Disturbi specifici dell’ammore

scritto da Arsenio Bravuomo

stavo dando una festa tra me e me
per festeggiare la vittoria
della guerra di liberazione
da una femmina

mi dicevi
siamo solo amici
mi raccontavi le tue scopate
io ti raccontavo le mie
quindi parlavi sempre solo tu

mi dicevi
se ti dico che ti amo
credi a me
non vuol dire che ti amo proprio

se non ti dico che ti amo
credimi
non vuol dire che non ti amo, proprio

tu quel che dico e/o non dico
fidati no
tu leggi il mio linguaggio del corpo
se ti amo, o viceversa,
te ne accorgi, per prossimità

io non ci ho mai capito un cazzo
qui mi sa che io,
mi sa che io,
io ci ho i bisogni emozionali speciali
io ci ho i disturbi specifici dell’ammore
lo stato dovrebbe assegnarmi un’amante di sostegno

è una serata com’ un’altra
ma mi sento peggio del solito

volevo dare una festa
per festeggiare la vittoria
della guerra di liberazione
da una femmina
invece vado nel nostro posto segreto con la segreta speranza
che tu
t’appaleserai

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Portami via

scritto da Andrea Doro

Portami via
dalla menta e dal basilico
da questo punto impreciso
da questa crosta compromessa
da questo sistema solare.

Portami via
dagli spaghetti e dagli scogli
da Jean-Claude Izzo
dal mediterraneo
e dalle oratelle alla brace.

Portami via
dal raccontare storie
da Salgari e da Cézanne
dal catrame
dal riportare in vita i paesaggi.

Portami via
dalla ruggine e dalla grandine
dai cornicioni e dalle fondamenta
dalle ossature sdrucciolevoli
e da tutte queste sveglie.

Portami via
dai numeri civici
dagli sfratti e dalle antenne
dai cavi sui rami degli alberi
e dalle soste non autorizzate.

Portami via
dai brandelli di confine
pozzanghere di quasi mare
cielo coesistenza finis terrae
fragili appigli per naufraghi.

Portami via
da questi spigoli imbottiti
da queste parentesi graffe
da tutte le conversazioni
da tutti i significati.

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99 elefanti

scritto da Andrea Doro

C’è un elefante in mezzo ad una stanza
e ci sta bene e reputando la cosa interessante
andò a chiamare un altro elefante

ci sono due elefanti in mezzo ad una stanza
che tendono un filo, una ragnatela
un reticolato, una tangente, una tangenziale,
una trattativa e reputando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante

ci sono tre elefanti in mezzo ad una stanza
che giocano a carte, che parlano di affari,
che si scambiano idee, che fumano un sigaro,
che bevono whiskey e reputando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante

ci sono quattro elefanti in mezzo ad una stanza
il primo è un elefante da guerra e l’ultimo ha un padrone
il primo si è colorato di verde per differenziarsi
e l’ultimo è tristemente convinto
di non essere abbastanza grigio
per avere il diritto a restare nella stanza
e aprono un dibattito e reputando la cosa interessante
andarono a chiamare un altro elefante

ci sono cinque elefanti in mezzo ad una stanza
e la stanza inizia a diventare stretta
almeno per gli occupanti umani che continuano
a sorseggiare il the come se niente fosse
gli elefanti trovando la cosa assolutamente interessante
andarono a chiamare un altro elefante

ci sono sei elefanti in mezzo ad una stanza
che iniziano a muoversi urtando contro tutto
facendo cadere i mobili e calpestando le persone
che continuano a fare finta di niente
gli elefanti un pochino infastiditi
da questa umana indifferenza andarono a chiamare
altri quattro dieci settantanove cazzo di elefanti

che saltano sul letto poi uno cade e rompe uno specchio
un altro sale sul tavolo e un altro caga sul divano,
in sette decidono di sfondare una parete
per far entrare altri elefanti nella stanza
fino a quando qualcuno esasperato si è messo
a sferrare pugni contro un elefante qualsiasi dicendogli
“basta, è colpa tua se vedo tutto grigio, cazzospostati!”

e gli elefanti allora dissero tutti insieme va bene,
non c’è motivo di arrabbiarsi, bastava dirlo prima

tutti gli umani chiusero gli occhi
l’attimo prima in cui sparirono
altri giurarono e spergiurarono
di non averli mai visti lì

e con la proboscide amore con la proboscide ti stringerò
e senza dire parole andremo poi a nasconderci
e non avrò paura se non sarò grigio come dici tu
ma voleremo in cielo in carne e avorio
non torneremo più

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Ultras

scritto da Luca Bernardini

Papà ho pensato ’n po’ ’sti ggiorni, visto che te nun me parli ce parlo io co’ mme ….
Ho pensato che bisogna proprio cambia’ que’e sedie azzurrine che ce so’ ’n cucina
co’ quer neon fanno ’na combinazione letale, pare ’na bettola, ’n quarche schifo de cantina
me so’ reso conto ch’a tristezza d’a vita mia potrebbe esse’ ’n parte dovuta anch’ a quello
… ’sta luce, ’ste sedie, ’ste sedie co’ ’sta luce! Quer neon che te s’enfila ner cervello.
So’ sempre state lì ’ste robbe, t’abbitui a tutto e mica ce fai caso
pure a vedette così me so’ abbituato.
Pensa’ ch’eri gajardo e tosto, co’ ddu spalle, co’ du cojoni!
Mo’ me sembri ’n pezzo de cacio senza maccheroni.
Ma chi te o fa fa’ de restà co’ ’sta faccia? Brutto sei, sei proprio bbrutto!
Magni co’ ’sta cannuccia de flebbo, caghi ner pannolone, pisci ’n ’sta sacca gialla.
Me pare troppo lungo questo lutto
questo resta’ ostinato mezzo a galla
senza affogare mai der tutto.

Se nun fosse pe’ ’r culo dell’infermiera cor cazzo che ce verrei
te uso come diversivo, ma io in realtà vengo pe’ lei.
’A verità è che me sento ’n debbito però
senza de te nun sarei l’omo che so’.
Preggi e difetti eh! Nun c’allargamo …
’a mela tanto vie’ bitorsoluta quant’ er ramo.

A’o stesso tempo me penso a tutte ’e cose che potrei fa’
’nvece de sta’ qua a parla’ da solo.
Co’ tutti li probblemi che c’ho pà
nun so quanto senso ha venitte a fa’ st’assolo.
Me manca li sordi, me manca ’na fregna
trovamme ’na casa che nun sembri ’na fogna
fare ’n fijo, ave’ ’na vita degna …

Te possino acciacca’
te e ’er tu programma de mmerda de morì a metà.
T’ho scritto ’na poesia, ’a voi ascorta’?
Er primo verso fa:
“A rosa c’ha ’ petali …
a rosa c’ha ’e spine
a rosa c’ha ’r gambo
a rosa c’ha ’e foglie
a rosa è ’n fiore
che quand’ ha da morì more
tutt’ a trattalla come se fosse chissacchè … ’nvece …
come ‘a vita quanno è l’ora de mettece ‘na croce.”

Ne fai 70 tra du’ ggiorni
pe’ mme se’ fermo a 68 …
che so’ du’ anni che nun torni.
Venimo coll’amici mia d’a curva e te famo ’n coro de compleanno così:
Devi morire! Devi morire!! Devi morire!!! Devi mori’!!!!
……
Te saluto ora, devo anna’ ar cantiere
se vedemo pe’ festeggiatte tra ’n mazzetto d’ore.
Oh me raccomanno! Nun scappa’…
Te porto ’n dorcetto simbolico … preferenze pa’?
… ’O so, ’o so … ’o so già …

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Fanta

scritto da Luca Bernardini

Scendi a prendere qualcosa da mangiare
alla rosticceria cinese sotto casa.
Sei davanti al frigo preso a contemplare
birre e lattine in posa.
Sei file di coca-cole: quelle da ingrassare
coca-cole senza questa o quella cosa.
Tre di sprites, due di fanta.

Le coca-cole sono sempre un po’ indietro
perché quello prima di te e quello prima di quello prima di te
hanno preso una coca e la fila va in arretro.
Alcuni fedeli prendono una sprite, ma stucca un po’
e non ti fa la lavanda gastrica alla gola
come invece fa la coca-cola.

Ma al mondo forse, che prendono la fanta
ci saranno due persone a dirla tanta.
Le fante stanno lì da anni a guardare le cole essere scelte e portate via
rimpiazzate da nuove lattine splendenti
bianche e rosse colori vincenti!
Le sprites pure vengono scelte con decisione
aristocratiche: verdi, argentee e blu, come le code di un pavone.

La fanta……la lattina è…..arancione
e anche la scritta non è armonica
non è aristocratica, né popolare, attenzione!
Non è spremuta, non è acqua tonica.
Se la bevi veloce non salgono abbastanza bollicine al naso
ha meno … non a caso la sua effervescenza non è altrettanta: è fanta.

L’ultima lattina di fanta nell’angolo del frigo, in fondo sì
io … mi sento così
in un mondo pullulante di cole e di sprites:
io sono la fanta sto fermo e aspetto, mai
nessuno mi sceglie e dissigilla la linguetta
per vedere se dentro ho qualcosa di buono
nessuno è neanche curioso di assaggiarmi o ha fretta
di capire chi sono, sciaguattarmi, scardinarmi l’aletta
farmi affezionarmi mentre mi sprigiono.

Eppure sono fatto anch’io dalla coca-cola company editore!
Perché faccio così schifo? Che interesse aveva il signore
Cola Coca – e company – a produrmi, quando
nessuno mi compra e lentamente sto scadendo.
Perché mi hanno messo in commercio se non c’è domanda?
Perché non hanno fatto solo le cole e le sprites che vendono a randa!
Il tempo passa e sgasa signore mio
fino all’ultima delle mie bollicine sale per nessuno ed io
sento salire il groppo di una scompagnata fine.
Se rinasco almeno mi imbastirebbe un market placement migliore?
E già che c’è, mi faccia di un altro colore.

Ascolta Fanta letta dall’autore

Facciamo che eravamo temporale

scritto da Ali Casadei

Facciamo, che io sono Buio
quello che cambia tutti colori
senza annientarli.
E facciamo che tu sei Lampo e Tuono,
insieme, ovviamente
che Lampoetuono è necessario
scorrano vicini, nelle stesse vene
per esempio le tue.
Io avrò il compito di riunire le nuvole:
cirri, cumuli, strati, nembi
ne farò un vestito speciale,
che si veda un po’ di buia coscia
ma poca, elegante.
Tu dovrai sciogliere i capelli
farli crescere ad abbracciare tutte le sfere del cielo
sistemarli in modo che portino l’odore,
quell’odore lì, di temporale.

Quando saremo pronti
(facciamo al mio ventisette)
ci faremo vento da salotti
uragano da bar intellettuali
trombe d’aria da sale d’attesa.
Fuori, aria ferma.
Dentro andremo
che correre la prateria è uno spreco
se non hai un divano dove riposare.

C’è una sola regola in questo gioco:
mantenere il contatto.
Che all’esser d’aria,
di niente,
di questioni di principio
io posso abituarmi molto in fretta:
è con il tocco che non mi perdo.
Mantieni il contatto
per non farmi dimenticare
di avere gambe e gabbia toracica
e pelle e piedi
sopratutto i piedi
attorcigliamoli stretti, sono i primi a farsi trasparenti
che sul solido proprio non vorrebbero essere.
Facciamo anche che non facciamo piovere.
O se proprio dobbiamo
(che non lo so se è valido, un temporale senza pioggia)
facciamo che rubiamo il senso del mondo
lo tiriamo fuori dalle viscere di ogni cosa
e lo fondiamo insieme,
in un magma gigante
poi lo portiamo in alto,
più in alto
e in alto ancora
lo facciamo sciogliere in gocce
e lo facciamo piovere.

Ci sarà un brevissimo momento
subito prima
in cui il mondo intero all’unisono
tirerà un respiro profondo
di leggerezza.

Poi tutti impazziranno,
tutti correranno
tutti a cercare il senso scomparso
senza accorgersi
che gli starà piovendo negli occhi.

Quando sarà piovuto tutto
tutto sarà tornato giù, al suo posto
potremmo accorgerci di esser stesi vicini
immobili
che tutto quel tempo, è stato solo un lampo
che non sei più solo tu
siamo noi, e il nostro stare fermi, stesi vicini.
Potresti sorridermi,
ad esempio potresti dirmi:
“Non è successo niente”.
Potrei sorriderti
che il Niente è
quasi sempre
la cosa migliore che possa capitare.

Ascolta Facciamo che eravamo temporale letta dall’autrice

Cenni di mitologia romagnola

scritto da Ali Casadei

Ci sono sempre:
una vigna, coltivata a Sangiovese
una bicicletta scassata, su cui si può andare in due
e un casolare con il capanno e la ghiaia nel cortile.

C’è sempre una donna
che non è mai bella:
è quella che serve,
quella che bisogna.
E c’è un uomo che sa tutto
e a carte vince sempre. Dice lui.

C’è il bagnino che ai tempi suoi
le ha fatte innamorare tutte
che era quasi un lavoro
imparare a dire “ti amo” in tutte quelle lingue.

C’è l’Olga, ragazza
che di nascosto scende a piedi la collina
per andare alla balera sperando
in una mazurka fortunata
(1 2 3 4, 5e6)

E c’è una bimba ricciola
innamorata del suo babbo
sui rami del ciliegio
lo sbircia in silenzio da lassù
mentre lui la richiama per cena
e all’improvviso sente
che le ginocchia sbucciate non fanno più male.

C’è l’odore dei ciccioli appena fatti
e della festa del maiale.
C’è il ritrovarsi insieme tra i budelli
metter da parte i malumori
per fare i salumi che mangeranno tutti
per un anno intero.

Ci sono due dita di vino nel bicchiere dei bambini,
“che fa il sangue buono”
e le uova calde bevute crude, ma dal guscio solo i grandi.
C’è Piron che è cieco ma insegna a giocare a marafone
e l’Agostina che con il mattarello incita:
“dai donca, burdela, c’hat cresc e pet”
e una bimba ricciola,
che non riesce a vincere neanche quando bara
e che tira la sfoglia, finché non ci si vede attraverso.

C’è un mondo intero
che non è invecchiato di un giorno
lo puoi trovare nelle pieghe del volto,
nel fondo degli occhi,
nel rumore del sangue scorre nei polsi
di una donna ricciola
che lo conserva nel suo stesso corpo intessuto
come se non fosse morto nessuno.

Ascolta Cenni di mitologia romagnola letta dall’autrice

Poesia killer

scritto da Gianmarco Tricarico

Questa è una poesia killer,
finalmente ho scritto una poesia killer,
ho trovato la formula chimica
della poesia killer
e questa poesia, sappiate,
mieterà
mieterà
mieterà
morti morti morti.
Genti verrete mietute.

Ho scritto una poesia killer
perchË ho il cuore di un perverso,
da sempre sogno di uccidere
scrivendo un solo piccolissimo verso
ma ho notato che con un verso
è troppo poco;
cadrete come petali
sarà indolore come un gioco.

Questa è una poesia killer
e voi vi chiederete – Perché
questo scemo ci vuole fare
andare tra gli angioletti?

Perché da quando leggo
in giro per locali
mi son sempre chiesto:
– Ma alla gente cosa resta,
quando leggo loro una poesia
che cosa gli rimane?

E da quello che ho potuto
che ho potuto constatare
alla gente rimane sempre
la vita

però la vita già
ce l’avevano
prima.

Ma poi ho capito che la poesia
non è una cosa che dà,
la poesia è una cosa che toglie
e la vita è una cosa appariscente,
non di certo la più importante
ma molto molto appariscente
come cosa
è la vita.

Ho scritto dunque una poesia
per non lasciarvi niente
di niente di niente,
perché la poesia non dà,
la poesia toglie,
per scoprire i vostri nervi
per farvi perdere i respiri
per rapirvi gli sbadigli
per strapparvi i sorrisi
per acchiappare i vostri nasi
per cavarvi gli occhi dalle orbite
per farvi perdere i capelli
per provocarvi colpettini di tosse
per far abbaiare i cani nella notte
per mungere il latte alle ginocchia
per farvi cadere le braccia
per spremere le vostre meningi

tutto, tutto, vi volevo togliere
quando ho scritto questa poesia!

Ho scritto una poesia killer
che leggerò in un reading-olocausto
davanti a un pubblico stretto stretto,
non si salverà nessuno.

Con le sole frequenze della voce
invertirò il flusso sanguigno,
sentite, sta già avvenendo
ho scritto una poesia killer
che già sto qui leggendo

e c’è chi penserà
– quando la pianta ‘sto cialtrone –
oppure
– ma muori tu testa di cazzo –
ma io non torno indietro
finalmente lei è completa.

E siete belli come un esperimento,
sarete belli quando cadrete per terra
versando le birre sul pavimento
e a quel punto non potrò che inspirare
la mia poesia finalmente ha vinto,
finalmente ora sono convinto
di aver trionfato sul male,
di aver trionfato sul niente
di aver trionfato sui reading
insipidi,
di aver trionfato sui poeti
stupidi

e la notizia si farà virale
dirà – c’è un poeta
che fa reading-olocausto –
e trasformerò i locali
in aree cimiteriali
deformerò i toraci, fibrillerò
i miocardi, restringerò i canali
e tutti vorranno venire a morire
e tutti staranno in religioso silenzio
per ascoltare tutto, nessuno vorr‡
perdersi niente

e a ogni reading si spargerà la voce
– pazzesco, un poeta che uccide la gente! –
e pagheranno caro, caro il biglietto
per dimostrare
che a loro, no,
non fa effetto,
che la poesia
è solo una cialtroneria,
che la gente non muore
per davvero

ascoltando parole
non si va al cimitero.

Ascolta Poesia killer letta dall’autore

Assiderati (poesia per mio padre)

scritto da Gianmarco Tricarico

Quando il sole se ne va
dietro le montagne,
le montagne diventano
nere e inizia a fare freddo.

Questo l’ho capito
quando sono andato
a sciare da bambino,
che avevo la tuta più trash
più anni ottanta
più verde e viola,
quella dei poveri.

I bambini fighi
hanno le tute nere
o comunque stra alla moda
e hanno i papà che sciano
sì, i loro papà sciano,
invece il mio papà
non sapeva sciare
ché lui lavorava
in miniera quando
aveva otto anni,
si sciava ‘sto cazzo
a otto anni
in miniera.

Ma a me quel giorno
non importava
avere un papà che
aveva lavorato in miniera,
io volevo un papà
con la tuta nera strafigo,
che m’insegnasse a sciare

invece ebbi un istruttore
bergamasco che bestemmiava
perché non volevo fare i dérapage
(dio solo sa in che crepaccio
sia intrappolata ora la sua anima).
Mio papà chissà dov’era,
adesso lo volevo il mio papà,
mega stanco
con il piccone sulle spalle
la faccia tutta nera
che mi dicesse: – Andiamo,
andiamo a cercare i leocorni
nella miniera di staminchia –
che mi dicesse proprio – staminchia –
pure “staminchia” andava bene,
l’importante è che mi portasse
sulla terra ferma,
ché le slavine
a me, porco zio, le slavine
me le sognavo di notte, io, le slavine,
ma mio padre era giù in baita
a scolarsi grappini a nastro.

Quando il sole se ne va
dietro le montagne
le montagne diventano
nere e inizia a fare freddo.

Lo capii quella sera
quando mio padre dalla baita
passò direttamente a una sdraio
che aveva tirato fuori dal bagagliaio
e tutto bello allegro
si mise a prendere il sole
vista pineta, 1400 metri
finché non perse i sensi
e il sole non scomparve.

Forse saremmo dovuti
tornare a casa,
forse avrei dovuto
svegliare mio padre
prima del tramonto,
pensavo 
mentre disegnavo
con un legnetto
cazzi nella neve
ma dal profondo
una voce mi parlava,
lo so, è strano,
una voce nel profondo
mi diceva
che era questa la complicità,
voglio dire,
sentivo finalmente
che stavamo facendo
qualcosa insieme;
insieme
stavamo scomparendo.

Disobbedienti
irreperibili
senza aver avvisato
nessuno,
lui sulla sdraio, io
per terra accanto a lui,
stavamo affondando
nella notte insieme,
insieme
stavamo assiderando
da padre e figlio.

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Wechselwirkung

scritto da Lorenzo Bartolini

Un contraltare
di cose piccole
di facce scabre
magre

pugno di sale
cose di casa
come il nome
di quel negozio
che si comprano le presine

la prepotenza
mio ego
obeso
la supponenza
farne
senza

venir giù
dall’alto
scendere
l’albero mio
del tempo
senza il timore del gatto
che una volta su
c’è da chiamare i pompieri
e invece no
niente paura
del fuoco
del vuoto
scendere giù
a terra
per terra
sotto
terra
giù
alle radici

le dita piccole
denti da latte
occhi bambino
fino
alla culla
e poi ancora
tornare a
essere
essere informe
(un attimo prima
il nulla)
vita che
dorme
prima del derma
uovo
e
sperma

e lì
vedere
un noi-Dio
creare
io

Wechselwirkung: Categoria sociologica della relazione nel pensiero del sociologo e filosofo Georg Simmel. Il termine è solitamente tradotto con “azione reciproca”, ma in una logica relazionale sarebbe bene considerarlo – alla lettera – come un vero e proprio “effetto-di-scambio” o “effetto reciproco”.

Ascolta Wechselwirkung letta dall’autore