Anita Renchifiori

Anita Renchifiori è italiana ma vive e lavora all’estero. Nella vita si occupa di psicologia ma da sempre legge e scrive con passione. Le piace ascoltare le persone e provare a capirle. Quando ci riesce, è una cosa bellissima. Le piacciono anche i gatti e correre in riva al lago. Anita è un po’ timida, per questo la sua bio è così corta.

Tienimi

scritto da Anita Renchifiori

I’ll stand by you
Won’t let nobody hurt you
I’ll stand by you
Take me in, into your darkest hour
And I’ll never desert you

I’ll stand by you, The pretenders

Mi era tornato il mal di schiena, ed era il momento peggiore. Sull’aereo che da Londra ci riportava in Svizzera avevo preso un antidolorifico, approfittando del fatto che Eva si era addormentata. Dormiva col cappuccio che le copriva la fronte e il mento affondato nelle mani, come se la sua testa, nel sonno, cercasse di liberarsi da un peso.
Adesso che eravamo lì in quell’anticamera ad aspettare, avevo male di nuovo. Ho cercato di mettermi diritta, ma su quella sedia non c’era verso: anziché distendermi, mi inarcavo, respinta dalla curva dello schienale. Eva, immobile, leggeva una rivista. La teneva aperta all’altezza degli occhi, e la sua testa la vedevo solo a pezzetti: una punta di orecchio, lo zigomo, l’attaccatura dei capelli.
«Qualcosa di interessante?» le ho chiesto.
Ha posato la rivista sulle ginocchia e mi ha guardato. Ha gli occhi nocciola come la mamma, ma c’è del verde da qualche parte, anche se non sai bene dove.
«Un test» mi ha risposto. «Definisci te stesso in quattro parole.» Ora che la sentivo parlare, il suo italiano mi sembrava perfetto. Forse non c’era bisogno della scuola inglese.
«Ho mal di schiena» le ho risposto.
Eva ha alzato le sopracciglia, come se si aspettasse che dicessi qualcos’altro.
«Non va bene?» ho chiesto. «Sono quattro», ho contato sulle dita.
«Sì, ma non è una cosa che sei, è una cosa che hai.»
Mi è uscito un mezzo sospiro. «Credimi, in questo momento non fa differenza.»
Eva ha infilato di nuovo la testa nella rivista. Se non altro, era la conversazione più lunga che avessimo avuto da quando ci eravamo imbarcate a Heathrow.
Ho appoggiato il palmo delle mani sulla sedia, cercando di alzarmi. Il dolore era proprio lì, un dito indice infilato tra le vertebre lombari.
«Non ti prendi niente per la schiena?» mi ha chiesto.
Ho scosso la testa. «Mi fa male solo quando mi tiro su.» Bugiarda.

La porta di fronte a noi si è aperta e si è affacciato il preside. Era calvo, come nella foto che avevo visto sul sito, ma gli occhiali erano diversi, con la montatura dorata. È un occhiale che non mi ispira nessuna fiducia e l’ho odiato all’istante.
«Bruni?» ha detto, rivolto ad un punto imprecisato nella stanza. C’eravamo solo noi, quindi vallo a capire.
«Sì.» Ho preso il cappotto dalla sedia e ho fatto segno ad Eva di alzarsi.
«Vorrei prima discutere un paio di cose» ha aggiunto il preside, guardando solo me.
«Per te è ok?» ho chiesto ad Eva.
Lei ha annuito.
Entrando nell’ufficio l’ho vista che si toglieva le scarpe e si sedeva a gambe incrociate. Non riuscivo a decidere se fosse una buona cosa o no e, per un attimo, mi sono confusa.

Il preside ha fatto un gesto con la mano, a indicare l’altro lato della stanza. «Le presento Miss Abigail, la nostra insegnante di educazione fisica.»
In piedi contro la parete c’era una biondina in calzamaglia rosa e body blu elettrico. Aderiva così bene alla tappezzeria che, non fosse stato per i colori che aveva addosso, di lei neanche mi sarei accorta.
Si è spostata in avanti, scollandosi dalla parete. Tic, ha fatto il suo piede.
«Ho ritenuto importante che potesse unirsi a noi» ha continuato il preside, «il benessere psicofisico dei nostri allievi le sta molto a cuore.»
Ho pensato: solo a lei?
«Mind-body connection» ha detto Miss Abigail, muovendo una bocca piccola e lucida, color pesca.
Il preside si è schiarito la voce e, come fosse un segnale, Miss Abigail è tornata ad attaccarsi al muro. Magari è un sistema di allenamento, ho pensato. Di quelli che, se li fai con costanza e dedizione, rinforzano i muscoli dorsali e ti evitano il mal di schiena.
«Si accomodi» ha aggiunto il preside.
Ho tirato la sedia verso di me e mi sono seduta. Era identica a quella della sala d’attesa.
Sulla scrivania c’era un fascicolo marrone. Il preside lo ha aperto, ha preso il primo foglio e, con due dita, lo ha fatto scivolare verso di me. «Penso che questo ci sia arrivato per sbaglio.»
L’ho riconosciuta prima ancora di averla davanti: era una pagina dei documenti di divorzio. La cinque, per essere precisi. Non era un buon inizio. L’ho presa e l’ho infilata nella borsa, senza guardare.
Il preside si è schiarito di nuovo la voce. «Bene, ora, cerchiamo di capire la situazione.»
Ho annuito.
«La nostra Eva si trasferisce qui in via temporanea e lei sarà il tutore legale. Corretto?»
«Corretto.»
Ha intrecciato le dita, facendole ricadere sul fascicolo aperto. «Cambiare scuola a metà anno non è banale. Immagino sia stato ben riflettuto.»
La settimana prima, quando il telefono aveva squillato, ero appena uscita dalla doccia. «Devo entrare di nuovo» aveva detto mia madre. «Puoi occuparti di Eva? Per favore.» Lo so cosa è stato. È stato il tono della sua voce: il tono di quando ha finito le soluzioni.
«Certamente» ho risposto al preside. «Ne abbiamo discusso.»
Ha annuito, allineando bene tutti i fogli che aveva davanti. «E lei come la vede?» mi ha chiesto.
Al telefono, mentre mia madre parlava, l’asciugamano sulla mia testa si era sciolto, ma senza cadere. Dopo un po’, ho smesso di ascoltarla, distratta dalle goccioline che mi scendevano per il collo.
«Beh, è un po’ presto per dirlo» ho detto. «Siamo arrivate oggi.»
«Giusto giusto. Ci vuole un tempo di adattamento.»
Miss Abigail ha fatto di nuovo un passo avanti, con disinvoltura, come se durante il giorno non facesse altro che staccarsi e riattaccarsi alle pareti. Il preside l’ha guardata come se lo avesse preso alla sprovvista, ma Miss Abigail stava fissando me.
«Con i ragazzi bisogna saper empatizzare» ha fatto lei, «put yourself in their shoes, come diciamo noi in inglese.»
Cominciava a darmi sui nervi.
«Pensavo fosse importante sempre» ho detto.
«Ma certo! Eva è left handed o right handed?»
Non capivo che bisogno ci fosse di fare metà delle frasi in inglese. Forse dire mancina le suonava male.
«Non saprei» ho risposto. «È fondamentale?
«Beh, i left handed sono creativi, sensibili, meno razionali.»
«Mhm.»
«Io ne so un po’, di psicologia. Col lavoro che faccio…»
Ho accavallato le gambe, facendo finta di sistemarmi.
Miss Abigail ha fatto un passo indietro. Tic.
Il preside guardava una foto incorniciata sulla scrivania. «Quello che la mia collega vuole dire» ha cominciato, spingendo la cornice indietro di un millimetro, «è che vogliamo aiutare Eva a relazionarsi con questa nuova esperienza.»
«È una ragazza intelligente.» Nella foto c’erano due bambini sui cinque anni, che sembravano gemelli.
«Senz’altro, non siamo qui per dire il contrario. Ma non bisogna sottovalutare l’aspetto psicologico.»
«Non bisogna» ho ripetuto.
«Un buon sostegno, dato con gli strumenti giusti, può aiutare moltissimo.»
«Suppongo di sì.»
«Quindi vede che siamo sulla stessa linea.»
Nella mia borsa, il telefono si è messo a squillare. L’ho preso. Cris, è apparso sullo schermo. Ho schiacciato Rifiuta.
«Scusate» ho detto, «diceva?»
Miss Abigail ha ticchettato di nuovo. «Ha già pensato a portarla da uno psicologo?»
«Non è un po’ presto? Voglio dire, non bisogna prima darle un po’ di tempo…»
«Giusto giusto» il preside ha spostato di nuovo la cornice, in avanti questa volta. «Vogliamo solo anticipare. Essere preparati. Capisce?»
Non capivo. Peggio ancora, non riuscivo a concentrarmi sulla conversazione. Forse se Miss Abigail avesse smesso di ticchettare, se Cris non mi avesse telefonato, o se la sedia fosse stata più comoda, sarei riuscita a stare più attenta.
«Magari ne riparliamo» ho detto, «adesso vorrei portare mia sorella a casa.» Finalmente ero in piedi, il cappotto schiacciato contro la borsa.
«Certamente. Era solo per anticipare. Insomma, capiamo la vostra situazione.»
Davvero?, mi son detta. Perché io ancora no.

Una volta salite sul taxi, pensavo che Eva mi avrebbe chiesto qualcosa della scuola. Invece ha aperto lo zaino e ha tirato fuori la rivista.
«L’hai portata via?» le ho chiesto.
Ha alzato le spalle. «Non avevo finito.»
«In teoria la mettono lì perché possano leggerla tutti.»
«Se non c’è più, a nessuno verrà voglia.»
Ho lasciato che la mia schiena scivolasse più in basso contro il sedile. Ero stanca di stare scomoda. Eva già si era rimessa a leggere. Oh, al diavolo. Mi sono tolta i mocassini con i piedi.
«Tu che hai risposto?» le ho chiesto.
Lei mi ha guardato.
«Il test di quattro parole, cosa hai risposto?»
È tornata indietro di qualche pagina.
«I’ll stand by you.»
Ho alzato le sopracciglia.
«Come la canzone», ha aggiunto.
«Quale canzone?»
«Quella dei Pretenders.»
Dovevano essere i cantanti. Ma che nome era?
Dallo zaino, Eva ha tirato fuori una penna. Si è messa a fare uno di quei giochi in cui si devono unire i puntini. Era mancina. Ovvio che era mancina.

Cris era seduto sui gradini del portico, con una gamba semidistesa e la nuca contro la balaustra. Aveva un milione di difetti, ma dei capelli bellissimi, naturalmente soffici. L’ho sempre pensato. Ma si poteva amare qualcuno solo per i suoi capelli?
«Lo so cosa vuoi» gli ho detto mentre aprivo il cancello. «Non c’è bisogno che mi chiami cinquanta volte.»
«Lo sai?» ha risposto, con l’aria di uno che non sa di cosa stai parlando.
«Eva, tesoro, ti spiace entrare in casa?» Le ho allungato il mazzo di chiavi. «Adesso vengo.»
Cris si è alzato per farle spazio ed Eva gli è passata accanto come se non lo vedesse neanche.
«È arrivata tua sorella?» mi ha chiesto, venendomi incontro.
«Non si vede? E non è arrivata, sono andata a prenderla stamattina.»
«Non è molto socievole. E non ti somiglia.»
«No? Pazienza.» Ho aperto la cerniera della borsa. «Tieni.» Gli ho messo il foglio in mano. È caduto e Cris lo ha raccolto. Era tutto stropicciato, e lui continuava a guardarmi come se non capisse.
«Pagina cinque», ho detto. «Sei libero. Cioè, quando li avrai firmati, sarai libero.»
Ho cominciato a salire i gradini del portico, tirandomi dietro il trolley. Bam bam, facevano le rotelle di plastica contro il marmo.
«Elena, ti fermi un attimo e parliamo?»
«Sono stanca e mia sorella mi aspetta.» Bam.
«Ero venuto per dirti una cosa» mi ha gridato mentre chiudevo la porta.
«E io non voglio saperla!»

Eva era in anticamera, seduta sulla sua valigia, il cappotto ancora addosso. Giocherellava con un elastico per i capelli. Se lo arrotolava tutto intorno al dito indice e poi lo srotolava.
«Vieni» le ho detto. «Mettiamo le cose in camera tua.»
Si è alzata e ha sollevato la valigia. Aveva le braccia lunghe e magre, senza nemmeno l’ombra di un muscolo.
«Puoi trascinarla» ho aggiunto, alzando il mento verso la valigia.
«Non si rovina il parquet?»
«È già rovinato.»
Ho acceso la luce della stanza a piano terra: c’erano un letto e un armadio a muro, dello stesso legno chiaro. Doveva essere una camera per gli ospiti ma non l’avevamo mai usata granché. Ogni tanto, quando io e Cris litigavamo, ci andavo a dormire. A pensarci bene, era stupido: avrei dovuto mandarci lui.
«È un po’ spoglia, mi spiace» ho detto. «Ma possiamo comprare qualcos’altro. E a ridipingerla non ci metto niente. C’è un colore che ti piace?»
Eva ha fatto no con la testa. «Bianco va bene.»
«Certo. Come vuoi.»
Si è seduta di nuovo sulla valigia. Una poltrona, ho pensato, devo comprarle una poltrona.
«Anche a me piace il bianco» ho detto, «Sembra di avere più spazio.»
Eva ha intrecciato le mani. Si era messa l’elastico al polso. «Una sera con la mamma abbiamo ridipinto la mia camera. Ma non le piaceva mai il colore. Alla fine, c’era vernice dappertutto.»
Ho appoggiato la schiena contro la parete.
«Diceva che potevamo vincere un premio. Sai, tipo il Turner.» Si è alzata di scatto. «Ti spiace se mi riposo un po’?»
«Fai come ti senti. Il bagno è qui dietro. Se vuoi darti una rinfrescata.»
Si è seduta sul letto. Mentre chiudevo la porta, l’ho vista sdraiarsi su un fianco. Si è tirata su il cappuccio della felpa, ha chiuso gli occhi e non si è più mossa, come se da qualche parte avesse un bottone per mettersi in pausa.

Sono andata in salotto e ho acceso il computer. Sulla pagina di ricerca di Google, ho scritto “Turner prize”. C’erano tutti i vincitori delle ultime edizioni. Nel 2017 aveva vinto un quadro che raccontava di una nave in cui tutti i passeggeri diventavano ciechi tranne uno. Ho chiuso gli occhi. Ho provato a immaginarmi la camera dipinta da mia madre come un’opera d’arte, ma lo sapevo com’era andata: aveva fatto un casino. Ho sentito una fitta alla schiena e ho chiuso il computer.
Il telefono ha vibrato. Un messaggio di Cris: «Per il divorzio mi servono le altre pagine!»
L’ho lanciato sul divano. Sono salita in camera e ho preso un antidolorifico senza acqua: era farinoso, e mi si è fermato in mezzo alla gola. Quando finalmente è andato giù, ho cominciato a rovistare tra le carte che avevo sulla scrivania.
La busta era ancora lì. Come avevo fatto a dimenticarmi? Ho tirato fuori i documenti. C’erano tutte le pagine, tranne, ovviamente, la cinque.
Con i fogli in mano, sono uscita sul balcone. Lo stucco della balaustra era rovinato. Una volta Cris si era offerto di ripararlo. Era appena tornato da un viaggio e aveva uno dei suoi slanci in cui gli venivano mille idee per rendersi utile. Poi era ripartito e, ovviamente, non se n’era fatto più nulla. È come se Cris avesse qualcosa, dentro, che non sta mai fermo. E io non lo sopporto, il suo dentro instabile.
Ho preso i fogli uno per uno. Li tenevo sospesi tra il pollice e l’indice e poi li lasciavo andare, ma il vento, soffiando contro, li rispingeva verso di me.
Quando è diventato buio sono rientrata. In salotto, ho preso il telefono dal divano e mi sono sdraiata.
«Se li vuoi vieni a prenderteli» gli ho scritto.
«Tu sei impazzita» mi ha risposto Cris.
Ho pensato: e tu che ne sai?

Il giorno dopo era sabato. Avevo apparecchiato per la colazione e stavo mandando giù una compressa di paracetamolo, quando Eva è entrata in cucina. Aveva la stessa tuta con cui aveva fatto il viaggio da Londra e teneva le mani infilate nelle tasche della felpa: la tirava così in basso che sembrava volesse farle cambiare forma.
Ho coperto la scatola delle compresse con lo strofinaccio. «Dormito?»
Lei mi ha guardato. Il verde dei suoi occhi si era come addensato al centro, e brillava. «Se devi prendere delle cose per la schiena non c’è bisogno che le nascondi per me.»
«Non le nascondo» ho mentito.
Ho versato il tè in una tazza e gliel’ho passata. «C’è del latte, se vuoi.»
L’ha presa e se le è portata alle labbra. Beveva a piccoli sorsi, e, ogni volta che appoggiava la tazza sul tavolo, la circondava con le mani, come se fosse lei a doverla tenere insieme.
Ho preso lo strofinaccio, l’ho piegato e l’ho messo sulla spalliera della sedia. Eva ha guardato la scatola, ma solo un attimo. Ho aperto il cassetto delle posate e ce l’ho messa dentro.
«La camera» ho detto mentre lo richiudevo, «alla fine, di che colore l’avete fatta?»
Si è seduta, gli occhi fissi sulla tazza. «La mamma ha detto che ci serviva altro colore. Mi ha chiesto di accompagnarla. Ma era tardi e mi scoppiava la testa.»
Il tostapane dietro di me è scattato. Ho tolto il pane e l’ho messo su un piatto, al centro del tavolo.
«Eravamo state tutto quel tempo in mezzo all’odore della vernice» ha detto, guardando sempre la tazza, «Volevo solo farmelo passare.»
Quando ha chinato la testa, i suoi capelli hanno sfiorato il bordo del tavolo, scoprendole il collo.
Ho aperto il vasetto del miele e l’ho richiuso.
«Lo so. Cioè, ti credo.»
Eva ha alzato gli occhi. «Mi credi?»
«Sì.»
Il suo sguardo si è spostato verso la finestra alle mie spalle. «L’uomo che c’era qui ieri» ha detto. «È tuo marito?»
«Si, ma non ancora per molto.»
«Non sapevo fossi sposata.»
Ho sospirato, «E io non sapevo fossi mancina.»
Eva mi ha fissato, con una faccia incerta. «Adesso è lì comunque.» Ha sollevato un po’ il mento.
Mi sono girata e ho guardato attraverso il vetro.
Cris era in piedi in mezzo al giardino, il busto proteso sulle ortensie. Stava cercando di prendere uno dei fogli che avevo sparso la sera prima. Spostava i fiori lilla, da una parte e dall’altra, ma quello si era impigliato proprio in mezzo a un cespuglio.
«Torno subito» ho detto.

Sono uscita così com’ero, in vestaglia e a piedi nudi. Era fine marzo, ma ancora al mattino faceva freddo. Subito, il marmo degli scalini mi ha gelato i piedi.
«Cosa ci fai qui? Esci dai miei fiori» ho detto a Cris.
«Mi hai detto tu di venire. Hai fatto un casino con questi» ha detto allargando le braccia. «Ti sembra normale?»
«Raccogli quello che hai seminato» ho risposto.
«Sei tu che vuoi il divorzio!»
«Perché non è un matrimonio!»
«Non gridare.»
«Grido quanto mi pare.»
Cris è uscito dall’aiuola e si è seduto sull’erba.
Ho sceso i gradini e sono entrata anche io nel prato. L’erba era piena di goccioline. Da freddi, i miei piedi sono diventati umidi. Quando gli sono arrivata vicino, Cris mi ha abbracciato i polpacci.
«Così ti congeli» ha detto, con le labbra che sfioravano le mie gambe.
Mi sono inginocchiata e gli ho preso la testa fra le mani.
Si è sdraiato, facendomi scivolare a terra con lui.
Ho appoggiato la testa sul suo torace. «A che ora sei arrivato?», ho detto.
«Ero parcheggiato qui fuori.»
«Hai dormito in macchina?»
«Era il posto più vicino al tuo cuore.»
Ogni tanto, quando era ansioso, gli uscivano queste frasi fatte, e non sapevi mai se ci credesse davvero oppure no.
Ho sospirato e ho infilato i piedi tra le sue gambe.
«Da quando giri scalza?» mi ha chiesto.
«Mhm. Da ieri.»
«Ti sei stufata delle scarpe?»
«Eva se le toglie sempre», ho detto. «È come se dovunque si trovi, debba sentire quello che c’è sotto i suoi piedi.»
«Almeno adesso avete qualcosa in comune. A parte quella svitata di tua madre.»
«Mhm.»
«Come va la schiena?»
«Qui sdraiata, bene.»
«Ti fa sempre male?»
«È un’ernia. O si riassorbe o mi operano.»
«Mi raccomando. Ci tengo alle tue ossa.»
«Non è quello che mi preoccupa.»
«E allora cosa?»
«Niente.»
Cris ha liberato un braccio e mi ha accarezzato la schiena. «No, dimmi.» La sua mano si è fermata sull’osso della mia anca. «Elena: Dimmelo.»
«E se faccio una cazzata?» ho risposto. «Con Eva. Se non riesco a occuparmi di lei?»
«E perché dovresti? Poi non è che tu abbia avuto scelta… è tua madre che ha fatto casino.»
Ho chiuso gli occhi, cercando di pensare solo alla mano di Cris contro le mie ossa. Mi piaceva, quel peso. Così vicini, stavamo quasi bene, ma era come se insieme formassimo uno spazio concavo, che lasciava tutto fuori, e non si teneva niente dentro.
«Cris, perché sei venuto?»
«Ho comprato una barca.»
Mi sono tirata a sedere. «Cosa?»
«A vela.» Con le mani, ha disegnato un triangolo.
«Lo so cos’è una barca. Perché l’hai comprata, voglio sapere.»
«Allora, ci sono questi sponsor che ci propongono di fare un viaggio. Per rilanciare l’attività, capisci? Lavoreremmo da remoto e faremmo dei collegamenti video per i social… »
«Oddio.» Mi sono lasciata ricadere sull’erba.
«Verrai a trovarci. Appena ci siamo organizzati e vediamo che la cosa funziona…»
«Va bene, Cris. Ho capito. E quando parti?»
«Domani mattina.»
«Domani» ho ripetuto.
«Mattina. Dal porto.»
Ho tirato via il braccio dalla faccia. La prima cosa che ho visto, aprendo gli occhi, sono stati i rami della betulla. In mezzo, proprio sopra la mia testa, c’era una macchia bianca. Ci è voluto un momento perché mi accorgessi che non era un uccello, ma soltanto uno dei fogli che si era impigliato nei rami.
«Vieni a salutarmi?» mi stava dicendo Cris.

Eva era in camera sua. Se ne stava seduta sul letto, con l’iPad sulle ginocchia.
La sua valigia era esattamente dove l’aveva lasciata la sera prima, come se non l’avesse neanche aperta.
«Quell’armadio è vuoto» ho detto, «puoi metterci quello che vuoi.»
Eva ha sfiorato lo schermo col dito per mettere in pausa e mi ha guardato. «La prendo a mano a mano, così non devo disfarla tutta. Se non c’è bisogno.»
Ho annuito.
«Cosa guardi?»
«Un film.»
«Posso?»
Mi ha fatto spazio. Mi sono seduta accanto a lei e ha schiacciato play.
Jack Nicholson giocava a palla in una stanza gigantesca. «Shining?», ho detto.
Eva ha annuito, gli occhi fissi sull’immagine. «L’abbiamo visto alla televisione e poi l’ho scaricato. Ogni tanto riguardo dei pezzi.»
Sullo schermo è apparso un prato verde e, in mezzo al prato, un labirinto di siepi.
«Perché?»
Ha scrollato le spalle. «Lui impazzisce, ma lentamente. Gli altri un po’ capiscono, un po’ no. È fatto bene.»
Tra le siepi, Shelley Duvall correva dietro al piccolo Danny.
«Qui, per esempio, loro sono al centro del labirinto, ma non lo sanno», ha continuato. »Non capiscono cosa sta succedendo.»
«Lo guardi con la mamma?»
«No. Con lei guardiamo Britain’s got talent. Abbiamo anche un campanello. Per dare il golden buzzer.»
Ce la vedevo bene, mia madre.
«Domani la possiamo chiamare?» mi ha chiesto Eva.
«Domani?», ho ripetuto. Soltanto il giorno prima, mi avevano scritto che nostra madre aveva insultato un’infermiera e si era rifiutata di lavarsi i capelli perché nello shampoo c’erano i perturbatori endocrini.
«Vediamo» ho risposto. «Si sta ancora abituando alle medicine.»
«Secondo te uno lo può sapere prima se diventerà pazzo?»
«Prima quando?»
«Quando è più giovane. Per prepararsi.»
Mi è venuto in mente il preside, con la sua storia sull’anticipare. »Non lo so», ho risposto. »Magari ti accorgi che non stai tanto bene. Ma tutti ogni tanto non stiamo bene.»
«Tutti?»
«Mi sa.»
Eva ha annuito. «Lui è andato via?»
«Chi, Cris? Non è una novità.»
«Perché lo hai sposato se non sei contenta?»
«Si vede che non ero in me.»
Ha messo di nuovo in pausa e mi ha guardato.
«Va a fare un viaggio in barca, vuole che domani vada a salutarlo» ho aggiunto.
«E tu ci vai?»
«Non lo so. Mi fa male la schiena. E poi non credo cambierebbe granché.»
«Ma magari cambierebbe te. La mamma lo dice sempre.»
«Cos’è che dice?»
«Che le cose che non riusciamo a cambiare, a volte servono a cambiare noi.»
Ho schiacciato play, e, finalmente, Jack Nicholson si è mosso.

Si era alzato il vento, ma non era forte. Te ne accorgevi solo guardando l’acqua, che era tutta increspata e striata di bianco. Avevo lasciato la bicicletta vicino al pontile. Mentre la slegavo, ho guardato un’ultima volta verso il lago. Quando ero arrivata, mi era sembrato che al molo ci fossimo soltanto io e Cris. Adesso, invece, era pieno di vele, come se le barche, dopo aver esitato per chissà quale motivo, si fossero tutte decise a prendere il largo.
Lentamente, ho riportato il mio sguardo a riva: dall’acqua al legno del pontile, alla striscia di sabbia che diventava erba, ai tavolini del bar. E proprio lì, al sole, era seduta Miss Abigail. Se ne stava immobile, sul bordo della sedia, col busto inclinato in avanti e le mani sulle ginocchia, come se fosse pronta ad alzarsi da un momento all’altro. Ho rimesso la catena e mi sono avvicinata.
«Salve» le ho detto.
Miss Abigail ha alzato lo sguardo. Aveva gli occhi rossi e delle sbavature di mascara negli angoli.
«Ci siamo viste a scuola. Sono la sorella di Eva.»
«Lo so chi è lei» mi ha risposto, inarcando le sopracciglia.
Evidentemente nemmeno io le ero piaciuta, come lei non era piaciuta a me.
Ha preso un tovagliolino di quelli del gelato e si è tamponata le palpebre.
«Prenda questi.» Ho tirato fuori il pacchetto di fazzoletti che avevo in tasca. «Meglio che quella carta velina.»
Miss Abigail ha fatto un risolino, sfilandone uno. Senza trucco, aveva delle labbra sottilissime, rosa chiaro.
Ho appoggiato i fazzoletti sul tavolo.
«Lo vuole un caffè?» mi ha detto. C’era una nota timida nella sua voce. «Me lo stanno portando.»
Mi è tornato in mente quando l’avevo vista per la prima volta, appiccicata alla parete in tenuta da ballo.
«Perché no.» Mi sono seduta, e dopo poco è arrivata la cameriera, con un caffè e un éclair al cioccolato.
«Un…» Miss Abigail ha steso la mano verso di me. «…caffè?»
«Espresso», ho risposto, annuendo alla cameriera.
Miss Abigail ha guardato il piattino. «Non capisco perché qui li fanno così grandi, questi pasticcini», ha detto. «Io i dolci non li mangio mai.»
Stretta tra le sue dita, la forchettina da dolce sembrava una forchetta normale.
«Ne vuole un po’?» mi ha chiesto, alzando appena gli occhi verso di me.
Ho fatto no con la testa. «Aspettava qualcuno?»
«Non viene.» Ha affondato la forchettina nella glassa.
«Volevo solo vederlo un’ultima volta. Ma lui deve portare i bambini a hockey.» La pasta non si lasciava tagliare e Miss Abigail ha finito per usare le mani.
«Che razza di padre iscrive dei bambini di quattro anni a hockey?» ha continuato, tirando via finalmente un pezzo di pasta. «Non è per niente uno sport adatto. E io so di cosa parlo, mi creda.»
Ho pensato che forse Miss Abigail non si stesse facendo la domanda giusta, ma chi ero io per giudicare?
«È per questo che sta così?» le ho chiesto.
«Così? No, certo che no.» Ha portato alla bocca un altro pezzo di éclair e un po’ di crema del ripieno le è scesa sul mento. «Stavo perfettamente bene finché non ho letto quella storia sulle tartarughe.»
Il mio caffè è arrivato. Ho preso una bustina di zucchero e ce ne ho versato un po’.
Miss Abigail ha fatto una smorfia. «Dicono che quello di canna sia meglio, ma è uguale. Bisognerebbe berlo amaro, ecco qual è la verità.»
Ho smesso subito di versarlo. «Quali tartarughe?» ho chiesto, mettendo la bustina sul piattino.
Lei ha tirato fuori un giornale dalla borsa. «Hanno trovato una valigia piena di tartarughine delle Galapagos all’aeroporto. Avvolte nel cellophane. Si rende conto?»
Aveva gli occhi lucidi.
«Non so proprio come qualcuno possa fare una cosa del genere. It’s so… heartless.»
Stavo per chiederle se sapesse quante erano, ma non ero sicura che fosse una buona idea.
«E sa qual è la cosa peggiore?» ha continuato, pulendosi il mento con il dorso della mano, «la cosa peggiore è che ho pensato: adesso chiamo mia mamma e glielo dico, e poi mi sono ricordata che lei non mi parla and that just killed me, you know? That just about killed me!»
Adesso stava proprio piangendo.
Ho spinto i fazzolettini verso di lei.
«Grazie.»
«Perché non le parla?»
«Oh. È per questo uomo con cui stavo.»
«Quello che non è venuto?»
Miss Abigail ha annuito. «È per lui che sono qui. Stavo perfettamente bene ad Hereford, perfettamente.» Ha preso un altro fazzoletto. «Poi lui mi ha detto che si trasferiva qui e io come una cretina ho mollato tutto e sono venuta. Facevo la ballerina. Mi piaceva. Cantavo anche. Ma ho scelto lui. Odio questo posto. God, non so neanche perché le dico tutte queste cose. Lo so che non le piaccio.»
Era vero, ho pensato. All’inizio.
Si è soffiata il naso.
«Per caso li conosce i Pretenders?» le ho chiesto.
Lei mi ha guardato come se le avessi fatto una domanda idiota. «The Pretenders?», ha ripetuto, col suo accento inglese. «Certo che li conosco. Sono famosi. Mia madre è cresciuta a un isolato da Chrissie Hynde.»
Ho scosso la testa.
«Non conosce neanche la canzone che ha vinto il Grammy?» Ha cominciato a cantare, la testa bionda piegata da un lato. «When the night falls on you, you don’t know what to do. Nothing you confess, could make me love you less, I’ll stand by you… Davvero non l’ha mai sentita?»
«No» ho detto, «ma come la canta lei sembra molto bella.»
Ha quasi sorriso e, in quel momento, mi è sembrata piccola, molto più piccola di come me l’ero immaginata e degli anni che forse aveva. Piccola come la forchettina nelle sue mani.
«Lei come mai era qui?» mi ha chiesto.
«Io? Dovevo salutare qualcuno.»
«E si è visto?»
«Si è visto.» Mi sono alzata, portandomi una mano dietro la schiena. Alzarmi era sempre un problema.
«Forse dovrebbe chiamarla, sua madre» ho detto, «dirle delle tartarughe.»
«Oh, non dovrei più aver bisogno di una mamma. Alla mia età.»
Il telefono nella mia tasca ha vibrato. Eva: «Arrivi? Sta iniziando.»
«Cinque minuti» le ho scritto.
«Adesso devo andare. Io e mia sorella guardiamo un talent la domenica.»
«Oh» ha detto Miss Abigail. «Piacciono anche a me.» Con due dita si è pizzicata il labbro inferiore. «Lo sa che dovrebbe fare degli esercizi?»
«Lo so. Ma non sono buona, da sola.»
Lei ha giocherellato col fazzolettino, facendo una pallina. Si era appoggiata allo schienale e le brillavano gli occhi.

È tutto a posto

scritto da Anita Renchifiori

“Home, is where I want to be
But I guess I’m already there
I come home, she lifted up her wings
I guess that this must be the place
I can’t tell one from the other
I find you, or you find me?”
This Must Be The Place, Talking Heads

Andrea l’ho conosciuto un mese dopo che è morta la nonna. Forse, se lei fosse ancora qui, io e lui adesso non staremmo insieme. Sempre che ci stiamo davvero, insieme.
Siccome era un po’che non si faceva sentire, alla fine gli ho scritto io. “L’undici vengo a Parigi. Se ti va possiamo vederci.” Non avevo ragioni particolari per andarci, ma con lui fingevo sempre di averne. Continua a leggere

Emergere

scritto da Anita Renchifiori

“Enola Gay
You should have stayed at home yesterday
Ah-ha words can’t describe
The feeling and the way you lied”
Enola Gay, Orchestral Manouvres in the Dark

L’acqua, a poco a poco, aveva formato una pozza al centro della cucina, come se il pavimento fosse inclinato. Ero già in costume da bagno e stavo cercando di asciugarla, quando mi è squillato il telefono.
L’ho messo sul tavolo col viva voce e il video acceso. A Sidney erano solo le sette, ed Ernesto aveva ancora l’aria addormentata.
«Ma è rotto rotto?» mi ha chiesto quando gli ho raccontato del frigorifero. «Hai provato a staccare la spina e riattaccarlo?» Continua a leggere

Cose che fanno male

scritto da Anita Renchifiori

Well, I started out down a dirty road
Started out all alone
And the sun went down as I crossed the hill
And the town lit up, the world got still
I am learning to fly
But I ain’got wings
Coming down
Is the hardest thing

Learning to fly, Tom Petty and the Heartbreakers

L’orchidea comincia a fiorire. Me l’ha regalata la mia ragazza il giorno che mi ha lasciato. Ha steso le braccia verso di me e ha detto: «Questa è per te.» Ho preso il vaso con entrambe le mani e ho sentito le sue dita che si sfilavano. Avrei voluto trattenerla. Adesso, ogni volta che guardo l’orchidea, ho l’impressione che qualcosa mi sfugga.
Il cellulare nella mia tasca è squillato e ho risposto. Continua a leggere

Una cosa che mi preoccupa

scritto da Anita Renchifiori

Mia sorella Tea ha smesso di mangiare.
Tutto è cominciato a febbraio, quando è morta la nonna, ma nemmeno io avevo appetito in quel periodo, così non ce ne siamo accorti subito.
Un mese dopo è morto anche il gatto di Tea, ma ce lo aspettavamo. Mangiava sempre meno e non saltava più sul tavolo per rubare il prosciutto. Tea ha provato anche a dargli il biberon, ma lui non voleva saperne. A giugno, papà è tornato dall’India e ha portato a Tea un gatto nuovo, con il pelo lungo e gli occhi blu. A pensarci bene, era un’idea abbastanza ridicola che bastasse un gatto a farla tornare quella di prima, ma per un po’ ci abbiamo sperato. Invece lei lo ha guardato come se fosse trasparente. Poi si è chiusa in camera. Continua a leggere