Col buio le ombre non esistono

scritto da Andrea Tani

Dopo che le guardie di Sollicciano hanno aperto il cancello, mi sono fatto subito una pisciata in fondo alla strada. Il vento di un camion me l’ha buttata sulle scarpe di camoscio.
«Ehi Diego», urla uno di loro, «ora che vai via, posso chiederti una cosa?»
«No.»
«Quel tatuaggio sul braccio?»
Mi tiro su la zip, gli mostro la curvatura del bicipite e dico: «Sai di cosa si occupa un apicoltore di ottant’anni?»
«Non ne ho idea.»
«Nemmeno io.» Continua a leggere

Ultime spiagge infuocate

scritto da Matteo Quaglia

1. Marianna mi telefona e dice che deve parlarmi di due cose importanti. Non faccio in tempo a chiederle come faccia a avere il mio numero, che inizia a parlare. Dice la prima è che gli hipster di dieci anni fa ora hanno soldi a sufficienza per aprire locali in cui servire cocktail dentro i vasetti della marmellata. Sospira. È quasi impossibile bere un Pim’s con il Ginger ale da un bicchiere normale, dice Marianna. È estate e fuori dalla finestra l’umidità dipinge aureole intorno ai lampioni accesi. Marianna dice la seconda è che un mio amico, un attore, un motociclista che ho frequentato per un certo periodo, dopo che me ne sono andata da Trieste, ora non si sa che fine abbia fatto. Chiedo a Marianna cosa intenda, lei risponde che deve andare, ne riparleremo ma non al telefono, e in effetti riattacca. 2. Ho sempre associato la parola “scomparsa” a “violenza”. Forse è colpa della televisione, o magari ho poca immaginazione e basta. Continua a leggere

La scala

scritto da Tiziana Borghini

Doveva scendere in cantina a prendere una bottiglia di vino per la cena. Tommaso sarebbe arrivato di lì a un’ora.
Quando sua madre la spediva in cantina a prendere il vino per il padre, all’ora di cena, vi andava sempre controvoglia. Non le piaceva quella sensazione: arrivava circospetta alla porta, accendeva la lampadina che penzolava dal soffitto – una luce troppo debole per vedere bene – pescava una bottiglia impolverata e scappava fischiettando con la sensazione che qualcosa si stesse affacciando dall’ombra per seguirla. Continua a leggere

I fascisti di via Rapallo

scritto da Davide Membrini

1

Il Cipolletta l’appuntamento me l’aveva dato a Sperlonga. «È meglio» aveva detto, «ci vediamo alle nove e trenta in Piazza della Libertà». Ed è certo che per lui era meglio: lui abitava là, a Sperlonga, mentre io invece dovevo prendere il Cotral Gaeta/Terracina – aspettando biglietto alla mano sotto il sole di agosto – e poi attendere che l’autobus superasse il lungomare di Serapo, e che superasse la Flacca, e che finalmente fermasse dove doveva fermare.
Però era lui, il capo. Continua a leggere

L’alfabeto

scritto da Giulia Sarli

Dolores è davanti allo specchio. Ha sfilato le ciabatte dalle suole rialzate, reggendosi alla sponda del letto. È avanzata a piccoli passi, con le braccia incurvate da gara campestre e i gomiti a sfondare l’aria. Si guarda. Si fa scivolare di dosso il vestito nero con i fiori viola. Lo lascia cadere in terra, ai suoi piedi e i fiori si sgualciscono nel buio del tessuto. Resta nuda, glabra, affonda gli occhi nelle pieghe della pelle afflosciata sul manichino del suo scheletro. I suoi sguardi sono frecce, i secondi le ferite. Gocce di sangue rosso trasparente macchiano le piastrelle in grès e il tappeto bianco che resta bianco. Il corpo di Dolores adesso è steso a letto. Il ventre ondeggia, si tende del respiro come la vela di una barca al vento favorevole. Ha un’ora di tempo. Poi tocca a Lola uscire. Continua a leggere

Tre sorelle

scritto da Lida Poliero

Prologo
Ci sono idee che se ti vengono a vent’anni ti senti un genio, ti carichi di un’energia che poi, nella maggior parte dei casi, evapora da sé, si consuma nella fiamma dell’autocompiacimento e tutto finisce lì, senza grossi strascichi o danni. Se la stessa idea viene invece a cinquanta l’indulgenza vacilla, perché a vent’anni certe cose si possono anche perdonare, a cinquanta non più. A me quest’idea è venuta a trentacinque, a metà strada tra l’esaltazione di chi ha pochi termini di confronto e l’inadeguatezza di chi non ha fatto il salto. Continua a leggere

Boanērghēs

scritto da Andrea Vilasi

Le dissi che avremmo lasciato Barcellona e che saremmo andati a vivere da un’altra parte, magari in Italia, o più lontano. Doveva solo dirmi di sì.
«Non me lo puoi chiedere. Io… lo amo ancora».
Pedro era sparito da più di tre mesi. I Mossos parlavano dell’ETA, e della possibilità che fosse stato rapito. Per me era morto, anche lei doveva convincersene.
«Mi ha chiesto di sposarlo, non può essere m…»
Come se una promessa di matrimonio rendesse immuni dalla morte.
«Era un così… È, è! un così…»
Già iniziava a chiamarlo al passato, bene.
«… bravo ragazzo».
Era il 18 giugno 1987. Continua a leggere

Creature

scritto da Maria Pia Dell'Omo

M’haje fatte a piezze
primme ancore‘e me fa nascere
m’haje sputate ‘mmocca
primme ancore ‘e me verè crescere.
“Cuore infranto” mi chiamavi,
ma io tenevo cinche anne – che ne sapevo che vo’ ricere
“cuore infranto”?
Me lo immaginavo, questo cuore, sotto una campana di vetro,
in mezzo alle rose
e con uno strano lucore aranciato
ppe’ fa’ luce dìnto a ‘stu cielo scuro e spezzato.
“Cuore infranto” mi chiamavi e
e nodi amari tessevi con le mani,
i legamenti prendevi,
come cavi, li annodavi;
le mie ossa le rubasti al camposanto
dal corpo di un farabutto, di un poeta, di un santo.
È per questo che il mio canto è un raschiare di gola
e il mio storpio cuore nessuna alba ristora.
In ogni posto in cui vado mi sento marcio
il tuo sguardo nella memoria è
uno squarcio in quest’animo guasto.
Ogni mio passo è sghembo, padre demonio,
e cammino sbilenco, in questo mondo-manicomio.

non c’è vittoria in questa storia,
né vinto o vincitore,
io sto parlando solo di persone sole:
tu, sconfitto dalla tua ossessione di perfezione
il tuo unico linguaggio è la prevaricazione
io, trafitto dalla tua presunzione;
mai davvero figlio, solo morta creazione
c’est fait mal, croi moi une lame
enfonceè dans mon ame; regarde en toi,
n’est pas l’ombre d’une larme.
Et je saigne encore, je souri a la mort
tout ce rouge sur mon corp…
(1)
e tutte ‘stu sanghe che me scorre pe’ cuollo
a’ carne acoppe, ‘e maccarune asotte.

Padre, perdono se ti ho rinnegato,
ma tu questo figlio non l’hai mai amato.
Ed è per questo che non so mai chi sono
e nemmeno ppe’ te je nun vaco maje buono!

Sogno albe di tigri e girasoli
voglio stare in un quadro di Van Gogh
in un campo di fiori
e campanili come lame nell’azzurro
a scampanare nel cuore di dio in letargo,
ché se io esisto,
è perché mi hai fatto tu, Victor.
Non sono passato dalla gonna di una donna –
tu non hai il cuore chirurgico delle madri:
loro non farebbero figli laceri
e se pure fossero a pezzi,
li farebbero sentire interi,
pronti a spiccare il volo come sparvieri
a salpare i mari come velieri

Invece tu senza parole mi hai voluto lasciare
ho spezzato la tastiera il giorno in cui eri in ospedale
a crepare male…
mi ha insegnato il balbettio la pioggia
che batteva un canto nel petto – lei alla finestra,
tu in cielo come il mio guasto dio
che il cuore protese a creare creature incomplete
destinate ad essere dal mondo incomprese

Io canto il salmo dei negletti,
degli imperfetti figli maledetti
di noi che, ricoperti d’insetti,
marciremo come i fiori più belli di questo molesto creato

Ascolta Creature letta dall’autrice


(1) Testo da “Et je saigne encore” di Le Kyo. Traduzione: E fa male, mi attraversa una lama conficcata come un pugnale, fin dentro l’anima: ti guardo, non vi è l’ombra di una lacrima (sul tuo viso). E sanguino di nuovo, sorrido alla morte, tutto questo rosso (sangue) sul mio corpo”…

Entità oscure

scritto da Irene Doda

Il novantacinque percento dell’Universo è fatto di una materia misteriosa di cui gli scienziati non sanno ancora nulla. L’ho letto stamattina, mentre mi rigiravo tra le coperte. Mi sono chiesta come diavolo fosse possibile. Poi mi sono rimessa a dormire. Adesso sono a una festa e un ragazzo che ho appena incontrato mi tira per un braccio. Mi pare si chiami Robert. O Ronnie. Non ne sono sicura.
Siamo fuori dal pub dove abbiamo ballato, il Nancy Blakes. Robert o Ronnie appoggia le labbra sulle mie e io non mi tiro indietro. Sa di sigaretta, come la mia coinquilina Deirdre. Madonna, quanto fuma Deirdre. Ha sempre la tosse e gli attacchi d’asma. Continua a leggere