Alberta Aureli

Vive a Roma dove ha studiato cinema e fotografia, si occupa soprattutto di reportage e di documentario. Nel 2018 grazie a una serie di imprevedibili eventi ha scritto il suo primo racconto. Il suo profilo Instagram è questo, mentre il suo Tumblr questo.

La linea

scritto da Alberta Aureli

Il corridoio è buio e le scale coperte di polvere, cammino nell’edificio vuoto del mio liceo, le aule e le stanze della segreteria sono vuote. Da pochi particolari so che sto sognando, le aule sono più grandi di quelle dove ho studiato davvero, il liceo si trasforma in una chiesa e le uniche voci che sento sembrano arrivare dal cortile. Scendo anche io in cortile, lì tutti mi aspettano, i miei genitori e mia sorella, Francesco fuma in un angolo. Poco lontano le mie compagne di classe, Chiara e Irene. Irene mi guarda, vorrebbe raggiungermi ma Chiara la ferma. C’è un telo grande come quello dei cinema dove stanno proiettando le mie fotografie, è un mostra o una presentazione, ma le fotografie sono tutte al contrario, vengono proiettate al contrario sullo schermo, sono nervosa, vorrei dire a tutti che c’è un errore nella proiezione, ma nessuno sembra farci caso, mangiano salatini e bevono dai bicchieri di carta. Provo ad avvicinarmi alle mie amiche ma qualcosa mi blocca le gambe, e il respiro.

Nella stanza in affitto dove dormo cerco di aprire gli occhi ma sono a disagio come nel sogno. Mentre tolgo un lembo di federa dalla bocca vedo Chiara seduta sul letto, ha il telefono in mano e dice che non c’è più tempo per dormire perché Vueling ha anticipato il nostro volo. Dobbiamo uscire di casa subito. Il cielo rosso del mio risveglio adesso è quello azzurro e afoso della stazione Termini di Roma. Il viaggio è un’idea di Chiara, quando me l’ha chiesto ho solo potuto accettare senza capire se avesse bisogno di un testimone o di un po’ di compagnia e basta.
Siamo dirette a Gibilterra per fare visita alla nostra amica Irene, anche se Irene è già morta da un mese.

La mia amicizia con Irene somiglia all’estate che abbiamo trascorso insieme, limpida e giovane e piena di non sense. Se dovessi dire mi ricordo poche cose: come scivolava silenziosa dietro il bancone del bar dei suoi genitori, i capelli aperti sulla fronte, perfetti, neri e lisci come quelli delle ragazze giapponesi, e una volta, sedute sul mio letto, che aveva iniziato a guardarmi i lineamenti del viso da vicino come fa qualcuno che vuole baciarti e io a ripetermi dentro speriamo che non lo faccia.
Non sapevi mai bene che cosa pensasse di sé o degli altri. Per questo il suo trasferimento è risuonato nelle nostre vite come un abbandono inaspettato. Qualcosa ci aveva ferito nel fatto che non fosse stata un’idea passeggera, che nel tempo non si fosse rivelato un fallimento. Sembrava essere, anche a distanza, più leggera e più coraggiosa.

Irene e Chiara avevano avuto un’amicizia profonda iniziata prima che le conoscessi, e avevano qualcosa, insieme, che sembrava essere forte, ma non libero, una specie di vincolo.
Quando Irene si è trasferita a Dublino per imparare l’inglese aveva già studiato Lettere e poi Psicologia a Roma, senza concludere mai. A Dublino, dopo la laurea in Economia, una banca l’ha assunta per proporre investimenti ai correntisti. Quando mi hanno spiegato che cosa faceva ci ho messo un po’ a capirlo, senza mai essere sicura di averlo capito bene. Ero circondata da persone che avevano scambiato l’assenza di lavoro per la possibilità di fare la ballerina, lo scenografo, l’attore, o l’astronauta. Ma l’impiegato di banca era una cosa che poteva sorprendermi. Da Dublino non è più tornata a vivere in Italia. Qualche volta, a cena, qualcuno diceva di averle mandato una mail, o di averla sentita al telefono, ma l’idea che mi sono fatta era che avesse tagliato con tutto e tutti quaggiù. E così ho smesso di scriverle.

Chiara invece, alla sua assenza, per molto tempo, non si è rassegnata.

Irene viveva a Dublino da almeno dieci anni e io lavoravo a Roma per un giovane regista impegnato a scrivere un film sulla metamorfosi dei trentenni senza relazioni stabili e senza stipendio fisso. Un’analisi del cambiamento sociale e del precariato. Il giovane regista, aveva vinto molti premi importanti con un medio metraggio praticamente muto e molto poetico, poi però era entrato in crisi. Panico da opera prima, diceva. Il film, mai girato, avrebbe dovuto chiamarsi Italia. Italia era il nome della nostra eroina che dopo averle provate tutte, si trasferisce a Berlino a servire involtini di verza in un ristorante libanese. Non realizzerà i suoi sogni ma almeno, intanto, tira a campare. La parabola di un intero stato pronto a sfaccendare per la Germania ricca. Italia, in più, viene delusa da almeno due o tre fidanzati che rimandano il momento di mettere su famiglia dai venticinque, ai trentacinque, all’infinito. Il giovane regista e io guardavamo le fotografie dei nostri genitori e riflettevamo su quanto sembrassero più adulti di noi alla nostra età. L’economia stava cambiando la fisionomia, oppure, ipotesi più avvincente, come una forza oscura, una giovinezza infinita e maligna si stava impossessando di noi. Qualcosa che diceva non è il momento, questo è noioso, puoi farlo dopo. Non guadagni niente? E che ti importa, siamo tutti poveri. È essenziale, ora, che capisci fino in fondo chi sei, che riesci ad esprimerti. Come un’agenzia di recupero crediti avevamo comperato il debito insoluto verso l’età adulta, contratto in anni di mancata partecipazione e rimandi forzati, trasformandolo in un debito esclusivo verso le nostre aspirazioni, diviso in comode rate e senza scadenza. Il costo di questa operazione era stato perdere il contatto con la realtà. Non si può avere tutto.
Quando abbiamo deciso come fare le ricerche per la sceneggiatura e le storie, ho proposto di girare delle interviste a dieci o venti amici, coetanei e conniventi. Potevo scegliere senza sforzo in un panorama molto vicino tra onanisti convinti, tombeur de femmes, poetesse diafane e senza patente. Ma anche onesti lavoratori imprigionati nel girone degli stage, gente non più lucida, abituata a portare a casa cinquecento euro al mese come se fosse una fortuna. Il giovane regista, entusiasta, mi disse che questa idea era una grande idea e che costituiva il prodromo di un metodo.
Le interviste le giravo al caldo di casa mia con una Sony e le mini DV, l’inquadratura era fissa sul piano americano: testa, collo, braccia e mezze gambe, loro seduti su un divano rosso, io di fronte, in piedi, dietro la telecamera montata su un vecchio cavalletto. Chiedevo soprattuto dei contratti di lavoro, raccontami il tirocinio – dicevo – e poi le aspettative sentimentali, l’assenza di figli. Gli intervistati erano timidi all’inizio, ma poi riuscivano a raccontare bene, qualche volta stringevo l’inquadratura sugli occhi o sulle labbra ed era allora, che potevano sembrare bambini, quelle volte iniziavo a fantasticare di abbandonare il giovane regista e tirarne fuori un documentario mio.
Quando è toccato a Chiara sedersi sul divano rosso, nessuna delle domande che facevo di solito sembrava funzionare e l’unica parte buona dell’intervista era quella in cui eravamo finite a parlare dell’amica perduta che non le telefonava mai da Dublino. Di quando Chiara era andata a trovarla a sorpresa nel ristorante italiano dove faceva la cameriera, di come l’amica fosse stata stata fredda e senza tempo per gestire quella visita inaspettata. Nell’intervista c’era tutto il trauma della mancata riconciliazione descritto nei particolari insignificanti, come era vestita Irene quel giorno e il suo accento italiano troppo duro a screditare l’inglese appena imparato.
Il giovane regista mi disse che questa intervista non andava bene, io gli dissi che invece conteneva la metafora forte di una generazione che non vuole crescere, che non vuole lasciare andare. Il giovane regista sembrò rifletterci.

Io e Chiara corriamo all’aeroporto di Fiumicino. Per qualche ragione non ho nessuna intenzione di perdere il volo, il caso mi sta dando l’opportunità di sottrarmi a un’impresa dolorosa. La compagnia aerea ti avvisa tardi che l’orario della tua partenza è cambiato, una cosa strana. Il nostro ritardo è enorme. Mi basterebbe rallentare il passo, fermarmi a bere, perdere qualcosa dalla borsa e tornare indietro, costringere Chiara a fermarsi con me. E il viaggio salterebbe. Potrei risparmiare a me e a lei un piano sbilenco che prevede di scendere alle porte di Gibilterra per conoscere il marito e il figlio di pochi anni della nostra amica morta a Maggio. Un’amica che non conosciamo più da tanto, che non ci ha mai cercato e che forse è stata felice quando abbiamo smesso di cercare lei. Continuiamo a correre invece, sopra alle nostre possibilità, finché non ci ritroviamo sedute in aereo, vicine e mute.

Il nostro albergo, che è poco diverso da una casa, sta a La Linea, sul confine tra Spagna e Inghilterra. Dormire a Gibilterra costa troppo e tutti dormono a La Linea.
Quell’estate pubblicavo con un certo zelo le mie fotografie su un Tumblr. Il blog era concepito come un diario, intimo ma non esplicito, e dopo un po’ avevano iniziato a invitarmi in un sacco di ambienti artistici. Partendo avevo messo nello zaino pochissimi vestiti ma almeno tre macchine fotografiche di diversi formati, oltre al telefono che già funzionava bene come fotocamera. Avrei voluto raccontare tutto il viaggio, fare un reportage, pubblicare qualcosa sul blog. Ma le uniche foto che sono riuscita a scattare le ho scattate nei giorni a La Linea. In albergo a Chiara, ai tralicci tra le costruzioni basse, l’architettura disordinata e povera di quel pezzetto di Andalusia. Il lavandino in camera e la finestra sempre aperta sull’aria calda e stagnante della via.

È venerdì quando arriviamo, Damis ci aspetta domenica a pranzo nella casa che ha comperato con Irene nella Town Area.

Ferme a La Linea, vaghiamo senza meta. Ci sediamo nei bar e finiamo la birra prima che ci portino le tapas, così fumiamo senza mangiare niente. Di sera prima di crollare beviamo ancora qualche gin tonic e l’ultimo ce lo portiamo in camera nei bicchieri di carta. Chiara guarda un punto imprecisato tra i giardini e la chiesa e dice che questi sono i posti più poveri di tutta la Spagna. Le pasticcerie con i tavoli fuori sono piene di gente che affonda nelle coppe gelato. Quando sono circondata da famiglie, inizio a pensare a quanto siano infelici, mi sembra di percepire l’assenza di piacere, le delusioni, e quel modo di stare in due che invece di aggiungere toglie, restituendo al mondo solo due metà. Irene una famiglia ce l’aveva, aveva sposato Damis a Dublino dopo molti anni di convivenza. Immagino che da immigrati si siano aggrappati l’uno a l’altra e si siano promessi di non tornare indietro. E così sono andati avanti. Quando hanno chiesto il trasferimento nella filiale di Gibilterra della banca che li aveva assunti è stato per avere un bambino dove il clima è migliore.

La domenica Damis ci viene a prendere davanti a un fish and chips già pieno di gente. Il cielo è azzurro come può esserlo solo dove la terra finisce. È un uomo adulto ma sembra più un ragazzo. Ha i capelli bianchi e un sorriso dolce che finisce per rivelarsi sempre infantile. Ci sorride e come altri, prima e dopo quel viaggio, ci chiede perché non abbiamo pensato di fare visita a Irene quando era ancora viva. A questa domanda Chiara non dà mai la stessa risposta, io, invece, non rispondo proprio. Se impari a non rispondere alle domande fai la felice scoperta che solo pochi hanno interesse a riformulare, i più si accontentano di aver chiesto e ti sono piuttosto grati di avergli risparmiato la fatica di ascoltare. Ma avrei voluto dirgli che quando qualcuno esce dalla tua vita non c’è mai un motivo solo, perché se il motivo è uno puoi resistere, i rapporti di amicizia si deteriorano come le storie d’amore, anche se con meno dolore. Per primo se ne va il piacere e per ultima la ragione. I sentimenti invece possono continuare a vivere a lungo anche senza contatti reali, il legame non ha bisogno del rapporto e la morte non c’entra con l’amore. Avrei voluto dire questo a Damis che non avevo più nessun piacere a vedere Irene, che non c’era nessuna ragione che potesse spingermi in Spagna a farle visita, da viva, ma che le volevo bene, che non l’avrei dimenticata e che forse volevamo ancora qualcosa da lei. La stavamo cercando, nel posto dove viveva, entrando in casa sua. Stavamo tracciando sulla nostra mappa l’ultimo pezzo della sua strada tra il Mare Mediterraneo e l’Oceano Atlantico, perché quel pezzo si potesse ricongiungere al pezzo che aveva fatto con noi, molto tempo prima e a molti chilometri di distanza. Ricongiungere le nostre strade era l’unico modo per rimettere insieme le nostre vite.

La casa è un lungo corridoio con le stanze tutte a sinistra, c’è disordine ovunque e Luca corre scalzo in canottiera. Il bambino ha la febbre ma Damis dice che usciremo lo stesso perché così guarisce in fretta e diventa più forte. In cucina, dove ci sediamo per un caffè, ci sono scatole e barattoli aperti, tutti bio o vegan o con qualche aggiunta di vitamina B e magnesio. Tutte le cose da mangiare sugli scaffali, con le etichette colorate o le formule dei sali minerali, sembrano integratori più che cibo vero. All’inizio parliamo solo dello zucchero, che fa male, e dei cibi magri che però sono pieni di zucchero. Tipo lo yogurt.
Ma poi i discorsi si accavallano veloci e Damis ci racconta tutto. Il bambino si nasconde e sbuca fuori all’improvviso e davvero non sembra avere la febbre. Damis ci fa vedere anche un album con le fotografie che si sono fatti fare da un fotografo inglese quando Luca aveva due anni e Irene già sapeva di essere malata. Le fotografie sono tutte scattate in un giardino in fiore e in un unico pomeriggio, Irene sorride. Mentre guardo penso che se vedessi questa cosa in un film sarebbe un flashback, le fotografie si animerebbero su una scena del passato in cui la protagonista sa che deve morire e decide di farsi fotografare perché suo figlio da grande possa sempre ricordare che faccia avesse la madre. Penso che lo disprezzerei un film così, ma guardando quelle stampe lucide non sono più sicura dei miei pensieri. Raggiungo Luca che salta sul divano e cominciamo a disegnare.
È di buon umore e dopo un po’ mi diverto anche io. I colori a cera sono ruvidi sul foglio a4 della stampante. Io disegno un elefante e allora Luca mi chiede un gatto e un pesce, poi disegna lui il cielo e il mare blu. Ricomponiamo piano e senza un ordine preciso le cose del mondo, le montagne e gli alberi. Poi Luca disegna anche me e nel suo disegno ho i capelli lunghissimi e le mani senza pollice.

Il pomeriggio andiamo al faro a passeggiare, il vento è forte e la luce è limpida e bianca, non parliamo più tra noi. Ogni tanto Luca mi tira per un braccio per farmi correre e mi chiama mamma, chiama mamma anche Chiara, e quando succede nessuno ha il coraggio di guardare gli altri.

Torniamo a La Linea solo molto tardi quella notte e decidiamo di partire per Tarifa la mattina seguente.

A Tarifa dividiamo la stanza di un albergo lussuoso. Lenzuola morbide, accappatoio, shampoo profumato. Dopo la doccia mi faccio una foto allo specchio e la mando a F. che commenta subito e me ne manda una sua. Siamo amanti da un po’, ci scriviamo, soprattutto, e ci vediamo ogni tanto a casa mia perché lui ha una moglie e io un fidanzato che però non vive con me. Quando stiamo insieme parliamo pochissimo, dopo i primi tentativi di conversazione falliti abbiamo smesso di provarci. Riusciamo a scriverci anche per ore e a fare l’amore come se fossimo innamorati, ma non siamo innamorati e non riusciamo a parlare. Non abbiamo amicizie in comune ed è praticamente impossibile che qualcuno scopra la nostra relazione. Per questo durerà anni. Penso che abbia anche altre amanti e qualche volta sono gelosa. Quando ho provato a smettere di vederlo è diventato insistente fino a essere fastidioso, ma quell’insistenza mi ha rassicurato. Se è lui a sparire dalla mia vita inizio a soffrire e a rileggere tutto quello che ci siamo scritti. Penso che non ci siamo mai, realmente, dati niente, ma è come se questo niente mi proteggesse da tutto.

C’è una comunità di surfisti che arriva da mezza Europa, qui. Il vento forte alza l’acqua dell’oceano e il sale te lo ritrovi appiccicato addosso per ore. Tutti mangiano avocado e salmone e bevono distillati di frutta. I negozi vendono camicie leggere e incenso, braccialetti e collanine da poco. Mentre raggiungiamo la spiaggia penso che vorrei tornarci, un giorno. Quando ormai stava davvero male Irene ha provato, per guarire, una dieta liquida con le centrifughe di frutta, che però non ha funzionato. Le informazioni sul cibo rimbalzano veloci nella mia testa, lo zucchero, i grassi buoni e i grassi cattivi. Fumo sigarette da quindici anni e Irene non riusciva mai a chiudere bene una cartina.

Di sera beviamo ancora tanto, non sono in grado di mettere a fuoco le candeline sul tavolo per più di un secondo, e mi gira la testa. Chiara mi racconta di una lettera che Irene le ha spedito molti anni prima dall’India. Il racconto è frammentario e non capisco tante cose. Mi dice che le ha scritto di aver sempre avuto paura delle farfalle ma che in India, quel giorno, ha fatto una gita in un posto, una specie di Valle delle Farfalle e che la fobia, allora, le è passata. Nella lettera scrive che l’esperienza delle cose ci può cambiare, che lei è cambiata, che non ha più paura e che spera che anche Chiara impari a non averne. Scrive che è in viaggio da un po’, che tornerà solo quando avrà finito i soldi, ma che se potesse, rimarrebbe in giro per il mondo tutta la vita.

Sulla strada per l’aeroporto di Malaga rimetto insieme il racconto della lettera di Irene. Scandisco alcune parole quasi ad alta voce: L’esperienza ci può cambiare – e poi – il giorno in cui ho smesso di avere paura. Ma che succede se invece la paura non passa? Se l’esperienza delle cose invece di liberarci ci complica? Stretti, in nodi sempre più complessi. Se nulla sembra risolversi, se ti dicono che tutto passa e invece non passa mai. Se la tua confusione somiglia ad un braccio rotto, e allora conviene che impari a muoverti con un braccio rotto. O a prendere la cose con quattro dita soltanto, senza pollice. Se sei una ballerina zoppa o un seduttore svogliato. Se il futuro diventa una meta esotica e troppo costosa.

L’unica fotografia veramente buona l’ho scattata a La Linea. C’è Chiara che dorme accanto a me con le lenzuola attorcigliate fino alle spalle, la luce che entra dalla finestra è forte e sfuma i contorni della sagoma. Un bozzolo bianco luminescente, come un baco da seta.