Wechselwirkung

scritto da Lorenzo Bartolini

Un contraltare
di cose piccole
di facce scabre
magre

pugno di sale
cose di casa
come il nome
di quel negozio
che si comprano le presine

la prepotenza
mio ego
obeso
la supponenza
farne
senza

venir giù
dall’alto
scendere
l’albero mio
del tempo
senza il timore del gatto
che una volta su
c’è da chiamare i pompieri
e invece no
niente paura
del fuoco
del vuoto
scendere giù
a terra
per terra
sotto
terra
giù
alle radici

le dita piccole
denti da latte
occhi bambino
fino
alla culla
e poi ancora
tornare a
essere
essere informe
(un attimo prima
il nulla)
vita che
dorme
prima del derma
uovo
e
sperma

e lì
vedere
un noi-Dio
creare
io

Wechselwirkung: Categoria sociologica della relazione nel pensiero del sociologo e filosofo Georg Simmel. Il termine è solitamente tradotto con “azione reciproca”, ma in una logica relazionale sarebbe bene considerarlo – alla lettera – come un vero e proprio “effetto-di-scambio” o “effetto reciproco”.

Ascolta Wechselwirkung letta dall’autore

Donattore

scritto da Lorenzo Bartolini

Donattore

Stamattina
ho donato il sangue
mi sono organizzato
dicono che langue
dicono anche
che ho il sangue buono
lo posso dare a tutti
son zero negativo
sono,
se c’è bisogno all’improvviso
alla gente che sta male
ci danno il mio sangue
all’ospedale
se c’è qualcuno da salvare.
Insomma ho fatto le mie
visite
le infermiere son simpatiche
pettorute
pettinate
permanenti
con la frangia
anni ottanta
ciabatta bianca
culo grosso
rossetto rosso.
Sono entrato
mi son seduto
tranquillo, rilassato
mi han fatto le domande
precise, insistenti
che c’è da stare attenti
che il sangue
anche se langue
bisogna che sia buono
se no fanno un casino.
Insomma mi son steso
e l’infermiera
la Carla
mi prende il braccio
e intanto parla
che vuol far finta
che non sta facendo niente
e invece l’ago
si sente
urca se si sente
che mi sa che la Carla
mentre parla
non trova la vena
si vede dalla faccia
non è serena
mi chiede scusa:
“Oh purino,
t’ho fatto male?”
“No no,
non ho sentito niente”
sono attore,
so recitare,
però m’ha fatto male
“Hai la vena profonda!”
non so cosa
voglia dire
però lo so
che mi fa male.
E poi
sento vibrare il laccio
stretto
sul braccio
insomma
non so se ce la faccio
ma io
tengo la parte
del tosto
di quello
è tutto a posto
ma il sangue
di uscire
non ne vuol sapere
o meglio
esce piano
lento
va via
controvoglia
adagio
come avesse nostalgia
di casa sua.

Tre quarti d’ora
di donazione
tre quarti d’ora
di pungiglione!

“Alé,
abbiam fatto!”
La Carla
mette il cerotto
“Premilo stretto
paziente
la prima volta
è normale
non è niente
sta buono qui
con calma”

vedo una palma
il sole
il daiquiri
gli emiri
sudori
la Carla
mi parla
“Dì, stai bene bibino?
sei un po’ bianchino!”
“Sto bene?
Non lo so.
Son bianchino?”
“Va là,
stenditi lì
sul lettino”
Mi stendo
attendo
sperando
di non cadere
cercando
di controllare
sono un attore
so recitare
reggo la scena
poggio la schiena
con noncuranza
il palco è
la stanza
mi guardo attorno
incrocio gli occhi
gli spettatori,
i donatori,
di nuovo
il sole
il daiquiri
gli emiri
sudori
suvvia
siamo attori
ci vuole un escamotage
che qua
si sta male
e noi
sappiamo recitare
e allora sì
è un attimo
decidiamo cosa fare
coup de théâtre
buio
svenire.

Ascolta Donattore letta dall’autore.

Adriano

scritto da Francesca Genti

mi è sempre piaciuto stare al telefono
e dare una mano a quelli che erano tristi
tristi cani piccoli in una pozzanghera
topi nelle botole caramelle non scelte
reduci in tuta sulle panchine
persi nelle parole delle costellazioni
la domenica pomeriggio nella ghiaia
mi è sempre piaciuto ascoltare
il suono della voce che non recita
quando un po’ ubriaca o un po’ innamorata
o davvero disperata o molto triste
molla la dizione la chiarezza
diventa nuda e prende la cadenza
un po’ di accento delle nonne
dei tuoi antenati e della loro fatica
diventa così tenera e in disarmo
gatto bianco con un campanellino al collo
e fu così che
unendo il grande spirito umanitario
con la passione dell’ascolto telefonico
diventai volontaria del telefono amico
torino millenovecentonovaticinque
uno scatto urbano su tutto l’italico suolo
trecentosessantacinque giorni l’anno
all’avanguardia dell’orecchio al prossimo
sulle barricate contro la solitudine
radiocomandati da don bosco
il turno più duro era quello della mattina
perché se già all’alba
senti il bisogno di chiamare il telefono amico
non hai più nessun dio da pregare
né monete per il caffè
non hai neanche parole
e infatti molte telefonate erano mute
e per reggere quei silenzi di prima mattina
quei silenzi di domenica luterana negli orfanotrofi
di bunker caduti sulle spiagge bretoni
dovevi fare appello a tutti i gatti che avevi visto
a ogni arcobaleno a ogni ciglia sbattuta
dagli occhi timidi di chi ti aveva adorato
al pomeriggio chiamavano i segaioli
presi dal demone meridiano
e dalla chimera dello scatto urbano
più conveniente delle linee hot
erano gli anni novanta ricordiamolo
gli anni delle seghe telefoniche
e delle bollette milionarie
di intere pensioni di madri macilente
finite nei caveau di santa SIP
per colpa di quarantenni imbelli e rattusi
senza coraggio né denaro per andare a puttane
la sera e la notte erano i momenti più belli
c’era il silenzio il ronzio degli apparecchi
qualche zanzara e i primi vegani
(torino è sempre stata all’avanguardia)
che mi sgridavano quando ne uccidevo una
ma poi erano anche gentili
e mi passavano i baracchini con il tofu
al telefono potevo risponderti io
che ero una poetessa con la erre moscia
i capelli lisci e la passione dello zodiaco
o un vegano avanguardista
o giorgio che aveva uno spiccato senso dell’umorismo
e anche lui la erre moscia
che gli avevo spiato la data di nascita nella carta d’identità
e una volta, mentre masticavo il big babol,
gli avevo chiesto: ma tu a che ora sei nato?
perché volevo sapere tutto di lui
del suo tema astrale di come era
e magari parlargliene di notte
in una lunga telefonata
perché, forse l’ho già detto,
a me piaceva molto stare al telefono
e dare una mano a chi era triste
o a chi non si era accorto di qualcosa di importante
di qualche tratto fondamentale della sua personalità
in quelle notti in cui tutto doveva ancora succedere
sospesi nel buio
nel palmo morbido delle attese
sopra di noi i cieli la solitudine degli altri
una parola gentile che cadeva
monetine nel juke box di via tunisi
in quelle notti chiamava adriano
che aveva la voce più bella e disperata
la voce più bronzea e rottamata
un vagone in deraglio sul ciglio di un burrone
una scatola nera in mezzo al deserto texano
ti parlava degli extraterrestri e della sua ragazza
di un tappeto persiano prezioso
di tutti i dettagli che rendono l’ora luminosa
l’avrei ascoltato tutta la vita
la mia sherazade torinese
le mille e una notte dal bordo del divano
avrei voluto chiedergli di che segno era
e anche l’ascendente
ma mi sembrava una domanda scema
e rimandavo sempre
per la paura di rompere l’ordito del racconto
di sciupare il velluto della voce 
i modi di dire il suo vocabolario
poi non ha più chiamato
secondo me era dell’acquario

Ascolta Adriano letta dall’autrice

Io sono una

scritto da Francesca Genti

l’amore è una cosa da cameriere
Gianni Agnelli

I’mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’è ditta dentro vo significando

Dante Alighieri

io sono una che nel mondo
ci sta da sguattera professionale
su e giù di continuo per le scale
con il mocio inzuppato a strofinare

le parole, mia mansione speciale,
te le faccio così tanto brillare
che al padrone che mi tratta male
se le guarda gli viene lo svarione

alla retina e al bulbo oculare.
ne approfitto e dirotto l’astronave
butto a mare l’imperatore

le parole le stendo al sole
tra le pagine di un nuovo dizionario
che profuma di pane, baci e viole.

Ascolta Io sono una letta dall’autrice

Finanziamenti per la poesia

scritto da Andrea Bitonto

Il Presidente della Giunta

VISTO il mare
VISTO l’eccessivo tormento che affligge la popolazione mondiale
VISTO le ingenti somme stanziate per arricchire pochi e affamare molti
VISTO che non aveva niente di particolare a cui pensare stasera

HA PENSATO BENE

di indire un bando per attività creative letterarie da svolgersi sotto pressione della Mancanza di
Autorità, in collaborazione con le Muse e con i Quattro Venti.

Art. 0
Tali attività non devono essere in alcuna maniera regolamentate, e devono sempre essere attuate in
deroga a qualsiasi delibera di qualsiasi Autorita, ivi compreso l’Ente ivi deliberante qualunque di
codesti fogli che il suddetto Presidente, nel suo ufficio, di solito firma e manda in giro per il mondo.

Art. 1 – Requisiti per la partecipazione
Gli aspiranti devono possedere un unico cuore, possibilmente battente, e calli sparsi sulla
superficie dell’anima;
I poeti, i prigionieri nelle torri, i letturisti del gas, e qualsiasi altro essere umano dotato di una penna
e di enormi dosi di pazzia (da accertare mediante apposito accurato esame dell’attività onirica)
possono fare domanda, e possibilmente darsi da soli la risposta, per l’assegnazione: a) dei fondi di
cui al successivo art.2 , b) del beneficio del dubbio, c) del bene dell’ironia, concretamente individuato come valida e reale risorsa per la salvezza dell’intero pianeta.

Art.2 – Importo dei finanziamenti
Le somme di denaro previste sono destinate alla pubblicazione di un libro di poesie.
I finanziamenti, negli importi di seguito indicati, verranno stanziati in base a criteri del tutto casuali,
e cioè le somme verranno versate in mare, o nascoste sulla superficie del pianeta, sotto appositi
massi, dietro impensabili facce amiche o nemiche, dietro improclamabili occasioni di cambio di
direzione esistenziale, compresi matrimoni azzardati, rasatura totale della chioma, estinzione del
vizio di fumare, trasferimenti al Nord Italia, o per i piu spericolati, in Canada o in Congo.
Gli importi sono i seguenti:
€ 50.000, in gettoni d’oro;
€ 50.000, in buoni pasto;
€ 50.000, in biglietti aerei intercontinentali di sola andata;
€ 50.000, in dichiarazioni d’amore, brezze al tramonto, fuochi in spiaggia e connessa piu bella notte
della propria esistenza;
€ 50.000, in ulteriori probabili esistenze, da accertare mediante il suddetto esame onirico, con
corrispondenti ulteriori probabili notti in spiaggia, belle o meno.

Art. 3 – Scadenza
Questo bando è già scaduto.

Art. 4 – Disposizioni transitorie, come quelle delle costellazioni nel corso delle ere galattiche.
Chiunque abbia qualcosa da dire, o da scrivere, ci pensi due volte, perché si tratta di stampare un
altro libro nella storia di tutti i libri pubblicati nella storia di tutte le edizioni della storia della
scrittura, e verrà stampato anch’esso grazie alla cellulosa di alberi che non hanno mai scritto poesie,
ma hanno comunque dato, anche in silenzio, ottimi frutti.

Firmato
Il Presidente della Giunta

Data e luogo
Nel proprio ufficio, alle dieci di sera,
mentre tutto è abbandonato,
la luce è spenta,
salendogli contestualmente alla mente
tutte le illusioni che ha calpestato,
tutte le donne che non lo guardarono,
tutte le mani che non lo sfiorarono.

ascolta Finanziamenti per la poesia letta dall’autore

Per fare

scritto da Andrea Bitonto

PER FARE
Per far la guerra
ci vuole un’arma
per fare l’arma
ci vogliono i pezzi
per fare i pezzi ci vuole un’industria
per far l’industria ci vuole un padrone
per fare un padrone ci vogliono i lavoratori
per fare i lavoratori ci vuole il lavoro
per fare il lavoro ci vuole lo stipendio
per far la guerra ci vuole lo stipendio

Per fare Natale ci vuole un regalo
per fare un regalo ci vuole la confezione
per fare la confezione ci vuole il negoziante
per fare il negoziante ci vuole il cliente
per fare il cliente ci vuole il bisogno
per fare il bisogno ci vuole la pubblicità
per fare la pubblicità ci vogliono le risorse umane
per fare le risorse umane ci vogliono gli investimenti
per fare gli investimenti ci vogliono i soldi
per fare Natale ci vogliono i soldi

Per fare l’amore con lei ci vuole una lei
per fare una lei ci vuole fascino
per fare fascino ci vuole la crema per il viso
per fare la crema per il viso ci vuole l’industria di cosmetici
per fare l’industria di cosmetici ci vuole un padrone
per fare un padrone ci vogliono i lavoratori e le lavoratrici
per fare i lavoratori e le lavoratrici ci vuole la parità dei diritti
per fare l’amore con lei ci vuole la parità dei diritti

Per fare l’amore con lui ci vuole un lui
per fare un lui ci vuole l’auto
per fare l’auto ci vogliono i pezzi
per fare i pezzi ci vuole l’industria automobilistica
per fare l’industria automobilistica ci vuole la FIAT
per fare la FIAT ci vuole Torino
per fare Torino ci vogliono un milionequattrocentomila persone
per fare l’amore con lui ci vogliono un milionequattrocentomila persone

Per fare una legge ci vuole la firma
per fare una firma ci vuole la penna
per fare la penna ci vuole l’inchiostro
per fare l’inchiostro ci vuole l’industria dell’inchiostro
per fare l’industria dell’inchiostro ci vuole un padrone
per fare un padrone ci vogliono gli impiegati
per fare gli impiegati ci vuole il colletto bianco
per fare il colletto bianco non ci vuole l’inchiostro
per fare il colletto bianco ci vuole la cravatta
per fare la cravatta ci vuole il nodo
per fare il nodo ci vuole uno che stringe il nodo alla gola
per fare una legge ci vuole uno che stringe il nodo alla gola

Per fare una canzone ci vogliono gli accordi
per fare gli accordi ci vuole l’artista
per fare l’artista ci vuole un palco
per fare un palco ci vuole un concerto
per fare un concerto ci vuole l’autorizzazione
per fare l’autorizzazione ci vuole la SIAE
per fare la SIAE ci vogliono i diritti d’autore
per fare i diritti d’autore ci vuole la tassa
per fare la tassa ci vuole lo Stato
per fare lo Stato ci vuole il Parlamento
per fare il Parlamento ci vuole un’elezione
per fare un’elezione ci vogliono i partiti
per fare una canzone ci vogliono i partiti

Per fare una poesia ci vuole fantasia
per fare la fantasia ci vuole tempo libero
per fare il tempo libero ci vuole l’indipendenza
per fare l’indipendenza ci vuole la fame
per fare la fame ci vuole la povertà
per fare la povertà ci vuole il sacrificio
per fare il sacrificio ci vuole la volontà
per fare la volontà ci vuole allenamento
per fare allenamento ci vogliono gli esercizi
per fare gli esercizi ci vuole precisione
per fare precisione ci vuole attenzione
per fare attenzione ci vuole lucidità
per fare lucidità ci vuole un caffè
per fare un caffè ci vuole la sigaretta
per fare la sigaretta ci vuole il tabacco
per fare il tabacco ci vuole lu Salento
per fare lu Salento ci vuole la pizzica
per fare la pizzica ci vogliono due sunaturi e la fimmina che abballa
per fare due sunaturi e la fimmina che abballa ci vuole la sagra
per fare la sagra ci vuole la Pro Loco
per fare la Pro Loco ci vuole la storia del paese della Pro Loco
per fare la storia del paese della Pro Loco ci vuole la cultura
per fare la cultura ci vuole anche la poesia
per fare la poesia ci vuole solo un po’ di poesia.

ascolta Per fare letta dall’autore

Una piccola crepa sul muro

scritto da Davide Scartydoc Passoni

Ieri un amico che no
Non vedevo da molto
Ha deciso di netto di
Tagliare la corda
E legarsela al collo
Nel silenzio di chi
Lo aveva pestato
E ancora pestato

La ragione dormiva quel giorno
E ha dormito nei giorni a seguire
Fino a lasciare dietro di sé
Un piccolo spazio di vuoto
Una piccola crepa sul muro
Forse per molti non percettibile
Come una goccia di olio
Un grumo di muffa
Una macchia di vino
Esigua
Irrisoria
Insignificante
Microscopica crepa sul muro

Chissà se domani
Si mangerà tutta la casa
Senza coltelli
E senza forchette
In un solo boccone
Sarà una voragine
Sarà quel vuoto che
Di tanto in tanto
Si percepisce
Nei giorni di pioggia
Sarà lo spazio di nulla
Che avrebbe dovuto occupare
La vita di chi
Ci può solo mancare
Lasciando dietro di sé
Solo una goccia di olio
Un grumo di muffa
Una macchia di vino
Una piccola crepa sul muro
Un amico che no
Non vedevo da molto
E mai rivedrò


ascolta Una piccola crepa sul muro letta dall’autore

Come Ginsberg

scritto da Davide Scartydoc Passoni

Ho visto il sapore del disagio diventare aroma amaro
e farsi alito stantio tra le rughe e tra gli stracci
e l’arrivismo quotidiano alla ricerca di moneta
diserbare calma e dare vita a rampicanti tumorali
spirali irreprensibili che strozzano polmoni affaticati
assorti nei respiri dell’ansia consumista

Ho visto le speranze al silicone esibirsi nel menù
a prezzo fisso di uno svunch panino e salamella
costellare di lampioni su viale delle industrie
e celare dietro maschere e mascara
lacrime deserto prosciugate nell’aridità del vivere
ad un passo dalla fossa ed uno stivaletto tacco dieci
immerso fino al collo nel degrado

Ho visto farsi pelle l’andropausa post lavoro fisso
ed abitare volti timonieri alla conquista della terra e
galleggiare su fiumi di tangenziali fradice di pioggia
delle diciassette in punto e naufragare verso casa
ad occhi spenti e fari accesi illuminare il gelo
di una cena pronta ad aspettare

Ho visto la mia vita serpeggiare per inerzia
E rimbalzare tra lavoro e post lavoro
tra lavoro e post lavoro, tra lavoro e post lavoro
Come stare tra due specchi ed osservare l’infinito
Un corridoio che riflette la mia immagine
Che si fa piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola


ascolta Come Ginsberg letta dall’autore

A mio figlio

scritto da Simone Savogin

Vivi di vividi lividi,
scrivi di avidi avi,
ed eviscera sciarade.
Scivola via dall’atavica asfittica asetticità di uomo pensante
rinchiuso in passanti per cinghie pesanti.
Sorpassa il surplus di spossanti passati,
soppesa possibili passi
e sopprimi le prime possenti pulsioni.
Passami spasmi pulsanti pigiando su palmi,
premendo pulsanti nascosti.
Nasci in nuovo lucore, splendente nitore di liscio nuotare in liquide ore.
Levita ed evita nuvole, viola il viola nativo del sole.
Vaga viaggiando per valli e veleggiando per voli,
avvicinati a ville e vaglia favelle,
sfavilla in flebili flussi di fatui fuochi,
sortilegi per pochi, buchi di favola per fervide menti,
menti a te stesso per sentirti migliore,
macina miglia senza mai mendicare,
indica mari,
monta su monti simili a magli scagliati da maghi ammaliati da laghi.
Lava il mio corpo di esile vile, leva la lava dal vello del verro che impersono,
io che avallo frastuono,
non valgo un suono,
non voglio ma sono.
Spegni il valore del fulcro, attaccato col velcro al semicerchio del simulacro,
simula voglia di veglia passata a vigilare su voglie di vaniglia,
attorno a falò estivi, di braci ed abbracci, con brividi impavidi, con baci rubati col bere. Sbriga consegne, consegna breviari,
consolida maestria con solida bramosia,
brevetta consigli, confeziona brutture ed accetta sconfitte,
sconfina in finali felici, ascolta fanatici e strofina felini fenici,
sconvolgi feticci futili ed infine comprendi il fervore
dell’amaro sapore del: “fa male guardarsi fallire”.
È facile vestirsi di riconosciuta bravura,
non fa che arricchire speranze (che in te son paura),
accresce richieste ed avvalora rimpianti,
ma aumenta la delusione altrui,
quando nudo e rachitico dimostri il mediocre che sei.
Rammenta mio piccolo
ricorda Riccardo:
sii sempre ciò che sei, ma soprattutto sappi opinare solipsismi, perché
“prendersi sul serio è l’unica arma di chi non sa costruir talenti da doti”.

ascolta A mio figlio letta dall’autore

Dormimi

scritto da Simone Savogin

Che, gentili, dita posino
in soffice ceramica
il corpo che hai stupendo,
cha a tutti basta e in me completa.
Che, piano, il tempo copra
di screzi e onde e fiati
il viso che ora e ancora
m’innamora in ogni virgola.
Che, presto, tu comprenda
la forza che so e ho enorme
capace solamente
d’aver cura che tu leviti.
Che, piccole, le orecchie,
che giochi a mordilabbra,
tremino in sollievo
dei miei “grazie”, “ok” e “andiamo”.
Che mai, se vale, ceda
il passo tuo nel vivere,
per salda stretta lieve
che il palmo mio ti bacia.
Che, in te, sia sempre certa
l’idea che io rispetto,
onoro e vivo
l’incredibile cuoreanimacervello
che, lento, ho imparato
esser fratello, figlio e fiato
di quel che chiudo in corpo
e, cosciente, t’ho donato.
Che cosa, ora ti chiedo,
dovrei saper creare
perché tu con me in cammino
non senta mai stanchezza?
Che, subdola, va in noia
nel logoro abituarsi
a giorni, odori e tocchi
di noi, esseri finiti,
che, finti, siam pavoni
e in vero ombre,
innocui eppur dannosi,
incapaci di bianchi “perché no?!”.
Che, ancora, sorprendente
sia domani, adesso e qui
e gli occhi che hai lucenti
mi facciano cenno “sì”
che, idiota, manco di capire
se l’attenzione che mi doni
sia voglia, norma o nulla
e in limbo te tentenno.
Che, ancora non ci credo,
vali e crei e splendi
e torni e manchi e vivi
vicina, forte, risa e fonda.
Che, infine, in me
o in altri, tu
mai assaggi terra, ma
salti tra battiti e respiri
che, infiniti, meriti
e mai bastanti
saprò cucirti addosso,
ma so che puoi capire
che, sincero, ho pazienza
e voglia e forza e ancora senso
per non smettere
e ammettere
che, per te e non per me,
io provo.


ascolta Dormimi letta dall’autore