per lui sarebbe stato molto complicato trovare qualcun altro con cui giocare.
«Mi dispiace, Nibalín» gli disse Emilia, «non ho altra scelta. Non preoccuparti, vedrai che andrà tutto bene. Sei un tipetto sveglio tu».
Era un tipetto sveglio, e voleva passare addormentato tutto il tempo che lei non stava con lui. Mise via i suoi giocattoli e trovò rifugio nella caccia ai piccioni o castrando i vitelli con suo padre. Emilia andava a trovarlo una volta ogni tre mesi, gli portava caramelle alla frutta, gli faceva il solletico sulla pancia e gli diceva che un giorno l’avrebbe portato a conoscere la città e che a lui sarebbe piaciuta tantissimo, perché lì c’erano talmente tanti bambini che era impossibile annoiarsi. Níbal sorrideva, si emozionava ma, in fondo, ormai niente era più lo stesso.
Sono stanco, ripete tra sé e sé Níbal quando Fabiola gli porta il pranzo nella sua stanza. Ma sa che prima di mangiare deve avvelenarsi il palato con una decina di pastiglie. Stanco di tutto questo. Stanco, stanco, stanco, stanco e impaziente. Si avvicina a un tavolo che sta in fondo alla stanza. Fabiola ha portato anche un piatto per lei, perché normalmente gli fa compagnia a quest’ora. Lui prende una forchetta e lei comincia a raccontargli la sua giornata, che consiste fondamentalmente nel rimuovere macchie dal pavimento o combattere contro le formiche in giardino armata di cenere e insetticida.
Níbal la interrompe.
«Sentono la sua mancanza in casa, Fabiola?»
«Sì» dice lei, «abbastanza. Soprattutto la mamma. La mamma ha quasi ottant’anni, io sono la figlia maggiore e abbiamo condiviso tanto. Ma lo capisce che devo stare qui. Siamo molto poveri e non tutti hanno la fortuna di vivere in una residenza, in questo paese, con lei. In più, la sua famiglia è stata molto, molto buona con la mia. Però è molto difficile, Níbal, questo non posso negarlo. Molto difficile. Non solo per me, anche per la mamma».
«Sì. Lo immagino.»
Soffrono anche quelli che restano, pensa lui. È una bomba che esplode in varie direzioni.
Muove il mouse. Apre la finestra di Q&A. F5. Aggiorna due volte.
Torna al post che stava leggendo quella mattina.
La sua casa non è il suo corpo, risponde Merodeador87 a Garbo2011, subito dopo pranzo, con il suo stile breve e un po’ più profondo del solito. Lo incoraggia vedere che la sua non è l’unica risposta ottimista sotto il post di Graciela. È la sua vita. La viva. Si goda quel bambino, quel figlio, mentre può. È possibile che soffra in futuro, ma mantenga la speranza, glielo assicuro io, perché nessuna sofferenza dura per sempre. La gente se ne va, ma ritorna anche. In un modo o nell’altro, ritorna.

Tradotto da Francesca Miola. Pubblicato originariamente su Letralia.

Oleg

scritto da Gianvittorio Randaccio


Il treno è fermo e il signore coi capelli grigi parla col suo collega, che lo ascolta senza troppa voglia e guarda in continuazione il giornale che ha appoggiato sulle ginocchia, come a voler dire che se ci fosse un po’ di silenzio lui leggerebbe anche, invece di star lì ad ascoltarlo. Continua a leggere

Chernushka

scritto da Claudio Conti

All’inizio è solo un puntino nel cielo di giugno. Una marginale stilla nera nell’acquarello visivo di Amato, niente più che un glitch a nordovest, incastrato nel canto dell’occhio, tra l’indaco pulito del cielo e il verde vivo del fogliame di tiglio sotto cui, migliaia di metri più in basso – e quattro ghiaccioli dopo – Amato s’è fermato per la sua consueta pisciata da pendolare. Continua a leggere

Brava

scritto da Giampiero Cordisco

4.49

Lo chiamo Dynascope perché c’è scritto sul monitor in basso. Non sono molto esperta, ma so alcune cose. So ad esempio che nel Dynascope c’è il misuratore della pressione, quello dell’ossigenazione del sangue e quello dell’attività cardiaca, e al variare dei parametri di riferimento posso calcolare con buona approssimazione il tempo rimanente. Continua a leggere

Il vigile urbano

scritto da Marco Brion


Sandro era arrivato da venti minuti e aveva ancora le scarpe scure di pioggia. Pattinava intorno alla tavola apparecchiando al meglio delle sue possibilità: non ricordava mai se il coltello andava col seghettato fuori o in dentro. Le suole gli facevano skieek! a ogni giravolta per schivare Pina che schizzava dietro al multi-timer del cellulare, che la teneva informata sul procedere della carne, delle patate all’aglio e rosmarino nel forno e del paté di fagioli che brontolava in un tegamino. Continua a leggere

Krapfen

scritto da Andrea Zambrero

Oggi ho un appuntamento. Per tutto il pomeriggio cerco di non pensarci. È sabato. Dopo pranzo, guardo con mia madre la tv, me ne sto seduta nel divano senza rilassarmi, tesa contro i cuscini. Alle quattro, mio padre scende al bar. Alle quattro e dieci dico a mamma che un’amica mi aspetta per un caffè: non è vero. Continua a leggere