Esule – Cover, 9

scritto da Francesco Follieri


Come ogni mattina, prima dell’alba, Alfonso si preparava ad alzare la saracinesca dell’edicola, a ricevere i quotidiani e subito dopo i primi anziani insonni, ansiosi di continuare a praticare le proprie abitudini.
Da anni, da quando era accaduto la prima volta, e poi la seconda e la terza, con la coda dell’occhio, controllava che dall’altro lato della strada, vicino al parchimetro, non ci fosse l’esule. Potevano passare settimane, mesi nei casi più fortunati, ma prima o poi sarebbe ricomparso, Alfonso lo sapeva e l’idea lo gettava nello sconforto. Non era mai riuscito a disinteressarsi di chi manifestava sofferenza, la sua edicola, con gli anni, era diventata un presidio, dapprima del quartiere, poi, sparsasi la voce tra i pazzi a vario titolo, in mezza città. Sua moglie gli vietava di portarli in casa e questo almeno, senza nemmeno sporcarsi la coscienza più di tanto, gli permetteva di tracciare dei confini.
L’esule non aveva cercato l’edicola come tanti altri pazzi e in verità non cercava nemmeno aiuto, né da lui né da altri. Questo fatto rendeva Alfonso ancora più stanco e depresso. Perché lo faccio? si chiedeva. Perché non mi faccio gli affari miei come tutti gli altri e lo lascio lì, con i vestiti di sua sorella e i suoi lavori a maglia? Non aveva mai trovato una risposta. Invece di cercarla con più determinazione, lasciava l’edicola, riportava l’uomo in casa, fino al settimo piano, fin dentro il grande appartamento. Una volta in casa, l’uomo ringraziava, chiudeva la porta e per molte settimane restava un uomo di mezza età, si sarebbe scambiato per un vedovo. Usciva per fare la spesa e poco altro. Una volta a settimana andava nell’unica libreria della città, ritirava i libri che aveva ordinato, non guardava quelli esposti in vetrina, non si fermava a chiacchierare, pagava e andava via. Questo gliel’aveva detto la libraia, che era meno curiosa di lui ma più pettegola. Anche lei, però, aveva poco da rivelare e in realtà annotava mentalmente gli acquisti dell’esule più per abitudine che per interesse, come faceva con quasi tutti i clienti, tranne a Natale, quando il lavoro era troppo per potersi distrarre.
Così Alfonso ci aveva messo parecchio a scoprire qualche dettaglio della vita dell’esule, nel frattempo l’aveva sempre aiutato a rientrare in casa, dovendolo sostenere con tutte e due le braccia, perché l’uomo, quando usciva con i vestiti della sorella tra le mani, come tenesse una persona viva, era come svuotato di ogni forza e di ogni resistenza, un peso morto. Se Alfonso non l’avesse tirato su, con pazienza, a ogni ricaduta, sarebbe rimasto lì, sempre nello stesso punto, con le mani nei capelli, come lo trovava tutte le volte, e i vestiti da donna a terra, di fianco a lui. Nell’unica occasione in cui non si era precipitato, l’esule aveva fatto in tempo a buttare le chiavi di casa in una grata, per fortuna dava nel parcheggio sotterraneo della stazione e con una torcia e molta buona volontà si riuscirono a ritrovare. Alfonso gli chiese perché l’avesse fatto. L’esule dapprima non rispose, poi disse che nessuno doveva più entrare nella casa, che era occupata e che ormai bisognava lasciarla andare, persa, per sempre. Anzi, tornare era pericoloso. Meglio essere esuli che vivere lì. Fu da quel giorno che Alfonso cominciò a chiamarlo l’esule, anche se bisogna precisare che usava il nome solo con sé stesso, e del resto con chi avrebbe dovuto, non c’era anima viva a cui interessasse la storia o il nome di quell’uomo. Nessuno ne sapeva niente. Era comparso a Nocera dal nulla, a chiedergli come si chiamasse si otteneva solo il nome di sua sorella Irene, o di qualche immaginazione di sorella, perché questa Irene non si era mai vista e per di più non aveva una vita reale, non aveva marito, né interessi, un lavoro, nulla di nulla, solo si limitava a confezionare piccoli lavori fatti a maglia o all’uncinetto che l’esule portava con sé insieme ai vestiti da donna quando stava male. Alfonso, da tempo, cominciava a sospettare che li facesse l’esule stesso, per giustificare l’esistenza di questa Irene, che forse era morta, forse non era mai nata, di sicuro non era lì, se non nella fantasia o nella memoria dell’esule.
L’esule parlava un italiano impeccabile, senza nessuna inflessione dialettale, ma capiva il dialetto perfettamente. La prima volta che Alfonso lo raccolse dal marciapiede, nel punto vicino al parchimetro, si lamentava di una casa. Alfonso gli chiese dove abitasse, gli sembrò la cosa più ragionevole da chiedere. L’esule rispose che fino a quel momento aveva abitato lì, indicando con il dito il palazzone in Via Roma e sostenendo, subito dopo, che da lì si potesse vedere il parco in Rodríguez Peña. Solo settimane dopo Alfonso scoprì che parlava di Buenos Aires, tuttavia non gli sentì mai pronunciare alcunché sulla città o sull’Argentina, nemmeno negli anni seguenti, come se il mondo iniziasse e finisse nella biblioteca la cui finestra dava su Rodríguez Peña, né l’esule parlò mai in spagnolo. Quel poco che diceva, sempre riferito alla sorella Irene o alla casa, porzioni di casa, un cassetto in camera, un libro in biblioteca, un tratto di corridoio, le pronunciava in un italiano impeccabile, da telegiornale, che lo definiva straniero più di ogni nome possibile. Nessuno a Nocera parla così, nemmeno i professori di liceo, tantomeno il Sindaco, ché non lo voterebbe nessuno se parlasse una lingua diversa da quella dei suoi elettori.
Alfonso ringraziò la buona sorte e, per non sbagliare, anche la Madonna, l’esule era rimasto in casa. In tempi recenti la sua fede, che peraltro non era mai stata incrollabile, oscillava verso uno scettiscismo stanco, causato dalla morte del prete del quartiere (il suo sostituto non aveva il minimo carisma) e da troppi anni di lavoro in edicola, con levatacce prima dell’alba e lunghissime giornate a guardare la gente passare, entrare e uscire dalla stazione, nessuna traccia del Signore, solo pazzi, tossici, alcolisti, gente che sapeva evidentemente odorare la sua incapacità di tirarsi indietro. 
Un paio di volte era stato costretto a chiamare la Polizia ed era sempre stato molto imbarazzante. Spiegare che sì, era stato lui stesso a dare troppa confidenza, a permettere a quell’avanzo di galera di stazionare per ore davanti alla sua edicola, circondata da bottiglie di birra e cartoni di vino, era una prova così faticosa che la maggior parte delle volte, se poteva, si limitava a pulire la sera, da solo, prima di tornare a casa, a contenere gli eccessi di chi non era in grado di controllarsi da solo; i poliziotti o i carabinieri lo guardavano come uno scemo e un paio di volte l’avevano rimproverato duramente. Anche sua moglie lo faceva e per di più con maggiore frequenza, per cui doveva fare attenzione a non lamentarsi troppo la sera, a casa, o avrebbe finito per dover litigare. Potremmo guadagnare di più, gli diceva. Alfonso si tratteneva dal risponderle che in edicola ci andava da solo, tutte le mattine, da trentacinque anni, da quando ne aveva sedici, e che lei non si era mai vista. Potrei, io, guadagnare di più, avrebbe dovuto dire, se avesse voluto risponderle, ma questo desiderio non si affacciava mai davvero. Alfonso preferiva tacere, evitare di discutere, mangiare velocemente e farla finita con l’intera giornata. Gli piaceva guardare i quiz alla televisione, gli sarebbero piaciute anche le telenovelas ma aveva vergogna di confessarlo alla moglie, così si limitava a leggere le trame riassunte sui settimanali, di giorno, nei momenti in cui riusciva a ritagliarsi qualche minuto per sé, in edicola, di solito verso l’ora di pranzo.
Prima di addormentarsi, quella sera, pensò di nuovo all’esule. Sua moglie già dormiva, la casa era silenziosa, si sentiva solo il rumore del motore del frigorifero. Casa loro era piccola, quattro stanze in tutto, compresa la cucina. Altro che biblioteche da cui guardare i parchi. Del resto non c’erano parchi lì.
Senza rendersene conto, con gli occhi chiusi, si scoprì a temere che l’esule morisse, che non si potesse più scoprire come fosse arrivato in quella casa enorme, se Irene fosse mai esistita. Capì che avrebbe desiderato entrare in quella casa, scoprire cosa si vedeva davvero, quale pezzo di Nocera, dalla finestra che avrebbe dovuto affacciarsi in Rodríguez Peña, aprire i cassetti e trovare i lavori a maglia, l’esule gli era simpatico, era questa la verità. Gli altri li aiutava perché era fatto così e ormai non cambiava più, ma l’esule aveva qualcosa, non era in grado di indentificare cosa fosse, ma si sentiva vicino a quell’uomo ordinario che ogni tanto scappava. Non sarebbe mai accaduto, Alfonso lo sapeva bene, ma gli sarebbe piaciuto mettergli una mano sulla spalla, andare o tornare insieme a lui in Rodríguez Peña a vedere questo parco, l’esule avrebbe letto i suoi libri e lui i settimanali da casalinga che gli piacevano, tanto a Buenos Aires chi lo conosceva, non correva il rischio di passare da scemo. 

Tratto da «Casa tomada», scritto da Julio Cortazar.

La dismissione delle cabine telefoniche – Cover, 8

scritto da Sara Mariotti


Sua madre, da quando era rimasta vedova, aveva cambiato il lato del letto; diceva che gli odori non se ne vanno, impregnano il materasso e i cuscini, lei li sentiva.
Prima di morire d’infarto suo padre aveva litigato con sua madre per colpa di quei terreni che aveva ereditato da un lontano zio, non ne voleva sapere di venderli, erano andati a dormire senza dirsi una parola: nessuno dei due aveva immaginato che sarebbe stato per sempre. Continua a leggere

So che puoi comprendere – Cover, 7

scritto da Carmen Barbieri


Come quella storia del cane muto e della papera sottomessa. Lui un tempo ci rideva. Ora gli saliva la brina negli occhi quando Lei riattaccava a raccontare. Si distraeva moltissimo, soprattutto nella parte in cui Lei ripeteva il pezzo della papera che si lascia strattonare sulle strisce pedonali dai bambini delle scuole elementari. Era tutto un lastricato di mani e di piedi – diceva Lei – che l’avrebbero potuta portare via. Lui aveva inventato un trucco per farla smettere di parlare. Voltava la testa a sinistra procurando in Lei la paura di perdere il controllo della macchina, uscire fuori strada o, peggio, finire morti in uno scontro frontale con le macchine che avanzavano in direzione opposta a quella loro. Solo così Lei faceva immediatamente silenzio e Lui tornava a guardare dritto davanti a sé. Continua a leggere

Febbre romana – Cover, 6

scritto da Marco Morana

Grace Ansley e Alida Slade si erano conosciute a Roma ventitré anni prima. Durante il semestre trascorso all’Accademia di via di Ripetta, le due ragazze avevano rivelato temperamenti innegabilmente opposti; eppure, ciò non aveva impedito che – per un singolare incastro di anime – la loro amicizia si assestasse prontamente su un delizioso quanto pragmatico equilibrio: Alida, la più florida, invitava la seriosa Grace ai pub crawl clandestini, dandole l’opportunità di dimenticare per qualche ora la malinconia assonnata delle intense ore di studio; Grace, dal canto suo, offriva ad Alida quei turbamenti dell’intelletto che si provano nel prendere parte ad attività culturali, come visitare gli studi degli scultori neoclassici di Campo Marzio o leggere antologie poetiche sui prati immemori della via Appia Antica. Continua a leggere

Dio delle molotov

scritto da Andrea Bonomi

Non temo niente
non spero niente
ma sono uno schiavo
i muri parlano
le parole sono coltelli in bocca
le ferite sono feritoie
le fiamme cercano spazio sull’asfalto
si fanno largo
sembrano lanterne.

Ci sentiamo colpevoli
per le cose sbagliate
per aver lottato fino all’ultimo
neanche una volta
per tornare alla pena dei nostri doveri
a chinare di nuovo il capo.

È il bisogno di vivere
a spingerci fuori.

Questo è un lamento che si canta in coro
ma si balla da soli
appartiene a tutti
ma parla a ognuno.

Dio delle molotov
tigre di vetro
fucile alla gola
pericolo di morte
i giorni dell’ira sono lontani
hanno tolto i muri ai pittori.

Dio delle molotov
sognatore a Parigi
ubriaco a Bologna
senza un soldo lontano
la rivoluzione è l’inizio della vita
e nel vivere
molto spesso s’esaurisce.

Dio delle molotov
testa di cane
figura complessa
uomo che non cede
la città brucia da sola
avvolta in coperte di fortuna.

Quel che rende Dio un Dio
è credere nell’immortalità delle azioni
e nella mortalità dell’uomo
saper riconoscere la poesia negli altri
mettere in discussione la perfezione
eseguire vendette e miracoli.

Occorre contribuire
sporcarsi le mani
diventare fantasma al rumore sinistro delle sirene
le cose rimangono impresse
e come capita l’occasione regoliamo i conti.

Parla, parla, avanti parla
chi è stato?
Non so
non ricordo
non rispondo.

Non ha colore
la voce che ti chiama.

Dio delle molotov
fuoco negli occhi
soldato di strada
espulso dal cielo
le bottiglie volano come palle di neve
profumo di benzina
e poi la fuga.

Dio delle molotov
notte di sole
luce improvvisa
tensione alle stelle
non si lancia una bomba
portando guanti di seta.

Per i fratelli caduti
l’incendio è nella testa
pensarci sempre
non parlarne mai
ci scusiamo per il disturbo
ma questa è una rivolta.
Amen.

Ascolta Dio delle molotov letta dall’autore

Il corpo – Cover, 5

scritto da Claudia Petrucci

In principio mi hanno fatta di carta blue back, e di tutte le mie funzioni epidermiche quella antispappolo si è rivelata la più intelligente: in febbraio ha nevicato spesso. Concepita oltreoceano, poi stampata enorme in un capannone della Brianza. Tutti i miei atomi, di dimensione 70×100 centimetri, sono stati composti e appiccicati su superficie piana. Continua a leggere

Colui che sussurrava nelle tenebre – Cover, 4

scritto da Simone Marcelli

Tenete ben presente che alla fine non ebbi una vera e propria visione di qualche orrore. Ho dovuto piuttosto dedurre la verità di quel terrore che sin dalla prima delle e-mail angosciate e strane di mia sorella Roberta avevo sentito sorgere tra i miei pensieri consapevoli, come un intuito per la perversione di quel male. Ma non ebbi visione: solo gli elementi di inquietudine che ora metto insieme per mostrare, per esibire alla cittadinanza, a monito. Continua a leggere

Il muro dei colombi

scritto da Andrea Bonomi

L’autobus blu senza numero che ci portava al paese
era così composto: un motore rumoroso,
qualche passeggero che guardava il culo a mia madre,
le prime scritte con il bianchetto
del tipo Craxi ladrone, Piero Pelù ci sei solo tu,
Federico annaffiami le ovaie.
Mia madre mi portava spesso a fare visita
a una coppia di anziani nati
sul finire dell’Ottocento.
Erano i miei trisavoli. Trisnonni
come si dice oggi.
I nonni di mio nonno materno.
Nessuno ha visto i suoi trisavoli.
Io li ho visti. Stavano seduti in una cucina
con la stufa a legna e un televisore. Pranzavo
con un piatto di pasta al pesto.
Lei si chiamava Gemma, lui Cristoforo.
Il dialogo tra noi
era una splendida sinfonia dialettale.
Il sole entrava sempre da una finestra.
Cristoforo era uno dei ragazzi del ’99.
Festeggiò i suoi diciott’anni sul campo di battaglia, a Caporetto.
Quell’uomo, che aveva combattuto contro un impero,
mi portava nelle sue piane
a togliere i lumaconi dal basilico
altrimenti di pesto non ne avrei più mangiato.
Si sa, la pelle del bimbo entra subito in contatto
con le pelle vecchia di un uomo,
di un nonno. Una specie di luccicanza.
Forse perché in parte uguali.
Forse perché il primo ha tanto da imparare
il secondo ha poco tempo per insegnare.
A un tratto, quell’uomo, non lo vidi più.
Rimasero la pasta al pesto e la Gemma
ma la sua poltrona restava vuota.
A forza di domandare che fine avesse fatto, la Gemma mi portò
da quella finestra dove entrava sempre il sole.
Mi disse: “Guarda il muro di sassi, li vedi i colombi?
Adesso Cristò è andato a stare lì con loro.
Tutte le sere, quando chiudo le persiane,
gli mando un bacio. Fai ciao con la mano”.
Cercavo il colombo che gli somigliasse di più
ma facevo molta fatica.
Per la prima volta in vita mia
ero di fronte a una persona che ci aveva lasciati
e l’idea che una volta morto
sarei diventato anch’io un animale
non mi dispiaceva affatto.
Era stupendo, accettabile.
Così andai a scuola e lo raccontai a tutti.
E dovevo essere stato molto convincente
sui bambini
perché una maestra chiamò mia madre
e le rimproverò che la mia immaginazione
era da tenere a bada.

Torno in quel paese
tanto caro a Mario Tobino e Franco Fanigliulo
una volta all’anno, per la festa del vino.
Due anni fa
sono tornato a vedere il muro di sassi
dove vivevano i colombi.
Degli uccelli nemmeno l’ombra di una piuma,
il muro era coperto dai manifesti elettorali.
Così ho preso una sbronza terrificante,
sono andato a casa
e mi sono messo a piangere.
Quella notte di Settembre ho capito
che per il resto della mia vita
sarebbero successe cose come queste.
Che la realtà non accetta la fantasia,
che le persone normali sono nemiche dell’immaginazione
e che la felicità sia molto difficile da trovare.

Ascolta Il muro dei colombi letta dall’autore