Guida per riconoscere i tuoi canti

scritto da Francesca Astarita

Casanocillo è un piccolo villaggio nella parrocchia della Trinità, a sua volta frazione di Piano di Sorrento. È a circa quattrocento metri sul livello del mare nella zona montagnosa della penisola sorrentina, è scomodo da raggiungere, ha pochissimi abitanti e quando ne sento parlare ho l’impressione che sia conosciuto solo per due cose: il nocillo e la tomba degli appestati. Continua a leggere

Pavimenti

scritto da Marianna Crasto

Soglie, limiti e confini stanno più sotto i piedi che davanti agli occhi, penso. E nonostante sia vero che un cancello è inequivocabilmente un segnale di passaggio, così come una porta o una finestra, tuttavia il suolo dove poggia il tuo prossimo passo è cruciale, e ti sostiene: sei tutto dentro un posto, non sei costretto a vederlo da dietro a un vetro. Continua a leggere

Laggiù

scritto da Francesco Bolognesi

Lassù, sull’argine del mio paese, – l’argine di un fiume che non esiste più, che affianca invece per un tratto l’Adriatica e per un altro una strada chiamata Nazionale – fin da bambino sono andato in bicicletta, prima con mio padre, a stargli dietro mentre lui tagliava il vento, poi con gli amici a zonzo, di notte, per vedere più stelle possibili e anche un po’ per capire bene cosa fosse il buio, e infine da solo, quando tornavo al paese per rivivere le strade di quando ero bambino – sì, sono un tipo nostalgico. Continua a leggere

Maria Elisabetta Alberti Casellati

scritto da Fabrizio Nuovibri

Mai l’Italia ebbe altra sterile casta
Italia sballata: stabilirete camere?
Sì, se l’Italia batte altra bicamerale
L’Italia mistica sale: ballare, battere!
L’Italia illibata batte: camere, ressa!
L’Italia illibata… se c’è erba, stremata.

E l’italia bacia e brama triste stella
L’Italia bacia le metastasi tra le B.R.
L’Italia, estrema star, ti bacia le balle
L’Italia estremista tace: è lì la barba
L’Italia tassa certi malati e le barbe
L’Italia tassa il bere ma cita la Bertè
Italia marcita: la lebbra, le tasse, tiè!

L’Italia emetica resta lì: è slabbrata
L’Italia scema testerà l’Italia ebbra
L’Italia tribale cambierà: la Sette sa
L’Italia sa, birra, tetta e besciamella
L’Italia testa tesa, birra e ciambella
L’Italia alta ci abbasserà le mirette
E l’Italia bassa tratterà male i celibi

E l’Italia mastica bretelle e sbraita
L’Italia arrabbiata miscela le sette
L’Italia la smette, c’è rabbia realista
L’Italia esacerbata è matta, se brilli

E l’Italia baratta mesta le braci lise
L’Italia lacerata sbatte miserabile
L’Italia abbatte macerie, sa e strilla
L’Italia tesa, ribelle: basta Amatrice!
L’Italia metterà sabbia lì, tra le case
L’Italia trebbierà la mise catastale
L’Italia misera ti abbatterà le scale

L’Italia cela misteri e blatera: BASTA!

Ascolta Maria Elisabetta Alberti Casellati letta dall’autore

Un episodio d’amore

scritto da Marta Cai

A Cido Passarelli

Per quanto mi riguarda questa storia brasiliana inizia con le mozzarelle di un leccese a Curitiba, Paranà. Il Paranà è infilato come una bottiglia tra lo Stato di São Paulo (a nord) e quello di Santa Catarina (a sud). A ovest ha l’Argentina e il Paraguay, a est l’Atlantico; per chi ama i numeri, si stende sul 25o parallelo Sud; per chi ama la geografia in generale, il suo clima non ha niente a che vedere con quello da Rio de Janeiro in su. Curitiba è la capitale del Paranà e poiché le temperature non sono un’opinione esibisce una comunità di discendenti polacchi degna di nota, credo la seconda al mondo dopo Chicago. Continua a leggere

Avrei dovuto capirlo

scritto da Carmine Bussone

Avrei dovuto capirlo, il guaio in cui mi stavo mettendo, il puzzle infinito che avrei tentato di risolvere e nel quale volontariamente mi ero immerso.
Per discolparmi posso dire che la cosa non era così facile da intendere, soprattutto all’inizio. Non sarebbe stato come combinare tutti i pezzi sfuggenti o meno di un delitto di cui è necessario trovare il colpevole. E se anche fosse stato, stiamo parlando di un’indagine così lunga e lenta che ogni volta che scoprivo elementi nuovi, il ricordo dei precedenti era ormai illeggibile. Continua a leggere

Poesia da 11 pollici e mezzo

scritto da Fabrizio Nuovibri

Vorrei coltivare orchidee
Ma non ho il pollice verde

Vorrei coltivare insalate
Ma non ho il pollice verza

Vorrei allevare lombrichi
Ma non ho il pollice verme

Vorrei trasmettervi entusiasmo
Ma non ho il pollice verve

Vorrei barrire, miagolare, nitrire
Ma non ho il pollice verso

Vorrei bere un Martini
Ma non ho il pollice vermouth

Vorrei sapere la grammatica
Ma non ho il pollice verbo

Vorrei fare l’autostop
Ma non ho il pollice vero

Vorrei scrivere romanzi d’avventura
Ma non ho il pollice Verne

Vorrei leggere tutto Goethe
Ma non ho il pollice Werther

Vorrei girare un film porno verista
Ma non ho il pollice Verga

Vorrei scrivere una fiaba originale
Ma ho solo mezzo pollicino

Ascolta Poesia da 11 pollici e mezzo letta dall’autore

Ed è così che sono diventata una bestia

scritto da Ilaria Vajngerl

Davanti alla fattoria c’è una rotonda piena di galline, escono dal cortile e attraversano la strada. Chi arriva da fuori frena bruscamente pur di non investirle, le macchine si accartocciano in tamponamenti a catena che accadono con frequenza regolare. A Francesco poco importa, se qualcuno preferisce rimetterci il paraurti per salvare la vita di una gallina, sono solo fatti suoi.
Da lontano prima di arrivare, vedo un enorme pioppio sovrastare la campagna. I pavoni ci trascorrono la notte, le code pendono dai rami: quello è il mio albero magico. Quando chiedo a Francesco di poter entrare, lui mi dice che posso visitare la fattoria tutte le volte che voglio, basta che non faccia la schizzinosa: le sue sono bestie, mica animali.
C’è odore di capra, fieno, ruggine, primavera, fango, mangime, piume, legna, erba, fuoco, glicine, carogna. Continua a leggere

Loro

scritto da Roberta Da Prato

«Chi sono, mamma?»
«Nessuno, tesoro.»
«Ma vivono lì, nella casa grande?»
«Non lo so, tesoro. Camminiamo che è tardi. A quanto siamo?»
«456.»
«Forza allora. 457, 458, … Vai avanti tu.»

Un anno fa è morta la mamma. Sono venuta in paese in treno, oggi, e ho percorso a piedi la lunga scala che risale la collina fino alla casa della mia infanzia. Ho contato uno a uno i 563 gradini come quando avevo sette anni e la maestra diceva che non ero brava in matematica.
Al 456 esimo la casa grande è ancora in piedi, la porta d’ingresso è un buco attraverso cui si vedono il cielo e i nidi di rondine in quel che resta del tetto. Uno dei due leoni in pietra sui pilastri del cancello è ormai solo zampe e artigli, l’altro mi fissa minaccioso con i suoi piccoli occhi scuri. Continua a leggere

Rave Goa Marino

scritto da Eugenio Griffoni

Uscito di casa questa mattina
pareva quasi di stare al porto,
si sentiva nell’aria lo vedevo per la strada,
era il Mare,
lungo il corso che m’aspettava
a caso sparso tipo briciole,
non fatte di pane,
ma di fatta spuma smarrita e
cozze
sbronze
aperte,
granchi storti alghe perse e cavallucci marini
pure i delfini in postumi micidiali:
era l’alba dei molluschi viventi!
C’era stato un cazzo di rave marino
qualcosa d’eccessivo, psicotropo,
un sabbath abusivo
coi polipi giganti e le balene sciamane
“Caspiterina però penso che potevano anche invitarmi ste balene
che tanto abito qui sopra
avrei diligentemente smezzato la spesa” comunque,
mentre mi facevo sto viaggio mentale
dall’uscio di casa al rave goa marino
mi trovo fra i piedi i delfini
che pregano tutti impastati
“Acqua acqua per favoreEE”
mi sba-va-no
mi slacciano le scarpe “Oooooh! Cazzo volete?
mettete apposto sto macello
riponete nell’ordine le cose
e non si capisca per cortesia
che avete ecceduto nei vizi,
lesti lesti tornatevene in mare
che si scandalizza la borghesia e
sgomberare sgomberare!
Per i postumi il mal di testa
niente Moment OKI o Aspirina:
leccatevi gli scogli
fidatevi, parola mia”.

Ecco dettaglio importante
c’erano pure gli scogli
nte sta cagiara:
uno collassava male
dentro al negozio chic,
n’altro stava sul campanile
bo cantava
n’altro stava
buono buonino
sopra il Cayenne del vicino,
STO SUV DIMMERDA
ora fai il Pouf cuscino
nel mio rave
goa
marino,
grazie scoglio – ti stimo.

Nel mentre della conta
i sopravvisuti del disastro
pensavo a questo mare
sempre zitto e salmastro
che non ha voce per bestemmiare
se non tempesta
per spazzare via la sabbia dai lidi
lungo l’Adriatico, e
ho pianto.

Oh mare, amato mare,
mio mare blu profondo
che sbronzi di salsedine
sognanti e marinai,
versi e cuori rapisci
nel tuo galoppo d’onda:
tu orizzonte! Precipizio che ingoia
sole luna e stelle
istinti
sgomenti
amori
tormenti
tu
tormenta nella notte,
tu che inverti le mie rotte,
oh madre
e fonte,
tu vita che circonda
e matrice di respiro,
tu domanda
senza risposta, sospiro
a te, voce del dio muto
che in te sprofonda:

Cosa ti hanno fatto?
A brandelli microplastici
in radioattivi fondali
hai fatto tuoi gli scarti
di questa ingorda società.

Cosa ci siamo fatti?
Incapaci di respirarti,
leggerti, amarci.

Ascolta Rave Goa Marino letta dall’autore