Non volevamo entrare qui

scritto da Francesca Cosmai

Mattia continua a ingrandire la mappa sullo schermo. Sara vicino a lui alza gli occhi al cielo scocciata.
«Vuoi vedere le formiche sulla strada?»
«Non capisco. Dobbiamo attraversare il centro commerciale per arrivare al tempio o forse il centro commerciale è nel tempio» la guarda sconsolato «non lo so» ammette Mattia.
I grattacieli di Shenzhen svettano tutt’intorno a loro. Alla luce del sole le vetrate riverberano come l’acqua del mare e rispecchiano il cielo.
Mattia pensa che quei palazzi sono belli e imponenti come montagne, e non avrà nostalgia delle Alpi anche se quelle saranno solo delle cime di cristallo e luci colorate.
Un dragone si sposta da un mega schermo all’altro, scivolando leggero sulle pareti degli edifici e planando su di loro.
Mattia e Sara lo guardano muoversi senza dirsi niente, con gli occhi spalancati. La solita voce cinese di donna parla in tono zuccheroso e ora appare un ragazzo dai capelli corvini che beve una coca-cola e si mette a suonare la chitarra.
«Assurdo» sussurra Sara.
Mattia la prende per mano e attraversano la strada.
«Ahi, mi spingono» Sara ha di nuovo quel tono lamentoso che Mattia non sopporta.
«Se ti spingono, spingili anche tu» le risponde.
Entrano dentro al centro commerciale insieme ad una ventina di cinesi che mentre li urtano per superarli sorridono cordiali.
Uno di loro, Mattia ne è sicuro, passando gli ha accarezzato l’avambraccio. Muoveva il dito con delicati cerchi concentrici come a volergli annodare i peli in un piccolo uragano sulla pelle.

Mattia si avvicina a una commessa per chiedere indicazioni, devono arrivare al tempio sull’altro lato della strada. La donna quando sente parlare inglese sgrana gli occhi e china il capo timida per distogliere lo sguardo.
Un addetto alla sicurezza cammina impettito lì vicino e Mattia ci riprova.
L’uomo scuote la testa, e indica uno Starbucks dalla parte opposta delle scale mobili.
Sara prende Mattia per un braccio.
«Ma come è possibile che nessuno parli inglese? Siamo in un centro commerciale, lì c’è H&M.»
Mattia sospira.
«Perché in Italia in un centro commerciale le persone parlano inglese?»
«Ci provano.»
Mattia non replica, non sa se in Italia ci provino oppure no. La prende per mano per superare una piccola folla in coda davanti a Starbucks.
Si è trasferito in Cina solo un mese prima, e Sara è appena andata a trovarlo per passare le sue vacanze estive con lui.
Era sicuro che appena scesa dall’aereo si sarebbe innamorata di Shenzhen.
Si immaginava che avrebbe provato le sue stesse sensazioni già al controllo delle impronte digitali all’aeroporto, o sul taxi che sfrecciava per mastodontiche strade di una delle città più grandi del mondo.
Immerso nell’aria condizionata glaciale, nella puzza di fumo e in quella lingua urlata che non riusciva a capire, sentiva che in quel paesaggio incomprensibile di disegni indecifrabili, in quell’odore di caldo e di carne, tutto sarebbe andato bene.
Era convinto che anche Sara avrebbe sentito quell’energia in fondo allo stomaco.
Invece al suo arrivo, il tassista aveva utilizzato diverse volte il sacchetto per gli sputi alla sua sinistra con rumori inequivocabili, e Mattia guardando Sara aveva capito che la Cina non le avrebbe smosso niente di quello che invece stava danzando dentro di lui.

Passano davanti a un ristorante di Hot-Pot. Sulla destra della porta la coda è lunghissima. La gente che aspetta è seduta intorno a minuscoli tavolini di plastica, mangia anguria e anacardi e sembra essere contenta di starsene lì in fila per entrare.
Un cameriere con un microfono da ballerino distribuisce foglietti di carta colorata; passa tra le sedie e mostra come fare l’origami di una rana.
Mattia li guarda e sorride.
«Potremmo mangiare qui.»
«Ma hai visto che coda?» gli risponde lei.
Un tavolo un po’ più lungo è adibito a servizio manicure. Due ragazze cinesi fanno scegliere il colore dello smalto alle clienti, che mentre aspettano di sedersi a mangiare possono farsi sistemare le unghie.
«Sbrighiamoci, è orribile questo posto.» Sara inizia ad allontanarsi.

Sulle scale Mattia le accarezza i capelli. O meglio, vorrebbe, passa una mano delicatamente appena sopra la sua fronte. I capelli sono tirati all’indietro così meticolosamente che sembra di toccare il suo cranio.
«Ti prego, mi spettini.»
Mattia ritira la mano, e prende quella di lei per non farsi vedere sconfitto.
Sara ha il palmo sudato, e Mattia nota che diverse dita sono distrutte dai morsi. Sara ha sempre avuto le unghie lunghe, e ora invece ne vede il segno impreciso e violento con cui le ha strappate via coi denti.

Mattia vede un negozio di lenti a contatto colorate e decide di chiedere di nuovo indicazioni, Sara si allontana per lasciarlo fare. C’è una vetrina con un negozio di animali poco più in là.
«Scusi, dov’è l’uscita?»
La ragazza lo ha capito.
«Perché?» Lo guarda stupita.
«Perché vorremmo uscire.»
«Al quinto piano c’è una pista da sci, per fare pratica.»
Mattia non è sicuro di aver capito.
«Una pista da sci?»
«Sì, una pista da sci, per fare pratica.»
«Io non voglio fare pratica: sto cercando l’uscita.»
«Perché?»
«Perché non volevamo entrare qui. Dobbiamo uscire. Dov’è l’uscita?»
La ragazza si mette di nuovo a ridere.

Un cucciolo di barboncino nano dal pelo rosso si rigira nella sua cuccia in gomma piuma. Sara posa una mano sul vetro per attirare la sua attenzione.
È color albicocca, pensa.
Cerca di parlargli, spera di incuriosirlo e farlo scodinzolare.
Il barboncino non la guarda, e lei si accorge che il cucciolo sta tossendo per l’aria condizionata.
Abbassa la mano dal vetro e se la mette in tasca.

Mattia entra nel bagno degli uomini. Si chiude la porta dietro, si slaccia la cintura e si tira giù i pantaloni. Si guarda intorno e poi si ricorda che molte volte la carta igienica non si trova nei singoli cessi, ma accanto al lavabo nella parte comune. Sorride. Sono furbi, così non fanno sprechi. Si ritira su i pantaloni ed esce.
Si mette in fila dietro a un ragazzo con una camicia a quadri e una giacca di jeans.
Una macchinetta colorata che sembra un distributore di preservativi ti scannerizza la faccia e fa uscire tre quadrotti di carta igienica: la tua razione.
Mattia si abbassa leggermente e il suo viso appare in bianco e nero sullo schermo. Tre pezzi. Cosa ci faccio con questi? Li prende e sta lì. Non si muove. Sente che i ragazzi dietro di lui iniziano ad essere impazienti.
Si fa scannerizzare un’altra volta dalla telecamera. Dai, solo altri tre pezzi.
Sullo schermo appare una frase in caratteri blu, ma non esce nessun altro pezzo di carte igienica.
Il ragazzo subito dietro di lui si muove agitato, così Mattia entra in bagno per non creare un incidente diplomatico in una lingua che non può parlare, ma soprattutto che non può capire. Ha il terrore che qualcuno si rivolga a lui e scappa in bagno con la faccia rossa.

Quando ha finito si infila la maglietta nei pantaloni. No. Tirandola fuori si tasta le anche, sono più morbide del solito. Una goccia di sudore gli scende dalla fronte fino al naso e cerca di asciugarsi con le mani. In un attimo ha iniziato a sentire un gran caldo e fa fatica respirare.
Continua a tenere le mani sul viso nascondendolo. Immagina che i suoi palmi siano il legno fresco e liscio di una maschera africana che separa la sua pelle dal mondo, e dopo poco sembra ritrovare il respiro.
Infila di nuovo la maglietta nei pantaloni ed esce dal bagno.

«Ci hai messo un’eternità. Credo di aver capito dove dobbiamo andare.»
Sara sta guardando un pannello luminoso con la planimetria del centro commerciale e con un dito gli mostra l’uscita.
Mattia le posa delicatamente le mani sulle spalle, e sente i suoi muscoli irrigidirsi sotto i suoi polpastrelli.
«Ti prego, tirati fuori la maglia dai pantaloni.»
Una famiglia li accerchia per consultare il pannello touch screen. Tre bambini iniziano a sbattere le mani sullo schermo gigante, come marinai colpiscono sull’oblò di un sottomarino che sta affondando, chiedendo aiuto.
Un quarto, il più piccolo, sale su tutti i due piedi di Sara per raggiungere i suoi amici.
Sara stringe i denti e un pungo per il dolore. Alza il piede in aria, prende la mira e schiaccia le sneakers del bambino finché non è sicura di avergli fatto davvero male.

Delirio Dixan

scritto da Eugenio Griffoni

Se mettessi
la testa nella lavatrice senz’altro
l’intruglio
dei pensieri miei olivastri potrebbe
prendere il largo e diluirsi via via
in deliri profumati
di marca Dixan, così facendo,
roteando anti orario fuori orario
nell’oblio del cestello col volgere
di strani eoni

vedrei Dio, il vuoto cosmico, e Azathoth che sempre dorme.
PURIFICATO TORNERO’ per imporre una verità assoluta
ogni impurità sarà bandita se ritenuta
discutibile.

Adrenalina.
Dammi la scossa dammi una botta
mordimi il cuore che non lo ritrovo,
mi ritrovo? Non mi ritrovo.
Perso parola PIN e indirizzo
nell’incubo ricorrente dove un nero
gorgo
mi chiama,
ma dice altri nomi.

Dalle mie mani
fuggono linee,
non so domare con briglie di fumo!
Una medusa sono
putrescente al Sole
fra i tentacoli un coltello
a far poesie d’amore,
sulla sabbia.
E degrado
lento
fra solchi di terra spaccata
smarrito sono
invertito i poli
in perdita sono
sfinito sfibrato, disabitato,
spolpato dai brillanti
fluorescenti scintillii.

E ho piedi di cemento
un petto di cemento
la testa nel cemento
armato di pali
l’acciaio ficcato
nei sogni dormienti,
testate sul bottone d’allarme espulsione
DOTTORE UNA COMETA la ricetta per favore
dritta in faccia me la prescriva!
Con la scia che rompe il cielo
e incendia l’orizzonte.
Ma facciamo in fretta per favore,
SOS il segnale
il battito del cuore. Alla deriva siamo.
In avaria mayday,
su una landa desolata
d’un riflesso stordito, e colori
che non mi dicono più un cazzo.

Disteso sul pavimento,
anche se il qui e ora è soltanto un paletto
di ruggine marcio
ficcato nel petto,
gli occhi sbarrati infuriano
e squarciano il soffitto, e si tuffano,
come folgori liberate
negli astri.

Ah, eccolo qui, il centro dell’Universo.
Come siamo piccoli,
e miseri.

Ascolta Delirio Dixan letta dall’autore

Oblò

scritto da Margherita Koch Cavalleri

Tutte le volte che sognava suo papà, poi lui rimaneva fino a sera a tenerle compagnia. Con la mamma non succedeva mai, lei si dissolveva puntualmente come si dissolvono la maggior parte dei sogni, quando i dettagli che sembrano rivelatori al risveglio svaniscono, persi per un soffio.
Suo papà, invece, si presentava come un ospite che arrivi all’ora di colazione e si sia preso un giorno libero; presenza immaginata, ma fatta di un passato intenso, duro, quasi tangibile.
Quella notte lo aveva sognato al comando di un aereo atterrato per un’avaria in un stadio di atletica.
Lei era così orgogliosa di quel gesto di coraggio e di quella manovra eseguita con maestria che aveva trascorso la giornata piena di soddisfazione.
Camminava per la strada sentendolo accanto, pilota impavido, ancora giovane, senza il grigiore della vecchiaia, perché dai sogni si giunge con l’età che si vuole, e lo avrebbe volentieri presentato ai passanti: questo è il mio papà.
Gli altri passeggeri erano delusi e scettici, avrebbero voluto atterrare a destinazione, non nel bel mezzo di un campo sportivo. Una donna con un cappello a tesa larga e occhiali scuri gridava accuse, insinuando che l’aereo era perfettamente funzionante e che il comandante aveva finto una serie di malfunzionamenti per diventare eroe.
Lui diceva che la gente parla per dar voce al niente, riflette ciò che ha dentro, è piccola con piccole esigenze. Davanti al suo riflesso malinconico, rimandato dal vetro sporco della pensilina, alla fermata del tram, Sofia aveva fatto le prove per interpretare il ruolo del padre, recitando a voce alta, anche se poco persuasa: «Ogni fagiolino fa il suo rumorino».
Era una delle citazioni che lui amava di più, sfilata dal contesto per essere distorta e riutilizzata a seconda dei casi: tratta da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque, valeva per liquidare gli stolti che parlano a vanvera, quei mariti senza carattere che hanno sposato donne insipide e gli incidenti, tutti, nessuna eccezione, perché succedono a chi doveva pensarci prima.
Anche Primo Levi era fra i suoi preferiti, insieme a lui il padre diceva di condividere l’immensità di un torto subito dalla barbarie dell’ignoranza; mentre Levi cita un aforisma del Talmud per esortare l’uomo alla ricerca interiore, però, suo papà si è stufato degli esseri umani: «Ho trascorso tutta la vita a dare, senza ricevere nulla in cambio, adesso basta, non ce n’è più per nessuno, è giunto il momento di pensare solo a me stesso: Se non ora, quando?»
Era molto elegante in divisa da pilota, ostentava una sicurezza nei modi che nella vita reale aveva bisogno di mischiare a un’arroganza un po’ aggressiva, affinché sembrasse forza. Sminuire gli altri era il suo modo di sentirsi all’altezza, non avrebbe di certo portato in salvo tutti i passeggeri di un aereo in avaria, non avendo alcuna stima delle persone. Nessuno valeva la fatica di una stretta di mano o di un braccio alzato in un gesto di saluto, lui si limitava a un movimento in su del mento, sia per un buongiorno sia per un arrivederci o per un addio, tant’è.
Per ottenere la sua stima Sofia aveva corso tutta la vita, corso dietro al concetto maschile di successo, corso verso la sua figura di schiena che si allontana, rincorso obiettivi fissati da lui per lei; scendendo dalla scaletta dell’aereo si era sentita a suo agio in quel posto sognato, le era addirittura sembrato un luogo dell’infanzia, anche se non aveva mai fatto atletica da bambina.
La pista per correre non era divisa in corsie, ma era un’unica corsia che andava svitandosi in giri sempre più ampi, lei sentiva di essere l’atleta e ogni giro era stato un’età della sua vita, come i cerchi nel tronco di un albero.
Dove gli altri passeggeri vedevano un luogo inquietante e abbandonato, Sofia si trovava e si riconosceva ovunque: a bordo pista con le mani sulle ginocchia per riprendere fiato, seduta ad allacciarsi le scarpe, già stanca per la fatica che sa di dover sopportare, e anche sui gradini degli spalti a stirare i muscoli dei polpacci induriti dai crampi.
Suo papà si era soffermato insieme a lei davanti a ogni scena dell’infanzia, così come, in Racconto di Natale di Charles Dickens, l’angelo del passato mostra a Ebenezer Scrooge gli anni della sua solitudine.
Ogni 25 dicembre lo guardavano insieme, quel film aveva illuso Sofia che la vecchiaia fosse un repentino risveglio e che culminasse sempre in un lieto fine. Lui, invece, non provava piacere nelle ultime scene, di solito trovava una scusa per alzarsi dal divano, proprio quando iniziavano i festeggiamenti e la distribuzione di soldi e regali.
Da quando era morto, la sera del 25 Sofia non guardava più Racconto di Natale, si faceva invitare a casa di conoscenti e tirava tardi, fino all’ora in cui i ricordi si possono dire scansati. La zuppa di cavoli, mangiata da Scrooge nella grigia povertà dell’appartamento gelato, le ricordava troppo la minestra che suo padre si cucinava negli ultimi tempi, con il riso scaduto, preso da un sacco pieno di cagnotti fra i chicchi; lui accompagnava ogni cucchiaiata con una smorfia di finta allegrezza, che voleva preparare l’atmosfera per la citazione finale, di Fryderyk Chopin: «Che nulla traspaia dell’intimo cuore, nulla sia noto di noi che il sorriso».
Il pranzo consumato in volo, prima dell’atterraggio d’emergenza, era stato servito da una hostess vecchissima, che si era seduta accanto a Sofia nel posto libero occupato fino a un secondo prima da una bambina imbronciata, così vanno i sogni. Tutte le portate nel vassoio erano a base di riso, persino il dolce; Sofia non aveva mangiato nulla, neppure durante la pausa pranzo nella mensa della casa editrice, si era limitata a incidere con il cucchiaio il suo budino, mentre rispondeva a una domanda che la hostess le aveva rivolto, pur senza aprire bocca: «Sono cresciuta a Treblinka, ma mi sono diplomata in Giamaica».
Un analista avrebbe letto nell’affermazione l’ammissione di un inizio di vita difficile, insieme alla capacità di trovare libertà, musica, colori in età adulta. Ma per Sofia la frase rimaneva enigmatica, bizzarra come solo quelle dell’inconscio possono essere, e di giamaicano lei aveva un cd di Bob Marley e basta.
Nell’unica, brevissima, esperienza con uno psicologo si era ipotizzato che la scelta di laurearsi in Lettere Classiche fosse legata all’esigenza di riordinare il rapporto con il padre, risalendo al significato corretto delle tante citazioni attraverso cui lui interpretava la vita. L’assurdità di tale ipotesi le era risultata subito chiara.
Nel frattempo gli altri passeggeri erano ripartiti, qualcuno fra loro doveva essere un pilota e l’aereo non aveva alcun guasto che impedisse di decollare di nuovo.
La donna dal cappello a tesa larga adesso si era tolta gli occhiali e la stava salutando dall’oblò; appena prima che l’aereo si staccasse da terra, Sofia sentì che si trattava di sua mamma.
Per tutto il pomeriggio in ufficio era stata scontrosa e silenziosa; si era sentita esclusa da una riunione di redazione alla quale non aveva voluto partecipare, aveva rifiutato di unirsi alle colleghe in pausa caffè, soffrendo nel sentirle ridere insieme, era la serata dedicata al direttore, perché la moglie gioca a burraco ogni martedì con le amiche, ma aveva dato buca anche a lui: ciò di cui aveva bisogno non era a portata di mano, era un profilo riconosciuto troppo tardi e partito dopo averle chiesto di andare via con lei: «Rimango con il papà, perché lui è solo».
Adesso erano soli entrambi.
Il campo di atletica era sempre più simile a un’oasi, Sofia aveva notato che tutto intorno avanzava il deserto.
Dopo aver trovato un pettorale con il suo nome sopra un borsone che fino a un secondo prima non era ai suoi piedi, aveva cominciato a prepararsi per la gara: scarpe da corsa, orologio a cronometro, reggiseno sportivo, pantaloncini, maglietta erano stati disposti per terra con l’accuratezza meccanica con cui si apparecchia la tavola.
Appena entrata in casa, Sofia aveva messo a bollire una pentola con l’acqua per la pasta e aveva preparato il tavolo in sala, di solito riservato a quando riceve ospiti. Dallo scaffale dei libri importanti aveva sfilato il romanzo di Remarque per rileggerne qualche passaggio, era una copia rovinata e sottolineata; la prima volta lo aveva letto alla ricerca della citazione preferita del padre, aspettando con piacere di trovare la riga tanto nota, con l’avanzare della lettura si era domandata, perché, di tanti passaggi degni e indimenticabili, un uomo dovesse memorizzare il peto di un soldato dopo il rancio, aggiungendoci, per altro, del sarcasmo.
Il padre si era rifiutato di aiutarla ad appuntare il pettorale alla maglietta con quattro piccole spille da balia, sapeva che non avrebbe preso parte alla gara imminente ed era contrariato: «Conosci te stesso» le aveva detto, come ogni volta che la lasciava lì ad arrangiarsi da sola.
Il campo sportivo, nel frattempo, diventava sempre più piccolo, mangiato via dall’avanzare del deserto.
Non aveva apparecchiato per due, perché non era pazza, ma solo in conflitto, e nostalgica; aveva riletto ad alta voce il passaggio del libro in cui un soldato diserta per colpa dei ciliegi in fiore, troppo uguali a quelli di casa, troppo belli, e i paragrafi conclusivi, quelli sì memorabili.
Un paio di volte, mentre mangiava, aveva alzato lo sguardo verso il posto vuoto e le era parso di intravedere quel puntino in cui si era trasformato il padre nell’ultima scena del sogno, quando lei si era girata per salutarlo e lui aveva alzato la mano per ricambiare, o almeno così le era parso.

Homo Sovieticus

scritto da Kosmonavt

La fine ha una profondità confidenziale nell’assenza del suono
mentre una rotazione sta per terminare inalterabile
la notte debella i confini, silenzia le favole
CCCP, ma il Paese non c’è più
Mi chiedo spesso se sopravviverò. Non di rado dubito.
Quanto può essere lunga una coda per il pane?
Diciannove metri e la Mir si affolla
I muscoli avvizziscono in questa gravità indigente
che svago solerte, le mie passeggiate nello spazio
Limone e rafano sono, in assenza di miele,
l’omaggio all’ultimo homo sovieticus
Leningrad, se mi senti, raccontami
se, alzandoti sulle punte dei piedi,
vedi ancora gli alberi di Bojkonur
Li immagino allungati, all’alba, uno stiracchiarsi
che porta i rami più alti fin quassù
Scandisco la solita canzone che tu conosci
che io canto sottovoce per darmi un contegno:
И снится нам не рокот космодрома
Не эта ледяная синева
А снится нам трава, трава у дома
Зеленая, зеленая трава*

L’orlo della tuta è scucito via oltre l’orbita lunare
e l’esercitazione alla missione mi si slabbra di dosso
come un buio, una dimenticanza estintiva
Improvvisamente, tutto è più fragile
sono feto in gestazione di madre affranta
Questo amore non va da nessuna parte
rimane, senza possibilità di svanire
Potremmo anche essere un infinitesimo
ma siamo un tutto che si moltiplica
In quale universo, un santo salvatore, 
accetterebbe di sporcarsi le mani
in questo cortocircuito?

Ascolta Homo Sovieticus letta dall’autore

(*) Noi non sogniamo il fragore del cosmodromo
Nemmeno questo blu ghiaccio
Sogniamo l’erba, l’erba di casa
L’erba verde
[Da Trava u doma, hit sovietica dedicata allo spazio dell’inizio degli anni ’80 cantata dal gruppo Zemljane, scritta dal compositore Vladimir Migulja e dal poeta Anatolij Poperečnyj]

Via San Rocco

scritto da Marianna Crasto

Non avevo nozioni di arte, non avevo nozioni di fisica, ero lunga un metro. I grandi si riposavano dopo pranzo e mi lasciavano sul letto in canottiera a doverli imitare. Il letto stava addossato con il lato lungo contro la parete, sovrastato dalla stampa di un dipinto di Braque. Era il letto di mia madre da ragazza. Non avevo nozioni di arte, non avevo nozioni di fisica: il quadro mi spaventava perché temevo sarebbe caduto staccandosi dai chiodi in alto, allontanandosi dalla parete per lanciarsi in avanti, come per un tuffo di testa. Allora aderivo al muro, mi sembrava una soluzione. Ero lunga un metro e rotolavo e aderivo e credevo di salvarmi. I quadri non cadono così ma cosa ne potevo sapere. Cadono proprio lisci lisci in verticale, aderenti ai muri, dove mi sentivo al sicuro. Ma nemmeno conoscevo le lettere che servivano a scrivere Braque.
All’improvviso in camera c’è anche mio fratello, va verso il letto. «Attento» gli dico. Ma sto zitta da molto a guardare il muro: lo raggiunge un versaccio rauco e s’è fatto già tardi, lui è già sul letto, seduto sulla mia testa. Infila una mano sotto il sedere, la passa sulla coperta per controllare se ha schiacciato qualcosa ma non trova niente. Torno a guardare fuori dalla finestra sperando che non mi faccia domande. Continua a leggere

Sciamune

scritto da Mattia Grigolo

11 agosto 1987, ore 18.00 Piazza della Chiesa di Santa Maria Maddalena, Uggiano la Chiesa: Checco il Pagliaccio e le sue spettacolari magie.

Nostro padre dice che ci porta a vedere lo spettacolo del clown.
Da settimane il paese è tempestato di locandine raffiguranti il suo volto arcigno cosparso di cerone, i capelli verdi striati di scuro.
«È un pagliaccio papà» dico e lui mi guarda come se gli avessi chiesto di prestarmi l’accendino.
«Hai detto che è un clown, invece è un pagliaccio» continuo. Continua a leggere

Katja

scritto da Kosmonavt

Katja
Al solo pronunciare il tuo nome
mi si inceppa la lingua
Consonante che scivola sul palato
scontrandosi coi denti

«Нам не надо целовать
Non dobbiamo baciarci
А ты прекрасно знаешь
Lo sai benissimo
Держи меня за руку
Tienimi la mano
Мир вертится быстрее»
Il mondo gira più veloce

Se mi avessero parlato prima
di quanti amori possibili esistono
mi sarei in qualche modo innamorato
delle tue storie raccontate lungo la Neva
dei tuoi corsi di latino alla facoltà di Medicina
e delle tue labbra sbilenche per il mio russo stentato
Mi sarei impegnato davvero nel dirti Ja vas Ljubil (*)
nel comprendere quanto fossimo simili
alla ricerca dell’impossibile
in quel declino dei giorni verso un finale atteso

Se mi avessero parlato prima
di quei romantici di cui parlano nei libri di Gender Studies,
quelli che in Russia non si azzardano a mandare
se non in circoli privati omosessuali,
sarei riuscito a definire
quella voglia irrefrenabile di ritrovarmi
in passeggiate romanzate da una città
rappresa in tramonti freddi e distanze innocue
correndo per non arrivare tardi

Катя, мы танцоры музыкальной шкатулкы
Katja, siamo danzatori in un carillon
А пока земля крутится у нас под ногами
e fino a quando il mondo ci girerà sotto i piedi
мы сможем влюбиться, без объяснения причин
potremo innamorarci senza spiegare il perché

Perdita d’abiti
la mia è una perdita d’abiti
Davanti allo specchio
Senza pretese, restare nudi
e avvallare questo momento di rivoluzione
Dimmi che non c’è nulla di vero
Nel conto alla rovescia
Che ci porta a festeggiare l’estinzione
Dimmi che non c’è nulla di vero
Nelle discariche di bocche
Pronte a vomitar rifiuti indifferenziati
Dimmi che non ci siamo giocati il futuro
Che qui ci si ama e non dobbiamo rovinare tutto
Mi hanno detto che c’è una festa
ma qui ce la stanno facendo di nascosto
A te, a me, alle genti disperse
Tra gli abiti affollati
Sui loro corpi inesistenti
e noi balliamo sulla terra
esorcizzando parole, opere e omissioni
Amami ancora e portami avanti
nella battaglia di tutti quanti
finché forza avrà ogni primavera
L’aprile non sarà un dolce dormire

Ascolta Katja e cose turche letta dall’autore

(*) Io vi ho amata, poesia presente nel romanzo in versi Evgenij Onegin di Aleksandr Sergeevič Puškin, 1833

Ninfee

scritto da Chiara Beretta

Amo le sale d’attesa come questa: bianca, luminosa, pulita. Deserta. Non sembra nemmeno di essere in uno studio medico. Mi lascio scivolare sulla sedia – una bella sedia di legno imbottita, non quelle robe di plastica da ospedale. Sulla parete di fronte c’è una stampa scolorita delle Ninfee di Monet. La fisso per un istante e chiudo gli occhi. Immagino di galleggiare sull’acqua. Sull’acqua del mare. Un mare denso e immobile. Non voglio pensare alle Ninfee. Forse dovrei provare a meditare, dicono aiuti. Non voglio pensare alle Ninfee. Non voglio pensare alle Ninfee. Continua a leggere

Volevo andar via subito

scritto da Donata Cucchi

«Volevo andar via subito»
«Proprio subito»
«Eh, sì»
«E la valigia?» non aspetta la risposta «Ma no, perché prendere la valigia, macché valigia, andiamo via così, senza vestiti, senza soldi, tanto…»
«Che ti devo dire…» rido.
Ride anche lui; anzi sorride, Alberto. Ridere con lui è anche meglio che farci l’amore e adesso che l’amore non lo facciamo più, si ride meglio. Continua a leggere

Le cose che restano

scritto da Conny Russo

La casa dei miei genitori è piena di oggetti. Ci sono abbastanza bicchieri per organizzare un banchetto, ma nessun banchetto viene organizzato mai, e tutti quei bicchieri posano tristemente dietro i vetri delle credenze. Ci sono i Topolino sgualciti dalla nostra infanzia, cruciverba risolti di molte estati fa. Ci sono abbastanza asciugamani da accomodare le esigenze di un re, ma nessun re che venga accomodato. Ci sono foto ormai ingiallite che ti guardano da un tempo in cui il tuo corpo aveva una forma diversa, ci sono videocassette di mille recite di infanzia e nessun videoregistratore in cui guardarle. Ci sono vestiti negli armadi che non ho mai visto indossare e libri che non ho mai visto leggere. Ci sono moltissimi soprammobili, qualunque sia il significato di questo vaghissimo modo di iscrivere nelle stesse lettere una teiera che non contiene the ma una pianta grassa e una damina dell’ottocento in ceramica.  Continua a leggere