La casa di Franco

scritto da Ciro Gazzola

Quindici anni fa, prima che mi trasferissi all’estero, mi capitava talvolta di incontrare Franco a qualche festa, la sera, a casa di un conoscente comune, oppure nel giardino dell’università, intento a leggere un libro o parlare con qualcuno o mangiare una mela. Eravamo entrambi studenti, spesso ci capitava di frequentare insieme dei corsi. Non eravamo amici. Lui sedeva, di preferenza, nei posti centrali, dritto davanti allo sguardo del professore. Io me ne stavo più indietro, a pochi passi dalla porta d’ingresso.

Franco mi colpiva per via del suo puntiglioso modo d’intendere il mondo e se stesso. Portava un completo, nero o grigio scuro, e la cravatta. Per scrivere usava un blocco di fogli trattenuto in un’elegante cartellina di cuoio e una sottile penna d’argento. Io andavo in giro con jeans sdruciti e camicie di flanella marrone o verde bottiglia. Sembravo – volevo sembrare – uno di cui non fidarsi. Di certo diffidavamo l’uno dell’altro.

Forse il ricordo di Franco si sarebbe spento insieme a quello di tanti altri volti, se non fosse stato per una serie di coincidenze: il mio ritorno, ovviamente, ma soprattutto le parole di un amico – uno dei pochi che mi erano rimasti in Italia – che pochi giorni prima che tornassi mi aveva scritto in un messaggio: Sai chi si è trasferito a Lucenia? Franco. Te lo ricordi?

Lo ricordavo, sì. Ma soltanto a tratti, per frammenti scomposti. Non avevo idea di cosa facesse, di come fosse finito lì.

*

Fino a qualche anno fa nessuno si sarebbe trasferito di proposito a Lucenia. Troppo buia, si diceva, incassata com’è nella valle e in qualche modo segnata dai movimenti del fiume che, qualche volta, fanno temere per uno straripamento o una piena. Eppure, quanto nessuno vi si sarebbe trasferito, tanto nessuno dei suoi abitanti avrebbe voluto andarsene altrove; la cosa doveva avere qualcosa a che fare con le montagne, con la luce che esse generano o meglio limitano. La resistenza degli abitanti di Lucenia richiamava di certo il loro rapporto di vicinato con il buio, con la notte e la sua più stretta parente: la morte.

Anche Marta veniva da lì. Inizialmente non avevo collegato le due cose – Franco, Marta, intendo – ma a ripensarci avrei dovuto vederli, quegli sguardi, al tempo dell’università.
Conoscevo Marta in modo sotterraneo, contorto e allusivo. Venivamo dallo stesso paese, ma condividevamo soltanto l’ora di treno che ci portava fino a Padova, così come una seconda ora di viaggio – la sera – per tornare a casa. Le nostre chiacchiere ruotavano intorno a libri letti o dischi ascoltati. Portava scarpe nere di pelle con la suola spessa, era piccola e precisa nei gesti, aveva due orecchini scompagnati e un cappotto verde scuro che era appartenuto a sua nonna.

Una volta, la sera – era l’inizio della primavera, ma faceva ancora molto freddo – tornando a casa in treno, entrambi con le cuffie sulle orecchie, l’avevo vista guardare fuori dal finestrino; di colpo gli occhi le si erano illuminati. Sul vetro umido di condensa, con le dita, aveva tracciato in modo preciso la figura stilizzata di un bue completo di corna, zampe e coda, così come millenni prima dovevano aver fatto tante altre dita in tanti altri luoghi della terra. Non so perché lo avesse fatto – non gliel’ho chiesto; credo che nemmeno si sia resa conto che la stavo guardando. Ma per un momento ho visto che sorrideva, e anch’io mi sono sentito riempito di qualcosa: doveva avere a che fare con il momento del giorno, con la stagione in arrivo, con un sentimento lontano che riecheggiava in noi venendo da non so dove a risvegliarci i sensi.

*

Tre giorni fa, per la strada, ho incontrato Franco. Camminava sul marciapiedi opposto al mio; teneva gli occhi bassi. Solo all’ultimo, quando io mi sono fermato per vedere se davvero fosse lui, ha alzato gli occhi. Ho creduto, per un istante, che non mi avesse riconosciuto; poi che avrebbe fatto finta di non vedermi. Invece si è arrestato, ha fatto una mezza giravolta nella mia direzione, mi è venuto incontro. Aveva abbandonato i vestiti di un tempo. Portava un paio di pantaloni di velluto a coste, una camicia azzurra e un cardigan blu notte; pareva più vecchio dei suoi anni, eppure allo stesso tempo dava l’idea di essere più a fuoco: quei vestiti ora gli appartenevano, non erano più l’idea di un vestito. Anche il viso era più suo – più vecchio, certo, con alcune rughe giovani agli angoli degli occhi e i capelli un po’ ritratti sulla fronte – ma sempre preciso, composto. Veniva verso di me con il braccio destro sollevato sopra la testa, un gesto di saluto che aveva qualcosa di militaresco; un gesto che richiedeva attenzione e silenzio. Mi ha chiamato per nome, poi: Mi avevano detto che eri tornato – ha detto. È passato molto tempo.

Vedevo che era in attesa che parlassi. Si aspettava da me un’osservazione: forse sul suo aspetto, o sul tempo che passa, non lo so.
Franco – ho risposto. È bello vederti. Non me l’aspettavo.
Ha annuito: Ora vivo qui.
Deve aver intuito la domanda nei miei occhi, perché ha continuato: Una lunga storia. Mi farebbe piacere se passassi da me. Potremmo raccontarci cosa abbiamo fatto in questi anni.

Annuii. Mi spiegò dove si trovava la sua casa. Conoscevo perfettamente il posto. Quando ero piccolo era un rudere senza porte e finestre, ai margini del paese, in alto sotto la costa della montagna. Andavamo lì a giocare a nascondino. Ora quella era la casa di Franco. Gli promisi che ci sarei andato il giorno dopo, per un caffè, nel pomeriggio.

*

Il pomeriggio successivo mi diressi verso la casa di Franco. La strada era in salita. Mentre salivo sempre più la natura prendeva il sopravvento: i giardini diventavano man mano più selvatici; qui e lì i muri a sasso sostituivano il cemento e, nelle fessure fra le rocce, la cedracca cresceva gettando in fuori i suoi tentacoli. Anche l’aria pareva cambiare: si faceva più fresca e, in qualche modo, più corposa. La strada che correva dall’altra parte del fiume, a valle, appariva e svaniva fra gli alberi. Il rumore delle automobili era un fruscio sommesso.

La casa di Franco era un vecchio rustico restaurato con attenzione ma anche – mi sembrò – con una certa imperizia. Elementi moderni s’appaiavano alle antiche pietre della costruzione: una veranda di acciaio e vetro occupava il lato destro dell’edificio, quasi un pendant imposto più dal bisogno che dall’estetica. Tuttavia il giardino appariva più curato di un tempo: molti degli arbusti selvatici che, quand’ero bambino, me lo facevano sembrare una giungla misteriosa erano stati tagliati per lasciare spazio a un prato non certo ben tenuto ma quantomeno in pieno possesso dello spazio circostante. Foglie di giovani platani segnavano, simili a impronte di dinosauro, il selciato di ghiaia che dal cancello conduceva sino alla porta.

Suonai il campanello del piccolo cancello elettrico. Dovetti aspettare più di un minuto – e suonare nuovamente altre due volte – perché qualcuno, dall’interno, rispondesse. Sentii d’improvviso lo scatto della serratura e, da dietro le tende di una finestra, scorsi l’ombra di un corpo che si muoveva verso la porta.
Franco aprì e mi attese sull’uscio. Mi parve che si fosse preparato al nostro incontro. Era perfettamente rasato, come gli uomini di una volta, tanto rasato che il suo volto appariva arrossato; sembrava, non so per quale ragione, emozionato.
Sei arrivato al momento giusto. L’acqua del tè sta bollendo.
Non osai dirgli che non amavo il tè; anche quel rito mi sembrava antiquato, volutamente tale. Entrai in casa e mi guardai intorno.

Ti piace?, mi chiese.
Il corridoio era sistemato con cura. Una credenza di rovere faceva da contraltare ad alcuni quadri simbolisti alle pareti; non erano riproduzioni di dipinti famosi, piuttosto discrete variazioni sul tema di qualche artista locale.
È molto bella, dissi. Era in rovina quando ci sono entrato l’ultima volta.
Franco annuì: L’abbiamo comprata per quattro soldi. Al tempo case così non valevano niente. Gli altri nostri amici si compravano appartamenti nuovi nei quartieri residenziali. Noi invece abbiamo preso questa.

Mi voltai a osservarlo. Il suo sguardo era diretto verso il corridoio, si soffermava su mobili e quadri, sul soffitto con le travi a vista e sul pavimento di pietra. Ma sentivo che quello sguardo non era il suo sguardo, piuttosto uno sguardo condiviso, quel noi che doveva essersi in qualche modo spezzato. Mi chiedevo se fossi lì nel ruolo scomodo di testimone o comparsa del suo dramma.

Franco mi fece cenno con la mano, conducendomi in salotto. La luce entrava moribonda da una finestra diretta verso sud-ovest. Illuminava una tv, le grandi casse nere di un giradischi, una libreria piena a metà; poi un divano, cuscini, un poggiapiedi davanti a una poltrona, una coperta a quadroni rossi e azzurri, soprammobili, una caraffa rossa, un vaso per i fiori vuoto, alcune foto alle pareti (Parigi in inverno, un paesaggio di campagna, una bambina che sorrideva) e altri dipinti, oggetti scelti e collocati lì da quell’organismo duale che doveva esserci stato e ora, era inevitabile a saper guardare, non c’era più: non c’era in un chiodo vuoto appeso al muro, nella polvere che ricopriva il piano di un segretaire nell’angolo, nella libreria scarnificata. Tutto sembrava al suo posto, solo un poco discosto da quello che avrebbe dovuto essere.

Franco mi fece accomodare sul divano, uscì dalla stanza e tornò dopo qualche momento con due tazze piene d’acqua: Tè verde?, chiese; Oppure bianco? Earl Grey?
Verde, risposi. Franco annuì inserendo nella mia tazza la bustina. Sentivo il ticchettio di un orologio venire da un’altra stanza.
Vorrei chiederti come stai, gli dissi.
Franco si voltò a guardarmi. Per un momento lo vidi riflettere mentre mescolava l’acqua che si tingeva di un vago color crema: Credo che dovrei farti la stessa domanda, rispose. Non ci vediamo da tredici anni.
Annuii.
Mi hanno detto che hai girato mezza Europa.
Scossi la testa: Esagerano.
Cosa hai fatto?
Molte cose diverse. Ma da quando sono tornato faccio l’insegnante.
Come me.
Lo so.
Mi sei venuto in mente, non troppo tempo fa.
Perché?
Ho ritrovato una vecchia foto. Ti ricordi il giorno della laurea? Ci siamo laureati lo stesso giorno.
Ricordo.
Ci siamo io e te. Stiamo parlando, prima della discussione.
Chi l’ha scattata?
Marta.
Mi ricordo Marta.
Lo so. Veniva da qui. In effetti, è mia moglie.

Lo guardai. Avevo compreso che tutto ciò che mi aveva detto guidava a questo punto. Quella foto in cui io e lui comparivamo insieme non era altro che un modo per dire il suo nome: Marta, e cominciare a raccontare.
Cosa è successo?, chiesi.
Non rispose. La sala si faceva sempre più buia. La luce, qui, cala presto.
Vieni, ha detto alla fine. Voglio mostrarti la casa.

*

Mi portò su per le scale. Erano vecchie, molto ripide.
Quando abbiamo restaurato la casa non potevamo permetterci di sostituirle. Le abbiamo lasciate così – mi spiegò. Chi veniva a trovarci ci chiedeva come facevamo: Non avete paura di cadere?, dicevano; ma la verità è che mi sono sempre piaciute, e anche a Marta. La notte scricchiolano. Qualche volta, se sto per addormentarmi, credo siano i passi di lei che viene a letto.

Tacevo. Alle pareti erano appesi quadri con fiori secchi circondati da passepartout color pastello, azzurro acqua, rosa antico. In cima alle scale il buio conquistava terreno. Fuori dalla finestra immaginavo il sole sostare ancora per qualche momento lungo i contorni delle montagne, poi trapassare i rami dei pini della cima, quasi eclissarsi e poi sparire, un chiarore soltanto dietro di sé, una luce indiretta che sarebbe durata ancora per qualche tempo mentre le rondini gridavano nell’aria e qualcuno usciva sul balcone per una sigaretta mentre pensava che anche questa giornata era finita.

Franco accese la luce. Un corridoio stretto conduceva a tre porte chiuse.
Quando l’abbiamo acquistata – mi disse in cima alla scala – l’unica nostra preoccupazione era andarcene di casa, stare insieme. Sai quel sentimento che si ha da giovani, come che la vita sia soltanto in attesa del nostro arrivo? Volevamo diminuire l’attesa. L’abbiamo restaurata pezzo per pezzo, stanza per stanza. Quando non avevamo più un soldo ci fermavamo. Per anni questa casa è sembrata un accampamento. Dormivamo in salotto, non avevamo ospiti perché ci vergognavamo. Io avevo cominciato a insegnare, Marta viveva di ripetizioni e di turni al bar alla sera. Di giorno studiava al tavolo della cucina. Quando tornavo a casa la trovavo seduta con tutti questi libri di arte intorno a sé.
Un giorno mi chiese se poteva usare la soffitta come studio, fintanto che non l’avessimo sistemata. Non mi sembrava una buona idea: è una stanza buia, fredda; ma Marta insisteva, diceva che aveva l’atmosfera. In quei mesi stava preparando la sua tesi; aveva deciso di concentrarsi sull’arte parietale del Paleolitico superiore. La casa era piena di disegni e fotocopie di dipinti rupestri. Guardandoli capii cosa intendeva quando diceva che la soffitta aveva l’atmosfera: sembrava di essere dentro una grotta. La lasciai fare.

Franco si interruppe: Vieni, disse. Ti mostro le camere da letto.

*

La prima stanza era semplice, spoglia. In un angolo una toeletta di ferro battuto rilanciava la nostra immagine dal suo piccolo specchio. Il piano di vetro era vuoto. Un vecchio armadio di noce occupava un’intera parete. Il letto era rifatto con cura, su una sedia un maglione giaceva abbandonato: Scusa per il disordine, disse Franco.

Ma lì non c’era alcun disordine, non c’era polvere né confusione. Pareva che quella stanza vivesse uno stallo, forse un’attesa o un rimpianto, non saprei dirlo. Un pezzo mancava, se ne aspettava il ritorno. Su un tavolino, in un vaso, stavano dei gerani. Il loro nome scientifico è geranium sanguineum: mi ricordai che all’università Franco amava quei due linguaggi, i fiori e il latino, lingue entrambe ormai in disuso, mi pare, morte come dicono alcuni o forse soltanto dimenticate e dunque misteriose. Franco dovette cogliere il mio sguardo, annuì, disse: Il giardino è sul retro. Purtroppo ormai è sera, non vedresti molto; ma la prossima volta vorrei mostrartelo.
Annuii anch’io.

Questa stanza non è la nostra stanza, continuò. La nostra stanza è in fondo al corridoio. Da lì si vedono le montagne, sembrano incombere sopra la testa. Dopo che Marta se n’è andata ho pensato che non mi appartenesse più. Ho voluto quasi trasferirmi. Adesso dormo qui, c’è tutto quello che mi serve, che a dire il vero non è molto, e nell’altra stanza, vieni, c’è il mio studio.

Mi fece entrare. Vidi una piccola libreria ricolma e una scrivania di legno scuro, un computer, delle carte riposte accuratamente sul piano, alcuni pastelli allineati sulla parete mostravano scene di montagna; una finestra aperta inquadrava la valle, in lontananza nella luce morente si intravedeva il fiume, l’aria che entrava era piena delle sensazioni della sera, il profumo dell’erba sfalciata, il rumore lontano di una motosega, l’aroma acre e malinconico delle frasche di olivo che venivano bruciate da qualche parte.

Sentivo che Franco stava soltanto rimandando il finale della storia, forse anche per trattenermi lì ancora un poco, perché poi quando me ne fossi andato di nuovo sarebbe calato il silenzio, la sera, i fantasmi di non so quali dolori con cui non riusciva a parlare o trovare il senso. Lì, fermi sull’affaccio della soglia, Franco mi guardava, forse sperava che io dicessi qualche parola che però non sapevo dire.

Franco?, chiesi infine.
Sì, rispose.
Vorrei vedere la soffitta.
Lui annuì. Sembrava volessi dirmi proprio questo: Sì, è per questo che sei qui, stavo solo aspettando che tu te ne rendessi conto.

Procedemmo fino alla fine del corridoio, là dove si trovava la loro camera di un tempo. Franco non mi aprì quella porta. Non la guardò nemmeno, guardò soltanto me che la guardavo.
Di qua, disse.
Sul soffitto si apriva una botola. Franco si alzò in punta di piedi per raggiungere la maniglia e la tirò a sé. Una scala a pioli, simile alle scale antincendio che avevo visto talvolta in alcune grandi città, calò sino a noi dal buio.
Prego, mi disse lui.
Afferrai i pioli con le mani. Il metallo era freddo contro i miei polpastrelli. Mentre salivo le mie scarpe dalla suola di gomma facevano un breve tonfo metallico. Sbucai con la testa nel sottotetto. Era buio, quasi impossibile vedere alcunché. Con le mani mi aiutai, poggiandomi sulle assi del pavimento, e entrai con tutto il corpo nella stanza. Sentii Franco salire le scale dopo di me, compresi che si era accostato al mio fianco. Immersi nel buio, gli occhi cercavano di cogliere gli ultimi sprazzi di luce che provenivano da due lucernari posti simmetricamente a nord e a sud del tetto. Cominciavano a distinguere qualcosa, una luminescenza biancastra che percorreva le pareti e il soffitto. Provai a spingere la vista più in là, capire di cosa si trattasse. Piano piano la mia mente mi restituì l’idea della carta: una carta bianca, sottile, simile a quella che i giapponesi chiamano washi. Avanzai verso le pareti, stando attento a non sbattere contro possibili ostacoli. Ma non c’era nulla, lì. Solo le pareti, il pavimento, io e Franco.

Poi cominciai a intravedere: ogni centimetro di quella stanza era ricoperto di carta, sì, e sulla carta si delineavano schizzi che piano piano presero ai miei occhi il profilo di cose, anzi no, di animali: erano bisonti e buoi dalle lunghe corna, orsi in procinto di attaccare, teste di lupo; c’era quello che somigliava a un rinoceronte, e poi gruppi di cavalli al galoppo. Scorrevo la parete sfiorando la carta con le dita e osservando corpi di antilopi e grossi carnivori simili a leonesse; qui e lì l’impronta di un dito aveva sfumato il colore lasciando il segno delle creste e dei solchi dei suoi dermatoglifi; vidi ancora piccole figure d’uomo, caricature simili a quelle dei bambini, archi e frecce saettanti nell’aria contro un animale in corsa; c’era un cane, poi il dipinto di uno stormo d’uccelli dove le ali dell’uno si mescolavano a quelle dell’altro. Preso dalla meraviglia, in un silenzio che si faceva più profondo, che non parlava più di un luogo ma di un tempo ormai sommerso, mi voltai verso Franco che mi guardava accanto alla scala.

All’inizio non lo sapevo – mi disse. Non venivo mai quassù. Per cinque anni, anche dopo che si era laureata e aveva cominciato a lavorare, Marta veniva qui, quando io non c’ero, oppure quando ero già a letto. Ha fatto tutto lei. All’inizio, quando l’ho scoperto, ho provato a convincermi che fosse solo un gioco, un modo per far rivivere qualcosa che amava, così come altri creano copie delle opere di Van Gogh o di Gauguin. Ma sentivo che c’era qualcosa di più. Cos’è che provi, tu, ora?

Tacqui per qualche istante, prima di rispondergli. Sapevo che la mia risposta, per lui, valeva molto: Paura, dissi. Mistero.
Sì, rispose lui. Non sapevo come chiederglielo. Come chiederle la ragione di questo. Cos’è questo, tu lo sai? Io ancora non lo so. Ma non ce n’è stato bisogno. Pochi giorni dopo che l’avevo scoperto per la prima volta Marta è venuta da me. Mi ha detto che se ne andava. Ha detto che non era colpa mia.
Dov’è andata?
All’inizio in un monastero sugli Appennini. Mi faceva avere, qualche volta, notizie di lei: una telefonata, una mail, anche solo una cartolina. Ma non è durata molto. Dopo che se ne è andata da lì non so più molto. Credo abbia vissuto in una comune in Puglia. Almeno, così mi ha detto la donna che è venuta da me due anni dopo che di lei non avevo più notizie. Mi ha riferito di averla conosciuta, ma solo per poco; mi ha portato i suoi documenti, alcuni suoi vestiti, una collana, delle carte già firmate in cui chiedeva il divorzio e mi lasciava in possesso di tutti i suoi beni, inclusa questa casa. Non le ho mai firmate. Per quel che ne so, siamo ancora sposati.

Mi avvicinai a Franco, ma non troppo. Ora eravamo nel centro della grotta, nel buio ormai diventato completo: E poi?, gli chiesi.
Nessun poi. Sono più di sette anni che non ne so più nulla.
Tacqui. Avevo una domanda che mi premeva fargli: Cosa credi che cercasse, Franco?

Si voltò, gli occhi rivolti al soffitto: Me lo continuo a chiedere, ma non credo di poterlo comprendere fino in fondo. Si tratta di qualcosa che soltanto Marta sa, e che forse non potrebbe nemmeno spiegarci. Negli ultimi anni ho letto tutto quello che potevo sulle pitture rupestri. Ho studiato i libri da cui aveva studiato lei e letto quello che aveva scritto. Sono stato a Chauvet, a Lascaux, a Altamira. Ho fatto l’unica cosa che sono sempre stato buono a fare: cercar di capire le idee degli altri… misticismo, riti medianici, sciamanesimo. Ma sono solo idee. Non capisco. Non riesco a capire cosa Marta cercasse davvero. Se non per una parola, che anche tu hai usato: Mistero. L’origine del mistero. E se questa stanza fosse il nostro mondo, il nostro mistero?, e le sue pitture una mappa per uscirne… Ma uscire come? E da dove?

Franco mi guardò. Non avevo risposte da dargli. Mi ricordai Marta che disegnava sulla condensa di un finestrino, quindici anni prima, poi l’immaginai dispersa più lontano, da qualche parte nel mondo, ancora viva ma diversa, non solo nello spazio ma anche nel tempo, rivolta verso un regresso che portasse a diecimila, ventimila, un milione di anni fa… tesa verso un infinito intoccabile, in fondo.

Vieni, mi disse Franco, è tardi.
Scendemmo le scale a pioli. Franco richiuse la botola. Giunti alla porta d’entrata Franco appoggiò la mano alla maniglia, si fermò, si voltò a guardarmi: Cosa dovrei fare?, mi chiese.
Sospirai: Dovresti staccarli – dissi alla fine. Toglierli tutti, metterli via da qualche parte; lasciarli lì, non guardarli più. Poi riaprire la vostra stanza, liberarla, trasformarla in qualcosa di diverso.
In che cosa? Non ho bisogno di altre stanze.
Non importa. Devi provare a riappropriarti di questa casa. Altrimenti sarà lei a rinchiuderti dentro di sé.

Franco annuì, poi riprese: E perché allora non bruciare tutto? Perché non liberarmi… – si fermò, mi guardò, comprese. Se lei fosse tornata, avrebbe avuto bisogno di recuperare il suo mistero.
Grazie, mi disse.
Di nulla, risposi. Devi farti forza.
Erano parole vuote, le mie. Non servivano a niente.

Mi sorrise con distacco. Sapeva che non avevamo più altro da dirci e che non ci saremmo visti più. Non sarei tornato a visitare il suo giardino. Il geranium sanguineum sarebbe cresciuto anche senza il mio sguardo. Poi sarebbe morto. E rifiorito ancora. Come sempre.

*

Mentre scendevo per la strada, illuminato dai lampioni della sera che emettevano una luce aranciata e sconfortante, ripensai a Marta.

Mi tornò in mente un incontro che avevo fatto molti anni prima, in montagna. Mentre seguivo un sentiero non segnalato da nessuna parte mi ero imbattuto in una grotta, e dentro la grotta c’era un uomo. Doveva avere circa quarant’anni, ma era difficile dargli un’età precisa. Era a petto nudo, con soltanto un paio di pantaloncini sdruciti addosso. In una lingua che mescolava tedesco, francese e spagnolo mi aveva chiesto se avevo dell’acqua, qualcosa da mangiare. Gli avevo dato quel poco che avevo; lui mi aveva fatto cenno di sedermi con lui. Impaurito, ma anche affascinato, mi ero chinato all’imbocco del piccolo covolo dove apparentemente viveva. Lì avevo visto tracciati dei disegni, lettere di nessun alfabeto e immagini geometriche, uomini stilizzati e animali che circolavano per quelle montagne: camosci, caprioli, mufloni dalle lunghe corna ritorte. Gli avevo chiesto chi li avesse disegnati. Lui inizialmente non pareva capire ma, dopo che glieli indicai con il dito, la sua bocca si aprì in un sorriso a cui mancavano alcuni denti: Moi, disse, mi, mi. Poi aveva preso un pezzo di carbone dal cerchio di pietre che c’era fuori dalla grotta e segnato nell’aria facendo segno di dipingere qualcosa. Avevo annuito. Mi ero chiesto – e avrei voluto chiedergli, ma come? – perché lo facesse. Le nostre lingue parevano non incontrarsi e, anche se provai in diversi modi, non trovai la maniera di comunicare con lui. Mi guardava con occhi stupiti, poi scuoteva la testa.

Ad un certo punto pensai che era tempo di ripartire. Lo salutai con la mano; vidi nei suoi occhi un lampo di tristezza. Ritornando sui miei passi, quel giorno, pensai che forse per alcuni la nozione di altrove è diversa dalla nostra: quell’uomo aveva deciso di andarsene non dal nostro spazio ma dal nostro tempo.

Oggi, mentre mi torna in mente questo ricordo, penso a Marta, e i loro interrogativi si confondono. Sul ciglio della strada mi volto indietro. Le luci della casa di Franco sono spente. Magari è al buio, forse in soffitta, domandandosi la stessa cosa che si domandava Marta, che si domandava quell’uomo, e di colpo qui, nella notte, anch’io vengo preso dal terrore, lo stesso terrore che doveva essere di ieri, cento, mille, diecimila, un milione di anni fa; nel buio e nel terrore, come ognuno di loro, l’unica domanda a cui riesco a pensare, l’unica per cui vorrei una risposta è: Dove siamo?

Tutti più felici di me

scritto da Rachele Pavolucci

Tutti più felici di me
senza guasto al motore
senza architravi, semplicemente
liberi, volatili, con orgasmi perfetti;
Tutti luminosi, incandescenti
con bocche aperte e piedi
bianchi, limati, lavati.

Io sono figlia di grano
sono figlia di falce io
e filamento che si spezza per soffio.
Ruzzolo giù tra le paglie e rido ragliando
sono fatta di pelo
odoro di cane e sterpaglia.

Tutti concentrici voi
senza correnti, con conoscenza del centro.
Io senza equilibrio, io danzante nel passo
io onda, schiuma di sasso;
io che cerco la tana e sono fatta di fango:
non costola, non pretesto
non a soddisfare bisogno.

Tremo, tremo e mi lancio
vibro e scordo d’essere spinta
da gravità terrestre.

Voi stretti in un corpo
io piena di amanti mortali
di cui porto callo e ricordo
il sapore, il tepore
del sonno.

Ascolta Tutti più felici di me letta dall’autrice

Non saper andare in bicicletta

scritto da Anna Gabriella Rusconi

Mi allaccio e slaccio il primo bottone della camicia da tre o quattro minuti; lascio passare qualche secondo di distacco tra un gesto e l’altro, così che nello specchio del bagno si sedimenti per poco la mia figura e io possa giudicarmi con occhio estraneo. Slacciato: troppo petto scoperto, su cui spiccano alcuni foruncoli e l’assenza di qualsiasi forma morbida che preannunci un seno decente. Allacciato: noiosa, secchiona, puritana.
Se arrivo in ritardo per questo motivo idiota è la volta buona che mi scavo una fossa in giardino e mi ci rannicchio in eterno, in attesa che il mondo mi dimentichi e viceversa.
L’appuntamento è alle cinque e mezza, in centro. Appena arrivata a casa ho piluccato a malapena la pasta preparata da mia madre, ho sparecchiato in fretta mentre lei e mia sorella fissavano ancora il telegiornale e mi sono gettata sotto la doccia.
Nell’aria calda e polverosa di maggio, con i capelli ancora umidi che mi cadevano sulle spalle, sono rimasta seduta sul letto in mutande, a osservare la piega carnosa della mia pancia – che si approfondisce a seconda di quanto mi rannicchi su me stessa –, i piccoli peli puntuti che mi ricrescono sulle cosce e sull’inguine, i miei capezzoli troppo chiari e troppo grandi. Ho scelto i vestiti che avrei messo, ma ho aspettato l’ultimo momento per indossarli, nel timore consapevole che mi sarei ingarbugliata davanti allo specchio come sto facendo adesso.
La settimana scorsa, per la prima volta, Elena mi ha chiesto esplicitamente di vederci, invece di lasciare che fossero come al solito le nostre traiettorie quotidiane a farci incrociare. Mi stupisco di essermi fatta così pochi problemi sul mio abbigliamento, in confronto a ora. Del resto, l’innocente occasione di aiutarla con la preparazione di una verifica di scienze ha tenuto a bada buona parte dei miei abituali retropensieri sul mio aspetto fisico; tanto più che tutto era iniziato con il tono di uno scherzo, «usa il tuo super cervello per salvarmi dal debito in scienze!». L’idea masochistica che in fondo mi stesse solo sfruttando era dolorosa – non è la prima volta che baso un rapporto di amicizia su questo tacito scambio di compiti e conoscenze scolastiche –, ma al contempo rassicurante e conosciuta. Mi ero concessa anzi di provare una certa curiosità per quel suo lato domestico: era disordinata come credevo, o avrei trovato la sua declamata collezione di CD e vinili in una fila composta? Teneva ancora i giochi dell’infanzia sugli scaffali, come me, o se ne era liberata?
In quell’occasione, l’unico guizzo di inadeguatezza l’ho provato poco oltre il cancello della sua villetta – vista molte volte negli ultimi mesi, mai esplorata –, nel momento in cui la madre mi ha accolto con il suo cardigan bianco immacolato e la manicure perfetta, «piacere di conoscerti Emma, Elena è di sopra, come sei cara a darle una mano per questa verifica!». Per camminare sul lucido parquet di mogano mi ha dato un paio di ciabatte per gli ospiti, in cui ho nascosto in fretta i miei calzini sdruciti e di due sfumature diverse di blu. L’ambiente era elegante e senile, perfetto contraltare dello stile di Elena, dei suoi anfibi, delle magliette dei Iron Maiden e dei capelli tinti di un rosso acceso.
Questa volta il quadro è del tutto capovolto: non saremo in casa, sotto il vigile occhio della madre con il suo vassoio di succhi – in bottiglia di vetro, non in un mediocre brick – e gallette con la marmellata, ma all’aperto, in un bar davanti al quale di solito accelero il passo nel timore che i suoi clienti medi giudichino il mio portamento goffo, il mio abbigliamento monocolore e informe. La proposta di Elena – sempre lei a proporre, io invece sempre muta, servizievole – questa volta non riguarda alcuna condivisione di nozioni sulla chimica organica: è un aperitivo, un semplice aperitivo. In teoria per festeggiare l’egregio voto della verifica, ma questo Elena lo ha aggiunto in un secondo messaggio, quasi due minuti dopo il primo: una rassicurazione posticcia che invece di tranquillizzarmi ha gettato nel mio stomaco una manciata di spilli scottanti, che vi languono ormai da tre giorni.
Tutta la situazione conserva ancora un retrogusto irreale. Per mesi interi non ci siamo mai viste al di fuori del quotidiano percorso che dalla fermata dell’autobus ci porta a casa, tra chiacchiere timide ma frenetiche, che si avvicendano in lotta con i minuti risicati che possiamo passare una accanto all’altra sul marciapiede. In poco meno di due settimane, a ridosso della fine della scuola, la prospettiva davanti a me è cambiata radicalmente: non più solo l’atroce stagnazione dei mesi estivi, i pomeriggi pigri e sospesi nel caldo. Un’interferenza si sta facendo largo in questo quadro definito e prevedibile: una parte di me non vuole altro, ma un’altra si dibatte terrorizzata come un animale in gabbia.
Pizzico la stoffa della camicia sul petto e sui fianchi per staccarla dalla mia pelle, che si fa già sudaticcia; spingo il petto in fuori, piazzo le mani sui fianchi e prefiguro l’evoluzione dell’alone sotto le mie ascelle in termini di sicurezza, ampiezza, rapidità di estensione della macchia umida. La previsione non è troppo grave; del resto, ho scelto appositamente questa camicia perché abbastanza ampia e di un adeguato blu scuro. Decido alla fine di lasciarne l’ultimo bottone slacciato, nella speranza che questo mi aiuti a disperdere i fiotti di calore che mi riempiranno le guance e il collo al primo sorso alcolico.
Sono due giorni che mi chiedo cosa dovrei ordinare da bere: non ho potuto confessarlo a Elena, ma non ho mai fatto aperitivo in vita mia. Almeno, non nel suo specifico senso sociale, l’unico che in fondo importi: non ha alcun valore pregresso il fatto di essermi ingozzata di Coca cola e patatine a casa di Alessio, nel tardo pomeriggio, davanti a lunghe sessioni di Smash Bros; non lo ha nemmeno il fatto di aver assaggiato a Natale i diversi tipi di gin tonic in cui si è specializzata zia Anna a partire dal proprio divorzio.
Un aperitivo in centro è un discorso completamente diverso: denuncia il tuo savoir faire, espone la tua posizione nella catena alimentare, suggerisce le tue abitudini amicali e quindi relazionali e quindi in un qualche retroterra di significati anche quelle sessuali. Insomma, il modo in cui rimarrò indecisa tra il bere un drink o un analcolico, e in cui non saprò se prendere gli stuzzichini direttamente dalle ciotoline con le mani o se farli scivolare nel palmo al riparo dalla condivisione di germi o ancora riporli in un tovagliolino per spartirli in modo equo, renderà lampante la verità che mi affanno a nascondere e che al contempo è l’unico caposaldo della mia intera, piccola vita: sono una sfigata.
Tanto più che Elena è sì di terza, e non di quinta come me, ma frequenta già dall’anno scorso gli studenti che quest’anno sono diventati universitari, e segue i loro ritmi, i loro canoni estetici, i loro coprifuochi laschi e l’abitudine di andare per pub e concerti serali a Milano.
Mentre rovisto nel cesto della biancheria da stirare, alla ricerca di un paio di calzini accoppiabili, rimugino per l’ennesima volta sul fatto incredibile che Elena mi abbia preso in considerazione come persona degna delle sue chiacchiere, anche solo in quella manciata di minuti giornaliera che dall’inizio del nuovo anno abbiamo iniziato a trascorrere insieme. Non l’avevo mai vista nel nostro quartiere, e in effetti mi ha confidato dopo i primi scambi di parole di essersi ritrasferita quest’anno dalla madre, dato che il padre è tornato a vivere in Sicilia per lavoro, ma lei vuole terminare gli studi nel nostro liceo.
Dopo il liceo, non sa bene che fare. Le piace la musica, suona la chitarra e scrive canzoni tristi che si è arrischiata a farmi leggere, e su cui le ho dato dei consigli forse pretenziosi, ma che lei ha ascoltato attentamente. Dice di ammirare molto la sicurezza con cui io sembro avere il mio futuro in tasca: la futura laurea in ingegneria, il lavoro nell’ambito della consulenza industriale, lo studio attento dell’inglese per trasferirmi all’estero. Io le ripeto che è normale che lei non abbia ancora le idee chiare, e soprattutto le taccio che non ci vedo niente di positivo nella mia compassata programmazione del futuro – sono incapace di riadattarmi al minimo urto, impregnata dal timore del passo falso. Ma lei non vede tutto questo: mi punzecchia quando scopre le mie lacune musicali, ma ammira la mia tuttologia basata su lunghi pomeriggi davanti a Wikipedia, documentari e video divulgativi su YouTube.
Ho pensato a lungo che mi consultasse come una sorella maggiore, una sorella maggiore un po’ sfigata e nient’altro. Poi però ha gettato tra di noi quella frase, dopo i pochissimi messaggi che ci eravamo scambiate per organizzare il pomeriggio di studio a casa sua: «Ti va di fare aperitivo insieme tipo venerdì?».
Certo che mi va. Non c’è cosa che mi vada di più sulla faccia della Terra di uscire con te, poterti parlare senza l’angoscia di quella conosciutissima striscia di cemento che si cancella sotto i nostri piedi, senza i soliti argomenti scolastici a intrappolarci e mangiar via buona parte delle nostre conversazioni. Ma il respiro è così corto, le fitte al basso ventre così forti, il pizzicore del cuoio capelluto grattato troppo forte sotto la doccia così insistente che una parte di me vorrebbe rannicchiarsi in una parentesi temporale e rimanervi, immersa in una placenta esistenziale in cui questo appuntamento non è stato nemmeno ipotizzato, in cui io non accado e tu non esisti, e in cui insieme alla possibilità di stare bene scompare anche il suo puntuale corrisposto emotivo: il terrore di stare male.
Dalla scrivania dove l’ho abbandonato, il mio cellulare lancia una vibrazione aggressiva. È Elena: «Io ci sono!»
Rispondo in fretta, la realtà mi ricade addosso, mi invischio di nuovo nel tempo che cammina marzialmente lungo il suo percorso a prescindere da me: sono le cinque e ventisette.
Infilo le scarpe e mi getto in salotto: mia madre sto guardando una replica di Grey’s Anatomy con indosso i guanti di gomma, gialli e spessi, con cui lustra la cucina ogni pomeriggio.
«Dov’è Sofia?» chiedo in cerca di mia sorella con lo sguardo: sono passata a fianco di camera sua ed era vuota.
«È già uscita» dice mia madre senza staccare gli occhi dallo schermo.
Mi pietrifico, e al contempo il sangue inizia a pomparmi nelle vene con prepotenza, mi scalda la faccia e le orecchie, mi confonde l’udito.
Sofia aveva promesso di darmi un passaggio in auto mentre andava a lezione di yoga. Come al solito svagata, egocentrica, non è bastato ripeterglielo per due giorni di fila perché se ne ricordasse. Avrei dovuto ripeterglielo qualche ora fa, è colpa mia, so com’è fatta, è un’idiota – ora che faccio?
Chiamo Sofia. Una, due, tre volte. Il cellulare vibra nello zaino abbandonato nei camerini, lei è già immersa nei suoi esercizi di respirazione, si riconnette al mondo, schiude i chakra, mentre io mi immagino nell’atto di strozzarla a mani nude, al pensiero della nostra unica automobile parcheggiata fuori dalla sua palestra di merda.
Un mal di pancia lancinante cerca di piegarmi in due ma non ho tempo nemmeno per questo, l’agitazione mi fa dimenticare i sintomi dell’agitazione stessa. Non posso andare a piedi, il centro dista almeno mezz’ora. Devo andare in bicicletta.
Rovisto nei miei cassetti, trovo la chiave della catena.
La mia bici. La uso solo in vacanza, quando i miei genitori si decidono a trascinarci in campeggio. È una vecchia bici passatami da mio cugino anni fa, con dei finti graffiti bluastri sulla canna, e la ruota dietro che cigola e che non mi decido mai a mettere a posto.
Riesco a vedermi. Riesco a vedere la scena patetica di cui mi sto per rendere protagonista.
Io che mi faccio largo per il centro in sella alla mia vecchia bici, la mia ridicola bici da ragazzino delle medie. Pedalo lungo la mia traiettoria oscillante, e sudo nella mia camicia blu scuro.
Elena mi aspetta seduta al bar che ha proposto lei stessa, non ha ancora ordinato per cortesia nei miei confronti, ma fa caldo, ha sete, vorrebbe avere già il suo spritz in mano. Accavalla le gambe lunghe, chiare, sempre depilate, attira gli sguardi del giovanissimo cameriere e forse anche di qualche cliente bavoso, controlla l’ora sul cellulare, sistema nel riflesso scuro dello schermo i ciuffetti della frangia e si accerta della simmetria dell’eyeliner.
Mi vede arrivare, non può farne a meno. Mi osserva alle prese con la pesante catena olandese affibbiatami da mio padre, mentre cerco di assicurare sia la ruota davanti che la canna della bici. Non riuscirà a trattenere una parte del proprio subconscio dal paragonarmi ai suoi amici, che la vengono a prendere in macchina per portarla fino in Darsena a Milano.
E io sono in ritardo, l’agitazione rallenta ogni mio gesto perché scompiglia la logica dei miei gesti, mi scopro a fare movimenti convulsi e ripetuti, non riesco a chiudere la catena della bicicletta. Sudo, sudo e sudo. Elena mi fissa, mi giudica, si chiede se qualche conoscente l’ha vista lì da sola, a un tavolino in pieno centro, ad aspettare quella secchiona, quella faccia anonima della 5^F.
E se non trovo una rastrelliera in centro? Dove si possono lasciare le biciclette in quella zona? Elena mi vede trafelata, la fronte lucida di sudore, mi sente farfugliare decine di scuse e devo passare oltre, in cerca di un lampione, un cancello, qualcosa a cui legare la mia bicicletta. E se la catena ingombrante non è abbastanza lunga? È ridicolo ma non ho idea di cosa si faccia in questi casi, non uso mai la bicicletta in giro per la città. Devo legare la canna? E se mi rubano le ruote? Mi vedo al tavolino con Elena, rattrappita sulla sedia, con la testa pesante per l’assaggio di alcol e la camicia pregna di sudore freddo, che fisso il ghiaccio sciogliersi nel mio drink mentre non sento cosa mi stia dicendo Elena, riesco solo a pensare alla mia bicicletta, la bicicletta che forse mi stanno rubando, o peggio, che qualcuno fissa pensando “guarda ‘sto coglione come l’ha legata, se gliela rubano un po’ se lo merita” – non si limita a pensarlo: questo qualcuno lo dice ad alta voce, dà di gomito all’amico, insieme chiamano tutte le persone che passano per il centro pedonabile, venite a vedere questa bicicletta ridicola, legata male a un’inferriata. Un capannello di persone deride la mia bici, prende a calci le ruote, mi aspetta per sfottere anche me.
Mi siedo sul letto, apro la chat con Elena.
«Scusami» digito, «ho avuto un imprevisto e non riesco a venire, mi spiace un sacco».
Lei, immediatamente, il cellulare già tra le mani: «Ah ok… tutto a posto?»
«Sì tranquilla» mi affretto a mentire, «un mezzo casino in famiglia, niente di grave ma non posso uscire. Scusami ancora. Ci vediamo lunedì?»
«Parto per il mare domenica mattina.»
«Ah cavoli. Vabbè sentiamoci quando torni ok?»
Elena lascia passare tre minuti in cui il cuore mi si ingolfa di lacrime, che risalgono fino ai miei occhi e appannano la vista del suo tardivo e laconico “ok”.
Non so quanto starà via. Non riuscirò a chiederglielo. Non riuscirò a riscriverle io. Probabilmente, lei non lo farà. E dall’anno prossimo quella breve strada insieme non la percorreremo più.

Spengo il cellulare, lancio via le scarpe, mi sdraio sul letto. Un frignio mi sale per la gola, incontrollabile, e tutto il petto inizia a stropicciarsi sotto il peso del pianto che lascio affiorare sulla mia faccia. Il caldo asciuga in fretta le lacrime, e mi lascia le guance secche e pizzicanti.
Il battito cardiaco impazzito rallenta, mi ritraggo nel mio guscio, immersa in una calma triste. Una piccola parte di me si sente quasi rassicurata, come se quest’esito fosse ciò che mi sarei dovuta aspettare fin dal principio.
«Emma?»
Mi sfrego rapida gli occhi con le mani e mi volto verso mia madre.
Non bussa mai per entrare in camera mia, e sono abituata alle sue violazioni della mia stanza; questa volta però è in preda a un pudore sconosciuto: ha aperto la porta ed è rimasta lì, appoggiata allo stipite.
«Ma non dovevi vedere un’amica? Non vai più?»
Risentire la mezza verità che le ho rifilato in questi giorni sostituisce una preoccupazione pungente allo sconforto e alla vergogna. «No alla fine no» mugugno, «ci vediamo più avanti, tanto abbiamo tutte le vacanze…»
È evidente che qualcosa non va, ma l’ostinazione con cui rimango muta e curva la rende indecisa. Mi guarda con le braccia conserte, la faccia triste e perplessa, senza sapere cosa dire. Non sa se scuotermi o consolarmi, torchiarmi o lasciarmi il mio spazio. Posa sempre il suo sguardo su di me come su un oggetto bello e inutilmente complicato; un oggetto non generato dal suo corpo, ma comprato in qualche negozio d’antiquariato sull’onda di un’ispirazione che si è affievolita nel tempo.
Lei sospira. Io sento l’impulso di scusarmi, non so per cosa.
E un ricordo mi trafigge il cranio: ho cinque o sei anni, e mia madre mi sta insegnando ad andare in bicicletta. Io pedalo con il cuore in gola lungo la strada sterrata di uno dei campeggi della mia infanzia, confusa dalle marce ma esaltata dall’adrenalina che si riverbera nel mio piccolo corpo abbronzato e coperto di polvere terrosa; mia madre trotta accanto a me tenendo il portapacchi della mia bicicletta per aiutare il mio equilibrio. Andiamo sempre più veloce, la sua stretta si fa sempre più leggera, «ti tengo!» mi dice.
Io pedalo veloce, con lo sguardo fisso davanti a me, dove la strada del campeggio si perde tra i pini marittimi, e in lontananza si vede il mare. Pedalo come se dovessi tuffarmici, senza pensare a niente, e a un tratto sento la voce di mia madre lontana dietro di me: «bravissima!».
A un certo punto si è fermata, ha lasciato la presa, non me ne sono nemmeno accorta: so stare in equilibrio da sola.
I pedali vorticano, le mie gambe ormai non fanno più nessuno sforzo, sento la testa leggera. Scoppio a ridere.

Torta di mele

scritto da Francesco Ceffa

E giù terra. Terra che cade sulle cosce, sulle ginocchia sbucciate. Sugli stinchi. Che cade sui pantaloni, laceri e bucati, rovinati dal lungo strisciare sull’erba e tra i sassi, nella terra. Terra che cade sulle scarpe, dentro le calze, dentro le tasche più volte perquisite e piene ormai solo di terra, di sassi. E terra e sassi sopra la pancia scoperta, dentro l’ombelico, sui fianchi. Le costole coperte dalla terra. Terra che cade sulla cintura, sopra la maglia, sulla maglia bianca e sollevata e sporca d’erba. E altra terra e altri sassi che cadono sulle braccia, sulle mani, fra le dita. Continua a leggere

Malasole

scritto da Gabriele Bordogna

Mi avevano detto che sarebbe stato il suo ultimo inverno.
Ancora una stagione, cinque mesi sotto le sferzate dei venti di quota e poi basta, pace; i suoi pezzi li avrebbero tolti e messi nei cassoni giù a valle, e poi li avrebbero fusi, o li avrebbero tenuti lì ad aspettare che persino la ruggine se ne dimenticasse.
Io allo skilift Malasole ci tenevo. E mi è dispiaciuto quando mi hanno detto che sarebbe stato il suo ultimo inverno. Continua a leggere

La bestia sbagliata

scritto da Max Di Mario

Le mattine non hanno tutte l’oro in bocca
ma più spesso un retrogusto di vodka
che è ferita metafisica nello specchio del fiato
mi spezzo mi piego e mi spoglio delle foglie
facilmente, come un ramo
come Remo so solamente invidiare
il destino del gemello giusto
fondatore di imperi benedetti da dei
che io sono capace soltanto di bestemmiare
è difficile trovarmi nelle pagine che scrivo
spiare oltre gli argini di cirri e ciminiere
in un città di ghepardi da tastiera
recitare la mia parte di fragile erbivoro
da sempre la bestia giusta al momento sbagliato
è evidente,
sono un bag del sistema, un insetto sterco
sono il terrapiattismo per la filogenesi
un errore imprevisto nella classificazione di Linneo
un repellente neo peloso sotto l’occhio di Darwin
Rewind. Pianosequenza in un’anonima classe delle elementari
Suor Rosa, tenero bocciolo con bicipiti da Undertaker
avvolto nella sua custodia di nera ossidiana
ci affibbia una lettera da abbinare a animali
scatenando una pioggia di G come gatto, di C come Cane
di L come Lupo, di R come Rana
e di Z come Zebra che la mandano in sollucchero
fino ad arrivare a Max, con la sua P
come, ovviamente, Petauro dello zucchero
e giù scrosci di risate, come aghi sottopelle
piccole bocche malvagie e licantropici dentini
di futuri questori, fashion blogger e banchieri
lo sguardo di Suor Rosa
lo stesso di Schwarzenegger
quando pronuncia il suo fatale: Hasta la vista baby
e io stringo geloso il mio Petauro, al petto
sotto gragnole di scherno e di T come Topo
prendo coraggio, dico: l’ho letto in un libro!
è un marsupiale dotato di membrane dette patagi
vive in Nuova Guinea, ve lo giuro, esiste
è uno scoiattolo che vola
una M come Mucca per poco non mi acceca
Suor Rosa mi solleva, gonfia il collo taurino
scambia di posto le mie costole come un cubo di Rubik
mi chiede: perché insisti a prenderci per il culo?
Cos’hai contro il Pollo, il Pinguino, la Pecora
se vuoi fare l’originale scegli il Pitone, il Puma
Ma non stuprare con la fantasia la perfezione della natura
mangia merendine, gioca a calcio
suona Fra Martino col flauto, come tutti
invece di insistere ad infilartelo nel naso
Spera di essere un Re Magio alla recita di Natale
invece di sperare di essere l’asino
il mondo è così, puoi essere soltanto l’animale che sei nato
puoi avere occhi di aquila, o essere talpa, cieco
ma non puoi essere uno scoiattolo alla conquista del cielo

a casa rispondo che va tutto bene, prima di rintanarmi
nella mia giungla divano
Nuotando nella testa assieme agli ornitorinchi,
imitando gli starnazzi di emù e kookaburra,
e ammirando le feci quadrate di un vombato
mentre rimetto in ordine le spalle lussate
senza sapere che un giorno un conato di noia
per ragli uniformi, omologati muggiti
dopo un lungo curriculum fatto di sbagli
di amori dadaisti e vodke in bocca al mattino
mi porterà a squittire in un modo solo mio
irsuto roditore che plana nell’alba
felice, chiamando i suoi versi poesia,
di essere al momento giusto la bestia sbagliata.

Ascolta La bestia sbagliata letta dall’autore

Il mondo selvatico

scritto da Belisario A. Laveneziana

La prima volta che ho incontrato Matilde è stata tre giorni fa. Aveva addosso una maglia fino alle ginocchia che lasciava scoperte delle striature bianche sulle cosce e un tatuaggio tribale che le faceva apparire le gambe come le zampe di una zebra.
Ha teso la mano nel vuoto della stanza, con ancora gli occhi semichiusi e il caschetto scapigliato, Matilde¸ prazer, mi ha detto, solo questo. Continua a leggere

Tempesta imperfetta

scritto da Max Di Mario

Tu che ti svegli
tra le macerie della notte
stretto da pareti di fogli A4
imbrattati degli ultimi bisbigli di sogni
nascosti nel cassetto di qualcun altro.
Tu che ti addormenti scarafaggio
per risvegliarti uomo,
che lavi i denti dopo i pasti
per un sorriso seducente a questo specchio vuoto:
sei sia la gallina che l’uovo.
Sei nato prima di inventare te stesso
ma hai calato le braghe dopo esserti pisciato addosso.
Così non va sorella
e fratello, credimi, stai messo male.
Da animale a animale, di sociale hai solamente
la tendenza a fantasticare su quale sarà la prossima hit dell’estate,
finché non interviene la nobile arte del dissociare:
mente e mani, cervelli e peni, vescica e reni,
e allora dici bisogna fatturare
bisogna fratturare ulne tibie scapole omeri frantumare omero dante
e pezzo per pezzo piazzare dei bot dei bond gli stock la glock qui in front
Oh!
Mio nonno bracciante lucano smottava la terra
perdeva la guerra di troia contro la servitù della gleba
sopravvissuta zitta zitta nel sommergibile della storia.
Mangiava controfiletto di merda, direttamente dalla scodella,
finché non ha mollato la zappa ed è salito, su
dal battiscopa pieno di polvere all’aria pura della finestra.
Sul carro del venditore.
Sul: carissimo compagno lavoratore
eccoti un bel contratto, l’appartamento all’angolo nel palazzo, il conto in banca,
saluta il calanco e abbraccia il Nord Est che produce,
bacia la croce e saluta il duc…ssssssh!
Ma pensalo e basta, perché non si dice.
Ora addormentati e risvegliati
felice.

Ma non basta.

C’è nei tuoi occhi, sorella, la cresta di un’onda,
c’è nella tua pancia, fratello, una sorgente che sgorga,
c’è una vecchia favola che nel tramonto rimbomba,
un gigantesco drago addormentato
che sogna i suoi sogni di fuoco nell’ombra,
un gregge di pecore nere, smarrite nei crepacci del mondo,
che belano la loro rivolta
alla spalle indaffarate del roveto ardente,
finché non interviene la somma arte del sussurrare:
parole e voci, respiri e fedi, stanchezze e schiene
e allora dici bisogna complicare
bisogna compitare cifre, ore, notti, gradini, compilare bilanci e grafici
e pezzo per pezzo spezzare
il pane e rendere le disgrazie, realtà.
Occupare il nostro piccolo spazio.
Rimanere in silenzio.
Lasciando scorrere una poesia
accendersi, un istante poi via
nell’oblio dispettoso del fiume Lete
concedendo alle nostre orecchie, la libertà
di decidere se combattere
per la tempesta o per la quiete.

Ascolta Tempesta imperfetta letta dall’autore

Inseparabili

scritto da Mattia Grigolo

C’è un uomo e una voliera adagiata ai suoi piedi. Quest’uomo volge lo sguardo al cielo come ad aspettare, con serafica calma, che qualcosa gli cada addosso. Invece sta cercando. Mi avvicino.
«Cosa succede?»
«Il mio pappagallo è scappato. Dev’essere tra quei rami.»
Seguo con lo sguardo la sua stessa direzione. Poi torno sulla gabbia, dentro c’è un altro pappagallo. È minuto, le ali verdi, il petto giallo, la testa e il becco rossi. Continua a leggere

Mi scusi, lei vive da sola?

scritto da Stefania Maruelli

Sono arrivati in cinque. Francamente mi è sembrato un dispiegamento di forze eccessivo. Non tanto i tre della guardia medica, ma i due poliziotti, quelli proprio non me li aspettavo. Come mai la polizia? ho chiesto alla ragazza che mi misurava la pressione.
È la prassi, mi ha detto lei sorridendo, non preoccuparti. Intanto però un poliziotto aveva acceso una torcia – una piccola torcia che mi ricordava quella che usavamo io e mia sorella da piccole quando restavamo al buio e disegnavamo figure luminescenti sulle pareti della cameretta – e aveva preso a percorrere il corridoio, senza neanche chiedermi il permesso, aveva aperto la stanza dell’abbandono, quella dove dopo due anni c’erano ancora scatole da cui con Luca tiravamo fuori cose al bisogno – libri, vestiti, vecchi film – era un po’ il segno del nostro cedimento, o della nostra poca costanza, e mi dava fastidio che un poliziotto fosse lì con una torcia a mettere in luce la cosa. Poi per fortuna ha richiuso la porta ed è andato avanti, fino alla camera da letto e al bagno: sarà stato deluso di non aver trovato tracce di sangue nemmeno laggiù. Continua a leggere