Aurora Dell'Oro

Aurora Dell’Oro ha vissuto, quasi sempre, a Civate, fatta eccezione per gli anni universitari, trascorsi a Pavia, e qualche mese newyorkese, a cui deve la sua seconda nascita. Ha avuto delle buone maestre e ora insegna. È entrata da poco a far parte della redazione di Malgrado le mosche.

Dinamica

scritto da Aurora Dell'Oro

«Lasciamo stare». Lo dice in piedi nel salotto del bilocale, un salotto che fa anche da cucina e infatti dietro di lei c’è il piano cottura, sopra il piano cottura c’è la finta cappa e qualche magnete di posti più o meno lontani, che hanno visitato. Irlanda, Norvegia, San Marino. Gli Stati Uniti. In vacanza sono stati bene, pensa, ma neanche così tanto, si contraddice. Ci si adeguava. Ci si metteva della fantasia. La novità del posto faceva il resto. Di sicuro c’era dello sforzo, un po’ di accondiscendenza e una sana dose di altruismo. Tutte cose nobili e pure, completamente inutili. È ancora dentro al cappotto, di un brutto color beige, però caldo. Gliel’ha regalato sua madre per gli inverni da fuorisede. Le mani, in tasca. Segue con le dita il profilo seghettato delle chiavi. Quando ha finito, appallottola uno scontrino. Dev’essere recente, la carta fragra.
«Ma sì, lasciamo stare», dice lui, alza le spalle, lo fa sempre.
Lei s’irrigidisce. Lasciamo stare cosa, incalza. Evitano di capirsi, si fraintendono con coscienza. Sono diventati bravi.
Quel ch’intende lei è: lasciamo stare l’immane cazzata che hai fatto.
Quel ch’intende lui è: lasciamoci stare, e ognuno per la sua strada. Se lo dicesse, lei potrebbe anche essere d’accordo. Solo che non lo dice. Le cose importanti, lui, non le sa dire. Perché si capiscono da sé, sostiene. Così vanno avanti. Camminano a piedi nudi sulla lama di un rasoio.
Lei si toglie il cappotto, fa due passi e lo appende, in casa loro ogni cosa è vicina, troppo. Basta allungare un braccio per afferrare qualsiasi cosa. Come sempre, inciampa nella scarpiera. L’ha rotta qualche settimana dopo il trasloco. Dei tre pezzi originari, tre scatole che messe una sopra l’altra restituivano al colpo d’occhio i colori dell’Union Jack, ne sono rimasti intatti solo due. È goffa, lo ammette subito, per disarmare l’irritazione altrui. Giura che cerca di fare attenzione, ma è il suo modo di prendere le misure. Quando è successo, quando il terzo scompartimento è caduto a terra e un pezzo di plastica, minuscolo eppure fondamentale, è saltato via, lui non s’è arrabbiato: «Per fortuna non è vetro», ha commentato, flemmatico. È raro che si arrabbi. All’inizio lei pensava che fosse perché lui è molto buono. Adesso invece pensa che sia solo disinteresse. Vorrebbe farlo arrabbiare, almeno un pochino. Capire che cosa gli sta a cuore, su cosa non si può scherzare. Con una mano raddrizza la scarpiera storta. Sono stanca, pensa. Anche andarsene richiede energie.

Così, resta. Preparano la cena, ognuno la sua. Impilano le padelle sporche nel lavandino minuscolo, quello che a lavarci le stoviglie fa venire il mal di schiena, tanto è basso. Dolori lombari, l’ha imparato grazie al lavandino, così come i nomi delle altre vertebre. Lui mangia carne quasi ogni giorno, lei quasi mai. L’odore della cotoletta ai ferri le fa venire la nausea. Nel piatto ci sono tracce di sangue, lui le raccoglie con un po’ di pane. La televisione è accesa sul telegiornale, lei s’imbocca in silenzio, mastica verdure e lenticchie. Dovrebbe contare fino a trenta, ma deglutisce troppo in fretta. Guarda gli occhi di lui che fissano lo schermo. Le lenti degli occhiali riflettono i toni bluette dello studio televisivo, con le dita tamburella i tasti del telecomando, posato come un enorme insetto nero sulla tovaglia. Lei reprime l’impulso di afferrarlo e scagliarlo contro il muro. Beve un sorso d’acqua per sciacquarsi bocca e consapevolezza. È convinta che sia colpa sua, che in ogni caso non saprebbe adattarsi a nessuno. Si ritiene fortunata ad avere trovato qualcuno disposto a stare con lei, dividere un affitto. Ce la mette tutta, giura, ogni giorno. Di notte, invece, dorme sonni lunghi, comatosi. Gli ruba le coperte, se le avvolge attorno al corpo come un sacco a pelo. Non lo fa apposta, le viene naturale. Sogna, tantissimo. Nel sogno trova vie di fuga. Ha dentro spazi aperti, intrecci sconosciuti. Da sveglia odia la sua trama da niente, il suo romanzetto borghese.
Lui e lei parlano poco. Lui sta passando un brutto periodo, lei l’ha sentito arrivare prima che se ne accorgesse. Gliel’ha detto: qualcosa sta per cambiare, sento un clima da finale a sorpresa. Lui non le ha dato ascolto, perché non ha mai creduto alle sue doti medianiche. Così, lei lo sapeva e era preparata, lui no.

Anche lei, del resto, non se la passa tanto meglio. Sua sorella ha un cancro, l’accompagna a Milano per le visite preoperatorie. Non l’ha portata nell’ospedale della loro città, non si fida. Il centro di cura è nella periferia sud, vicino c’è un carcere, ancora più vicino un maneggio e un vivaista. I nitriti dei cavalli si sentono anche dalle stanze dei degenti. Ogni tanto, qualche poiana fa larghi cerchi in cielo. Se si concentra, riesce a vedere cascinali, risorgive e campi allagati. Donne con il fazzoletto legato in testa e le gambe robuste. Uomini segaligni e dalla bocca a linea dura. Ci sono due edifici, nel centro, uno per le visite ambulatoriali, l’altro per i ricoveri. Lei e sua sorella fanno avanti indietro dal primo al secondo, per l’accettazione, poi per le visite, poi per passare il tempo tra una visita e l’altra. Lei non si ricorda mai quale sia il primo e quale il secondo. Non ha mai avuto un buon senso dell’orientamento.
Il posto è sempre affollato. Molti hanno con sé le valigie, parlano con inflessione meridionale, tutti dicono, abbiamo il mare bello, ma non abbiamo gli ospedali. Vanno a coppie o terzetti, alcuni hanno la famiglia al seguito. Ci sono bambini nei passeggini, alcuni si guardano intorno curiosi, altri tengono gli occhi sui piedi. Il malato si riconosce facilmente, perché è quello che prova più degli altri a essere allegro. La regola fondamentale è non far capire quanto sei grave; la pietà spaventa. Nelle sale d’attesa si scambiano diagnosi e piani terapeutici, malgrado si sappia, per istinto, che le cartelle cliniche sono pezzi unici. I pazienti ricoverati passeggiano lungo i corridoi, in vestaglia e ciabatte. Osservano i visitatori con occhi allucinati, inespressivi, mentre il personale ospedaliero si prodiga in epiteti affettuosi e carezze sulle spalle. Sarebbe quasi gradevole, se non fosse che. Sua sorella guarda un po’ più a lungo mariti e mogli, ha la spina nel fianco. Il suo errore è stato non togliersela subito. L’ha lasciata incancrenire, girandosi e rigirandosi nella testa l’enormità che gli era capitata. La sua vita si è spostata di lato e lei si è rifiutata di seguirla. È una gran testarda.
Chiacchierano con una paziente, si chiama M****. Viene da Cremona, racconta, faceva la consulente finanziaria. Ora è in pensione, anticipata. Non potrebbe più lavorare a contatto con i clienti, non con questo aspetto. Si indica il volto, la bocca blesa, sotto le cannule infilate nelle narici. Le hanno asportato il palato. Dice di considerare che il bicchiere è sempre mezzo pieno. Lo ripete spesso. Lei ascolta M**** e si sente piccola.

Ce l’ha anche lei, la sua spina, ma lei è più crudele. Lei, la sua, se la vuole togliere. Lui le ripete che andrà tutto bene, glielo dice anche quando, la notte prima dell’operazione, lei volta nel letto le sue quattro ossa. È dimagrita troppo, adesso le toccherà spiegare anche questo, lo aggiunge alla lista delle cose da fare per essere al di sopra di ogni sospetto. Non è inappetenza, davvero, è il sistema nervoso. Vorrebbe un abbraccio, qualsiasi cosa che la faccia sentire meno sola; riceve una mano tra le scapole. Scivola via subito. Fa da sè, incrocia le braccia al petto e stringe la gabbia toracica. Non dimentica, però. Non dimentica mai.
Due giorni dopo, riporta a casa la sorella. Le è stato applicato un drenaggio alle ascelle, indossa vesti ampie per nascondere i tubicini e le sacche del liquido ematico. Sorride come prima, più di prima. Sotto i seni le si sono aperti due fiori blu, enormi. Lui fa notare che adesso l’aria è diventata pesante, ha bisogno di staccare. Stacca e va via, per un paio di settimane. Lei non sente la sua mancanza, vorrebbe che non tornasse. Lui torna. Lei è sempre più convinta che il suo problema principale sia la buona educazione.
Aspetta.

Si spartiscono gli oggetti, ognuno risale alle proprietà originarie con una precisione tangente all’accanimento. Le lampadine vengono svitate dalle lampade, i coperchi separati dalle pentole. Districano con cura i loro fili, bisogna fare attenzione affinché non rimanga nessun nodo. Si salutano, lui offre un’amicizia che già disattende, per poco coraggio, o per motivi diversi, che tace. Non si fa sentire, se non per questioni irrisorie.
Lei è fortunata. Ha una madre da cui può tornare. L’accoglie come una rifugiata. Durante la prima settimana le cucina i suoi piatti preferiti, lei vorrebbe che non lo facesse, la fa sentire una convalescente. Sta bene, invece.
Nel prato davanti casa sono rifiorite le miosotidi.