Mattia Grigolo

Mattia Grigolo vive a Berlino da tempo immemore. Ha fondato Le Balene Possono Volare, progetto di laboratori ed eventi creativi, il magazine di approfondimento Yanez e la rivista letteraria Eterna. Ha pubblicato e sta per pubblicare racconti e altre cose su 'Tina, Crack, Not, Rolling Stone, L'Inquieto, Cedro Mag, Il Mucchio, Yanez, Bomarscé, Salmace e forse altri. È una matrioska.

Inseparabili

scritto da Mattia Grigolo

C’è un uomo e una voliera adagiata ai suoi piedi. Quest’uomo volge lo sguardo al cielo come ad aspettare, con serafica calma, che qualcosa gli cada addosso. Invece sta cercando. Mi avvicino.
«Cosa succede?»
«Il mio pappagallo è scappato. Dev’essere tra quei rami.»
Seguo con lo sguardo la sua stessa direzione. Poi torno sulla gabbia, dentro c’è un altro pappagallo. È minuto, le ali verdi, il petto giallo, la testa e il becco rossi.
«Quello che è scappato è uguale, sono due pappagallini inseparabili.»
«Riesce a vederlo?»
«No.»
«C’è un modo per farlo tornare?»
«Se l’altro lo chiama allora forse torna.»
«Da quanto sta aspettando?»
«Più o meno mezz’ora.»
«L’altro ha chiamato?»
«No.»
Guardo ancora nella gabbia l’altra metà dell’inseparabile.

«Che succede se si separano due pappagallini inseparabili?»
«Niente.»
Seduta sulla tazza del water, osservo Maddalena sciacquarsi le ascelle. Allarga un braccio, l’altro con la mano a conca, bagnata di sapone.
«Muoiono di solitudine?»
«È una leggenda.»
Mia sorella si asciuga, poi si guarda allo specchio e si mostra i denti. Afferra lo spazzolino.
«E come lo sai?»
«L’ho letto.»
Mi alzo dalla tazza, sfilo anche la maglietta e mi sdraio nella vasca da bagno, calda e schiumosa.
«Che succede a un uccello domestico che scappa dalla voliera?»
«Gira per un po’ nell’appartamento, poi rientra nella voliera perché è quello il suo mondo.»
«E se scappa dalla finestra?»
«Se non riesce a rientrare, muore nel giro di qualche ora perché quello non è il suo mondo.»
«Anche questo l’hai letto?»
«No, me lo ha detto papà.»

«Come sta tua sorella?»
Mio padre sta spiumando un pollo.
«Il solito.»
«Il solito cosa?»
«Fa le stesse cose che ha sempre fatto.»
Ora il pollo è nudo.
«Perché continuate a convivere se non sopporti il suo modo di essere?»
«Perché siamo come due pappagallini inseparabili, ma io sono quella che morirebbe di solitudine, lei non credo.»
«Come?»
«Niente, lascia perdere.»
Papà sfila da un cassetto una mannaia da carne, distende il collo del pollo.
«Allontanati che devo tagliare la testa.»
«Hai sentito mamma?»
«Un paio di giorni fa.»
«Come sta?»
«Il solito.»

Trentotto anni e Maddalena ha ancora i capelli rossi-rossi, io ne ho solo uno di meno e li ho ancora neri-neri. A lei si sono allargati i fianchi quando ha smesso di nuotare, io sono rimasta sottile come prima, anche se anch’io ho smesso con il nuoto. Sembri Olivia, diceva mia madre. Quando eravamo bambine ci piazzavamo una davanti all’altra, per capire chi fosse la più alta. La punta del mio naso è stata all’altezza delle sue labbra fino ai vent’anni, poi l’ho raggiunta, oppure lei ha raggiunto me. Per il resto siamo identiche, ancora adesso. Un giorno lo zio guarda mia sorella e le dice, meno male che sei rossa, altrimenti non ti riconoscevo dall’altra. Il carattere invece ci separa. Quando eravamo adolescenti mi accompagnava alle giostre anche se non ci voleva venire. Papà la obbligava perché io da sola non ci potevo andare e lei da sola nemmeno, allora le diceva, vai con tua sorella, che sei più grande. Le lasciava i soldi dei giri sulle giostre, per responsabilizzarla e convincerla. Maddalena comprava lo zucchero filato per me e per lei. A me sempre bianco, lei sempre rosa. Con il bastoncino tra le dita, avvicinava la nuvola ai capelli e diceva, come sto?
«Perché io non posso averlo rosa?» le chiedo un giorno.
«Perché quello bianco non ha i coloranti.»
«E allora?»
«I coloranti fanno male.»
«E a te non fanno male?»
«Io sono nata con già i coloranti dentro il corpo» dice e si indica i capelli.

«Ti ricordi quando mi portavi alle giostre?»
«E come no. Ogni sabato tutta l’estate.»
«Non ti divertivi?»
«Dovevo starti dietro.»
«Quindi non ti divertivi con me.»
«Ero più grande, volevo fare altre cose.»
«Abbiamo un anno di differenza.»
«A quell’età sono un abisso.»
«Ma tu mi vuoi bene?»
«Che palle, Marie.»

Vado a casa di mamma. Sta togliendo la terra da un piccolo vaso. L’accumula in un piatto di ceramica.
«Stai riesumando qualcosa?» le chiedo.
«Come dici?»
«Che fai?»
«Ho perso una cosa.»
Si rimette a scavare. Le unghie sono diventate nere.
«Dentro il vaso?»
«Sì. Come va con tua sorella?» chiede.
«Sai che i pappagallini inseparabili non sono veramente inseparabili?»
«Davvero? Meno male.»
Sbuffa, dal piatto ripassa la terra al vaso.
«Non l’hai trovato?»
«Cosa?»
«Quello che cercavi.»
«No.»
«La pianta dov’è?»
«Tuo padre come sta?»
«Solito, cucina un sacco di roba buona e se la mangia da solo.»
«Andate a trovarlo?»
«Sì, qualche volta.»
Mamma sistema sul davanzale il vaso con la terra ma senza la pianta, poi si sposta al lavello e si sciacqua le mani. Infila le unghie sotto il rubinetto per togliere lo sporco.
«Perché hai detto meno male?» le chiedo.
«Cosa?»
«Prima, quando ti ho detto che i pappagallini inseparabili non sono veramente inseparabili, hai risposto ‘meno male’. Perché?»
«Perché ogni essere vivente è destinato alla separazione.»

Maddalena ha portato un ragazzo a casa. Li sento bisbigliare in cucina. Strozzano le risate.

Prima di uscire dalla camera indosso degli shorts e me li strizzo in mezzo alle natiche. Slaccio i primi tre bottoni della camicia. Anzi quattro.
Dico ciao.
Lui si volta, lei mi guarda e non risponde. Le si è congelato il sorriso.
L’occhio destro del ragazzo prova a slacciarmi gli ultimi bottoni della camicia, quello sinistro mi sta implorando di voltarmi e fargli vedere il culo.
«Ciao» dice e si alza con la mano tesa verso me.
La stringo delicatamente, lascio a lui la morsa.
«Albert.»
«Marie, piacere.»

Il giorno prima di compiere sedici anni, Maddalena mi chiede se l’accompagno in un posto. Dice che ci andiamo in motorino. Io chiedo quale motorino e lei dice che glielo presta un amico e io allora le dico che se la becca papà le rovina la festa. Lei dice che se vado devo stare zitta. Io le chiedo quando devo stare zitta e lei dice sempre, da questo momento fino a quando torniamo, ma soprattutto quando siamo lì. Il motorino è dietro l’angolo, ci saliamo e partiamo. Non lo sa portare e sbanda di qua e di là, ma arriviamo. Scendiamo, tira su il cavalletto, faccio per sfilarmi il casco e lei dice di tenerlo. Con un colpetto mi abbassa la visiera. Si siede sulla sella e aspetta. Io anche, in piedi con il casco allacciato.
Arrivano due tizi grossi, con la barba e i tatuaggi sulle mani. Le dicono qualcosa in dialetto e lei risponde in dialetto. Poi quelli le passano l’erba e lei gli dà ventimila lire. Uno dei due, quello rasato, mi da due colpetti sul casco, leggeri ma che mi fanno vibrare, che ha le mani che sono due vanghe. Dice che sembro quel robot giocattolo, Emiglio. Ride e pure l’altro poi ride. Io mi agito oppure mi vergogno, faccio un passo indietro, inciampo nel retro del motorino e finiamo a terra sia io che mia sorella perché mi ci aggrappo e me la tiro dietro. Solo il motorino resta in piedi. Quelli ridono di più, allora Maddalena si alza, si avvicina con la fronte alle labbra di quello rasato e guardandogli il mento da vicino-vicino dice qualcosa come
«Tu a mia sorella non la devi nemmeno guardare, figurati toccare.»
Glielo dice in dialetto.

«Ti ricordi quando mi hai portata a comprare il fumo dai motociclisti?»
«Era erba.»
«È uguale. Ti ricordi allora?»
«L’erba non è uguale al fumo, Marie.»
«Però ti ricordi.»
«Certo che mi ricordo.»
«Che gli hai detto a quello di non toccarmi.»
«Che sei caduta come una mela dall’albero e mi hai fatto fare una figuraccia.»

Siamo entrambe da papà. Maddalena guarda la TV, seduta sul divano. Le gambe allungate sul tappeto, scalza. Io guardo dalla finestra un albero che si muove.
Papà sta preparando da mangiare.
«La casa è a posto?» urla dalla cucina.
Maddalena non risponde.
«Sì, pà» urlo io.
«Vi siete comprate qualcosa di nuovo nell’arredamento?»
«La libreria» dico.
«Bene. Maddalena, tu non hai comprato niente?» chiede papà.
Lei si volta verso di me.
«Scusa, non ho capito, la libreria non posso averla comprata io?» chiede.
«No» dice lui.
E infatti la libreria l’ho comprata io.

Mia madre dice che quando avevo un anno Maddalena ha provato a uccidermi. Lei ne aveva due e succede che io sono dentro il seggiolone, quello con le ruote per portarlo in giro per casa. Mia madre va in bagno per sciacquarsi e quando torna c’è la porta d’entrata aperta. Corre e mia sorella è sul pianerottolo che mi sta spingendo con il seggiolone giù per le scale. Quando mamma afferra me e Maddalena insieme, il seggiolone è già sbilanciato oltre lo scalino.

«Guarda che è normale essere gelose delle proprie sorelle.»
«Io non sono gelosa, mi da fastidio che fai la gatta morta con i ragazzi che frequento.»
«E a me da fastidio che porti gente in casa senza dirmelo.»
«Ma questa è anche casa mia, mica sono un ospite.»
«Sì, ma dobbiamo convivere e vorrei sapere quando ti porti i Tinder-date qui. Hai pure quasi quarant’anni, che tristezza.»
«Quindi sarei io quella gelosa?»
«Sei tu che mi stavi buttando giù dalle scale con il seggiolone.»

Maddalena se ne va in estate. Dice che parte due settimane, ma non torna più.
Vado in camera sua, apro gli armadi e sono vuoti, il letto è sistemato, nei cassetti e sulla scrivania non c’è più niente. Nemmeno una lettera, un biglietto, la polvere.
Le mando un messaggio e le chiedo se ha allungato la vacanza. Dopo un’ora mi telefona.

«Marie, l’appartamento è tutto tuo» dice.
«Perché?»
«È ora di diventare grandi per davvero. Ho quasi quarant’anni, me lo hai detto tu» dice.
«Sei arrabbiata con me?»
«No, figurati» dice.
«Ti sei fidanzata con il Tinder-date?»
«Non l’ho più rivisto da quella sera» dice.
«E allora?»
«E allora cosa?» dice.
«Perché non vuoi più stare con me?»
«Marie, voglio vivere da sola, che c’è di male?»
«Ok.»
«Vengo a prendere altre due cose fra una settimana. Il resto te lo regalo» mi saluta e riattacca. Guardo la finestra. È aperta, spalancata.

Entro in casa di mia madre usando le chiavi che mi ha lasciato quando si è trasferita. La chiamo dall’ingresso per non spaventarla. Non risponde.
È in cucina, accucciata sotto il lavello, lo sportello aperto, la schiena e la testa nascoste.
«Mamma?»
«Ciao Marie» mi dice da laggiù.
«Che fai?»
«Provo a smontare il sifone.»
«E perché?»
«Ho perso una cosa.»
«Sempre la stessa?»
«Come?» Esce gattonando, si rialza con una smorfia, i capelli arruffati in uno chignon che sta crollando.
«Mi vuoi dire cosa stai cercando?» chiedo.
Alza la mano sinistra e mi mostra l’anulare dondolandolo.
«Perché è così importante per te? Non ha nemmeno più valore. Sicuramente papà l’ha abbandonata in qualche cassetto. Solo tu continui a tenertela al dito.»
Si guarda intorno senza prestarmi attenzione, sposta gli occhi su altri luoghi oscuri, cercando quello che potrebbe essersi mangiato ciò che vuole riavere.
«Che succede?» mi chiede allungandosi verso una credenza.
«Maddalena se n’è andata.»
«Lo so» e infila le mani e poi le braccia dietro a piatti e bicchieri.
«Da quanto lo sai?»
«Un paio di settimane.»
«Cosa ti ha detto?»
Si volta, appoggiando i palmi sui fianchi. Mi guarda a lungo, fino a quando non distolgo gli occhi dai suoi, come i cani.
«Perché continui a cercare?» le dico. «Lo hai detto tu che ogni essere vivente è destinato a separarsi.»
«Non ho detto che è facile.»

Entro nel negozio di animali. C’è odore di bestie. I cuccioli di pinscher in vetrina saltano l’uno sull’altro. Il persiano mi osserva seduto sulla coda. Voliere dondolano. Il proprietario, un vecchio dalla barba brizzolata, sta guardando dentro l’acquario delle tartarughe. La visiera del berretto dell’ENI appoggiata al vetro. Dice buongiorno.
«Ce li avete i pappagalli?» chiedo.
«Certo.»
«Anche quelli inseparabili?»
«Ne ho due coppie, venga.»
«Ne voglio uno.»
«Una coppia?»
«Un solo pappagallo inseparabile.»

Sciamune

scritto da Mattia Grigolo

11 agosto 1987, ore 18.00 Piazza della Chiesa di Santa Maria Maddalena, Uggiano la Chiesa: Checco il Pagliaccio e le sue spettacolari magie.

Nostro padre dice che ci porta a vedere lo spettacolo del clown.
Da settimane il paese è tempestato di locandine raffiguranti il suo volto arcigno cosparso di cerone, i capelli verdi striati di scuro.
«È un pagliaccio papà» dico e lui mi guarda come se gli avessi chiesto di prestarmi l’accendino.
«Hai detto che è un clown, invece è un pagliaccio» continuo. Continua a leggere