Y.

scritto da Linda Mongiovì

Nello specchio dell’universo parallelo
C’è un luogo
Dove tu ed io
Siamo altro.

Ma non qui.

Qui c’è solo
La pioggia
Le auto e il loro cauto incedere bagnato
E ad ogni moto un canto
Vibrato di divano.

Verrà un tempo per noi
E sarà tardi
Sul limitare del giorno
-un tempo in cui noi
Vorremo

Ma sarà tardi
Sul limitare
Del giorno.

E allora ci vestiremo d’atti mancati
E appenderemo il giorno nell’ingresso
Pronto per essere indossato ancora.

Ascolta Y. letta dall’autrice

Era aperto

scritto da Linda Mongiovì

Nessuno ha mai pensato all’imbarazzo di un portone aperto?
Che trovi già aperto
E tu dovresti citofonare
Invece
È già aperto
E non sai
Se citofonare comunque
O entrare salire le scale
Presentarti alla porta
Con tutto il tuo disagio accumulato
Dal non aver suonato
Perché chi sta dentro non si aspetta
Che tu arrivi alla porta
Senza prima
Citofonare

Perché restiamo irrisolti
Davanti a una soluzione
Perché
Non sappiamo
Semplicemente entrare
E quindi
Ci complichiamo
E quindi
Citofoniamo?

Ascolta Era aperto letta dall’autrice

Io non so mai niente

scritto da Daniele Gnigne Vaienti

Io non lo so
io non so mai niente.
Crediamo di essere bianco e nero
sotto al sole forte
e forse siamo arcobaleno
nel nero della notte.
Non chiedere a me
io so sempre poco
gli sbagli per esempio
li so sempre e solo dopo.

Tu ricordami
ricordami che siamo fatti
di atomi, attimi e letti sfatti
in questo grande mondo
di piccoli uomini
siamo tutti fatti di difetti
siamo meravigliosi disastri perfetti.

Siamo baci restituiti
perché rubati a tradimento
siamo i vestiti
spogli di noi sul pavimento.

Ricordami che siamo fatti di attese
e inesattezze
circondati da uomini deboli
e superpotenze
siamo eroi
noi
che ostentiamo incertezze.

Io poi non lo so
io non so mai niente
però l’ho capito
che abbiamo una scadenza
che siamo distrazioni
collisioni
destinate all’assenza.

E non è una questione di fiducia
è che la carne è carne
e quando è viva
brucia.

E noi
siamo carni umide
e mani sudate
Mani che s’erano fatte ruvide
a furia di carezze non date.

Ecco
le mani
amiamoci le mani
se di più non siamo capaci
amiamoci domani
oggi lasciamo che resti un gioco
com’era fino a ieri
ma quando giochiamo
anche se vale poco
facciamo i seri.
Inventiamo le regole volta per volta
come si faceva da bambini
prima del sesso
dei pompini
e di tutte quelle regole
dei giochi dei grandi
che non siamo mai stati capaci d’imparare.

Se tracci una linea
a collegare
tutti i miei punti deboli
viene fuori il disegno del tuo sorriso.

Io non so mai niente
però lo so
che te ne andrai senza preavviso.

Adesso però baciami
lasciami sognare un altro po’
dopo vado a letto
prometto.

Ascolta Io non so mai niente letta dall’autore

Io sono cordite

scritto da Daniele Gnigne Vaienti

Dicevi sempre
che avevo fiato solo per ridere e bestemmiare.
Tanto bravo con le parole
Dicevi,
però al momento giusto non le sai usare.
Il fatto
è che ogni emozione è come cordite
che mi infiamma la gola
e di quello che provo non dico mai niente
neanche una parola.
Ti sei arrabbiata e mi hai aggredito
quella mattina che ti ho detto Ti amo
ma con la bocca ancora piena di dentifricio
proprio non l’hai capito
che il mio era solo uno stupido artificio
per riuscire a rendere leggere
parole che non avevo la forza di sostenere.
Anche il mio non insultarti quando litighiamo
non ha niente a che fare con l’essere buoni
è che le mie parole sono come lampi
che non hanno il coraggio
per diventare tuoni.
Della mia rabbia
vedi forse il pugno chiuso
però non lo senti il nervoso
la gastrite
non capisci che io in gola
ho cordite.
Le parole che non dico
poi mi esplodono in testa
e tu da fuori vedi solo quiete
ma ciò che provo è tempesta.

A volte vorrei parlare
ma non riesco a fare altrimenti
le parole prendon la rincorsa
e inciampano sui denti
vengo fuori tutte rotte
tutte storte
altre parole.
“Ti amo”
diventa “non andare via”,
“Mi stai facendo male”
diventa “cosa vuoi che sia”.
Le mie parole sono come passeggeri
fermi alla stazione dei pensieri
che guardano i loro treni partire
senza trovare il coraggio di salire.

Spesso parlo tanto
è vero
scegliendo parole a caso
ma con cura
tra le poche di cui non ho paura.

La verità è arrivata mite
poi si è accesa come un petardo,
la parola giusta per me non è ”cordite”
la parola giusta è ”codardo”.

Ascolta Io sono cordite letta dall’autore

L’infinita

scritto da Gabriele Bonafoni

Sempre caro mi fu quest’e
lmo di Scipio, s’è cin
quantamila lacrime, non basteranno per
ché lo fai, disperata ragazza mia
nno visto bere, a una fontana che non ero
in, it’s my wife and it’s my life, because a mainline into my
più mi chinai, nemmeno su un fiore, più non arrossii nel rub
are un ramo fiorito, passeremo il muro, nelle tenebre del gia
vivo al guardo la tua man pingea un che in nebbia m’apparve all’intel
efonando io, potessi dirti addio, ti chia

ra come un’alba, sei fresca come l’aria, diventi ro
ma, Roma, Roma, core de sta ci
cale, cicale, cicale e la for
tuna aiuta gli au
tostrada, ci porterebbe senz’altro a una città, oppure prose
guitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bot
to, dov’è la strada, dove noi e la sera arriva presto, troppo pre
stormi di uccelli neri, com’esuli pensieri, nel ve
nto, sono la furia che passa e che porta con se
nza dire parole nel mio cuore ti porterò e non

sia grande più del nero, fatti grande, dolce Luna e riempi il cielo in
vano, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo, Ci
vuole un fisico bestiale per fare quello che
mi spara sulla faccia ciò che penso della vi
ta, e la vita è la mia, amami ancora, fallo do
meniche d’agosto quanta neve che ca
vallo, il mio regno per un ca
pelli, ma nella fantasia ho l’immagine sua, gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e bell
a giovinezza che si fugge tutta via, chi
va dicendo in giro che odio il mio lavoro non sa con quanto amore mi dedico al tri

stezza, oggi mi godo la mia tenerezza, arrivederci amarezza oggi mi godo questa dolcezza e domani chi
ssà chi sa chi sei, chissà che sarai, chissà che sarà di noi, lo sc
accia scaccia satanassa scaccia il diavolo che ti passa, scaccia il male che c’ho dentro e non sto f
antastic, you can brush my hair, undress me ev
enne il cane che morse il ga
aaa, a far l’amore comincia tu, aaa
a stronza, sì, perché forse io ti ho dato troppo am
metto che la colpa forse è solo mia, avrei dovuto perderti invece ti ho cercato. Minuetto suona per n
o! E la luna bussò dove c’era il silenzio, ma una voce sguaiata disse non è più te
mpo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai, ti so

pra al suo viso, lo stesso sorriso che il vento crudele ti aveva rubato che torna fedele, l’amore è torna
re da te: ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao. Non
prometto che ti sposo e un sicuro futuro ma un letto senza riposo mattine a muso duro né villetta né camino m
a per uno come me, poveretto, che voleva prenderti per mano e cascare dentro a un
fuoco di gioia, e tu ubriaca viva, nuda nelle mie brac
c’ha visti stanotte, se vuole può venire qui a riempirmi di botte, però sono sicuro che saranno carezze se per avere t
e vivrò, sì vivrò tutto il giorno per vederti andare via, fra i ricordi e questa strana paz
za idea, io che sorrido a lui, sognando di stare ancora in
venteremo regole e ci sceglieremo i nomi, e certo ci ritroveremo a fare vecchi er
mo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ascolta L’infinita letta dall’autore

C’eravamo tanto armati

scritto da Gabriele Bonafoni

Scaricammo canna da zucchero cubana
e caricammo quel mercantile battente bandiera albanese
con tonnellate di carne umana
quel Titanic in cerca del Lamerika con la cappa
quel Nautilus senza troppe inutili pretese
quel bastimento disperato di anime che scappa.

Capitan Nemo con occhi di bragia
lento si pasce tra le onde dell’Acheronte
e noi ammassati in fila
dalla sala macchine fino al ponte
saturiamo centimetri di questa bambagia
benedicendo il remo che ci malmena
stipati su quel cargo in ventimila
come le leghe c’abbiam sotto la carena.

Ma noi, che c’eravamo tanto amanti
nei bagni del liceo
tu immersa nel blu dipinto di pianti
ed io già qui a guardare il cielo sopra Barletta
da queste sponde, io sarò Romeo
e tu affacciata a quel barcone sarai la mia Giulietta
che non è già più una Capuleti
che sogna Caput Mundi
pregando tra le onde
che quella barca non affondi.

E non ci vinceran colera
tisi o tubercolosi
tu non Marguerite Gautier
ma noi, promessi sposi,
non sarà la peste nera
tu Lucia Mondella
ed io Renzo a fianco a te
facciamo rotta Gibilterra
o Ceuta, Cadice, Melilla
è lo stesso, la stessa guerra
noi a bordo di una bagnarola
con al timone don Rodrigo e le sue bravate
sarà a vincerci la spagnola
non l’influenza dico, ma la marina militare
voi, che v’eravate tanto armati
che ci guardate andare a fondo, nel vostro mare.

E se tu dovessi sprofondare
io ti vengo in cerca e ti riporto in superficie
quella terrestre, o quella lunare,
io sarò il tuo Orfeo e tu la mia Euridice,
la mia radice, la mia Musa,
la mia araba motrice,
il mio zenit verso Lampedusa

Noi stipati e costipati
in questa polveriera
in questa scatola senza bandiera

Noi che ce n’eravamo tanto andati
di frontiera in frontiera
coi nostri corpi arrovellati, crivellati di lamiera

Nel tritacarne di quest’orgia di speranze dantesca
io sarò Paolo e tu Francesca
da sempre costretti a inseguirci
le vite, cacciate, scacciate, schiacciate come insignificanti zanzare
ora possiamo fermarci ed unirci,
a fare l’amore, sul letto del mare.

Ascolta C’eravamo tanto armati letta dall’autore

Il budino a cena

scritto da Carlo Molinaro

«Il popolo esiste» disse il pazzo
«ed è per questo che sto bene qui
rinchiuso nella clinica, dottore.

Il popolo esiste, l’ho incontrato:
odia i froci e le lesbiche, i matti
e la danza, i saltimbanchi, gli immigrati,
le puttane e i poeti.
Il popolo esiste e vota Salvini
e Meloni, i fascisti, il popolo
esiste e mi ha picchiato.

Il popolo esiste, si rintana
in case fetide o in case di lusso:
case chiuse, non c’è differenza.
Il popolo esiste e sta in agguato:
tremila, mille, cento anni fa
esiste e mi ha picchiato».

Crescendo di tono, era una crisi
delle sue (il dottore chiamò
l’infermiera per la dose di calmante)
il pazzo continuò: «Io sono il servo
tradito e massacrato da altri servi
ossequienti al padrone, io sono il cristo
crocifisso dal popolo, io sono
il monatto seduto sui cadaveri
sopra il carro a Milano e grido evviva
il virus, la moria della marmaglia!»

Poi crollando, prendendo la pastiglia:
«Però non muore mai questa marmaglia,
non è mai morta, dall’età del ferro
o della pietra, da sempre, non so.
Sto bene qui, dottore, mi scende
quiete nel sangue. C’è il budino a cena?»

Ascolta Il budino a cena letto dall’autore

Ma se noi

scritto da Carlo Molinaro

Ma se noi
facciamo un giro con la Vespa
quando la scrocco a mio figlio
e facciamo i lavoretti
per pagare le bollette
e ti preparo colazione
con il burro di soia
e troviamo le cose per terra
e ci baciamo
e guardiamo accendersi il campanile
e ceniamo a un’ora qualsiasi
con mozzarella e pomodoro e basilico
ma se noi
parliamo di tutte le cose del mondo
e ci buttiamo sul letto
a un’ora qualsiasi
e facciamo l’amore
e andiamo la sera nei posti
dove si sente la musica gratis
e la poesia
e ci mandiamo gli esse emme esse
se appena un giorno restiamo lontani
e ci diciamo gli odori
e ci diciamo gli altri amori
ma se noi
la casa è piena di scatoloni
e lo yogurt del discount da un euro al chilo
a un’ora qualsiasi
facciamo l’amore
e ci addormentiamo nudi
e ci stupiamo che sia passato il tempo
ma pazienza lui passa
noi per mano
noi
tu
tu come puoi pensare
che ci manchi qualcosa?

Ascolta Ma sei noi dall’autore

Due

scritto da Gioia Salvatori

Per tutte le volte che non ho capito
o che tu hai frainteso
che non ho guardato
che mi era sembrato
o parso, altresì, figurato,
per quando nel non incontrarti
il mio vuoto ha suonato,
per questa incertezza
e il suo essere cava in cui abbiamo cantato,
per lo stesso suo afflato
e ogni errore al suo interno,
per tutto il resto che non ci è stato dato.
Per aver riempito la noia
il selciato dei miei pomeriggi,
per quel che si legge nei libri
per tutti i litigi,
perché in questo tempo
che è stato riempito
per qualche minuto ho allontanato
i trapassi.
Per la leggerezza di quando ricordo i tuoi passi
per quello che è stato
benché fosse storto
per ogni contorto aggiustamento
tentato
che non ha risolto,
per ogni desiato sforzo
per aver provato
a stringere forte,
per la paura che fa
la morte
quando finiscono tutti gli incastri.
E per gli impiastri
che fanno gli umani
per aver conosciuto le mani
e intrecciato.
Per il numero due.
E per la vita che ci passa in mezzo.

Ascolta Due letta dall’autrice

La parola

scritto da Gioia Salvatori

Non mi piace la psiche
Non mi piace nemmeno il corpo
Mi piace solo la parola
La tessitrice di incanti
L’illusione dei mondi
Che non fa vedere il male
L’orrido
Che cela gli imbrogli
Oppure li dichiara
Che è libera di mutare
E costruire ponti
E non risolvere enigmi
e comporre trabocchetti
E con questa gioia
Di ciò che non è perfetto
Perché al perfetto non anela
Né al concluso, né alla pace
(Medicina per rinunciatari)
Con questa gioia
Può viaggiare il mondo
E vive il lusso
Della solitudine
E la sua lama (ahimè)
parimenti
Ma è parola:
è figlia dei venti.

Ascolta La parola letta dall’autore