Macondo sul Panaro

scritto da Laura Morandi


I.
Lei era tutta uno spigolo. Aveva zigomi scavati, gomiti taglienti, e un ossicino sporgente sul lato esterno delle ginocchia che in famiglia veniva chiamato “uzdèin”. Anche le sue parole tagliavano, per schiettezza, e camminando rimaneva ai bordi, senza entrare nel merito di niente. Aveva, per questa sua capacità di sorvolare, gli stessi muscoli dei funamboli, e stava ai margini, per non ferirsi, e perché la strada e le direzioni, le avevano insegnato, erano cose da uomini. Lui al contrario, era tutto un tondo, morbido. Non era grasso, no. In salute. Un po’ gobbo, forse, ma la curva che aveva sulla schiena gli rifioriva con eleganza sulla testa, grazie all’aspirale infinita dei suoi ricci scuri. Lui era uomo, e affondava i piedi, sull’asfalto, come fosse sabbia, come fosse niente. Aveva anche combattuto, quando ce n’era bisogno, durante la guerra. Adesso, che se l’era cavata, parlava poco, e mai di quei giorni. Erano agli antipodi. Li divideva campagne e granai, qualche animale da tiro e il fiume Panaro. Lei stava di qua da l’acqua, lui stava di là da l’acqua, e fin da piccoli, quando la conoscenza dipendeva dal sentito dire dai grandi, giravano certe storie, come che di là da l’acqua avevano le teste quadre e una spocchia da cittadini, mentre di qua erano tutti rozzi campagnoli buoni a nulla. I popoli, che si minacciavano a colpi di fionda, si mischiavano solo per la fiera, o si scambiavano, al massimo, qualche pollo nei feriali.

La prima volta che parlarono lei suonava come una marcetta ritmata, lui come un adagio molle, e scoprirono, in poche battute, che anche se non andavano d’accordo, potevano amarsi tanto lo stesso. Era primavera e dall’unione di queste due figure nel retro bottega della polverosa falegnameria di lui, nacquero due bambine, diverse: una da canzone malinconica, e l’altra da marcia come la madre, più pesante, anzi, come nuziale. Erano venute fuori con la stessa semplicità che caratterizza la vita, come flusso che si porta tutto dietro, come una frana, ed erano entrambe la madre e il padre, mischiati, con diverso temperamento non solo tra le due, ma anche dentro ognuna di loro. Nelle due bambine si concretizzava un dualismo esplosivo, una frammentazione conquista del secondo Novecento, poiché sapevano pensare una cosa e il suo esatto contrario, sinceramente e pienamente, senza perdere d’integrità. Erano spezzate, figlie del loro tempo, diverse dal tuttotondo coerente dei genitori. E per questo erano sempre in battaglia, tra loro, e ognuna per se stessa, perché tutto costava fatica, ma quella che si destreggiava meglio, nel vincere le battaglie quotidiane, era quella dall’ossatura grossa, Rita. Tina era più solitaria, s’incupiva, e passava ore nello stesso retro bottega del suo concepimento, a contare e ordinare gli oggetti della falegnameria. Ordinava fuori, per ordinare dentro, cercava in fine per esplorarsi in fine mentre Rita sbatteva e faceva traballare tutto.

Le bambine crebbero sul fiume, perché i genitori non raggiunsero mai un accordo. Costruirono due edifici, come parti di una sola casa, da un lato e l’altro del fiume, dividendo così la routine famigliare: per i bisogni primari, come mangiare, cacare e dormire, andavano nelle stanze di qua da l’acqua, per ciò che era sovrastruttura, ma in un qualche modo obbligato, come studiare, riordinare e curare la persona, andavano di la da l’acqua, e per le cose belle stavano in centro, in mezzo a l’acqua, come giocare, cantare, fare l’amore. Un pomeriggio mentre le bambine erano immerse nei compiti di ortografia, i due capostipiti inaugurarono il fiume, e da quello ne uscì un terzo genito, un maschietto che non aveva voce per piangere che venne chiamato G. Rita prese bene la notizia, e cominciò a trasformarsi in adulta. Tina invece si sentì assediata e si ritirò sempre più in solitudine a creare, dal legno, piccoli oggetti che collezionava e custodiva, e se fosse apparsa in un ritratto, sarebbe stato nel suo solito, con un occhio chiuso ed uno aperto, mentre sbirciava nelle mani socchiuse, qualcosa che il più delle volte nessuno aveva la capacità di vedere.

II.
Un giorno, parecchio tempo dopo, venne al fiume un facoltoso mercante di stoffe, figura largamente trattata nelle leggende del paese, che, secondo quelle, portava prima passione poi sventura. Vendeva sete orientali dai ricami di luoghi lontani, e le apriva e le rigirava davanti agli occhi della famiglia, che seguiva interessata, mentre Rita ai telai complicati sembrava preferire lo zigomo emaciato del tale, le spalle larghe e le sue gambette longilinee. Le passava in rassegna come i tratti sinuosi delle g nei compiti di calligrafia: con attenzione. Successe, lì per lì, qualcosa nella sua testa, qualcosa di simile ad un blocco, un tilt. Dio lo sapeva, se ne accorgeva, ma non la castigava, e di questo disinteresse Rita ne fece un’innocenza, una legittimazione. Imparò così a desiderare, ed era nell’acqua mentre imparava, come lo impara la maggior parte, e di questo desiderio, che la muoveva, e la rendeva viva come una fiamma, affamata di tutto quello che era ossigeno, e non si teneva e si scalmanava, si tramutò, dopo aver letto qualche libro, nel bisogno di indossare l’anello. Era la necessità di dare nomi e forme, che a forza di avvampare stava evaporando, perché dell’amore le persone parlavano sempre nello stesso modo, convincente, e quel sentimento scomposto a raggiera che esplodeva da dentro verso il fuori, che non aveva un modo se non quello dell’anarchia, che la gente non capiva, e che creava imbarazzi, decise che sarebbe stato un cerchio come quello che gli altri capivano, e questo cerchio, si diceva, andava messo al dito per valere qualcosa. Cominciò a informarsi sul mercante, indagare su dove passava le serate e a intercettarlo in giro per il paese. Pensava a come conquistarlo, a cosa fare per attirare la sua attenzione, possibilmente inducendo lui a fare il primo passo. Era un intricato sistema cervellotico dentro cui sembrava strano c’entrassero desideri e sentimenti, Rita ci si dedicava con abnegazione, e non si sorprese mai del fatto che per pensare a lui scegliesse le stanze di la da l’acqua, come quando pregava. Cominciava a pensare che avrebbe dovuto modificarsi. Il mercante era spesso accompagnato da donne belle ed eleganti, con le ossa cave, forse, come quelle degli uccelli. Lei le ossa ce le aveva, e pesanti. Così cominciò a cambiare abiti, e modo di parlare, sembrava un’altra persona, più sofisticata, come una hostess di volo. Il mercante cominciò a notarla, ma senza fretta. Non fu un destino mosso dal colpo di fulmine, l’amore non trovò strada dagli occhi e, ancora oggi, non si capisce da dove si infilò.

Quando si sposarono Tina uscì controvoglia dal suo laboratorio. Aveva lunghi capelli neri schiacciati sulla nuca e quell’aria capricciosa di chi è costretta a fare qualcosa. Non le piacevano le persone, perché, le persone, pensavano sempre in grande. Non sapevano dividere. Sommavano, moltiplicavano, toglievano a volte. Ma non dividevano mai. E a lei piacevano le parti. Non le interessava l’amore, ma il cuore. Anzi il sangue. Anzi, le vene. Scomponeva tutto, voleva arrivarci in fondo, ma in fondo non ci arrivava mai. E le persone da scomporre erano cosa immensa, ma loro no, non lo facevano, si consideravano intatti, e intatti si muovevano per il mondo. Al matrimonio di persone ce n’erano tante, che venivano da di qua e di la da l’acqua. La proposta fu di fare il tutto dentro l’acqua, come di cosa gioiosa, ma l’idea non piacque agli sposi per timore di rovinarsi le scarpe. A G. quel giorno   tante vibrazioni, quelle degli applausi, quelle dei balli, quelle degli scherzi, quelle delle occhiate del mercante alla damigella, e quelle della sorella che indossa l’anello che le avrebbe dato forma e collocazione. Sentì anche le vibrazioni della marcia, quella nuziale che era la stessa che suonava mentre Rita nasceva, e G. non poteva saperlo, ma con questa chiusura si era creato il vero anello che l’avrebbe imprigionata, quello di un destino che scrisse di lei fino ai diciannove anni, e che la lasciò lì, dimenticandosene.

III.
G. non sentiva e non parlava. In famiglia, per comunicare, impararono la LIS. A Tina, che ascoltava cose diverse dalle voci, questo piaceva, e, una volta persa la compagna di gioco destinata, si prese accanto il fratello e quei suoi occhi potenti. Lui era un essere umano che non le dispiaceva, poco invasivo e con una buona propensione all’interiorità. Lei era solitaria e si perdeva in intagli e piccolezze. Non usciva quasi mai dallo studio che aveva costruito con una piccola piattaforma sopra l’acqua dove si scordava di sé stessa. Era G. a pensare a lei, a portarle da bere, da mangiare o lei se ne sarebbe dimenticata. Nel crescere, a G. vennero gli stessi muscoli da funambolo della madre, perché tutto il lavoro di traduzione dal pensiero alla LIS, lo faceva da dentro, prendeva dagli occhi e rigettava dalle mani. Aveva dentro un via e vai di forze che lo attraversavano da parte a parte, e nel mezzo si scambiavano tra loro grazie a gallerie o sottopassaggi. Dovette diventare qualcosa di simile ad un architetto, per lasciare la strada libera ad ognuno dei suoi percorsi emozionali, e per farlo si piazzava ad occhi chiusi, percependosi dall’interno, e costruiva, con il respiro, ponti e rotatorie, incanalava le forze per non farle collidere, per non esplodere, per non cadere. La sua comunicazione, la sua percezione del reale dipendeva dall’abilità che aveva in questo, nel capirsi, nel mantenere l’equilibrio tra tutte quelle spinte e percussioni che sentiva dentro. Il lavoro che fece in adolescenza fu magistrale, riuscì ad armonizzare quel suo corpiciattolo in crescita, dalle gambe sproporzionate d’airone e le scapole alate, in pochissimo tempo, facendolo diventare un continuo cantiere in costruzione. Le gallerie che lo attraversavano l’avevano reso tutto un nervo, forte e agile. Respirava, rumorosamente e profondamente, mentre si costruiva, e si finiva. Di questa sua abilità, all’inizio, se ne accorse solo Tina, che un giorno, dopo parecchi di mancanza, accorgendosi che non si nutriva da un po’, si mise a cercarlo, preoccupata. Lo trovò che saltellava sulle punte asciutte dei sassi che sporgevano dall’acqua, atterrando sul piede destro, e poi sul sinistro, con le braccia larghe, come se ogni arto godesse di una propria intelligenza. Nel distinguere la sagoma della sorella, bianca come un cencio, fuori dalla porta dello studio, con le braccia conserte, si picchiò la fronte con una mano e corse in casa, leggero, a prenderle il pranzo. Tornò che aveva ancora la fronte rossa per lo schiaffo. Il giorno dopo Tina lo trovò camminare sulla staccionata, con il volto concentrato, le braccia come ali, ginocchia lievemente piegate per tenere il baricentro saldo e un passo dopo l’altro spostava tutto il corpo, come nulla fosse, senza traballare. Tina questa volta dovette avvicinarsi per attirare la sua attenzione, e come da copione, lui rispose con lo schiaffo in fronte, saltando giù dalla staccionata e tornando, poco dopo, col sorriso. Il terzo giorno Tina lo trovò camminare sul filo del bucato. Era concentrato e gli brillavano gli occhi. Tina cominciava a capire. Stava cercando, come facevano tutti. Lei nella mani e nei legni, lui nei vettori. Stava definendo la sua cinesfera, il suo spazio d’azione, stava occupando luoghi inesplorati e studiando il modo per viverli nel rispetto senza farsi male. Stava esplorando e ricercando nel più sano dei modi, e si stava aprendo la strada per crescere saldo sulle proprie gambe. Anche Tina ne sorrise, e rientrò in studio senza richiedere alcun pasto. Le arrivò qualche ora dopo, sul vassoio più bello prima che G. si schiaffeggiasse la fronte e ronzasse di nuovo via, come un’ape. Tina ne sorrise, ancora. Stava riacquistando l’abitudine. Il quarto giorno G. proprio non si trovava, Tina dovette passare in rassegna tutto l’isolato, sotto il sole, e percorse il letto del fiume avanti e indietro più e più volte chiamando G. con una voce piena che non usava da tanto. Come risposta gli cadde davanti agli occhi una scarpa, lei alzò lo sguardo ed eccolo lì, a penzolare con le gambe seduto su un filo teso tra il bordo del letto del fiume e l’altro. Stava lì, seduto, con il piede nudo in bella mostra e un sorriso smagliante che faceva sembrare il sole qualcosa di opaco e migliorabile. Tina capì subito che aveva trovato la sua altezza, e che da quella non sarebbe sceso facilmente. G. si rimise in piedi e cominciò a camminare lungo il filo, saldo, leggero e libero. Gettò anche la seconda scarpa e a piedi nudi riprese a volare come vola chi non ha ali.

IV.
Dopo la migrazione di G., Tina non poteva più rimanere bloccata in studio tutto il giorno, e in qualche modo, come un fiore, una pianta, l’esposizione alla luce le fece tanto bene che prese qualche chilo e mise su due guance rosso lampone, che fecero sperare, alla madre, che potesse essere trovata interessante da qualche pretendente. Questa speranza cominciò a esercitare una pressione che Tina percepiva a livello cerebrale, e come se non bastasse, la raggiunse, un giorno, l’urlo impaziente della madre che tuonava così: «Rita è incinta!». G. cominciò a intessere per aria alcune trame silenziose, intrecciando rami, cavi, tetti, grondaie, che lo portassero a casa della sorella. Tina uscì dallo studio sbuffando, e nel tentativo di darle, almeno fuori, forma di donna responsabile, la madre le mise in testa un bel cappellino rosso che soleva usare lei da giovane, sul suo caschetto squadrato. Tina si sentiva stupida così agghindata, e contro le cose stupide non combatteva, e così, vinta, si incamminò col resto della famiglia.

Rita viveva in una bella casetta di sasso nel centro del paese di qua da l’acqua, con un lato sommerso da un gelsomino rampicante. Ne sentivi il profumo da lontano, come da lontano sentivi le urla del mercante che, sotto la torre, faceva svolazzare le stoffe sopra folle di signore. Tina era nauseata dai suoi gesti, così grandi. Tutto quello che faceva, era per incorniciarsi. Compiva grandi cerchi che finivano sempre in lui, con una forza centripeta che risucchiava all’esterno per portare verso di sé. «Un baggiano», pensava Tina, e scuotendo la testa distolse lo sguardo che ricadde, rumorosamente, davanti una casa non lontana dove sedeva un giovane fabbro, chino sui propri ferrivecchi. Stava modellando, a fatica, una torre da scacchiera. Piccola. Piena di guglie. Tina ne rimase affascinata, e mentre continuava a colpire il corpo centrale della torre, nella eco del battito di bronzo, al giovane calò una goccia di sudore sulla fronte, che tinse di diamante la tratta dai capelli al ciglio, come fosse brina su una borraccia gelida. Tina sentì il desiderio di leccarla via. Il bronzo continuava a rimbombare quando dalla tasca tolse il minuscolo porcospino dagli aculei puntuti che aveva scolpito nel legno l’altro ieri, e, senza pensarci, lo porse al giovane fabbro lasciandolo sul tavolo a rimbalzare ad ogni colpo.

Rita stava distesa e beata a coccolarsi la pancia, che ancora non tradiva nessuna gravidanza. Aveva una vestaglia larga ma graziosa, bianca come quella di una sposa. Continuava a reggere il ruolo dell’eleganza, con grande cura del dettaglio, e in quel corredo, di moglie, futura madre, padrona di casa e bella donna, aveva bonificato correttamente la sua femminilità, che da lacunosa e instabile, ora era assioma indiscutibile. G. si era affacciato alla finestra, dal fuori verso il dentro, e dall’alto verso il basso, come un bambino che si sporge dal letto per guardarci sotto. Allungò docilmente una mano chiusa a pugno in direzione di Rita, da cui, come da un fuoco d’artificio, volò una coccinella che andò a posarsi sul petto di lei. Comparsa la coccinella, scomparse G. Tina le stava guardando i punti, quando un suono appannato la raggiunse: «Tina, non dici niente a tua sorella? Guardala com’è raggiante! Non l’ho mai vista così felice». Era la madre, che tutto sommato sembrava ammorbidirsi in quella circostanza, seduta sul letto della figlia, a stringerle entrambe le mani, e a guardarla fissa negli occhi, quasi come a passarle un testimone, quasi come a ricercare la speranza di venire compresa, d’ora in poi. Tina non aveva grandi pensieri a riguardo. Non capiva se partorire assomigliasse più a una sottrazione o ad una moltiplicazione. Se un figlio fosse qualcosa che si stacca portandosi dietro un pezzo di te, o fosse un aumentarsi di numero, espandersi. Finché non avesse preso una decisione, non avrebbe provato granché a riguardo.

Il giorno dopo la madre era in preda ad una eterna festa ormonale, un continuo fare progetti, dispensare amore e smussare gli spigoli. Il padre era pensieroso, turbato, e cominciava a temere di essere diventato vecchio. Tina invece, trovava fuori dall’uscio del suo laboratorio il porcospino che aveva creduto necessario porgere in dono al giovane fabbro. Era proprio lui, ma portava in testa un cappellino di bronzo, identico a quello stupido che la madre le aveva fatto indossare. Lui l’aveva vista. E non passò troppo tempo dall’occasione che le serviva per capire, finalmente, che partorire era più simile a una divisione, che a tutto il resto.

V.
Antonio fu il frutto dell’amore tra Rita e il mercante. Lidia fu il tentativo di Rita, di esercitare ancora un briciolo di autorità sul mercante. Ebbero un’infanzia come tanti, piena di protezione e di bugie, a cui Antonio abboccava e che Lidia smascherava con rabbia. Marta, la figlia di Tina, nel crescere risucchiava la sicurezza della madre. Come due vasi comunicanti, Marta si riempiva, e Tina si svuotava, per osmosi. Tina pativa per il ruolo di madre, perché quella che prima era attenzione per se stessa, adesso andava divisa, un po’ per lei, un po’ per il marito, un po’ per la figlia. E lo vedeva che non aveva il potere delle altre madri, di trasformare il sacrificio in amore, e di quello ricolmarsi.

La nuova generazione crebbe in paese, in centro. Lasciarono tutti l’acqua per questioni di sicurezza, praticità ed igiene. Una volta interrotto il contatto diretto con la natura, con la produzione, con l’auto sostentamento, le loro vite si riempirono di carte. Fogli, contratti, permessi, contanti, deleghe, scontrini. Una montagna di scartoffie riempiva le piccole abitazioni in affitto di tutti i nuclei famigliari. Dormivano su letti di fogli, mangiavano su tavoli di carte. Non avevano luci o qualsivoglia luminosità profetica ed epifanica a cui aggrapparsi, se non quella lampeggiante del cancello che si apre. Non più le stelle, ma la tecnologia, che aiutava, per quel po’ che poteva, a tenere in ordine le vite di ognuno. In questo clima, rapido e distante, i nonni, disorientati, mantenevano il loro stile di vita senza modificarsi di un millimetro. I genitori annegavano nel limbo. Marta, che aveva il baricentro stabile grazie al peso del fluido della madre, sapeva destreggiarsi. Lei per prima si ritenne pronta ad accogliere l’amore. Dovette compilare una serie di moduli. Sedici fogli fitti fitti, e una liberatoria, poiché ogni sofferenza, fraintendimento, gesto avventato, reputazione distrutta, fosse chiaro, sarebbero state tutte a suo carico. Lidia di tutta risposta non voleva amare nessuno, vedeva sua madre, succube del sentimento, e si ribellava a questa immagine. Fumava tanto e spegneva i mozziconi sui documenti. Dopo, per qualche minuto, rimaneva ad osservare il foro che espandendosi inghiottiva parole e numeri. Se si rapportava agli altri lo faceva con chiusura. Non voleva rischiare di vederci uno scopo, come la madre. Passava da una relazione carnale ad un’altra senza racconti, senza nemmeno sapere i nomi di quelle carni. Si immaginava la loro storia, il loro lavoro, l’età, qualche sfiga familiare, e basta, giusto per tenersi quelle storie dentro, ad elenco, pronte da sfogliare. Antonio aveva una cosa che sapeva fare bene: essere servito. La madre gli stirava i vestiti, glieli metteva a posto, rifaceva il letto, cucinava, e lui sapeva ricevere questo trattamento con estrema regalità. Primogenito, maschio, la famiglia riversava su di lui grandi aspettative, e la madre cominciò, molto presto, a comprargli cravatte e camicie. Come gesto d’amore, come monito. Lidia le bruciava. Come gesto d’amore, come monito. Stavano sempre tutti a parlare di futuro, che sarebbe dovuto essere glorioso. «Oh ragazól, fèvt a mód ch’al futur al ghè parchè l’è finida la guèra» diceva il nonno tondo, ma erano mitologia, lui, e le sue parole. Il futuro, come il resto, era un traguardo individuale, ed erano disposti a tutto per abitare il proprio ruolo, percorrere la propria strada. Per Antonio la carriera, per Marta il matrimonio d’interesse, per Lidia giusto la sopravvivenza, resistere, fino alla fine, almeno a se stessa. Ma futuro o non futuro, le vite di tutti se le portò via il fiume, senza lasciare traccia. Non un’esondazione, ma l’anonimato, la decisione che solo l’amore sarebbe stato il motore delle loro vite, seguendolo o rinnegandolo, confondendo, proprio l’amore, con un codice sentimentale collaudato sul tempo che stavano vivendo.

I nonni, prima della fine, ogni tanto facevano ritorno alla vecchia casa diroccata giù al fiume. Quello era il luogo dove era facile giocare, fare l’amore, dove si schivavano i sassi delle fionde, e dove, se dicevi una stronzata, ti arrivava uno scappellotto ben disteso. Non era il cambiamento ad essere terribile. Era terribile, la chiusura. Ed è nella chiusura, che il fiume ti porta via.

Non siamo animali

scritto da Arsenio Bravuomo

il numero di cose che dimentico
o che ho dimenticato
ha raggiunto la ragguardevole cifra di
ottomiladuecentotrentuno

dimentico sempre d’esser un po’ impreciso

compreso questo fatto

ho tre palle per giocare
ma non so giocolare
poi una è ovale

da qualche settimana ho scoperto che sono una merda
di persona
non c’entra l’autostima o niente
forse è un modo per ricominciare
or something

mai stato buono a scrivere
o a leggere
è la scrittura che usa me per venir fuori
son solo un medium

l’intenzionalità? mai avuta
so solo ciondolare
so solo che son sempre solo
è tipo un mantra

non aiuta

ho rovinato tre o quattro cuori
forse cinque
cerco di non essere preciso

forse sto solo cercando un modo per uscire di scena
in maniera eclatante
peccato non ci sia un teatro, un palcoscenico, una luce

quindi è tutto inutile
inutile?
inutile

che parola è, inutile

spiego la geometria della palla a epsilon2
pentagoni ed esagoni
e lui mi dice
vedi che qui è rotta?
cioè, gli sto spiegando la geometria euclidea
e lui se ne esce con una cosa così
e rincara
poi vedi che è sporca?
niente, è come parlare a un sordo cieco girato di spalle
con le cuffie
lo guardo vacuo come in un film bulgaro
mi guarda vacuo come non avesse capito
(ha no capito)
se ne va a giocare
lui sa come si fa

oggi ho visto un film meraviglioso
si chiama non siamo animali
la sequenza più bella è al pacino che urla
ramona! non trovo il burro!

la voce di al pacino
altro che giannini
no in realtà sono uguali
(le voci)

uno di quei film che quando finisce ti dispiace
e ti senti ancora più solo
ti senti come se una ragazza ti avesse lasciato ancora
ancora una volta
l’aveva già fatto ieri

una volta avevo una voce nella testa che mi dettava le parole da scrivere
poi il dio degli scrittori mi ha licenziato
e io non dattilografo più

il sesso è sopravvalutato
il cibo è sopravvalutato
l’universo è sopravvalutato
42 è sopravvalutato
il ricordo è sopravvalutato

find some love
then abandon it somewhere
near a beach

find some purpose
then turn it into love
near an easter egg

ogni mattino penso che non può che finire in morte
sarà l’autunno, sarà che son senza sigarette
e il mio cuore animale grosso una noce di burro
chissà dove
l’ho dimenticato

Ascolta Non siamo animali dall’autore

Agata e l’impresa a tutto tondo

scritto da Rina Camporese


Dove vive Agata tutto è in squadra. Le strade sono a perpendicolo, i bimbi parlano l’italiano, anche quelli nati altrove, gli adulti un po’ meno, anche quelli nati lì. Edifici e imprese fioriscono, con gestazione di durata variabile in uteri di impalcature metalliche, negli anni recenti armate di antifurto. Le donne si affannano tra impegni propri ed esigenze altrui, gli uomini classificano in modo diverso il proprio e l’altrui — smaltire i fondi di caffè o curarsi dei figli, ad esempio — ma sono comunque molto impegnati. Si sta al mondo, come in tanti posti, ma a chi vive lì sembra che il posto giusto sia quello, esattamente come accade in tanti altri posti e a tante altre persone. Poi ci sono quelli che se ne vanno, portandosi dietro ovunque la squadratura.
Agata non saprebbe dove andare ma non vuole nemmeno rimanere lì: vuole morire, da almeno quattro anni. Di anni ne ha cinquantotto e ha provato a farsi fuori almeno sedici volte, forse diciassette. Non ricorda bene e non tiene nemmeno un diario, perché, tanto, ogni volta sarà l’ultima. Con una media di quattro tentativi falliti l’anno, non se ne rende conto, ma potrebbe trovare spazio in “Curiosità dal mondo”. Non si rende conto di quasi niente, Agata; è fissata con questa faccenda di voler morire, pur se a certe condizioni.
La prima: in modo rapido, possibilmente istantaneo. Non vorrebbe sentire dolore: teme che la trattenga dal suo intento. Ha paura che un taglio le faccia venire voglia di tamponare la ferita, di chiedere aiuto, di vivere. Se il male chiama, lei risponde: un ostacolo ai suoi propositi.
La seconda: nessuno deve rimanere impressionato dal suo cadavere. Fatta salva la libertà di morire, ci vuole un po’ di creanza nei confronti di chi potrebbe rimanere segnato a vita dalla scoperta di un corpo scomposto. Pochi ci pensano, ne è certa, e mandano messaggi prima di andarsene. Ti voglio bene, scrivono, la sera tardi al cellulare degli amici, magari proprio a quelli che il giorno dopo li troveranno appesi e combatteranno anni con un’immagine che li tormenterà, invadente e irremovibile. «Nonno, cosa guardi?» «Niente, tesoro. Niente.»
Vorrebbe semplicemente smettere di fare tutto quello che c’è da fare: svegliarsi, lavarsi, vestirsi, spesa, cucina, nutrirsi, riposare, pulizie, di nuovo in cucina, dormire, ancora. Dove abita si può vivere anche così o ci potrebbe essere dell’altro, ma non fa per lei. La tormenta il pensiero di ripetere ancora a lungo la sequenza monotona degli ultimi cinque anni. Le sue azioni di oggi avrebbero conseguenze per gli altri solo se morisse; bisogna tenerne conto e ridurle al minimo, si ripete, non è egoista. Se ci fosse una porticina da qualche parte sul retro, che conduce al nulla, Agata la aprirebbe, piano. Ma non c’è e tocca trovare delle alternative.
Da sola finora non c’è riuscita: un’infilata di incidenti hanno mandato in fumo tutti i suoi tentativi. Uno per tutti: per non disturbare il medico con richieste immotivate di tranquillanti, ha trafugato dall’ospedale un flacone di ipnotici. Per una che quando non si pettina sembra una badante assonnata, non è stato difficile intrufolarsi nel magazzino medicinali. Purtroppo le pillole si sono rivelate il placebo di uno studio epidemiologico caso-controllo; prese in gran numero avrebbero potuto al massimo farle cariare i denti. Si è resa conto allora che attendere, illusi, la morte, è peggio che vivere.
Per questo motivo ora si trova nell’ufficio di Ernesto. Da quasi un’ora sta scegliendo accessori da funerale: cassa, imbottitura, cuscino, croce sul coperchio, rosario tra le dita, epigrafe, fiori, biglietti ricordo, preghiera, lapide, epitaffio, lumino e ancora non è finita. Nella stanza accanto intravvede una ragazza che ascolta musica in cuffia e imbusta ricordini in quantità e velocità allarmanti. «Quante persone si aspetta di avere al suo funerale quel tizio?» si chiede stupita. Non immaginava ci fossero tanti oggetti da scegliere; meno male che Ernesto la guida a destreggiarsi tra i numerosi cataloghi di madonnine tristi. Le sembra che quelle madonnine la capiscano. Alcune hanno la sua stessa espressione la mattina quando si guarda allo specchio. «Allora c’è qualcuno che è stato come me» pensa, «Altrimenti come avrebbero potuto dei pittori da strapazzo illustrare in quel modo gli accessori da morto; li avranno pur visti da qualche parte quegli sguardi.» Oggi non se ne vedono più.
Ernesto, un tipo pratico dall’aria paffuta, da oltre quarant’anni gestisce con disinvoltura un’impresa funebre: tra i suoi vanti le sepolture di una mecenate e un creso americani morti a Venezia. La lettera di ringraziamento di una delle due famiglie, il minimo dopo quello che ha passato a causa delle paturnie da ricchi statunitensi su segreto e sicurezza, è appesa nel corridoio d’ingresso sopra un vaso di fiori finti, straordinariamente vividi di lunedì mattina dopo essere stati spolverati. La si nota sempre meno, perché è in inglese e ormai ingiallita, più che un encomio sembra un permesso che qualcuno si è dimenticato di rinnovare: “Borgo Ricco, 25 ottobre 1975. Autorizzazione annuale all’utilizzo della pesa pubblica comunale sita in Via Roma incrocio Via Desman per il mezzo targato PD930754…”. Ernesto ogni tanto se la rilegge a voce alta; l’unica parola che pronuncia correttamente è Mister, ma dopo si sente in gamba.
«Come si chiamava la defunta?»
«Agata.»
«Un nome di famiglia, allora. Anch’io mi chiamo come nonno Ernesto. Lo chiamavano tutti Scarpía perché già da giovane aveva il viso grinzoso come una ragnatela e…»
«Elvira e Teresa.»
«Come dice?»
«Le mie nonne: Elvira e Teresa.»
«Sì, ehm, dov’eravamo? Cognome?»
«Agata sono io e non sono ancora morta. Potrei esserlo presto, con il suo aiuto.»

In anni di carriera ne aveva viste e sentite di storie, Ernesto. C’era chi si comprava tutto in anticipo e lo stivava in casa, per varie ragioni: non preoccuparsi più dell’inflazione, non rimanere per l’eternità in balia dei gusti kitsch dei parenti, evitare spese a chi restava, arredare una stanza con originali complementi in legno, torturare la moglie con un quotidiano memento mori infilato sotto il letto. Alcuni lasciavano in eredità elenchi di obblighi e divieti che facevano sudare ai superstiti sette camicie. «Impedite a Goffredo di avvicinarsi alla mia tomba.» Come si fa? Goffredo paga le esequie. «Non voglio essere sepolta vicino a un fascista.» Per esserne certi ci si sarebbe dovuti circondare di morti prima del 1914; quasi impossibile visto che entro gli anni ’60 erano stati praticamente tutti estumulati e trasferiti in ossarini. Senza contare i precursori: tra le salme ante guerra si sarebbe potuto nascondere un fascista ante litteram, pronto a indossare il fez appena se ne fosse presentata l’occasione. La zona era propizia.
Aveva visto guardie armate di confine sbiancare di terrore alla vista del passaporto di un defunto; avevano più paura di quel documento che dell’AK-47 da assalto in braccio al collega-nemico cento metri più in là. Alla guida di un carro funebre aveva attraversato di notte, protetto dal lasciapassare più potente: un timbro con la data di morte, alcune delle cesure più blindate delle guerre jugoslave. Di solito non ci si pensa quando si viaggia, ma i documenti servono anche se lo si fa sdraiati in una bara. Le verifiche formali su esistenza e identità non finiscono mai, un po’ come sul web quando per iscriverci a una newsletter ci viene chiesto di biffare la casellina “Confirm Humanity”. Apparteniamo alla specie umana, non siamo robot. Siamo stati un umano vivente, lo attesta un timbro consolare. Saremo stati umani? Chi può dirlo…
Tante ne erano capitate a Ernesto. Nell’intorno della morte le persone agiscono in modi inaspettati e lui si era abituato ad accoglierli tutti, dosando parole ed espressioni in punta di piedi, anche quando gli sarebbe venuto più spontaneo strabuzzare gli occhi o sganasciarsi dalle risate. Un’arte affinata con il tempo e un pizzico di affettuosa ironia per le miserie umane, che erano anche le sue. Aveva avuto modo di scoprire, infatti, che con un morto in casa una famiglia di becchini può diventare il proprio peggior cliente, in barba agli anni trascorsi osservando l’umanità alle prese con l’angoscia di sparire.
Alcune avventure Ernesto le raccontava a casa, la sera a cena, per far ridere i bambini o per guardarli ascoltare zitti con i cucchiai di minestra fermi a mezza strada; altre no. Questa mai. Non gli era mai capitata, né gli era passato per la testa di inventarla, nemmeno quando romanzava un po’ i fatti del giorno perché gli pareva che bastasse un tanto così per trasformarli in storie interessanti. Nessuno gli aveva mai chiesto di fornire un servizio a tutto tondo, di solito i clienti arrivavano già bell’e pronti; tutt’al più si aspettava qualche ora il certificato del medico necroscopo. Si sa, i documenti si affannano sempre in ritardo dietro ai fatti che attestano.

Ernesto è disorientato, in questa situazione non si raccapezza, perché Agata non ha paura di sparire, anzi, ne cova un desiderio organizzato. Ora che sa, rivede con altri occhi l’espressione asciutta e decisa con cui ha individuato la Virgo Clemens che sarà il fil rouge di tutti i materiali a stampa. Le paratie del pianto, che tengono a stento mentre si descrive la morte del caro, spesso finiscono per crollare al bivio tra un sottile filetto nero ad angolo e un Cristo affranto, più d’impatto ma meno elegante. Non ci si capacita di dover fare certe scelte, ci si distrae, e giù a piangere. Le lacrime più amare sgorgano se a scegliere si è in due o tre: si piange e si litiga sul colore del pizzo per l’interno cassa, rinfacciandosi a vicenda di non aver mai conosciuto a fondo i gusti del caro estinto. Agata, al contrario, sciorina idee chiare e compie scelte soddisfatte.
Sul modo in cui potrebbe essere uccisa, invece, tentenna, proprio come fanno gli altri davanti al font per la lapide. Non c’è da stupirsi: è la scelta con le conseguenze più durature. Verdana o Calibri? Consideri il Didot, classico ma a suo modo originale. Martellata in testa o coltellata? Di arma da fuoco non se ne parla, il signor Ernesto non sembra un tipo da avere il porto d’armi. Nel laboratorio di falegnameria e marmo ci dovrebbe essere qualche attrezzo che fa al caso loro. Agata ne chiede comunque conferma; non si sa mai: ci fossero solo seghe, scalpelli e trapani la faccenda si farebbe più complicata.
Ernesto ascolta, risponde a monosillabi e interiezioni. Si sforza di pensare, ma è sbigottito. Indossa a fatica i visi più neutri che possiede e prova a controllare anche le mani, il suo tallone d’Achille, autonome ed espressive come sono. La destra è bloccata sotto la natica, ci si è seduto sopra, e l’altra stringe una candela votiva, così forte che l’unghia del pollice ha i colori della fiammella di plastica, violacea al centro in basso e via via più chiara verso l’alto. Agata gli spiega che si è spenta — lei non lo sa, ma è un eufemismo ricorrente nel linguaggio funebre professionale — e tuttavia continua a vivere. Si scusa e si giustifica, avrebbe volentieri evitato di dargli questo disturbo, ma proprio non ce la fa da sola, ha bisogno di aiuto. Confida nella sua comprensione, visto che è del mestiere. Ernesto in qualche modo la capisce, o almeno crede, l’empatia a volte è un’illusione, ma non se la sente proprio di accontentarla e al tempo stesso non sa come esprimerle il suo rifiuto. Vorrebbe essere altrove, ma, al punto in cui si trovano, non lascerebbe Agata da sola.
«Signora, non me lo chieda.»
«Sarebbe un’opera buona.»
«Le tengo da parte ciò che ha scelto per quando sarà il momento.»
«No, grazie. Meglio il coltello? O forse una martellata? Nel punto giusto.»
«Non saprei.»
«Scelga pure come le viene più comodo.»
«Lei non si rende conto.»
«La imploro.»
La scrivania ha sempre protetto Ernesto dall’onda di dolore che emana dai parenti: si infrange sui cataloghi e i depliant accatastati sul piano di noce biondo e lambisce appena le sue dita mentre prende appunti sul foglio giallo del registro ordini. Se l’onda è alta, come per il trapasso di una piccola bara bianca, Ernesto può adagiarsi sullo schienale, che si reclina un po’, e posare per un attimo le mani in grembo. Stavolta l’addome preme contro il bordo del tavolo e lo spessore sprofonda di almeno quattro centimetri nell’adipe accogliente. Chiede all’imbustatrice di ricordini di preparare due tè, aggira la scrivania e si siede nella poltroncina accanto ad Agata. Finisce per mostrarle le foto di tutti e nove i nipoti, nel tentativo di spiegarle come, anche a causa loro, non se la senta proprio di accontentarla. Agata sorseggia il tè. Piange, finalmente.

Zanzibar

scritto da Giovanni Bochi


Zanzibar era uscito da una crisi depressiva, una di quelle spirali tormentose che ti avvolgono sempre più da vicino, sino a strangolarti; lui era arrivato quasi allo strangolamento, e se ne era salvato grazie ad un improvviso lume di coscienza che lo aveva trascinato dallo psicologo, e poi da lì dritto dritto in ospedale, reparto psichiatrico, struttura ritentiva per non dire detentiva, come diceva Zanzibar a chi glielo chiedesse.

Ora era fuori. Era uscito con una piccola farmacia di medicamenti da ingollarsi per restare più tranquillo ed evitare un nuovo rischio di stranguglione psichico; ma tutte quelle pillole gli davano una grande tristezza, e quasi un’impossibilità al moto, se è vero che gli unici passi li faceva da casa sua al parco, e dal parco a casa sua nel ritorno.

Insomma la vita di Zanzibar era ben poco in linea con il suo nome esotico, e questo lui lo sapeva se è vero che ormai si presentava sempre come Paolo, aggiungendo poi a bassa voce “detto Zanzibar”. Il soprannome, come tutti i soprannomi che ci tormentano l’esistenza, gli veniva dalla sua adolescenza, quando era ossessionato dall’idea di andare a Zanzibar. La madre, il padre, gli amici lo lasciavano dire, ma a tutti riuscì impossibile non sostituire il vecchio nome di Paolo con quello ben più accattivante di Zanzibar.

In ossequio al soprannome Paolo si era messo in testa di lavorare in un’agenzia di viaggi, in cui avrebbe perlomeno incontrato qualcuno che volesse andare a Zanzibar con lui. Perché andare da solo in fondo non si fidava, e voleva qualcuno che dividesse con lui l’emozione di essere finalmente a Zanzibar. Ma quella si rivelò una scelta sbagliata, perché proprio nell’agenzia di viaggi gli scoppiò la crisi depressiva. Infatti a tutti i clienti proponeva di andare a Zanzibar. E benché loro preferissero altre mete, per esempio l’Egitto, o magari l’America, per Zanzibar esisteva solo Zanzibar e affermava quella sua fede in modo così insistente che l’agenzia di viaggio perse molti clienti per causa sua. Il peggio poi venne quando incontrò qualcuno che veramente voleva andare a Zanzibar, un trentenne in cerca di mare e belle avventure. Zanzibar gli propose, o meglio gli impose, di venire con lui. L’agenzia di viaggi, già in semifallimento, lo licenziò in tronco, e Zanzibar scoprì amaramente che nessuno intendeva andare con lui a Zanzibar, anche l’unica persona diretta veramente laggiù lo schifava e preferiva viaggiare da solo.

La crisi depressiva iniziò allora e Zanzibar ne uscì a fatica, solo imbottendosi di potenti pastiglie che lo ammutolivano. La madre lo guardava scuotendo il capo, a settant’anni non poteva stare ancora tranquilla per quel figlio sconclusionato e vederlo in quello stato di catalessi le mangiava il cuore. Alla fine gli propose di andare a Zanzibar: lei gli avrebbe pagato il viaggio, ma lui avrebbe dovuto trovare qualcuno che lo accompagnasse. La notizia rimise in moto tutte le libido vitali del figlio, che abbracciò la mamma ripetute volte e da subito si mise alla ricerca di un compagno di viaggio. Zanzibar percorse in lungo e in largo la città, fermava la gente per strada, entrava nei bar gridando ad alta voce “Chi vuole venire a Zanzibar con me?”. Arrivò addirittura a fare annunci per le strade, affittando una macchina con altoparlante e battendo le strade fino a notte fonda, finché i poliziotti lo bloccarono all’alba per sentirsi chiedere a loro volta: “Verreste a Zanzibar con me?”; ma anche quelli rifiutarono.
Dopo tutti quei fallimenti, la crisi depressiva stava ritornando. Zanzibar aveva perso l’entusiasmo, era diventato ancor più apatico di prima a furia di ingollarsi le pasticche come caramelle alla menta. La madre non poteva sopportare di vederlo così e decise un’ultima disperata mossa: chiamò un suo vecchio amico d’infanzia, Terenzio, e gli chiese in lacrime di andare a Zanzibar con il figlio; lei gli avrebbe pagato il viaggio. Terenzio all’inizio rifiutò, disse aveva tanto da lavorare e poi siamo matti, pensò, in vacanza a Zanzibar con uno come Zanzibar era il modo migliore per invecchiare precocemente. La madre lo pregò a lungo, e infine Terenzio accettò, a patto non soltanto di avere il viaggio pagato, ma anche di avere una diaria consistente come compenso per fare compagnia a Zanzibar.

La madre diede fondo a tutti i suoi risparmi e pagò Terenzio anticipatamente, come lui aveva richiesto. Poi lo fece venire a casa e lo lasciò solo con Zanzibar; quando il figlio catalettico sussurrò, ormai senza convinzione: “Vuoi venire a Zanzibar con me?” Terenzio disse con un sospiro: “Va bene”. Zanzibar, dalla gioia, quasi non ebbe un attacco di panico. Abbracciò Terenzio, abbracciò la madre che piangeva, senza sospettare nulla e senza notare gli strani gesti di intesa fra i due.
Finalmente a Zanzibar! Zanzibar non stava più nella pelle e telefonava a Terenzio almeno quindici volte al giorno, a volte soltanto per dirgli: “Andiamo a Zanzibar”!!”. Terenzio non ce la faceva più, e rimpiangeva di avere detto sì alla madre; la madre di notte dormiva dalla contentezza e sognava il figlio che prendeva il sole a Zanzibar, finalmente guarito, senza pillole di cui strangugliarsi.

Infine giunse il giorno della partenza: Zanzibar aveva otto valige, di cui soltanto una piena di guide turistiche, alcune vecchie di qualche anno; Terenzio giunse all’aeroporto molto più leggero e con una faccia smunta che non diceva nulla di buono.

Zanzibar montò sull’aereo a passo di carica, mentre la madre lo osservava smaniare dalla terrazza dell’aeroporto e le lacrime le bagnavano tutto il vestito di flanella.

Per tutta la durata del volo Zanzibar non rimase tranquillo un momento, costringendo Terenzio a nascondersi dietro le tendine dell’oblò, fingendosi un viaggiatore portoghese. Gli altri passeggeri lo avrebbero volentieri proiettato fuori dall’aereo, e continuavano a chiedere alle hostess di farlo stare zitto una buona volta, quella era una vacanza e non una comitiva di beneficenza.

L’aereo finalmente atterrò. Zanzibar corse avanti a tutti urlando, tanto che i poliziotti del luogo furono obbligati a bloccarlo e trattenerlo per qualche accertamento.

Quando Zanzibar uscì dal gabbiotto della polizia, era già tardi e le luci illuminavano l’aeroporto vuoto; al centro stavano le sue otto valige, una in fila all’altra, quella di guide turistiche in cima a tutte. Qualche inserviente spazzava il pavimento, Zanzibar chiese un aiuto per portare le valigie , forse Terenzio era là fuori ad aspettarlo, forse aveva già prenotato un taxi per portare tutta quella roba. Ma nessuno lo comprese, erano tutti indaffarati e lavoravano come matti.

Allora le portò fuori una ad una, lasciando per ultima quella delle guide turistiche, ma ogni volta che tornava fuori dall’aeroporto con una nuova valigia non trovava più quella che aveva appena portata. Attorno a lui la gente rideva, lo indicava e gli gridava “Zanzibar, Zanzibar”, accompagnato da qualche altra parola incomprensibile.

Gli restava soltanto l’ultima valigia, quella delle guide turistiche.
Zanzibar guardò fuori, si era fatto buio, la gente rideva e suonava i clacson.

Gli inservienti stavano lucidando l’aeroporto, ormai lavoravano da ore e ancora non era pulito.

Zanzibar aprì la valigia delle guide turistiche e ne prese una delle tante. Si sedette su una panca e si mise a leggere.

Disturbi specifici dell’ammore

scritto da Arsenio Bravuomo

stavo dando una festa tra me e me
per festeggiare la vittoria
della guerra di liberazione
da una femmina

mi dicevi
siamo solo amici
mi raccontavi le tue scopate
io ti raccontavo le mie
quindi parlavi sempre solo tu

mi dicevi
se ti dico che ti amo
credi a me
non vuol dire che ti amo proprio

se non ti dico che ti amo
credimi
non vuol dire che non ti amo, proprio

tu quel che dico e/o non dico
fidati no
tu leggi il mio linguaggio del corpo
se ti amo, o viceversa,
te ne accorgi, per prossimità

io non ci ho mai capito un cazzo
qui mi sa che io,
mi sa che io,
io ci ho i bisogni emozionali speciali
io ci ho i disturbi specifici dell’ammore
lo stato dovrebbe assegnarmi un’amante di sostegno

è una serata com’ un’altra
ma mi sento peggio del solito

volevo dare una festa
per festeggiare la vittoria
della guerra di liberazione
da una femmina
invece vado nel nostro posto segreto con la segreta speranza
che tu
t’appaleserai

Ascolta Disturbi specifici dell’ammore dall’autore

Via Archirola

scritto da Natalia Guerrieri


Il parco oggi è freddo, il sole pallido di inizio novembre emana una luce chiara che non riscalda.
Il palazzo dove abita mia madre è in via Archirola numero 15. È un condominio a otto piani. Grigio, gli infissi blu, tanti occhi chiusi. Mi ha sempre ricordato una montagna bucherellata da grotte, ogni appartamento un piccolo spazio privato, un fuoco. Ognuno dipinge sogni e fantasmi sulle pareti della propria caverna. Continua a leggere

Portami via

scritto da Andrea Doro

Portami via
dalla menta e dal basilico
da questo punto impreciso
da questa crosta compromessa
da questo sistema solare.

Portami via
dagli spaghetti e dagli scogli
da Jean-Claude Izzo
dal mediterraneo
e dalle oratelle alla brace.

Portami via
dal raccontare storie
da Salgari e da Cézanne
dal catrame
dal riportare in vita i paesaggi.

Portami via
dalla ruggine e dalla grandine
dai cornicioni e dalle fondamenta
dalle ossature sdrucciolevoli
e da tutte queste sveglie.

Portami via
dai numeri civici
dagli sfratti e dalle antenne
dai cavi sui rami degli alberi
e dalle soste non autorizzate.

Portami via
dai brandelli di confine
pozzanghere di quasi mare
cielo coesistenza finis terrae
fragili appigli per naufraghi.

Portami via
da questi spigoli imbottiti
da queste parentesi graffe
da tutte le conversazioni
da tutti i significati.

Ascolta Portami via letta dall’autore

Arringa del biografo

scritto da Jan Henkel


José Beguiristain abbandonò la Quebrada a 17 anni, poco tempo dopo che nacqui io, il suo biografo. Da lì, il mio oscuro, eccelso protagonista partì per Buenos Aires, dove progettava di dedicarsi allo studio della chimica e al vizio della scrittura. Trascorsi pochi mesi, suo fratello Enrique gli spedì una lettera in cui chiedeva, tra le altre cose, dei suoi rapporti con i bonaerensi. «Mi troveranno vivace come una palude» rispose. «Ogni volta che prendo parola in aula, i miei compagni mi guardano perplessi oppure si mordono le labbra per reprimere un sorriso. In tali momenti, ricordo sempre quel famoso ritornello paterno: “meno male che sei tanto eloquente, José”. Nonostante tutto, non nutro alcun rancore contro la gente della nostra capitale: diversamente da noi, non provengono da una terra di sonnambuli.» Continua a leggere

99 elefanti

scritto da Andrea Doro

C’è un elefante in mezzo ad una stanza
e ci sta bene e reputando la cosa interessante
andò a chiamare un altro elefante

ci sono due elefanti in mezzo ad una stanza
che tendono un filo, una ragnatela
un reticolato, una tangente, una tangenziale,
una trattativa e reputando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante

ci sono tre elefanti in mezzo ad una stanza
che giocano a carte, che parlano di affari,
che si scambiano idee, che fumano un sigaro,
che bevono whiskey e reputando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante

ci sono quattro elefanti in mezzo ad una stanza
il primo è un elefante da guerra e l’ultimo ha un padrone
il primo si è colorato di verde per differenziarsi
e l’ultimo è tristemente convinto
di non essere abbastanza grigio
per avere il diritto a restare nella stanza
e aprono un dibattito e reputando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante

ci sono cinque elefanti in mezzo ad una stanza
e la stanza inizia a diventare stretta
almeno per gli occupanti umani che continuano
a sorseggiare il the come se niente fosse
gli elefanti trovando la cosa assolutamente interessante
andarono a chiamare un altro elefante

ci sono sei elefanti in mezzo ad una stanza
che iniziano a muoversi urtando contro tutto
facendo cadere i mobili e calpestando le persone
che continuano a fare finta di niente
gli elefanti un pochino infastiditi
da questa umana indifferenza andarono a chiamare
altri quattro dieci settantanove cazzo di elefanti

che saltano sul letto poi uno cade e rompe uno specchio
un altro sale sul tavolo e un altro caga sul divano,
in sette decidono di sfondare una parete
per far entrare altri elefanti nella stanza
fino a quando qualcuno esasperato si è messo
a sferrare pugni contro un elefante qualsiasi dicendogli
“basta, è colpa tua se vedo tutto grigio, cazzospostati!”

e gli elefanti allora dissero tutti insieme va bene,
non c’è motivo di arrabbiarsi, bastava dirlo prima

tutti gli umani chiusero gli occhi
l’attimo prima in cui sparirono
altri giurarono e spergiurarono
di non averli mai visti lì

e con la proboscide amore con la proboscide ti stringerò
e senza dire parole andremo poi a nasconderci
e non avrò paura se non sarò grigio come dici tu
ma voleremo in cielo in carne e avorio
non torneremo più

Ascolta 99 elefanti letta dall’autore