Maria Elisabetta Alberti Casellati

scritto da Fabrizio Nuovibri

Mai l’Italia ebbe altra sterile casta
Italia sballata: stabilirete camere?
Sì, se l’Italia batte altra bicamerale
L’Italia mistica sale: ballare, battere!
L’Italia illibata batte: camere, ressa!
L’Italia illibata… se c’è erba, stremata.

E l’italia bacia e brama triste stella
L’Italia bacia le metastasi tra le B.R.
L’Italia, estrema star, ti bacia le balle
L’Italia estremista tace: è lì la barba
L’Italia tassa certi malati e le barbe
L’Italia tassa il bere ma cita la Bertè
Italia marcita: la lebbra, le tasse, tiè!

L’Italia emetica resta lì: è slabbrata
L’Italia scema testerà l’Italia ebbra
L’Italia tribale cambierà: la Sette sa
L’Italia sa, birra, tetta e besciamella
L’Italia testa tesa, birra e ciambella
L’Italia alta ci abbasserà le mirette
E l’Italia bassa tratterà male i celibi

E l’Italia mastica bretelle e sbraita
L’Italia arrabbiata miscela le sette
L’Italia la smette, c’è rabbia realista
L’Italia esacerbata è matta, se brilli

E l’Italia baratta mesta le braci lise
L’Italia lacerata sbatte miserabile
L’Italia abbatte macerie, sa e strilla
L’Italia tesa, ribelle: basta Amatrice!
L’Italia metterà sabbia lì, tra le case
L’Italia trebbierà la mise catastale
L’Italia misera ti abbatterà le scale

L’Italia cela misteri e blatera: BASTA!

Ascolta Maria Elisabetta Alberti Casellati letta dall’autore

Poesia da 11 pollici e mezzo

scritto da Fabrizio Nuovibri

Vorrei coltivare orchidee
Ma non ho il pollice verde

Vorrei coltivare insalate
Ma non ho il pollice verza

Vorrei allevare lombrichi
Ma non ho il pollice verme

Vorrei trasmettervi entusiasmo
Ma non ho il pollice verve

Vorrei barrire, miagolare, nitrire
Ma non ho il pollice verso

Vorrei bere un Martini
Ma non ho il pollice vermouth

Vorrei sapere la grammatica
Ma non ho il pollice verbo

Vorrei fare l’autostop
Ma non ho il pollice vero

Vorrei scrivere romanzi d’avventura
Ma non ho il pollice Verne

Vorrei leggere tutto Goethe
Ma non ho il pollice Werther

Vorrei girare un film porno verista
Ma non ho il pollice Verga

Vorrei scrivere una fiaba originale
Ma ho solo mezzo pollicino

Ascolta Poesia da 11 pollici e mezzo letta dall’autore

Rave Goa Marino

scritto da Eugenio Griffoni

Uscito di casa questa mattina
pareva quasi di stare al porto,
si sentiva nell’aria lo vedevo per la strada,
era il Mare,
lungo il corso che m’aspettava
a caso sparso tipo briciole,
non fatte di pane,
ma di fatta spuma smarrita e
cozze
sbronze
aperte,
granchi storti alghe perse e cavallucci marini
pure i delfini in postumi micidiali:
era l’alba dei molluschi viventi!
C’era stato un cazzo di rave marino
qualcosa d’eccessivo, psicotropo,
un sabbath abusivo
coi polipi giganti e le balene sciamane
“Caspiterina però penso che potevano anche invitarmi ste balene
che tanto abito qui sopra
avrei diligentemente smezzato la spesa” comunque,
mentre mi facevo sto viaggio mentale
dall’uscio di casa al rave goa marino
mi trovo fra i piedi i delfini
che pregano tutti impastati
“Acqua acqua per favoreEE”
mi sba-va-no
mi slacciano le scarpe “Oooooh! Cazzo volete?
mettete apposto sto macello
riponete nell’ordine le cose
e non si capisca per cortesia
che avete ecceduto nei vizi,
lesti lesti tornatevene in mare
che si scandalizza la borghesia e
sgomberare sgomberare!
Per i postumi il mal di testa
niente Moment OKI o Aspirina:
leccatevi gli scogli
fidatevi, parola mia”.

Ecco dettaglio importante
c’erano pure gli scogli
nte sta cagiara:
uno collassava male
dentro al negozio chic,
n’altro stava sul campanile
bo cantava
n’altro stava
buono buonino
sopra il Cayenne del vicino,
STO SUV DIMMERDA
ora fai il Pouf cuscino
nel mio rave
goa
marino,
grazie scoglio – ti stimo.

Nel mentre della conta
i sopravvisuti del disastro
pensavo a questo mare
sempre zitto e salmastro
che non ha voce per bestemmiare
se non tempesta
per spazzare via la sabbia dai lidi
lungo l’Adriatico, e
ho pianto.

Oh mare, amato mare,
mio mare blu profondo
che sbronzi di salsedine
sognanti e marinai,
versi e cuori rapisci
nel tuo galoppo d’onda:
tu orizzonte! Precipizio che ingoia
sole luna e stelle
istinti
sgomenti
amori
tormenti
tu
tormenta nella notte,
tu che inverti le mie rotte,
oh madre
e fonte,
tu vita che circonda
e matrice di respiro,
tu domanda
senza risposta, sospiro
a te, voce del dio muto
che in te sprofonda:

Cosa ti hanno fatto?
A brandelli microplastici
in radioattivi fondali
hai fatto tuoi gli scarti
di questa ingorda società.

Cosa ci siamo fatti?
Incapaci di respirarti,
leggerti, amarci.

Ascolta Rave Goa Marino letta dall’autore

Delirio Dixan

scritto da Eugenio Griffoni

Se mettessi
la testa nella lavatrice senz’altro
l’intruglio
dei pensieri miei olivastri potrebbe
prendere il largo e diluirsi via via
in deliri profumati
di marca Dixan, così facendo,
roteando anti orario fuori orario
nell’oblio del cestello col volgere
di strani eoni

vedrei Dio, il vuoto cosmico, e Azathoth che sempre dorme.
PURIFICATO TORNERO’ per imporre una verità assoluta
ogni impurità sarà bandita se ritenuta
discutibile.

Adrenalina.
Dammi la scossa dammi una botta
mordimi il cuore che non lo ritrovo,
mi ritrovo? Non mi ritrovo.
Perso parola PIN e indirizzo
nell’incubo ricorrente dove un nero
gorgo
mi chiama,
ma dice altri nomi.

Dalle mie mani
fuggono linee,
non so domare con briglie di fumo!
Una medusa sono
putrescente al Sole
fra i tentacoli un coltello
a far poesie d’amore,
sulla sabbia.
E degrado
lento
fra solchi di terra spaccata
smarrito sono
invertito i poli
in perdita sono
sfinito sfibrato, disabitato,
spolpato dai brillanti
fluorescenti scintillii.

E ho piedi di cemento
un petto di cemento
la testa nel cemento
armato di pali
l’acciaio ficcato
nei sogni dormienti,
testate sul bottone d’allarme espulsione
DOTTORE UNA COMETA la ricetta per favore
dritta in faccia me la prescriva!
Con la scia che rompe il cielo
e incendia l’orizzonte.
Ma facciamo in fretta per favore,
SOS il segnale
il battito del cuore. Alla deriva siamo.
In avaria mayday,
su una landa desolata
d’un riflesso stordito, e colori
che non mi dicono più un cazzo.

Disteso sul pavimento,
anche se il qui e ora è soltanto un paletto
di ruggine marcio
ficcato nel petto,
gli occhi sbarrati infuriano
e squarciano il soffitto, e si tuffano,
come folgori liberate
negli astri.

Ah, eccolo qui, il centro dell’Universo.
Come siamo piccoli,
e miseri.

Ascolta Delirio Dixan letta dall’autore

Homo Sovieticus

scritto da Kosmonavt

La fine ha una profondità confidenziale nell’assenza del suono
mentre una rotazione sta per terminare inalterabile
la notte debella i confini, silenzia le favole
CCCP, ma il Paese non c’è più
Mi chiedo spesso se sopravviverò. Non di rado dubito.
Quanto può essere lunga una coda per il pane?
Diciannove metri e la Mir si affolla
I muscoli avvizziscono in questa gravità indigente
che svago solerte, le mie passeggiate nello spazio
Limone e rafano sono, in assenza di miele,
l’omaggio all’ultimo homo sovieticus
Leningrad, se mi senti, raccontami
se, alzandoti sulle punte dei piedi,
vedi ancora gli alberi di Bojkonur
Li immagino allungati, all’alba, uno stiracchiarsi
che porta i rami più alti fin quassù
Scandisco la solita canzone che tu conosci
che io canto sottovoce per darmi un contegno:
И снится нам не рокот космодрома
Не эта ледяная синева
А снится нам трава, трава у дома
Зеленая, зеленая трава*

L’orlo della tuta è scucito via oltre l’orbita lunare
e l’esercitazione alla missione mi si slabbra di dosso
come un buio, una dimenticanza estintiva
Improvvisamente, tutto è più fragile
sono feto in gestazione di madre affranta
Questo amore non va da nessuna parte
rimane, senza possibilità di svanire
Potremmo anche essere un infinitesimo
ma siamo un tutto che si moltiplica
In quale universo, un santo salvatore, 
accetterebbe di sporcarsi le mani
in questo cortocircuito?

Ascolta Homo Sovieticus letta dall’autore

(*) Noi non sogniamo il fragore del cosmodromo
Nemmeno questo blu ghiaccio
Sogniamo l’erba, l’erba di casa
L’erba verde
[Da Trava u doma, hit sovietica dedicata allo spazio dell’inizio degli anni ’80 cantata dal gruppo Zemljane, scritta dal compositore Vladimir Migulja e dal poeta Anatolij Poperečnyj]

Katja

scritto da Kosmonavt

Katja
Al solo pronunciare il tuo nome
mi si inceppa la lingua
Consonante che scivola sul palato
scontrandosi coi denti

«Нам не надо целовать
Non dobbiamo baciarci
А ты прекрасно знаешь
Lo sai benissimo
Держи меня за руку
Tienimi la mano
Мир вертится быстрее»
Il mondo gira più veloce

Se mi avessero parlato prima
di quanti amori possibili esistono
mi sarei in qualche modo innamorato
delle tue storie raccontate lungo la Neva
dei tuoi corsi di latino alla facoltà di Medicina
e delle tue labbra sbilenche per il mio russo stentato
Mi sarei impegnato davvero nel dirti Ja vas Ljubil (*)
nel comprendere quanto fossimo simili
alla ricerca dell’impossibile
in quel declino dei giorni verso un finale atteso

Se mi avessero parlato prima
di quei romantici di cui parlano nei libri di Gender Studies,
quelli che in Russia non si azzardano a mandare
se non in circoli privati omosessuali,
sarei riuscito a definire
quella voglia irrefrenabile di ritrovarmi
in passeggiate romanzate da una città
rappresa in tramonti freddi e distanze innocue
correndo per non arrivare tardi

Катя, мы танцоры музыкальной шкатулкы
Katja, siamo danzatori in un carillon
А пока земля крутится у нас под ногами
e fino a quando il mondo ci girerà sotto i piedi
мы сможем влюбиться, без объяснения причин
potremo innamorarci senza spiegare il perché

Perdita d’abiti
la mia è una perdita d’abiti
Davanti allo specchio
Senza pretese, restare nudi
e avvallare questo momento di rivoluzione
Dimmi che non c’è nulla di vero
Nel conto alla rovescia
Che ci porta a festeggiare l’estinzione
Dimmi che non c’è nulla di vero
Nelle discariche di bocche
Pronte a vomitar rifiuti indifferenziati
Dimmi che non ci siamo giocati il futuro
Che qui ci si ama e non dobbiamo rovinare tutto
Mi hanno detto che c’è una festa
ma qui ce la stanno facendo di nascosto
A te, a me, alle genti disperse
Tra gli abiti affollati
Sui loro corpi inesistenti
e noi balliamo sulla terra
esorcizzando parole, opere e omissioni
Amami ancora e portami avanti
nella battaglia di tutti quanti
finché forza avrà ogni primavera
L’aprile non sarà un dolce dormire

Ascolta Katja e cose turche letta dall’autore

(*) Io vi ho amata, poesia presente nel romanzo in versi Evgenij Onegin di Aleksandr Sergeevič Puškin, 1833

Il cavoliere delle Puglie e cose turche

scritto da Alessandro Doro

Al bar di Bari
barbari
bari
e barboni
a bere
Rabarbaro
e Peroni.

Al TAR di Taranto
un tarantolato utente d’Otranto
ricorre, intanto
e l’attenta corte in tartan
tartaglia accorte sentenze
speranze sparse in una stanza
tra tanto esultar e tanto insultar.

A est d’Ostuni
mi strozzo a ostriche
e champagne.
A ovest in campagna
m’avveleno
d’olive e Martini.
E alleno le vele
e studio i venti.
Domani mattina
partire per mare!

Al Mar di Marmara
mordiamo
marmellata
di tedio
e di more
te
ed
io,
amore
morte.

Ascolta Il cavoliere delle Puglie e cose turche letta dall’autore

L’otorinolingottotroia (con due variazioni)

scritto da Alessandro Doro

L’otorinolingottotroia

L’arrotino di Torino
arrotò tutto l’oro
di Svizzera, Svezia e Botswana.
Porca puttana,
quant’era bravo!
Ma non si sa a far che.

(Variazione Kuaska) Volumetrico

L’arrotino di Torino
arrotò tutto l’oro
di Svevia, Norvegia e Cambogia
e le erre di orzo, birra e cervogia.

Porca prostituta! ho la certezza
che a ber troppa cerveza
girerà la cabeza.

(Variazione Ėjzenštejn, con deviazione maltusiana) Folgore

L’arrotino di Torino
arrotò tutto l’oro
di Zara, Roma, Novi e Grado.
E con Lenin a Odessa
rotolò per la scala,
teatro di Guerra,
corazzata di carrozzine,
chiarori di Corazzini,
corazzieri azeri,
bombardieri, avieri,
inespugnabili Fortini,
inferno di Manganelli,
barricate, palizzate,
Campana rintronante,
ardenti, Soffici lame Merini.

Nel frattempo, nel parterre di Petrolini,
appresso a un peto di Trilussa,
lo zar di Russia urlava:
IN-A-GADDA-DA-VIDA

Porca zoccola, è pazzesco!
Palazzeschi si rivolta,
la pellicola si riavvolga! presto!

E poi? E poi? E poi?
Null!

Ascolta L’otorinolingottotroia (con due variazioni) letta dall’autore

Cosa resta da dire

scritto da Susanna Fiori

Cosa resta da dire quando
finisce la tenerezza?
Due corpi che hanno sguazzato insieme
nello stesso sudore,
ansimato guardandosi negli occhi
possono stringersi la mano?
Non credo che esista un modo di toccarti
che non c’entri col piacere.
Non credo che esistano parole
da dirti senza amore.

Cali il silenzio come pietra tombale.
Senza i baci al posto delle virgole
non ho frasi per te.
Di cosa mai potremmo parlare?

Ci rimangono meno discorsi
che con l’estraneo al tavolino
perché sai già il mio sangue
le lacrime, la saliva
hai in pugno tutti i mei umori,
i movimenti della lingua
i brividi di quando si è nudi
e anche l’alito del mattino.
Mi hai lavato, imbalsamato i capelli
dal petto di cui ho contato i respiri
non voglio fiati (dichiarativi), mi basta
che tu respiri ancora
che tu sappia e non dimentichi.

Il ricordo muto
ci starà sopra come una nuvola
(greve piena)
e l’unico argomento allora forse
sarà il tempo:
diverso, ma uguale
al solo che si ha
con i vecchi in ascensore.

Ascolta Cosa resta da dire letta dall’autrice

Alberi

scritto da Susanna Fiori

Una vita lunga e bella
basterà a scusarmi?
Vorrei potermi struccare
di tutti i miei difetti
idratare con questa crema
le parti secche
ma non della pelle.
Vorrei avere rami d’amore
cresciuti in ogni dove,
in momenti come questo anche quelli
che avevo amputato nel dolore
li bocciolerei tutti, boccioli
da poter offrire.

Se a volte son albero
nero, chino su un fosso,
albero di taiga, sparviero,
altre volte ciliegio
frutto, nocciolo betullo
frassino quercio ulivo
cespuglio.
Forse pioppo, forse fango spesso
ma anche pesco, anche cielo.
Son rosa ma non spino
ed altre volte lo giuro
abeto rosmarino,
e pero e melo e nocino.
So che a volte velenoso rovo
e roveto aguzzo e punto
però anche se pungo poi bacco
e succo, profumo e folto
alloro e lauro.
Anche se brucio sorgo e voglio
portar gioia

ma accade che brullo
pianuro e inondo
sfogo, scolo e stagno
è vero a volte sono strazio
e mangio e ingrasso,
troppo spesso
forse falco od avvoltoio
ma a volte pettirosso
a volte colibrì
e non capisci
che la vespa non si sventra
quando punge
io invece sì?

Ascolta Alberi letta dall’autrice