Margherita Koch Cavalleri

È nata nel 1974 da madre danese e padre italiano. Giornalista professionista, con la serissima passione per il disegno a fumetti: il suo Speck è un maiale che legge molto, cita i classici ed è pieno di dubbi esistenziali (su Instagram lo trovate con il nome speckfriends). Vivo sul lago Maggiore. Non ho più spazio in casa per i libri.

Oblò

scritto da Margherita Koch Cavalleri

Tutte le volte che sognava suo papà, poi lui rimaneva fino a sera a tenerle compagnia. Con la mamma non succedeva mai, lei si dissolveva puntualmente come si dissolvono la maggior parte dei sogni, quando i dettagli che sembrano rivelatori al risveglio svaniscono, persi per un soffio.
Suo papà, invece, si presentava come un ospite che arrivi all’ora di colazione e si sia preso un giorno libero; presenza immaginata, ma fatta di un passato intenso, duro, quasi tangibile.
Quella notte lo aveva sognato al comando di un aereo atterrato per un’avaria in un stadio di atletica.
Lei era così orgogliosa di quel gesto di coraggio e di quella manovra eseguita con maestria che aveva trascorso la giornata piena di soddisfazione.
Camminava per la strada sentendolo accanto, pilota impavido, ancora giovane, senza il grigiore della vecchiaia, perché dai sogni si giunge con l’età che si vuole, e lo avrebbe volentieri presentato ai passanti: questo è il mio papà.
Gli altri passeggeri erano delusi e scettici, avrebbero voluto atterrare a destinazione, non nel bel mezzo di un campo sportivo. Una donna con un cappello a tesa larga e occhiali scuri gridava accuse, insinuando che l’aereo era perfettamente funzionante e che il comandante aveva finto una serie di malfunzionamenti per diventare eroe.
Lui diceva che la gente parla per dar voce al niente, riflette ciò che ha dentro, è piccola con piccole esigenze. Davanti al suo riflesso malinconico, rimandato dal vetro sporco della pensilina, alla fermata del tram, Sofia aveva fatto le prove per interpretare il ruolo del padre, recitando a voce alta, anche se poco persuasa: «Ogni fagiolino fa il suo rumorino».
Era una delle citazioni che lui amava di più, sfilata dal contesto per essere distorta e riutilizzata a seconda dei casi: tratta da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque, valeva per liquidare gli stolti che parlano a vanvera, quei mariti senza carattere che hanno sposato donne insipide e gli incidenti, tutti, nessuna eccezione, perché succedono a chi doveva pensarci prima.
Anche Primo Levi era fra i suoi preferiti, insieme a lui il padre diceva di condividere l’immensità di un torto subito dalla barbarie dell’ignoranza; mentre Levi cita un aforisma del Talmud per esortare l’uomo alla ricerca interiore, però, suo papà si è stufato degli esseri umani: «Ho trascorso tutta la vita a dare, senza ricevere nulla in cambio, adesso basta, non ce n’è più per nessuno, è giunto il momento di pensare solo a me stesso: Se non ora, quando?»
Era molto elegante in divisa da pilota, ostentava una sicurezza nei modi che nella vita reale aveva bisogno di mischiare a un’arroganza un po’ aggressiva, affinché sembrasse forza. Sminuire gli altri era il suo modo di sentirsi all’altezza, non avrebbe di certo portato in salvo tutti i passeggeri di un aereo in avaria, non avendo alcuna stima delle persone. Nessuno valeva la fatica di una stretta di mano o di un braccio alzato in un gesto di saluto, lui si limitava a un movimento in su del mento, sia per un buongiorno sia per un arrivederci o per un addio, tant’è.
Per ottenere la sua stima Sofia aveva corso tutta la vita, corso dietro al concetto maschile di successo, corso verso la sua figura di schiena che si allontana, rincorso obiettivi fissati da lui per lei; scendendo dalla scaletta dell’aereo si era sentita a suo agio in quel posto sognato, le era addirittura sembrato un luogo dell’infanzia, anche se non aveva mai fatto atletica da bambina.
La pista per correre non era divisa in corsie, ma era un’unica corsia che andava svitandosi in giri sempre più ampi, lei sentiva di essere l’atleta e ogni giro era stato un’età della sua vita, come i cerchi nel tronco di un albero.
Dove gli altri passeggeri vedevano un luogo inquietante e abbandonato, Sofia si trovava e si riconosceva ovunque: a bordo pista con le mani sulle ginocchia per riprendere fiato, seduta ad allacciarsi le scarpe, già stanca per la fatica che sa di dover sopportare, e anche sui gradini degli spalti a stirare i muscoli dei polpacci induriti dai crampi.
Suo papà si era soffermato insieme a lei davanti a ogni scena dell’infanzia, così come, in Racconto di Natale di Charles Dickens, l’angelo del passato mostra a Ebenezer Scrooge gli anni della sua solitudine.
Ogni 25 dicembre lo guardavano insieme, quel film aveva illuso Sofia che la vecchiaia fosse un repentino risveglio e che culminasse sempre in un lieto fine. Lui, invece, non provava piacere nelle ultime scene, di solito trovava una scusa per alzarsi dal divano, proprio quando iniziavano i festeggiamenti e la distribuzione di soldi e regali.
Da quando era morto, la sera del 25 Sofia non guardava più Racconto di Natale, si faceva invitare a casa di conoscenti e tirava tardi, fino all’ora in cui i ricordi si possono dire scansati. La zuppa di cavoli, mangiata da Scrooge nella grigia povertà dell’appartamento gelato, le ricordava troppo la minestra che suo padre si cucinava negli ultimi tempi, con il riso scaduto, preso da un sacco pieno di cagnotti fra i chicchi; lui accompagnava ogni cucchiaiata con una smorfia di finta allegrezza, che voleva preparare l’atmosfera per la citazione finale, di Fryderyk Chopin: «Che nulla traspaia dell’intimo cuore, nulla sia noto di noi che il sorriso».
Il pranzo consumato in volo, prima dell’atterraggio d’emergenza, era stato servito da una hostess vecchissima, che si era seduta accanto a Sofia nel posto libero occupato fino a un secondo prima da una bambina imbronciata, così vanno i sogni. Tutte le portate nel vassoio erano a base di riso, persino il dolce; Sofia non aveva mangiato nulla, neppure durante la pausa pranzo nella mensa della casa editrice, si era limitata a incidere con il cucchiaio il suo budino, mentre rispondeva a una domanda che la hostess le aveva rivolto, pur senza aprire bocca: «Sono cresciuta a Treblinka, ma mi sono diplomata in Giamaica».
Un analista avrebbe letto nell’affermazione l’ammissione di un inizio di vita difficile, insieme alla capacità di trovare libertà, musica, colori in età adulta. Ma per Sofia la frase rimaneva enigmatica, bizzarra come solo quelle dell’inconscio possono essere, e di giamaicano lei aveva un cd di Bob Marley e basta.
Nell’unica, brevissima, esperienza con uno psicologo si era ipotizzato che la scelta di laurearsi in Lettere Classiche fosse legata all’esigenza di riordinare il rapporto con il padre, risalendo al significato corretto delle tante citazioni attraverso cui lui interpretava la vita. L’assurdità di tale ipotesi le era risultata subito chiara.
Nel frattempo gli altri passeggeri erano ripartiti, qualcuno fra loro doveva essere un pilota e l’aereo non aveva alcun guasto che impedisse di decollare di nuovo.
La donna dal cappello a tesa larga adesso si era tolta gli occhiali e la stava salutando dall’oblò; appena prima che l’aereo si staccasse da terra, Sofia sentì che si trattava di sua mamma.
Per tutto il pomeriggio in ufficio era stata scontrosa e silenziosa; si era sentita esclusa da una riunione di redazione alla quale non aveva voluto partecipare, aveva rifiutato di unirsi alle colleghe in pausa caffè, soffrendo nel sentirle ridere insieme, era la serata dedicata al direttore, perché la moglie gioca a burraco ogni martedì con le amiche, ma aveva dato buca anche a lui: ciò di cui aveva bisogno non era a portata di mano, era un profilo riconosciuto troppo tardi e partito dopo averle chiesto di andare via con lei: «Rimango con il papà, perché lui è solo».
Adesso erano soli entrambi.
Il campo di atletica era sempre più simile a un’oasi, Sofia aveva notato che tutto intorno avanzava il deserto.
Dopo aver trovato un pettorale con il suo nome sopra un borsone che fino a un secondo prima non era ai suoi piedi, aveva cominciato a prepararsi per la gara: scarpe da corsa, orologio a cronometro, reggiseno sportivo, pantaloncini, maglietta erano stati disposti per terra con l’accuratezza meccanica con cui si apparecchia la tavola.
Appena entrata in casa, Sofia aveva messo a bollire una pentola con l’acqua per la pasta e aveva preparato il tavolo in sala, di solito riservato a quando riceve ospiti. Dallo scaffale dei libri importanti aveva sfilato il romanzo di Remarque per rileggerne qualche passaggio, era una copia rovinata e sottolineata; la prima volta lo aveva letto alla ricerca della citazione preferita del padre, aspettando con piacere di trovare la riga tanto nota, con l’avanzare della lettura si era domandata, perché, di tanti passaggi degni e indimenticabili, un uomo dovesse memorizzare il peto di un soldato dopo il rancio, aggiungendoci, per altro, del sarcasmo.
Il padre si era rifiutato di aiutarla ad appuntare il pettorale alla maglietta con quattro piccole spille da balia, sapeva che non avrebbe preso parte alla gara imminente ed era contrariato: «Conosci te stesso» le aveva detto, come ogni volta che la lasciava lì ad arrangiarsi da sola.
Il campo sportivo, nel frattempo, diventava sempre più piccolo, mangiato via dall’avanzare del deserto.
Non aveva apparecchiato per due, perché non era pazza, ma solo in conflitto, e nostalgica; aveva riletto ad alta voce il passaggio del libro in cui un soldato diserta per colpa dei ciliegi in fiore, troppo uguali a quelli di casa, troppo belli, e i paragrafi conclusivi, quelli sì memorabili.
Un paio di volte, mentre mangiava, aveva alzato lo sguardo verso il posto vuoto e le era parso di intravedere quel puntino in cui si era trasformato il padre nell’ultima scena del sogno, quando lei si era girata per salutarlo e lui aveva alzato la mano per ricambiare, o almeno così le era parso.