Un tempo

scritto da Piero Negri

Senti che puzza
scappano anche i cani
stanno arrivando i napoletani
terremotati, disoccupati,
con il sapone non vi siete mai lavati

Un tempo al mio passaggio
scappavano anche i cani tanto puzzavo
Ho fatto schifo al mondo intero
ora sono io a girare la faccia,
quando mi strisciano addosso in strada
ora sono io ad avere il diritto
-pieno, costituzionale-
di mormorare
“ma dove andremo a finire”

Non ho mai avuto paura dell’altro
-nossignore, non ci penso proprio-
sono stato io, una vita sana,
l’altro di tutti gli altri
il baubau, o’mammon,
-non giocare con i napuli balordi-
diceva la nonna
e ‘bbuon faceva
non ci giocare con me
-criaturo bello, bocia, gagno-
appena mi dai un dito
ti mozzico tutta la mano.

Ora sono dall’altra parte della barricata
ora “Prima gli italiani”
mi provoca un brivido elettrico
-dappertutto, dentro, fino in punta-
ora che in quel “prima”
ci sono -finalmente- anche io.
Io che non sono mai stato
“prima” a niente
che mi hanno pigliato sempre
a cavc dint’ o’ mazz

E tras e jesc ra’ tabaccheria
con nu gratta e vinc mman
e tras e jesc ra’ tabaccheria
con nu gratta e vinc mman
e sper a maron, che se è chill bbuon
guagliò, je me ne scapp
nun me verit cchiù.

Ora mi dicono “Prima gli italiani”
E mi sta bene,
sono italiano pure io, no?
Lo volete il voto mio? Sì, No, Sì?
Uèèèèè lo volete o no? Sì?
E allora mi dovete italianizzare,
adesso, qui, sul posto
ampress ampress
italianizzatemi, forza.
Italianizzatemi tutte cose.

Per la bocca e la fica
sotto un lampione male illuminato
le zoccole chiedono almeno 50€
e io?
in cambio di una coperta tricolore
che mi lascia scoperte
le dita dei piedi,
tutta, tutta,
gliel’ho data la faccia.
Tutta me la sono fatta sfondare.
C’è chi dice che è poco
c’è chi dice che è tanto
In ogni caso,
è tutto quel che valgo.

Ascolta Un tempo letto dall’autrice.

Caro cane corso

scritto da Piero Negri

Caro Cane Corso,
che sei bello come un Dio Cane
occhi ambrati, imbronciati,
un poco buoni,
un poco tristi.
Mi dispiace molto
ma mi sa tanto che
non ti posso portare
a stare a casa mia
e non c’entra niente,
Caro Cane Corso,
che il mio animale totem
sia l’orso, storicamente.
C’entra di più che
io la mattina esco,
vado a lavoro,
poi la sera ci ho lo Shiatsu,
i corsi di poesia,
le partite di calcetto.
Caro Cane Corso,
se veramente venissi a stare da me
sarebbe incontrare ogni tanto
uno quasi sconosciuto
che ti aiuta a soddisfare
bisogni corporali
per poi rimanere da solo in casa
a fare Dio solo lo sa cosa.
E credimi, lo dico per esperienza, una vita così
non ne vale la pena.
Caro Cane Corso ascolta me, rimani dove stai
tu per me sempre sarai
l’amore per cui non c’è mai
tempo.

Ascolta Caro cane corso letto dall’autrice.

Mi hanno regalato delle scarpe

scritto da Clara Vajthó

Mi hanno regalato delle scarpe
che non sono scarpe
che io comprerei
però mi piace
questa cosa
di mettere delle scarpe
che non comprerei
che in giro mi specchio
negli specchi e nelle vetrine
e mi vedo piedi non miei
non i soliti miei piedi
e mi piace pensar
che tutti credano
che siano i miei piedi
e le mie scarpe
(che dalle scarpe molto si capisce)
e invece no
io viaggio su scarpe altrui
le osservo portarmi
ignare
è molto divertente
ma non so se si capisce.

Ascolta Mi hanno regalato delle scarpe letto dall’autrice.

Ansia da prestazione

scritto da Clara Vajthó

Che cazzo devo fare?

C’è Cazzo che in preda
a grande afflizione
si beve una birra
appoggiato al bancone

con Figa da un po’
ci sono problemi
se a volte lui tarda
lei dice: Non vieni?

se invece fa in fretta
lei gli punta il dito
dicendo un po’ acida
Ma che, hai già finito?

Così che alle volte
appena la vede
lui vorrebbe alzarsi
e invece si siede

e arriva persino
a dir la bugia
che oggi ha da fare
che deve andar via

Figa dice basta
che son tutte scuse
si arrabbia di brutto
lo riempie di accuse

lui si barcamena
le dice che ha torto
e si lascia prendere
da grande sconforto

e poi pure lei
si lascia andar giù
convinta che ormai
non gli piace più

così per paura
e per la tensione
finisce che guardano
la televisione

poi Figa la spegne
sospira e si volta
e dice Perché
non sei come una volta?
Una volta eri figo
sempre pronto all’affondo
sempre dritto e impettito
il più Cazzo del mondo

Sono Cazzo anche adesso
però c’è la questione
che alle volte sei tu
che mi fai soggezione

perché so che ti aspetti
certe cose che sai
e così mi vien l’ansia
di non farcela mai

Io mi aspetto soltanto
quel che aspetta una Fica
quando ha un Cazzo vicino
cosa vuoi che ti dica

La fai facile tu
che stai li ad aspettare
mentre io devo crescere
sempre, prima di entrare

la mia vita è un continuo
salto dimensionale
un continuo stress fisico
ed emozionale

E che colpa c’ho io
dice Figa irritata
Se tu sei fatto a Cazzo
e io son fatta bucata?

Non hai colpa in effetti
però detto tra noi
forse è meglio se vado
sul lettino di Freud

E se poi non ci riesci?
dice Figa avvilita
Va a finir che mi sento
una Figa fallita

e così Cazzo e Figa
per consolazione
si fanno una birra
appoggiati al bancone

Ascolta Ansia da prestazione letto dall’autrice.

Poesia Veterofemminista

scritto da Stella Iasiello

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna,
ma dietro una grande donna c’è sempre un uomo con un grande…
Per dipingere una parete grande,
ci vuole un pennello grande o un grande pennello?
Cinghiale! Il maiale col pennello da bagnare!
Scusi, signorina: sa dirmi se è nato prima l’uomo o la gallina?
Se è nato prima il pene o la vagina?
Se è nato prima il fiore o l’ape…
Regina, reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello
anche solo con la punta dell’uccello?
Cinque passi da…
Cinghiale! Il maiale con le costole da staccare!
Una a me, una a te, una alla figlia del castello
marcondirondirondello che faceva all’amore
con la principessa col pisello.
Donne turudù in cerca di guai,
in cerca di un sempre, in cerca di un mai,
in cerca di una scarpetta,
in cerca di una casetta,
in cerca di una famiglia perfetta
e ninna oh, questo bimbo a chi lo do?
Lo darò all’uomo vero che mi fa un occhio nero,
anche se “non una di più” / “non una di meno”
dovrebbe far zero.
Ma pensa te che sfiga:
volevi darmi una botta di morte
e mi hai dato una botta di vita!
Per Francesca che non si trovava,
per Giulia che era brava,
per Silvia che ignorava che Luca si bucava,
per Anna che sapeva fare all’amore,
per Gianna Gianna Gianna che aveva un coccodrillo ed un dottore,
a Marinella volata su una Stella lassù
e che palle ci aveva fatto Lisa dagli occhi blù
così dopo signoria Lia e passerotto non andare via,
ecco questa mia dedicata a… Mammamamammmariaaaa!
Se non sei mamma non sei donna,
se non sei donna non sei mamma,
se sei uomo non sei donna…
se sei un uomo non ritorna…
devi andare alla gogna!
Generare dietro la collina, ci sta…
il Cinghiale! Il maiale con le gonadi per farmi impregnare!
Ma perché dovrei sollevare una bestia dal peso morale
di essere la copia genetica del suo genitale?
Io rinuncio.
A Satana. Rinuncio.
A tutte le sue opere. Rinuncio.
A tutte le sue seduzioni. Rinuncio.
E credo nell’IO onnipotente
di chi attraversa tutta la vita solo per dimostrare
che non importa di che genere sei fatto
perchè tanto finirai col degenerare.

Ascolta Poesia veterofemminista letto dall’autrice.

Il lato sinistro del letto

scritto da Stella Iasiello

Il lato sinistro del letto
di quello non scritto, l’hai letto
sul lato scoperto che rende perfetto l’effimero effetto
di tutti i miei sogni in fondo al cassetto
che non ho.
Sospetto un rigetto, un rapido lampo felino di gatto distratto
che mentre attraversa la strada intuisce il botto
e non lo evita
convinto che la luce che gli si pari davanti lo merita
solo per il fatto di essere “illuminata”.
Medita. Edita. Eredita perdita etica ed estetica.
Poi lesto, l’evita.
Scansa una fine che non merita.
Cancella quello non scritto e non detto
per tornare a sognare quei sogni sul quel cassetto
che non ha.
Domani sarà un giorno perfetto per aprirlo di getto
o gettarlo in un cassonetto:
un rapido gesto felino di gatto distratto e gretto
che dorme sempre sul lato sbagliato del letto.

Ascolta Il lato sinistro del letto letto dall’autrice.

Omne animal post coitum triste est

scritto da Paolo Agrati

Ho lasciato il mio seme in un sacchetto di gomma
nella pattumiera di un albergo. Ho fatto un bel nodo
stretto e l’ho gettato assieme ai fazzoletti sporchi
agli involucri dei saponi, le boccette vuote di doccia schiuma
i mozziconi di sigarette nella cenere, le cartacce con gli appunti
e tutti i miei rifiuti in genere.
Mi hai detto che ti ricordi di me ogni volta che passi
da un cassonetto perché il nostro primo bacio fu proprio
lì davanti. Ci tenevamo stretti come gli amanti nei film
muti e abbiamo lasciato che le lingue parlassero frugandoci a fondo.

Non siamo noi, è l’amore stesso che ha bisogno
che qualcuno gli permetta d’esistere, che lo metta al mondo.

Ascolta Omne animal post coitum triste est letto dall’autore

Messaggio di un morto ancora vivo

scritto da Paolo Agrati

Cosa farò senza di te?
Quando sarò morto
quando sarò solo,
morto e senza corpo
in uno spazio sconosciuto?
Potrei venirti in aiuto
con qualche numero fortunato
seguire la tua guida incerta
per proteggere l’auto
dai pericoli della tangenziale.
Potrei apparirti nel sonno
e chiederti perdono
per il mio debole corpo
scusarmi d’averti lasciata
sola a risolvere le beghe
con la casa da spazzare dalla polvere
il vicino rimbambito, il mutuo
l’armadio da svuotare
dai vestiti che un parente
con la mia stessa taglia
un giorno o l’altro
indosserà controvoglia.

Chi mi ricorderà la sera
che devo lavare i denti
portare in cortile la spazzatura
che sono anch’io un essere speciale?
Con chi parlerò della Luna e del futuro
a chi poggerò la testa sulla spalle
sgranocchiando popcorn
davanti a un film di Woody Allen?

In un sogno di una notte d’estate
fingendo di non essermene andato
vestito da prete, da arlecchino
da pirata, da cretino, da soldato
rivolgerti ancora la parola
per ricordarti quanto siamo stati felici.
Diventare terra e sostenerti
mentre passeggi o pedali in bici.
Carezzarti come brezza
in una pausa dai giorni bui
mentre torni a casa o te ne vai
per i fatti tuoi.

Invece di annoiarmi
della mia nuova forma
delle banali soluzioni
d’esistenza e redenzione
offerte dalle fedi conosciute
sarebbe bello ritornare
di tanto in tanto
a farti compagnia
quando scegli le verdure
il formato della pasta
il colore della stoffa di un vestito.
Quando resisti alle storture
della misera esistenza
affondando in qualche libro
il tuo naso fuori moda.

Lo so, anziché lasciare la tua mano
avrei dovuto confessarti un segreto
portarti ancora in viaggio, lontano
aggrapparmi alla mia pelle
per sfuggire all’unico destino
che l’amore non è capace di cambiare.

Ascolta Messaggio di un morto ancora vivo letto dall’autore

Ad occhi chiusi

scritto da Elena Gerasi

Vedi figlia mia l’essere donna è
uno spargimento di sangue
e anche l’essere madre
non scherza:
quel che è dentro esce fuori
e quel che è fuori non torna dentro,
mancando.

Penso che si soffra troppo
e altresì inutilmente
nel lucidare la propria superficie,
mentre la bellezza ride
si deposita sul fondale e tace.
Fugace è la fioritura
che il tuo viso mi ricorda,
proprio lì, in cima ai polsi,
dove trema la vita tua e del mondo.

Ad occhi chiusi ti saprei rifare
e lo vorrei potere, quando ti disferai
nel senso e nel consenso.
Quel che è fuori ti entrerà dentro
e quel che è dentro non uscirà fuori,
serrando.

Vedi figlia mia
l’esserti madre è l’istinto a dare
dopo una vita di egoismi e spreco.
Conservo tutto e ad occhi chiusi,
prometto, ti saprò rifare.

Ascolta Ad occhi chiusi letta dall’autrice

Shibari

scritto da Elena Gerasi

Legata al tuo soffitto voglio pendere per mesi
mentre tinteggi i muri, sistemi i tuoi cassetti.
Quando fumi sigarette e le spegni tra le dita,
fissando nuovi infissi, voglio oscillare piano
facendo roteare la mia ombra intorno. Il giorno
voglio che in me ci inciampi mentre
metti su il caffè, che ci sbatti la testa
se di notte ti alzi a bere.

Voglio che mi guardi bene,
come sono brava almeno a mancare.

Ascolta Shibari letta dall’autrice