Torta di mele

scritto da Francesco Ceffa

E giù terra. Terra che cade sulle cosce, sulle ginocchia sbucciate. Sugli stinchi. Che cade sui pantaloni, laceri e bucati, rovinati dal lungo strisciare sull’erba e tra i sassi, nella terra. Terra che cade sulle scarpe, dentro le calze, dentro le tasche più volte perquisite e piene ormai solo di terra, di sassi. E terra e sassi sopra la pancia scoperta, dentro l’ombelico, sui fianchi. Le costole coperte dalla terra. Terra che cade sulla cintura, sopra la maglia, sulla maglia bianca e sollevata e sporca d’erba. E altra terra e altri sassi che cadono sulle braccia, sulle mani, fra le dita. Continua a leggere

Malasole

scritto da Gabriele Bordogna

Mi avevano detto che sarebbe stato il suo ultimo inverno.
Ancora una stagione, cinque mesi sotto le sferzate dei venti di quota e poi basta, pace; i suoi pezzi li avrebbero tolti e messi nei cassoni giù a valle, e poi li avrebbero fusi, o li avrebbero tenuti lì ad aspettare che persino la ruggine se ne dimenticasse.
Io allo skilift Malasole ci tenevo. E mi è dispiaciuto quando mi hanno detto che sarebbe stato il suo ultimo inverno. Continua a leggere

La bestia sbagliata

scritto da Max Di Mario

Le mattine non hanno tutte l’oro in bocca
ma più spesso un retrogusto di vodka
che è ferita metafisica nello specchio del fiato
mi spezzo mi piego e mi spoglio delle foglie
facilmente, come un ramo
come Remo so solamente invidiare
il destino del gemello giusto
fondatore di imperi benedetti da dei
che io sono capace soltanto di bestemmiare
è difficile trovarmi nelle pagine che scrivo
spiare oltre gli argini di cirri e ciminiere
in un città di ghepardi da tastiera
recitare la mia parte di fragile erbivoro
da sempre la bestia giusta al momento sbagliato
è evidente,
sono un bag del sistema, un insetto sterco
sono il terrapiattismo per la filogenesi
un errore imprevisto nella classificazione di Linneo
un repellente neo peloso sotto l’occhio di Darwin
Rewind. Pianosequenza in un’anonima classe delle elementari
Suor Rosa, tenero bocciolo con bicipiti da Undertaker
avvolto nella sua custodia di nera ossidiana
ci affibbia una lettera da abbinare a animali
scatenando una pioggia di G come gatto, di C come Cane
di L come Lupo, di R come Rana
e di Z come Zebra che la mandano in sollucchero
fino ad arrivare a Max, con la sua P
come, ovviamente, Petauro dello zucchero
e giù scrosci di risate, come aghi sottopelle
piccole bocche malvagie e licantropici dentini
di futuri questori, fashion blogger e banchieri
lo sguardo di Suor Rosa
lo stesso di Schwarzenegger
quando pronuncia il suo fatale: Hasta la vista baby
e io stringo geloso il mio Petauro, al petto
sotto gragnole di scherno e di T come Topo
prendo coraggio, dico: l’ho letto in un libro!
è un marsupiale dotato di membrane dette patagi
vive in Nuova Guinea, ve lo giuro, esiste
è uno scoiattolo che vola
una M come Mucca per poco non mi acceca
Suor Rosa mi solleva, gonfia il collo taurino
scambia di posto le mie costole come un cubo di Rubik
mi chiede: perché insisti a prenderci per il culo?
Cos’hai contro il Pollo, il Pinguino, la Pecora
se vuoi fare l’originale scegli il Pitone, il Puma
Ma non stuprare con la fantasia la perfezione della natura
mangia merendine, gioca a calcio
suona Fra Martino col flauto, come tutti
invece di insistere ad infilartelo nel naso
Spera di essere un Re Magio alla recita di Natale
invece di sperare di essere l’asino
il mondo è così, puoi essere soltanto l’animale che sei nato
puoi avere occhi di aquila, o essere talpa, cieco
ma non puoi essere uno scoiattolo alla conquista del cielo

a casa rispondo che va tutto bene, prima di rintanarmi
nella mia giungla divano
Nuotando nella testa assieme agli ornitorinchi,
imitando gli starnazzi di emù e kookaburra,
e ammirando le feci quadrate di un vombato
mentre rimetto in ordine le spalle lussate
senza sapere che un giorno un conato di noia
per ragli uniformi, omologati muggiti
dopo un lungo curriculum fatto di sbagli
di amori dadaisti e vodke in bocca al mattino
mi porterà a squittire in un modo solo mio
irsuto roditore che plana nell’alba
felice, chiamando i suoi versi poesia,
di essere al momento giusto la bestia sbagliata.

Ascolta La bestia sbagliata letta dall’autore

Il mondo selvatico

scritto da Belisario A. Laveneziana

La prima volta che ho incontrato Matilde è stata tre giorni fa. Aveva addosso una maglia fino alle ginocchia che lasciava scoperte delle striature bianche sulle cosce e un tatuaggio tribale che le faceva apparire le gambe come le zampe di una zebra.
Ha teso la mano nel vuoto della stanza, con ancora gli occhi semichiusi e il caschetto scapigliato, Matilde¸ prazer, mi ha detto, solo questo. Continua a leggere

Tempesta imperfetta

scritto da Max Di Mario

Tu che ti svegli
tra le macerie della notte
stretto da pareti di fogli A4
imbrattati degli ultimi bisbigli di sogni
nascosti nel cassetto di qualcun altro.
Tu che ti addormenti scarafaggio
per risvegliarti uomo,
che lavi i denti dopo i pasti
per un sorriso seducente a questo specchio vuoto:
sei sia la gallina che l’uovo.
Sei nato prima di inventare te stesso
ma hai calato le braghe dopo esserti pisciato addosso.
Così non va sorella
e fratello, credimi, stai messo male.
Da animale a animale, di sociale hai solamente
la tendenza a fantasticare su quale sarà la prossima hit dell’estate,
finché non interviene la nobile arte del dissociare:
mente e mani, cervelli e peni, vescica e reni,
e allora dici bisogna fatturare
bisogna fratturare ulne tibie scapole omeri frantumare omero dante
e pezzo per pezzo piazzare dei bot dei bond gli stock la glock qui in front
Oh!
Mio nonno bracciante lucano smottava la terra
perdeva la guerra di troia contro la servitù della gleba
sopravvissuta zitta zitta nel sommergibile della storia.
Mangiava controfiletto di merda, direttamente dalla scodella,
finché non ha mollato la zappa ed è salito, su
dal battiscopa pieno di polvere all’aria pura della finestra.
Sul carro del venditore.
Sul: carissimo compagno lavoratore
eccoti un bel contratto, l’appartamento all’angolo nel palazzo, il conto in banca,
saluta il calanco e abbraccia il Nord Est che produce,
bacia la croce e saluta il duc…ssssssh!
Ma pensalo e basta, perché non si dice.
Ora addormentati e risvegliati
felice.

Ma non basta.

C’è nei tuoi occhi, sorella, la cresta di un’onda,
c’è nella tua pancia, fratello, una sorgente che sgorga,
c’è una vecchia favola che nel tramonto rimbomba,
un gigantesco drago addormentato
che sogna i suoi sogni di fuoco nell’ombra,
un gregge di pecore nere, smarrite nei crepacci del mondo,
che belano la loro rivolta
alla spalle indaffarate del roveto ardente,
finché non interviene la somma arte del sussurrare:
parole e voci, respiri e fedi, stanchezze e schiene
e allora dici bisogna complicare
bisogna compitare cifre, ore, notti, gradini, compilare bilanci e grafici
e pezzo per pezzo spezzare
il pane e rendere le disgrazie, realtà.
Occupare il nostro piccolo spazio.
Rimanere in silenzio.
Lasciando scorrere una poesia
accendersi, un istante poi via
nell’oblio dispettoso del fiume Lete
concedendo alle nostre orecchie, la libertà
di decidere se combattere
per la tempesta o per la quiete.

Ascolta Tempesta imperfetta letta dall’autore

Inseparabili

scritto da Mattia Grigolo

C’è un uomo e una voliera adagiata ai suoi piedi. Quest’uomo volge lo sguardo al cielo come ad aspettare, con serafica calma, che qualcosa gli cada addosso. Invece sta cercando. Mi avvicino.
«Cosa succede?»
«Il mio pappagallo è scappato. Dev’essere tra quei rami.»
Seguo con lo sguardo la sua stessa direzione. Poi torno sulla gabbia, dentro c’è un altro pappagallo. È minuto, le ali verdi, il petto giallo, la testa e il becco rossi. Continua a leggere

Mi scusi, lei vive da sola?

scritto da Stefania Maruelli

Sono arrivati in cinque. Francamente mi è sembrato un dispiegamento di forze eccessivo. Non tanto i tre della guardia medica, ma i due poliziotti, quelli proprio non me li aspettavo. Come mai la polizia? ho chiesto alla ragazza che mi misurava la pressione.
È la prassi, mi ha detto lei sorridendo, non preoccuparti. Intanto però un poliziotto aveva acceso una torcia – una piccola torcia che mi ricordava quella che usavamo io e mia sorella da piccole quando restavamo al buio e disegnavamo figure luminescenti sulle pareti della cameretta – e aveva preso a percorrere il corridoio, senza neanche chiedermi il permesso, aveva aperto la stanza dell’abbandono, quella dove dopo due anni c’erano ancora scatole da cui con Luca tiravamo fuori cose al bisogno – libri, vestiti, vecchi film – era un po’ il segno del nostro cedimento, o della nostra poca costanza, e mi dava fastidio che un poliziotto fosse lì con una torcia a mettere in luce la cosa. Poi per fortuna ha richiuso la porta ed è andato avanti, fino alla camera da letto e al bagno: sarà stato deluso di non aver trovato tracce di sangue nemmeno laggiù. Continua a leggere

Orecchie viola

scritto da Annalisa Maitilasso

Le parlo, ma non ci sente. Strizza gli occhi, si avvicina, la faccia s’increspa. Mette le mani a coppa, dice: eh? Alza le sopracciglia, si sforza, ma non ci sente. Proprio non ci sente. A un certo punto, crede di aver capito qualcosa. Io faccio finta che abbia capito.
Mia nonna è una vera bellezza. Una cascata di pelle a pieghe come la seta, il sorriso che spicca un salto in mezzo a un maremoto di grinze. Io la adoro. Oltre a non sentirci, ci vede pure poco. L’estate scorsa mio fratello, annoiato dai soliti giochi della stradina, decise che la sua missione era insegnarle a leggere. «Che fai?!» strepitavo io dalla cucina «Sa leggere! È solo che non ci vede!». Ma lui, diventato improvvisamente duro d’orecchi, andava avanti ostinato nel tentativo di farle sillabare i dialoghi di Topolino. Lei non s’offendeva. «Antó, lasciami stare» diceva alla fine. Continua a leggere

Casa

scritto da Claudia Petrucci

Casa, singolare – nell’accezione: unica nel proprio genere, diversa da tutti gli altri; inoltre femminile. Costruzione eretta dall’uomo nel millenovecento ottanta, venduta, comprata, complesso di ambienti che a distanza di vent’anni noi ancora sogniamo, mio padre, mia madre, mia sorella, tutti sognerebbero quella che è stata la mia casa se solo ci avessero vissuto per un anno, o tutti sognano le case della propria infanzia fino all’ultimo giorno? A grande distanza, la casa torna a trovarmi mentre dormo, non sono io a entrare ma è l’organismo architettonico rispondente alle esigenze particolari di me abitante, l’organismo a espandersi dal centro del mio corpo nel dormiveglia e a estendersi tutto intorno in una corazza, un satellite del ricordo e più spesso un vero e proprio pianeta. Continua a leggere

Non ce l’hanno mai presentato il mare

scritto da Sara Mariotti

Ci ho pensato.
Provengo da un albero di gelsi.
Non un albero qualsiasi di gelsi, ma quello nel cortile di Via Savoia.
Mia nonna aveva pure le galline, mi facevano ribrezzo le galline.
I gelsi, invece, mi piacciono, anche se non li mangio mai, non so dove trovarli, non so nemmeno se possono fisicamente cadere dentro le vaschette.
Per me, una volta raccolti, finiscono direttamente in bocca, oppure scompaiono: è questa la mia soluzione. Continua a leggere