Il corpo – Cover, 5

scritto da Claudia Petrucci

In principio mi hanno fatta di carta blue back, e di tutte le mie funzioni epidermiche quella antispappolo si è rivelata la più intelligente: in febbraio ha nevicato spesso. Concepita oltreoceano, poi stampata enorme in un capannone della Brianza. Tutti i miei atomi, di dimensione 70×100 centimetri, sono stati composti e appiccicati su superficie piana.
Mi hanno messo al mondo in tre giorni. Indossavo un vestito color arancione cadmio ma della mia funzione nessuno aveva parlato, e ai miei piedi stava una borsa di pelle, come un cane da guardia. Io sono stata sorridente, impeccabile per almeno quindici giorni, poi ho iniziato ad annoiarmi. È stata la noia a farmi notare Fabio. Fabio stava sempre affacciato al parapetto nello stesso punto del canale, mi guardava fisso, con la faccia bianca di una luna rivolta verso di me. Ogni sera dopo le sette; mi ha guardato così a lungo, così intensamente. È stato inevitabile.
Il giorno in cui ho smesso di fare il cartellone pubblicitario affisso in Darsena, ho aperto gli occhi e ho scoperto di non essere più alta dodici metri. Sopra di me, che mi ero ritrovata seduta all’entrata di un antiquario, c’era ancora il manifesto, ma nessuno si era accorto della mia assenza – fin dall’inizio tutti dovevano aver notato solo la borsa. Ricordavo che Fabio aveva guardato proprio me, invece; così lo avevo aspettato nello stesso punto del canale, gli ero andata incontro quando l’avevo visto arrivare. All’inizio è stato meraviglioso, ma poi le cose hanno cominciato a precipitare, finché oggi, dopo nemmeno sei mesi, non abbiamo concordato sul da farsi.
«Qui dice che potremmo usare la soda caustica» dice Fabio, seduto di fronte a me.
Non gli ho detto quanto è stato doloroso venire giù per lui. La tridimensionalità è pesante – sessanta chili tutti sulle mie ossa impreparate all’impatto. Lui dice che penso troppo a quando tutto è cominciato, che questo è un vizio molto da essere umano e poco da carta stampata: insistere sull’origine e sulla fine, ignorare il presente.
«Ma forse è pericoloso» continua Fabio. «È che la miscela di pura farina non mi convince, non può reggere a lungo, secondo me.»
Addenta un pezzo di focaccia, chino sul cellulare. Ha la faccia mezza azzurra, non è l’unico nel ristorante. Quando arriva il nostro ordine, la sua pelle torna umana e gli occhi del cameriere rotolano nella mia scollatura. Anche Fabio faceva così, all’inizio: i suoi occhi si rovesciavano dappertutto sopra di me, non riusciva a tenerli a posto. Mentre guardo la carne mi chiedo che cosa è successo, come siamo transitati dall’adorazione alla soda caustica.
«Le istruzioni dicono che i rapporti dovrebbero essere: soda caustica 1, farina 7, acqua 140. Con un chilo di soda caustica possiamo preparare 148 chili di colla.»
Faccio di sì con la testa e lui attacca la bistecca.
Prendo coltello e forchetta, la gestione dei seni mi rallenta. In postproduzione li hanno ritoccati in modo esagerato, rendendoli funzionali a una visione dal basso: non sono stati pensati per una persona vera. Anche il punto vita, così sottile, è un’autentica tortura; magari è solo la mia impressione ma comprime gli organi interni all’inverosimile e rallenta la digestione. Nonostante le difficoltà gastrointestinali, da quando vivo a tre dimensioni ho cominciato a ingrassare. Forse è stato questo a irritare Fabio, forse è iniziato quando lui ha detto che ero diversa da come era abituato a vedermi sul cartellone. Mastico un pezzo di filetto fino a scioglierlo in una poltiglia. Io non sono stata fatta per mangiare. Vorrei dire a Fabio che non è colpa mia.
«Perché dici che la soda caustica può essere pericolosa?» chiedo, per fare conversazione.
Fabio si irrigidisce.
«No, non intendevo pericolosa, solo da maneggiare con prudenza» dice. «Ma la colla industriale costa troppo, te l’ho detto, è una spesa che adesso non mi posso permettere.»
«Certo, scusa» dico. «Cos’è il peggio che può succedere?»
«Ma nulla, potrebbe bruciare un po’.»
«Come quando mi sono scottata?» gli chiedo.
Dopo la prima notte che abbiamo passato insieme, avevo afferrato la moka bollente a mani nude, l’ustione mi aveva paralizzata dal dolore. La pelle si era gonfiata, ed era stato l’inizio della nostra convivenza con il disgusto: il mio verso le funzioni fisiologiche del mio corpo, quello di Fabio verso di me.
«Più o meno» dice Fabio, scacciando il ricordo con una passata di tovagliolo sulla bocca. «Ma non ci pensare.»
Quando mi viene nostalgia della bidimensione faccio l’elenco dei fattori che mi disturbano: i vermi di capelli nello scarico della doccia; i cuscini d’acqua nelle mie cosce; la bava che faccio quando dormo. Fabio non lo dice a voce alta, ma anche lui odia il mio corpo. Due settimane fa ho iniziato a sudare, l’ho sorpreso a fissare le chiazze, lui ha mosso nervoso la testa. Fabio odia quando in me tutto va in disordine perché ora possiedo pressione sanguigna e uno stomaco, i succhi gastrici, perché ho iniziato a digerire.
«Possiamo iniziare a lavorare alla miscela nel weekend.»
«Va bene» dico, e siamo già al dolce: io, però, il mio lo lascio lì nel piatto.
Me ne accorgo quando è già troppo tardi: mi sono venute le mestruazioni. È la quinta volta che succede, ma riconosco subito il sangue perché appiccica quando si asciuga. Ho macchiato la sedia, ci butto sopra il tovagliolo al momento di andare. Anche Fabio vede la macchia sulla gonna, è in imbarazzo, non gli importa di vedermi camminare contro i muri come un granchio, fino alla macchina.
A casa, dopo che mi sono ripulita, lui mi prega lo stesso di obbedire. Non facciamo più l’amore da almeno un mese: tutto quello che Fabio mi chiede è di sedermi sullo sgabello alto della cucina, vestita di arancione cadmio; di accavallare le gambe e stare immobile per venti, trenta minuti; di non parlare, di non far vedere che so respirare. Se ne ha voglia, lui fa da solo.
Abbiamo smesso di dormire insieme già al terzo mese, per il bene di entrambi.
Su questo siamo d’accordo: nessuno di noi due è in grado di gestire il mio corpo, entrambi ci preferivamo prima, con il distacco di un cartellone pubblicitario. Le paure bidimensionali erano più semplici. C’era il rischio di una scarsa qualità di stampa, di un’articolazione disallineata per la svista dell’attacchino: errori invisibili a dodici metri di altezza. Io sono stata concepita per la fruizione a distanza, mentre il mio corpo ha portato tutti a contatto, dentro ai pori della mia pelle imperfetta. Fabio è così vicino che possiamo guardarci fino ai capillari, ed è per questo che abbiamo smesso di piacerci quasi subito.
Come fanno quelli che non sono mai stati stampati? Come reggono la prossimità? Le domande non mi fanno dormire e l’insonnia mi imbruttisce.
Nel weekend iniziamo a lavorare alla miscela. Fabio mescola dentro a grossi secchi, nel suo garage, e io mi chiedo se, da quando sono corpo, sono mai stata felice. Chissà se anche Fabio se lo chiede, lui che è corpo da almeno trent’anni.

Il mio ultimo giorno da corpo è identico al primo. Fabio accompagna me e un bidone di colla in un campo deserto della periferia.
«Ci abbiamo provato» dice, abbracciandomi senza aderire. «Sei veramente una cara ragazza ma così non può funzionare. Mi aiuti ad aprirlo?»
Scoperchiamo il bidone, poi Fabio fa un altro sorriso imbarazzato.
«Non la devi prendere sul personale. Sei bellissima, sei perfetta, è solo che questo non è il tuo posto» lui scardina un ciuffo d’erba da terra con la punta della scarpa. «Si vede proprio che sei fatta per… non è che piangi, vero?»
«No», rispondo. «Perché, tu?»
«No, no, ci mancherebbe» dice lui. «Senti, ti dispiace se resto mentre…»
Scrollo le spalle: «Va bene.»
Lui prende uno sgabello dal bagagliaio, lo sistema vicino al bidone.
Guardo la latta e non so davvero se dovrei sfilarmi i vestiti. Fabio non mi toglie gli occhi di dosso: così mi ha trasformato, così mi ritrasforma. Nei suoi occhi sono di nuovo di carta, e i vestiti non hanno importanza.
«Non è che potresti sbrigarti? Tra mezz’ora devo essere in ufficio.»
«Certo, certo.»
Mi immergo nella colla. Poi salgo sulla scala e in un attimo sono di nuovo al mio posto. Ci metto un po’ per ritrovare la posizione giusta, ma alla fine è più comodo di quanto ricordassi. Guardo verso il basso, e ho appena il tempo di vederlo mentre si richiude la zip dei pantaloni prima che, senza voltarsi, salga in macchina e riparta. In lontananza scorgo il cartellone pubblicitario di una lavatrice ecologica. Mi sembra un buon presagio. Magari la prossima volta nasco elettrodomestico.

Tratto da La metamorfosi, scritto da Franz Kafka.

Colui che sussurrava nelle tenebre – Cover, 4

scritto da Simone Marcelli

Tenete ben presente che alla fine non ebbi una vera e propria visione di qualche orrore. Ho dovuto piuttosto dedurre la verità di quel terrore che sin dalla prima delle e-mail angosciate e strane di mia sorella Roberta avevo sentito sorgere tra i miei pensieri consapevoli, come un intuito per la perversione di quel male. Ma non ebbi visione: solo gli elementi di inquietudine che ora metto insieme per mostrare, per esibire alla cittadinanza, a monito. Continua a leggere

Walter – Cover, 1

scritto da Francesco La Rocca

Abitando a Zurigo avevo imparato che gli orologiai hanno ferie in luglio, così, guardando l’autostrada, potevo riconoscerli dalla targa; se era luglio.

Da bambino facevo molta attenzione ai dettagli e a scuola avevo un rendimento notevole. Quando c’era del tempo libero, costruivo paracadute coi sacchetti di plastica e eliche con i cartoni. Se andavo in campagna creavo biosfere dentro vecchie pentole, imprigionavo lucertole e sezionavo girini. Al mare facevo lo stesso, ma con animali diversi e dentro secchi o bacinelle. Per questo, e alcuni altri motivi, spesso mi dicevano che da adulto potevo essere uno scienziato, e magari diventare come Jaques Cousteau, che andava anche in televisione. Continua a leggere