Ilaria Vajngerl

Ilaria Vajngerl (Thiene, 1985) scrive racconti, spesso e volentieri. Ha pubblicato con inutile​, Colla, Grafemi, Soft Revolution​, i Sognatori. Ha scritto lo spettacolo teatrale ​Il ciclo​. Nel 2016 è tra gli autori selezionati al concorso 8x8. Il suo racconto, Grammatica è segnalato dal Premio Treccani Web. È la vincitrice della 44° edizione del Premio Teramo "Giacomo De Benedetti". Il suo blog è Il Pesce Volante.

Amore

scritto da Ilaria Vajngerl

Quando Antonino aveva messo gli occhiali era novembre. Le foglie cadevano sulla fontana del parco, i bambini ci gettavano dentro manciate di sassi e terra per sentire il rumore dell’acqua quando ingoia. Nel parco si giocava a pallone. Antonino andava a sedersi sul muretto vicino alla porta. Beveva una Sprite, con la cannuccia se c’era sua madre a guardarlo, altrimenti senza. Di sua madre aveva la voce gentile, di suo padre le gambe veloci. Piaceva ai bambini perché prestava il pallone volentieri, si era fatto amico anche Piero, quello col motorino truccato e quattro peli sotto il mento che lui chiamava il mio pizzetto. Antonino piaceva alle bambine perché se tutti gli volevano bene ci sarà stato un motivo.

La sua prima fidanzata si chiamava Elena Zarli, facevano la seconda elementare. Elena aveva sempre l’allergia e profumava di Big Babol.
Era finita quando l’aveva vista pulirsi il moccio sulla manica del grembiule.
Non ti voglio più, le aveva detto, se non hai i fazzoletti dovresti usare la carta igienica. Lei aveva alzato le spalle, fa lo stesso, gli aveva risposto. Erano rimasti buoni compagni di banco.
Ogni estate Antonino andava con sua nonna al lago di Garda. Sua nonna in costume gli sembrava una pera al forno, tutta nera e piena di grinze. Si svegliavano alle nove, facevano colazione a letto perché sua nonna era vecchia e una pensione è meglio spenderla piuttosto che farla diventare eredità. Antonino era riuscito a riempire tre salvadanai con le monetine, due maiali e un’oca. Verso la fine delle vacanze comprava dieci cartoline uguali, anche se avrebbe potuto rubarle, nessuno ci avrebbe fatto caso, c’era troppa gente. Ai suoi genitori scriveva sempre ciao, vi voglio bene, negli anni cambiavano solo la data e la calligrafia. A dodici aveva scritto ciao papà, l’anno prossimo vorrei andare al mare, saluta la mamma!!! A tredici anni, a Rimini, aveva deciso che di soldi per le cartoline non ne avrebbe spesi più, meglio il Calippo.

Il suo primo bacio l’aveva dato a Laura Pertini.
Dal novembre in cui aveva scelto i suoi primi occhiali erano passate cinque o sei montature.
L’aveva conosciuta alle giostre, vicino agli autoscontri. Antonino aveva terminato i gettoni. Laura era timida, era andata alle giostre senza invitare nessuno. Avevano fatto cinque giri. Lui le aveva dato un bacio sulla bocca perché bisognava, lei gli aveva infilato la lingua perché bisognava. Antonino la lingua non se l’aspettava proprio, che ci si bacia così non gliel’aveva spiegato nessuno.

Quando Gianni era andato all’università Antonino era rimasto in camera da solo. C’erano lui e il computer di casa, che se ne stava lì a prendere la polvere perché i suoi preferivano il portatile. All’inizio era arrivata la tristezza. Gli era sempre piaciuto ascoltare suo fratello respirare, prima di addormentarsi.
Poi no.
Tutti i maschi sanno cancellare una cronologia, lo aveva imparato anche Antonino. Piuttosto in fretta, la solitudine doveva riempirla in qualche modo.

Quando Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita era il maggio di Analisi 2, caldo e pieno di numeri. Il parco in cui giocava a pallone l’avevano trasformato in una casa di riposo, ci stavano quelli che non avevano speso tutti i soldi in colazioni. Sua nonna invece riposava al cimitero, felice.
Dicevo, Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita in maggio, c’erano la primavera e un sacco di gambe scoperte. Annamaria aveva le ginocchia rotonde e i capelli ricci. Si erano innamorati presto, perché i colpi di fulmine capitano anche se non ci credi, ti amo, si era ritrovato a balbettarle all’improvviso.
Ad Annamaria Antonino piaceva tutto quanto. Mi piacciono i tuoi capelli, mi piace come parli, mi piacciono i tuoi occhi storti, vorrei sposarti. Era la prima volta che lo diceva a qualcuno. Anche Antonino avrebbe voluto sposarla. Ci sposeremo, le aveva promesso.
Tornando a casa aveva incontrato Gianni che scendeva le scale, teneva sua figlia per mano. Ti pare che abbia gli occhi storti? Aveva chiesto a suo fratello. Ce li hai sempre avuti, che domande sono, Gianni aveva riso. Quella sera Antonino aveva amato Annamaria un po’ di meno.

L’aveva domandato a tutti quanti. A sua madre, a suo padre, a Piero, all’oculista. Non sei strabico, lo aveva rassicurato, la tua è solo una leggera imperfezione. Un’asimmetria. Che poi.
Tu hai il culo largo.
Erano usciti dall’ambulatorio, Annamaria si era accesa una sigaretta e gli aveva detto vaffanculo.

Così aveva comprato le lenti a contatto per passare inosservato e invece tutti lo fermavano per la strada, ma come sei cambiato, ma che bella fidanzata, ma come stai bene. Presto era diventato geloso.
Mi fido di te, non mi fido degli altri.
Copriti.

Si erano lasciati un venerdì pieno di freddo. Annamaria si era fatta la coda di cavallo che teneva scoperto il collo, un collo rosa e sottile, che si snodava dentro le spalle e ti veniva voglia di percorrerlo col dito. Antonino le aveva chiesto se fosse per il barista, perché la schiena scoperta in dicembre non ti pare un po’ da zoccola? Aveva sbattuto il palmo sul tavolo, facendo sbrodolare il bicchiere.
Annamaria si era fatta bella per Antonino, perché si sentisse fiero e la volesse di più. Senza occhiali assomigliava a Richard Gere, aveva raccontato a sua madre.
Invece lui si era sentito insicuro.

Certe mattine capita che il cielo arrossisca e nessuno se ne accorga. Le nuvole grigie prendono fuoco, quando diventano cenere il vento le sbriciola e inizia una mattina azzurra. Ad Antonino le belle giornate parevano fondali sbagliati, preferiva starsene in casa a osservare il soffitto. E quella sera l’aveva guardata come il soffitto guardava lui, ogni giorno.
Facciamola finita.
Perché da quando ti conosco mi son pure venuti gli occhi storti, aveva concluso.

Il barista pulendo il bancone aveva pensato che Annamaria fosse davvero troppo magra e che Antonino assomigliasse al Richard Gere di Ufficiale e gentiluomo.

Antonino non si è mai sposato.
Annamaria sì.

La dichiarazione

scritto da Ilaria Vajngerl

Frankenstein – Stomaco #2


Era una mattina vecchia e buia, aveva indossato la tuta arancione ed era uscito col suo camioncino. Doveva fare il solito giro prima che la gente si svegliasse. Non sarebbe piovuto, non quel giorno. Quelli come lui se la sarebbero sbrigata presto, bisognava raccogliere i sacchi e svuotare i cassonetti. Lo faceva da quando era stato dimesso dal laboratorio, nessuna pausa, avanti e indietro per le strade e poi giù fino alla discarica. Di giovedì toccava al vetro e al cartone. Continua a leggere

Boomerang

scritto da Ilaria Vajngerl

Il campo bagnava le scarpe a chi lo calpestava. Io e mio padre mettevamo gli stivali di gomma, quando tornavamo a casa dimenticavamo di toglierli, così il campo entrava in cucina a sporcare di terra il pavimento pulito. Mia madre prendeva la scopa e sbatteva le porte.

Nei reggiseni di mia madre ci stavano sei arance, tre da una parte e tre dall’altra, o  quattro paia di calzini di lana, due da una parte e due dall’altra. Le chiedevo, posso provare il tuo reggiseno? e lei mi rispondeva di sì, basta che poi lo rimetti nel cassetto. Continua a leggere

Filomena dentro i muri

scritto da Ilaria Vajngerl

Filomena non sapeva leggere l’orologio. Capiva che bisognava andare a dormire quando le campane suonavano le otto e in tv iniziava la sigla del telegiornale. Allora sua madre le preparava un biberon di camomilla, le infilava il pigiama e la accompagnava nella sua cameretta viola. Avevano dipinto le pareti per il giorno del suo compleanno, il quarto. Continua a leggere

Il ragno

scritto da Ilaria Vajngerl

Tre cose non sopportava di sua moglie: come gli trovasse sempre qualcosa da fare quando si stendeva sul divano a guardare il ciclismo, il bordo dei mutandoni che spuntava dai jeans quando si piegava, il neo che le era cresciuto vicino al seno e che con gli anni non smetteva di ingrandirsi.
All’inizio era un puntino piccolo, quando sua moglie metteva le camicette scollate gli occhi degli uomini si posavano a guardarlo. Era sistemato proprio là dove il petto cominciava a dividersi diventando più morbido, nel taglio tra i seni bianchi. Anche Edoardo l’aveva fissato a lungo quando sua moglie non era ancora sua moglie, ma soltanto Alice. Gli sembrava una briciola e aveva avuto voglia di levarla, premendoci sopra l’indice come faceva da bambino quando infilava le monete dentro la fessura del salvadanaio.
Quando si erano fidanzati le aveva regalato una catenina con un brillante sfacciato, così la gente guardava la pietra invece che esser rapita da ciò che era diventato suo e suo soltanto. Prima di essere sua moglie Alice era stata la sua fidanzata, uscivano tutte le sere, sceglievano un bar e stavano a baciarsi quando i camerieri badavano alle spine. Poi un giorno il padre di Alice le aveva comprato un appartamento, un attico grazioso di settanta metri quadri. Avevano portato un frigo, l’avevano riempito con la loro prima spesa (soprattutto affettati e budini al cioccolato) e avevano cominciato a convivere. Continua a leggere

Grammatica

scritto da Ilaria Vajngerl

Il caldo friggeva le strade. Era un’estate rabbiosa, il sole si abbatteva su chiunque provasse a uscire prima di sera. In giro non si vedeva nessuno. Piero studiava le apposizioni sdraiato sul pavimento in bagno, se ne stava in mutande a pancia in giù per assorbire un po’ di fresco dalle mattonelle umide. Dopo un po’ i gomiti si indolenzivano. Faceva gli esercizi calcando la matita sul libro, ne aveva comprata una con la mina troppo dura, che tagliava il foglio invece di tracciare un segno scuro.
Sua madre faceva l’impiegata, suo padre il camionista, lui la terza media per la seconda volta: i suoi genitori li vedeva prima di andare a dormire ed era abbastanza.

Un’apposizione non è un aggettivo, è un nome, ma si comporta come se lo fosse. Papà Gianfranco mangia sempre negli autogrill. Piero in grammatica era bravo, gli veniva facile, bastava capire le parole e metterle in un gruppo. Un po’ come con le persone. Walter era il suo migliore amico dalla prima elementare, aveva i denti storti, sputava lontano e parlava anche il romeno. Filippo invece era arrivato dopo, si era trasferito nello stesso condominio solo da un paio di anni, ma aveva ottime idee per far passare la noia. Come scambiare le fototessere delle epigrafi con le immagini ritagliate dai giornali. Al posto di Lina Fontana, di anni ottantadue, avevano appiccicato un primo piano di Lory Del Santo, così nessuno era andato al funerale e quelli delle pompe funebri non avevano visto un soldo. Continua a leggere