Il paniere

scritto da Flavio Villani

Il refettorio era ancora vuoto. Era esposto a ovest e il sole del mattino non lo arroventava. L’aria sapeva di segatura e di brodo. A Palmieri quell’odore ricordava il refettorio delle elementari.
Erano seduti a un tavolo da sei. Palmieri davanti alle giacche da moto degli altri tre buttate sulla spalliera della sedia. Alla sua destra era Zio e di fronte Caciara. Ancora più a destra, a capotavola, sedeva il Vichingo.
Il Vichingo raccontò che lui, Zio e Caciara erano partiti il giorno prima, poco dopo l’alba, quando le strade della città erano ancora silenziose e fresche e l’unico suono che si sentiva era il canto delle cicale. Avevano fatto colazione alla cornetteria del cugino di Caciara e avevano preso una strada panoramica. Erano andati piano. Per godersi il paesaggio. Avevano fatto un sacco di soste per bere e farsi i selfie. Avevano pranzato da leccarsi i baffi in una trattoria dove mangiavano ogni volta che passavano da quelle parti e si erano pure fatti una pennichella sul divano. I tornanti li avevano presi a passo d’uomo. Tanto non c’era nessun altro che saliva dietro di loro. Erano arrivati all’abbazia in tempo per farsi una doccia e prepararsi per la cena.
Questo Palmieri già lo sapeva. Gliel’aveva raccontato il Vichingo la sera precedente e non capiva perché glielo ripetesse. La sera precedente Palmieri aveva detto qualcosa di quello che era successo a lui, ma gli era sembrato che gli altri tre non lo avessero ascoltato. Pensò che fosse il momento giusto di riprovarci.
«L’altro ieri ho accompagnato mia moglie a una pensione dove doveva incontrare le amiche che tornavano dalle ferie. Dovevo riprenderla ieri mattina».
«Lo sai che facciamo oggi?» lo interruppe il Vichingo e senza aspettare la risposta espose il programma del giorno: volevano fare un passo poco conosciuto da cui si vedeva il mare e poi raggiungere la costa. Il pranzo ancora non avevano deciso dove farlo, ma erano sicuri che la merenda sarebbe stata una piadina sulla spiaggia. E la sera, ovviamente, tutti e tre a caccia di tedesche.
Anche questo Palmieri già lo sapeva e aveva ripreso ancora una volta il discorso, poi si era bloccato. Che cosa voleva dire ai suoi amici?
La verità. Ma quale verità.
Avrebbe detto quello che aveva visto. Questa era la verità che poteva raccontare.
Che dalla casa al mare era andato a prendere sua moglie alla pensione dove aveva passato la notte con le amiche. Che era arrivato prima dell’ora stabilita perché i bambini volevano la mamma e che non l’aveva trovata a colazione con le amiche, ma con un uomo. Che l’uomo aveva detto che non era come sembrava e che invece la moglie aveva alzato gli occhi al cielo. Questo avrebbe detto.
Che l’uomo non era il tipo che si aspettava di trovare, ma un altro. Uno nuovo forse. Questo non l’avrebbe detto.
Che in quel momento aveva pensato ai bambini, che non dovevano accorgersi di niente. Questo l’avrebbe detto.
Che i clienti e i camerieri lo guardavano come se indossasse una cintura esplosiva e tenesse il detonatore in mano pronto all’innesco. Questo non l’avrebbe detto.
Che aveva riportato la moglie e i bambini alla casa al mare. Questo poteva dirlo.
Che durante il tragitto la moglie aveva messo le canzoni dello Zecchino d’oro a volume altissimo e che i bambini le avevano cantate con le loro vocine stridule. Questo no.
Che era partito subito per l’abbazia per incontrare i suoi amici. Questo sì.
Che era andato nella chiesa dell’abbazia per pregare, ma che non aveva sentito niente. Questo no.
Che si era messo a guardare gli affreschi. Questo sì.
Che aveva sentito la messa del sabato sera perché il giorno dopo non avrebbe avuto tempo. Questo non fregava a nessuno.

La notte aveva sognato che doveva andare in una biblioteca pubblica. Nel sogno viveva in un paese arroccato su una collina. La biblioteca era a valle e lui doveva scendere attraverso il paese, ma ogni volta che imboccava una certa via si accorgeva di avere i vestiti sbagliati. Una volta era uscito in pigiama. Un’altra volta indossava la vecchia tuta che portava a casa. Tornava indietro e si cambiava, ma quando imboccava quella via aveva sempre qualcosa che non andava e alla fine non era riuscito ad andare in biblioteca.

«Hai un paniere» disse il Vichingo a Palmieri.
«Un paniere?»
«Ne hai un paniere così.»
Il Vichingo allargò le braccia, come se volesse abbracciare il mondo intero.
«Ma di che?»
«Di corna. In testa.»
Palmieri si sentì come quando aveva trovato la moglie a colazione con quel tipo.
«Anche da voi…»
Caciara abbassò gli occhi e alzò leggermente le sopracciglia. Il Vichingo lo fissava senza muovere un muscolo e Zio teneva lo sguardo sul piatto, come se contasse una per una le briciole del pane tostato.
Palmieri pensò che fosse cosa buona e giusta perdonarli. Il Vichingo, di sicuro lo perdonava, perché tra i suoi amici era quello che gli voleva più bene. Proprio perché il Vichingo gli voleva più bene degli altri si poteva permettere quella sincerità. Anche Zio perdonava. Qualche mese prima gli avevano scoperto una malattia neurodegenerativa e quello era il suo ultimo viaggio in moto, fatto contro il parere del medico. Come si faceva a non perdonarlo?
Palmieri fiocinò Caciara con un’occhiata. Scommetteva che Caciara l’aveva fatto non per il piacere dell’atto, ma per quello di mettergli le corna. Chissà quanto si divertiva ogni volta che gli offriva i cornetti del cugino! No, lui Palmieri non l’avrebbe perdonato.
Il Vichingo si alzò e disse che era ora di partire. Anche Zio e Caciara si alzarono.

Palmieri tornò in camera. Controllò sullo smartphone se qualcuno gli avesse scritto, ma non aveva ricevuto nessun messaggio e nessuna mail, nemmeno in spam, e nemmeno un like.
Si stese sul letto e chiuse gli occhi. Si sentì come se il Vichingo, Zio, Caciara, la moglie e il tipo che aveva detto che non era come sembrava fossero tutti lì in quella camera e lui indossasse una cintura esplosiva e avesse in mano il detonatore e lo innescasse.
E facesse cilecca.

Nella nebbia

scritto da Igor Stelluti

L’omino-tutta-pancia pelato che spunta nudo dalle dune di Capocotta con indosso solo la mascherina nera e uno zainetto avrebbe dovuto essere l’unica cosa degna di nota del nostro 31 dicembre 2021 romano. Avrebbe dovuto essere la quadratura del cerchio: spiaggia nudisti, una manciata di esseri sparsi a vista d’occhio nel freddo arenile, uno dei quali inspiegabilmente dentro una tenda fucsia, una leggera bava da sud-ovest e obbligo di mascherina nei luoghi aperti. Non avremmo potuto chiedere di meglio, ci avrebbe aspettato giusto una cena acchittata alla meno peggio con un paio di parenti che ci ospitavano per le feste e qualche fuoco d’artificio illegale, possibilmente truccato, da guardare dal terrazzino. Praticamente avevamo già risolto il capodanno. Continua a leggere

Buon Natale

scritto da Filippo Avigo

Sono un essere ibrido, mezzo pensionato e mezzo capriolo. O daino, camoscio, non so neppure io. Un centauro in là con gli anni e avvezzo ai boschi, per capirsi. Sto cercando di recuperare i soldi che ho nascosto nel mio appartamento in montagna, da qualche parte che non ricordo. L’operazione è complicata, le zampe da ungulato non aiutano. Soprattutto ho una gran fretta di andarmene, figli e nipoti mi sono alle calcagna, non vedono l’ora di arraffare i risparmi che ho accumulato in una vita. Continua a leggere

Tredici di agosto

scritto da Alfredo Giacobbe

Mio fratello mi aspetta in stazione. Quando scendo dal regionale, Massimo è in testa al binario, oltre la piccola folla dei pendolari che si assembrano intorno alle porte del treno per andare verso il mare, dalle loro famiglie. Non sapevo che Massimo fosse in città, ma non mi spaventa vederlo, immobile tra la gente che si affretta, e illuminato da un raggio di sole tardo pomeridiano che attraversa una crepa nella pensilina malridotta. Ogni anno, il tredici di agosto, i morti ritornano per passare un’ora con i loro cari. Quando raggiungo Massimo e gli sono di fronte, il suo viso di quindicenne è calmo come non lo è mai stato. Non ha né il sorriso forzato che vendeva a nostra madre, né l’ombra dell’inquietudine che lo ha tormentato da vivo. A parte questo, Massimo non è cambiato in niente. Ha la pelle trasparente intorno al naso screziata da una miriade di efelidi rugginose, ha capelli dello stesso colore che s’increspano sopra la testa. Appese al collo ha ancora le inseparabili cuffiette con la spugna gialla e il cavo che gli scende lungo la maglietta, fino a infilarsi nella tasca dei jeans macchiati di sangue scuro. Erano trent’anni che non lo vedevo, in tutto quel tempo Massimo era tornato solo per la mamma. Oggi è qui per me. Continua a leggere

Il cliente preferito

scritto da Paolo Leibanti

«Buongiorno signor Giuseppe. Come va, tutto bene?»
Giuseppe guarda in basso, dondola la testa e si rifugia nel solito «Sì, grazie.»
«Come va, tutto bene?» gli chiede ogni volta Annamaria, e per Giuseppe non sarebbe una domanda facile. Bisognerebbe pensarci bene, valutare la salute personale in rapporto all’età, la situazione della famiglia, le notizie sentite al telegiornale, l’umore del momento. “Tutto”, per Giuseppe, comprende un bel po’ di cose. La prima volta che gli era stata rivolta quella domanda si era quasi spaventato. Gli era parsa una questione enorme, che aveva a che fare con il senso della vita. Ma poi aveva pensato che se te la pone una donna che sta aprendo una scatola di vasetti di yogurt in piedi su uno sgabello, non può essere una domanda seria, deve valere solo come una specie di saluto, tipo Come ti sei svegliato oggi? o Hai fatto una buona colazione? Continua a leggere

Stanze libere per il mercoledì

scritto da Claudia Paccosi

Gli ospiti della settimana di capodanno arrivarono al boutique hotel Schneestern la domenica mattina. L’albergo più esclusivo di St. Martin era incastonato a 2.200 metri di altezza, più in alto di tutti gli altri. Affittava quattro appartamenti di trecento metri quadri ciascuno, con vista sulle piste e sulle vette del comprensorio. Le riviste Sciare e Neve gli dedicavano ogni anno una delle loro copertine enumerandone i servizi per i fortunati visitatori: pensione completa stellata, cura e deposito dell’attrezzatura da neve, disponibilità giorno e notte di ex campioni come maestri di sci per consultazioni e lezioni private, area termale con sauna e massaggi, cinema all’aperto in appositi igloo riscaldati, ciaspolate notturne con aperitivo a base di champagne e ostriche, ore di yoga e meditazione all’alba e al tramonto, servizio navetta elicottero per arrivo e partenza. Continua a leggere

Anniversario

scritto da Federico Morando

Non appena apre la porta, Giusy ha stampata in faccia un’espressione da far paura. Strizza le palpebre arrossate, se le strofina con un polpastrello. Poi si aggiusta gli occhialetti e mi guarda, aprendo solo un occhio. Alza un palmo alla fronte per coprirsi dalla luce. Si calma solo quando capisce che sono io, ma non per questo è meno arrabbiata.
«Nené, vieni entra, – dice, le labbra ancora increspate – lo sai che ore sono, sì?»
«Sì», rispondo.
«Ecco, ti conviene sia qualcosa di davvero importante.»
«Lo è.»
«Se mi hai di nuovo buttata giù dal letto solo per farti leggere le carte…» Continua a leggere

Morte di Linda Bevilacqua

scritto da Sara Paracchini

Daniel Detalle, 26 anni, passeggero al tavolo centrale a destra del vagone ristorante:
L’ho notata perché leggeva un libro di Philip Roth. Avrei voluto chiederle cosa ne pensasse, perché a me piace un sacco e i miei amici lo detestano, ma visto che stava mangiando non le ho detto niente, a me da un po’ fastidio essere avvicinato mentre sto mangiando. E poi ho visto che il panino non l’aveva comprato al vagone ristorante, lo aveva preso dallo zaino, quindi mi sono anche chiesto se non rischiasse di essere rimproverata dal cameriere. Alla fine non mi pare che sia successo. Mi scusi… lei per caso sa quanto ci vorrà prima di ripartire? Continua a leggere

Giorni di vento

scritto da Giovanni Marilli

Oggi la scuola è chiusa. Anche ieri la scuola era chiusa, lo ha deciso il sindaco. Quando in quartiere il vento soffia così forte, il sindaco chiude le scuole, e ordina a tutti di stare a casa. La nonna dice che domani sarà uguale. Il vento dura tre giorni, dice. E dice che il sindaco fa bene, che con questo vento in quartiere la gente si mette a fare cose da pazzi. La nonna ha ragione. Quando c’è vento, prendo la scossa tutte le volte che afferro la maniglia del cancello senza aver toccato prima il muro. Marcello dice che non è colpa del vento. Dice che è colpa del giubbetto del centro commerciale. I giubbetti che si comprano nei negozi dall’altra parte del ponte, la scossa non te la fanno prendere, dice. Ho detto a Marcello che il mese prossimo sapremo se quello che dice è vero. La mamma ha promesso a Giulia un giubbetto nuovo per il compleanno, e Giulia ne vuole uno che ha visto in una vetrina, dall’altra parte del ponte. Continua a leggere

È tutto a posto

scritto da Anita Renchifiori

“Home, is where I want to be
But I guess I’m already there
I come home, she lifted up her wings
I guess that this must be the place
I can’t tell one from the other
I find you, or you find me?”
This Must Be The Place, Talking Heads

Andrea l’ho conosciuto un mese dopo che è morta la nonna. Forse, se lei fosse ancora qui, io e lui adesso non staremmo insieme. Sempre che ci stiamo davvero, insieme.
Siccome era un po’che non si faceva sentire, alla fine gli ho scritto io. “L’undici vengo a Parigi. Se ti va possiamo vederci.” Non avevo ragioni particolari per andarci, ma con lui fingevo sempre di averne. Continua a leggere