Katja

scritto da Kosmonavt

Katja
Al solo pronunciare il tuo nome
mi si inceppa la lingua
Consonante che scivola sul palato
scontrandosi coi denti

«Нам не надо целовать
Non dobbiamo baciarci
А ты прекрасно знаешь
Lo sai benissimo
Держи меня за руку
Tienimi la mano
Мир вертится быстрее»
Il mondo gira più veloce

Se mi avessero parlato prima
di quanti amori possibili esistono
mi sarei in qualche modo innamorato
delle tue storie raccontate lungo la Neva
dei tuoi corsi di latino alla facoltà di Medicina
e delle tue labbra sbilenche per il mio russo stentato
Mi sarei impegnato davvero nel dirti Ja vas Ljubil (*)
nel comprendere quanto fossimo simili
alla ricerca dell’impossibile
in quel declino dei giorni verso un finale atteso

Se mi avessero parlato prima
di quei romantici di cui parlano nei libri di Gender Studies,
quelli che in Russia non si azzardano a mandare
se non in circoli privati omosessuali,
sarei riuscito a definire
quella voglia irrefrenabile di ritrovarmi
in passeggiate romanzate da una città
rappresa in tramonti freddi e distanze innocue
correndo per non arrivare tardi

Катя, мы танцоры музыкальной шкатулкы
Katja, siamo danzatori in un carillon
А пока земля крутится у нас под ногами
e fino a quando il mondo ci girerà sotto i piedi
мы сможем влюбиться, без объяснения причин
potremo innamorarci senza spiegare il perché

Perdita d’abiti
la mia è una perdita d’abiti
Davanti allo specchio
Senza pretese, restare nudi
e avvallare questo momento di rivoluzione
Dimmi che non c’è nulla di vero
Nel conto alla rovescia
Che ci porta a festeggiare l’estinzione
Dimmi che non c’è nulla di vero
Nelle discariche di bocche
Pronte a vomitar rifiuti indifferenziati
Dimmi che non ci siamo giocati il futuro
Che qui ci si ama e non dobbiamo rovinare tutto
Mi hanno detto che c’è una festa
ma qui ce la stanno facendo di nascosto
A te, a me, alle genti disperse
Tra gli abiti affollati
Sui loro corpi inesistenti
e noi balliamo sulla terra
esorcizzando parole, opere e omissioni
Amami ancora e portami avanti
nella battaglia di tutti quanti
finché forza avrà ogni primavera
L’aprile non sarà un dolce dormire

Ascolta Katja e cose turche letta dall’autore

(*) Io vi ho amata, poesia presente nel romanzo in versi Evgenij Onegin di Aleksandr Sergeevič Puškin, 1833

Ninfee

scritto da Chiara Beretta

Amo le sale d’attesa come questa: bianca, luminosa, pulita. Deserta. Non sembra nemmeno di essere in uno studio medico. Mi lascio scivolare sulla sedia – una bella sedia di legno imbottita, non quelle robe di plastica da ospedale. Sulla parete di fronte c’è una stampa scolorita delle Ninfee di Monet. La fisso per un istante e chiudo gli occhi. Immagino di galleggiare sull’acqua. Sull’acqua del mare. Un mare denso e immobile. Non voglio pensare alle Ninfee. Forse dovrei provare a meditare, dicono aiuti. Non voglio pensare alle Ninfee. Non voglio pensare alle Ninfee.
«Cecilia Basile?». Mi siedo di scatto. Il fisioterapista, un uomo occhialuto sulla sessantina, mi sta fissando. Non l’avevo sentito arrivare.
«Sta bene?».
«Certo». Sorrido. «Grazie».
Entro nello studio e inizio a spogliarmi: la giacca, la sciarpa, il maglione, la maglietta. «Tenga il reggiseno, abbassi solo la spallina». Mi siedo sul lettino, cerco di tenere il busto dritto. Non voglio sembrare a disagio.
«Allora. Le fa male la spalla».
Gliel’ho anticipato al telefono stamattina, quando ho chiamato per prendere appuntamento. L’ho trovato su Google: era il più vicino a casa.
«Sì. Spalla sinistra. Stavo sollevando uno scatolone e ho sentito un rumore, dentro. Dentro la spalla. Una specie di schiocco. È successo due settimane fa. Pensavo sarebbe passato da solo, invece no. Mi fa ancora male se faccio così». Distendo lentamente il braccio. Lo spingo indietro, come se nuotassi a dorso. Piego il gomito. Per essere certa che capisca, accompagno i movimenti con smorfie eloquenti. Lui annuisce. Sonda con le mani l’invisibile strato di tessuti intorno alla testa dell’omero. Mi infastidisce sentire il suo respiro così vicino al mio orecchio. Provo a concentrarmi sui poster anatomici che decorano la stanza: un uomo fatto di ossa, un uomo fatto di muscoli, un uomo fatto di articolazioni. Fronte e retro. Una mappa perfetta per navigare nella complessità del corpo e intervenire nel punto preciso del dolore. E spegnerlo.
Quando esco dallo studio e mi ritrovo sul marciapiede assolato la spalla mi fa ancora male. «È un po’ infiammata», ha detto il fisioterapista alla fine del trattamento. «Non si può fare molto. Bisogna avere pazienza, e muoverla». È stato a quel punto che mi ha parlato della centralizzazione del dolore. «Quando il sistema nervoso centrale memorizza che un certo movimento causa sofferenza, semplicemente lo evita. È un meccanismo di difesa. Con il tempo quella parte del corpo guarisce, ma il cervello continua a tenersene a distanza. Evita l’argomento – sembrava particolarmente compiaciuto dall’analogia. Una volta al giorno ripeta per qualche minuto il movimento che le fa male. Arrivi alla soglia del dolore, non oltre. Bisogna ricordare gradualmente al corpo che la spalla sta guarendo, che si può tornare a muoverla senza dolore».
Centralizzazione del dolore. Mentre cammino verso casa continuo a girare intorno a queste parole, ad accarezzarle, a studiarle, come si fa con un sasso levigato raccolto sulla spiaggia. Mi sembra di avere ricevuto una specie di rivelazione, ma non riesco a metterla bene a fuoco. Vorrei raccontarla a Federica: lei saprebbe spiegarmi. «Questa la devo scrivere», avrebbe detto, e si sarebbe messa al MacBook per un’ora mollandomi da sola in una stanza o all’altro capo del telefono.
Federica. Non so esattamente quando ci siamo incontrate la prima volta. Stessa età, stesso paese, stesse scuole: probabilmente ci conoscevamo da sempre, senza farci troppo caso. Mi ricordo che alle elementari raccontava a tutti che sua madre era medico e le aveva insegnato a usare le erbe curative: raccoglieva certi fiori gialli dagli angoli del giardino, all’intervallo, li mischiava alla saliva e faceva delle poltiglie che metteva su tagli ed ematomi. Tutti volevano stare con lei. In realtà non la conosceva nemmeno, sua madre. Alle medie mi ha risparmiato un’insufficienza in Storia dell’arte: «Quali sono le opere più celebri di Claude Monet?», ero rimasta muta e la vedevo bisbigliare n-i-n-f-e-e dalla seconda fila. I suoi fiori preferiti, ma questo l’ho saputo dopo. Da quel momento abbiamo iniziato a parlarci davvero e non abbiamo più smesso, a parte i suoi giorni tristi. Quelli non ha mai saputo spiegarmeli, e io non li avevo capiti. Forse non ci ho nemmeno provato.
Quando entro in casa, prima ancora di togliere la giacca, accendo la tv. Non l’ho mai amata particolarmente, adesso non posso farne a meno: voglio avere compagnia, voglio la mente occupata. Ignoro i libri degli esami della prossima sessione ammucchiati sul tavolo. Ignoro lo scatolone nell’angolo. Non l’ho più toccato da quando mi sono fatta male tentando di nasconderlo in cima all’armadio. Dentro c’è tutto quello che ho trovato di Fede: i diari condivisi delle scuole medie, le lettere che ci siamo scritte nell’estate della terza superiore (una sua idea, diceva che era bello ricevere lettere “come una volta”), una foto della vacanza studio in Inghilterra, innumerevoli biglietti di cinema e concerti, il suo libro preferito che mi ha regalato per i 23 anni (Amleto di Shakespeare), un vestito e una maglietta presi in prestito e mai più restituiti.
Faccio una doccia che vorrei durasse per sempre. Quando esco la casa è al buio. Con il chiacchiericcio di un talk show dozzinale in sottofondo, resto in piedi davanti allo specchio, nuda e gocciolante. Mi guardo negli occhi. Vorrei fosse un momento significativo, di crescita, ma la verità è che non provo niente. Alzo il braccio sinistro, piano. L’ultima volta che ho visto Federica, un mese fa, nel cortile dell’università, abbiamo discusso. Era una delle sue giornate difficili e io ero in alto mare con un esame che non potevo permettermi di non passare. Non avevo tempo. «Abbiamo tutti i nostri problemi. Non sei il centro del mondo, cazzo». Spingo il braccio indietro, lentamente, come se nuotassi a dorso. La sera stessa mi aveva scritto un messaggio, ma avevo spento il telefono senza neanche visualizzarlo. Non avevo ancora voglia di chiedere scusa. Posso chiamarti?
Chiudo gli occhi. Piego il gomito. Ancora un po’.
Solo un po’.

Volevo andar via subito

scritto da Donata Cucchi

«Volevo andar via subito»
«Proprio subito»
«Eh, sì»
«E la valigia?» non aspetta la risposta «Ma no, perché prendere la valigia, macché valigia, andiamo via così, senza vestiti, senza soldi, tanto…»
«Che ti devo dire…» rido.
Ride anche lui; anzi sorride, Alberto. Ridere con lui è anche meglio che farci l’amore e adesso che l’amore non lo facciamo più, si ride meglio. Continua a leggere

Le cose che restano

scritto da Conny Russo

La casa dei miei genitori è piena di oggetti. Ci sono abbastanza bicchieri per organizzare un banchetto, ma nessun banchetto viene organizzato mai, e tutti quei bicchieri posano tristemente dietro i vetri delle credenze. Ci sono i Topolino sgualciti dalla nostra infanzia, cruciverba risolti di molte estati fa. Ci sono abbastanza asciugamani da accomodare le esigenze di un re, ma nessun re che venga accomodato. Ci sono foto ormai ingiallite che ti guardano da un tempo in cui il tuo corpo aveva una forma diversa, ci sono videocassette di mille recite di infanzia e nessun videoregistratore in cui guardarle. Ci sono vestiti negli armadi che non ho mai visto indossare e libri che non ho mai visto leggere. Ci sono moltissimi soprammobili, qualunque sia il significato di questo vaghissimo modo di iscrivere nelle stesse lettere una teiera che non contiene the ma una pianta grassa e una damina dell’ottocento in ceramica.  Continua a leggere

Il cavoliere delle Puglie e cose turche

scritto da Alessandro Doro

Al bar di Bari
barbari
bari
e barboni
a bere
Rabarbaro
e Peroni.

Al TAR di Taranto
un tarantolato utente d’Otranto
ricorre, intanto
e l’attenta corte in tartan
tartaglia accorte sentenze
speranze sparse in una stanza
tra tanto esultar e tanto insultar.

A est d’Ostuni
mi strozzo a ostriche
e champagne.
A ovest in campagna
m’avveleno
d’olive e Martini.
E alleno le vele
e studio i venti.
Domani mattina
partire per mare!

Al Mar di Marmara
mordiamo
marmellata
di tedio
e di more
te
ed
io,
amore
morte.

Ascolta Il cavoliere delle Puglie e cose turche letta dall’autore

Piccoli atti di rivolta semantica

scritto da Gaia Donati

Cecilia bambina è seduta al tavolo della cucina e fa merenda con biscotti e succo di frutta. Senza preavviso chiede al papà, perché il tavolo si chiama tavolo e la sedia si chiama sedia? Giocherella con le briciole nel piatto e aggiunge, quasi tra sé e sé, io magari gli voglio dare nomi diversi. Il papà raccoglie questa sfida genitoriale alla sua capacità di improvvisazione, ci pensa un attimo e le risponde che può provare a chiamare il tavolo sedia e la sedia tavolo, ma poi che cosa penserà il cameriere che si senta dire ‘Una sedia per tre, per favore’? Compiaciuta dall’esito della sua innocua contestazione infantile, Cecilia ride buttando indietro la testa bionda e riccioluta. Continua a leggere

Arrotondare l’impasto

scritto da Bianca Giacalone

Zio Mario la prende con delicatezza e tra le sue mani scure sembra un piccolo gluteo bianco. Prima fa dei movimenti energici, la riscalda e la stende poco a poco, come per farla abituare. Ci appoggia la parte più dura dei palmi, la gira, ci immerge tutta la mano, la stende di nuovo e di nuovo la contorce. Le dà sempre un pizzico, che rimane impresso su di lei, e la assaggia. Finché decide che è pronta perché è morbida e stanca e deve lasciarla riposare. Non prima di averla fatta tonda: le dà delle pacche gentili con la mano destra, mentre è adagiata sul palmo pieno della sinistra. I colpetti hanno un suono tondo di carne colpita. Poi la cosparge di farina, la mette nel contenitore e la copre con un panno bagnato. Spesso sono lì a guardare mentre lo fa, spesso m’immagino le stesse mani su di me. Continua a leggere

L’otorinolingottotroia (con due variazioni)

scritto da Alessandro Doro

L’otorinolingottotroia

L’arrotino di Torino
arrotò tutto l’oro
di Svizzera, Svezia e Botswana.
Porca puttana,
quant’era bravo!
Ma non si sa a far che.

(Variazione Kuaska) Volumetrico

L’arrotino di Torino
arrotò tutto l’oro
di Svevia, Norvegia e Cambogia
e le erre di orzo, birra e cervogia.

Porca prostituta! ho la certezza
che a ber troppa cerveza
girerà la cabeza.

(Variazione Ėjzenštejn, con deviazione maltusiana) Folgore

L’arrotino di Torino
arrotò tutto l’oro
di Zara, Roma, Novi e Grado.
E con Lenin a Odessa
rotolò per la scala,
teatro di Guerra,
corazzata di carrozzine,
chiarori di Corazzini,
corazzieri azeri,
bombardieri, avieri,
inespugnabili Fortini,
inferno di Manganelli,
barricate, palizzate,
Campana rintronante,
ardenti, Soffici lame Merini.

Nel frattempo, nel parterre di Petrolini,
appresso a un peto di Trilussa,
lo zar di Russia urlava:
IN-A-GADDA-DA-VIDA

Porca zoccola, è pazzesco!
Palazzeschi si rivolta,
la pellicola si riavvolga! presto!

E poi? E poi? E poi?
Null!

Ascolta L’otorinolingottotroia (con due variazioni) letta dall’autore

Emergere

scritto da Anita Renchifiori

“Enola Gay
You should have stayed at home yesterday
Ah-ha words can’t describe
The feeling and the way you lied”
Enola Gay, Orchestral Manouvres in the Dark

L’acqua, a poco a poco, aveva formato una pozza al centro della cucina, come se il pavimento fosse inclinato. Ero già in costume da bagno e stavo cercando di asciugarla, quando mi è squillato il telefono.
L’ho messo sul tavolo col viva voce e il video acceso. A Sidney erano solo le sette, ed Ernesto aveva ancora l’aria addormentata.
«Ma è rotto rotto?» mi ha chiesto quando gli ho raccontato del frigorifero. «Hai provato a staccare la spina e riattaccarlo?» Continua a leggere

Chinhook

scritto da Lisa Malagoli

I fulmini sono la terza cosa al mondo che mi fa più paura. Mio marito apriva la porta di casa tutte le volte che esplodeva un temporale. Si appoggiava allo stipite e restava a guardare la pioggia, con le braccia incrociate. Tendeva i dorsali e la camicia si tirava. A volte i fulmini si schiantavano così vicini che le pareti tremavano. Continua a leggere