Pucundria

scritto da Vittoria Acone

Quella di Domenico non era una storia complicata: aveva perso le parole, e poi le aveva ritrovate. Le aveva perse senza neanche rendersene conto, come fossero la chiave della cassetta della posta o l’ultimo bottone della camicia buona, quello che non chiudi mai perché altrimenti ti manca l’aria. Le aveva perse in quella che poteva essere una domenica satura dell’odore del ragù, o nel tramonto denso che invade il porto. Le aveva perse così, senza preavviso, senza un segnale, prima ancora di capire che, senza, non poteva fare niente.

«Professò, si può? State dentro?» Continua a leggere

Le ceneri della sorella

scritto da Gianfranco Martana

Dopo la cremazione, Luisa si portò a casa l’urna grigia in finto marmo con le ceneri della sorella minore Nunzia. La sistemò al centro dell’armadio in camera da letto, fra lenzuola e coperte, ma quando richiuse le ante e la vide scomparire cambiò idea: la tirò fuori e la poggiò su un vecchio carrello portavivande che usava come ripiano per cianfrusaglie, così poteva averla sempre accanto a sé.
Al momento della morte, Nunzia aveva 74 anni. Non aveva mai avuto una relazione sentimentale lunga, perché gli uomini la annoiavano. Non era molto loquace, e forse per questo capitava anche che gli uomini si annoiassero di lei. Le sue frasi più ricorrenti erano “Uh!” “Ma sei scema?” “Non prendermi in giro!” Quando taceva, però, i suoi piccoli occhi verdi persi nel vuoto sembravano occultare pensieri complessi ai quali nessuno aveva accesso. Continua a leggere

Collospezzato

scritto da Andrea Consonni

Trovo collanine di caramelle, sciarpe di cashmire, preservativi usati, auricolari Apple, lettere d’amore fatte a pezzi, cellulari con lo schermo bloccato sulla foto della mamma morta, forcine e spazzole per capelli, brugole Brico, chiavi di Maserati e Mustang, borracce dell’ultimo festival di Cannes, mutandine di pizzo, macchinine Hot Wheels, biglietti omaggio per l’ultimo spettacolo di Finzi Pasca, antidepressivi, antimicotici, Daffalgan, aspirina, mucolitici, popper, tabacco, filtri per sigarette, palline d’eroina, Barbie, permessi di soggiorno, occhiali Ray Ban, orecchini d’oro, rimedi omeopatici, dispense universitarie, chiavi di casa, monopattini, gonne H&M, scarpe, mascherine, carte di credito, forcine, skate, unghie finte. Continua a leggere

Il congelatore

scritto da Letizia Lipari

Immagina questo scenario.
Una festa di ragazzi di liceo, musica dance, una tavolata di alcolici del discount, gente che vomita. C’è una ragazza carina, è andata lì per incontrare uno che un po’ le scrive, un po’ la ignora, le hanno detto che scrive anche ad altre e c’è rimasta male, alla festa gli lancia occhiate e battute. C’è un tipo grassottello che fa il filo alla ragazza carina ma lei è tutta presa dall’altro e allora niente, il tipo grassottello si dedica alle gare alcoliche con gli amici, vince la gara a chi beve più shot in 60 secondi, si batte il petto con fare da primate, è felice, lancia un altro giro di sfide. Intanto la ragazza carina e il tipo che le piace si chiudono in una camera. Continua a leggere

Daruma

scritto da Rebecca Buselli

Saresti la ragazza perfetta se ti tagliassi le gambe, dice e si accarezza la guancia.
Io la guardo, guardo le mie gambe e le butto in avanti per camminare. Penso a quelle statuette giapponesi di un monaco rosso senza arti, li ha persi meditando.
Potrei sedermi qua, sulla veranda di questa casa non mia e meditare su tutte le cose che dicono gli altri e aspettare che anche a me caschino le gambe. Le braccia mi sono già cadute.
Preparo la borsa, allaccio le scarpe ai piedi che sono attaccate alle gambe che mia mamma vorrebbe non avessi. Continua a leggere

La differenza la fa il dolore

scritto da Mattia Grigolo

Lo zio Alfredo non piace a mia madre.
È arrivato una domenica, mio padre lo ha accolto fradicio di sudore, sorridente.
Sarei dovuto scendere d’inverno – dice allargando le braccia.
Al nord non è estate? – risponde papà. Si prende l’abbraccio del fratello.
Hanno gli stessi tratti somatici, sembrano gemelli, ma uno è magro e scavato, l’altro robusto con una folta barba che gli arrotonda ancora di più il volto. Lo zio è quello magro.
Mi guarda, s’inginocchia e mi accorgo che, tra i suoi piedi di fianco a un borsone da viaggio, c’è un grosso scatolone forato sul lato più lungo. Sei piccole fessure come tre oblò affacciati nell’oscurità. Continua a leggere

La tua paura più grande

scritto da Simone Paparazzo

«Dove vai?» mi fa.
Sara non si muove dal letto. Si è voltata a guardarmi e dalla finestra la luce del lampione le guizza tra i capelli tinti di rosso. La tapparella non scende oltre e restano quei fori orizzontali che privano dell’oscurità.
«A lavarmi».
Nudo. Il telefono in mano.
Siedo sul gabinetto e ho un solo nome in testa. Accendo il telefono. Il neon sopra al lavandino mi dà un colorito simpsoniano. Sugli appendini c’è un pantalone da lavoro dimenticato dalla sera precedente.
Sento Sara rigirarsi nel letto. Arriva rumore di plastica.
Fabio. Non trovo il tuo numero. Continua a leggere

Non c’è niente di mio qui

scritto da Giovanna Vicari

Arrivo mezz’ora prima, entro dal cancello in ferro battuto che dà sul cortile, uno spiazzo tra palazzi di inizio secolo. Ci sono già stata qui, mi dico. Due casupole si fronteggiano unite da una pergola con rampicanti e lampadine sospese, sotto ci sono una manciata di tavoli.
Me lo ricordo, una decina di anni fa qui c’era un piccolo cinema indipendente con un bistrot.
Avete cambiato gestione?
Uno dei due camerieri, il ragazzo, scuote la testa e si scusa, non sa rispondermi.
Certo, gli dico, tu sei giovanissimo e dicendolo mi sento più vecchia di mia madre. Continua a leggere

Disdetta

scritto da Egidio Matinata

DISDÉTTA s. f. [der. di disdire]
1. Anticamente, con senso generico, il dir di no, rifiuto, ricusa. Oggi, dichiarazione di risoluzione di un contratto. Termine, tempo utile per disdire.
2. Sfortuna

11.12.2020

Non credete a nulla di quanto sentite dire e non credete che alla metà di ciò che vedete

La frase riecheggia nella mente di Vittoria. La donna è seduta dietro la scrivania, ha lo sguardo rivolto fuori dalla finestra e una tazza di tè a riscaldarle il grembo e le mani. Il fumo della bevanda si incrocia con i raggi del sole che attraversano i vetri. L’azzurro del cielo fa risaltare la prima neve sui monti in lontananza. Mentre il marito e la figlia stanno ancora dormendo, lei è sola e immersa nella pace; si è svegliata riposata, di buon umore e motivata. È pronta per un’altra giornata di lezioni a distanza. Ha quattro ore, dalle otto alle dieci e dalle undici all’una. Volendo, avrebbe anche il tempo di fare una passeggiata veloce. Continua a leggere

Consolazione

scritto da Stefania Maruelli

Guardo i segni del legno sulla panca, ci passo su un dito, mi metto a grattarli. Ora avrei dovuto tenermelo sempre, tutti i giorni. Mi alzo al cenno del prete: è la terza volta che ci fa alzare e sedere. Luca volta la testa di un niente nella mia direzione, vuole essere complice, farmi sorridere di questo continuo alzarsi e sedersi, farmi capire che conosce l’inutilità del tutto, lasciarmi intendere che siamo uguali anche se non è vero. Consolarmi dai miei pensieri anche se il padre nella bara è il suo. Torno col dito sui segni dei tarli. Ora avrei dovuto tenermelo in casa ogni giorno, tutte le mattine e tutte le sere. Certo, in mezzo ci sono l’alzarsi, il vestirsi, un caffè buttato giù in fretta, molto ore di lavoro, il pranzo fuori, altro lavoro, le commissioni della vita. Tuttavia rimane la sera. Niente più solitudine, niente più scrivere. Ora che è orfano ha solo me al mondo, solo me e quella casa dove finora ero riuscita a restare da sola, farlo correre all’occorrenza, mai nei weekend. Nei weekend c’è da scrivere, non perdere tempo. Continua a leggere