Guida per riconoscere i tuoi canti

scritto da Francesca Astarita

Casanocillo è un piccolo villaggio nella parrocchia della Trinità, a sua volta frazione di Piano di Sorrento. È a circa quattrocento metri sul livello del mare nella zona montagnosa della penisola sorrentina, è scomodo da raggiungere, ha pochissimi abitanti e quando ne sento parlare ho l’impressione che sia conosciuto solo per due cose: il nocillo e la tomba degli appestati. Continua a leggere

Pavimenti

scritto da Marianna Crasto

Soglie, limiti e confini stanno più sotto i piedi che davanti agli occhi, penso. E nonostante sia vero che un cancello è inequivocabilmente un segnale di passaggio, così come una porta o una finestra, tuttavia il suolo dove poggia il tuo prossimo passo è cruciale, e ti sostiene: sei tutto dentro un posto, non sei costretto a vederlo da dietro a un vetro. Continua a leggere

Laggiù

scritto da Francesco Bolognesi

Lassù, sull’argine del mio paese, – l’argine di un fiume che non esiste più, che affianca invece per un tratto l’Adriatica e per un altro una strada chiamata Nazionale – fin da bambino sono andato in bicicletta, prima con mio padre, a stargli dietro mentre lui tagliava il vento, poi con gli amici a zonzo, di notte, per vedere più stelle possibili e anche un po’ per capire bene cosa fosse il buio, e infine da solo, quando tornavo al paese per rivivere le strade di quando ero bambino – sì, sono un tipo nostalgico. Continua a leggere

Un episodio d’amore

scritto da Marta Cai

A Cido Passarelli

Per quanto mi riguarda questa storia brasiliana inizia con le mozzarelle di un leccese a Curitiba, Paranà. Il Paranà è infilato come una bottiglia tra lo Stato di São Paulo (a nord) e quello di Santa Catarina (a sud). A ovest ha l’Argentina e il Paraguay, a est l’Atlantico; per chi ama i numeri, si stende sul 25o parallelo Sud; per chi ama la geografia in generale, il suo clima non ha niente a che vedere con quello da Rio de Janeiro in su. Curitiba è la capitale del Paranà e poiché le temperature non sono un’opinione esibisce una comunità di discendenti polacchi degna di nota, credo la seconda al mondo dopo Chicago. Continua a leggere

Avrei dovuto capirlo

scritto da Carmine Bussone

Avrei dovuto capirlo, il guaio in cui mi stavo mettendo, il puzzle infinito che avrei tentato di risolvere e nel quale volontariamente mi ero immerso.
Per discolparmi posso dire che la cosa non era così facile da intendere, soprattutto all’inizio. Non sarebbe stato come combinare tutti i pezzi sfuggenti o meno di un delitto di cui è necessario trovare il colpevole. E se anche fosse stato, stiamo parlando di un’indagine così lunga e lenta che ogni volta che scoprivo elementi nuovi, il ricordo dei precedenti era ormai illeggibile. Continua a leggere

Ed è così che sono diventata una bestia

scritto da Ilaria Vajngerl

Davanti alla fattoria c’è una rotonda piena di galline, escono dal cortile e attraversano la strada. Chi arriva da fuori frena bruscamente pur di non investirle, le macchine si accartocciano in tamponamenti a catena che accadono con frequenza regolare. A Francesco poco importa, se qualcuno preferisce rimetterci il paraurti per salvare la vita di una gallina, sono solo fatti suoi.
Da lontano prima di arrivare, vedo un enorme pioppio sovrastare la campagna. I pavoni ci trascorrono la notte, le code pendono dai rami: quello è il mio albero magico. Quando chiedo a Francesco di poter entrare, lui mi dice che posso visitare la fattoria tutte le volte che voglio, basta che non faccia la schizzinosa: le sue sono bestie, mica animali.
C’è odore di capra, fieno, ruggine, primavera, fango, mangime, piume, legna, erba, fuoco, glicine, carogna. Continua a leggere

Loro

scritto da Roberta Da Prato

«Chi sono, mamma?»
«Nessuno, tesoro.»
«Ma vivono lì, nella casa grande?»
«Non lo so, tesoro. Camminiamo che è tardi. A quanto siamo?»
«456.»
«Forza allora. 457, 458, … Vai avanti tu.»

Un anno fa è morta la mamma. Sono venuta in paese in treno, oggi, e ho percorso a piedi la lunga scala che risale la collina fino alla casa della mia infanzia. Ho contato uno a uno i 563 gradini come quando avevo sette anni e la maestra diceva che non ero brava in matematica.
Al 456 esimo la casa grande è ancora in piedi, la porta d’ingresso è un buco attraverso cui si vedono il cielo e i nidi di rondine in quel che resta del tetto. Uno dei due leoni in pietra sui pilastri del cancello è ormai solo zampe e artigli, l’altro mi fissa minaccioso con i suoi piccoli occhi scuri. Continua a leggere

Addio amore mio

scritto da Francesca Romana Coloccia

La luce delle cinque crea dei rettangoli dorati sul parquet, che si aprono e scompaiono al ritmo della brezza che muove le tende della finestra aperta. Anna li osserva mentre aspetta che i capelli le si asciughino dopo la doccia, il corpo abbandonato sul letto e indosso solo un paio di slip. La circondano scatoloni, pile di abiti scomposti e libri ammucchiati negli angoli.
Osservandoli, pensa che gli oggetti della sua infanzia non abbiano quasi più niente da dirle, e, sebbene negli anni si sia rifiutata di gettarli, per la prima volta desidera sbarazzarsene. Continua a leggere

Non volevamo entrare qui

scritto da Francesca Cosmai

Mattia continua a ingrandire la mappa sullo schermo. Sara vicino a lui alza gli occhi al cielo scocciata.
«Vuoi vedere le formiche sulla strada?»
«Non capisco. Dobbiamo attraversare il centro commerciale per arrivare al tempio o forse il centro commerciale è nel tempio» la guarda sconsolato «non lo so» ammette Mattia.
I grattacieli di Shenzhen svettano tutt’intorno a loro. Alla luce del sole le vetrate riverberano come l’acqua del mare e rispecchiano il cielo. Continua a leggere

Oblò

scritto da Margherita Koch Cavalleri

Tutte le volte che sognava suo papà, poi lui rimaneva fino a sera a tenerle compagnia. Con la mamma non succedeva mai, lei si dissolveva puntualmente come si dissolvono la maggior parte dei sogni, quando i dettagli che sembrano rivelatori al risveglio svaniscono, persi per un soffio.
Suo papà, invece, si presentava come un ospite che arrivi all’ora di colazione e si sia preso un giorno libero; presenza immaginata, ma fatta di un passato intenso, duro, quasi tangibile. Continua a leggere