Entità oscure

scritto da Irene Doda

Il novantacinque percento dell’Universo è fatto di una materia misteriosa di cui gli scienziati non sanno ancora nulla. L’ho letto stamattina, mentre mi rigiravo tra le coperte. Mi sono chiesta come diavolo fosse possibile. Poi mi sono rimessa a dormire. Adesso sono a una festa e un ragazzo che ho appena incontrato mi tira per un braccio. Mi pare si chiami Robert. O Ronnie. Non ne sono sicura.
Siamo fuori dal pub dove abbiamo ballato, il Nancy Blakes. Robert o Ronnie appoggia le labbra sulle mie e io non mi tiro indietro. Sa di sigaretta, come la mia coinquilina Deirdre. Madonna, quanto fuma Deirdre. Ha sempre la tosse e gli attacchi d’asma.
Robert o Ronnie lavora nel mio stesso complesso di uffici, dice. Forse ci siamo incontrati qualche volta in pausa pranzo. La cosa lo fa ridere. Già, perché adesso siamo a limonare completamente sbronzi fuori da un pub con le scarpe appiccicose di vomito altrui. Hilarious. Limerick è una città troppo piccola.
Gli pianto le unghie nella schiena. Lo graffio tra le scapole. Lui si abbandona contro il mio petto con tutto il suo peso e qualche gemito. È così sottile, così pallido; mi riesce difficile immaginare che sia effettivamente fatto di carne umana e non, ad esempio, del polistirolo delle tazze usa e getta. Mi ha lasciato un succhiotto sul collo e ha chiamato un taxi. «The fare’s on me» dice accarezzandomi una guancia. Mi ritraggo, rintanandomi nella macchina. Ciao Robert o Ronnie, o come cazzo ti chiami.
Il tassista mi guida oltre il serpente scuro del fiume Shannon e mentre attraversiamo il ponte e ci dirigiamo verso la zona residenziale, ripenso alla materia oscura. Mi guardo le mani, le dita e mi chiedo quanto ci sia che non conosco dentro la mia stessa carne. Mi immagino piccoli frammenti vivi – batteri, organismi unicellulari, quanti di luce e bosoni – che pullulano dentro di me. Me li figuro minuscoli, intenti a divorarmi, a farmi a pezzi. Il pensiero mi dona una strana sensazione di pace. Non voglio più essere dentro questo corpo. Voglio scordarmi della mia schiena incurvata dalle troppe ore in ufficio, dei miei capelli crespi né castani né biondi che tutti i giorni mi strappo con rabbia dalla testa, del fatto che ho vent’anni e sono venuta a seppellirmi in questa città circondata dall’oceano e dal niente. Dimenticarmi del fatto che ho una mente che funziona a metà, che ci sono intere giornate in cui non riesco neppure a lavarmi i denti. Limonare con Robert è stata forse la cosa più interessante che ho fatto nell’ultimo anno.
Il guidatore dell’auto, che continua a sorseggiare qualcosa da un thermos, non parla molto. Osservo il suo abitacolo; ha un’icona di Gesù bambino incollata al cruscotto sul sedile del passeggero. È un bambino grassoccio, con i tratti deformi, bianchissimo, pallido e biondo in modo innaturale. Un neonato demoniaco. Sotto l’icona c’è una scritta in corsivo, sembra appuntata a mano: Verrà il giorno del salvatore. Il tassista accosta nel vialetto e mentre scendo dalla macchina sento già la tosse cavernosa di Deirdre che arriva dal piano superiore.

La domenica è il giorno dei muffin. Appena apre, vado al corner store a pochi metri da casa. Ho la testa pesante. Nel sogno ero a letto con Robert o Ronnie, che si trasformava nel Gesù bambino del taxi. Lo abbracciavo e lasciavo anche a lui segni rossi sulla schiena. Lui mi addentava il collo. Lo desideravo e mi repelleva. Mi sono svegliata alle sei, madida di sudore gelido, per accorgermi che mi ero nuovamente strappata i capelli nel sonno. Il commesso guarda il livido vermiglio poco sotto il mio orecchio, mentre gli piazzo davanti un sacchetto di carta con cinque dolci a trenta centesimi l’uno. È uno di quegli irlandesi che sorride sempre e chiama tutti love. Addentare un muffin con la glassa verde mi riporta alla realtà. È una bella mattina. Ho tutta la giornata per me.
Ho con me il libro e vado a sedermi su una panchina davanti allo Shannon. Devo iniziare il capitolo “Il disaccoppiamento”. Parla di come materia ed energia un tempo erano la stessa cosa, poi la radiazione è diventata troppo lenta e le due si sono separate, strappandosi definitivamente l’una dall’altra. Mi annoio presto, dopo due righe alzo lo sguardo dalla pagina. Un gruppo di ragazzini vestiti con tute di acetone butta dei pezzi di pane nell’acqua.
Altre due righe. Qualsiasi piccola imperfezione e deviazione dalla completa uniformità nella distribuzione spazio-temporale della materia si troverà impressa, ora e per sempre, come in una fotografia…
Sento una voce vicina alla mia nuca. È di uno dei bambini.
«Miss?»
«Sì?» mi volto sorpresa.
«Posso avere un bacio?»
«Come hai detto?»
«Un bacio» fa il ragazzino. Allunga le mani grassocce verso il mio viso. Odora di aglio.
«Cosa leggi, Miss?»
Sono circondata da mocciosi coi capelli biondi. Un altro, con addosso un cappellino del Munster, la squadra di rugby, mi afferra per i pantaloni. Noto che gli mancano due canini.
«Miss! A kiss!» continuano in coro. Quello più piccolo mi ha abbracciato e mi sta palpando il culo, forse cercando spicci nelle tasche dei jeans. Quando sento la sua mano afferrare l’elastico delle mutande e sfiorarmi la pelle nuda, ho uno scatto. Corro via lungo Clancy Strand, incespicando nel sacchetto di muffin che ho gettato a terra. Ho lasciato il libro sulla panca. Miss! Miss! gridano le voci nella mia testa. I ragazzini del fiume sono ormai lontani. È il bambino di questa notte che è tornato a farmi visita? Nonostante il cielo limpido, inizia a diluviare. I contorni della strada perdono consistenza. Le villette a schiera tutte uguali, i caffè sordidi con le persiane storte, i baracchini di zucchero filato si fondono in un unico acquerello che mi cola addosso, intrappolandomi.
Mi avvio di corsa verso casa, infreddolita ma senza tremare, passando di fianco allo stadio di Thomond Park, dove una squadra di adolescenti sta festeggiando qualcosa intorno a dei tavoloni di plastica imbanditi di bibite colorate. Il succhiotto di Robert o Ronnie mi pulsa sul collo come un marchio incandescente.

Sul vialetto di fronte a casa c’è un’ambulanza. Due barellieri stanno caricando qualcosa sul veicolo. Uno di loro tossisce. Non sento quello che dicono, sopraffatta dal rumore del traffico e dalla voragine del catarro di quell’uomo. Deirdre ha avuto un attacco d’asma. Stai tranquilla, mi ripete uno dei paramedici. Stanno arrivando i parenti. Abbiamo fatto il possibile. La strada rigurgita rumore, il gigantesco stadio fa ombra a tutto il sobborgo. La porta della stanza di Deirdre è aperta, non mi ero mai accorta di quanto fosse spoglia. Sul mio letto c’è soltanto un sacchetto di carta, da cui si spargono come atomi briciole di muffin, scagliate in tutte le direzioni. In terra, accanto a un vecchio asciugacapelli, c’è il libro che sto leggendo, Il destino della materia. È ancora aperto alla pagina a cui l’ho lasciato. Non è cambiato niente. Sento una voce che mi chiama, miss, miss! Forse è uno dei medici. Mi chiudo a chiave in camera.

Non faccio in tempo a proteggermi con la coperta che loro sono sopra di me. Piccoli esseri bianchi mi strappano i vestiti di dosso: hanno le guance bianche e sudaticce, i tratti deformi, un guizzo rosso negli occhi, la puzza del sudore impregnato di ormoni. Mi fanno a pezzi. Forse sono loro, i quanti di materia oscura acquattati dentro di me che hanno atteso il momento giusto. O forse è il mio destino, essere disaccoppiata da me stessa. Verrà il giorno del salvatore. Fate di me ciò che volete, penso. Sono in pace e così sia. Le mie membra si perdono nel nulla.

Caro Maestro…

scritto da Maria Pia Dell'Omo

Alice – How long is forever?
White Rabbit – Sometimes, just one second.

Sono caduta, maestro,
e non mi sono più rialzata.
Giacendo bocconi per strada
ho visto cose piccole piccole,
diresti “minuscole”.
Ho visto case nei tombini
e fiumi impervi
e le buche nell’asfalto,
come cicatrici,
raccoglievano acqua,
si facevano lago.
Una varicella le coglieva,
ma nessuno lo vedeva
perché ribaltavano il cielo
nel loro essere più in basso
del basso,
più in basso di me.
Sono caduta, maestro,
e sono scivolata più giù.
Dicono che sia oltre il terriccio,
ho in bocca humus e qualche lombrico
– inizio a vedere qualche osso di pollo,
sarà il furto di qualche randagio.
Dicono che stia precipitando,
come Alice.
Ho attorno le formiche,
e loro scavano scavano
scavano,
nel silenzio scavano.
Nel buio, hanno una regina
gravida
che si gonfia come un teratoma
prima di dare alla luce
piccole creature centrifughe.
Avrei bisogno di pastiglie tossifughe
– ho terra ovunque:
nelle orecchie
nel naso
nel cervello.
Mi porto questo fardello
della grevità,
non è questione di gravità
ma di inadattabilità.
Sono caduta, maestro,
perché portavo un peso al piombo,
a filo dritto dallo sterno
fino a questo strapiombo.
E precipito,
precipito
ma forse è un ritornare
in un posto dove
non starò più male
anche se fa male cascare.
E precipito
precipito
con queste ali inette,
si sono trasformate
in due ferite infette.
E precipito
precipito
nel buio terminale
dispersa alla ricerca
di una pietra filosofale.
Mi diresti, maestro, che
è una cosa inattuale,
che ero una bambina sensibile
e non un animale,
mi diresti che è per questo,
con fare paternale,
che è un fatto manifesto
che io lassù sto male.
E qui cado ancora
mentre il caldo rincuora.
Sembra quasi il tuo abbraccio
di quando andavo a scuola.
Sono sola, mi dico,
in questa vacuità sonora
e i cancelli dell’inferno
tremano, una volta ancora:
è tutto così placido
questo piover cose ctonie,
magmatiche comete
rigano il nero
come lacrime.
Sono al centro, maestro,
il centro di tutto.
Vedo Ratatoskr addentare
le radici di Yggdrasil,
mentre la tua radio accenna
che ci governa Draghi,
ma io non la sento
nel pozzo disadorno
da cui non farò ritorno.
Sembrano luci al led
queste anime luminescenti.
Verrebbe voglia di afferrarle
come lucciole,
o come Exos lucius
a branchi,
che esplodono come petardi
dalle larve,
abbarbicate agli alberi
come gemme eleganti.
Ma un sonno da luminale
mi fa gentilmente ripiegare
in posizione fetale.
Sussurrano ai miei orecchi
diverrò uno strato germinale
e fiotterò sangue nelle linfe
di alti rami.
Sfiorerò il cielo,
ancora,
custodita come un segreto.
Sepolta come uno spergiuro obliato,
forse in osseto.

Ascolta Caro Maestro… letta direttamente dall’autrice

Una casa al mare

scritto da Benedetta Bendinelli

Vicino al mare stanno germogliando palazzi gialli e azzurri. L’asfalto nuovo dei marciapiedi è una carcassa cremata sotto il sole di luglio.
Nessuno qua può camminare scalzo.
La terra è lava, il bosco è brace, l’aria è in fiamme.
Hanno visto cadere un vecchio in un fossato lungo la provinciale e non si sono fermati.
Questo paese sembra avere i giorni contati. Continua a leggere

La ragazza con il vestito a fiori

scritto da Barbara Bedin

La ragazza con il vestito a fiori
Le vecchie case dei pescatori hanno i balconi che sorridono al mare. Al tramonto il vento deposita un sottile velo di sabbia sui denti di metallo delle ringhiere. La ragazza con il vestito a fiori lo sente anche tra i suoi. La sera prima aveva preso la macchina e sua figlia. Ho bisogno di vedere il mare, le aveva detto. Arrivata al suo mare di bambina si era stupita fosse ancora lì, dove lo aveva lasciato. In quel mare erano entrate, avevano camminato senza nuotare fino al punto in cui la figlia poteva sentire ancora la sabbia sotto i piedi e la madre dentro i ricordi.
La ragazza con il vestito a fiori aveva iscritto la figlia a dieci lezioni di acquaticità, voleva che prendesse confidenza con l’elemento liquido, che imparasse a stare a galla. L’aveva fatto di fretta, prima ancora che la figlia imparasse a parlare: ne andava della sua sopravvivenza, come se avessero dovuto imbarcarsi a breve, per un lungo viaggio in nave, e volesse essere sicura che, in caso di naufragio, si sarebbe salvata.

Suo padre
Una piccola barchetta galleggia nella darsena di Chioggia, ai murazzi, vicino alla diga. È una barca a motore in vetroresina bianca, con un piccolo divanetto dietro la plancia dove sedersi. Non è una barca sulla quale è possibile navigare in compagnia. È di suo padre. E a lui piace starci solo.
Quando suo padre è triste prende la barchetta e la porta in laguna, inchioda i suoi dolori a una briccola e li lascia lì per il tempo necessario che diventino acqua, legno, vento. Quando suo padre è contento prende la barca in vetroresina bianca, accende il motore, la porta in mare, getta l’ancora e lascia che il mare gli porti il pesce che gli serve per tornare a casa, felice.

Sua madre
Sua madre non sa nuotare. Non ha mai imparato. Hanno tentato più volte di insegnarle, quanto meno a galleggiare, senza mai riuscirci. Ciò nonostante è sempre salita sulle barche con la sicurezza che mostrano i marinai navigati. Quando tutto ha avuto un nome, quando la sua malattia ha avuto un nome, è stato chiaro che avevano confuso il suo coraggio con la speranza di naufragare.
Al mare, il cibo nei loro piatti sapeva di sabbia e alghe insieme, c’era l’odore del ritorno, quello che si sente quando le vacanze stanno per finire e non è dato sapere quando ce ne saranno altre. Diceva, sua madre, “finalmente torniamo”, ma non era mai partita. Era sempre stata a metà, sua madre. Un po’ presente, un po’ assente. Le sarebbe piaciuto divertirsi.

Caroman
Alla spiaggia di Caroman, la ragazza con il vestito a fiori andava quando i suoi genitori dovevano ricordarle il significato di essere fortunata. C’era una colonia estiva per bambini con problemi di salute. Li ricordava con le gambe magre, rachitiche, che uscivano dai pantaloncini rossi e si confondevano con le canne di bambù; avevano le spalle curve, le scapole della schiena spingevano in fuori così tanto da sembrare aironi dalle ali spezzate. Da allora, aveva sempre pensato che alcuni animali incarnassero l’incapacità dell’uomo di sopportare le malattie e se ne facessero carico.
A Caroman una porzione di spiaggia era occupata da piccole tende beige, triangolari, ritagli di lenzuola lise che dovevano proteggere i bambini malati dal sole. Le suore della colonia annodavano un angolo di tessuto alla punta delle canne di bambù, alte più di un metro piantate nella sabbia, le altre due estremità venivano appoggiate a terra e fermate da grosse pietre prese dalla diga di Pellestrina. I bambini si stendevano a riposare all’ombra, nelle prime ore del pomeriggio; appena si addormentavano, gli aironi si alzavano in volo.
A Caroman sarebbero tornati ogni estate, per molti anni, in ognuno dei quali, la ragazza con il vestito a fiori si sarebbe sentita sempre meno fortunata. Non smise mai di cercare l’animale che potesse personificare la malattia di sua madre, e guarirla. Non smise mai, fino a quando le tende non scomparvero dalla spiaggia.

Nina++

scritto da Laura Nicchiarelli

“My batteries are full. I am completely satisfied and I am ready to go.” 
Una voce femminile dal tono robotico eppure non privo di una certa malizia annuncia che la carica delle batterie è andata a buon fine, ammiccando a un’idea postmoderna di appagamento sessuale. Non è Siri, non è Alexa. È una qualunque tra la folla di pupe senza volto che popolano l’home tech. Una a cui non è stato dato l’onore di un nome, ma che ha ricevuto dai suoi padri ingegneri il dono dell’ironia.  Continua a leggere

Il mese di Marte

scritto da Rachele Pavolucci

Pulisco l’uovo sodo,
il guscio strappa il bianco come
quel pomeriggio in tre:
in mano il cerchio rosso del cuore.

E poi, quasi gridando, precisi:
Sono figlio di contadini – mica d’arte.

Io non so quale intuizione dovrei avere,
penso solo:
Di sicuro non sa zappare
e non ha imparato nulla
di ciò che la campagna insegna
sull’amore.

Ascolta Il mese di Marte letta dall’autrice

In scadenza

scritto da Marina Milani

Quella volta ne era sicura: toccava a lei.
Si guardò di sfuggita nello specchio mentre si sfilava i guanti di lattice. La sfumatura color cartone della sua pelle la fece rabbrividire. Aveva paura. Del resto non era uno scherzo, essere in scadenza.
Con un gesto calcolato lasciò cadere a terra il camice bianco di TNT, poi cercò di spingerlo in un angolo con un calcio, ma quello non si lasciava spostare, anzi, più lei lo aggrediva, più il camice le avviluppava i piedi.
Si accorse che stava sudando: grasse, abbondanti gocce di sudore le cadevano dalla punta del naso. E anche questo non andava bene. Si raddrizzò e lasciò perdere il camice, tanto non sarebbe più tornata in quel posto. Fece due passi verso la porta.
Ma se invece si fosse sbagliata? Continua a leggere

La casa di Franco

scritto da Ciro Gazzola

Quindici anni fa, prima che mi trasferissi all’estero, mi capitava talvolta di incontrare Franco a qualche festa, la sera, a casa di un conoscente comune, oppure nel giardino dell’università, intento a leggere un libro o parlare con qualcuno o mangiare una mela. Eravamo entrambi studenti, spesso ci capitava di frequentare insieme dei corsi. Non eravamo amici. Lui sedeva, di preferenza, nei posti centrali, dritto davanti allo sguardo del professore. Io me ne stavo più indietro, a pochi passi dalla porta d’ingresso. Continua a leggere

Tutti più felici di me

scritto da Rachele Pavolucci

Tutti più felici di me
senza guasto al motore
senza architravi, semplicemente
liberi, volatili, con orgasmi perfetti;
Tutti luminosi, incandescenti
con bocche aperte e piedi
bianchi, limati, lavati.

Io sono figlia di grano
sono figlia di falce io
e filamento che si spezza per soffio.
Ruzzolo giù tra le paglie e rido ragliando
sono fatta di pelo
odoro di cane e sterpaglia.

Tutti concentrici voi
senza correnti, con conoscenza del centro.
Io senza equilibrio, io danzante nel passo
io onda, schiuma di sasso;
io che cerco la tana e sono fatta di fango:
non costola, non pretesto
non a soddisfare bisogno.

Tremo, tremo e mi lancio
vibro e scordo d’essere spinta
da gravità terrestre.

Voi stretti in un corpo
io piena di amanti mortali
di cui porto callo e ricordo
il sapore, il tepore
del sonno.

Ascolta Tutti più felici di me letta dall’autrice

Non saper andare in bicicletta

scritto da Anna Gabriella Rusconi

Mi allaccio e slaccio il primo bottone della camicia da tre o quattro minuti; lascio passare qualche secondo di distacco tra un gesto e l’altro, così che nello specchio del bagno si sedimenti per poco la mia figura e io possa giudicarmi con occhio estraneo. Slacciato: troppo petto scoperto, su cui spiccano alcuni foruncoli e l’assenza di qualsiasi forma morbida che preannunci un seno decente. Allacciato: noiosa, secchiona, puritana. Continua a leggere