Ilaria Vajngerl

Vive e insegna a Schio. Le magie (Gaalad 2021) è la sua prima raccolta di racconti.

Tempesta

scritto da Ilaria Vajngerl

Una cosa che mi ha colpito da bambina è il racconto della defenestrazione di Praga.
La maestra ce ne aveva parlato un giorno che pioveva a dirotto. Era l’ultima ora e avevamo passato tutta la mattina in aula. Giovannino non ce la faceva più a stare seduto, così si era alzato senza chiedere il permesso ed era andato al cestino a temperare la matita. Ormai era grande quanto un mozzicone di sigaretta e aveva una punta aguzza, come certi aghi con cui mi pungeva il dottore quando la mamma mi portava a fare i controlli.
Fate silenzio, diceva la maestra.
Giovannino tornava al posto, cercava di conficcare nel foglio un paio di linee storte, così la mina si spezzava di nuovo.
Non riuscivo a smettere di guardarlo. Si muoveva talmente tanto che avrei voluto inchiodarlo al banco, ma la maestra mi leggeva i pensieri così abbassavo la testa e cercavo di starmene buona. Giovannino faceva certi rumori con la bocca che pareva un insetto, a me tutti gli insetti fanno schifo, specie le cavallette marroni che entravano qualche volta in classe e ci toccava chiamare il bidello per farle uscire.
Giovannino era peggio delle cavallette, perché era più grosso e non potevo schiacciarlo. Avevo cominciato a dondolarmi e a cantare una canzone per non sentirlo, lui aveva preso la matita e mi aveva infilzato il fianco.
Smettetela subito! Basta, Maria, state buoni! La maestra aveva alzato la voce, ma ormai avevo in bocca il braccio di Giovannino e l’avevo morso più forte che potevo. I nostri compagni ridevano, mi pareva di essere in una grotta perché rimbombava tutto e non capivo niente. Improvvisamente però avevo sentito un dolore fulminarmi la testa: avevo dovuto mollare la presa andandoci dietro per farlo finire. La maestra ci aveva trascinato per un orecchio vicino alla finestra e aveva detto, se non la smettete subito passerà alla storia un’altra defenestrazione!
La classe era ammutolita all’improvviso, perché nessuno sapeva cosa fosse una defenestrazione, ma sembrava qualcosa di solenne e terribile e infatti lo era.
Io e Giovannino avevamo dovuto spostare i nostri banchi a lato della cattedra, intanto la maestra si era avvicinata alla cartina e aveva indicato un puntino rosso con la canna di bambù, leggi Maria Teresa, cosa c’è scritto qui sopra?
Io non ci vedevo bene – mi vergognavo – ma la maestra voleva che facessi le cose che fanno gli altri, perché prima si smette di avere paura meglio si sta.
Mi ero sistemata gli occhiali; Praga, avevo letto.
La maestra ci aveva spiegato qualcosa di difficile, su un posto che si chiama Boemia dove oggi si comprano i bicchieri di cristallo.
Mia mamma teneva i bicchieri buoni in alto, li tirava fuori soltanto con gli ospiti o con la nonna Gianna, per fare la gran signora. Papà invece raccoglieva un raggio di sole col bicchiere più cesellato, vieni a vedere Maria Teresa! mi chiamava. La luce si rompeva e la stanza brillava con tutti i colori dell’arcobaleno.
Nella chiesa di San Gaetano le vetrate erano l’unica cosa allegra che mi piaceva guardare quando andavo a confessarmi. La zia Adele quel giorno era venuta a prendermi a scuola con l’ombrello e le avevo spiegato che a Praga dei signori che protestavano si erano arrabbiati così tanto contro quelli come noi- che dicono il rosario e pregano Gesù- da scaraventarli giù dalla finestra di un palazzo.
La zia mi aveva guardato aggrottando la fronte, capitava sempre quando dicevo stupidaggini o quando sbriciolavo i biscotti sul divano.
Maria Teresa, aveva detto, dopo andiamo a trovare don Giulio ché queste storie che ti frullanono in testa mi sembrano un pochino strane.
Io e Giovannino eravamo sempre stati strani, oppure indietro, oppure poveretti. Solo la maestra usava il nostro nome, la mia mamma mi chiamava piccina anche se ero la maggiore e i miei fratelli ancora non sapevano allacciarsi le scarpe.
Zia Adele non aveva bambini, solo un marito simpatico che coltivava i salami nell’orto. Tutte le volte che toglievo i grani di pepe dalle fette dentro il panino, lo zio mi pregava di non buttarli, perché piantandoli nella striscia di terra vicino ai pomodori, sarebbero cresciute delle piante che avrebbero odorato di carne e in ottobre avremmo raccolto cavolfiori e salumi. La zia Adele mi cucinava il pranzo tutti i giorni tranne il fine settimana, sicché dovevo andarle sempre dietro e ubbidire.
Quel giorno pioveva così tanto che credevo saremmo rimaste in casa a ricamare invece abbiamo preso l’ombrello e siamo andate in chiesa a confessarci. Il buio, il marmo e l’incenso ingigantivano la pioggia che crollava sopra di noi, con un frastuono spaventoso. Don Giulio aveva percorso la navata come un ombra, era alto poco più di un bambino e aveva una voce sottile, che mi ricordava i cigolii della porta in cantina. Era entrato in confessionale e mia zia l’aveva seguito. Io ero rimasta seduta davanti a San Giuseppe, perché aveva un viso buono e c’era la luce dei lumini a darmi coraggio. Mi sembrava che mi guardasse negli occhi e che mi conoscesse come mio padre.
San Giuseppe, gli avevo detto. Oggi avrei voluto ammazzare Giovannino. San Giuseppe di solito taceva, ma mi pareva che a sentire i miei pensieri il temporale si fosse fatto più scontroso. Le fiammelle delle candele traballavano ad ogni tuono, il vento fischiava infilandosi attraverso le fessure.
San Giuseppe, io però a Giovannino voglio tanto bene.
Il portone aveva cominciato a sbattere, l’acqua era entrata lucidando pavimento. Zia Adele e don Giulio erano usciti dal confessionale per controllare cosa stesse succedendo. Ero corsa verso di loro, avevo abbracciato la zia; c’è una tromba d’aria, aveva detto don Giulio, ripararatevi sotto l’altare.
Era stato allora che era esplosa la vetrata sopra al santo, tutti i lumini sul candelabro si erano spenti in un colpo solo, coriandoli affilatissimi erano schizzati dentro le acquesantiere, sulle panche scure, sotto gli inginocchiatoi. Con loro avevo visto cadere e schiantarsi tre uomini in velluto verde.
Sono loro, sono loro! Avevo gridato! Sono venuti a prendermi, li ha mandati la maestra!
Ero svenuta dopo pochi istanti, tra le braccia di don Giulio.
Si era abbattuto sul nostro paese un uragano feroce, che aveva anticipato l’estate di qualche settimana. Aveva scoperchiato le case vicino al torrente, divelto i cartelli, piegato i semafori. Un enorme ramo si era staccato dal platano in canonica, aveva sfondato la vetrata della chiesa ed era caduto nel punto in cui le bare prendono la benedizione.
Nessuno era stato ferito, stavamo bene.
Quando mi ero svegliata zia Adele mi aveva baciato le guance e si era fatta il segno della croce. Dalla finestra si vedevano le nuvole grigie farsi, difarsi e poi sparire, la pioggia era quasi impalpabile, il temporale stava smettendo. Mi ero sistemata gli occhiali ed ero andata a controllare che a terra non ci fosse nessuno.
Maria Teresa, mi aveva chiamata San Giuseppe. Avevo fatto finta di non sentirlo, mi vergognavo della bugia che avevo detto ed ero offesa per la punizione che avevo ricevuto. Ero uscita sul sagrato a testa bassa, faceva freddo, la piazza era coperta di chicchi bianchi e aghi di pino.
Il giorno dopo, a scuola, Giovannino andava su e giù dalla sedia.
Fate un applauso a Maria Teresa, aveva esclamato allegra la signora maestra, siamo contenti che tu stia bene.
Giovannino mi aveva abbracciato stringendomi il collo, non riuscivo a staccarlo.
Avrei voluto ammazzarlo di nuovo, ma mi ero ricordata dell’uragano, della defenestrazione e di San Giuseppe. Così avevo alzato la mano, signora maestra, avevo detto, vorrei cambiare compagno di banco.
Il pomeriggio, in giardino, avevo raccolto un mazzo di fiori. C’è n’erano pochi, perché la tempesta aveva distrutto le corolle e sparpagliato i petali in terra, erano resistite le calle sotto il portico e le rose in terrazzo.
Avevo preso la bicicletta ed ero andata in chiesa con la zia e i fiori sotto il braccio. Avevo messo il mazzo in un barattolo di vetro, San Giuseppe ci guardava, illuminato dall’azzurro che entrava dal finestrone circondato dai ponteggi.
Ti ringrazio, l’avevo pregato, adesso ho una nuova amica, fa che non sia come Giovannino.
Avevo aspettato la zia, stava allungando una busta a Don Giulio perché dicesse una messa visto che ci eravamo salvati.
Era di buon umore- la zia Adele- tornando a casa si era slegata i capelli. Quando lo zio ci aveva viste era andato a preparare la merenda, per fortuna le piante di salame erano resistite alla grandine.

Ed è così che sono diventata una bestia

scritto da Ilaria Vajngerl

Davanti alla fattoria c’è una rotonda piena di galline, escono dal cortile e attraversano la strada. Chi arriva da fuori frena bruscamente pur di non investirle, le macchine si accartocciano in tamponamenti a catena che accadono con frequenza regolare. A Francesco poco importa, se qualcuno preferisce rimetterci il paraurti per salvare la vita di una gallina, sono solo fatti suoi.
Da lontano prima di arrivare, vedo un enorme pioppio sovrastare la campagna. I pavoni ci trascorrono la notte, le code pendono dai rami: quello è il mio albero magico. Quando chiedo a Francesco di poter entrare, lui mi dice che posso visitare la fattoria tutte le volte che voglio, basta che non faccia la schizzinosa: le sue sono bestie, mica animali.
C’è odore di capra, fieno, ruggine, primavera, fango, mangime, piume, legna, erba, fuoco, glicine, carogna. Continua a leggere

Venerdì

scritto da Ilaria Vajngerl

Grazia Guglielmini era a scuola da quarantasette anni anche se ne aveva solo cinquantatré. Dopo le superiori si era iscritta a lettere classiche, già all’università aveva cominciato a far supplenze negli istituti magistrali e visto che si era trovata bene aveva fatto di tutto per rimanerci. Da alunna diligente si era trasformata in una professoressa rigorosa, sapeva ben poco della vita oltre ai libri e pretendeva dai suoi alunni la stessa devozione. La odiavano in pochi, la temevano tutti. Entrava in classe leggera e malvestita, sembrava una cartaccia trasportata dal vento. Indossava sempre gli stessi maglioni e un corallo rosso che sottolineava le clavicole come fossero un errore. Continua a leggere

Amore

scritto da Ilaria Vajngerl

Quando Antonino aveva messo gli occhiali era novembre. Le foglie cadevano sulla fontana del parco, i bambini ci gettavano dentro manciate di sassi e terra per sentire il rumore dell’acqua quando ingoia. Nel parco si giocava a pallone. Antonino andava a sedersi sul muretto vicino alla porta. Beveva una Sprite, con la cannuccia se c’era sua madre a guardarlo, altrimenti senza. Di sua madre aveva la voce gentile, di suo padre le gambe veloci. Piaceva ai bambini perché prestava il pallone volentieri, si era fatto amico anche Piero, quello col motorino truccato e quattro peli sotto il mento che lui chiamava il mio pizzetto. Antonino piaceva alle bambine perché se tutti gli volevano bene ci sarà stato un motivo.

La sua prima fidanzata si chiamava Elena Zarli, facevano la seconda elementare. Elena aveva sempre l’allergia e profumava di Big Babol.
Era finita quando l’aveva vista pulirsi il moccio sulla manica del grembiule.
Non ti voglio più, le aveva detto, se non hai i fazzoletti dovresti usare la carta igienica. Lei aveva alzato le spalle, fa lo stesso, gli aveva risposto. Erano rimasti buoni compagni di banco.
Ogni estate Antonino andava con sua nonna al lago di Garda. Sua nonna in costume gli sembrava una pera al forno, tutta nera e piena di grinze. Si svegliavano alle nove, facevano colazione a letto perché sua nonna era vecchia e una pensione è meglio spenderla piuttosto che farla diventare eredità. Antonino era riuscito a riempire tre salvadanai con le monetine, due maiali e un’oca. Verso la fine delle vacanze comprava dieci cartoline uguali, anche se avrebbe potuto rubarle, nessuno ci avrebbe fatto caso, c’era troppa gente. Ai suoi genitori scriveva sempre ciao, vi voglio bene, negli anni cambiavano solo la data e la calligrafia. A dodici aveva scritto ciao papà, l’anno prossimo vorrei andare al mare, saluta la mamma!!! A tredici anni, a Rimini, aveva deciso che di soldi per le cartoline non ne avrebbe spesi più, meglio il Calippo.

Il suo primo bacio l’aveva dato a Laura Pertini.
Dal novembre in cui aveva scelto i suoi primi occhiali erano passate cinque o sei montature.
L’aveva conosciuta alle giostre, vicino agli autoscontri. Antonino aveva terminato i gettoni. Laura era timida, era andata alle giostre senza invitare nessuno. Avevano fatto cinque giri. Lui le aveva dato un bacio sulla bocca perché bisognava, lei gli aveva infilato la lingua perché bisognava. Antonino la lingua non se l’aspettava proprio, che ci si bacia così non gliel’aveva spiegato nessuno.

Quando Gianni era andato all’università Antonino era rimasto in camera da solo. C’erano lui e il computer di casa, che se ne stava lì a prendere la polvere perché i suoi preferivano il portatile. All’inizio era arrivata la tristezza. Gli era sempre piaciuto ascoltare suo fratello respirare, prima di addormentarsi.
Poi no.
Tutti i maschi sanno cancellare una cronologia, lo aveva imparato anche Antonino. Piuttosto in fretta, la solitudine doveva riempirla in qualche modo.

Quando Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita era il maggio di Analisi 2, caldo e pieno di numeri. Il parco in cui giocava a pallone l’avevano trasformato in una casa di riposo, ci stavano quelli che non avevano speso tutti i soldi in colazioni. Sua nonna invece riposava al cimitero, felice.
Dicevo, Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita in maggio, c’erano la primavera e un sacco di gambe scoperte. Annamaria aveva le ginocchia rotonde e i capelli ricci. Si erano innamorati presto, perché i colpi di fulmine capitano anche se non ci credi, ti amo, si era ritrovato a balbettarle all’improvviso.
Ad Annamaria Antonino piaceva tutto quanto. Mi piacciono i tuoi capelli, mi piace come parli, mi piacciono i tuoi occhi storti, vorrei sposarti. Era la prima volta che lo diceva a qualcuno. Anche Antonino avrebbe voluto sposarla. Ci sposeremo, le aveva promesso.
Tornando a casa aveva incontrato Gianni che scendeva le scale, teneva sua figlia per mano. Ti pare che abbia gli occhi storti? Aveva chiesto a suo fratello. Ce li hai sempre avuti, che domande sono, Gianni aveva riso. Quella sera Antonino aveva amato Annamaria un po’ di meno.

L’aveva domandato a tutti quanti. A sua madre, a suo padre, a Piero, all’oculista. Non sei strabico, lo aveva rassicurato, la tua è solo una leggera imperfezione. Un’asimmetria. Che poi.
Tu hai il culo largo.
Erano usciti dall’ambulatorio, Annamaria si era accesa una sigaretta e gli aveva detto vaffanculo.

Così aveva comprato le lenti a contatto per passare inosservato e invece tutti lo fermavano per la strada, ma come sei cambiato, ma che bella fidanzata, ma come stai bene. Presto era diventato geloso.
Mi fido di te, non mi fido degli altri.
Copriti.

Si erano lasciati un venerdì pieno di freddo. Annamaria si era fatta la coda di cavallo che teneva scoperto il collo, un collo rosa e sottile, che si snodava dentro le spalle e ti veniva voglia di percorrerlo col dito. Antonino le aveva chiesto se fosse per il barista, perché la schiena scoperta in dicembre non ti pare un po’ da zoccola? Aveva sbattuto il palmo sul tavolo, facendo sbrodolare il bicchiere.
Annamaria si era fatta bella per Antonino, perché si sentisse fiero e la volesse di più. Senza occhiali assomigliava a Richard Gere, aveva raccontato a sua madre.
Invece lui si era sentito insicuro.

Certe mattine capita che il cielo arrossisca e nessuno se ne accorga. Le nuvole grigie prendono fuoco, quando diventano cenere il vento le sbriciola e inizia una mattina azzurra. Ad Antonino le belle giornate parevano fondali sbagliati, preferiva starsene in casa a osservare il soffitto. E quella sera l’aveva guardata come il soffitto guardava lui, ogni giorno.
Facciamola finita.
Perché da quando ti conosco mi son pure venuti gli occhi storti, aveva concluso.

Il barista pulendo il bancone aveva pensato che Annamaria fosse davvero troppo magra e che Antonino assomigliasse al Richard Gere di Ufficiale e gentiluomo.

Antonino non si è mai sposato.
Annamaria sì.

La dichiarazione

scritto da Ilaria Vajngerl

Frankenstein – Stomaco #2


Era una mattina vecchia e buia, aveva indossato la tuta arancione ed era uscito col suo camioncino. Doveva fare il solito giro prima che la gente si svegliasse. Non sarebbe piovuto, non quel giorno. Quelli come lui se la sarebbero sbrigata presto, bisognava raccogliere i sacchi e svuotare i cassonetti. Lo faceva da quando era stato dimesso dal laboratorio, nessuna pausa, avanti e indietro per le strade e poi giù fino alla discarica. Di giovedì toccava al vetro e al cartone. Continua a leggere

Boomerang

scritto da Ilaria Vajngerl

Il campo bagnava le scarpe a chi lo calpestava. Io e mio padre mettevamo gli stivali di gomma, quando tornavamo a casa dimenticavamo di toglierli, così il campo entrava in cucina a sporcare di terra il pavimento pulito. Mia madre prendeva la scopa e sbatteva le porte.

Nei reggiseni di mia madre ci stavano sei arance, tre da una parte e tre dall’altra, o  quattro paia di calzini di lana, due da una parte e due dall’altra. Le chiedevo, posso provare il tuo reggiseno? e lei mi rispondeva di sì, basta che poi lo rimetti nel cassetto. Continua a leggere

Filomena dentro i muri

scritto da Ilaria Vajngerl

Filomena non sapeva leggere l’orologio. Capiva che bisognava andare a dormire quando le campane suonavano le otto e in tv iniziava la sigla del telegiornale. Allora sua madre le preparava un biberon di camomilla, le infilava il pigiama e la accompagnava nella sua cameretta viola. Avevano dipinto le pareti per il giorno del suo compleanno, il quarto. Continua a leggere

Il ragno

scritto da Ilaria Vajngerl

Tre cose non sopportava di sua moglie: come gli trovasse sempre qualcosa da fare quando si stendeva sul divano a guardare il ciclismo, il bordo dei mutandoni che spuntava dai jeans quando si piegava, il neo che le era cresciuto vicino al seno e che con gli anni non smetteva di ingrandirsi.
All’inizio era un puntino piccolo, quando sua moglie metteva le camicette scollate gli occhi degli uomini si posavano a guardarlo. Era sistemato proprio là dove il petto cominciava a dividersi diventando più morbido, nel taglio tra i seni bianchi. Anche Edoardo l’aveva fissato a lungo quando sua moglie non era ancora sua moglie, ma soltanto Alice. Gli sembrava una briciola e aveva avuto voglia di levarla, premendoci sopra l’indice come faceva da bambino quando infilava le monete dentro la fessura del salvadanaio.
Quando si erano fidanzati le aveva regalato una catenina con un brillante sfacciato, così la gente guardava la pietra invece che esser rapita da ciò che era diventato suo e suo soltanto. Prima di essere sua moglie Alice era stata la sua fidanzata, uscivano tutte le sere, sceglievano un bar e stavano a baciarsi quando i camerieri badavano alle spine. Poi un giorno il padre di Alice le aveva comprato un appartamento, un attico grazioso di settanta metri quadri. Avevano portato un frigo, l’avevano riempito con la loro prima spesa (soprattutto affettati e budini al cioccolato) e avevano cominciato a convivere. Continua a leggere

Grammatica

scritto da Ilaria Vajngerl

Il caldo friggeva le strade. Era un’estate rabbiosa, il sole si abbatteva su chiunque provasse a uscire prima di sera. In giro non si vedeva nessuno. Piero studiava le apposizioni sdraiato sul pavimento in bagno, se ne stava in mutande a pancia in giù per assorbire un po’ di fresco dalle mattonelle umide. Dopo un po’ i gomiti si indolenzivano. Faceva gli esercizi calcando la matita sul libro, ne aveva comprata una con la mina troppo dura, che tagliava il foglio invece di tracciare un segno scuro.
Sua madre faceva l’impiegata, suo padre il camionista, lui la terza media per la seconda volta: i suoi genitori li vedeva prima di andare a dormire ed era abbastanza.

Un’apposizione non è un aggettivo, è un nome, ma si comporta come se lo fosse. Papà Gianfranco mangia sempre negli autogrill. Piero in grammatica era bravo, gli veniva facile, bastava capire le parole e metterle in un gruppo. Un po’ come con le persone. Walter era il suo migliore amico dalla prima elementare, aveva i denti storti, sputava lontano e parlava anche il romeno. Filippo invece era arrivato dopo, si era trasferito nello stesso condominio solo da un paio di anni, ma aveva ottime idee per far passare la noia. Come scambiare le fototessere delle epigrafi con le immagini ritagliate dai giornali. Al posto di Lina Fontana, di anni ottantadue, avevano appiccicato un primo piano di Lory Del Santo, così nessuno era andato al funerale e quelli delle pompe funebri non avevano visto un soldo. Continua a leggere