Morte di Linda Bevilacqua

scritto da Sara Paracchini

Daniel Detalle, 26 anni, passeggero al tavolo centrale a destra del vagone ristorante:
L’ho notata perché leggeva un libro di Philip Roth. Avrei voluto chiederle cosa ne pensasse, perché a me piace un sacco e i miei amici lo detestano, ma visto che stava mangiando non le ho detto niente, a me da un po’ fastidio essere avvicinato mentre sto mangiando. E poi ho visto che il panino non l’aveva comprato al vagone ristorante, lo aveva preso dallo zaino, quindi mi sono anche chiesto se non rischiasse di essere rimproverata dal cameriere. Alla fine non mi pare che sia successo. Mi scusi… lei per caso sa quanto ci vorrà prima di ripartire? Continua a leggere

Giorni di vento

scritto da Giovanni Marilli

Oggi la scuola è chiusa. Anche ieri la scuola era chiusa, lo ha deciso il sindaco. Quando in quartiere il vento soffia così forte, il sindaco chiude le scuole, e ordina a tutti di stare a casa. La nonna dice che domani sarà uguale. Il vento dura tre giorni, dice. E dice che il sindaco fa bene, che con questo vento in quartiere la gente si mette a fare cose da pazzi. La nonna ha ragione. Quando c’è vento, prendo la scossa tutte le volte che afferro la maniglia del cancello senza aver toccato prima il muro. Marcello dice che non è colpa del vento. Dice che è colpa del giubbetto del centro commerciale. I giubbetti che si comprano nei negozi dall’altra parte del ponte, la scossa non te la fanno prendere, dice. Ho detto a Marcello che il mese prossimo sapremo se quello che dice è vero. La mamma ha promesso a Giulia un giubbetto nuovo per il compleanno, e Giulia ne vuole uno che ha visto in una vetrina, dall’altra parte del ponte. Continua a leggere

È tutto a posto

scritto da Anita Renchifiori

“Home, is where I want to be
But I guess I’m already there
I come home, she lifted up her wings
I guess that this must be the place
I can’t tell one from the other
I find you, or you find me?”
This Must Be The Place, Talking Heads

Andrea l’ho conosciuto un mese dopo che è morta la nonna. Forse, se lei fosse ancora qui, io e lui adesso non staremmo insieme. Sempre che ci stiamo davvero, insieme.
Siccome era un po’che non si faceva sentire, alla fine gli ho scritto io. “L’undici vengo a Parigi. Se ti va possiamo vederci.” Non avevo ragioni particolari per andarci, ma con lui fingevo sempre di averne. Continua a leggere

Pucundria

scritto da Vittoria Acone

Quella di Domenico non era una storia complicata: aveva perso le parole, e poi le aveva ritrovate. Le aveva perse senza neanche rendersene conto, come fossero la chiave della cassetta della posta o l’ultimo bottone della camicia buona, quello che non chiudi mai perché altrimenti ti manca l’aria. Le aveva perse in quella che poteva essere una domenica satura dell’odore del ragù, o nel tramonto denso che invade il porto. Le aveva perse così, senza preavviso, senza un segnale, prima ancora di capire che, senza, non poteva fare niente.

«Professò, si può? State dentro?» Continua a leggere

Le ceneri della sorella

scritto da Gianfranco Martana

Dopo la cremazione, Luisa si portò a casa l’urna grigia in finto marmo con le ceneri della sorella minore Nunzia. La sistemò al centro dell’armadio in camera da letto, fra lenzuola e coperte, ma quando richiuse le ante e la vide scomparire cambiò idea: la tirò fuori e la poggiò su un vecchio carrello portavivande che usava come ripiano per cianfrusaglie, così poteva averla sempre accanto a sé.
Al momento della morte, Nunzia aveva 74 anni. Non aveva mai avuto una relazione sentimentale lunga, perché gli uomini la annoiavano. Non era molto loquace, e forse per questo capitava anche che gli uomini si annoiassero di lei. Le sue frasi più ricorrenti erano “Uh!” “Ma sei scema?” “Non prendermi in giro!” Quando taceva, però, i suoi piccoli occhi verdi persi nel vuoto sembravano occultare pensieri complessi ai quali nessuno aveva accesso. Continua a leggere

Collospezzato

scritto da Andrea Consonni

Trovo collanine di caramelle, sciarpe di cashmire, preservativi usati, auricolari Apple, lettere d’amore fatte a pezzi, cellulari con lo schermo bloccato sulla foto della mamma morta, forcine e spazzole per capelli, brugole Brico, chiavi di Maserati e Mustang, borracce dell’ultimo festival di Cannes, mutandine di pizzo, macchinine Hot Wheels, biglietti omaggio per l’ultimo spettacolo di Finzi Pasca, antidepressivi, antimicotici, Daffalgan, aspirina, mucolitici, popper, tabacco, filtri per sigarette, palline d’eroina, Barbie, permessi di soggiorno, occhiali Ray Ban, orecchini d’oro, rimedi omeopatici, dispense universitarie, chiavi di casa, monopattini, gonne H&M, scarpe, mascherine, carte di credito, forcine, skate, unghie finte. Continua a leggere

Il congelatore

scritto da Letizia Lipari

Immagina questo scenario.
Una festa di ragazzi di liceo, musica dance, una tavolata di alcolici del discount, gente che vomita. C’è una ragazza carina, è andata lì per incontrare uno che un po’ le scrive, un po’ la ignora, le hanno detto che scrive anche ad altre e c’è rimasta male, alla festa gli lancia occhiate e battute. C’è un tipo grassottello che fa il filo alla ragazza carina ma lei è tutta presa dall’altro e allora niente, il tipo grassottello si dedica alle gare alcoliche con gli amici, vince la gara a chi beve più shot in 60 secondi, si batte il petto con fare da primate, è felice, lancia un altro giro di sfide. Intanto la ragazza carina e il tipo che le piace si chiudono in una camera. Continua a leggere

Daruma

scritto da Rebecca Buselli

Saresti la ragazza perfetta se ti tagliassi le gambe, dice e si accarezza la guancia.
Io la guardo, guardo le mie gambe e le butto in avanti per camminare. Penso a quelle statuette giapponesi di un monaco rosso senza arti, li ha persi meditando.
Potrei sedermi qua, sulla veranda di questa casa non mia e meditare su tutte le cose che dicono gli altri e aspettare che anche a me caschino le gambe. Le braccia mi sono già cadute.
Preparo la borsa, allaccio le scarpe ai piedi che sono attaccate alle gambe che mia mamma vorrebbe non avessi. Continua a leggere

La differenza la fa il dolore

scritto da Mattia Grigolo

Lo zio Alfredo non piace a mia madre.
È arrivato una domenica, mio padre lo ha accolto fradicio di sudore, sorridente.
Sarei dovuto scendere d’inverno – dice allargando le braccia.
Al nord non è estate? – risponde papà. Si prende l’abbraccio del fratello.
Hanno gli stessi tratti somatici, sembrano gemelli, ma uno è magro e scavato, l’altro robusto con una folta barba che gli arrotonda ancora di più il volto. Lo zio è quello magro.
Mi guarda, s’inginocchia e mi accorgo che, tra i suoi piedi di fianco a un borsone da viaggio, c’è un grosso scatolone forato sul lato più lungo. Sei piccole fessure come tre oblò affacciati nell’oscurità. Continua a leggere

La tua paura più grande

scritto da Simone Paparazzo

«Dove vai?» mi fa.
Sara non si muove dal letto. Si è voltata a guardarmi e dalla finestra la luce del lampione le guizza tra i capelli tinti di rosso. La tapparella non scende oltre e restano quei fori orizzontali che privano dell’oscurità.
«A lavarmi».
Nudo. Il telefono in mano.
Siedo sul gabinetto e ho un solo nome in testa. Accendo il telefono. Il neon sopra al lavandino mi dà un colorito simpsoniano. Sugli appendini c’è un pantalone da lavoro dimenticato dalla sera precedente.
Sento Sara rigirarsi nel letto. Arriva rumore di plastica.
Fabio. Non trovo il tuo numero. Continua a leggere