Natalia Guerrieri

Natalia (con l'accento sulla i) Guerrieri è nata nel 1991. Si è laureata in Lettere e in Italianistica a Bologna e si è diplomata in Drammaturgia e Sceneggiatura all'Accademia Silvio D'Amico, presentando un romanzo come tesi finale. Ha vissuto a Modena, Parigi e Roma, città che si mescolano spesso nei suoi racconti. Oltre alla prosa, scrive per il teatro e per il cinema.

Notte di terra

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: quarto capitolo. Leggi gli altri]

La legna ardeva nella stufa e Chiara stringeva fra le dita gelate una tazza di tè caldo. Era tè scaduto, l’aveva trovato per caso in fondo a un ripiano della credenza. Rosa non beveva tè e nemmeno tisane, li considerava rimedi buoni giusto per il mal di pancia. Aveva comprato quelle bustine chissà quando, forse proprio in occasione di una convalescenza. Ma Chiara aveva voglia di tè caldo, cosa poteva farle di male, dopotutto. Rosa armeggiava fra le pentole della cucina. Il vicino le aveva portato un pezzo di manzo abbastanza grosso e alcune cartilagini.
Chiara continuava a tenere lo sguardo fisso sulla stufa. Non sapeva cosa fare, se parlare di ciò che aveva visto a qualcuno oppure no. Forse avrebbe dovuto dirlo alla polizia, poteva servire per le indagini sul fatto. Certo, quell’ammasso di pezzi di bambole non era normale, e non c’era nessuna spiegazione logica al fatto che si trovasse in quel posto. Chissà da quanto tempo era lì. Il fetore di quel luogo le aveva impregnato le narici al punto da imprimersi nel suo ricordo. Le sembrava di sentirlo ancora. Socchiuse gli occhi e infilò il naso nella tazza, per annusare il vapore caldo e profumato. C’era anche un altro fatto che avrebbe faticato a spiegare a chiunque. Perché si trovava lì, perché ci era andata? Non ne era sicura, ma sospettava che avrebbero potuto quantomeno accusarla di effrazione o qualcosa del genere, violazione di proprietà privata. Immaginò che l’avrebbero intervistata, che Rosa l’avrebbe vista di nuovo sul canale locale e le avrebbe chiesto spiegazioni, spaventata e confusa. Il suo nome sarebbe stato nuovamente ricollegato al fatto e allora la polizia forse avrebbe voluto sapere di più, l’avrebbe interrogata. Cosa c’entrava lei, dopotutto, con quella storia?

La notte fu invasa dagli incubi. Correva, in un campo, con accanto il cane. A un certo punto lui spariva nel canale. Chiara lo chiamava, gridava, ma non riusciva a ritrovarlo. Poi eccolo ricomparire, ricoperto di terra. Aveva una voce umana, vagiva come un neonato, poi tra il pelo arruffato del suo muso cresceva il volto di un bambino, con i denti e gli occhi scuri, neri, marcescenti. E Chiara si trovava d’un tratto coperta di sangue, il suo ventre squarciato in orizzontale buttava fuori flutti di liquido rossastro, appiccicoso e caldo, impossibile da contenere.

Il giorno arrivò presto. Chiara si risvegliò sudata, con la pelle irritata dal contatto con la coperta di lana fatta a mano da Rosa. Andò in bagno, si lavò la faccia con l’acqua fredda. Aveva le palpebre gonfie e la bocca secca, come se durante il sonno avesse pianto. Era lunedì. Sarebbe dovuta tornare in città. I colleghi d’ufficio, i faldoni impilati sulla scrivania, il computer vomitante e-mail e notifiche le apparivano come immagini stonate provenienti da un’altra dimensione. Scese al piano terra, Rosa dormiva ancora. Mise sul fuoco la vecchia caffettiera e bevve due tazze di caffè nero nel silenzio della cucina. Quindi raccolse la sua borsa da terra e si avviò verso la Panda parcheggiata in cortile. Tutto intorno era silenzio e nebbia. Mettendo in moto, si sentì definitivamente strappata a un sogno. Iniziò a guidare verso la realtà, verso il rumore, verso il mondo degli umani, abbandonando quelle terre dimenticate, affossate dietro l’argine del fiume, inghiottite dalla foschia.

Tutti i giorni, in ufficio, erano uguali fra loro. Come impiegata, Chiara non si distingueva né poteva essere giudicata peggiore degli altri. Semplicemente, quello che faceva non le interessava. Si trattava di commutare il tempo in denaro. Tanto tempo per poco denaro, a rifletterci. Ma aveva uno stipendio regolare e il venerdì di solito poteva staccare a metà pomeriggio e fingere che il suo piccolo e buio ufficio pieno di computer e polvere non esistesse più, almeno per un po’. E questo era esattamente ciò che stava iniziando a fare in quel momento, guidando verso la Bassa, con la sua sacca buttata sul sedile del passeggero, tornando finalmente alla casa di via Matteotti.
Si andava ora verso la metà di dicembre e le giornate si estinguevano in fretta. Al suo passaggio, i campi, la strada e le case che punteggiavano la pianura erano immersi nell’oscurità.

Domenica di sole fredda

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: terzo capitolo. Leggi gli altri]

La mattina seguente in via Matteotti non c’era un’automobile, né un passante. Le domeniche, nella Bassa, riuscivano a apparire perfino più desolanti degli altri giorni.

Stavano sorbendo il caffè in silenzio, era ancora molto presto, quando qualcuno bussò alla porta. Rosa riceveva poche visite e quel giorno non aspettava nessuno. Borbottò qualcosa e Chiara si alzò per andare a aprire, premendosi il maglione sul mento.
Nella cornice della porta, si stagliò una donna dal busto straordinariamente largo. Aveva la pelle rossastra e piena di venuzze, come se gliela avessero appena sfregata con violenza, e due occhi liquidi che non sembravano mettere a fuoco nulla. Sembrava faticare a reggersi sulle gambe. Era Alda, detta l’Aldina, considerata da tutto il paese una specie di bambinona inoffensiva. Non si era mai sposata e non aveva nessuno. Viveva in una misera casetta dimenticata in mezzo alla campagna. Qualcuno diceva che una volta, tantissimi anni prima, quando era ragazza, avesse avuto un aborto. Non si era mai saputo chi avesse potuto metterla incinta e Rosa non aveva mai voluto esprimere pareri a riguardo. Dopo quel fatto, che fosse reale o solo frutto delle dicerie, l’Aldina non era mai più stata avvicinata da nessuno.
La donna si appoggiò al muro con aria sperduta chiedendo di Rosa. Chiara tornò dentro e chiamò la nonna, dicendo che c’era l’Aldina alla porta. Ormai la conosceva anche lei, era abituata a vederla fin da quando era piccola. Un tempo le faceva paura, con quelle grosse mani tremolanti che sembravano volerti afferrare, ma poi crescendo aveva cominciato, come tutti, a provare per lei un misto di pietà e repulsione. Rosa era l’unica che dimostrava un’insolita pazienza nei suoi confronti, era capace di offrirle il caffè e di tenerla con sé anche un’ora prima di dirle che aveva da fare, mentre alcuni in paese reputavano superfluo perfino salutarla. La invitò a entrare per un goccio di caffè, mentre Chiara si infilava le scarpe e la giacca per uscire. Uno strano fetore accompagnò l’ingresso in casa della donna e Chiara fra sé sperò che si fermasse il meno possibile. Mentre si richiudeva la porta alle spalle, si chiese se l’Aldina la riconoscesse o se per lei la sua presenza in casa di Rosa fosse un evento paragonabile al vento che smuoveva le cime degli alberi o a una pioggia leggera.

Versò nella ciotola del cane un po’ di riso avanzato dalla sera prima. Un raggio di sole si faceva strada tra gli strati di nubi, pallido e incerto. Faceva meno freddo del giorno precedente. Chiara attaccò il guinzaglio al collare e iniziò a tirarlo verso la strada.
Quando arrivarono all’altezza della casa arancione, non svoltarono verso l’argine. Il cane dava segni di voler proseguire in quella direzione, la strada di sempre, ma Chiara glielo impedì tenendolo legato. Proseguirono ancora sulla strada asfaltata per qualche centinaio di metri. Quella camminata faceva bene a entrambi, ossigenava le menti, sgranchiva le gambe. Sul vialetto di una casa, Chiara vide una zucca. Stava marcendo, ridotta ormai a una specie di poltiglia. Il cane tirava il guinzaglio, voleva annusare, ma Chiara lo portò via. Prima di andarsene, fece appena in tempo a vedere la tenda scostarsi e richiudersi dietro il vetro di una finestra.

Dopo ancora un centinaio di metri, svoltarono. Ora si poteva andare verso l’argine, Chiara liberò il cane e rimase a guardarlo correre fra la strada sterrata e il prato. Continuò a camminare, perdendolo di vista. La sterrata era fiancheggiata da un canale. A un certo punto si accorse che il cane era scomparso. Iniziò a chiamarlo e accelerò il passo. Dopo un po’ lo vide riemergere, coperto di fango, dal canale. Aspettò che si scuotesse e si rotolasse per terra e gli andò incontro, ammonendolo con qualche parola secca. Pulirlo sarebbe stato impossibile e Rosa l’avrebbe rimproverata per averlo fatto inzaccherare così. Il cane di per sé sembrava soddisfatto, la guardò con una felicità ebete, estemporanea, e fece per rituffarsi di nuovo giù. A nulla servirono le grida di Chiara, che lo rincorreva. Lo raggiunse, ansimando. La parete di terra scendeva gentilmente verso il basso, costellata di erbacce e rifiuti. Il cane si era fissato su un punto fangoso, annusava e cercava di afferrare qualcosa con i denti. Vedendola arrivare abbaiò. Lei lo chiamò ancora, inutilmente, non aveva nessuna voglia di scendere sul fondo per recuperarlo. Già altre volte era capitato che il cane facesse una simile cerimonia per aver scoperto la carcassa di una lepre, di una nutria o di un gatto. Dopo essersi fatto chiamare per un bel po’, prese qualcosa con i denti e si convinse a risalire. Appoggiò il suo bottino sulla sterrata, schizzando fango da tutte le parti. Era uno straccio, un pezzo di stoffa. Chiara lo rigirò con il piede. Sembrava il pezzo di una maglietta. Azzurra, con una specie di faccia gialla e marrone disegnata sopra. Il muso di un cane sorridente.
D’un tratto il ricordo della mattina prima le attraversò la mente, vivido. Il cuore iniziò a batterle in petto e la mente, all’opposto, iniziò a mettere in campo tutti gli strumenti della razionalità per farla calmare. Uno straccio in un canale non significava niente. Uno straccio avrebbe potuto finire nello scarico come qualsiasi altro oggetto; non c’era nessuna connessione con il fatto. Tuttavia, Chiara si guardò intorno e mise a fuoco due case, separate da un centinaio di metri l’una dall’altra, che dovevano entrambe scaricare nel canale. Una sembrava abitata, dal davanzale pendevano panni stesi. L’altra invece aveva l’aria di non ospitare nessuno da tempo. Chiara si lasciò trascinare avanti dai suoi stessi passi. Non pensava più al cane, che le correva appresso. Una sorta di curiosità spaventosa, che avrebbe voluto respingere, la portava ad avanzare verso la casa disabitata.
Quando fu vicina al cancello, si fermò. Era chiuso ma un buco nella rete poco più avanti, circondato da una siepe selvaggia, costituiva un passaggio perfetto. Forse era già stato usato. Ci ragionò su qualche istante poi si girò, allacciò il guinzaglio attorno al collare del cane e si avvicinò al foro. Il cane abbaiò e lei gli colpì il muso, una volta, severamente, per dirgli di smetterla. Poi lo guardò, inutilmente offeso e incapace di capire. Cercò un albero e lo legò al tronco. L’animale la guardava con occhi sperduti ma non abbaiava più.

Il foro era largo abbastanza perché potesse passarvi in mezzo. Atterrò su un terreno umido. L’erba era rada e spenta e si alternava a zone di terra nuda. La casa era grigia e muta e contro una delle finestre al piano terra erano state attaccate delle assi, mentre sulla porta una vernice rossastra andava scrostandosi. Fece qualche passo nel giardino, tendendo le orecchie. Provava una sensazione simile a quella avuta cospetto della casa arancione. Era come se non fosse lei a guardare la casa ma viceversa. Attribuì quel pensiero alla suggestione, era lei forse che in quelle case voleva trovare un’anima.
Il disegno dell’edificio era insolito per quelle zone, più spigoloso e verticale delle altre costruzioni. C’erano tre piani e in più, su un lato, svettava una sorta di piccola cabina a forma di torretta. Le serrande erano scure e cadenti e Chiara puntò lo sguardo verso una di esse, per un istante le era sembrato di cogliere un movimento.
Salì i tre gradini che conducevano all’ingresso e spinse il legno marcescente con la punta delle dita fino a sentire uno scricchiolio. Qualcosa, dall’interno, stava cedendo. Non fu difficile entrare e si trovò in una stanza buia e spoglia, immersa in uno strano fetore. Un odore animale, come di sudore e feci, pellicce sporche o bagnate. Fece un altro passo e intravide nel buio un piccolo topo che correva a nascondersi.

Lanciò un’ultima occhiata alla porta, come salutando quell’appiglio in grado di riportarla all’aria e alla luce, e si addentrò. Dopo la prima stanza ce ne erano altre, tutte vuote, simili l’una all’altra, e sempre invase da quel puzzo nauseabondo. Per un attimo le attraversò la mente che fosse la casa stessa a emanare quel fetore. Come se una ferita l’avesse squarciata e ora stesse lentamente imputridendo. Arrivata nei pressi delle scale, valutò l’ipotesi di tornare indietro. La casa era un luogo immondo, dimenticato da tutti, non c’era forse nessuna vera buona ragione per proseguire oltre. Poi pensò al cane. Se le fosse successo qualcosa il cane sarebbe stato il segnale che la padrona non poteva trovarsi lontano. E se qualcuno lo avesse slegato? Stornò dalla mente quel pensiero. Qualcuno chi? Decise che sarebbe salita, si sarebbe tolta la curiosità e poi sarebbe finalmente uscita. La scala era parzialmente crollata, probabilmente a causa del terremoto, e a tratti si vedeva lo scheletro di metallo che sosteneva i gradini, oltre il quale si aprivano metri di vuoto. Al primo piano c’era ancora più buio e Chiara andò a sbattere contro qualcosa. Si fece luce con il cellulare. Altre due stanze vuote e poi la terza –

Nella terza stanza il pavimento era ricoperto da giocattoli, o più precisamente, bambole e bambolotti. Teste, mani, gambe, braccia e busti informi. Ce n’erano a decine. Smembrati e talvolta assemblati secondo una logica posticcia e innaturale.
Ora voleva andarsene, si girò di scatto e scese le scale, di corsa. Un piede le si infilò per sbaglio in una fessura e avvertì un dolore pungente. Zoppicando, ritrovò la porta e ci si appoggiò contro per uscire.
Appena fuori, respirò avidamente l’aria dell’esterno. Ritrovò il punto nella siepe nel quale c’era il passaggio e ci si infilò.
Fece qualche passo sulla strada poi cercò con gli occhi il cane. Non c’era più, legato all’albero. Non c’era nemmeno il guinzaglio. Lo chiamò, guardandosi intorno, con voce angosciata. Infine, dal fondo del campo lo vide correre verso di lei, rispondendo al richiamo, fino a raggiungerla. Trascinava dietro di sé il guinzaglio, che era nero di terra. Lo afferrò, imbrattandosi le mani, e facendosi guidare si rimise sulla strada di casa.

Fino a sera veglia

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: secondo capitolo. Leggi il primo capitolo]

La trovò china sulla stufa, intenta a infilare nel fuoco i pezzi di legna. Le sue mani, grosse e squadrate, avevano una pelle così spessa da non sentire il caldo e il freddo, o forse erano semplicemente mani troppo vecchie per avvertire qualsiasi cosa. Rosa non si accorse della nipote che entrava nell’ampia stanza adibita a salotto e quando si voltò sussultò per un istante, vedendola. Chiara si tolse il giaccone. Aveva freddo, il freddo non le era mai passato, ma era sudata. La stessa sensazione che si prova durante un incubo o la malattia. Si rannicchiò sul divano sfondato che stava vicino alla stufa. Dietro allo sportello, si intravedevano le braci. Rosa la guardò, le chiese se avesse legato il cane alla catena e Chiara fece di sì con la testa. La nonna non voleva che il cane rimanesse slegato. Questa era la sua unica preoccupazione, che mangiasse, bevesse o sentisse freddo erano pensieri secondari. Certo, non era passato giorno senza che si ricordasse di riempirgli la ciotola con qualcosa. Avanzi del pranzo o della cena, la gallina del brodo, pezzi di manzo induriti, oppure gli scarti peggiori fra quelli che il vicino le portava dalla macelleria. Rosa non buttava niente, trovava il modo per cucinare anche i pezzi che i clienti consideravano robaccia e, per le parti immangiabili perfino per lei, c’era il cane. La catena, però, era una vera fissazione. Aveva avuto un cane, da bambina, un cucciolo. Era morto senza avere nemmeno il tempo di crescere, qualcuno gli aveva sparato in un campo, senza motivo. Lo avevano trovato morto dopo due giorni. Chiara si stupiva di quanto la nonna ricordasse ancora bene quell’avvenimento, doveva aver avuto appena sei anni. Il cucciolo era stato un regalo del padre. Dopo di lui, la nonna non aveva voluto nessun altro cane, per anni. Avevano provato più volte a proporle la compagnia di un altro animale ma lei aveva sempre respinto l’idea. Con il cane, il suo, era stata un’altra storia. Nessuno glielo aveva regalato e Rosa non lo aveva preso da nessuna parte. Era arrivato una mattina, scarno e malconcio, e si era piazzato davanti alla casa. Rosa lo aveva scacciato più volte con la scopa ma lui era rimasto. Alla fine, aveva visto che il cane aveva una zampa ferita, sanguinava. Gliel’aveva disinfettata con l’alcool e l’aveva avvolta in un pezzo di stoffa. Poi gli aveva dato da mangiare. Il giorno dopo, il cane era ancora lì e Rosa si era rassegnata a tenerlo. Gli aveva messo un collare attorno al collo e lo aveva legato alla catena. Più volte Chiara si era chiesta se l’animale non avesse vissuto meglio lontano da quella prigionia, libero, nei campi, come era stato un tempo. Ma il cane, anche dopo le lunghe passeggiate in cui lo slegava lasciandolo correre dove voleva, tornava sempre da lei, da Rosa, alla casa.

Il pranzo era quasi pronto. Dalla cucina proveniva il solito odore acre e dolciastro della carne bollita. Chiara si strinse nel maglione. Avrebbe voluto dimenticare tutto, cancellare le immagini di quella mattina, ma ogni pensiero la riportava lì, il cane che correva tra gli arbusti, la casa arancione vicina al pioppeto. L’erba e il fogliame…
La nonna la chiamò. Era appena mezzogiorno, l’ora di mettersi a tavola. Nel brodo di carne galleggiavano chicchi di riso. Rosa sorbiva il brodo respirando rumorosamente e la mano che reggeva il cucchiaio le tremava ogni volta che la portava alla bocca. Chiara mangiò con un misto di piacere e disagio. Il calore che le scendeva in gola la confortava ma allo stesso tempo nel nutrirsi, nel consumare quella carne, avvertiva una sorta di senso di colpa. Dopo mangiato, mentre Chiara lavava i piatti nel lavello della cucina, Rosa accese il piccolo televisore che stava incastrato nella credenza di legno. Il volume era altissimo. Su una delle reti locali si parlava del fatto e Chiara sperimentò la strana sensazione di ascoltare la propria voce registrata. Vedendo la nipote sullo schermo, la nonna si agitò e iniziò a chiamarla. Avevano ritagliato pezzi dell’intervista. Chiara si vide nelle riprese, con i capelli biondi che le ricadevano sulla fronte, le labbra spaccate fino a sanguinare e gli occhi arrossati. Diceva che era stato il cane a trovare il corpo, era corso avanti e lei aveva chiamato la polizia. Quella dichiarazione le sembrò inutile, stupida, la riportò alla dimensione di non senso in cui era sprofondata quella mattina. Rosa si voltò verso di lei, con gli occhi sgranati. Chiara non poteva più tenerglielo nascosto.
Si misero a sedere, una di fronte all’altra, e parlarono. O meglio, dovette raccontare tutto quello che era successo. L’anziana rimase in silenzio, anche dopo la fine del racconto, continuando a guardare fuori dalla finestra. Quando Chiara si alzò dalla sedia, le prese una mano e la strinse, con forza. Chiara la guardò e d’un tratto le sembrò piccola e spaventata. Le baciò i capelli, soffici. Prese gli avanzi del pranzo e le disse che andava a darli al cane.

Non appena fu fuori, il freddo pungente la risvegliò dal torpore della casa. Il cane balzò verso di lei, affamato come non mai, piantandole le zampe sulle gambe. I pezzi di carne che Chiara teneva avvolti in un fazzoletto si sparpagliarono per terra. Il cane mangiò, con il muso che si sporcava di terra.
Chiara si guardò intorno. La pianura taceva e le nuvole andavano separandosi l’una dall’altra lasciando scorgere non il sole ma qualche strato di cielo.

Sentì un rumore di passi e sull’aia della fattoria di fronte comparve un uomo. Indossava un giaccone blu, e la sciarpa e il cappello non gli lasciavano scoperto che il naso e gli occhi. A Chiara parve di riconoscerlo come il figlio del vicino. Un uomo di circa quarant’anni che talvolta arrivava nella Bassa a fare visita all’anziano padre. Sollevò una mano per salutarlo ma l’uomo sembrò non vederla. Stava caricando qualcosa nel baule della macchina. Istintivamente, Chiara fece qualche passo in avanti per guardare. L’uomo chiuse il baule di scatto e si girò verso di lei. Le parve che la guardasse, cosa strana visto che fino a qualche istante prima sembrava non essersi nemmeno accorto della sua presenza. Nonostante la distanza, vide i suoi occhi, due punti neri senza battiti di ciglia. Quindi l’uomo si voltò e salì in macchina, mettendo in moto. Chiara aspettò che la scia del gas che seguiva l’automobile si estinguesse per tornare dentro casa. D’un tratto era di nuovo sudata fradicia, nonostante il freddo.
Lanciò un’ultima occhiata al cane. Nel giro di poche ore sarebbe sceso il buio e quel sabato di novembre sarebbe finito, disperdendosi nella notte precoce.

Il bagno era rivestito di piastrelle giallognole. Chiara lasciò passare lo sguardo come una spugna bagnata sui disegni geometrici. In che anno era stata costruita la casa? Forse addirittura nei primi del Novecento. Così le sembrava di ricordare. Almeno, nella sua prima forma. Poi Successivamente, nel corso degli anni, era stata sistemata, ampliata, in parte ricostruita. Poi il terremoto aveva fatto franare la cantina e ancora non c’erano tutti i soldi necessari per ricostruirla. Quelle piastrelle però dovevano essere successive, anni Settanta, almeno. Un gusto ormai dimenticato, rinnegato. Il vapore si alzava dalla vasca da bagno dando a Chiara una piacevole sensazione di calore. Le bolle di bagnoschiuma si coloravano grazie alla luce della lampadina. Il silenzio era totale, interrotto solo dal rumore delle sue mani che raccoglievano un po’ di acqua per versarsela sulle spalle e sulle ginocchia. Le parti del corpo che affioravano diventavano gelide in un istante.

Fuori era diventato buio, anche se non era ancora ora di cena. Chiara e Rosa avrebbero mangiato, avrebbero guardato qualcosa per televisione, avrebbero spento la stufa e sarebbero andate a dormire presto, molto prima dell’ora in cui la gente va a letto in città. I gesti in quel luogo erano semplici, prevedibili, sempre contornati dal silenzio. Questo la calmava ma a volte le faceva crescere un magone in petto. La Bassa era l’anticamera della morte, aveva pensato Chiara una volta. E quel pensiero era rimasto a aleggiare sulla sua testa, così perfetto e crudo da sorprenderla. Da quelle parti ci si preparava a morire. Prima, allontanandosi da tutto ciò che era rumore, colore, affanno e movimento. Poi, facendo silenzio. Facendo spazio dentro di sé a qualcosa che era immenso e importante, qualcosa di gravoso e inevitabile. Non poteva essere che quello, aveva pensato Chiara, la consapevolezza della propria fine, il lutto per se stessi.
Forse Rosa non voleva abbandonare la casa perché già da tempo viveva immersa in quella dimensione, ci si era abituata. La città, con la sua frastornante voglia di vita, era inadatta, fastidiosa, fuori luogo per chi già aveva sistemato la propria anima nell’anticamera, per chi già era pronto. Come sua nonna, come Rosa. Guardandosi le punte delle dita raggrinzite dall’acqua, Chiara si chiese se quel sentimento stesse invadendo anche lei. Era per questa ragione che tornava sempre in quel posto, che sentiva di appartenere alla Bassa come mai aveva sentito di appartenere a nessun altro luogo?

Tolse il tappo dal fondo e si alzò, avvolgendosi in un ruvido asciugamano consumato dai lavaggi. La nonna non aveva mai tenuto in casa un accappatoio, l’idea stessa di quell’oggetto, dove il corpo si adagiava abbandonandosi a un lento processo di asciugamento, le era estranea. Venire fuori dall’acqua significava strofinarsi per bene, sulle gambe, sulla pancia, sulla nuca, e rivestirsi in fretta. Indossò di nuovo i vestiti e scese le scale. Rosa si era addormentata sul divano, vicino alla stufa. Dalla sua bocca schiusa usciva un sibilo impercettibile. La nipote si rannicchiò al suo fianco, senza svegliarla.

Due novembre

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: primo capitolo. Leggi gli altri]

La fila di zucche appoggiate sul muretto tra le due fattorie sprofondava sotto la pioggia leggera ma continua che assillava la Bassa dalla sera prima.
Sembravano facce di spiriti dispettosi, determinati a sghignazzare fino all’ultimo istante prima di sciogliersi, nonostante l’assillo dei moscerini e delle muffe e l’acqua che imputridiva le morbide bucce arancioni. Di una di esse non rimaneva che il coperchio, come se il resto si fosse dissolto nell’impatto con le pietre e la calce sottostante a seguito di un incidente.
La scena di un crimine, pensò Chiara per un istante, rigirandosi quel trito e televisivo accostamento di parole in bocca. Non riuscì però a sorridere, nemmeno per un momento. In quelle fattorie abitavano bambini. Continua a leggere

Via Archirola

scritto da Natalia Guerrieri


Il parco oggi è freddo, il sole pallido di inizio novembre emana una luce chiara che non riscalda.
Il palazzo dove abita mia madre è in via Archirola numero 15. È un condominio a otto piani. Grigio, gli infissi blu, tanti occhi chiusi. Mi ha sempre ricordato una montagna bucherellata da grotte, ogni appartamento un piccolo spazio privato, un fuoco. Ognuno dipinge sogni e fantasmi sulle pareti della propria caverna. Continua a leggere