Io sono cordite

scritto da Daniele Gnigne Vaienti

Dicevi sempre
che avevo fiato solo per ridere e bestemmiare.
Tanto bravo con le parole
Dicevi,
però al momento giusto non le sai usare.
Il fatto
è che ogni emozione è come cordite
che mi infiamma la gola
e di quello che provo non dico mai niente
neanche una parola.
Ti sei arrabbiata e mi hai aggredito
quella mattina che ti ho detto Ti amo
ma con la bocca ancora piena di dentifricio
proprio non l’hai capito
che il mio era solo uno stupido artificio
per riuscire a rendere leggere
parole che non avevo la forza di sostenere.
Anche il mio non insultarti quando litighiamo
non ha niente a che fare con l’essere buoni
è che le mie parole sono come lampi
che non hanno il coraggio
per diventare tuoni.
Della mia rabbia
vedi forse il pugno chiuso
però non lo senti il nervoso
la gastrite
non capisci che io in gola
ho cordite.
Le parole che non dico
poi mi esplodono in testa
e tu da fuori vedi solo quiete
ma ciò che provo è tempesta.

A volte vorrei parlare
ma non riesco a fare altrimenti
le parole prendon la rincorsa
e inciampano sui denti
vengo fuori tutte rotte
tutte storte
altre parole.
“Ti amo”
diventa “non andare via”,
“Mi stai facendo male”
diventa “cosa vuoi che sia”.
Le mie parole sono come passeggeri
fermi alla stazione dei pensieri
che guardano i loro treni partire
senza trovare il coraggio di salire.

Spesso parlo tanto
è vero
scegliendo parole a caso
ma con cura
tra le poche di cui non ho paura.

La verità è arrivata mite
poi si è accesa come un petardo,
la parola giusta per me non è ”cordite”
la parola giusta è ”codardo”.

Ascolta Io sono cordite letta dall’autore

Rotto è una parola grossa

scritto da Cristian Marmo

Sto correndo sulla strada che costeggia il fiume. Da lontano scorgo una donna che esce da un cortile a passeggio con una bicicletta. Mi avvicino a piccoli passi, sono quasi arrivato, non mi manca ancora molto. Ma quando arrivo davanti al cancello la vedo sedersi sul sellino, pronta per partire. Rallento un po’ per rifiatare, stringo bene i lacci allentati dalla corsa. Lei indossa un tailleur blu notte e delle scarpe che le lasciano il collo del piede scoperto. Quando appoggia le mani sul manubrio noto un braccialetto rigido in argento, le unghie coperte da un sottile strato di smalto. Stringe forte le manopole e con il piede sinistro cerca il pedale affondando nel vuoto. Non è che mi sono messo a fissarla, però è proprio buffa vista da qui. Prende un lungo respiro con la bocca, socchiude gli occhi e guarda dritto davanti a sé.
Tira su i piedi e comincia a fare alcuni tentativi. Almeno è ciò che mi sembra. Cerco di non essere invadente, così osservo un po’ verso il basso e un po’ nella sua direzione. Ma lei non mi guarda, è troppo concentrata a cercare di andare dritta. Le sue gambe sono rigide come i raggi di una ruota panoramica. Dopo le prime pedalate comincia a perdere l’equilibrio e a piegare verso destra, poi cerca di riprendere il controllo curvando dalla parte opposta. Ma non sembra essere una bella idea. Dopo pochi metri rovina a terra sbattendo sul fianco e alzando una piccola nuvola di polvere. Nella caduta ha provato ad attutire il colpo con il gomito, si nota una macchia marroncina sulla giacca. La borsa che era nel cestino di vimini si è rovesciata sullo sterrato. Il tacco di una scarpa si è rotto ed è saltato via sotto la siepe che sta dietro la palizzata. Mi avvicino per vedere se si è fatta male. Le chiedo: «Tutto bene?»
Lei allarga le braccia e si strofina il vestito. «Mica tanto», mi risponde. Mi piego sulle ginocchia per darle una mano a rialzarsi. È una bella donna, sui trent’anni o giù di lì. Ha il viso coperto da un leggero velo di trucco, le guance rosse, le labbra rosa pallido. Le stringo la mano e le domando: «Si è fatta male?»
«Forse, il braccio», mi risponde lei.
La aiuto a sollevarsi. La calza si è sgualcita aprendo una squarcio all’altezza del ginocchio. Mentre si rialza noto un piccolo neo che ha sulla guancia. Le sta bene, almeno è la prima cosa che mi è venuta in mente osservandolo. Resto lì a guardarla mentre si risistema i capelli senza nemmeno rendermi conto che ho ancora la sua mano stretta nella mia. Le sue dita sono fredde come termosifoni in estate. Per non sembrarle maleducato aspetto che sia lei a lasciarla andare, non vorrei che abbia dei giramenti di testa e che mi caschi qui davanti. Mi asciugo il sudore della fronte con la manica della felpa. Non so bene come comportarmi, così resto in attesa. Penso che se si è fatta male dovrei aiutarla in qualche modo.
Le imposte delle finestre della casa da cui è uscita sono spalancate, mi accorgo di un televisore sintonizzato sul canale sportivo. Il volume è alto e la voce del telecronista riecheggia in tutto il cortile. In questo periodo ci sono le olimpiadi e mi interesserebbe sapere qualche risultato, ma appena comincio a capire quello che dicono, dall’interno alcuni cani attaccano ad abbaiare.
Dopo un po’ lei mi fa: «Grazie», e libera la sua mano dalla mia. Poi aggiunge: «Sa, per me è la prima volta. La macchina mi si è rotta ieri». Mi indica il punto da cui è uscita. Sotto una piccola tettoia di legno noto la sagoma di un’automobile coperta da un telo di nylon giallo e quattro vanghe accatastate in un angolo.
«È proprio una brutta scocciatura», le faccio io.
Lei si toglie le scarpe stringendole in una mano. Continua a osservare la bicicletta buttata a terra. Si passa un dito sulle labbra come a disegnare un piccolo cerchio. Mi metto a giocare con la fede attorno al dito. Da qualche tempo ho notato che mi sta un po’ più stretta rispetto a qualche anno fa, così mi chiedo se sia il dito ad essersi ingrossato oppure l’anello ad essersi rimpicciolito.

Prima di uscire ho salutato Marta dandole un bacio sul naso. «Vado a sudare un po’ e poi torno». Lei mi ha sorriso, con indosso quella vestaglia trasparente che le lascia scoperte le ginocchia. In breve abbiamo cominciato a baciarci e dopo un po’ siamo saliti su in camera facendo attenzione a non svegliare Tommy. Appena finito ci siamo infilati nella sua stanza e con le nostre guance attaccate l’una all’altra abbiamo dato un’occhiata al nostro bambino. Stava dormendo con la testa sotto il cuscino, le gambe divaricate, le lenzuola ammucchiate lungo il pavimento.
Scendendo in cucina Marta si è preparata una bella colazione con uova e prosciutto crudo e una bella fetta di pane col burro. «Ecco quello che ci voleva!», mi ha detto affondando la forchetta nel piatto.

Marta è ancora la ragazza che ho conosciuto al liceo. Ha la stessa frangia che le scivola sulla fronte, e prima di fare l’amore mi dà sempre un piccolo morso sul collo, il suo codice segreto con cui capisco quando le va e quando no. Se vuole confidarsi si sposta i capelli dietro le orecchie e prende un bel respiro prima di cominciare a parlare. L’ultima volta è successo qualche settimana fa. Eravamo sdraiati sul letto quando mi disse che le sarebbe piaciuto avere un altro figlio, per andare avanti.
«Tu conosci il motivo», mi confidò lei. Ma non capivo davvero cosa intendesse dire con quella frase. Accese una sigaretta guardando dritto nel televisore spento. Andai in bagno e mi sciacquai la faccia un paio di volte. «Per andare avanti», mi misi a ripetere da solo davanti allo specchio.

«Ti va un po’ di latte? Ti sei preparata una bella colazione», le ho detto io.
«Visto? Mi è venuta una fame!»
Ha cercato inutilmente di coprirsi la bocca con una mano. Forse avrei dovuto dirle qualcosa, ma dopo un po’ ho smesso di rifletterci su. Comunque se non me ne ricordo più vorrà dire che non era importante, ho pensato io.
Ho buttato giù il mio latte e mi sono avviato verso l’uscita. Richiudendo la porta mi è sembrato di sentire Tommy dire qualcosa alla mamma. Ma dopo un paio di passi sul vialetto ho cominciato a correre verso il fiume.

La donna si mette a raccogliere gli oggetti che sono caduti dalla borsa. Afferra l’agenda, degli assorbenti, un pacco di gomme da masticare, e poi butta tutto dentro la borsa senza badare troppo all’ordine. Da terra ha dimenticato di prendere un anello. Si è ricoperto di polvere ed è facile non farci caso, si è come mimetizzato col terreno. Penso che dovrei dirle qualcosa, ma non mi viene in mente niente.
«Penso che il braccio si sia rotto», mi fa lei.
«Figuriamoci! Rotto è una parola grossa», le dico io.
Si tiene il gomito come se stesse cullando un neonato invisibile. «Prima di cadere non faceva male e invece adesso comincia a bruciarmi».
Si toglie la giacca e la getta sulla siepe alle nostre spalle. Sbottona il polsino della camicia bianca e tira su la manica. Mi porge il braccio e mi indica il punto in cui sente dolore. «Qui», mi dice.
Ci passo sopra le dita per vedere se si sta gonfiando, parto dal polso e risalgo su fin quasi al gomito.
«Forse sarebbe meglio se mettesse un po’ di ghiaccio», le faccio io.
«Lei pensa che potrebbe servire a qualcosa?», mi domanda.
«Forse, sì. Certo, non sono mica un medico, io».
Mentre chiacchieriamo lei osserva la finestra del televisore acceso. Ora riesco a distinguere la telecronaca di una gara di atletica. Lo intuisco perché sento lo sparo della partenza, il colpo di pistola rimbomba in tutto il cortile. Mi sembra che da dietro le tende qualcuno si sia alzato per vedere come stanno andando le cose quaggiù. È stato un solo momento, poi l’ombra di quel tizio è sparita. I cani non smettono di ringhiare da dietro la porta.
«Non ci faccia troppo caso», mi dice lei. «Fanno così perché capiscono che sono ancora qui».
Le dico che non è un problema, che i cani mi piacciono, anche se non ne ho mai avuto uno.
«Ti va se ci diamo del tu?», cambio discorso io.
Lei si passa una mano tra i capelli e fa cenno di sì con la testa.
Le indico ancora una volta il braccio.
«Comunque rotto è una parola grossa», le ripeto io.

Comincio a raccontarle che una volta, quando avevo dieci anni, anche io ero caduto dalla bici. Che sentivo talmente tanto dolore che mio padre decise di portarmi al pronto soccorso. Che passai l’estate col gesso e che non potevo nemmeno buttarmi in mare, mentre i miei amici se la spassavano coi tuffi e tutte quelle cose da ragazzini. Che facevo fatica a tenere la forchetta con la mano sinistra e che non potevo nemmeno andare in bagno da solo a sbrigare le mie faccende. Lei si mette a ridere quando le svelo un aneddoto divertente. Ma sono tutte cose inventate sul momento. Non mi sono mai rotto il braccio, e non sono mai stato costretto a farmi pulire il sedere da mio fratello più piccolo. Però dal momento che ho cominciato non posso proprio fermarmi. Così vado avanti e invento altre storie per starmene un po’ da solo con lei. Mi piace vederla sorridere. Continuo ad essere attirato da quel neo che ha sulla guancia. Ma non voglio che lei si accorga di qualcosa.

«Comunque a te non andrà così», faccio io.
«Così come?», mi fa lei.
Lentamente si sposta verso la porta di casa, un blocco di legno pesante con delle croste di vernice rossa. Con uno sguardo mi fa cenno di seguirla. Io le sto dietro, appoggio la punta del piede sul gradino. Siamo quasi alla stessa altezza, ora. Il cuore comincia a battermi più forte come se avessi ripreso a correre. Qualcuno da dentro spegne il televisore. Un gatto sbuca da dietro una ruota della macchina sotto la tettoia e scappa verso il retro inseguendo un piccolo topo bianco.
«Intendo dire che il braccio è a posto», faccio io. «Domani potrai mettere le rotelle e non cascare a terra rischiando di spaccarti qualche osso. Non dovrai mettere il gesso e nemmeno chiedere aiuto a qualcuno».
«Oh, guarda». Alza la mano sinistra e muove l’anulare avanti e indietro. «Io sbrigo tutto da sola».
Restiamo a guardarci dritti negli occhi. Lei apre la bocca senza dire una parola. Le posso vedere i denti e la lingua, e tutto quel che è stato di lei. L’anello in mezzo alla polvere fuori dal cancello. Un reggiseno lasciato sulla poltrona in camera da letto. Il suo primo giorno di scuola, una confidenza fatta a un’amica pochi giorni prima dell’esame di maturità. Quel neo sulla guancia, che è sempre stato lì. E il tacco della scarpa sotto la siepe che nessuno andrà più a riprendere.
Le faccio: «Forse è meglio se torno. Sai, per non prendere freddo».
Lei se ne sta immobile con le scarpe in una mano,. Penso che vorrebbe dirmi qualcosa, magari il suo nome, la sua marca di biscotti preferita, oppure una cosa del tipo: «Potremmo rivederci, magari». Ma a quel punto non conta più nulla.

Rientro e urlo: «Sono arrivato!» Mi tolgo scarpe e vestiti e mi butto sotto la doccia. Con la spugna mi strofino bene sotto le ascelle e dietro le orecchie. Mi rivesto con gli stessi abiti che indossavo la sera prima. Quando scendo in cucina sento un buon odorino di arrosto al rosmarino. Marta è davanti ai fornelli, mi avvicino e le stringo i fianchi, le do un bacio con lo schiocco sulla nuca.
Ci sediamo a tavola e Tommy ci dice che durante la preghiera del catechismo un suo compagno di classe si è fatto la pipì addosso, che si sono messi tutti a ridere tranne Suor Amelia, che lei è diventata tutta rossa e che non smetteva un attimo di farsi il segno della croce. Tommy sorride mostrando lo spazio vuoto tra gli incisivi.
A questo punto dico: «Sapete, anche io ho qualcosa da raccontare. Questa mattina, mentre stavo correndo, ho visto una tizia che usciva da un cortile con una bicicletta».
Faccio una piccola pausa per bere un sorso d’acqua, poi riprendo.
«Per farla breve questa qui si siede sul sellino, fa qualche metro e poi bum! Casca a terra! Io non sapevo se ridere o cosa, non mi era mai capitata una roba del genere».
Cerco di incrociare lo sguardo di Marta.
«Voi l’avete mai vista un’adulta che cade da una bicicletta?», domando io.
«E tu non l’hai aiutata?», mi chiede Tommy con la bocca piena.
«Oh, certo che l’ho aiutata. Però le ho anche consigliato di mettere un paio di rotelle, altrimenti si sarebbe fatta male».
«Ma è così facile andare in bici! Basta fare così e pedalare». Tommy comincia ad aggrapparsi a un manubrio immaginario girando un po’ a destra e un po’ a sinistra.
«Quella scema! Era convinta di essersi rotta un braccio», dico io sempre verso Marta.
Ma Marta non dice una parola. Ascolta tutto e mi guarda dritto negli occhi mentre si versa un bicchiere di vino dalla caraffa. Prende il piatto di Tommy e ci rovescia un paio di forchettate di insalata e qualche patata al forno. Poi mi guarda e mi fa: «A me non sembra affatto divertente. Una donna che cade da una bicicletta, cosa ci trovi di tanto comico?»
Allargo le braccia e le dico: «Beh, Marta, era per dire qualcosa che mi è successo».
«Certo, qualcosa che ti è successo», ripete lei.
Mi rendo conto che in qualche modo l’ho offesa. Non so se è per via della storia in sé oppure per come l’ho descritta. Ma la vedo agitarsi mentre sparecchia il tavolo sbattendo i piatti sul lavello.
«Marta», le faccio io.

Non ne parliamo più per tutta la giornata. Alla sera mettiamo Tommy a letto e gli diamo un bacio sulla guancia, gli rimbocchiamo le coperte e saliamo in camera. Lei si spoglia e si siede sul letto, non alza nemmeno la testa per la paura di scoppiare a piangere. La conosco bene, so come reagisce in certi momenti. Solo non capisco perché sia così giù di morale dopo quello che ho raccontato.
Vorrei dirle: «Marta, ascoltami», ma le parole mi si bloccano in gola e non riescono a venire fuori. Ci infiliamo sotto le coperte e lei si gira dall’altra parte, voltandomi le spalle. Aspetto che si addormenti, non voglio farla innervosire. Così dopo un po’ mi avvicino e la bacio sull’orecchio cercando di non svegliarla.
Con la punta delle dita le accarezzo il polso e poi salgo su fin quasi al gomito.

L’infinita

scritto da Gabriele Bonafoni

Sempre caro mi fu quest’e
lmo di Scipio, s’è cin
quantamila lacrime, non basteranno per
ché lo fai, disperata ragazza mia
nno visto bere, a una fontana che non ero
in, it’s my wife and it’s my life, because a mainline into my
più mi chinai, nemmeno su un fiore, più non arrossii nel rub
are un ramo fiorito, passeremo il muro, nelle tenebre del gia
vivo al guardo la tua man pingea un che in nebbia m’apparve all’intel
efonando io, potessi dirti addio, ti chia

ra come un’alba, sei fresca come l’aria, diventi ro
ma, Roma, Roma, core de sta ci
cale, cicale, cicale e la for
tuna aiuta gli au
tostrada, ci porterebbe senz’altro a una città, oppure prose
guitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bot
to, dov’è la strada, dove noi e la sera arriva presto, troppo pre
stormi di uccelli neri, com’esuli pensieri, nel ve
nto, sono la furia che passa e che porta con se
nza dire parole nel mio cuore ti porterò e non

sia grande più del nero, fatti grande, dolce Luna e riempi il cielo in
vano, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo, Ci
vuole un fisico bestiale per fare quello che
mi spara sulla faccia ciò che penso della vi
ta, e la vita è la mia, amami ancora, fallo do
meniche d’agosto quanta neve che ca
vallo, il mio regno per un ca
pelli, ma nella fantasia ho l’immagine sua, gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e bell
a giovinezza che si fugge tutta via, chi
va dicendo in giro che odio il mio lavoro non sa con quanto amore mi dedico al tri

stezza, oggi mi godo la mia tenerezza, arrivederci amarezza oggi mi godo questa dolcezza e domani chi
ssà chi sa chi sei, chissà che sarai, chissà che sarà di noi, lo sc
accia scaccia satanassa scaccia il diavolo che ti passa, scaccia il male che c’ho dentro e non sto f
antastic, you can brush my hair, undress me ev
enne il cane che morse il ga
aaa, a far l’amore comincia tu, aaa
a stronza, sì, perché forse io ti ho dato troppo am
metto che la colpa forse è solo mia, avrei dovuto perderti invece ti ho cercato. Minuetto suona per n
o! E la luna bussò dove c’era il silenzio, ma una voce sguaiata disse non è più te
mpo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai, ti so

pra al suo viso, lo stesso sorriso che il vento crudele ti aveva rubato che torna fedele, l’amore è torna
re da te: ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao. Non
prometto che ti sposo e un sicuro futuro ma un letto senza riposo mattine a muso duro né villetta né camino m
a per uno come me, poveretto, che voleva prenderti per mano e cascare dentro a un
fuoco di gioia, e tu ubriaca viva, nuda nelle mie brac
c’ha visti stanotte, se vuole può venire qui a riempirmi di botte, però sono sicuro che saranno carezze se per avere t
e vivrò, sì vivrò tutto il giorno per vederti andare via, fra i ricordi e questa strana paz
za idea, io che sorrido a lui, sognando di stare ancora in
venteremo regole e ci sceglieremo i nomi, e certo ci ritroveremo a fare vecchi er
mo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ascolta L’infinita letta dall’autore

Diorama

scritto da Valentina Ramacciotti

Aveva dato una pulita all’oblò, odorava di mentolo. L’aria fuori era limpida e tersa, quando il vetro non si appannava col suo alito. Era emozionato e non riusciva a regolare il respiro. Si trattava effettivamente di un leggero affanno. Era uscito in anticipo e adesso correva come se fosse in ritardo. Non voleva perdersi un minuto di quella giornata. Aveva atteso mesi prima che gli accordassero il permesso, chiesto un giorno di ferie al lavoro, presentato regolare domanda all’ufficio protocollo-uscite e sprecato uno dei pochi giorni concessi per missioni off-line. Adesso percepiva il suo minuscolo cuore rimbombare dentro la tuta termica e si domandava se fosse la cosa giusta o se si trattasse di uno sciocco azzardo. Continua a leggere

C’eravamo tanto armati

scritto da Gabriele Bonafoni

Scaricammo canna da zucchero cubana
e caricammo quel mercantile battente bandiera albanese
con tonnellate di carne umana
quel Titanic in cerca del Lamerika con la cappa
quel Nautilus senza troppe inutili pretese
quel bastimento disperato di anime che scappa.

Capitan Nemo con occhi di bragia
lento si pasce tra le onde dell’Acheronte
e noi ammassati in fila
dalla sala macchine fino al ponte
saturiamo centimetri di questa bambagia
benedicendo il remo che ci malmena
stipati su quel cargo in ventimila
come le leghe c’abbiam sotto la carena.

Ma noi, che c’eravamo tanto amanti
nei bagni del liceo
tu immersa nel blu dipinto di pianti
ed io già qui a guardare il cielo sopra Barletta
da queste sponde, io sarò Romeo
e tu affacciata a quel barcone sarai la mia Giulietta
che non è già più una Capuleti
che sogna Caput Mundi
pregando tra le onde
che quella barca non affondi.

E non ci vinceran colera
tisi o tubercolosi
tu non Marguerite Gautier
ma noi, promessi sposi,
non sarà la peste nera
tu Lucia Mondella
ed io Renzo a fianco a te
facciamo rotta Gibilterra
o Ceuta, Cadice, Melilla
è lo stesso, la stessa guerra
noi a bordo di una bagnarola
con al timone don Rodrigo e le sue bravate
sarà a vincerci la spagnola
non l’influenza dico, ma la marina militare
voi, che v’eravate tanto armati
che ci guardate andare a fondo, nel vostro mare.

E se tu dovessi sprofondare
io ti vengo in cerca e ti riporto in superficie
quella terrestre, o quella lunare,
io sarò il tuo Orfeo e tu la mia Euridice,
la mia radice, la mia Musa,
la mia araba motrice,
il mio zenit verso Lampedusa

Noi stipati e costipati
in questa polveriera
in questa scatola senza bandiera

Noi che ce n’eravamo tanto andati
di frontiera in frontiera
coi nostri corpi arrovellati, crivellati di lamiera

Nel tritacarne di quest’orgia di speranze dantesca
io sarò Paolo e tu Francesca
da sempre costretti a inseguirci
le vite, cacciate, scacciate, schiacciate come insignificanti zanzare
ora possiamo fermarci ed unirci,
a fare l’amore, sul letto del mare.

Ascolta C’eravamo tanto armati letta dall’autore

L’amaro in bocca

scritto da Valentina Nicoli

Gianfranco un giorno si rende conto di non riuscire più a toccarsi la punta dei piedi con le dita. Sapeva sarebbe successo prima o poi, ne parlano bene o male tutti i vecchi, ma era convinto che il momento sarebbe giunto in seguito a dolori alla schiena, irrigidimenti muscolari, tendini che si raggrinziscono insieme alla pelle. Non a causa della sua pancia. Ebbene sì, Gianfranco non riesce più a toccarsi — o a vedersi se è per questo — la punta dei piedi per colpa dell’adipe che negli anni si è insinuato fra i suoi addominali e la sua pelle. È lì già da un pezzo, probabilmente sono anni che Gianfranco non si vede le scarpe se non allo specchio, ma faticare a raggiungere una parte di sé stesso così vicina è un’assoluta novità. Continua a leggere

Slot machine

scritto da Alessia Gubernati

Quando il cameriere le portò la fetta di torta pere e cioccolato accompagnata da una pallina di gelato alla vaniglia, roteando con grazia il piattino mentre lo appoggiava sul tavolo, un fremito la costrinse a inclinare il collo con uno scatto. La sua vicina di casa si era preoccupata, incrociandola sul pianerottolo, perché non era la prima volta che notava tic e tremori quando chiacchieravano. Lei l’aveva lasciata parlare solo perché la donna era medico, altrimenti non avrebbe avuto problemi a fermarla al suono di una bugia: «È un tic che ho da sempre» o «Già da bambina lo facevo, sono nata così». Eppure aveva ugualmente provato un fastidio prolungato, come il sibilo di un treno al passaggio a livello, la mattina in cui nuovamente, con sguardo professionale, le aveva suggerito di farsi visitare da uno specialista. Continua a leggere

Il budino a cena

scritto da Carlo Molinaro

«Il popolo esiste» disse il pazzo
«ed è per questo che sto bene qui
rinchiuso nella clinica, dottore.

Il popolo esiste, l’ho incontrato:
odia i froci e le lesbiche, i matti
e la danza, i saltimbanchi, gli immigrati,
le puttane e i poeti.
Il popolo esiste e vota Salvini
e Meloni, i fascisti, il popolo
esiste e mi ha picchiato.

Il popolo esiste, si rintana
in case fetide o in case di lusso:
case chiuse, non c’è differenza.
Il popolo esiste e sta in agguato:
tremila, mille, cento anni fa
esiste e mi ha picchiato».

Crescendo di tono, era una crisi
delle sue (il dottore chiamò
l’infermiera per la dose di calmante)
il pazzo continuò: «Io sono il servo
tradito e massacrato da altri servi
ossequienti al padrone, io sono il cristo
crocifisso dal popolo, io sono
il monatto seduto sui cadaveri
sopra il carro a Milano e grido evviva
il virus, la moria della marmaglia!»

Poi crollando, prendendo la pastiglia:
«Però non muore mai questa marmaglia,
non è mai morta, dall’età del ferro
o della pietra, da sempre, non so.
Sto bene qui, dottore, mi scende
quiete nel sangue. C’è il budino a cena?»

Ascolta Il budino a cena letto dall’autore

Il mare d’inverno

scritto da Marina Vuotto

«Questa è la mia canzone preferita», mento.
E ho appena mentito di nuovo, perché quello che ho detto davvero è: «This is my favourite song», riferendomi alle prime note de Il mare d’inverno che riempiono questa macchina in affitto. La mia canzone preferita è un’altra, distante migliaia di chilometri e qualche decennio dall’Italia degli anni ‘80. Eppure adesso, mentre guidiamo verso un mare che non è il mio, parlando una lingua che non è la mia, prendere in prestito una canzone che non è davvero la mia preferita mi sembra il minore dei tradimenti. Continua a leggere

Una normalissima domenica in famiglia

scritto da Bianca Giacalone

Quando ce lo chiedono, rispondiamo che nostro padre lavorava coi tubi e sapeva stringerci forte e non aggiungiamo altro.
Aveva le mani grandi che riuscivano a tenere due mele per ognuna e a noi piaceva tanto quel trucco che cercavamo di farlo: le mele ci cadevano dalle mani e nostro padre diceva «Cazzo, sempre a sprecare cibo!» Anche se poi le mele si potevano lavare. Portava le unghie lunghe e, ogni volta che mangiava, i pezzi di cibo gli s’incastravano sotto e lui se le puliva infilandoci gli angoli della tovaglia e passandoli avanti e indietro, mentre mamma gli faceva il caffè. Continua a leggere