Gaia Donati

Gaia Donati vive e lavora a Zurigo, dove è approdata dopo aver trascorso quasi dieci anni in Gran Bretagna. Originaria di Roma, ha studiato fisica e si è avvicinata alla scrittura attraverso la divulgazione scientifica. Legge un po' di tutto, ma quando scrive narrativa - in italiano e in inglese, per ora - predilige le forme brevi. Il suo account su Twitter è @dubitareaude.

Una pausa

scritto da Gaia Donati

La guardava da un paio di settimane con un misto di familiarità e desiderio. Una notte ricordava di averla sognata, e forse era proprio da quel momento che l’idea aveva messo radici nella sua mente, acquistando una forma via via più precisa fino a diventare un cortometraggio di cui lei era regista e protagonista. Si era detta che tutti hanno delle fantasie, ma quella mattina al parco la conversazione con le altre mamme l’aveva fatta sentire isolata, incompresa.
«Ieri notte non ci ha dato tregua – non sapevamo più che inventarci.»
«Di nuovo le coliche?»
«Così dice la pediatra.»
«Ah, io stamattina sono riuscita a farmi un bel bagno lungo e sono rinata.»
«Però pensate che bello essere portati a spasso e abbandonarsi al sonno in qualsiasi momento – non fareste a cambio di tanto in tanto?» aveva detto lei con disinvoltura, quasi sovrappensiero.
Tre facce stupite si erano girate nella sua direzione.
«Stai scherzando? Mi viene la claustrofobia solo a pensarci.»
«Ormai Sergio inizia a lamentarsi quando lo preparo per uscire. Detesta questa carrozzina.»
«Ma ci credo – starsene lì stesi a non fare nulla.»
Appunto, aveva pensato lei. Aveva preferito lasciar cadere l’argomento, che del resto era stato prontamente sostituito dal pianto in crescendo della piccola Elena.
Cristina, Francesca, Bianca e lei si erano conosciute al corso preparto. Erano tutte primipare, come le aveva descritte l’ostetrica che aveva accolto le quattro coppie di futuri genitori. All’epoca le aveva fatto piacere incontrare altre donne incinte. Nessuna delle sue amiche storiche aveva figli, e le aveva sentite prendere una lenta ma percettibile distanza man mano che la sua pancia cresceva sotto i pullover. Cristina, Francesca e Bianca potevano parlare per ore di pro e contro del ciuccio, posizioni ottimali per l’allattamento al seno. I loro bambini erano nati tutti nell’arco dei due mesi precedenti, e le uscite al parco alla guida delle carrozzine erano diventate appuntamenti bisettimanali.

Cristina, due chili e ottocento grammi, femmina, all’anagrafe Elena Maria Giovanna, modello color carta da zucchero con design classico, telaio in alluminio e ombrello parasole opzionale montato.
Francesca, tre chili e duecento grammi, maschio, all’anagrafe Sergio, modello color sabbia di tipo sportivo a tre ruote, telaio in alluminio anodizzato e protezione per la pioggia inclusa.
Bianca, tre chili e seicento grammi, maschio, all’anagrafe Marco, modello all-black con quattro ruote ammortizzate, telaio a chiusura facilitata e borsa per il cambio coordinata.

La prima volta che lei e Carlo avevano disteso con delicatezza incerta Livia nella carrozzina avevano esclamato all’unisono, «È così piccola!» Avevano scelto il modello con cura ossessiva: materiali, rifiniture e cuciture, solidità del telaio, tipologia di ruote. Alla fine avevano optato per una carrozzina con un materasso che era sembrato loro più convincente di quelli offerti da altri modelli. Volevano che la carrozzina fosse comoda e accogliente, in modo che Livia potesse addormentarcisi come nella culla.
Quella mattina era rientrata dal parco con sua figlia e una diffusa sensazione di disagio. Che madre sarebbe stata per Livia? Per lei e Carlo fare figli non faceva parte di un grande progetto di vita coniugale: un giorno si erano lasciati andare mettendo da parte le protezioni del caso, e un paio di mesi dopo il ginecologo aveva confermato l’esito del test di gravidanza comprato da Carlo in farmacia. L’incredulità aveva fatto posto all’euforia. Si erano sentiti fortunati. Lei aveva vissuto i primi cambiamenti del suo corpo con curiosità e spensieratezza, decisa ad affrontare l’esperienza senza crearsi chissà quali aspettative. Voleva fare un passo per volta, e aveva ripetuto la stessa frase quando sua madre le aveva chiesto, già al quarto mese, «E dentro casa come pensate di organizzarvi?»
Era convinta che Carlo condividesse la sua attitudine, ma al quinto mese le loro conversazioni avevano cambiato tono. Lui aveva iniziato a parlare di seggiolini auto, pediatri e corsi preparto. Un giorno aveva sollevato persino la questione asili nido dicendo, «Dovremmo farci un’idea degli asili privati in zona, magari prendere contatto e vedere se hanno delle liste d’attesa, no?» con un’espressione talmente corrucciata che lei era scoppiata a ridere. Carlo si era risentito e l’aveva accusata di non dare grande prova di responsabilità. Le aveva detto che la trovava infantile, il che l’aveva fatta ridere – di nuovo – e giocherellare per un attimo con l’idea che, forse, nel prepararsi a dare alla luce un essere umano si tornasse un po’ bambini, un pensiero che le era parso assurdo e stuzzicante allo stesso tempo.
Quando pensava alla sua quotidianità con Livia non si riteneva una madre irresponsabile. Affrontare un giorno per volta la tranquillizzava, la aiutava a restare lucida e presente. Non era il tipo di carpe diem ridotto a slogan per diari scolastici e magliette. Non capiva perché la sua reticenza di fronte a pianificazioni dettagliate sul lungo termine fosse interpretata così superficialmente come una fuga dalle responsabilità genitoriali. Si soffermò su quella parola, fuga. Che la sua fantasia rivelasse un desiderio di fuga?
Uscì dalla stanza dove riposava Livia – aveva controllato che non si fosse girata – e dal corridoio vide la porta d’ingresso e, ancora montata dopo l’uscita al parco, la carrozzina. Nella fantasia non era chiaro chi fosse a portarla a spasso, ma una volta aveva avuto la sensazione che fosse Carlo. Mise su l’acqua per una tisana e guardò l’orologio a muro. Quasi le tre e mezza. Carlo era uscito subito dopo pranzo e sarebbe rientrato a breve. No, non si trattava di una fuga. Era la ricerca di una pausa, una sospensione dal susseguirsi ininterrotto di scelte, azioni, reazioni. Non fare nulla, anche solo per il tempo di una passeggiata. Farsi portare in giro, ignorando l’ora e gli ostacoli lungo la via. Era una visione incredibilmente seducente. Gironzolò nel silenzio di casa sorseggiando il suo infuso al finocchio. La carrozzina era lì, in attesa. Controllò di nuovo Livia, il cui piccolo petto andava su e giù sotto al body che diceva, in lettere giallo ocra su fondo bianco, ‘You are my sunshine’.
Abbandonò la tazza vuota nel lavello e tornò in corridoio fino alla carrozzina. Con la mano sfiorò la cappottina, la sbloccò per spingerla indietro e considerò con soddisfazione i dettagli interni: il rivestimento in cotone setoso ai lati, il materasso robusto ma accogliente. Con un movimento rapido della schiena si chinò e posò la testa dove Livia giaceva distesa quando la portavano in giro. Raccolse le braccia sul petto, i pugni chiusi sotto al mento. Respirò profondamente e chiuse gli occhi. Cercava di ritrovare la sensazione di spensieratezza della sua fantasia, ma vedeva se stessa da fuori – una donna tuffata di testa nella carrozzina della figlia – e non riusciva a liberare la mente. Aspettò qualche secondo in più ed eccolo affiorare, il suo cortometraggio, lei al sicuro nella carrozzina e qualcun’altro alla guida che affrontava il mondo esterno. Le voci dei passanti, i rumori della città, percepiva tutta quella vita operosa ma sapeva che non la riguardava, non in quel momento: l’ambiente ovattato in cui si trovava la proteggeva.
Un giro di chiave nella toppa la riportò alle tre e cinquanta di quel sabato di maggio.

Carlo, sudato e con il fiato corto di chi fa jogging per due mesi e interrompe per quattro, aprì la porta di casa e trovò Flavia piegata sulla carrozzina. Avrebbe giurato che avesse la testa all’interno, appoggiata sul piccolo materasso, ma era troppo preso dalla puntura dolorosa alla milza – gli capitava di rado, ma doveva ricordarsi di parlarne con quel suo collega appassionato di triathlon – per indagare. Lei si tirò su di scatto e i loro sguardi si incrociarono.
«Tutto bene?»
«Sì, tu? Dove sei arrivato?»
«Alla fontana. Livia?»
«Dorme.»
«Perché non riposi anche tu?»
«Ho preferito aspettare che rientrassi.»
«Okay. Mi faccio una doccia al volo.»
«Secondo te Livia sta comoda nella carrozzina?»
«Non lo so. Direi che ci dorme volentieri.»
«Vero.»
«Tutto bene?»
«Ma sì. Vado da Livia.»
«Faccio in un attimo e ti dò il cambio, così fai una pausa.»
Una pausa… Le voci dei passanti, i rumori della città, e lei ovattata all’interno della sua carrozzina.

Flavia, tre chili e centocinquanta grammi, femmina, all’anagrafe Livia, modello color antracite a quattro ruote con camere ad aria, telaio in alluminio e materasso con profilo ‘a onda’ per un sostegno e una regolazione della temperatura ottimali.

Piccoli atti di rivolta semantica

scritto da Gaia Donati

Cecilia bambina è seduta al tavolo della cucina e fa merenda con biscotti e succo di frutta. Senza preavviso chiede al papà, perché il tavolo si chiama tavolo e la sedia si chiama sedia? Giocherella con le briciole nel piatto e aggiunge, quasi tra sé e sé, io magari gli voglio dare nomi diversi. Il papà raccoglie questa sfida genitoriale alla sua capacità di improvvisazione, ci pensa un attimo e le risponde che può provare a chiamare il tavolo sedia e la sedia tavolo, ma poi che cosa penserà il cameriere che si senta dire ‘Una sedia per tre, per favore’? Compiaciuta dall’esito della sua innocua contestazione infantile, Cecilia ride buttando indietro la testa bionda e riccioluta. Continua a leggere