Tienimi

scritto da Anita Renchifiori

I’ll stand by you
Won’t let nobody hurt you
I’ll stand by you
Take me in, into your darkest hour
And I’ll never desert you

I’ll stand by you, The pretenders

Mi era tornato il mal di schiena, ed era il momento peggiore. Sull’aereo che da Londra ci riportava in Svizzera avevo preso un antidolorifico, approfittando del fatto che Eva si era addormentata. Dormiva col cappuccio che le copriva la fronte e il mento affondato nelle mani, come se la sua testa, nel sonno, cercasse di liberarsi da un peso.
Adesso che eravamo lì in quell’anticamera ad aspettare, avevo male di nuovo. Ho cercato di mettermi diritta, ma su quella sedia non c’era verso: anziché distendermi, mi inarcavo, respinta dalla curva dello schienale. Eva, immobile, leggeva una rivista. La teneva aperta all’altezza degli occhi, e la sua testa la vedevo solo a pezzetti: una punta di orecchio, lo zigomo, l’attaccatura dei capelli.
«Qualcosa di interessante?» le ho chiesto.
Ha posato la rivista sulle ginocchia e mi ha guardato. Ha gli occhi nocciola come la mamma, ma c’è del verde da qualche parte, anche se non sai bene dove.
«Un test» mi ha risposto. «Definisci te stesso in quattro parole.» Ora che la sentivo parlare, il suo italiano mi sembrava perfetto. Forse non c’era bisogno della scuola inglese.
«Ho mal di schiena» le ho risposto.
Eva ha alzato le sopracciglia, come se si aspettasse che dicessi qualcos’altro.
«Non va bene?» ho chiesto. «Sono quattro», ho contato sulle dita.
«Sì, ma non è una cosa che sei, è una cosa che hai.»
Mi è uscito un mezzo sospiro. «Credimi, in questo momento non fa differenza.»
Eva ha infilato di nuovo la testa nella rivista. Se non altro, era la conversazione più lunga che avessimo avuto da quando ci eravamo imbarcate a Heathrow.
Ho appoggiato il palmo delle mani sulla sedia, cercando di alzarmi. Il dolore era proprio lì, un dito indice infilato tra le vertebre lombari.
«Non ti prendi niente per la schiena?» mi ha chiesto.
Ho scosso la testa. «Mi fa male solo quando mi tiro su.» Bugiarda.

La porta di fronte a noi si è aperta e si è affacciato il preside. Era calvo, come nella foto che avevo visto sul sito, ma gli occhiali erano diversi, con la montatura dorata. È un occhiale che non mi ispira nessuna fiducia e l’ho odiato all’istante.
«Bruni?» ha detto, rivolto ad un punto imprecisato nella stanza. C’eravamo solo noi, quindi vallo a capire.
«Sì.» Ho preso il cappotto dalla sedia e ho fatto segno ad Eva di alzarsi.
«Vorrei prima discutere un paio di cose» ha aggiunto il preside, guardando solo me.
«Per te è ok?» ho chiesto ad Eva.
Lei ha annuito.
Entrando nell’ufficio l’ho vista che si toglieva le scarpe e si sedeva a gambe incrociate. Non riuscivo a decidere se fosse una buona cosa o no e, per un attimo, mi sono confusa.

Il preside ha fatto un gesto con la mano, a indicare l’altro lato della stanza. «Le presento Miss Abigail, la nostra insegnante di educazione fisica.»
In piedi contro la parete c’era una biondina in calzamaglia rosa e body blu elettrico. Aderiva così bene alla tappezzeria che, non fosse stato per i colori che aveva addosso, di lei neanche mi sarei accorta.
Si è spostata in avanti, scollandosi dalla parete. Tic, ha fatto il suo piede.
«Ho ritenuto importante che potesse unirsi a noi» ha continuato il preside, «il benessere psicofisico dei nostri allievi le sta molto a cuore.»
Ho pensato: solo a lei?
«Mind-body connection» ha detto Miss Abigail, muovendo una bocca piccola e lucida, color pesca.
Il preside si è schiarito la voce e, come fosse un segnale, Miss Abigail è tornata ad attaccarsi al muro. Magari è un sistema di allenamento, ho pensato. Di quelli che, se li fai con costanza e dedizione, rinforzano i muscoli dorsali e ti evitano il mal di schiena.
«Si accomodi» ha aggiunto il preside.
Ho tirato la sedia verso di me e mi sono seduta. Era identica a quella della sala d’attesa.
Sulla scrivania c’era un fascicolo marrone. Il preside lo ha aperto, ha preso il primo foglio e, con due dita, lo ha fatto scivolare verso di me. «Penso che questo ci sia arrivato per sbaglio.»
L’ho riconosciuta prima ancora di averla davanti: era una pagina dei documenti di divorzio. La cinque, per essere precisi. Non era un buon inizio. L’ho presa e l’ho infilata nella borsa, senza guardare.
Il preside si è schiarito di nuovo la voce. «Bene, ora, cerchiamo di capire la situazione.»
Ho annuito.
«La nostra Eva si trasferisce qui in via temporanea e lei sarà il tutore legale. Corretto?»
«Corretto.»
Ha intrecciato le dita, facendole ricadere sul fascicolo aperto. «Cambiare scuola a metà anno non è banale. Immagino sia stato ben riflettuto.»
La settimana prima, quando il telefono aveva squillato, ero appena uscita dalla doccia. «Devo entrare di nuovo» aveva detto mia madre. «Puoi occuparti di Eva? Per favore.» Lo so cosa è stato. È stato il tono della sua voce: il tono di quando ha finito le soluzioni.
«Certamente» ho risposto al preside. «Ne abbiamo discusso.»
Ha annuito, allineando bene tutti i fogli che aveva davanti. «E lei come la vede?» mi ha chiesto.
Al telefono, mentre mia madre parlava, l’asciugamano sulla mia testa si era sciolto, ma senza cadere. Dopo un po’, ho smesso di ascoltarla, distratta dalle goccioline che mi scendevano per il collo.
«Beh, è un po’ presto per dirlo» ho detto. «Siamo arrivate oggi.»
«Giusto giusto. Ci vuole un tempo di adattamento.»
Miss Abigail ha fatto di nuovo un passo avanti, con disinvoltura, come se durante il giorno non facesse altro che staccarsi e riattaccarsi alle pareti. Il preside l’ha guardata come se lo avesse preso alla sprovvista, ma Miss Abigail stava fissando me.
«Con i ragazzi bisogna saper empatizzare» ha fatto lei, «put yourself in their shoes, come diciamo noi in inglese.»
Cominciava a darmi sui nervi.
«Pensavo fosse importante sempre» ho detto.
«Ma certo! Eva è left handed o right handed?»
Non capivo che bisogno ci fosse di fare metà delle frasi in inglese. Forse dire mancina le suonava male.
«Non saprei» ho risposto. «È fondamentale?
«Beh, i left handed sono creativi, sensibili, meno razionali.»
«Mhm.»
«Io ne so un po’, di psicologia. Col lavoro che faccio…»
Ho accavallato le gambe, facendo finta di sistemarmi.
Miss Abigail ha fatto un passo indietro. Tic.
Il preside guardava una foto incorniciata sulla scrivania. «Quello che la mia collega vuole dire» ha cominciato, spingendo la cornice indietro di un millimetro, «è che vogliamo aiutare Eva a relazionarsi con questa nuova esperienza.»
«È una ragazza intelligente.» Nella foto c’erano due bambini sui cinque anni, che sembravano gemelli.
«Senz’altro, non siamo qui per dire il contrario. Ma non bisogna sottovalutare l’aspetto psicologico.»
«Non bisogna» ho ripetuto.
«Un buon sostegno, dato con gli strumenti giusti, può aiutare moltissimo.»
«Suppongo di sì.»
«Quindi vede che siamo sulla stessa linea.»
Nella mia borsa, il telefono si è messo a squillare. L’ho preso. Cris, è apparso sullo schermo. Ho schiacciato Rifiuta.
«Scusate» ho detto, «diceva?»
Miss Abigail ha ticchettato di nuovo. «Ha già pensato a portarla da uno psicologo?»
«Non è un po’ presto? Voglio dire, non bisogna prima darle un po’ di tempo…»
«Giusto giusto» il preside ha spostato di nuovo la cornice, in avanti questa volta. «Vogliamo solo anticipare. Essere preparati. Capisce?»
Non capivo. Peggio ancora, non riuscivo a concentrarmi sulla conversazione. Forse se Miss Abigail avesse smesso di ticchettare, se Cris non mi avesse telefonato, o se la sedia fosse stata più comoda, sarei riuscita a stare più attenta.
«Magari ne riparliamo» ho detto, «adesso vorrei portare mia sorella a casa.» Finalmente ero in piedi, il cappotto schiacciato contro la borsa.
«Certamente. Era solo per anticipare. Insomma, capiamo la vostra situazione.»
Davvero?, mi son detta. Perché io ancora no.

Una volta salite sul taxi, pensavo che Eva mi avrebbe chiesto qualcosa della scuola. Invece ha aperto lo zaino e ha tirato fuori la rivista.
«L’hai portata via?» le ho chiesto.
Ha alzato le spalle. «Non avevo finito.»
«In teoria la mettono lì perché possano leggerla tutti.»
«Se non c’è più, a nessuno verrà voglia.»
Ho lasciato che la mia schiena scivolasse più in basso contro il sedile. Ero stanca di stare scomoda. Eva già si era rimessa a leggere. Oh, al diavolo. Mi sono tolta i mocassini con i piedi.
«Tu che hai risposto?» le ho chiesto.
Lei mi ha guardato.
«Il test di quattro parole, cosa hai risposto?»
È tornata indietro di qualche pagina.
«I’ll stand by you.»
Ho alzato le sopracciglia.
«Come la canzone», ha aggiunto.
«Quale canzone?»
«Quella dei Pretenders.»
Dovevano essere i cantanti. Ma che nome era?
Dallo zaino, Eva ha tirato fuori una penna. Si è messa a fare uno di quei giochi in cui si devono unire i puntini. Era mancina. Ovvio che era mancina.

Cris era seduto sui gradini del portico, con una gamba semidistesa e la nuca contro la balaustra. Aveva un milione di difetti, ma dei capelli bellissimi, naturalmente soffici. L’ho sempre pensato. Ma si poteva amare qualcuno solo per i suoi capelli?
«Lo so cosa vuoi» gli ho detto mentre aprivo il cancello. «Non c’è bisogno che mi chiami cinquanta volte.»
«Lo sai?» ha risposto, con l’aria di uno che non sa di cosa stai parlando.
«Eva, tesoro, ti spiace entrare in casa?» Le ho allungato il mazzo di chiavi. «Adesso vengo.»
Cris si è alzato per farle spazio ed Eva gli è passata accanto come se non lo vedesse neanche.
«È arrivata tua sorella?» mi ha chiesto, venendomi incontro.
«Non si vede? E non è arrivata, sono andata a prenderla stamattina.»
«Non è molto socievole. E non ti somiglia.»
«No? Pazienza.» Ho aperto la cerniera della borsa. «Tieni.» Gli ho messo il foglio in mano. È caduto e Cris lo ha raccolto. Era tutto stropicciato, e lui continuava a guardarmi come se non capisse.
«Pagina cinque», ho detto. «Sei libero. Cioè, quando li avrai firmati, sarai libero.»
Ho cominciato a salire i gradini del portico, tirandomi dietro il trolley. Bam bam, facevano le rotelle di plastica contro il marmo.
«Elena, ti fermi un attimo e parliamo?»
«Sono stanca e mia sorella mi aspetta.» Bam.
«Ero venuto per dirti una cosa» mi ha gridato mentre chiudevo la porta.
«E io non voglio saperla!»

Eva era in anticamera, seduta sulla sua valigia, il cappotto ancora addosso. Giocherellava con un elastico per i capelli. Se lo arrotolava tutto intorno al dito indice e poi lo srotolava.
«Vieni» le ho detto. «Mettiamo le cose in camera tua.»
Si è alzata e ha sollevato la valigia. Aveva le braccia lunghe e magre, senza nemmeno l’ombra di un muscolo.
«Puoi trascinarla» ho aggiunto, alzando il mento verso la valigia.
«Non si rovina il parquet?»
«È già rovinato.»
Ho acceso la luce della stanza a piano terra: c’erano un letto e un armadio a muro, dello stesso legno chiaro. Doveva essere una camera per gli ospiti ma non l’avevamo mai usata granché. Ogni tanto, quando io e Cris litigavamo, ci andavo a dormire. A pensarci bene, era stupido: avrei dovuto mandarci lui.
«È un po’ spoglia, mi spiace» ho detto. «Ma possiamo comprare qualcos’altro. E a ridipingerla non ci metto niente. C’è un colore che ti piace?»
Eva ha fatto no con la testa. «Bianco va bene.»
«Certo. Come vuoi.»
Si è seduta di nuovo sulla valigia. Una poltrona, ho pensato, devo comprarle una poltrona.
«Anche a me piace il bianco» ho detto, «Sembra di avere più spazio.»
Eva ha intrecciato le mani. Si era messa l’elastico al polso. «Una sera con la mamma abbiamo ridipinto la mia camera. Ma non le piaceva mai il colore. Alla fine, c’era vernice dappertutto.»
Ho appoggiato la schiena contro la parete.
«Diceva che potevamo vincere un premio. Sai, tipo il Turner.» Si è alzata di scatto. «Ti spiace se mi riposo un po’?»
«Fai come ti senti. Il bagno è qui dietro. Se vuoi darti una rinfrescata.»
Si è seduta sul letto. Mentre chiudevo la porta, l’ho vista sdraiarsi su un fianco. Si è tirata su il cappuccio della felpa, ha chiuso gli occhi e non si è più mossa, come se da qualche parte avesse un bottone per mettersi in pausa.

Sono andata in salotto e ho acceso il computer. Sulla pagina di ricerca di Google, ho scritto “Turner prize”. C’erano tutti i vincitori delle ultime edizioni. Nel 2017 aveva vinto un quadro che raccontava di una nave in cui tutti i passeggeri diventavano ciechi tranne uno. Ho chiuso gli occhi. Ho provato a immaginarmi la camera dipinta da mia madre come un’opera d’arte, ma lo sapevo com’era andata: aveva fatto un casino. Ho sentito una fitta alla schiena e ho chiuso il computer.
Il telefono ha vibrato. Un messaggio di Cris: «Per il divorzio mi servono le altre pagine!»
L’ho lanciato sul divano. Sono salita in camera e ho preso un antidolorifico senza acqua: era farinoso, e mi si è fermato in mezzo alla gola. Quando finalmente è andato giù, ho cominciato a rovistare tra le carte che avevo sulla scrivania.
La busta era ancora lì. Come avevo fatto a dimenticarmi? Ho tirato fuori i documenti. C’erano tutte le pagine, tranne, ovviamente, la cinque.
Con i fogli in mano, sono uscita sul balcone. Lo stucco della balaustra era rovinato. Una volta Cris si era offerto di ripararlo. Era appena tornato da un viaggio e aveva uno dei suoi slanci in cui gli venivano mille idee per rendersi utile. Poi era ripartito e, ovviamente, non se n’era fatto più nulla. È come se Cris avesse qualcosa, dentro, che non sta mai fermo. E io non lo sopporto, il suo dentro instabile.
Ho preso i fogli uno per uno. Li tenevo sospesi tra il pollice e l’indice e poi li lasciavo andare, ma il vento, soffiando contro, li rispingeva verso di me.
Quando è diventato buio sono rientrata. In salotto, ho preso il telefono dal divano e mi sono sdraiata.
«Se li vuoi vieni a prenderteli» gli ho scritto.
«Tu sei impazzita» mi ha risposto Cris.
Ho pensato: e tu che ne sai?

Il giorno dopo era sabato. Avevo apparecchiato per la colazione e stavo mandando giù una compressa di paracetamolo, quando Eva è entrata in cucina. Aveva la stessa tuta con cui aveva fatto il viaggio da Londra e teneva le mani infilate nelle tasche della felpa: la tirava così in basso che sembrava volesse farle cambiare forma.
Ho coperto la scatola delle compresse con lo strofinaccio. «Dormito?»
Lei mi ha guardato. Il verde dei suoi occhi si era come addensato al centro, e brillava. «Se devi prendere delle cose per la schiena non c’è bisogno che le nascondi per me.»
«Non le nascondo» ho mentito.
Ho versato il tè in una tazza e gliel’ho passata. «C’è del latte, se vuoi.»
L’ha presa e se le è portata alle labbra. Beveva a piccoli sorsi, e, ogni volta che appoggiava la tazza sul tavolo, la circondava con le mani, come se fosse lei a doverla tenere insieme.
Ho preso lo strofinaccio, l’ho piegato e l’ho messo sulla spalliera della sedia. Eva ha guardato la scatola, ma solo un attimo. Ho aperto il cassetto delle posate e ce l’ho messa dentro.
«La camera» ho detto mentre lo richiudevo, «alla fine, di che colore l’avete fatta?»
Si è seduta, gli occhi fissi sulla tazza. «La mamma ha detto che ci serviva altro colore. Mi ha chiesto di accompagnarla. Ma era tardi e mi scoppiava la testa.»
Il tostapane dietro di me è scattato. Ho tolto il pane e l’ho messo su un piatto, al centro del tavolo.
«Eravamo state tutto quel tempo in mezzo all’odore della vernice» ha detto, guardando sempre la tazza, «Volevo solo farmelo passare.»
Quando ha chinato la testa, i suoi capelli hanno sfiorato il bordo del tavolo, scoprendole il collo.
Ho aperto il vasetto del miele e l’ho richiuso.
«Lo so. Cioè, ti credo.»
Eva ha alzato gli occhi. «Mi credi?»
«Sì.»
Il suo sguardo si è spostato verso la finestra alle mie spalle. «L’uomo che c’era qui ieri» ha detto. «È tuo marito?»
«Si, ma non ancora per molto.»
«Non sapevo fossi sposata.»
Ho sospirato, «E io non sapevo fossi mancina.»
Eva mi ha fissato, con una faccia incerta. «Adesso è lì comunque.» Ha sollevato un po’ il mento.
Mi sono girata e ho guardato attraverso il vetro.
Cris era in piedi in mezzo al giardino, il busto proteso sulle ortensie. Stava cercando di prendere uno dei fogli che avevo sparso la sera prima. Spostava i fiori lilla, da una parte e dall’altra, ma quello si era impigliato proprio in mezzo a un cespuglio.
«Torno subito» ho detto.

Sono uscita così com’ero, in vestaglia e a piedi nudi. Era fine marzo, ma ancora al mattino faceva freddo. Subito, il marmo degli scalini mi ha gelato i piedi.
«Cosa ci fai qui? Esci dai miei fiori» ho detto a Cris.
«Mi hai detto tu di venire. Hai fatto un casino con questi» ha detto allargando le braccia. «Ti sembra normale?»
«Raccogli quello che hai seminato» ho risposto.
«Sei tu che vuoi il divorzio!»
«Perché non è un matrimonio!»
«Non gridare.»
«Grido quanto mi pare.»
Cris è uscito dall’aiuola e si è seduto sull’erba.
Ho sceso i gradini e sono entrata anche io nel prato. L’erba era piena di goccioline. Da freddi, i miei piedi sono diventati umidi. Quando gli sono arrivata vicino, Cris mi ha abbracciato i polpacci.
«Così ti congeli» ha detto, con le labbra che sfioravano le mie gambe.
Mi sono inginocchiata e gli ho preso la testa fra le mani.
Si è sdraiato, facendomi scivolare a terra con lui.
Ho appoggiato la testa sul suo torace. «A che ora sei arrivato?», ho detto.
«Ero parcheggiato qui fuori.»
«Hai dormito in macchina?»
«Era il posto più vicino al tuo cuore.»
Ogni tanto, quando era ansioso, gli uscivano queste frasi fatte, e non sapevi mai se ci credesse davvero oppure no.
Ho sospirato e ho infilato i piedi tra le sue gambe.
«Da quando giri scalza?» mi ha chiesto.
«Mhm. Da ieri.»
«Ti sei stufata delle scarpe?»
«Eva se le toglie sempre», ho detto. «È come se dovunque si trovi, debba sentire quello che c’è sotto i suoi piedi.»
«Almeno adesso avete qualcosa in comune. A parte quella svitata di tua madre.»
«Mhm.»
«Come va la schiena?»
«Qui sdraiata, bene.»
«Ti fa sempre male?»
«È un’ernia. O si riassorbe o mi operano.»
«Mi raccomando. Ci tengo alle tue ossa.»
«Non è quello che mi preoccupa.»
«E allora cosa?»
«Niente.»
Cris ha liberato un braccio e mi ha accarezzato la schiena. «No, dimmi.» La sua mano si è fermata sull’osso della mia anca. «Elena: Dimmelo.»
«E se faccio una cazzata?» ho risposto. «Con Eva. Se non riesco a occuparmi di lei?»
«E perché dovresti? Poi non è che tu abbia avuto scelta… è tua madre che ha fatto casino.»
Ho chiuso gli occhi, cercando di pensare solo alla mano di Cris contro le mie ossa. Mi piaceva, quel peso. Così vicini, stavamo quasi bene, ma era come se insieme formassimo uno spazio concavo, che lasciava tutto fuori, e non si teneva niente dentro.
«Cris, perché sei venuto?»
«Ho comprato una barca.»
Mi sono tirata a sedere. «Cosa?»
«A vela.» Con le mani, ha disegnato un triangolo.
«Lo so cos’è una barca. Perché l’hai comprata, voglio sapere.»
«Allora, ci sono questi sponsor che ci propongono di fare un viaggio. Per rilanciare l’attività, capisci? Lavoreremmo da remoto e faremmo dei collegamenti video per i social… »
«Oddio.» Mi sono lasciata ricadere sull’erba.
«Verrai a trovarci. Appena ci siamo organizzati e vediamo che la cosa funziona…»
«Va bene, Cris. Ho capito. E quando parti?»
«Domani mattina.»
«Domani» ho ripetuto.
«Mattina. Dal porto.»
Ho tirato via il braccio dalla faccia. La prima cosa che ho visto, aprendo gli occhi, sono stati i rami della betulla. In mezzo, proprio sopra la mia testa, c’era una macchia bianca. Ci è voluto un momento perché mi accorgessi che non era un uccello, ma soltanto uno dei fogli che si era impigliato nei rami.
«Vieni a salutarmi?» mi stava dicendo Cris.

Eva era in camera sua. Se ne stava seduta sul letto, con l’iPad sulle ginocchia.
La sua valigia era esattamente dove l’aveva lasciata la sera prima, come se non l’avesse neanche aperta.
«Quell’armadio è vuoto» ho detto, «puoi metterci quello che vuoi.»
Eva ha sfiorato lo schermo col dito per mettere in pausa e mi ha guardato. «La prendo a mano a mano, così non devo disfarla tutta. Se non c’è bisogno.»
Ho annuito.
«Cosa guardi?»
«Un film.»
«Posso?»
Mi ha fatto spazio. Mi sono seduta accanto a lei e ha schiacciato play.
Jack Nicholson giocava a palla in una stanza gigantesca. «Shining?», ho detto.
Eva ha annuito, gli occhi fissi sull’immagine. «L’abbiamo visto alla televisione e poi l’ho scaricato. Ogni tanto riguardo dei pezzi.»
Sullo schermo è apparso un prato verde e, in mezzo al prato, un labirinto di siepi.
«Perché?»
Ha scrollato le spalle. «Lui impazzisce, ma lentamente. Gli altri un po’ capiscono, un po’ no. È fatto bene.»
Tra le siepi, Shelley Duvall correva dietro al piccolo Danny.
«Qui, per esempio, loro sono al centro del labirinto, ma non lo sanno», ha continuato. »Non capiscono cosa sta succedendo.»
«Lo guardi con la mamma?»
«No. Con lei guardiamo Britain’s got talent. Abbiamo anche un campanello. Per dare il golden buzzer.»
Ce la vedevo bene, mia madre.
«Domani la possiamo chiamare?» mi ha chiesto Eva.
«Domani?», ho ripetuto. Soltanto il giorno prima, mi avevano scritto che nostra madre aveva insultato un’infermiera e si era rifiutata di lavarsi i capelli perché nello shampoo c’erano i perturbatori endocrini.
«Vediamo» ho risposto. «Si sta ancora abituando alle medicine.»
«Secondo te uno lo può sapere prima se diventerà pazzo?»
«Prima quando?»
«Quando è più giovane. Per prepararsi.»
Mi è venuto in mente il preside, con la sua storia sull’anticipare. »Non lo so», ho risposto. »Magari ti accorgi che non stai tanto bene. Ma tutti ogni tanto non stiamo bene.»
«Tutti?»
«Mi sa.»
Eva ha annuito. «Lui è andato via?»
«Chi, Cris? Non è una novità.»
«Perché lo hai sposato se non sei contenta?»
«Si vede che non ero in me.»
Ha messo di nuovo in pausa e mi ha guardato.
«Va a fare un viaggio in barca, vuole che domani vada a salutarlo» ho aggiunto.
«E tu ci vai?»
«Non lo so. Mi fa male la schiena. E poi non credo cambierebbe granché.»
«Ma magari cambierebbe te. La mamma lo dice sempre.»
«Cos’è che dice?»
«Che le cose che non riusciamo a cambiare, a volte servono a cambiare noi.»
Ho schiacciato play, e, finalmente, Jack Nicholson si è mosso.

Si era alzato il vento, ma non era forte. Te ne accorgevi solo guardando l’acqua, che era tutta increspata e striata di bianco. Avevo lasciato la bicicletta vicino al pontile. Mentre la slegavo, ho guardato un’ultima volta verso il lago. Quando ero arrivata, mi era sembrato che al molo ci fossimo soltanto io e Cris. Adesso, invece, era pieno di vele, come se le barche, dopo aver esitato per chissà quale motivo, si fossero tutte decise a prendere il largo.
Lentamente, ho riportato il mio sguardo a riva: dall’acqua al legno del pontile, alla striscia di sabbia che diventava erba, ai tavolini del bar. E proprio lì, al sole, era seduta Miss Abigail. Se ne stava immobile, sul bordo della sedia, col busto inclinato in avanti e le mani sulle ginocchia, come se fosse pronta ad alzarsi da un momento all’altro. Ho rimesso la catena e mi sono avvicinata.
«Salve» le ho detto.
Miss Abigail ha alzato lo sguardo. Aveva gli occhi rossi e delle sbavature di mascara negli angoli.
«Ci siamo viste a scuola. Sono la sorella di Eva.»
«Lo so chi è lei» mi ha risposto, inarcando le sopracciglia.
Evidentemente nemmeno io le ero piaciuta, come lei non era piaciuta a me.
Ha preso un tovagliolino di quelli del gelato e si è tamponata le palpebre.
«Prenda questi.» Ho tirato fuori il pacchetto di fazzoletti che avevo in tasca. «Meglio che quella carta velina.»
Miss Abigail ha fatto un risolino, sfilandone uno. Senza trucco, aveva delle labbra sottilissime, rosa chiaro.
Ho appoggiato i fazzoletti sul tavolo.
«Lo vuole un caffè?» mi ha detto. C’era una nota timida nella sua voce. «Me lo stanno portando.»
Mi è tornato in mente quando l’avevo vista per la prima volta, appiccicata alla parete in tenuta da ballo.
«Perché no.» Mi sono seduta, e dopo poco è arrivata la cameriera, con un caffè e un éclair al cioccolato.
«Un…» Miss Abigail ha steso la mano verso di me. «…caffè?»
«Espresso», ho risposto, annuendo alla cameriera.
Miss Abigail ha guardato il piattino. «Non capisco perché qui li fanno così grandi, questi pasticcini», ha detto. «Io i dolci non li mangio mai.»
Stretta tra le sue dita, la forchettina da dolce sembrava una forchetta normale.
«Ne vuole un po’?» mi ha chiesto, alzando appena gli occhi verso di me.
Ho fatto no con la testa. «Aspettava qualcuno?»
«Non viene.» Ha affondato la forchettina nella glassa.
«Volevo solo vederlo un’ultima volta. Ma lui deve portare i bambini a hockey.» La pasta non si lasciava tagliare e Miss Abigail ha finito per usare le mani.
«Che razza di padre iscrive dei bambini di quattro anni a hockey?» ha continuato, tirando via finalmente un pezzo di pasta. «Non è per niente uno sport adatto. E io so di cosa parlo, mi creda.»
Ho pensato che forse Miss Abigail non si stesse facendo la domanda giusta, ma chi ero io per giudicare?
«È per questo che sta così?» le ho chiesto.
«Così? No, certo che no.» Ha portato alla bocca un altro pezzo di éclair e un po’ di crema del ripieno le è scesa sul mento. «Stavo perfettamente bene finché non ho letto quella storia sulle tartarughe.»
Il mio caffè è arrivato. Ho preso una bustina di zucchero e ce ne ho versato un po’.
Miss Abigail ha fatto una smorfia. «Dicono che quello di canna sia meglio, ma è uguale. Bisognerebbe berlo amaro, ecco qual è la verità.»
Ho smesso subito di versarlo. «Quali tartarughe?» ho chiesto, mettendo la bustina sul piattino.
Lei ha tirato fuori un giornale dalla borsa. «Hanno trovato una valigia piena di tartarughine delle Galapagos all’aeroporto. Avvolte nel cellophane. Si rende conto?»
Aveva gli occhi lucidi.
«Non so proprio come qualcuno possa fare una cosa del genere. It’s so… heartless.»
Stavo per chiederle se sapesse quante erano, ma non ero sicura che fosse una buona idea.
«E sa qual è la cosa peggiore?» ha continuato, pulendosi il mento con il dorso della mano, «la cosa peggiore è che ho pensato: adesso chiamo mia mamma e glielo dico, e poi mi sono ricordata che lei non mi parla and that just killed me, you know? That just about killed me!»
Adesso stava proprio piangendo.
Ho spinto i fazzolettini verso di lei.
«Grazie.»
«Perché non le parla?»
«Oh. È per questo uomo con cui stavo.»
«Quello che non è venuto?»
Miss Abigail ha annuito. «È per lui che sono qui. Stavo perfettamente bene ad Hereford, perfettamente.» Ha preso un altro fazzoletto. «Poi lui mi ha detto che si trasferiva qui e io come una cretina ho mollato tutto e sono venuta. Facevo la ballerina. Mi piaceva. Cantavo anche. Ma ho scelto lui. Odio questo posto. God, non so neanche perché le dico tutte queste cose. Lo so che non le piaccio.»
Era vero, ho pensato. All’inizio.
Si è soffiata il naso.
«Per caso li conosce i Pretenders?» le ho chiesto.
Lei mi ha guardato come se le avessi fatto una domanda idiota. «The Pretenders?», ha ripetuto, col suo accento inglese. «Certo che li conosco. Sono famosi. Mia madre è cresciuta a un isolato da Chrissie Hynde.»
Ho scosso la testa.
«Non conosce neanche la canzone che ha vinto il Grammy?» Ha cominciato a cantare, la testa bionda piegata da un lato. «When the night falls on you, you don’t know what to do. Nothing you confess, could make me love you less, I’ll stand by you… Davvero non l’ha mai sentita?»
«No» ho detto, «ma come la canta lei sembra molto bella.»
Ha quasi sorriso e, in quel momento, mi è sembrata piccola, molto più piccola di come me l’ero immaginata e degli anni che forse aveva. Piccola come la forchettina nelle sue mani.
«Lei come mai era qui?» mi ha chiesto.
«Io? Dovevo salutare qualcuno.»
«E si è visto?»
«Si è visto.» Mi sono alzata, portandomi una mano dietro la schiena. Alzarmi era sempre un problema.
«Forse dovrebbe chiamarla, sua madre» ho detto, «dirle delle tartarughe.»
«Oh, non dovrei più aver bisogno di una mamma. Alla mia età.»
Il telefono nella mia tasca ha vibrato. Eva: «Arrivi? Sta iniziando.»
«Cinque minuti» le ho scritto.
«Adesso devo andare. Io e mia sorella guardiamo un talent la domenica.»
«Oh» ha detto Miss Abigail. «Piacciono anche a me.» Con due dita si è pizzicata il labbro inferiore. «Lo sa che dovrebbe fare degli esercizi?»
«Lo so. Ma non sono buona, da sola.»
Lei ha giocherellato col fazzolettino, facendo una pallina. Si era appoggiata allo schienale e le brillavano gli occhi.

La situazione del piatto

scritto da Stefania Maruelli

C’era questo piatto col cervo, anzi un cerbiatto, ma cosa dico: una lepre – mai riconosciuto gli animali del bosco, ma senza alcun dubbio questa era una lepre, – ed era tra le mie mani. Ma è un piatto, ho detto, e Luca ha annuito di sì con quell’inflessione che usa quando deve fare da cuscinetto emotivo tra me e il resto del mondo. È un’inclinazione lieve del capo a cui seguono tutta una serie di giustificazioni preventive a placarmi. A me dispiace per lui, davvero, perché di fatto non è stato Luca a regalarmi il piatto col cervo, ma non c’è niente da fare: Luca percepisce i mali del mondo – ovvero tutto ciò che è in grado di ferirmi – come una sua diretta responsabilità. A volte usciamo dal cinema e inizia a dirmi che si sapeva che il film era stato finanziato da Netflix o che il regista, a quell’età, dovrebbe ormai ritirarsi. Ma dicevamo. È un piatto da dessert color muschio al cui centro è disegnato a mano – non senza una certa maestria – questo cervo, cerbiatto, questa lepre. Tutt’intorno, una cornice di foglie di viti, nel senso di grappoli d’uva e relative foglie – io non credo di averne mai viste. Ma non è sufficiente, dovete anche immaginare che il profilo del piatto non è liscio; al contrario: tutta una serie di archi si intrecciano tra loro andando a incastrarsi con le foglie di vite e i grappoli d’uva e il risultato finale è che il profilo del piatto è ondulato. Spero che adesso la situazione del piatto vi sia chiara. Be’, è Natale, ha commentato Luca, il capo già chino. Possiamo usarlo per gli antipasti, anzi, ci metto su il burro da spalmare sul pane tostato. Lo vuoi il pane tostato? Ma con tutti i libri che ci sono al mondo, dico mentre Luca mi sfila il piatto di mano e si sposta in cucina, accende il tostapane, apre il frigo e inizia a tirare fuori gli antipasti. Resto da sola per terra, accanto a questo albero di Natale che non vedo l’ora di far sparire; a cui adesso anzi vorrei dare fuoco. Mi alzo e raccatto quelle quattro carte e due fiocchi da terra: quest’anno niente regali tra noi – solo un pensiero – e questo cazzo di piatto che rappresenta, di fatto, che non esistono più esseri umani che mi capiscono e questo per colpa mia, ovvio, per via di questo mio brutto carattere. Luca lo pensa, ma non lo dice: ha questo dono di non dire le cose. Posso chiamarla e chiederle perché mi ha regalato un piatto col cerbiatto? Cristo, sbotta Luca, ce la fai a non rompere i coglioni anche a Natale? Vado in cucina, spalanco quella porta a doppio battente che io apro ogni volta e Luca chiude di rimando, come una coppia di anziani che devono imporre la propria volontà attraverso piccoli gesti di ribellione domestica – lo odio quando lo fa, – e resto a osservarlo mentre impila con una pazienza sfinente un toast sopra l’altro appoggiandoli su un tovagliolo. I toast sono troppo poco tostati, ma non posso mettere in campo anche questa. Anche a Natale? La mia voce è ormai del tutto incrinata, la sento e la odio, non è rimasto nulla dei buoni propositi: fare questo cazzo di pranzo, non polemizzare su niente e andarmene a letto. Il letto è l’unica cosa che voglio. Luca non risponde, anzi, sembra canticchiare. Maledetto. Lo sai cosa me ne fotte del Natale? Annuisce che lo sa perfettamente e che lo stesso vale per lui. E allora perché dobbiamo mangiare i toast col burro e il salmone e tutta sta roba che è troppa per due e poi butteremo? Sono le cose che si fanno, mi dice. Mi appoggio di sbieco sullo sgabello e inizio a fare pensieri sul piatto. È stato un riciclo, dico, questa è l’unica spiegazione accettabile. Tutti riciclano i regali, commenta Luca mentre apre la confezione di salmone. Lo trovo indegno, dico, e qui – ve lo giuro – se non avessi dovuto tenere la parte sarei scoppiata a ridere per l’uso della parola indegno. Quando è stata l’ultima volta che sono venuti a trovarci? Te lo dico io: più di sei mesi fa. Domandati il motivo, dice Luca pacato. Sarei io? Luca non risponde e inizia a spalmare il burro sul pane. Mi assale un pensiero che non riesco a scacciare: se Luca non impilasse ordinatamente il pane tostato, se non prendesse un coltello pulito – specifico per il burro – se non chinasse la testa e non si mettesse tra me e il mondo – se insomma fosse un poco attraente – lascerei perdere tutta sta pagliacciata del pranzo, tanto siamo solo noi due, e me lo porterei a letto. Da un punto esatto del ventre mi sale una rabbia che, lo so, a breve non saprò più gestire. Perché fa così? Perché spalma il burro, la testa china, quel maglioncino blu che vedo da dieci anni, gli occhiali che gli sono scesi sulla punta del naso nel movimento di spalmare. È la fine, è il disastro, e io non ho i coglioni per dirlo e lui nemmeno, figuriamoci. Mangiamo questo salmone, dei carciofi sott’olio, qualcosa di pronto da gastronomia che nemmeno ricordo. Luca sorride. Forse è davvero contento. Di cosa: non si sa. Dopo meno di mezz’ora devo correre in bagno, vomito tutto, dico sto male, tolgo il maglione e i pantaloni e mi infilo il pigiama. Eccomi a letto. Mi dispiace, dice. Io sarei furiosa, lui si dispiace, non siamo fatti per stare insieme. Perché non hai semplicemente aperto il sacchetto e buttato via il piatto? Non sei il mio mediatore, tu? Sono le ultime cose che dico, dopodiché mi addormento, mi sale la febbre, sento i rumori in cucina di Luca che sistema – sicuramente anche il piatto col cervo – lo maledico perché i rumori mi danno fastidio; ma allo stesso tempo non tocca farlo a me quando mi sveglio. Quando ha finito – sono sicura che ha anche ripassato i fornelli anche se nessuno li ha usati –, viene in camera e si appoggia sul letto: mi tocca la fronte. Sei calda, dice. Poco dopo torna con un bicchiere d’acqua e una tachipirina; io mi sollevo a fatica e mando giù. Acqua, il meno possibile. Vorrei dormire, dico, mi dispiace per il pranzo. Luca fa un cenno come a dire che non ha importanza. Mi lasci qui altra tachipirina e un altro bicchiere? Non vuoi che resti? Faccio segno di no, aggiungo che voglio solo dormire. Luca porta in camera lo sgabello della cucina: ci mette sopra quanto gli ho chiesto, mi bacia la fronte. Sei sicura? Massì, almeno puoi passare dagli altri, fare una tombola, quelle cose lì. Se sto troppo male ti chiamo. Lui dice d’accordo e mi mette sopra un’altra coperta, quindi lascia la stanza. Lo sento tentennare in cucina, sta aspettando che la lavapiatti finisca, mi ci gioco quello che volete. Il piatto col cervo. Sento un bip, il rumore che fa quando viene aperta. Mi si insinua una rabbiosa malinconia sentendolo aprire la porta: sono riuscita a rovinare anche questa giornata per colpa del piatto. Allora aspetto dieci minuti, il tempo che sia sceso a buttare la spazzatura – non me la lascerebbe mai qui, puzza – e mi infilo un maglione sopra il pigiama, vado in cucina. È tutto ordinato, come se non fosse mai passato nessuno: una forma di rimozione che mi commuove, mi rincuora e tuttavia accentua la rabbia. Apro la lavastoviglie, cerco il cerbiatto, lo trovo e me lo rigiro tra le mani. Lo faccio cadere per terra con un po’ di timore per le cementine vecchia Milano: se si segnano sono fottuta, mi toccherà ascoltare un mese di cantilene su quanto siano costate. Si crepa solo un poco: riprovo e questa volta si spacca. La lepre è divisa in quattro metà esatte, questo mi fa venire in mente qualcosa, ma non riesco a mettere a fuoco il pensiero. Prendo i quattro cocci da terra e li infilo nella spazzatura – Luca ha già cambiato il sacchetto con uno pulito – infilo una pastiglia nella lavapiatti e la faccio andare di nuovo; stacco le luci dell’albero e chiudo le imposte. Ecco, finalmente.

Mammifero

scritto da Claudia Feleppa

Mia madre non mi ha creduto. Sentivo un rumore come di sabbia dentro le orecchie. Ho insistito. Allora è andata da mia sorella: Avete fatto qualcosa che non dovevate in spiaggia? Ha chiesto. Irene aveva già steso i nostri costumi al sole, si era lavata e asciugata i capelli, pronta per il riposino pomeridiano. Ha abbassato la testa prima di mentire: Sì mamma, ci siamo schizzate.
Fuori il mio costume pendeva tutto storto dai fili del bucato con una spallina strappata. Sono corsa a prenderlo. Mamma, guarda! Ho detto. Sono state loro. Mi hanno fatto male.
Non esagerare, ha detto mia madre, vi siete solo schizzate.
Anche adesso a casa nessuno dice mai “quello che ti hanno fatto”, ma sempre e solo “quello che ti è successo”. L’udito non è qualcosa che mia sorella e le bambine milanesi mi hanno tolto, ma che io ho perso come un portafogli per strada. Un otorino, uno dei tanti che avrei visto dopo, ha sposato spontaneamente questa tesi: A volte ai bambini succede, non se ne accorgono nemmeno. Vanno a rispondere al telefono e dicono che l’apparecchio non funziona. Ero seduta lì dall’altro lato della scrivania, eppure il suo sguardo mi ha attraversato, trasparente come un fantasma. Mia madre non ha detto niente. Lui si è alzato, ha allungato il braccio e le ha stretto la mano trattenendola un po’ più del necessario: Ci vuole pazienza signora, sono cose che capitano. Le rimane sempre l’altro orecchio, il… Ha dovuto guardare le carte per dire quale.
In questa storia è tutto sbagliato, a quanto pare ad agosto in spiaggia nessuno mi ha fatto niente e quello che ho non ha un nome. Se la chiamo malattia, i medici storcono la bocca, si oppongono categorici. Allora cos’è? Perdita dell’udito, dicono. Ma questo non spiega proprio niente ed è anche una beffa. Fa pensare che io viva immersa nel silenzio, un silenzio bellissimo come un pesce d’acquario. Invece è l’esatto contrario. Mio padre tutte le mattine si spennella la crema da barba sulle guance ascoltando Onda Verde da una vecchia radiolina analogica appesa sopra lo specchio. Quando perde la frequenza emette un suono fastidioso che assomiglia a quello che sento io giorno e notte. Un frastuono assurdo che non mi abbandona mai, vuole inghiottirmi ogni istante. Quell’agosto tutti continuavano la vita di sempre. Mia sorella giocava a tennis, mia madre chiacchierava con la vicina schernendosi quando le offriva una sigaretta che in realtà voleva, mio padre falciava il prato e misurava l’altezza dell’acqua nel pozzo preoccupato per la siccità che faceva girare a vuoto il motore della pompa. Io invece mi infilavo le dita nel buco delle orecchie, graffiavo e tiravo la cartilagine cercando di far uscire quella cosa che mi faceva impazzire, la chiamavo sabbia. Ti sarà rimasta dell’acqua dentro, diceva mia madre. Tappati il naso e soffia. Non è acqua è sabbia, dicevo.
Sabbia? È impossibile.
La sera faticavo ad addormentarmi e la mattina mi svegliavo con la nausea e la testa che girava. Andavo in bagno sbandando e guardavo la radiolina sgangherata di mio padre con un odio tutto nuovo. Poi arrivava la tortura del latte caldo. Bevilo senza storie, voglio vedere la tazza pulita, diceva mio padre con la faccia arrabbiata.
Le prime visite dall’otorino sono state velocissime. Il dottore mi metteva un cono d’acciaio nelle orecchie, prima da un lato e poi dall’altro. Ci puntava una piccola luce dentro, guardava, la spegneva e diceva che era tutto a posto. Mia madre pagava e andavamo via. Un altro invece ha dato in escandescenze. Qui ci puliamo un po’ troppo le orecchie! Ha tuonato roteando gli occhi da mia madre a me elencando i mille pericoli dei cotton fioc che noi comunque non usavamo. Quando siamo uscite mia madre mi ha preso per mano: Un po’ matto quello là, eh? Ha detto con gli occhi che finalmente ridevano.
A un certo punto il mio medico di base che mi chiamava ancora paperottola, ha pensato di prescrivermi un’audiometria. Mi sono ritrovata con delle enormi cuffie in testa in un box imbottito che puzzava di ascelle. Potevo vedere fuori solo da un piccolo rettangolo di vetro. Dall’altra parte c’era il dottore che premeva dei bottoni e poi mi guardava: Alza la mano quando senti il bip, diceva e annotava qualcosa su un foglio. Dopo qualche minuto di bip, sono arrivate le parole: mela – comodino – ristagno – aiuola – clacson – sassofono – edile – dentice – preghiera – nocciuolo. Piovevano così, fuori da ogni contesto come meteoriti dallo spazio. Alla fine il dottore ha consegnato a mia madre un foglio millimetrato con due curve parallele, una blu e l’altra rossa con delle X sopra. La prima indicava l’orecchio sinistro, la seconda il destro. Sono molto simili, ha commentato. Non c’è da preoccuparsi, rivediamoci a fine mese. Ha stretto la mano a mia madre e ci ha mandato via. È stato solo alla terza o quarta audiometria che un medico diverso ha pensato di isolare l’orecchio sinistro, quello sano. Fatto questo, la curva rossa è drasticamente scesa. Prima col sinistro riuscivo a sentire anche quello che veniva sparato in cuffia nel destro. Mentre ora me ne stavo seduta a girarmi i pollici senza più suoni, a parte la sabbia. Il dottore armeggiava con i pulsanti. Il tempo passava. E niente. Stavo malissimo perché il disturbo inviato all’orecchio sinistro era identico alla sabbia che già avevo nel destro. Era come avere la testa infilata dentro un vespaio. In qualche modo adesso nel box era tutto diverso, solo la puzza di ascelle era la stessa. Il dottore mi guardava accigliato attraverso il rettangolo di vetro. Ha girato una manopola e mi è arrivata in cuffia una parola: SE-DA-NO. Scandita come si fa quando si parla con i vecchi e così forte che mi ha rintronato. Quando sono uscita il dottore era rosso in faccia. Un cane! Ha gridato barrando con due profondi segni blu tutte le audiometrie precedenti. Questo non è il lavoro di un dottore, è stato fatto da un cane! Mia madre lo guardava con gli occhi sgranati: Cosa significa? Ha chiesto. Finora avete solo perso tempo! Ha detto il dottore. Con una dose da cavallo di antibiotici al momento giusto, l’orecchio di sua figlia si poteva salvare. Ma lei dov’era? Non si è accorta che sua figlia non sentiva più? Ha ricomposto le carte tutte barrate e gliele ha impilate davanti. Adesso è tardi, non c’è più niente da fare.
A quel punto mia madre si è incaponita. Un giorno di novembre mi è venuta a prendere a scuola con le valigie: Andiamo alle terme, ha detto. Abbiamo viaggiato per cinque ore fino a Sirmione. Lì gli otorini del centro termale ci hanno detto che le loro cure non servivano per me, erano del tutto inutili. Non si può fare comunque qualcosa? Ha detto mia madre. Nella stanza c’erano un medico e due dottoresse. Si sono guardati, poi hanno fissato mia madre con le braccia incrociate come se fosse una povera pazza. Le cure che somministriamo qui non sono adatte a una bambina dell’età di sua figlia, ha detto una di loro. Non possiamo fare niente per lei. Ma ormai mia madre aveva preso accordi con la scuola. Io e Irene avevamo entrambe un permesso speciale. Tornare indietro significava fare la figura delle stupide. Così siamo rimaste un mese sulla riva del Garda. Io non facevo assolutamente niente, a parte infastidire le colombe che vivevano nel giardino dell’hotel. Avevo imparato a imitare il loro verso e ogni tanto si lasciavano ingannare e mi rispondevano. Sul retro c’erano anche delle galline che inseguivo correndo in tondo. A volte acceleravo e le superavo. In pratica la situazione era ribaltata, erano loro che inseguivano me, ma lo spavento era tale che non se ne rendevano conto e continuavano a calpestare lo stesso perimetro immaginario. Allora io mi buttavo sull’erba e ridevo fino alle lacrime. È andata avanti così per circa una settimana, poi il maitre ha cominciato a ronzarmi intorno fino a che non mi ha trovato da sola. Si è avvicinato e mi ha chiesto se mi piacevano le uova. Non sapevo cosa rispondere perché consideravo le uova un cibo neutro, né buono né cattivo. Gli ho chiesto: Perché? Lui ha fatto un sorriso viscido con i denti gialli che sporgevano da sotto i baffi e mi ha detto che se stressavo le galline non avrebbero più fatto le uova. Mia madre si è avvicinata, ha sentito le ultime parole e lo ha fissato con aria interrogativa, allora lui ha cambiato voce, è diventata più acuta, bambinesca: Tu non vuoi che le galline smettano di fare le uova, non è vero piccolina? Ha allungato il braccio per accarezzarmi la testa. Io mi sono tirata indietro e lui è rimasto con la mano sospesa in aria e mia madre che lo guardava sbigottita, una situazione imbarazzante che me lo ha inimicato per sempre. Si chiamava Marcello, ma da quel giorno io e Irene gli abbiamo appiccicato l’etichetta di Porcello. Di solito nostra madre ci sgridava quando facevamo cose del genere, questa volta invece non ha detto niente. Per tutta la durata del soggiorno abbiamo parlato di lui in quel modo. Dov’è Porcello? Dicevamo. Non hanno ancora cambiato gli asciugamani, bisogna dirlo a Porcello. Non penso se ne sia accorto, ma quando abbiamo infilato le valigie in auto per tornare a casa l’ho visto tirare un respiro di sollievo. La routine in hotel scorreva sempre uguale. La mattina mamma e Irene andavano alle terme, mentre io restavo in camera a leggere o fare i pochi compiti che mi avevano assegnato. Alle terme mia madre si depurava bevendo un’acqua opaca che puzzava di uova marce e poi correva in bagno. Irene invece curava la sinusite infilandosi quell’acqua nauseabonda nel naso e sputandola dalla bocca, uno schifo assoluto. Pensavo sinceramente che fosse andata molto meglio a me. Almeno non dovevo sentire muco e caccole che mi scorrevano in gola. In qualche modo mi stavo abituando alla sabbia. Un altro otorino lo aveva predetto. A un certo punto il cervello fa una selezione e impara a ignorare quello che non serve. Io credevo fosse impossibile e invece no. Era vero. Ma ogni sforzo così estremo, presto ti presenta il conto. Una notte ho avuto un episodio di sonnambulismo. Sono scesa dal piano alto del letto a castello conquistato a morra cinese, ho aperto la porta e sono uscita nel corridoio dell’hotel. In quel posto, a parte colombe e galline, c’erano solo vecchi malandati. La puzza dell’acqua sulfurea avvolgeva ogni cosa. Aleggiava sopra il buffet della colazione, gonfiava il legno delle porte, ingialliva la moquette, si attaccava alle tende, impregnava i vestiti. Forse quella notte ne avevo abbastanza e volevo tornarmene a casa. Ma in realtà so solo quello che mi hanno raccontato. Mia madre mi è corsa dietro gridando: Dove vai? Le ho risposto: Da papà, in stazione. La mattina dopo mi sono svegliata nel letto basso con degli stracci bagnati stesi sul pavimento. In teoria avrebbero dovuto svegliarmi se mi fosse venuta voglia di fare qualche altra passeggiata da sonnambula. Ero sola, la stanza era chiusa a chiave dall’esterno. Nella matrimoniale comunicante c’era solo Irene che si rifiutava di aprirmi. Pensavo mi stesse facendo uno scherzo idiota mentre lei dall’altra parte gridava terrorizzata: Giura che sei sveglia! Giuralo!
Nei week end veniva mio padre con la sua 24ore di pelle che si apriva inserendo le nostre date di nascita, mia e di Irene, una nel blocco a sinistra e l’altra in quello a destra. Arrivava il venerdì all’ora di cena e si portava dietro le carte e l’odore del lavoro. A tavola ordinava una cotoletta e un bicchiere di vino rosso. Solo dopo un po’ si ricordava di allentare la cravatta. Le vecchie dei tavoli vicini si avvicinavano e ci salutavano, mentre per il resto della settimana di norma ci ignoravano. Un giorno mio padre si è presentato con una telecamera. Io e Irene siamo impazzite di gioia. La mattina lo abbiamo trascinato sulla terrazza in cima all’hotel che era trascurata e decadente come tutto il resto. Per di più era salita la nebbia. Che ci facciamo quassù? Ha chiesto lui perplesso. Riprendiamo il panorama! Abbiamo gridato noi in coro con un entusiasmo inutile. Laggiù c’è l’isola dei conigli! E quella del Garda! Papà papà riprendile! Uhm ha detto lui, magari un’altra volta, con un tempo migliore. E ha spento la telecamera. Non so perché, ma pensavo proprio a questo la volta successiva che mi sono ritrovata nel box dell’audiometria. Il dottore di turno ripeteva le istruzioni di sempre: Ora manderò dei bip e poi delle parole, alza la mano quando senti, poi quando te lo chiedo premi il pulsante rosso alla base del microfono e ripeti la parola che hai sentito. Io ho fatto di sì con la testa. Sono partiti i bip, li ho sentiti ma non ho fatto niente. Poi le parole. E io di nuovo niente. Di solito mi sforzavo di cogliere anche i suoni più labili, ci provavo, mi davo da fare. Questa volta invece no. I meteoriti cadevano e io semplicemente li scansavo. Ho osservato il dottore che si piegava sotto la consolle, spostava mucchietti grigi di polvere e controllava i fili. Poi ha rialzato la testa e mi ha guardato come se cercasse una risposta sulla mia faccia. Io ho continuato a fissare il vuoto senza muovere un muscolo. Lui si è grattato la fronte, ha tolto gli occhiali, li ha puliti, se li è rinfilati sul naso e ha girato la manopola del volume fino al limite massimo. Ha premuto un tasto e la parola MAM-MI-FE-RO mi è rintronata in testa così forte da spaccare i timpani. Dovevano averla sentita anche fuori dal box. Le tempie pulsavano come se degli omini minuscoli si fossero introdotti attraverso la cavità del timpano per prendermi a sprangate da dentro. Sentivo perfino le radici dei capelli in fiamme. Mia madre si è avvicinata al dottore con la faccia tesa. Sul labiale ho letto che diceva: Che diavolo fa? Lui si è stretto nelle spalle, ha farfugliato qualcosa per giustificarsi. Li ho guardati come farebbe un pesce d’acquario silenzioso e decorativo che per un attimo si rende conto che fuori dalla vasca deve esserci qualcosa. Avevo questo vestitino con i pizzi che mi tirava sulle spalle e sotto le ascelle perché il mio corpo di bambina mi stava abbandonando. Ma io cosa ne sapevo? Ero tutta un grumo di orgoglio e dignità, niente altro. Ho piegato il busto in avanti, ho schiacciato il pulsante rosso del microfono e ho detto: Mammifero.

Lo scemo del villaggio

scritto da Filippo Cerri

I

Io gliel’ho detto al Ventura di non andare a ficcare il naso nel vecchio podere dei Persico. Ma quello da un orecchio non ci sente davvero, una roba tipo otite di qualche anno fa, dall’altro proprio non vuol sentire. E allora che ci andasse pure a far vedere a me e agli altri quanto è coraggioso.

Ci è andato. Ma non prima di averci chiamato codardi.
Il podere dei Persico è abbandonato da anni, da quando l’ultimo di questa sciagurata famiglia se n’è andato in città a farsi venire un infarto, lasciando tutto sigillato e, per questo, intoccato, offerto in eredità alla polvere e ai topi. Il Ventura ha detto che doveva prendere qualcosa d’importante che di sicuro stava ancora là. Allora ci ha salutato e si è avviato verso il podere. Poi è tornato. Ha trovato qualcosa ma che cosa non dice. Agli altri quello che il Ventura fa e tace importa il giusto. Loro questo povero cristo alto e smilzo lo vedono per quello che è sempre stato, lo scemo del villaggio. Invece a me il Ventura ispira una sana simpatia e in tutti questi anni se potevo aiutarlo, l’ho fatto. Anche quando è stato più difficile.
Guarda, mi fa, ancora trafelato. E tira fuori un’immaginetta sbiadita. Una madonnina stinta che regge il colore con i denti. Un pezzo di legno marcio e senza alcun valore, a meno che tu non sia Don Carlo, ma io Don Carlo non ero e non sono.
E allora non credo ai miei occhi e mi esprimo, ribadisco la mia incredulità. Non sono rincoglionito. Vecchio quanto ti pare, ma mica coglione. Ci deve essere un motivo e lo voglio capire, per quanto assurdo sia. Faccio per prenderla tra le mie mani ma quello sbraita di colpo.
«Non la toccare, per carità! La devo dare al Professore».

Chi sia ’sto Professore io non lo so, e non mi vorrei troppo impicciare; so che Paolo Ventura s’è messo a girare in posti che non dovrebbe, a parlare con gente che non dovrebbe, a bestemmiare briscole che non vengono con gente che non ama la sfortuna e la perdita. Per prima cosa penso a un debito che deve saldare e che quindi s’è messo a rubare cose vecchie da case disabitate. Non lo ha mai fatto, ma questo non vuol dire che non lo farebbe.
Il giorno dopo andiamo al bar, ci sediamo in una parte senza orecchie. Vuole coinvolgermi nell’affare. La notte gli ha portato evidentemente consiglio.
«Se funziona facciamo a metà».
Non dice di quanto, ma un gesto largo della mano deve farmi capire che anche la metà è tanto.
Non mi specifica l’affare e io non sono convinto, però accetto, fosse anche per vedere come va a finire. Da queste parti una sana curiosità è l’unica cosa che ti tiene in vita.
«Che giorno è dopodomani?» mi chiede fintamente ignaro, così lo assecondo in questo suo teatro tutto fumo e ammicchi.
«Il 2 novembre. E quindi?».
«Che mi dici dell’omomorto?».

II

Che gli devo dire. Lo sanno tutti che l’omomorto il Giorno dei Morti cammina tra di noi e se lo vedete scappate, se non volete i capelli bianchi o qualcosa di peggio. E lo sa anche il Ventura, visto che sua madre, ai tempi, ha tolto più di un malocchio con l’olio, e di queste cose, dico io, di quello che succede di notte ai crocevia dovrebbe saperne un bel po’. Ci provò pure con lo zio a togliergli la stupidaggine. Voci dicono che è per tutto questo suo ficcare il naso in faccende superiori che poi si è beccata il figlio che ha avuto, a mo’ di punizione. E deve essere per quello che in paese si dice di sua madre, che il Professore s’è rivolto a lui e il Ventura l’ha preso per una medaglia al valore, s’è permesso anche di inorgoglirsi un poco, pensa te.
Ma con l’omomorto mica ci si può scherzare. Non è come le altre frescate, quello esiste davvero, i vecchi ne parlano da quando era bambino mio padre, e se questo Professore si fosse interessato alla faccenda qualche anno fa, quando era ancora vivo lo zio, allora sì che ne avrebbe sentite delle belle da chi l’ha visto coi suoi occhi.

Lo zio… quanto tempo che non penso allo zio. Un omone grande e grosso, con un cervello così delicato che a stento gli avresti dato gli anni che aveva. Una creatura infelice, questo è certo, ma di quelle innocue che in un paese del genere sono più gli scherzi che subisce che il male che potrebbe ipoteticamente fare. Non si toglieva mai questo largo sorriso dalla faccia, salvo rari casi in cui era come se un cielo pezzato di nuvole gli coprisse il sole, e un’ombra gli calava allora sullo sguardo.
In famiglia non si è mai parlato molto di lui, e non venne mai a pranzo da noi, ma ogni tanto mio padre lo andava a trovare. Non erano mai stati veramente parenti, e io lo chiamavo zio perché lo conoscevo da quando ho memoria. Mio padre, per mille altri versi uomo incline solo agli affari suoi, ogni tanto si lasciava andare a delle dimostrazioni d’affetto che sorprendevano mia madre per prima, chiusa nel suo riserbo casalingo, e poi me, anche se allora non è che me ne rendessi tanto conto di esser sorpreso. Verso lo zio provava un sentimento sincero, avevano fatto la guerra insieme. Gli faceva avere dei soldi e si preoccupava per lui in mille modi, anche se quando lo incontrava per strada, spesso faceva finta di non vederlo.
Stava in questa casetta senza finestre, una stufa e un pasto caldo al giorno che qualcuno gli consegnava, o così ricordo. Alle volte mangiava gratis all’osteria, altre non mangiava affatto. Almeno fino a quando non lo trovarono davanti al cimitero, bianco in testa come fosse volato via nella notte sulla vetta del Monte a prendersi tutta la prima neve e se la fosse portata dietro. Vai, dissero, è andato del tutto. Ce l’aveva con l’omomorto, che l’aveva visto, e per giorni non ci fu verso di riacchiapparlo. I vecchi dicevano che non si deve stare al cimitero la notte dei morti, per via dell’omomorto, e mi ricordo che ai tempi, io ci credevo a quella storiaccia lì. Mio padre era uomo del tempo suo e a quello scoppio che non si riusciva a far riassorbire, riuscì a contrapporre solo un silenzio ferito e deciso. Aveva anche fatto troppo, secondo mia madre, per evitare che il cosiddetto velo pietoso si stendesse su quella faccenda una volta per tutte.
Lo mandarono allora a San Giorgio, al palazzo dei matti, come lo chiamavo allora io che ero un ragazzetto, fino a che una polmonite non se l’è portato via del tutto. Mio padre non ne ha mai più parlato e così io.
Sarà questo ricordo che ritorna vigliacco, sarà la noia, ma in questa faccenda voglio vederci chiaro. In qualche maniera, Ventura è un’anima candida anche lui, a suo modo, e sebbene io non sia mio padre, e Ventura non sia lo zio, forse c’è una qualche eredità della gentilezza, dell’attenzione per l’altro, per un qualcuno che ci sembra più debole. Forse più invecchio e più sono incline al sentimentalismo, anche se questo da mio padre non l’ho ereditato davvero. Mio padre diceva che una carezza è l’atto supremo d’amore ma io gliene ho contate tre in vita mia, due a mia madre e una a me.
In ogni caso, lo zio me lo ricordo come un uomo che avrebbe fatto a pezzi un orso a mani nude, ma Ventura invece non ha neanche il fisico dalla sua. Voglio vedere in che guai si è cacciato e, se occorre, evitargli delle grane.

Allora l’appuntamento è a mezzanotte, quando a quest’ora d’inverno da queste parti si aggirano solo i lupi e neanche tanto convinti.
Il Professore arriva ansimando, deve avere affrettato il passo più di quanto il fiato gli concedesse. Alla fine è un ometto fatto con metà stampo d’uomo. Ha le guance rosse, il colletto sbottonato, sembra uno che è stato tirato giù dal letto in piena notte a calci. Si presenta con gentilezza, allunga la manina e cerca di stringerla quando viene aggrappata dalla mia. Puzza come l’inferno, i vestiti sembrano trovati in un secchio della Caritas, e probabilmente è così.
«Piacere, Professor…» e tira fuori uno di quei nomi che non devono andare in giro molto oggigiorno e quando qualcuno li ritira fuori sanno di ragnatela e polvere.
«Allora Professore, che ci dovete fare con l’omomorto? Lo sapete che qua in paese per il Giorno dei Morti ogni tanto ci scappa che qualcuno se lo trova davanti per la strada del cimitero e torna con tutti i capelli imbiancati? Il mio povero zio è stato uno di quelli e avoglia a dire che era matto, ma io so’ sicuro che l’omomorto l’ha visto davvero. In paese so’ tanti a non crederlo, e più che i vecchi muoiono e più che i giovani se ne fregano».
Il professore accenna un sorriso. Non sembra voglia stare molto a discutere.
«Ce l’avete?».
Ventura fa sì deciso, il Professore prende delicatamente la tavoletta offerta e la scruta per dei lunghissimi minuti.
«Sì, è lei».
Ventura si indossa una faccia come a dire: certo che è lei.
Il Professore ci pensa su.
«Quindi voi volete pescarlo con quell’esca? Ho visto pesci meno stupidi e pescatori più furbi».
L’aria fredda ci fa intirizzire corpo e pensieri.
Un silenzio grave da camera mortuaria si è abbattuto sulle nostre teste. Dopo qualche minuto il Professore ha alzato il capo e ha chiesto: Come?
«Professò, noi non s’è detto niente!» esclamo io e quello si mette a fare sì con la testa, a guardarsi le scarpe e il polso dove dovrebbe esserci un orologio.
«C’era… c’era questo, come dire, un sospiro…»
«Professore, di santi e madonne da queste parti non se ne sono mai visti, ma l’omomorto invece l’hanno visto eccome e lei, ne sono sicurissimo, non lo vorrebbe incontrare proprio stanotte. Siete proprio sicuri di voler fare quello che volete fare?».
Il rituale è semplice, così mi spiega il Professore, di quelli che solo due matti possono concepire: dobbiamo mettere questa immagine sacra al centro del crocevia del cimitero, sotto la statua della Madonna. Dopodiché dobbiamo metterci ognuno a fissare una strada del crocevia.
«A quel punto, l’omomorto apparirà, laddove non è visto, in quella non presidiata».
«Mi scusi, ma lei che tipo di professore è?».

III

Le campane suonano la mezza. Don Carlo a quest’ora sarà già impelagato nelle sue coperte, mentre la signora Lavazzi sarà giù davanti al portone sacro per poter, l’indomani, prendere i primi posti di una chiesa vuota.
Siamo al crocevia, la luna si affaccia mostrando tutti i suoi buchi. Il cielo è limpido ma un’aria fredda soffia bassa, quasi rasoterra. Paolo mi passa una fiaschetta piena di una roba che fa lui in cantina, un intruglio a metà tra la grappa e il veleno. Non supera nemmeno l’epiglottide che già mi sento scaldato di un tepore materno che mi rimette in sesto i sensi.
Le due stradine sezionano in quattro quadranti il cimitero. Al centro esatto la statua della Madonnina si erge puntando il nero cancello che si perde tra le ombre novembrine.
«Dobbiamo essere in tre. Quando comincerà il rituale dovete fissare esclusivamente la vostra strada, non voltarvi per nessuna ragione. L’omomorto apparirà da quella in cui non guarda nessuno».
Ventura fa cenni di assenso con la testa. Fisso allora il vialetto, sperando che la farsa duri il giusto, prima di scocciarmi. Lo scenario è semplice, ci sono lapidi a destra e a sinistra, il breccino che risponde opaco ai raggi lunari, i cipressi che lenti oscillano le chiome al vento gelato. Naturalmente io a questa storia dell’omomorto non ci credo davvero, o meglio, non c’ho mai creduto, ma è facile subire il potere delle circostanze, soprattutto in un cimitero di notte.
Sappiamo che ci siamo tutti e tre ma a un certo punto non possiamo più giurarlo. Siamo soli, ognuno con il suo vialetto e la sua sorte, lo sguardo fisso e i pensieri in rivolta. Mille paure si nascondono nelle ombre cimiteriali. Orrori vischiosi, fatti di oscurità e silenzio che si acquattano nell’attesa della paura. Non mi ero reso conto di cosa stessi facendo fino a quel momento, nel cimitero di notte, il giorno in cui i morti camminano sulla Terra. E anche se non fosse reale l’ombra che mi pare strisci da sotto una statua d’angelo che punta il dito chissà verso dove, non è forse vero che una cosa immaginata ha già di suo un’esistenza, un effetto sul reale, sui sensi e sullo spirito? Non è che quello che i matti vedono, anche solo perché ci credono, sia meno vero di quello che vediamo noi altri. Ma, soprattutto, non è che a forza di stare col Ventura, non sia diventato un po’ fuori di testa anche io?
In ogni caso, le folate di vento gelato si fanno trasportatrici di una voce roca, appena accennata che piano piano acquista sicurezza. Sarà l’aria che s’incunea da qualche parte, e quella che sembra opera di una gola in realtà è solo un gioco di spifferi, mi dico. Si sentono come parole confuse e lontane, indefinite. Parole che vengono da un altro piano dell’esistenza. Poi qualcosa mi tocca la caviglia. Sento i brividi che mi elettrizzano la schiena sudata, pur con tutto il freddo che fa, mantengo lo sguardo fisso davanti a me. Deve essere un rospo, un gatto, qualcosa che non sia quello che spero non sia. Un alito caldo sul collo, la mia camicia che si muove, esce dai pantaloni in cui l’avevo sigillata, come avesse vita propria. Non devo muovermi, mi ripeto, e tutto andrà bene. Devo mandare la mente altrove, mandarla a fare un giro. Continuare a guardare davanti. Riesco solo a registrare il fatto che a forza di fingere, ho cominciato a credere a questa brutta faccenda.
Poi un grido mi riporta sulla Terra. Dev’essere il Ventura a giudicare dall’intonazione.
«Professore? Che succede? Ci possiamo voltare?» chiedo a gran voce ma quello parte come un fulmine e lascia dietro di sé solo il ricordo.
«Si salvi chi può» grida con tono accademico e allora fuggo anche io. Sento alle mie spalle un altro grido, più disperato del primo, chiama aiuto mentre io corro tenendomi la pancia, fino a che ho cuore e anima per farlo.
E non mi sto troppo a chiedere se alle spalle ho l’omomorto o la madonnina in persona scesa dalla colonna in grazia di qualche miracolo, ma punto dritto avanti a me dove il terreno mi pare sgombro, e non ricordo di aver mai corso con così tanta convinzione.

Ci ritroviamo al cancello. Ventura non c’è, il Professore ha il cuore in gola, è arrivato pochi secondi dopo di me, dice di aver corso gridando fino a che non si è reso conto di dove andasse e allora si è trascinato fino a qui; si passa una mano sulla testa, si asciuga il sudore freddo che gli cola dalle tempie, trema come una foglia sfinita. Lo guardo, poche parole mi scivolano dai denti.
«Io gliel’avevo detto a Ventura, gliel’avevo detto».
Nemmeno più il piacere di avere ragione che subito sbuca Paolo tutto imbiancato da uno spavento indicibile in altri modi. Lo guardiamo con occhi interrogativi, lui resta in silenzio.
«Allora Professò, è contento?» chiedo, senza aspettarmi risposta.
Ventura mi guarda, ma non sembra vedermi davvero. Le pupille galleggiano in un mare biancastro pronto a esondare da un momento all’altro.
«Andiamo via, che è meglio».

«Suggestione. Solo suggestione, ci siamo allucinati».
Il Professore ha sentenziato. Adesso vuole credere che niente di quello che sfugge all’osservazione e alla registrazione possa in qualche modo invadere la realtà. Quindi ha cercato gli orari del primo treno per Roma e si è dileguato all’albeggiare senza fare il biglietto.
Il giorno riporta le cose a un aspetto meno inquietante, cancella le ombre e le paure che ci si annidano dentro. Siamo su una panchina, aspettiamo. Paolo dice di non ricordare niente. Ma i capelli sono imbiancati di colpo, dall’oggi al domani, testimonianza precisa che qualcosa ha visto, o crede di aver visto, che in fondo è lo stesso… Però non dice, non vuole particolareggiare ma omette, balbetta. Mi pare proprio come quel mio vecchio zio, gli occhi languidi, come di bambola. Dicevano che era matto, ma a me ha sempre fatto simpatia. M’è tornato in mente di getto: il suo vestito scucito, i pantaloni senza orlo, quel profumo eterno di confetto. Ho guardato Paolo e ho provato una tenerezza di cui non mi credevo più capace.
Paolo Ventura alza la testa e mi sorride. Tiene stretta l’immagine della madonnina, la custodisce come un tesoro. Gli ho messo la mano sulla spalla. Il sole ha preso a splendere sicuro, la notte è finita.
«Tutto bene» gli ho detto, e non era una domanda o un’affermazione.
Solo una semplice carezza, fatta di parole.

Una sparizione senza tanta importanza

scritto da Letizia Lipari

Già sul giorno della sparizione ci sono perplessità.
Sua madre dice che è sparita il tre di giugno; che quel giorno, semplicemente, non è rientrata dal lavoro.
Noi colleghi invece non siamo convinti: c’è chi dice il sei, chi il dieci, chi addirittura il sedici di giugno. Poi ci sono io che potrei sbagliarmi ma sono convinta di averla vista allo stabilimento intorno al venti di giugno, potrei giurare che era proprio lei che si è messa pancia a terra insieme a me per pulire, quando per sbadataggine ho rovesciato un secchio di frattaglie di pesce – una colata scivolosa di intestini code teste e pinne.
E chi altri mi avrebbe aiutata se non Barbara?

Ma sua madre insiste: il tre di giugno.
E aggiunge che lei se lo ricorda bene perché era martedì, e Barbara ogni martedì esce un po’ dopo, perché c’è la pulizia dei macchinari.
Dice che per questo non s’è preoccupata: l’ha aspettata con la cena pronta nel terrazzino, mentre la strada si faceva scura e dal cortile in basso saliva il fumo di salsicce arrostite sulla griglia. Aveva rivoltato un piatto sulle zucchine fritte per non farci posare le mosche.

I carabinieri, nel dubbio, prendono per buona la versione della madre – anche se vatti a fidare di una che denuncia la scomparsa di sua figlia dopo tre settimane e che, interrogata su quel ritardo, scuote la testa dicendo: non volevo portare disturbo.
Fatto sta che cominciano a cercare Barbara soltanto alla fine di giugno, quando ormai Barbara era già bell’e andata, o bell’e sepolta, se stiamo a sentire quelli che pensano abbia fatto una brutta fine.

Noi colleghi siamo imbarazzatissimi, una cosa da grattarsi la faccia proprio.
Quando vengono i carabinieri a chiedere le solite cose che si chiedono in questi casi – che rapporto avevate che faceva frequentava degli uomini – qualcuno dice di aver notato sì qualche cosa di strano allo stabilimento negli ultimi giorni, una sensazione insolita, («una sensazione tipo? » – «mah, tipo quando tolgono un quadro dalla parete»).
Ma una cosa che era rimasta nell’aria, senza nome.

Barbara Abbadessa manca da diverse settimane da casa sua. Ha 31 anni, corporatura robusta, capelli biondi corti, occhi castani, altezza 1 metro e 60 centimetri.
Indossava presumibilmente un vestito di cotone a fiori colorati e scarpe nere aperte. La polizia chiede di chiamare il 113 a chi la incontrasse. Non viene escluso un allontanamento volontario.

Lavorava allo stabilimento per il confezionamento del tonno da che aveva sedici anni.
Mai un giorno di malattia, un permesso, una lamentela.
Il povero signor Gianpiero, il caporeparto della sezione sfilettatura, è il più imbarazzato di tutti: «sempre silenziosa, silenziosa» continua a ripetere ai carabinieri.
Poi cerca di buttarla sul ridere: Come un pesce, aggiunge.
Ma quindi lei, se un suo dipendente manca per più giorni, non si accorge?
Ma sì, ma certo. Ma Barbara Abbadessa … Lei non mancava mai. Non ti veniva certo in mente di sta rla a controllare. Guardi, si sarebbe tagliata una mano piuttosto che fare la cresta sulle ore di lavoro. E allo stesso tempo sembrava stare su un altro pianeta. Una volta – un disguido per carità – saltammo per tre mesi di darle lo stipendio. Che lei disse qualche cosa? Niente. Piuttosto sarebbero morte di fame, lei e sua madre, piuttosto che dire qualche cosa.

Intanto, resta il fatto: nessuno di noi si è accorto che era sparita.
Eppure sottile non è, Barbara, come sottolinea un appuntato dei carabinieri sventolando una fotografia.
Di sicuro non sta nascosta dietro a un frigo, no?
Comunque. Adesso avete chiamato qualcuno per sostituire la signorina Abbadessa?
Be’, no veramente.
Il signor Giampiero si impappina di nuovo.
Visto che la sua mancanza non si è sentita tanto, abbiamo pensato che potevamo risparmiare questi soldi.

Più avanti, settimane dopo, sua madre ci racconta che in realtà lei dai carabinieri c’era andata già quella sera stessa del tre giugno. Solo che non l’avevano capita bene, le avevano detto vedrà signora che sua figlia è andata da qualche parte con il fidanzato, e poi le avevano fatto segno con la mano di fare silenzio, ché alla tv c’era la partita dell’Italia e Paolo Rossi era entrato in area di rigore.
E lei si era confusa e se n’era andata.
Si era detta: magari è andata via davvero con il fidanzato.

Ma perché doveva essere scappata con il fidanzato?
Ma ce lo aveva, Barbara, il fidanzato?
La madre non ci risponde, chiede se vogliamo altro caffè.

Per andare a trovare la madre alle case popolari ci abbiamo messo tutto il pomeriggio.
Portiamo un cesto di pesche – ce lo passiamo a turno perché è pesante e alle tre del pomeriggio si schiatta, a un certo punto Rosaria si pianta con le sue caviglie grosse in mezzo all’asfalto e non va più né avanti né indietro – dobbiamo metterci tutte a spingerle le mani sul culone per farla muovere.
Una giornata che piuttosto era cosa di andarsene in spiaggia.

Le case popolari sono uno di quei posti dove gli odori di dentro –di caffè, di candeggina, di sugo, di cesso – stanno fuori in mezzo alla strada.
La casa sembra una teca del sacro cuore di Gesù, tutta marrone e fiori finti, i mobili marrone e le piastrelle marrone.
Le pareti della sua stanza, la stanza di Barbara, sono piene di libri e riviste. Riviste di vestiti, di trucchi, di diete. Fotoromanzi.
Tu lo sapevi che Barbara passava il tempo a leggere?
Faccio no no con la testa.
Che forse Barbara ci diceva mai qualche cosa?
Dai retta a me, si sentiva superiore.
O le pareva di annoiarci, magari – azzardo.

Questo stabilimento per il confezionamento del tonno lo ha fondato il vecchio Manfrè, negli anni ’50.
Prima c’era un altro stabilimento, che confezionava sardine, e che fu centrato in pieno da una bomba degli alleati, era il maggio del ’43. Si dice che la pasta di sarde schizzò fino alla cupola della cattedrale, si dice che per tre giorni i gatti della città stettero lì a leccar via sarde dalle maioliche.
Il vecchio Manfrè è in pensione, ma viene sempre qui a ora di chiusura, si siede su quella sedia di paglia e fuma una sigaretta dietro l’altra. Ci racconta le storie di quando andava a lavorare stagionale nelle tonnare in Libia, su e giù per il Mediterraneo da una parte all’altra col peschereccio.
C’è un bello spirito, siamo tutti amici. Ci si conosce, si scherza.

Abbiamo una tradizione: ogni anno facciamo una grande festa per il quindici di giugno, l’anniversario dell’apertura dello stabilimento. Si beve e si balla, l’anno scorso Mattia ha ballato per tutta la sera con la testa infilata in una testa di tonno.
C’è una foto, scattata all’ultima festa, dove c’è una donna bionda che si copre il viso, e pare proprio Barbara.
C’è chi dice ridendo che Barbara c’aveva talmente marcato il senso del dovere che ha continuato a venire a lavoro pure dopo che era sparita.

Poi per un po’ di giorni circola in città la notizia che la donna sparita, cioè Barbara, in realtà sarebbe finita inscatolata dopo essere stata inghiottita dalla macchina per la pressatura del tonno. Questo perché una signora in città ha trovato un’unghia nella scatoletta presa al supermercato.
Una sciocchezza, anche perché il tonno, si viene a sapere, era di un’altra marca.
Allo stabilimento, in quei giorni, mettono una grata nuova attorno alla macchina per la pressatura.

Il signor Giampiero a un certo punto si scoccia a forza di vedere i carabinieri che vanno e vengono a ogni ora.
«Tutto ‘sto casino per quella deficiente» dice. «Quella se ne sarà andata con uno di quelli con cui si scriveva le lettere, uno di quei maniaci degli annunci sul giornale».
A noi sembra una battuta. Invece poi si scopre che la storia degli annunci sui giornali è vera.
Nella stanza di Barbara trovano tutta una serie di riviste di quelle che riportano gli annunci matrimoniali, bucherellate come centrotavola all’uncinetto, visto che tanti annunci erano stati ritagliati.

Ci immaginiamo i carabinieri messi lì, chini sulla scrivania, a confrontare le riviste di Barbara con altre copie degli stessi numeri, per capire che annunci erano stati ritagliati.

Farmacista 32enne, alto, serio, onesto, conoscerebbe donna affettuosa e sincera, anche ragazza madre, per amicizia ed eventuale futura unione. Noto (Siracusa)

42enne deluso, solo, divorziato, affettuoso, cerca persona sincera per serena unione. Sono artigiano restauratore disp. trasf. Firenze.

Separato 41enne, professionista, cerca per unione nubile o separata max 35enne, bella presenza e buone condizioni economiche. Sessa Aurunca (CE)

Cerco ragazza disposta a venire a lavorare in un circo, ev. unione. Sono serio 29enne. Villadosia (Varese)

«Pronto, siamo i Carabinieri, chiamiamo per l’annuncio che ha pubblicato su L’anima gemella anche per te. Conosce per caso una certa Barbara Abbadessa?».

L’unico che non riescono a contattare è l’uomo del circo, che risulta irreperibile in quanto – dicono i parenti – se n’è andato appresso agli zingari in Jugoslavia.
Così, ci resta a tutti in mente quest’idea che Barbara se ne sia andata in Jugoslavia.

***

Giuseppina ce l’hanno mandata i servizi sociali. Graduale reintegrazione nel mondo del lavoro, la chiamano. Praticamente ti mandano uno che ha problemi di alcol, di violenza, problemi con la vita in generale e tu lo metti lì a fare un lavoro meccanico e i servizi sociali gli firmano un foglio dicendo che la reintegrazione va a meraviglia.
Giuseppina parla e ride a sproposito, dice delle cose che ti fanno cadere la faccia a terra come «Madonna, il tuo culo pare l’impasto per la pizza», poi magari passa un secondo e si mette a piangere. E poi ti abbraccia.
L’assistente sociale si raccomanda solo di non farla bere. Ma come è stato come non è stato, una sera – è quasi l’ora di chiusura e ci stiamo bevendo due birre col vecchio Manfrè – la vediamo spuntare, ha una birra in mano tutta per lei e farfuglia cose, inciampa nei suoi piedi.
E insomma Giuseppina è sbronza e allora se ne esce con ‘sta cosa che lei lo sa che qualcuno lì c’entra con la scomparsa di Barbara, che noi lo sappiamo dov’è Barbara e che lei vuole sapere cos’è successo a Barbara.
E fa una cosa che ci lascia come rintronati, comincia a fare a pezzi un foglio e a distribuirne pezzetti in giro.

Che ognuno scriva secondo lui dov’è finita Barbara.

Ci guardiamo impappinati.
Poi, forse perché abbiamo bevuto pure noi, qualcuno comincia a scrivere.

– È andata in Jugoslavia con quello del circo
– C’entra uno importante dello stabilimento (l’ho sentito dire ma non so chi è)
– Non so niente

Foglio bianco

– Se n’è scappata per i fatti suoi e non vuole rotti i coglioni

Disegno di una faccina sorridente

– È morta per sbaglio e il corpo l’hanno fatto scomparire
– Sta nascosta qui da qualche parte e ogni tanto esce per lavorare
– Che cazzo ne so
– Se potevo scappavo pure io
– Chi era questa Barbara ancora non l’ho capito

Giuseppina ride, piange, non si capisce.
Qualcuno stappa altra birra, continuiamo a bere.
«A Barbara!» dice qualcuno battendo con la sua bottiglia su quella del collega vicino.
«A Barbara!» fanno eco gli altri.

Il paniere

scritto da Flavio Villani

Il refettorio era ancora vuoto. Era esposto a ovest e il sole del mattino non lo arroventava. L’aria sapeva di segatura e di brodo. A Palmieri quell’odore ricordava il refettorio delle elementari.
Erano seduti a un tavolo da sei. Palmieri davanti alle giacche da moto degli altri tre buttate sulla spalliera della sedia. Alla sua destra era Zio e di fronte Caciara. Ancora più a destra, a capotavola, sedeva il Vichingo. Continua a leggere

Nella nebbia

scritto da Igor Stelluti

L’omino-tutta-pancia pelato che spunta nudo dalle dune di Capocotta con indosso solo la mascherina nera e uno zainetto avrebbe dovuto essere l’unica cosa degna di nota del nostro 31 dicembre 2021 romano. Avrebbe dovuto essere la quadratura del cerchio: spiaggia nudisti, una manciata di esseri sparsi a vista d’occhio nel freddo arenile, uno dei quali inspiegabilmente dentro una tenda fucsia, una leggera bava da sud-ovest e obbligo di mascherina nei luoghi aperti. Non avremmo potuto chiedere di meglio, ci avrebbe aspettato giusto una cena acchittata alla meno peggio con un paio di parenti che ci ospitavano per le feste e qualche fuoco d’artificio illegale, possibilmente truccato, da guardare dal terrazzino. Praticamente avevamo già risolto il capodanno. Continua a leggere

Buon Natale

scritto da Filippo Avigo

Sono un essere ibrido, mezzo pensionato e mezzo capriolo. O daino, camoscio, non so neppure io. Un centauro in là con gli anni e avvezzo ai boschi, per capirsi. Sto cercando di recuperare i soldi che ho nascosto nel mio appartamento in montagna, da qualche parte che non ricordo. L’operazione è complicata, le zampe da ungulato non aiutano. Soprattutto ho una gran fretta di andarmene, figli e nipoti mi sono alle calcagna, non vedono l’ora di arraffare i risparmi che ho accumulato in una vita. Continua a leggere

Tredici di agosto

scritto da Alfredo Giacobbe

Mio fratello mi aspetta in stazione. Quando scendo dal regionale, Massimo è in testa al binario, oltre la piccola folla dei pendolari che si assembrano intorno alle porte del treno per andare verso il mare, dalle loro famiglie. Non sapevo che Massimo fosse in città, ma non mi spaventa vederlo, immobile tra la gente che si affretta, e illuminato da un raggio di sole tardo pomeridiano che attraversa una crepa nella pensilina malridotta. Ogni anno, il tredici di agosto, i morti ritornano per passare un’ora con i loro cari. Quando raggiungo Massimo e gli sono di fronte, il suo viso di quindicenne è calmo come non lo è mai stato. Non ha né il sorriso forzato che vendeva a nostra madre, né l’ombra dell’inquietudine che lo ha tormentato da vivo. A parte questo, Massimo non è cambiato in niente. Ha la pelle trasparente intorno al naso screziata da una miriade di efelidi rugginose, ha capelli dello stesso colore che s’increspano sopra la testa. Appese al collo ha ancora le inseparabili cuffiette con la spugna gialla e il cavo che gli scende lungo la maglietta, fino a infilarsi nella tasca dei jeans macchiati di sangue scuro. Erano trent’anni che non lo vedevo, in tutto quel tempo Massimo era tornato solo per la mamma. Oggi è qui per me. Continua a leggere

Il cliente preferito

scritto da Paolo Leibanti

«Buongiorno signor Giuseppe. Come va, tutto bene?»
Giuseppe guarda in basso, dondola la testa e si rifugia nel solito «Sì, grazie.»
«Come va, tutto bene?» gli chiede ogni volta Annamaria, e per Giuseppe non sarebbe una domanda facile. Bisognerebbe pensarci bene, valutare la salute personale in rapporto all’età, la situazione della famiglia, le notizie sentite al telegiornale, l’umore del momento. “Tutto”, per Giuseppe, comprende un bel po’ di cose. La prima volta che gli era stata rivolta quella domanda si era quasi spaventato. Gli era parsa una questione enorme, che aveva a che fare con il senso della vita. Ma poi aveva pensato che se te la pone una donna che sta aprendo una scatola di vasetti di yogurt in piedi su uno sgabello, non può essere una domanda seria, deve valere solo come una specie di saluto, tipo Come ti sei svegliato oggi? o Hai fatto una buona colazione? Continua a leggere