Mammifero

scritto da Claudia Feleppa

Mia madre non mi ha creduto. Sentivo un rumore come di sabbia dentro le orecchie. Ho insistito. Allora è andata da mia sorella: Avete fatto qualcosa che non dovevate in spiaggia? Ha chiesto. Irene aveva già steso i nostri costumi al sole, si era lavata e asciugata i capelli, pronta per il riposino pomeridiano. Ha abbassato la testa prima di mentire: Sì mamma, ci siamo schizzate.
Fuori il mio costume pendeva tutto storto dai fili del bucato con una spallina strappata. Sono corsa a prenderlo. Mamma, guarda! Ho detto. Sono state loro. Mi hanno fatto male.
Non esagerare, ha detto mia madre, vi siete solo schizzate. Continua a leggere

Lo scemo del villaggio

scritto da Filippo Cerri

I

Io gliel’ho detto al Ventura di non andare a ficcare il naso nel vecchio podere dei Persico. Ma quello da un orecchio non ci sente davvero, una roba tipo otite di qualche anno fa, dall’altro proprio non vuol sentire. E allora che ci andasse pure a far vedere a me e agli altri quanto è coraggioso.

Ci è andato. Ma non prima di averci chiamato codardi.
Il podere dei Persico è abbandonato da anni, da quando l’ultimo di questa sciagurata famiglia se n’è andato in città a farsi venire un infarto, lasciando tutto sigillato e, per questo, intoccato, offerto in eredità alla polvere e ai topi. Il Ventura ha detto che doveva prendere qualcosa d’importante che di sicuro stava ancora là. Allora ci ha salutato e si è avviato verso il podere. Poi è tornato. Ha trovato qualcosa ma che cosa non dice. Agli altri quello che il Ventura fa e tace importa il giusto. Loro questo povero cristo alto e smilzo lo vedono per quello che è sempre stato, lo scemo del villaggio. Invece a me il Ventura ispira una sana simpatia e in tutti questi anni se potevo aiutarlo, l’ho fatto. Anche quando è stato più difficile. Continua a leggere

Una sparizione senza tanta importanza

scritto da Letizia Lipari

Già sul giorno della sparizione ci sono perplessità.
Sua madre dice che è sparita il tre di giugno; che quel giorno, semplicemente, non è rientrata dal lavoro.
Noi colleghi invece non siamo convinti: c’è chi dice il sei, chi il dieci, chi addirittura il sedici di giugno. Poi ci sono io che potrei sbagliarmi ma sono convinta di averla vista allo stabilimento intorno al venti di giugno, potrei giurare che era proprio lei che si è messa pancia a terra insieme a me per pulire, quando per sbadataggine ho rovesciato un secchio di frattaglie di pesce – una colata scivolosa di intestini code teste e pinne.
E chi altri mi avrebbe aiutata se non Barbara? Continua a leggere

Il paniere

scritto da Flavio Villani

Il refettorio era ancora vuoto. Era esposto a ovest e il sole del mattino non lo arroventava. L’aria sapeva di segatura e di brodo. A Palmieri quell’odore ricordava il refettorio delle elementari.
Erano seduti a un tavolo da sei. Palmieri davanti alle giacche da moto degli altri tre buttate sulla spalliera della sedia. Alla sua destra era Zio e di fronte Caciara. Ancora più a destra, a capotavola, sedeva il Vichingo. Continua a leggere

Nella nebbia

scritto da Igor Stelluti

L’omino-tutta-pancia pelato che spunta nudo dalle dune di Capocotta con indosso solo la mascherina nera e uno zainetto avrebbe dovuto essere l’unica cosa degna di nota del nostro 31 dicembre 2021 romano. Avrebbe dovuto essere la quadratura del cerchio: spiaggia nudisti, una manciata di esseri sparsi a vista d’occhio nel freddo arenile, uno dei quali inspiegabilmente dentro una tenda fucsia, una leggera bava da sud-ovest e obbligo di mascherina nei luoghi aperti. Non avremmo potuto chiedere di meglio, ci avrebbe aspettato giusto una cena acchittata alla meno peggio con un paio di parenti che ci ospitavano per le feste e qualche fuoco d’artificio illegale, possibilmente truccato, da guardare dal terrazzino. Praticamente avevamo già risolto il capodanno. Continua a leggere

Buon Natale

scritto da Filippo Avigo

Sono un essere ibrido, mezzo pensionato e mezzo capriolo. O daino, camoscio, non so neppure io. Un centauro in là con gli anni e avvezzo ai boschi, per capirsi. Sto cercando di recuperare i soldi che ho nascosto nel mio appartamento in montagna, da qualche parte che non ricordo. L’operazione è complicata, le zampe da ungulato non aiutano. Soprattutto ho una gran fretta di andarmene, figli e nipoti mi sono alle calcagna, non vedono l’ora di arraffare i risparmi che ho accumulato in una vita. Continua a leggere

Tredici di agosto

scritto da Alfredo Giacobbe

Mio fratello mi aspetta in stazione. Quando scendo dal regionale, Massimo è in testa al binario, oltre la piccola folla dei pendolari che si assembrano intorno alle porte del treno per andare verso il mare, dalle loro famiglie. Non sapevo che Massimo fosse in città, ma non mi spaventa vederlo, immobile tra la gente che si affretta, e illuminato da un raggio di sole tardo pomeridiano che attraversa una crepa nella pensilina malridotta. Ogni anno, il tredici di agosto, i morti ritornano per passare un’ora con i loro cari. Quando raggiungo Massimo e gli sono di fronte, il suo viso di quindicenne è calmo come non lo è mai stato. Non ha né il sorriso forzato che vendeva a nostra madre, né l’ombra dell’inquietudine che lo ha tormentato da vivo. A parte questo, Massimo non è cambiato in niente. Ha la pelle trasparente intorno al naso screziata da una miriade di efelidi rugginose, ha capelli dello stesso colore che s’increspano sopra la testa. Appese al collo ha ancora le inseparabili cuffiette con la spugna gialla e il cavo che gli scende lungo la maglietta, fino a infilarsi nella tasca dei jeans macchiati di sangue scuro. Erano trent’anni che non lo vedevo, in tutto quel tempo Massimo era tornato solo per la mamma. Oggi è qui per me. Continua a leggere

Il cliente preferito

scritto da Paolo Leibanti

«Buongiorno signor Giuseppe. Come va, tutto bene?»
Giuseppe guarda in basso, dondola la testa e si rifugia nel solito «Sì, grazie.»
«Come va, tutto bene?» gli chiede ogni volta Annamaria, e per Giuseppe non sarebbe una domanda facile. Bisognerebbe pensarci bene, valutare la salute personale in rapporto all’età, la situazione della famiglia, le notizie sentite al telegiornale, l’umore del momento. “Tutto”, per Giuseppe, comprende un bel po’ di cose. La prima volta che gli era stata rivolta quella domanda si era quasi spaventato. Gli era parsa una questione enorme, che aveva a che fare con il senso della vita. Ma poi aveva pensato che se te la pone una donna che sta aprendo una scatola di vasetti di yogurt in piedi su uno sgabello, non può essere una domanda seria, deve valere solo come una specie di saluto, tipo Come ti sei svegliato oggi? o Hai fatto una buona colazione? Continua a leggere

Stanze libere per il mercoledì

scritto da Claudia Paccosi

Gli ospiti della settimana di capodanno arrivarono al boutique hotel Schneestern la domenica mattina. L’albergo più esclusivo di St. Martin era incastonato a 2.200 metri di altezza, più in alto di tutti gli altri. Affittava quattro appartamenti di trecento metri quadri ciascuno, con vista sulle piste e sulle vette del comprensorio. Le riviste Sciare e Neve gli dedicavano ogni anno una delle loro copertine enumerandone i servizi per i fortunati visitatori: pensione completa stellata, cura e deposito dell’attrezzatura da neve, disponibilità giorno e notte di ex campioni come maestri di sci per consultazioni e lezioni private, area termale con sauna e massaggi, cinema all’aperto in appositi igloo riscaldati, ciaspolate notturne con aperitivo a base di champagne e ostriche, ore di yoga e meditazione all’alba e al tramonto, servizio navetta elicottero per arrivo e partenza. Continua a leggere

Anniversario

scritto da Federico Morando

Non appena apre la porta, Giusy ha stampata in faccia un’espressione da far paura. Strizza le palpebre arrossate, se le strofina con un polpastrello. Poi si aggiusta gli occhialetti e mi guarda, aprendo solo un occhio. Alza un palmo alla fronte per coprirsi dalla luce. Si calma solo quando capisce che sono io, ma non per questo è meno arrabbiata.
«Nené, vieni entra, – dice, le labbra ancora increspate – lo sai che ore sono, sì?»
«Sì», rispondo.
«Ecco, ti conviene sia qualcosa di davvero importante.»
«Lo è.»
«Se mi hai di nuovo buttata giù dal letto solo per farti leggere le carte…» Continua a leggere