Post fata resurgo

scritto da Chiara Araldi

Tu cammini annegato nei ricordi
– a guardarti li scorgi,
irradiati a raggiera oltre il crinale del cranio –
gli occhi
fredde fiamme di rasoi
tagliano il vuoto alla ricerca di un senso
Tieni il pugno lungo il busto
chiuso come se
a lasciare andare le dita
scivoleresti via anche tu
disciolto come ketamina
nelle vene della notte che sale.

Hai raccolto i tuoi castighi,
e hai chiesto almeno 813 volte perchè,
alle stelle
che schizzano improvvise lungo il cielo
apparendo come l’avvertimento di un collasso,
alla schiena
che se ne andava senza motivo
mentre tutto intorno
annichilendosi implodeva,
alla polvere
che dorme accatastata sul cuore
come una guardia ubriaca
in un gabbiotto congelato di gennaio.

L’hai chiesto a me
ma io non ho che palme aperte
e i miei capelli profumati,
oltre al cordoglio
ed una sconfinata resa.

Perchè mentre ti cammino accanto io vorrei dirti
che questa è l’ora di arrendersi
vorrei prenderti la mano e spiegarti
che questa è l’ora in cui si lasciano
dissolvere i fantasmi come meduse al sole
vorrei
toccarti con l’indice la fronte e
passarti la mia luce,
riempirti di luce fino a che
piegato sulle ginocchia,
prima di riversarti fuori come un urlo schiantato
tu non veda le margherite fiorire tra l’asfalto.

Soltanto questo siamo, fratello mio,
violenti specchi di inferno,
ognuno ad altri martirio,
ci picchiamo e ci feriamo e ci
lasciamo stremati e senza fiato
siamo una valanga di corpi impilati alla ricerca di aria
e per trovarla usiamo la bocca del corpo accatastato accanto
come scalino
ci siamo l’un l’altro velenosi e parassiti
siamo schegge di dolore precipitate
in mezzo
ad una incredibile
e fragile
bellezza.

Ricorda, è la bellezza a tenerci uniti
ed io ti auguro
di trovare la tua
negli interstizi delle cose,
cercala tre le rime delle parole,
dietro al bancone dei bar,
nelle foglie che si schiudono di crudo verde,
trovala, qualunque sia, e facci l’amore,
ridendo immergi le braccia
nella bellezza che rimuove i pensieri
lascia che lei ti trovi, e ti dia pace
non è il senso
che andiamo cercando,
fratello,
ma il sollievo
quell’attimo
di consapevole lucidità
in cui
non sai, ma senti
che il cielo è lì
e non risponde
ma cristo,
è così bello che
spezza il fiato.

Ascolta Post fata resurgo letta dall’autrice

L’albero vero

scritto da Luca Tosi


«Se non viene naturale…» dice. «Se non viene naturale, allora niente.»
Io lo so cosa vuole da me, l’ho capito benissimo. Il suo odore è molto vicino, siamo stesi sul divano del mio salotto. Tutta buia la sua faccia, tutto buio uguale. L’unica cosa che si vede è la spia rossa del suo cellulare, la batteria è scarica. Fosse stato per me le lucine dell’albero le avrei lasciate accese, invece no, «Spegni», ha voluto così.
«Lo sa qualcuno che sono qui?» mi chiede.
«Non l’ho detto a nessuno.»
«Io invece l’ho detto.»
«A chi l’hai detto?»
«Alla Giulia.»
Il suo cellulare vibra; la spia rossa diventa verde.
«E perché gliel’hai detto?» le chiedo.
«Senti, la Giulia mi ha infamata. Mi ha detto che io esisto solo per rovinarle la vita. Poi anche altre cose. Cose nostre.»
«Ma cosa gliel’hai detto a fare, alla Giulia.»
Solo un anno, era il 2014, per Natale ho comprato l’albero vero. A Bellaria ce li hanno, lo scegli, te lo caricano in macchina loro, legato con lo spago in un sacco nero. La fregatura è che gli alberi di natale, quelli veri, in casa perdono gli aghi e va a finire che passi le feste a spazzare il pavimento.
«La Giulia è sempre piena di rancore» mi dice.
«Un po’ tutti» dico io.
Sento il suo piede, ha fatto un piccolo scatto, laggiù in fondo al divano, dove la coperta finisce. Sono tre mesi che abito in questa casa; nessuno mi aveva sfiorato così tanto, sul mio divano, prima di adesso. Ma io lo so cosa pretende da me, per questo natale, che regalo vuole. Un po’ alla volta, vado più vicino. Respira, ed esce dal suo naso un odore, è una cosa preziosa, da proteggere, tenere in una scatolina da quant’è buono. Col mio naso tocco la sua guancia, per stare lì con la sua pelle. Si muove, la cerco, e se durasse fino a domani sarebbe bellissimo. Ci baciamo. Poi arrivano le sue spalle, il collo, gambe, confusione. La spoglio e lei a me, ma era meglio prima, coi nasi e coi piedi. Però va bene. Si stende a pancia in su e io scendo con la faccia tra le sue gambe, per leccargliela come un cagnolone. Ci siamo, la mia testa è andata, lei respira da animali, non si tiene.
«Fermati» dice di colpo. «Non me la sento.»
Torno su per vederla in faccia, che occhi ha, ma è tutto buio.
«Non ti preoccupare» riesco solo a dire. «Non ti preoccupare.»
Mi stendo anch’io e riprendo fiato, il cuore che martella, lei invece non fa rumori. Resto così, a guardare il buio diffuso e ascolto gli scricchiolii del divano, appena ci proviamo a muovere. L’albero è là, a tre metri, nell’angolo dietro il tavolino. Non un riflesso, eppure ha addosso chili di addobbi e quaranta lampadine a incandescenza: le migliori, da accese scaldano anche. Le mie poi sono multicolor, primi anni ’80, con quattro giochi di luce. Mica come quelle a led, robaccia.
«Quanto siete stati insieme, tu e la Giulia?» mi chiede.
«Noi? Tre anni.»
«E la senti ancora?».
«Mai».
Infilo una mano sotto il cuscino e trovo le sue dita, schiacciate lì come le macchine di un incidente. Erano i primi di dicembre e mentre tornavo da Bellaria, in autostrada, con l’albero chiuso dentro un sacco nero, buttato sui sedili didietro, mi ero sentito un poliziotto: mi sembrava che l’avessi arrestato e che lo stessi portando in caserma, nel mio salotto. Credevo che comprarlo, come dire, avrebbe alzato il livello del Natale, volevo solo che tutto fosse autentico.
«Ci si dà un bacetto, di solito, prima di dormire» dice lei.
«Di solito?»
Glielo do e fa una risatina.
«La prossima settimana ci rivediamo?» le chiedo.
«Meglio di no. Cerchiamo cose diverse. E poi se non viene naturale…».
Poi zitti, silenzio. Restiamo ognuno nella sua parte di divano, passano i minuti e diventano mezz’ore. Col piede, laggiù, ogni tanto mi dà un colpetto. Se l’ha detto alla Giulia, allora forse vuol fare le cose per bene con me. Sapesse quanto mi piace, a saperglielo dire, sarebbe tutto più facile per lei. L’ho pensata così tanto che dirlo non si può, mi vergogno. L’odore che le esce dal naso è già il mio posto preferito. Sono dentro i suoi capelli, sto fermissimo. Dormo e non dormo, mi sembra di pensarla anche nel sonno, per molto tempo. Poi sulla finestra arriva il giorno e riesco a vederla in faccia: le sue labbra non combaciano, la bocca un pochino aperta. E dopo che l’ho vista mi addormento da dio. Quando mi sveglio c’è il sole e lei è fuori dalla coperta, che scrive al cellulare.
Passato natale, l’albero vero l’avevo spostato in terrazzo. Non sapevo cosa farci. La gente dove li mette gli alberi veri, finite le feste? Allora l’avevo legato stretto con attorno la carta di giornale, e con la macchina ero andato giù a Bellaria, ma quel posto era chiuso, c’era il catenaccio al cancello e un foglietto con scritto: “si riapre a fine marzo.”
«Facciamo colazione?» le chiedo.
Mi alzo, stiracchio la schiena e invece di cercare le calze accendo le lucine; attaccano a intermittenza e mi colorano i piedi scalzi, pallidi per l’inverno. Lei resta con gli occhi sul cellulare. Ritorno sul divano, faccio per mitragliarla di baci ma sposta via il collo, si gira contro il muro. Poi dice:
«Non so se voglio più di questo da te.»
L’albero vero l’avevo lasciato lì, in un fosso vicino al casello. L’anno dopo ho riesumato quello finto, era come nuovo. Adesso siamo nel 2019 e va ancora bene. Con gli alberi finti puoi farci quello che ti pare: lavarli col sapone, stramazzarli, chiuderli in garage, non diventano mai secchi. Un problema in meno, si evitano i sensi di colpa.
Forse sono come un albero finto, per lei. Con me ci voleva fare una fischiata natalizia e fine, non ci siamo riusciti. Io le servo? Se non vuole cominciare niente, vabbè, posso capire; avere a che fare con le cose vere, la linfa, il cuore che c’è sotto, è difficile. Bisognerebbe sbattersi e noi non abbiamo mai tempo; ci siamo disabituati.
A vestirsi è più veloce, però in bagno ci sta un quarto d’ora. Mentre l’aspetto sbircio il suo cellulare, batteria piena. Spalanco le finestre, c’è un’aria buona che non la vendono da nessuna parte. Poi mi raggiunge in cucina, apre il frigo, ci guardiamo dentro insieme. Mangiamo lo yogurt con un cucchiaino solo, e mi bacia così, coi baffi bianchi.
Io non lo so cosa vuole da me. Non ho capito niente, mi sembra.

Tutti i film di Bill Murray

scritto da Maurizio Minetto


La verità è che la morte di mia madre non l’ho mai superata. E Marco seguitava a dirmi che palle sei sempre mezza spenta, non ridi mai e anche sorridere lo fai poco.
È morta tre anni fa. Lui l’ho conosciuto un anno dopo, e all’inizio gli piaceva che non ero una col sorriso facile, ne sono abbastanza sicura, poi deve avere cominciato a dargli sui nervi.
Avevo tentato di parlargliene. Dico tentato perché quando gli raccontai di mia madre non mi sembrava che avesse capito come stavo davvero. Aveva annuito e aveva detto qualcosa che neanche mi ricordo. Niente di straordinario evidentemente. E uscivamo da tre mesi, il periodo in cui ci si conosce e ci si racconta. E credo che lui pensasse che io avessi superato tutto dopo quella chiacchierata, così. O che l’avessi già superato da sola e glie lo raccontavo tanto per dire qualcosa sul mio conto.

Marco aveva nove anni più di me ed era carino, di quei carini che ti danno l’impressione di non tenerci, all’aspetto, e di non rendersi conto che potrebbero essere belli ma siccome non ci tengono sono soltanto carini. Era alto, slanciato e largo di spalle. I capelli erano folti e neri, spettinati, la barba incolta, e portava quegli occhiali con la montatura grossa da nerd.
Bisogna dire però che era largo anche di pancetta, e che aveva il culo basso, ma indossava sempre un cappottino grigio demodé e ampie camicie scure fuori dai jeans, e che quella montatura faceva apparire un po’ più grandi i suoi occhi marroni davvero piccoli, e poi la barba era più curata di quello che voleva dare a vedere e i capelli non erano mai troppo lunghi, li tagliava una volta ogni due mesi spaccati. In effetti era solo un carino che voleva fare il bello che non ci tiene.
Comunque, aveva messo su questa casa editrice con degli amici, e siccome il suo romanzo non glie lo aveva mai pubblicato nessuno, se lo pubblicò da solo. Lui si occupava degli inediti, selezionarli, editarli eccetera. Era il tipo di persona che usa la parola cestinare. Per esempio, quando aveva scritto sul sito le regole per l’invio dei manoscritti – numero minimo e massimo di caratteri, estensione dei file, generi che non accettavano e tutto il resto – la frase finale diceva: “i manoscritti che non rispetteranno questi parametri verranno cestinati”. Ora, c’è chi scrive “rifiutati” o “respinti”, oppure non scrive niente visto che ha già messo in chiaro le regole. No, lui aveva dovuto scriverci “verranno cestinati”. Ed era una piccola casa editrice appena nata. Nei primi quattro mesi ne hanno ricevuti nove, di manoscritti. Li aveva cestinati tutti. Diceva che in giro è pieno di gente che non sa scrivere ma vuole farlo per forza. Così, era stato costretto a pubblicare il suo romanzo.
Quanti soldi ci ha buttato, in quella casa editrice. Comunque non se la passava male. I suoi gli avevano comprato un appartamento – ottanta metri quadri, ultimo piano, zona centrale – e messo un po’ di soldi in banca. Mi trasferii da lui dopo un anno e mezzo che stavamo insieme. La spesa la facevo quasi sempre io e le bollette le pagai tutte io, ma non furono molte. Io lavoravo alla cassa del cinema di Via del Corso. Ci andavo a piedi in venti minuti. A Marco non piaceva il Cinema, salvo qualche eccezione. Diceva che non era affatto la settima arte, ma solo il figlio svampito di fotografia e letteratura. E il teatro? No, secondo lui quello non c’entrava niente col Cinema, e ormai era morto. Che rivoluzionario. E quindi non ci andavamo mai al cinema, anche se potevo avere i biglietti omaggio.

E insomma editore, scrittore, discorsi su Tolstoj, Nabokov e Pasolini (che non guasta mai), sempre a leggere romanzi, saggi, biografie, sempre in giro per mostre fotografiche. Uno intelligente, si direbbe. Ed era quello che mi dicevo. Ma era più una questione di atteggiamento. Diciamo che per la sua intelligenza valeva lo stesso discorso del bello e del carino, come per il suo romanzo. Come per tutto il resto.

Pensavo che sarebbe stata una roba straziante, la fine con lui. Invece dopo due anni di storia la disperazione è durata una settimana, la tristezza un mese, forse un mese e mezzo a fargli una concessione, e quella vaga malinconia che resta più a lungo si è mischiata subito con tutta l’altra che mi porto dietro, ed è solo un pizzico di sale in un brodo già troppo salato.
Era un tipo da un mese e mezzo, tutto lì. E mi sono sentita una stupida. Con uno da un mese e mezzo non ci rimani insieme due anni, specie se dopo i primi tre mesi già senti odore di fregatura. Ma non avevo voluto sentirlo. È che mi serviva qualcuno. Da quando mia madre è morta mi sono ritrovata in questa assurda bolla di solitudine, come se gli altri non mi riconoscessero, o parlassi una lingua diversa da tutti gli abitanti del pianeta, o avessi, non lo so, i piedi palmati o quattro dita per mano. Cose del genere. Così avevo finito per immaginarmelo, qualcuno.
Avevo tentato di parlargli della morte di mia madre anche quando le cose tra noi avevano preso la piega della fine, due mesi prima che lo lasciassi, quando ormai me lo diceva tutti i giorni, che non ridevo mai e sorridevo poco. Non collegai immediatamente che gli raccontavo di mia madre come una giustificazione del mio essere in quel modo. Forse un po’ lo sapevo. Ma è che ci tenevo, alla nostra storia, e volevo guardarmi dentro sinceramente e affrontare tutto con lui perché è con questo impegno che le storie vanno avanti e superano le difficoltà eccetera eccetera, e a questo tipo di cose ci credevo e mi aggrappai alla speranza che funzionavano davvero, perché ero terrorizzata al pensiero che mi lasciasse. E quindi, naturalmente, era venuta fuori la morte di mia madre. Feci scivolare l’argomento in mezzo agli altri fingendo di non dargli più importanza di quelli, perché lui era già molto abbattuto per la casa editrice che andava male. In ogni caso era un argomento che, ribadisco, non avevo mai più toccato dopo quella volta a tre mesi dal nostro primo incontro. E lui aveva risposto che era ora di superare la cosa. Tutto lì. Lo aveva detto pure con l’aria un filo scocciata, come a dire che palle ancora con tua madre che è morta tre anni fa mica ieri, che cazzo ci vuole a superare che tua madre è morta sotto una macchina quando avevi diciannove anni e le dicevi tutti i giorni che era una stronza acida e musona e cose come papà se n’è andato per colpa tua e appena trovo un lavoro me ne vado pure io, che cazzo ci vuole?
«Ma non devi farlo per me» aveva aggiunto, «devi farlo per te stessa».
Che consiglio, cazzo. Da annegare tra pianti e rimpianti per averlo perso, uno così. E pensare che non si ricordava nemmeno come era morta. Mentre gli raccontavo di lei sgranò gli occhietti quando parlai dell’incidente, e facemmo entrambi finta di nulla.

In quegli ultimi mesi naturalmente non facevamo più l’amore. Andavamo a letto, spegnevamo la luce e ognuno per i fatti suoi. Nemmeno prendevamo in considerazione di parlare un po’, o di darci la buona notte. Io non riuscivo a dormire e mi voltavo dall’altra parte e restavo sveglia a guardare il buio. A volte mi alzavo e giravo per il suo appartamento chiedendomi che cosa non andava in me. Non accendevo la luce per non svegliarlo, aveva il sonno leggero e si incazzava da morire quando non si svegliava per conto suo. E, diceva lui, poi non riusciva più a riaddormentarsi. Mi faceva certi pezzi quando succedeva, sempre conclusi con un bel “non posso più andare avanti così”. Non è che diceva non possiamo più andare avanti così, dobbiamo lasciarci, devi andartene. Ma solo quella frase, a libera interpretazione.
Così aspettavo che i miei occhi si abituassero al buio e mi alzavo piano piano. Poi ho cominciato a farla davvero, quella domanda sul che cosa non andava in me. La facevo alla mia borsa. Cioè, a quello che c’era dentro. Nel portafogli avevo una foto di mia madre. Non la tiravo mai fuori, ma quando cercavo i soldi o il bancomat o un documento, infilavo istintivamente un dito nella taschina della foto. Un gesto quasi nervoso. Alla fine capitò che una volta portai la borsa in cucina, erano le undici e mezza e Marco era già in coma, presi la foto e la guardai alla luce della cappa dei fornelli.
Mia madre era leggermente di profilo, aveva un largo maglione grigio, tipo quelli che mi metto io, forse proprio uno di quelli. Aveva trent’anni e la palpebra sull’esterno dell’occhio era già stanca, piegata ad arco verso lo zigomo, come ce l’hanno le vecchie. Non era truccata, non lo era quasi mai. I capelli erano corti e ricci, come i miei, dello stesso castano. Si era sforzata di sorridere perché le facevo la foto, e ricordo di aver dovuto insistere parecchio perché sorridesse. Quando non le veniva non c’era verso, e non le veniva mai.
Una cosa strana era che alcune parti del suo volto sembravano quelle di una che sorride, altre no. Te ne accorgevi a partire dagli occhi. Se guardavi solo quelli, in particolare il sinistro, vedevi una persona triste. Se guardavi le palpebre e la fronte, una donna affaticata e confusa. Se guardavi solo il basso degli zigomi e la bocca, potevi credere che sorridesse, ma non per qualcosa, più come fosse imbambolata. Una specie di Frankenstein di espressioni mosce. Io sono più alta, ma cazzo se mi somigliava. Cioè, somigliava alla me stessa ventiduenne, solo col doppio degli anni. Però quella foto glie l’avevo fatta quando ero piccola.
Comunque glie lo chiesi, col pensiero.
«Che cazzo c’è che non va in me?».
«Adesso qual è il problema?».
«Marco dice che non rido mai».
«Mi ricorda qualcuno».
«E dai, mamma, io mica ti rompo che non ridi mai. Era solo per la foto!».
«Ah sì? Lasciamo perdere».
«Va beh, insomma, Marco mi dice questa cosa, che sono sempre mezza spenta e non rido mai, e anche sorridere lo faccio poco».
«Mh. E lui chi è, Bill Murray?».
«Che?».
Poi mi venne in mente che le era sempre piaciuto Bill Murray. I suoi film erano l’unica cosa che la facesse ridere, l’unica. E non ho mai capito perché. So che piace a tanti ma da quel poco che avevo visto non mi sembrava niente di speciale. Tutta quella roba di fantasmi, zombie e sottomarini mi pareva solo demenziale e noiosa, e Bill Murray sempre lì con la stessa faccia da cazzo. Non so che ci trovasse, una come lei. Non glie l’ho mai chiesto.
«Ma chi, Marco?» risposi alla foto. «Non direi proprio. Anzi, spesso è nervoso per la casa editrice. Sta sempre a pensare a quello. E poi, insomma, è un tipo serio. Odia il Cinema e il suo scrittore preferito è Tolstoj».
«E allora che c’è da ridere? Devi trovarti uno che ti fa ridere».
E a quel punto mi prese un colpo. Ero la voce di mia madre. Dovetti uscire di corsa in balcone, strozzare i singhiozzi e respirare a fondo una decina di volte, prima di fare il numero della mia amica Sara e chiederle quello del suo psicoterapeuta. Un attacco di panico tremendo. Mi serviva aiuto. Mentre il telefono dava libero dovetti infilare la foto in un vaso, a faccia in giù.
Sara mi domanda se è tutto apposto e io dico di sì, e lei risponde non sembra. Le dico solo che è da un po’ che pensavo a quello che mi aveva detto sulla psicoterapia e mi ero decisa.
Mi risponde che faccio bene, che a lei ha fatto bene, ma che è un percorso difficile e lei ci ha messo cinque anni, ha finito da due mesi ed è diventata finalmente una donna. Così dice.
Ne parliamo parecchio. Io rimango sul vago circa il mio problema. Lei mi spiega anche molto di sua iniziativa. Tipo che ci si arriva insieme, tu e lo psicoterapeuta, e tirate fuori un sacco di cose, alcune delle quali sono cose che non ti immagineresti mai e di certe non vorresti parlare perché ti fanno paura o ti fanno stare male, ma sono quelle, che ti fanno capire chi sei. Anzi, rettifica, ti fanno riconoscere chi sei. E dice che non mi devo preoccupare perché le ansie, le paure, le insicurezze, i sensi di colpa, sono cose che hanno tutti ma dobbiamo affrontarle e capire perché le abbiamo. Finché ne siamo sommersi non tiriamo fuori tutto, oppure ci mettiamo sulla difensiva e non le analizziamo lucidamente. E una volta capito, dobbiamo liberarcene, altrimenti ci frenano e basta.
Poi va a ruota libera con i pochi elementi che le ho dato, e da quelli, presumibilmente, tira fuori che le colpe non servono a nulla e che molte cose non sono nemmeno una questione di colpa, ma noi crediamo di sì. E quindi bisogna distinguere, e perdonarsi. Bisogna imparare a perdonarsi, Titti. Mi chiama sempre Titti.
Poi fa una mitragliata di adagi tipo: la persona più difficile da perdonare è sempre te stessa, capire chi siamo vuol dire accettarsi, bisogna guardare avanti, bisogna capire quali sono i nostri mezzi per essere soddisfatti e sereni, ognuno li ha. Ma scusa, mi chiede alla fine, di che ti senti in colpa? È per Marco?
Siccome non le rispondo mi dice che quello che è fatto è fatto, e mi ripete che non è nemmeno detto che si tratti di colpe, e anche se fosse ormai è inutile piangerci sopra, e devo andare avanti, e la psicoterapia mi aiuta in questo, e i veri errori sono soltanto non aver guardato le cose per quello che erano e non aver fatto quello che era meglio per noi. Per lei è stato così. E aggiunge che se siamo fatti in qualche modo che non ci fa stare bene è a causa di qualcosa o qualcuno, e non bisogna incolparsene, ma bisogna comprendere la causa, e quando ci arrivi capisci cosa devi fare per essere soddisfatta e stare bene con te stessa, e questa è un’assunzione di responsabilità, dice, è maturare, perché significa prendere degli impegni con noi stessi e portarli a termine. E alla fine della carrellata, a bruciapelo mi fa: è per tua madre?
Lo ha detto quasi sotto voce. Aspetta una mia reazione, ma io non reagisco. Butto lì un non ti preoccupare, ma vorrei che si preoccupasse.
La mia amica Sara. Aveva capito un po’ più del fuochino, ma rispondere sinceramente a quelle domande avrebbe voluto dire piangerle addosso tutta la mia disperazione in un casino di latrati sconnessi. Che cazzo, con un’amica che è stata in terapia va a finire così. Non è che ti dice Marco è un cazzone andiamo a sfondarci di shottini. No, ti analizza, e ti fa il monumento della sua ricetta per la felicità come un testimone di Geova.
È che la sua ricetta non mi convinceva. Voglio dire, tutto questo guardarsi dentro con grande sforzo per maturare e assumersi le responsabilità, e poi che cosa? Accettarsi, perdonarsi da soli, fare quello che è meglio per sé. Solo se non fai quello che è meglio per te, sei colpevole. E che ci sarebbe di maturo? Cioè: le insicurezze e i sensi di colpa mi frenavano e basta. Certo, servono proprio a quello! Mi sentivo in colpa ma tutto sommato non era giusto. E chi lo decide? Lo decido io. E quelli con cui hai fatto la stronza? Sono loro che dovrebbero deciderlo, e sono loro che dovrebbero perdonarti. Naaa, vadano affanculo, tanto anche se lo decidono io mi accetto, e poi mi so perdonare da sola, sono cintura nera di me stessa.
Non mi sembrava questo grande traguardo. Certo, può anche darsi che se sei incasinata e ne vuoi uscire, un effetto collaterale devi beccartelo. Ma alla fine non ho più chiamato lo psicoterapeuta. Però la questione Marco e la telefonata con Sara, a qualcosa erano servite. Tanto per cominciare avevo tirato fuori quella foto, e aveva ragione, devo trovarmi uno che mi faccia ridere. Dovremmo trovarcelo tutte. E poi ho capito che se ero quello che ero a causa di mia madre, e della sua morte, allora anche lei doveva avere avuto il suo motivo. Sapevo che quel motivo non ero io, perché lei era già così. Può darsi che fosse perché mio padre l’aveva lasciata. O magari lui l’aveva lasciata perché lei era fatta in quel modo. Corsi e ricorsi. Ma in questo caso non ero stata migliore di lui, a lasciarla sola a mia volta sputandoglielo in faccia tutti i giorni. E quindi avevo contribuito a renderla ancora più triste e acida.

Quello che faccio adesso? Guardo i film di Bill Murray, uno dietro l’altro, anche se non mi fa bene e non mi fa superare la morte di mia madre e dovrei lasciarla andare e pensare a me stessa e trovare me stessa e un mucchio di stronzate.
Li guarderò tutti, quei cazzo di film. Finché non mi faranno ridere.

Hypersonetto #13

scritto da Nicolas Cunial

e gli ematomi ostentano l’adesso
ridando forma all’ora seminando
le mine contro questo nostro quando
presente. come dirtelo non so. spesso
giro e rigiro il verso come nesso
tra il posso e il passo e chiudo ed è provando
nel fallimento che si perde il bandolo
di quanto resta e di quanto non è ammesso
finché si perde tutto quel che è stato.
all inclusive ma certo e dilaniato
non mi resta che il log out dalla vita
che tu vorresti ancora. ma è finita
non la sessione: la partita è lisi
hackeraggio di cellule nate in crisi

Ascolta Hypersonetto #13 letta dall’autore

Fuga dall’Aracnotesta – Cover, 10

scritto da Marianna Crasto


Segno a mente tra le cose che ho imparato: non scrivere Fasci appesi con la bomboletta spray su un muro. La ragazza che ora mi siede accanto ha scritto Salvatore facciamo la rivoluzione ed è stata comunque presa.
Correggo le cose che ho imparato: non scrivere niente su un muro.
Il poliziotto alla fine ha dovuto farmi lo sgambetto per salirmi sulla schiena e immobilizzarmi. Gli avrei detto di non vantarsi troppo poi in caserma perché insomma potrei essere sua madre, non c’è molto da fare gli atletici, soltanto che faccia a terra sfioravo un sampietrino sconnesso con gli incisivi e la conosciamo tutti bene la scena di quel vecchio film con Edward Norton nella parte del neo nazista. Comunque sia m’ha preso e mi premeva col ginocchio in mezzo alle scapole e ripeteva «Che cazzo corri alla tua età eh? Che cazzo corri?» e sarebbe stato proprio da fargli una partaccia, Non è mica una cosa carina da dire, sai? E comunque se la mettiamo così tu che cazzo mi insegui? Ognuno il suo lavoro, ma il film mi si è infilato in testa e sono rimasta buona per terra. Ci hanno caricate sui blindati e la manifestazione è finita lì.
La fidanzata di Salvatore adesso singhiozza, il mascara le cola fino al mento. Le dico di non preoccuparsi, lo ripeto ad alta voce a beneficio di tutte quelle sul furgone con me «Hey tutte, andrà bene» dico a voce alta e un po’ spavalda perché non ci sono più sampietrini, ma uno degli agenti che è salito con noi dice «Signora, faccia silenzio».
Quello che volevo dire l’ho detto così ubbidisco e comunque almeno questo qui ha usato un minimo di cortesia.

Da ragazza salivo spesso a Posillipo per guardare verso Bagnoli perché subivo il fascino delle rovine dell’Italsider: una struttura rossa e arrugginita vecchia di cent’anni che stava ancora lì a ricordarci l’industria che fu – i camini i forni le emissioni insensate – e ci sarebbe stata per altri cent’anni ancora, sempre più sventrata e rinsecchita, amianto e metalli pesanti a forma di scheletro di dinosauro a due passi dal mare impossibile da bonificare – la distanza tra il carretto delle granite e il bagnasciuga, tra la cabina spogliatoio e le conchiglie. Protetta dall’ombra di un pino secolare guardavo dall’alto e mi piaceva lasciarmi turbare come una sciocca credendo di stare davanti a nient’altro che una fantasia steampunk. Quando hanno demolito tutto, tanti salirono apposta a Posillipo per guardare. Andai molto tempo dopo, una volta finita la ricostruzione: il centro sperimentale Lepidoptera aveva effettivamente la forma di una farfalla, come avevo letto, per richiamare la forma dello sciame di Centri in giro per il mondo. Nelle parti non metalliche era bianco immacolato e ricoperto di consapevoli pannelli solari. Molto più basso dell’Italsider, si amalgamava assai meglio col territorio. «Finalmente la città fa un passo avanti nel futuro» disse il sindaco. Nemmeno un puntino di ruggine.

Camminiamo in fila indiana, la fidanzata di Salvatore mi sta davanti, riconosco solo lei tra quelle della manifestazione. Indossiamo tutte scarpe di tela blu con la suola in gomma, produciamo un leggero fruscio. Lei si gira un attimo, dice «Scarpe da ospedale» con una smorfia schifata. Le sorrido ma non so se mi abbia riconosciuta. Dice ancora «Sei tutta bianca, coi capelli e la tuta sembri tipo un angelo».
«Grazie tesoro» rispondo «ma non credo ci sia concesso chiacchierare».
L’avvocato ha detto che conveniva patteggiare chiedendo di scontare la pena come Risorsa Scientifica. Se ti proponi come Risorsa Scientifica baratti il carcere con 6 mesi al Centro a fare test. Niente processo, spese legali minime. Per aver imbrattato i muri la pena è già severa, ma c’erano da aggiungere i cartelli col disegno dell’utero che bestemmia, senza contare che le manifestazioni di protesta devono essere autorizzate e non lo sono mai da almeno vent’anni.
«Siamo fortunati anche solo a poter valutare questa opzione, signora» ha fatto il mio avvocato, «i froci lì al corteo se lo sognano il Lepidoptera».
Forse ha capito che non credevo alle mie orecchie.
«Pardon» ha detto coprendosi la bocca, come se gli fosse scappato un rutto a tavola.
«Non si verificano più incidenti, comunque, stia tranquilla.»
«Quel caso in Brasile.»
«Ma come fa a paragonare la loro situazione politica alla nostra!»
«E in America.»
«Per i froci è sempre un’altra storia.»
Non ha chiesto pardon questa volta.
Camminiamo di corridoio in corridoio per 20 minuti quando arriviamo dove dobbiamo arrivare: un corridoio pieno di porte. Ci mettono una per stanza e non succede niente per un pezzo.

Perlopiù ci prelevano parecchie fialette di sangue. A volte a qualcuna gira la testa e i medici le portano un dolcino. La fidanzata di Salvatore ha finto un capogiro per averlo: le è andata bene solo la prima volta. Dopo la seconda non l’abbiamo vista per tre giorni.
La mattina c’è il colloquio di gruppo in uno stanzone bianco, il pomeriggio quello individuale in uno stanzone bianco diverso. Ci fanno parlare sempre di quanti bambini vorremmo o abbiamo avuto e perché proprio quel numero, perché non di più, e cosa faremmo se vedessimo un bambino in difficoltà, chi salveremmo tra un bambino e un adulto che stanno entrambi affogando nello stesso momento, e tra un bambino e un cane, e tra un bambino e una bambina. A volte le discussioni sono molto accese e qualcuna tira i capelli a un’altra. Gli omoni della sicurezza trascinano velocemente le ribelli fuori dalla stanza. Altre volte invece pare che abbiamo tutte molto sonno e i coordinatori devono pungolarci per farci parlare e anche se parliamo non sembra comunque che ci interessi molto.
Nei colloqui singoli spesso insistono per sapere cosa pensiamo delle altre in base alle risposte che hanno dato.
Quando di ritorno alla mia stanza percorro i corridoi al contrario, mi faccio un sacco di domande tipo Avrò anche domani qualcosa da dire sui bambini? Riuscirò a inventarmi un nuovo giro di parole per non parlare male delle altre? L’inserviente mi chiude la porta alle spalle e devo sedermi sul bordo del letto per il peso delle risposte che non so trovare. A volte piango, ma leggera più che posso, e spero riuscire a cavarmela anche domani e spero di riuscire a non farmi vedere così dalle altre anche domani.
Poi succede questa cosa clamorosa: lancio la mia scarpa di tela in direzione di una trentacinquenne con i capelli ricci e scuri, la scarpa rotea al rallentatore attraverso la stanza e la colpisce in mezzo alla faccia. Non ho idea del perché l’abbia fatto, non provo nessun rancore nei suoi confronti, e comunque di cosa stavamo parlando durante la seduta di gruppo? Nessuna idea. Mi trascinano via.
Al colloquio individuale chiedo al medico se per caso ci stanno somministrando qualche sostanza. Il medico guarda l’altro medico – girano sempre in coppia – e insieme mi dicono di non preoccuparmi affatto, sono gentilissimi e sorridendo mostrano spaventosi denti bianco ottico senza profondità, come ripassati col bianchetto.
Mi domandano «Può dire di avere una generica fobia verso l’assunzione di medicinali?».
«Ah-ah no, adoro i medicinali in generale. Non era questa la mia domanda.»
«La sua domanda è?»
«Se ci state somministrando qualcosa di strano
«Ha firmato una liberatoria.»
«Sì, e potrei sapere quali sono queste sostanze in particolare
«Naturalmente. Tenga, beva un po’ d’acqua. Ma dica, c’è qualche fobia che la sta affliggendo in particolare, signora?»
Non mi va molto, ma parlare assomiglia a un atto riflesso: qui tutto assume una sfumatura medica. Confesso la fobia delle acque contaminate e delle armi chimiche, delle malattie degenerative, dei tubi e degli scarichi, delle persone che litigano, del centro Lepidoptera nello specifico e non genericamente dei laboratori, della scienza, della tecnologia, non ho paura del Cern per esempio o della stazione spaziale internazionale o dei vaccini o della penicillina.
«Si sta riguadagnando un posto tra le persone per bene, vuole o no riguadagnarselo? Le stiamo chiedendo davvero il minimo indispensabile, tutto considerato» dice uno dei due, quello basso o quello alto o quello pelato, comunque mi risveglio chissà quando nella mia stanza.

Sette ragazze su quindici sono incinte. Contribuirete ad aumentare la natalità dello zero virgola zero zero qualcosa, il personale medico blatera di continuo frasi simili pronunciandole come se fossero di congratulazioni. Le ragazze vincono un’ora di tv sul canale che manda a rotazione commedie romantiche. Non hanno il telecomando. In una delle passeggiate verso le nostre stanze, la fidanzata di Salvatore mi chiede «Di cosa sono incinta?» e a parte stupirmi della scelta lessicale non so risponderle.
Io che non posso rimanere incinta, al quinto mese come Risorsa Scientifica saprei intervenire in caso di apnea notturna del neonato e sono ingrassata di 20 kg. I capelli mi si sono diradati e sono duri e ritorti come la resistenza di una lampadina fulminata. Tra un bambino e una bambina tenterei di salvare entrambi mettendo a repentaglio la vita di tutti e tre: questa è incredibilmente la risposta giusta, lo intuisco durante l’ennesimo colloquio individuale, da una certa piega che prende il sorriso dei dottori. A letto ci ripenso e comincio a ridere nel cuscino: sto solo tirando a indovinare da 5 mesi.

La fidanzata di Salvatore è enorme, capita ormai di vederla soltanto ogni cinque o sei giorni ma è sempre circondata da coppie di medici affaccendati, è impossibile parlarle in mezzo alla quadriglia. Di sera, lei e le altre incinte vengono riportate alle stanze in sedia a rotelle. Approfittando della confusione attorno a loro, riesco portarmi in camera un cucchiaio che tengo nelle mutande per 12 giorni e non serve assolutamente a niente: non a cavare un occhio, non a perforare carne, non a scavare tunnel di fuga, non a minacciare ostaggi. L’inutilità del cucchiaio mi spezza a metà così mi do un’occhiata dentro e dentro ci sono io che piango per questa mia debolezza: una vita intera a protestare ma quando arriva il mio momento non so dare una scossa agli eventi foss’anche solo con un cucchiaio. Vorrei farla finita, levarmi di mezzo, e piango ancora di più perché ho solo un cucchiaio. Poi la smetto perché capisco che è colpa degli ormoni e di chissà cos’altro che mi somministrano.
Poi scadono i 6 mesi.

Nel piazzale davanti al Lepidoptera, il sole è così forte che dobbiamo coprirci gli occhi con una mano, così sembra che guardiamo tutte il panorama cioè le auto oltre il cancello.
Mi hanno restituito in un sacchetto di plastica le mie cose: orologio, anelli, portafoglio, cellulare ripristinato alle impostazioni di fabbrica.
Mio marito è poggiato contro la nostra auto. Prima di riconoscermi passa più volte lo sguardo su di me, e lo ributta in mezzo al gruppo. Quando gli arrivo davanti sorride ma si vede che è scioccato. Inizio a pensare a una battuta delle mie ma lui fa prima, mi abbraccia con un movimento nuovo inventato adesso, una postura adatta a contenermi. Stiamo così per un tempo lunghissimo e io lo so che sta piangendo e non vuole che lo veda.
Da sopra la sua spalla rintraccio la fidanzata di Salvatore che raggiunge Salvatore: è un ragazzo magrissimo con i capelli tagliati a scodella. Avrà vent’anni ed è arrivato con un motorino cinquanta che a stento può reggere lui. Si mette le mani sulla testa poi la bacia poi si mette di nuovo le mani sulla testa e insieme guardano il motorino e la pancia enorme il motorino e la pancia enorme come di fronte a un rebus e si baciano ancora.
«Andiamo? C’è un sacco da fare» mi chiede mio marito nel collo e, nell’attesa che sia io a muovermi per prima, bacia l’esatto punto in cui ha parlato.

Siamo circa venti sedute in cerchio ma sul tavolino basso ci sono caffè, biscotti, giornali e siamo in un salotto. Qualcuna è appollaiata sul bracciolo del divano, i nostri mariti e i nostri Salvatore sono al telefono con certi giornalisti stranieri che ancora raccontano quello che succede nei Centri Sperimentali o sul balcone buio a fumare o dietro di noi con una mano sulla spalla. Ogni tanto qualche bambino piagnucola dalla stanza accanto. Ci abbiamo messo mesi a ritrovarci tutte e riorganizzarci. È una serata familiare e spaventosa che ricorda una seduta di gruppo per la posizione delle sedie – lo pensano tutte ma nessuna lo dice – e perché vorrei lanciare la mia scarpa contro Anna e Lucia e una ragazza nuova di cui non so ancora il nome. Hanno preso la parola e hanno chiesto se vale la pena ricominciare ancora una volta tutto da capo, se vogliamo mandare altre al Lepidoptera, far loro avere figli con la forza o farle ammalare o peggio e forse dovremmo smetterla di imbrattare i muri e protestare se la pagheremo così cara, e parlando indicavano di volta in volta me, una che aveva partorito, un’altra con un grosso foulard colorato in testa.
Quando hanno concluso si sono sedute e noi altre siamo rimaste tutte in silenzio con i nostri fogli in mano che pesavano un quintale perché su c’era disegnato a matita il percorso della prossima manifestazione e c’erano abbozzate le grafiche da farci certi poster e ne stavamo parlando già da un paio d’ore anche via Skype con le coordinatrici di altre città.
Poi qualcuno ha borbottato che sono gli stronzi a farsi i fatti propri, stavano chiedendoci di girare le spalle Anna, Lucia e quell’altra nuova? e allora tutti hanno iniziato a urlare e chi si è schierato da una parte e chi dall’altra e urlano ancora, saranno quindici minuti.
Io sto in silenzio, mi guardo le scarpe e me le tengo ai piedi, nonostante il primo impulso. Segno a mente tra le cose che ho imparato: gestione della rabbia. Ma la lite attorno continua e un paio di bambini si sono svegliati per le grida e piangono oltre le pareti. Mi domando se non abbiano ragione, se tutto questo porterà a qualcosa, forse no e comunque non so a che costo, e mancano ancora delle ragazze e dei ragazzi all’appello dopo tutti questi mesi. Inizio a fare i conti – quanto tempo è passato dalla manifestazione, quanto per le prime udienze, chi ha fatto richiesta dopo, chi prima, chi ha scelto il carcere – ma mi perdo subito tra le facce che immagino e che mi mancano, e le urla nella stanza. D’un tratto raggiungo una specie di soglia che non sapevo di avere e tutto si fa muto. Mi trovo immersa in questo silenzio che è solo mio e mi viene in mente che stiamo andando per forza da qualche parte perché almeno una cosa l’ho imparata. Così correggo la lista: non farsi scoprire a scrivere Fasci appesi sul muro.
Non farsi scoprire.
Alzo la mano nella baraonda e aspetto che mi diano la parola.

Tratto da «Fuga dall'Aracnotesta», scritto da George Saunders.

Planetario

scritto da Nicolas Cunial

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

si vive in un tempo protocollato
tra le visite da calendario e l’orario
del deperimento. del farmaco effetto.
si vive di schemi e gioco di ruoli
di costanti silenzi scontati
per mostrarcisi male. malati.
ma c’è un momento in cui mi do conto
che sono contento: è quando disegno
i miei occhi più grandi del mondo
perché lo contengo nel nero del bulbo
e il bianco contorno è l’universo
in cui nuoto di notte se mi addormento
se il giorno l’ho perso a muovere scacchi
con chi fa la cronaca dei gesti più semplici:
«guarda. lei ha preso una penna.
guarda. lui sta toccando la tenda»
e silenzioso mi fissa gli spacchi
coi suoi pianeti disabitati.

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

si vive di sedute e dosaggi
di diritti pestati e ora detriti
di pasti scaldati e assaggi gentili
per evitarci il più dei conati.
si vive di docce in divisa
divisi dall’altro
ché l’amore è bandito ma quando fa buio
se le luci si spengono
arrivano mani a infilarsi nel letto
e può succedere che non siano mie
ma di chi ha più voglia
e non sa cosa tocca ma sa ricucire
senza mostrare (scartare) manie.
così la mattina con le dita pastello
ritraggo lettini vibranti il cigolio
le spinte e gli strappi degli organi scelti
il suono e la voce che mai dice addio
né dice: «ciao sono io è stato stupendo»
no: qui è un rancio di sesso randagio
la regola vuole che va bene fin quando
i grembi non crescano non ci sia parto.
e tempero tempero gli occhi pianeti
coloro coloro gli umani crateri
dipingo soltanto il circo che vedo
io bestia lasciata alla sete di gioco
costretta incastrata dove non si respira
in questa camicia che non si stira.

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

ma adesso che ho finito lo spazio
e il planetario è un disastro completo
prima che possa goderne lo sguardo
mi legate le mani con cinghie
a un letto disfatto da carne di scarto
(avanti uno e poi l’altro)
in attesa del turno di briglie di cuoio
(avanti uno e poi l’altro)
con l’urlo di unghie dal corridoio
(avanti uno e poi l’altro)
è attesa in reparto la morte che perde
ché non mi prende se mi attaccate
la testa a uno schermo lo sguardo all’inferno
io fermo fissato un cristo all’altare
con particole in ferro freddo sui lobi
io cimice in camice sacrificale
addento dolente un sorriso di legno
per preservare lo smalto del ghigno
dai crampi che vengono a farmi la festa
una scossa che straccia che scassa la testa
una scossa che straccia che scassa la testa
una scossa
che straccia
che scassa
la testa
per farmi confondere
le confusioni
diradare la nebbia planetaria dagli occhi
rotolati all’indietro per le convulsioni
e così eliminare ogni dubbio futuro
per cancellare i disegni sul muro.

forse ho confuso le confusioni
i dubbi si sono vestiti da assiomi
ma i due pianeti al posto degli occhi
restano in volo per cui
li disegno sul muro. in silenzio. da solo.
ché di queste follie io sono le stanze
che non accettano pareti bianche

Ascolta Planetario letta dall’autore

Esule – Cover, 9

scritto da Francesco Follieri


Come ogni mattina, prima dell’alba, Alfonso si preparava ad alzare la saracinesca dell’edicola, a ricevere i quotidiani e subito dopo i primi anziani insonni, ansiosi di continuare a praticare le proprie abitudini.
Da anni, da quando era accaduto la prima volta, e poi la seconda e la terza, con la coda dell’occhio, controllava che dall’altro lato della strada, vicino al parchimetro, non ci fosse l’esule. Potevano passare settimane, mesi nei casi più fortunati, ma prima o poi sarebbe ricomparso, Alfonso lo sapeva e l’idea lo gettava nello sconforto. Continua a leggere

La dismissione delle cabine telefoniche – Cover, 8

scritto da Sara Mariotti


Sua madre, da quando era rimasta vedova, aveva cambiato il lato del letto; diceva che gli odori non se ne vanno, impregnano il materasso e i cuscini, lei li sentiva.
Prima di morire d’infarto suo padre aveva litigato con sua madre per colpa di quei terreni che aveva ereditato da un lontano zio, non ne voleva sapere di venderli, erano andati a dormire senza dirsi una parola: nessuno dei due aveva immaginato che sarebbe stato per sempre. Continua a leggere

So che puoi comprendere – Cover, 7

scritto da Carmen Barbieri


Come quella storia del cane muto e della papera sottomessa. Lui un tempo ci rideva. Ora gli saliva la brina negli occhi quando Lei riattaccava a raccontare. Si distraeva moltissimo, soprattutto nella parte in cui Lei ripeteva il pezzo della papera che si lascia strattonare sulle strisce pedonali dai bambini delle scuole elementari. Era tutto un lastricato di mani e di piedi – diceva Lei – che l’avrebbero potuta portare via. Lui aveva inventato un trucco per farla smettere di parlare. Voltava la testa a sinistra procurando in Lei la paura di perdere il controllo della macchina, uscire fuori strada o, peggio, finire morti in uno scontro frontale con le macchine che avanzavano in direzione opposta a quella loro. Solo così Lei faceva immediatamente silenzio e Lui tornava a guardare dritto davanti a sé. Continua a leggere

Febbre romana – Cover, 6

scritto da Marco Morana

Grace Ansley e Alida Slade si erano conosciute a Roma ventitré anni prima. Durante il semestre trascorso all’Accademia di via di Ripetta, le due ragazze avevano rivelato temperamenti innegabilmente opposti; eppure, ciò non aveva impedito che – per un singolare incastro di anime – la loro amicizia si assestasse prontamente su un delizioso quanto pragmatico equilibrio: Alida, la più florida, invitava la seriosa Grace ai pub crawl clandestini, dandole l’opportunità di dimenticare per qualche ora la malinconia assonnata delle intense ore di studio; Grace, dal canto suo, offriva ad Alida quei turbamenti dell’intelletto che si provano nel prendere parte ad attività culturali, come visitare gli studi degli scultori neoclassici di Campo Marzio o leggere antologie poetiche sui prati immemori della via Appia Antica. Continua a leggere