Ho sognato che davo un pugno a un fascista

scritto da Paolo Stradaioli

Ci arrampichiamo su questa stradina incastrata in mezzo al paese, con il sole che sembra voglia appiccicarmisi addosso da quanto picchia forte. Il mio primo giorno avevo messo le scarpe eleganti, talmente scomode che già all’ora di pranzo non ne potevo più di scarpinare in quei raffinati strumenti di tortura. Eppure, non avevo imparato la lezione e ogni giorno maledicevo il me stesso di qualche ora prima, colpevole di aver messo di nuovo quelle scarpe.
Oggi per fortuna è una giornata tranquilla: io e Alessandro dobbiamo coprire al massimo una trentina di esercizi commerciali e l’unica seccatura, oltre alle scarpe scomode, ai jeans irritanti, alla camicia comprata in promozione prendi-due-paghi-uno, al caldo, è la morfologia del territorio.
Alessandro va più spedito, non deve nemmeno portarsi a spasso novanta e passa chili, ma comunque, almeno nella prima parte della giornata, riesco a tenere il passo con accettabile facilità.
«Buongiorno signora, lei ha il POS, giusto? È soddisfatta della sua connessione a internet?».
La signora gestisce un negozio di bigiotteria, ci dice che la sua connessione va più che bene e che lei non ha tempo da perdere. Non vorrebbe nemmeno metterci un timbro, tanto le stiamo antipatici. Alessandro insiste, la signora farfuglia qualcosa in dialetto, tira fuori il timbro e ci suggerisce caldamente di non intervallare più la sua giornata con la nostra presenza.
«Guarda questi due. Hanno già chiuso un contratto.»
Alessandro mi fa vedere sul cellulare la foto che gli ha inviato Matteo: ci sono lui e Gianluca con in mano un contratto firmato per l’allaccio di una connessione Ultrafibra in promozione per i primi dodici mesi.
«Bravi, no?»
«Becchiamo sempre la parte sbagliata del paese.»
Alessandro scuote la testa e allunga il passo, la strada non accenna a spianare, anche se non dovrebbe mancare molto alla piazza in cima al paese.
«Ale?»
«Dimmi.»
«Ho fatto un sogno strano stanotte.»
«Sì?»
«Sì, ho sognato che davo un pugno a un fascista.»
Alessandro ridacchia, anche se non vorrebbe farsi vedere, è ancora seccato dalla signora sgarbata e soprattutto dal fatto che gli altri due hanno già chiuso un contratto.
«Hai dormito dai tuoi stanotte?»
«No.»
«Non era finita con Laura?»
«Sì, però lei non voleva dormire da sola.»
«Forse volevi dare un pugno a lei invece che al fascista.»
«Ma perché devi dire queste cazzate.»
Alessandro borbotta qualcosa a denti stretti che non capisco, si è infilato dentro un tabacchi. Solo perché le sue scarpe eleganti non sono scomode.
Entro in un negozio di abbigliamento, dò uno sguardo in giro, mi soffermo su una camicia bianca che sembra molto leggera: costa 109,95€. Non conosco nessuno che spenderebbe una cifra simile per una camicia.
Una ragazza in gonna corta e top verde mi si avvicina
«Caldo eh?»
«Parecchio.»
«Stava guardando le camicie?»
«Oh, no, ehm, volevo sapere se siete soddisfatti della vostra connessione internet.»
«Oh, sì grazie, buona giornata.»
La ragazza batte in ritirata sprofondando nel negozio, provo a chiederle se mi può mettere un timbro, ma fa finta di non sentirmi e io non ho il coraggio di inseguirla. Alessandro me lo dice sempre: sono la persona peggiore per fare questo lavoro.
«Perché entri in questi posti?»
«Ho provato il colpaccio.»
«Il timbro?»
Allargo le braccia sperando di suscitare simpatia nel mio Generale Ammiraglio della Fibra Ottica Cittadina. Niente, mi manda a cagare.
Finalmente arriviamo in cima. Se fossi un turista sarei contento di questa passeggiata, perché mi avrebbe portato al cospetto di una graziosa piazzetta, dominata da una chiesa imponente e bellissima, e affollata di persone bramose di soddisfare la loro sete di arte, cultura, quelle cose lì. In realtà io odio fare il turista, ma soprattutto odio i turisti.
Per fortuna Alessandro conosce il paese, ci infiliamo in un vicoletto poco lontano dalla chiesa, ci sediamo sui gradini di un pozzo e Alessandro tira fuori una bustina di marijuana.
«Com’era?».
«Chi?»
«Il fascista, hai detto che hai sognato di prendere a pugni un fascista.»
«Boh. Ho detto che gli ho dato un pugno comunque.»
«Vabbè, com’era?»
«Non lo so. Come sono fatti i fascisti?»
«Che cazzo di domanda è? Sei tu che l’hai sognato.»
«Boh, continuava a urlare qualcosa di fascista e io gli ho dato un pugno.»
Alessandro gira la canna, la accende, fumiamo lontano da sguardi indiscreti, ci passa a fianco una coppia di ragazze con gli zaini in spalla che ci sorride, ma siamo già troppo vecchi per sorridergli a nostra volta. Alessandro spegne la canna e siamo di nuovo sulle stradine strette, a farci mettere timbri su un foglio di carta per dimostrare alla nostra azienda l’impegno profuso nel nostro imprescindibile lavoro.
«Guarda, tanto lo so che te lo hanno già detto, però è vero, fidati, le donne vanno e vengono, a un certo punto te ne accorgi e basta.»

Ci siamo fermati a pranzo con gli altri due. Alessandro ovviamente ha detto a Matteo e Gianluca che io e Laura ci siamo lasciati. Avevo sperato che non lo facesse, ma allo stesso tempo non volevo dare l’impressione di quello che si vergogna perché la tipa l’ha lasciato.
«Guarda me cazzo, oh, io mi sono sposato con una bravissima ragazza!»
«Siamo ancora tutti molto sorpresi da questa cosa.»
«Vaffanculo Ale.»
«Però ha ragione. Evidentemente lei non era quella giusta.»
«Boh, io non lo so mica se esiste quella giusta. Mi sembra anche un po’ sessista.»
Vengo ricoperto di insulti e accusato di voler riportare sempre il discorso su argomenti diversi da quelli che si stavano affrontando in quel momento. Gianluca non aveva parlato per niente e volevo avere anche il suo parere, tanto era stata buttata definitivamente in caciara.
«Boh, che ne so, basta che non rimanete amici, tanto non vuol dire una sega».
Ringrazio Gianluca per il suo prezioso contributo a questa discussione, mi prendo un altro giro di bonari vaffanculo, e ordino un panino cotto e formaggio.
Quando finiamo il lavoro Alessandro mi vorrebbe riportare a casa, ma gli dico che ho appuntamento con mia madre dal meccanico.
Lei è convinta che la mia presenza, in quanto primogenito maschio, sia garanzia di un trattamento equo e disinteressato da parte del meccanico, il quale di solito, invece, sempre secondo le sue convinzioni, tenta di arraffare più soldi possibili senza nemmeno aggiustare le macchine. Alessandro mi lascia dove gli chiedo, mi saluta, mi dà una pacca sulla spalla e dice che ci vediamo domani. Lo ringrazio, scendo, dal meccanico ci sono mia madre e mia sorella che aspettano fuori dall’ufficio.
«Beh?»
«Ciao, siamo appena arrivate, dice che la macchina è pronta, tua sorella sta parlando al telefono, com’è andato il lavoro?»
«Bene.»
«Perché hai messo di nuovo le scarpe scomode? Hai ancora l’altro paio, quelle da ginnastica a casa, vero?»
«Sì.»
«E perché hai messo quelle? Hai detto che ti fanno male.»
«Eh.»
Il meccanico esce dall’ufficio, è abbastanza sorpreso di vedere una famiglia intera per ritirare una macchina. Non posso dargli torto. Entriamo nel garage, lui ci spiega qualcosa che ha che fare con una cinghia di trasmissione, non ho capito molto, non mi intendo per niente di motori, ho provato a spiegarlo a mia madre, ma lei continua a dire che comunque ne so più di lei. Mentre torniamo a casa, io e mia sorella su un’auto, mia madre nell’altra, quella con la quale erano venute, noto che l’allergia di mia sorella è peggiorata.
«Come stai?»
«Bene.»
«Come va la faccia?»
«Ieri ho fatto le analisi, non dovrei avere altre allergie.»
«Allora perché è così?»
«Non lo so, sono allergie, non ci si può fare niente.»
«Ma tu stai bene?»
«Sì, te l’ho detto, madonna.»
Continuo a guidare in silenzio, lei fa qualcosa sul cellulare, mi ha detto che anche lei si è lasciata da poco con il suo ragazzo.
«Stanotte ho sognato che davo un pugno a un fascista.»
«Che cazzata.»
«Perché?»
«Perché è stupido.»
«È divertente.»
«Come no.»
«Guarda che non era il tuo ex come si chiama.»
«Ancora. Non era un fascista.»
«Diceva che era contento che il nonno avesse le stampe del Duce sul corridoio.»
«Scherzava. Madonna oh, uno non può più dire niente.»
Parcheggio sotto casa di mia madre, saluto mia sorella e riparto, devo ancora finire il trasloco e stasera avevo promesso a Laura che avremmo cenato insieme. Quando scendo dalla macchina sono stanco, non tanto fisicamente, ma mi sento stanco. Faccio dei respiri profondi, la mia counselor ha detto che può essere di aiuto.
Entro nel palazzo dove abito (o abitavo a questo punto) dietro alla Signora Vicina, una donna bionda e non curata della quale non ho mai saputo il nome. Sono entrato in contatto soprattutto con le due donne filippine che vengono ad accudire la madre della Signora Vicina. Suonano il mio campanello ogni sera, tra le 20:40 e le 21, perché sanno che io e Laura le conosciamo. Mi sono sempre chiesto come abbiano fatto a entrare quando io e Laura eravamo fuori. Una sera mi hanno detto che la Signora Vicina aveva promesso che le avrebbe fatto un mazzo di chiavi per entrare nel palazzo, ma dal momento che il nostro citofono ha continuato a suonare, suppongo che la cosa non sia andata in porto.
«Buonasera.»
«Buonasera.»
«Lei è la figlia della signora anziana al secondo piano, giusto?»
«Sì.»
«Ehm, ecco, volevo chiederle se ha pensato di fare le chiavi, per, ehm.»
«L’hanno disturbata?»
«No, macché, no, nessun disturbo, però, sa, adesso io mi sto trasferendo quindi.»
«Ho capito.»
«Forse avranno bisogno delle chiavi.»
«No. Le perdono.»
«Oh, beh, io non credo che.»
«Le perdono. Si fidi.»
«Ah.»
«Grazie, buona serata.»
La Signora Vicina sale le scale, si starà chiedendo come abbia fatto a essere così ingenuo da pensare che due badanti filippine possano prendersi cura di un oggetto così problematico come un mazzo di chiavi. Spero, comunque, di averla offesa.
Faccio una rampa di scale, tiro fuori le chiavi, che io invece perdo spesso, ed entro in casa.
«Ehi».
«Ciao!»
Laura mi sorride, è sul divano che sta leggendo una rivista in inglese, la luce soffusa di una lampada a sale rosa le illumina il viso. Ha i capelli corti tutti arruffati e le pochissime lentiggini sul viso sono valorizzate dalla luce calda della lampada. Mi avvicino, le dò un bacio sulla guancia prima di togliermi le scarpe, ma per questa volta non ci fa caso che non me le sono tolte sull’uscio, anzi, mi chiede se ho pensato a cosa ho voglia di mangiare.
«Non lo so. Tu di cosa hai voglia?»
«Potremmo fare del riso.»
«È vero.»
«Oppure, non lo so, a te va il riso?»
«Sì, perché no.»
Mi tolgo le scarpe, la camicia, la giacca, tutto, mi metto in tuta anche se dovrei andare prima a fare la doccia, ma non ne ho nessuna voglia. Mi siedo vicino a lei sul divano, lei chiude la rivista e mi dà un abbraccio.
«E invece una pizza?»
«Che buona idea. Sei sicura?»
«Sì, dai, è l’ultima sera.»
Chiama lei la pizzeria che sta in centro, è di proprietà di due iraniani che usano il lievito madre per l’impasto, ci siamo andati un sacco di volte, la pizza è ottima.
«Hai visto tua madre oggi?»
«Sì, anche mia sorella. Sarà uno spasso.»
«Immagino.»
«Non ho voglia di vivere lì. Penso che cercherò qualcosa per conto mio.»
«Hai dei soldi tuoi, fai bene.»
Sì, ho dei soldi miei, è da quando ho capito che non avrei mai potuto ambientarmi nella mia famiglia – quindi compiuti i quindici anni – che volevo dei soldi miei: volevo andare via e sognavo di farlo proprio con una ragazza come Laura. Ironia della sorte, avevo incontrato una ragazza come Laura, anzi, meglio, Laura in persona, prima di scoprire che le relazioni, al contrario della Fibra Ultraveloce, non semplificano la vita. Forse sono stato troppo duro nel giudicare il mio lavoro.
«Io non voglio che ci lasciamo.»
«No, nemmeno io.»
Lo abbiamo detto a turno almeno cinque volte a testa nell’ultimo mese, tanto che ormai non ha nemmeno più importanza chi pronuncia la prima battuta e chi la seconda. Lei mi ha detto che non avrebbe mai smesso di starmi vicino e io le ho risposto che non c’era mai stato nessuno di così importante nella mia vita.
«Ho fatto un sogno stanotte.»
«Uh, ma pensa, cosa hai sognato?»
«Ho sognato che davo un pugno a un fascista.»
Laura scoppia a ridere fortissimo, ha una risata che si prende la stanza. Ovviamente mi metto a ridere anche io. Lei mi guarda dritto negli occhi, senza smettere di ridere.
«Hai fatto bene!»

Y.

scritto da Linda Mongiovì

Nello specchio dell’universo parallelo
C’è un luogo
Dove tu ed io
Siamo altro.

Ma non qui.

Qui c’è solo
La pioggia
Le auto e il loro cauto incedere bagnato
E ad ogni moto un canto
Vibrato di divano.

Verrà un tempo per noi
E sarà tardi
Sul limitare del giorno
-un tempo in cui noi
Vorremo

Ma sarà tardi
Sul limitare
Del giorno.

E allora ci vestiremo d’atti mancati
E appenderemo il giorno nell’ingresso
Pronto per essere indossato ancora.

Ascolta Y. letta dall’autrice

Amore dispari

scritto da Vanni Santin

Salì a fatica sull’autobus, aggrappandosi ai maniglioni delle porte automatiche e facendo forza per riuscire a non buttare tutto il peso sulle gambe stanche. Salutò l’autista, timbrò il biglietto e si sedette sul sedile di plastica rosso, quello per anziani, invalidi e donne incinte. Continua a leggere

Era aperto

scritto da Linda Mongiovì

Nessuno ha mai pensato all’imbarazzo di un portone aperto?
Che trovi già aperto
E tu dovresti citofonare
Invece
È già aperto
E non sai
Se citofonare comunque
O entrare salire le scale
Presentarti alla porta
Con tutto il tuo disagio accumulato
Dal non aver suonato
Perché chi sta dentro non si aspetta
Che tu arrivi alla porta
Senza prima
Citofonare

Perché restiamo irrisolti
Davanti a una soluzione
Perché
Non sappiamo
Semplicemente entrare
E quindi
Ci complichiamo
E quindi
Citofoniamo?

Ascolta Era aperto letta dall’autrice

El Chicho Y María

scritto da Carolina Crespi

El Chicho está listo. Pronto. Le braccia lungo i fianchi, tese, le ali serrate, El Chicho è l’Halcón del Rio Piura. Al fischio lui vola, rapace; allo sparo lui vince. Infilo le mani sotto il culo, il cemento è duro, non ci sono i cuscini o i sedili di plastica. Le mani rastrellano con le unghie la superficie liscia e mi tengono sollevata; sono io la più alta sugli spalti del Palaideal. La gradinata è decorata con un festone di serpente verdeoro che si aggrappa al soffitto e riluce, il suo corpo d’aria gonfio, allungato e curvo, pende sulle nostre teste, sulla mia, su quelle delle madri e dei padri, sulle teste di noi spettatori affezionati al campionato nacional. Continua a leggere

Dinamica

scritto da Aurora Dell'Oro

«Lasciamo stare». Lo dice in piedi nel salotto del bilocale, un salotto che fa anche da cucina e infatti dietro di lei c’è il piano cottura, sopra il piano cottura c’è la finta cappa e qualche magnete di posti più o meno lontani, che hanno visitato. Irlanda, Norvegia, San Marino. Gli Stati Uniti. In vacanza sono stati bene, pensa, ma neanche così tanto, si contraddice. Ci si adeguava. Ci si metteva della fantasia. La novità del posto faceva il resto. Di sicuro c’era dello sforzo, un po’ di accondiscendenza e una sana dose di altruismo. Tutte cose nobili e pure, completamente inutili. È ancora dentro al cappotto, di un brutto color beige, però caldo. Gliel’ha regalato sua madre per gli inverni da fuorisede. Le mani, in tasca. Segue con le dita il profilo seghettato delle chiavi. Quando ha finito, appallottola uno scontrino. Dev’essere recente, la carta fragra. Continua a leggere

Io non so mai niente

scritto da Daniele Gnigne Vaienti

Io non lo so
io non so mai niente.
Crediamo di essere bianco e nero
sotto al sole forte
e forse siamo arcobaleno
nel nero della notte.
Non chiedere a me
io so sempre poco
gli sbagli per esempio
li so sempre e solo dopo.

Tu ricordami
ricordami che siamo fatti
di atomi, attimi e letti sfatti
in questo grande mondo
di piccoli uomini
siamo tutti fatti di difetti
siamo meravigliosi disastri perfetti.

Siamo baci restituiti
perché rubati a tradimento
siamo i vestiti
spogli di noi sul pavimento.

Ricordami che siamo fatti di attese
e inesattezze
circondati da uomini deboli
e superpotenze
siamo eroi
noi
che ostentiamo incertezze.

Io poi non lo so
io non so mai niente
però l’ho capito
che abbiamo una scadenza
che siamo distrazioni
collisioni
destinate all’assenza.

E non è una questione di fiducia
è che la carne è carne
e quando è viva
brucia.

E noi
siamo carni umide
e mani sudate
Mani che s’erano fatte ruvide
a furia di carezze non date.

Ecco
le mani
amiamoci le mani
se di più non siamo capaci
amiamoci domani
oggi lasciamo che resti un gioco
com’era fino a ieri
ma quando giochiamo
anche se vale poco
facciamo i seri.
Inventiamo le regole volta per volta
come si faceva da bambini
prima del sesso
dei pompini
e di tutte quelle regole
dei giochi dei grandi
che non siamo mai stati capaci d’imparare.

Se tracci una linea
a collegare
tutti i miei punti deboli
viene fuori il disegno del tuo sorriso.

Io non so mai niente
però lo so
che te ne andrai senza preavviso.

Adesso però baciami
lasciami sognare un altro po’
dopo vado a letto
prometto.

Ascolta Io non so mai niente letta dall’autore

Aliena

scritto da Irene Doda

Un ronzio e poi uno schiocco, una ventosa che si stacca da un vetro. Amelia apre prima la bocca e poi gli occhi. Ha le ciglia ancora appiccicate dal mascara. Vede una cimice aggrappata al lampadario. L’insetto è scuro, un grumo che si allarga sul paralume. Si arrampica lungo la superficie liscia, raggiunge la ghiera. Resta lì, in posizione verticale, con le zampe abbarbicate alla barra di metallo.
Amelia si alza sui gomiti e guarda il display del telefono. Sono le quattro e trentasei. Il vetro della finestra vibra sotto i colpi del vento. C’è l’odore bruciacchiato dell’autunno che arriva. O forse è il vicino che dà fuoco a cumuli di foglie nel cortile sul retro. Sul letto, accanto a lei, è rimasta la forma del corpo di Dario: un avvallamento leggerissimo sulle lenzuola, un incavo nel cuscino. Deve essere uscito dopo le undici, quando lei era già addormentata. Sul cellulare le ha lasciato un messaggio: sono in turno, smonto alle sei. Ci sono anche l’emoji di una coccinella e quella di un quadrifoglio. Amelia alza nuovamente lo sguardo verso la cimice, che però è scomparsa.
Incapace di riaddormentarsi, si infila le calze che Dario ha lasciato appallottolate sotto il cuscino. La casa è calda e odora vagamente di ceci bolliti e peperoni al forno. Amelia si sente sporca, di ritorno dal lavoro non ha fatto la doccia. Ha ancora l’impasto secco appiccicato sotto le unghie. Agogna l’acqua calda, ma ha paura di ritrovarsi l’insetto sul corpo nudo. Il solo pensiero le provoca un brivido violento che parte dalle dita dei piedi. Il bagno sa di umidità e di un deodorante chimico che Amelia ha sparso nel water. Fissa la doccia per un po’, indecisa sul da farsi, poi si sposta in camera della bambina. È l’unico posto della casa che non ha odore.
La bambina dorme con una gamba sollevata e la manina tesa a sfiorarsi l’alluce. Ha una maglietta con disegnato un bradipo sorridente. Lei non sorride. Non piange e non sorride mai, da quando è venuta al mondo. È nata in silenzio, mentre Amelia gridava e torceva il dito medio dell’ostetrica. La bambina era uscita da quel caos di sangue, silenziosa e con gli occhi spalancati: una quiete mostruosa, solo l’ostetrica che ansimava, mentre riprendeva fiato con il dito fratturato.
Amelia era tornata a lavorare al pastificio poche settimane dopo il parto. Si sentiva riempita di un’energia che forse aveva a che fare col sollievo di essere di nuovo leggera, forse con quella forza creatrice si dice le donne abbiano quando si scoprono in grado di dare nuova vita. Aveva fatto straordinari continui da quando era rientrata dal congedo di maternità, come se la sua carne fosse lava di un vulcano, le sue dita delle armi senza controllo. Impastava a gran velocità, non si fermava per mangiare, era investita da un fuoco sacro che non le faceva avvertire fame, sonno, né altre emozioni.
Eppure, quando tornava a casa e prendeva in braccio la bambina si raggrinziva come un alimento sottovuoto. Guardava la piccola, l’abbracciava, contava le dita delle mani e dei piedi. Ma quella parte dentro di sé che avrebbe dovuto colmarsi di gioia restava congelata. Andava a dormire presto, all’alba saltava come una molla e sfogava tutta la forza aliena nel lavoro, ogni giorno più estranea alla creatura placida che era uscita dal suo grembo, sempre più lontana e frastornata da quello strambo miracolo.
Amelia vorrebbe prenderla in braccio, la bambina. Dicono che le madri trasmettano il calore ai figli quando li stringono al proprio corpo nudo. Lei è nuda, dalla vita in su. Si guarda la pancia raggrinzita e le pare bella, famigliare. I capezzoli si sono ingranditi, sono spuntati dei peli neri. Amelia è a casa nel suo corpo. Le pare più maschile, più forte da quando ha partorito.
La bambina invece è solo un’ombra. Non ha un corpo, solo un contorno: un tondo al posto della testa, delle linee interrotte al posto degli arti, delle minuscole dita brulicanti, che si stringono, si aprono, si stringono, in un movimento intermittente e insopportabile. Chissà cosa sta sognando. Ed ecco la cimice che ritorna: sbatacchia sullo stipite della stanzetta, vola verso il fasciatoio, ci si posa per qualche istante, poi riprende il volo, torna indietro ronzando verso la porta.
Passano dieci minuti, venti, forse un’ora. Amelia è ancora lì, in piedi, con il cuore che batte a ritmo irregolare, a volte salta un colpo. L’oscurità si è rotta, dalle tapparelle abbassate si spande una luce grigia. Amelia fa un passo verso la cimice. Varca lo stipite della porta. Entra in bagno. Afferra il deodorante chimico che ha usato per il water, ha una confezione blu con la foto di un golden retriever con la lingua di fuori. Dario avrebbe voluto un cane, pensa. Forse lo adotteranno quando la bambina sarà cresciuta. Ne hanno parlato da poco. Il cuore salta un altro battito.
La stanzetta vuota ormai è striata dell’arancio dell’alba e il vento sembra essersi placato. L’ombra della cimice vaga per la stanza con il suo vibrare. La bambina mugola e si gira nuovamente, ora è sulla schiena, con le mani e le braccia aperte. L’insetto si ferma di botto sul vetro della finestra. Amelia gli punta contro la bocca del nebulizzatore e preme la levetta rossa. Uno spruzzo, poi due. La cimice si stacca dal vetro e cade a terra sulla schiena, investita dalle gocce di veleno. Amelia prende di nuovo la mira.
L’insetto inizia a rimpicciolire: perde una zampa, poi due, si accartoccia su se stesso, una foglia nel fuoco. Smette di muoversi. Non ha più gli arti, è una massa tremolante sempre più piccola, tendente al nulla. Le minuscole zampe della cimice sono sparse intorno a lei, come in foggia decorativa. Amelia ha le calze imbevute di quel disinfettante disgustoso. La bambina non si è ancora svegliata. È sempre ferma, con il suo contorno indefinito. Il sole è sorto sopra gli alberi ingialliti, sopra le foglie morte e quelle bruciate dal vicino.
Dario gira le chiavi nella toppa. Amelia deve pulire: il vetro, il pavimento, il corpo smembrato della cimice. Deve andare a preparare il caffè. A piedi nudi, con le calze appallottolate in mano come per nascondere un crimine orrendo, bacia Dario e si infila nella doccia, con l’acqua calda e la luce che sciacquano via i residui della pasta incrostata e gli odori della notte.

La caccia

scritto da Francesca Cosmai

Ana cerca di parlare più forte che può per non far scomparire il rumore della sua voce in mezzo a quello del vento.
«È alle medie con me. Mi ha detto che viene sempre così nelle foto, come se si muovesse, sfocato. Da allora lo chiamo Lo Sfocato», abbozza una risata.
Nora davanti a lei si ferma, guarda indietro, fissando un punto lontano, e chiama «Debou! Debou, siamo qua.» Continua a leggere