Ultime spiagge infuocate

scritto da Matteo Quaglia

1. Marianna mi telefona e dice che deve parlarmi di due cose importanti. Non faccio in tempo a chiederle come faccia a avere il mio numero, che inizia a parlare. Dice la prima è che gli hipster di dieci anni fa ora hanno soldi a sufficienza per aprire locali in cui servire cocktail dentro i vasetti della marmellata. Sospira. È quasi impossibile bere un Pim’s con il Ginger ale da un bicchiere normale, dice Marianna. È estate e fuori dalla finestra l’umidità dipinge aureole intorno ai lampioni accesi. Marianna dice la seconda è che un mio amico, un attore, un motociclista che ho frequentato per un certo periodo, dopo che me ne sono andata da Trieste, ora non si sa che fine abbia fatto. Chiedo a Marianna cosa intenda, lei risponde che deve andare, ne riparleremo ma non al telefono, e in effetti riattacca. 2. Ho sempre associato la parola “scomparsa” a “violenza”. Forse è colpa della televisione, o magari ho poca immaginazione e basta. 3. L’ex di Marianna non è l’unica persona a essersi volatilizzata. La stessa Marianna non la vedevo da cinque semestri, ossia da quando l’ho accompagnata a prendere il Freccia Rossa per Milano, lei mi ha dato un bacio sulla fronte e mi ha detto restiamo in contatto, solo che poi non l’abbiamo fatto. Le persone scompaiono di continuo, così ho letto in un libro. La notte in cui è partita ho sognato di scappare da uno stormo di corvi, correvo sulla battigia, ma la sabbia era umida e finivo per sprofondare. Ora Marianna è riapparsa e calca il presente come se non fosse mai uscita di scena. 4. Il giorno seguente mi ha chiamato mio cugino. Mio cugino ricorda l’idea che uno si fa dei malavitosi sudamericani guardando certe serie tv su Netflix. Ora che si è rasato i capelli, però, sembra piuttosto un sole a cui abbiano strappato tutti i raggi. Con la sua voce delicata, mio cugino mi ha detto che ci saremmo dovuti incontrare al solito bar, per bere una birra e parlare di una cosa. Gli ho detto va bene. A quanto pare, in questo periodo sono in balia dei misteri. 5. Marianna si presenta a casa mia con occhiaie da panda. Il suo vestito sembra mezzo bruciacchiato, le chiedo cosa ti è successo?, lei solleva un sopracciglio e risponde che è sopravvissuta a un tentativo di incendio doloso nel negozio cinese dove era andata a comprare un elastico per capelli. Dice le persone hanno smesso di preoccuparsi del prezzo del petrolio, a quanto pare. Dice oggigiorno a finire nei guai è un attimo. 6. Marianna si sfila i pochi vestiti che ha addosso e si stende nel mio letto. Ci accarezziamo, comincio un complicato massaggio ai suoi muscoli cervicali, poi ci addormentiamo. Quando mi sveglio, Marianna non c’è e non ha lasciato nemmeno un biglietto. 7. A proposito di scomparse. Un tempo andavo spesso dai miei nonni, nel weekend, o in estate. Un piccolo paese di montagna. Avevo un amico, Piero, che amava giocare con i pupazzi dei supereroi, con Action Man, quella roba lì. Tesseva trame ingarbugliate su chi dovesse salvare il mondo e chi distruggerlo. Aveva un’attitudine punk. Poi è cresciuto e alla fine è scomparso. Per un po’ l’hanno cercato, infine hanno detto che era scappato di casa. 8. La sera incontro mio cugino in un bar gestito da cinesi poco distante dalla stazione dei treni. Arriva con la sua moto. Fa ancora caldo e, quando la ragazza dietro il banco ci porta le birre, su tutta la superficie si sono formate delle goccioline. Mio cugino dice non capisco come facciano le bottiglie a sudare. Parliamo di lavoro, di rimedi per la bassa pressione, di film, poi mio cugino mi allunga lo zaino da cui non si separa mai. Dice ho bisogno di un favore. Prendo lo zaino e lo apro e dentro c’è una pistola. Che favore?, chiedo. La potresti custodire tu?, chiede lui. Poi scoppia a ridere e ordina un altro giro di birre. 9. Il mio lavoro consiste nel prendere nota delle persone che vengono a ritirare cd e videocassette. Sono un dipendente. Il proprietario mi ha anticipato la sua intenzione di riconvertire la videoteca in un panificio. Ha detto non so, magari ti può interessare. Ha detto i tempi evolvono. Io mi sono stretto nelle spalle e gli ho risposto che fa bene, che i pariolini di diciott’anni sono gli ultimi veri romantici. Senza nemmeno guardarmi mi ha chiesto di mettere in ordine alcuni nastri. Inizio a sentirmi soffocare, per il caldo e la sottile violenza sottesa di queste giornate. 10. Se a un certo punto del dramma compare una pistola, bisogna che prima o poi spari. 11. Marianna continua a entrare e uscire dalla mia vita come se il tempo fosse una zanzara appena liberata dal suo sarcofago d’ambra. Aleggia tra cucina e camera, scompare, riappare, tanto che, a volte, penso di vivere nei ricordi. Guardarla troppo a lungo è come fissare il sole. Quando era partita, di lei se ne erano dette di ogni. C’era chi diceva che Marianna fosse impegnata in una missione umanitaria, nel Nord Africa. Altri parlavano di prostituzione, di cinema, di droga. Poco dopo la partenza di Marianna per Milano ho lasciato l’università e ho iniziato a lavorare. 12. Che a conti fatti è il motivo per cui ora Marianna si è riaffacciata nella mia esistenza. Il motivo per cui continua a importunarmi, anche se non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura. 13. Marianna mi ha raccontato che il suo ex, l’attore scomparso, ha recitato in alcuni film di serie b. Più che altro ha fatto la comparsa, ha detto Marianna. Ha interpretato un sacco di personaggi discutibili. Mai il cattivo principale, sempre un comprimario. Uno di quelli che finiscono ammazzati senza che nemmeno ti eri accorto della loro presenza, ha detto. Non appena ha ripreso sufficiente confidenza, Marianna mi ha chiesto se potessi controllare, nell’archivio della videoteca, se ci fossero i film in cui quel suo amico è comparso. Le ho detto perché non lo fai tu? Lei ha sbuffato. Secondo Marianna, il mistero della sparizione del suo ex è legato a uno dei film in cui ha recitato. 14. Ciò che non ammetterei nemmeno sotto tortura io, invece, è che la ricomparsa di Marianna mi fa piacere, anche se mi sento un po’ usato. 15. Quando Piero scappò di casa, anche su di lui iniziarono a circolare voci. Per qualcuno era stato risucchiato dal bosco friulano, secondo altri si era consumato per via delle brutte abitudini. I miei mi chiesero se sapessi dove si fosse cacciato, io risposi che quel tale lo conoscevo a malapena, ormai. 16. Nelle storie di fantasmi la violenza è sempre ricercata. Mi viene in mente “Rispetto” di Ammaniti. Uomini nudi che inseguono ragazze come cerbiatti e poi le seviziano per puro gaudio. Nelle storie di fantasmi c’è sempre un qualche tipo di spiegazione. 17. Ho tirato giù una lista dei film in cui l’ex di Marianna è comparso, il che è stato parecchio complicato, perché alcune di quelle pellicole le trovi a stento, su Google. In compenso, in videoteca avevamo molte di quelle pellicole. Ciò non significa che mi sia sorbito tutti i lungometraggi in questione. Ma anche solo skippare fino alla fine ha richiesto un certo impegno. 18. In un film l’ex di Marianna interpretava un discepolo di Jodorowsky, un esule cileno che frequentava il regista per un certo periodo, fino a quando i due litigavano per una divergenza su certi poeti. Jodorowsky allontanava il discepolo, che poi faceva una brutta fine (veniva rapito e torturato: mani esperte infilavano dei topi nel retto dell’uomo. I topi lo divoravano dall’interno). 19. Ho nascosto la pistola dentro la custodia di una videocassetta di Amarcord. La scelta mi è parsa azzardata, ma anche sensata. 20. In un altro dei film in cui l’ex di Marianna compare, il personaggio che interpreta muore a causa di un male incurabile. Il personaggio appare al minuto quarantadue, steso in un letto d’ospedale, in mezzo a altri malati terminali. Non recita nemmeno una battuta, ma muore bene. 21. Avrò guardato diciotto film e l’amico di Marianna è sempre uguale, magnificamente abbronzato, biondo, di quel biondo che provoca invidia (sì, anche da malato). È morto in almeno undici modi diversi. La sua scomparsa più creativa? Mentre scappava da un raid aereo è inciampato, ha battuto la testa e ciao. 22. Oggi Marianna porta lo stesso abito a fantasia floreale che indossava il giorno in cui mi ha lasciato. Quando glielo faccio notare, dice che è un caso. Sediamo in un bar del centro. Lei insiste molto sulla mia ricerca. Hai trovato qualcosa di interessante sul mio amico?, chiede. Rispondo che sono sulla buona strada. Dico sento che sto per scoprire qualcosa di importante, anche se non è vero. Marianna resta in silenzio, poi mette una canzone di Calcutta sul suo iPhone. Dico bella questa canzone, lei scuote la testa. Dice quando ci frequentavamo tu ascoltavi tutto un altro genere di musica. Resto in silenzio, in attesa che il caffè si freddi. Che musica ascoltavo?, chiedo. Lei mi guarda. Musica inglese, risponde. Musica scandinava. Ecco chi eri. Dico di sì, è vero, anche se non ricordo di aver mai ascoltato quel genere di musica. 23. È sera. Ricevo un audio da mio cugino su WhatsApp. Con voce ferma, fiera, mi dice di essere nella merda. Poi scoppia a ridere. Io sono in piscina, ma all’improvviso non ho più molta voglia di nuotare. 24. Se la pistola che compare non spara, forse Cêchov si sbagliava. O, forse, quella pistola ha già sparato. 25. Il giorno seguente il cielo è velato, ma il caldo ti appiccica la pelle alle ossa. Sento gli occhi secchi. Credevo di aver guardato tutte le pellicole in cui l’ex di Marianna è comparso, invece da una ricerca ho scoperto che mi sbagliavo. Secondo Wikipedia c’è un ancora un film, mai distribuito. È un falso documentario di una rapina finita male. Trama scarna. Girato con telecamera mobile. La parola inglese è mockumentary. Lo schermo ti racconta una storia e tu pensi che sia vera, e invece non lo è. Penso ai bagnanti di Lignano Sabbiadoro e un po’ li invidio. 26. Il falso documentario in cui ha recitato l’ex di Marianna ha un nome lungo, che potrebbe far pensare al titolo di un racconto di Wallace. Si chiama “Un modo semplice per finire ammazzati nel pomeriggio assolato della Milano da bere”. Sottotitolo: “La borsa o la vita”. 27. Il che mi fa venire in mente mio cugino. Lui studiava cinema a Milano e quando tornava a Trieste mi raccontava di come la vita fosse di un altro livello, nelle metropoli. Quando gli chiedevo cosa intendesse, si stringeva nelle spalle e faceva la sinossi di storie sentite più volte. All’epoca, mio cugino diceva di voler fondare un’avanguardia, in cui mischiare cinema e vita di strada. Poi mollò l’università. Quando tornava a Trieste per le vacanze, però, aveva sempre un mucchio di soldi da spendere. Ci trovavamo per raccontarci di come andassero le cose. Sia lui che Marianna stavano a Milano da più di un anno, ma non ebbi il coraggio di chiedergli se erano vere le dicerie sul loro conto. 28. Mentre cerco informazioni su quel falso documentario, mi imbatto in un sito che recensisce film Pulp. Scopro che quel mockumentary parla di una gang di motociclisti che compie varie rapine a mano armata in certe zone della Brianza. La trama è così finta e brutta da sembrare vera e bella. Ci sono le foto degli attori che hanno preso parte alla pellicola. Eccolo lì, l’ex di Marianna. Sempre bello e biondo. Secondo il trafiletto finale i fatti narrati sono realmente accaduti. 29. A un certo punto, intorno ai quattordici anni, io e Piero avevamo iniziato a essere importunati da alcuni ragazzi più grandi. Futuri boscaioli, lì nel paese dei miei nonni. Gente che ti odiava solo perché venivi dalla città. Più che altro, importunavano Piero. 30. Uno a un certo punto si stufa di tornare a casa tagliuzzato. O, almeno, Piero si era stufato. Se ci ripenso, la realtà di quei giorni sfuma nell’aria bollente che vibra sopra l’asfalto. 31. Non trovo la possibilità di guardare il mockumentary nemmeno su qualche sito pirata. Solo immagini estrapolate, di qualità scadente. Una di esse riguarda l’armamentario della gang. Non capisco se siano le armi utilizzate nel falso documentario, o quelle che hanno accompagnato le scorribande della vera gang di motociclisti. Una di quelle pistole, però, è molto simile a quella che sto custodendo in videoteca, o così mi pare. 32. La pistola Piero l’aveva presa nella sua città, da un marocchino, che girava dentro una Peugeot 106. Vendeva vestiti, se uno non sapeva cosa chiedere. Cosa vuoi fare?, gli avevo chiesto. Lui si era stretto nelle spalle. All’epoca era appassionato di Death Note, un manga in cui il protagonista era in grado di uccidere le persone scrivendo il loro nome in un quaderno. A volte Piero diceva che avrebbe voluto anche lui un quaderno del genere. 33. Quando il mio turno in videoteca finisce, il sole è ancora alto nel cielo. Ecco cosa odio dell’estate: che uno non si riesca mai a orientare. Che non ci si possa fidare delle percezioni sensoriali. 34. Il giorno prima che lei partisse per Milano, io e Marianna eravamo andati a dormire sulla collina. Mi ero svegliato all’alba e Marianna era stesa accanto a me, sotto il sole debole di settembre. Eravamo sdraiati su una coperta di pile, sua madre ci aveva preparato dei toast. Marianna si era alzata sui gomiti e aveva detto che restare le era impossibile, io le avevo chiesto perché, ma lei aveva cambiato argomento. Aveva sorriso e si era sdraiata e per il resto della mattina eravamo rimasti lì, stesi, a cercare di abbronzarci la faccia anche se il cielo era velato. 35. Mi fa sempre un certo effetto tornare a casa dal lavoro e trovare qualcuno ad attendermi sul pianerottolo. Marianna è avvolta in un cappotto, sembra uscita da Casablanca. Entriamo e ti spiego, dice. L’ho già detto che i capelli biondi di Marianna ricordano una spiaggia che va a fuoco? 36. Marianna accende la tv e gioca per un po’ con il telecomando. Sono persa, dice infine. Anche tu?, le chiedo. Lei fa una smorfia, infine mette sul tg. Guarda un po’ qui, dice. Il servizio parla di un cadavere trovato trovato in un pozzo, con un foro in fronte, a qualche chilometro dal paese in cui abitavano i miei nonni. Guardo Marianna. Non è lui, dico. Il tuo ex. Lei resta in silenzio. Lo so, risponde. Dico a Marianna dai cambia canale, non è il tuo ex, non vedi che deve essere morto da anni? Lei non mi ascolta. Il servizio seguente è incentrato sulla rapina al portavalori compiuto da una banda di motociclisti. Le dico ho scoperto che il tuo ex ha recitato in un falso documentario su certe rapine in Brianza, prima di sparire. Lei dice so anche questo. Poi si spoglia e si avvia in camera mia. Il suo modo di camminare fa pensare a una promessa tradita, qualunque cosa significhi. La raggiungo. Quando viene, emette un debole gemito. Vista da così vicino Marianna, con i suoi capelli arruffati dal sesso, sotto il peso del mio corpo, è una persona diversa da quella che conoscevo. 37. Poi però Marianna se ne torna a casa sua, dice non me la sento di dormire qui. 38. Mio cugino mi chiama, dice quella cosa che ti ho dato, è meglio farla sparire. Riattacca. 39. Ieri avrei voluto chiedere a Marianna qualcosa sul passato che non conosco, ma preferisco tenermi i ricordi che già ho. 40. Ricordi come: Il giorno in cui non trovai il fegato di chiedere a mio cugino se se la facesse con Marianna, lui ebbe il fegato di chiedermi se avessi una pistola da prestargli. Mi aveva detto tranquillo, poi te la ridò. E in effetti ora me l’ha ridata. 41. Il giorno seguente sul lavoro è sempre il solito via vai di moscerini e afa. Passo la giornata leggendo articoli di cronaca nera. Cerco notizie sull’ex di Marianna, il faro spento in questa estate placida. Voglio sapere che fine ha fatto, lo voglio dentro la pancia, ma su internet trovo informazioni scarne. 42. Il pomeriggio si esaurisce e vado nell’archivio a recuperare la pistola. Il ferro. Pesa come la delusione. 43. Ho sempre creduto che il male funzionasse meglio nei film, che nella vita reale. Ecco perché mi ero iscritto al Dams. Poi ho mollato l’università. Poi mi sono messo a lavorare in una videoteca. Mio cugino non risponde al cell. Ognuno scompare a modo suo, dopotutto. 44. Quando andavamo al mare, Marianna era solita raccogliere i capelli in una coda alta. Poi si tuffava. Io la guardavo, e prima di frangere la superficie dell’acqua, mentre era in volo, il sole faceva brillare il suo corpo abbronzato e giovane, e io pensavo sono proprio fortunato, pensavo questa ragazza ne farà di strada. Poi si immergeva con un pluff. Erano giornata che non scambierei con niente. I capelli di Marianna erano il sole. Lei mi faceva un cenno, tuffati. Io mi riparavo gli occhi con la mano. Poi, a volte, mi alzavo, lasciando i nostri averi incustoditi, e mi tuffavo e l’acqua era calda e Marianna era vicina. Le giornate erano infinite e il passato era troppo lontano per essere ricordato. Però, quando mi immergevo in profondità, il sole si affievoliva e tutto diventava ombra e fantasmi. 45. Prima di andarsene per sempre Piero mi diede la pistola, disse mettila in un posto sicuro per un po’ e poi disfatene. 46. Ecco perché sono qui, in quello stesso mare in cui Marianna si tuffava. Forse avrei dovuto pensarci prima, agire prima. Il mare oggi è mosso, tira il vento che doveva aver mosso i capelli del Cristo sul Golgota, o così mi piace pensare. I miei capelli sono corti. Mi chiedo se il Cristo abbia pagato anche per i silenzi e le omissioni. 47. Percorro il molo fatto di sassi e cozze, osservo la mia immagine riflessa nella superficie increspata. 48. Tiro fuori la pistola, la guardo, poi la lancio più lontano che posso. Resto in attesa di sentire il rumore del corpo solido che si immerge nell’acqua, ma ogni suono se ne va con il vento e infine vado via anche io.

La scala

scritto da Tiziana Borghini

Doveva scendere in cantina a prendere una bottiglia di vino per la cena. Tommaso sarebbe arrivato di lì a un’ora.
Quando sua madre la spediva in cantina a prendere il vino per il padre, all’ora di cena, vi andava sempre controvoglia. Non le piaceva quella sensazione: arrivava circospetta alla porta, accendeva la lampadina che penzolava dal soffitto – una luce troppo debole per vedere bene – pescava una bottiglia impolverata e scappava fischiettando con la sensazione che qualcosa si stesse affacciando dall’ombra per seguirla. Continua a leggere

I fascisti di via Rapallo

scritto da Davide Membrini

1

Il Cipolletta l’appuntamento me l’aveva dato a Sperlonga. «È meglio» aveva detto, «ci vediamo alle nove e trenta in Piazza della Libertà». Ed è certo che per lui era meglio: lui abitava là, a Sperlonga, mentre io invece dovevo prendere il Cotral Gaeta/Terracina – aspettando biglietto alla mano sotto il sole di agosto – e poi attendere che l’autobus superasse il lungomare di Serapo, e che superasse la Flacca, e che finalmente fermasse dove doveva fermare.
Però era lui, il capo. Continua a leggere

L’alfabeto

scritto da Giulia Sarli

Dolores è davanti allo specchio. Ha sfilato le ciabatte dalle suole rialzate, reggendosi alla sponda del letto. È avanzata a piccoli passi, con le braccia incurvate da gara campestre e i gomiti a sfondare l’aria. Si guarda. Si fa scivolare di dosso il vestito nero con i fiori viola. Lo lascia cadere in terra, ai suoi piedi e i fiori si sgualciscono nel buio del tessuto. Resta nuda, glabra, affonda gli occhi nelle pieghe della pelle afflosciata sul manichino del suo scheletro. I suoi sguardi sono frecce, i secondi le ferite. Gocce di sangue rosso trasparente macchiano le piastrelle in grès e il tappeto bianco che resta bianco. Il corpo di Dolores adesso è steso a letto. Il ventre ondeggia, si tende del respiro come la vela di una barca al vento favorevole. Ha un’ora di tempo. Poi tocca a Lola uscire. Continua a leggere

Tre sorelle

scritto da Lida Poliero

Prologo
Ci sono idee che se ti vengono a vent’anni ti senti un genio, ti carichi di un’energia che poi, nella maggior parte dei casi, evapora da sé, si consuma nella fiamma dell’autocompiacimento e tutto finisce lì, senza grossi strascichi o danni. Se la stessa idea viene invece a cinquanta l’indulgenza vacilla, perché a vent’anni certe cose si possono anche perdonare, a cinquanta non più. A me quest’idea è venuta a trentacinque, a metà strada tra l’esaltazione di chi ha pochi termini di confronto e l’inadeguatezza di chi non ha fatto il salto. Continua a leggere

Boanērghēs

scritto da Andrea Vilasi

Le dissi che avremmo lasciato Barcellona e che saremmo andati a vivere da un’altra parte, magari in Italia, o più lontano. Doveva solo dirmi di sì.
«Non me lo puoi chiedere. Io… lo amo ancora».
Pedro era sparito da più di tre mesi. I Mossos parlavano dell’ETA, e della possibilità che fosse stato rapito. Per me era morto, anche lei doveva convincersene.
«Mi ha chiesto di sposarlo, non può essere m…»
Come se una promessa di matrimonio rendesse immuni dalla morte.
«Era un così… È, è! un così…»
Già iniziava a chiamarlo al passato, bene.
«… bravo ragazzo».
Era il 18 giugno 1987. Continua a leggere

Creature

scritto da Maria Pia Dell'Omo

M’haje fatte a piezze
primme ancore‘e me fa nascere
m’haje sputate ‘mmocca
primme ancore ‘e me verè crescere.
“Cuore infranto” mi chiamavi,
ma io tenevo cinche anne – che ne sapevo che vo’ ricere
“cuore infranto”?
Me lo immaginavo, questo cuore, sotto una campana di vetro,
in mezzo alle rose
e con uno strano lucore aranciato
ppe’ fa’ luce dìnto a ‘stu cielo scuro e spezzato.
“Cuore infranto” mi chiamavi e
e nodi amari tessevi con le mani,
i legamenti prendevi,
come cavi, li annodavi;
le mie ossa le rubasti al camposanto
dal corpo di un farabutto, di un poeta, di un santo.
È per questo che il mio canto è un raschiare di gola
e il mio storpio cuore nessuna alba ristora.
In ogni posto in cui vado mi sento marcio
il tuo sguardo nella memoria è
uno squarcio in quest’animo guasto.
Ogni mio passo è sghembo, padre demonio,
e cammino sbilenco, in questo mondo-manicomio.

non c’è vittoria in questa storia,
né vinto o vincitore,
io sto parlando solo di persone sole:
tu, sconfitto dalla tua ossessione di perfezione
il tuo unico linguaggio è la prevaricazione
io, trafitto dalla tua presunzione;
mai davvero figlio, solo morta creazione
c’est fait mal, croi moi une lame
enfonceè dans mon ame; regarde en toi,
n’est pas l’ombre d’une larme.
Et je saigne encore, je souri a la mort
tout ce rouge sur mon corp…
(1)
e tutte ‘stu sanghe che me scorre pe’ cuollo
a’ carne acoppe, ‘e maccarune asotte.

Padre, perdono se ti ho rinnegato,
ma tu questo figlio non l’hai mai amato.
Ed è per questo che non so mai chi sono
e nemmeno ppe’ te je nun vaco maje buono!

Sogno albe di tigri e girasoli
voglio stare in un quadro di Van Gogh
in un campo di fiori
e campanili come lame nell’azzurro
a scampanare nel cuore di dio in letargo,
ché se io esisto,
è perché mi hai fatto tu, Victor.
Non sono passato dalla gonna di una donna –
tu non hai il cuore chirurgico delle madri:
loro non farebbero figli laceri
e se pure fossero a pezzi,
li farebbero sentire interi,
pronti a spiccare il volo come sparvieri
a salpare i mari come velieri

Invece tu senza parole mi hai voluto lasciare
ho spezzato la tastiera il giorno in cui eri in ospedale
a crepare male…
mi ha insegnato il balbettio la pioggia
che batteva un canto nel petto – lei alla finestra,
tu in cielo come il mio guasto dio
che il cuore protese a creare creature incomplete
destinate ad essere dal mondo incomprese

Io canto il salmo dei negletti,
degli imperfetti figli maledetti
di noi che, ricoperti d’insetti,
marciremo come i fiori più belli di questo molesto creato

Ascolta Creature letta dall’autrice


(1) Testo da “Et je saigne encore” di Le Kyo. Traduzione: E fa male, mi attraversa una lama conficcata come un pugnale, fin dentro l’anima: ti guardo, non vi è l’ombra di una lacrima (sul tuo viso). E sanguino di nuovo, sorrido alla morte, tutto questo rosso (sangue) sul mio corpo”…

Entità oscure

scritto da Irene Doda

Il novantacinque percento dell’Universo è fatto di una materia misteriosa di cui gli scienziati non sanno ancora nulla. L’ho letto stamattina, mentre mi rigiravo tra le coperte. Mi sono chiesta come diavolo fosse possibile. Poi mi sono rimessa a dormire. Adesso sono a una festa e un ragazzo che ho appena incontrato mi tira per un braccio. Mi pare si chiami Robert. O Ronnie. Non ne sono sicura.
Siamo fuori dal pub dove abbiamo ballato, il Nancy Blakes. Robert o Ronnie appoggia le labbra sulle mie e io non mi tiro indietro. Sa di sigaretta, come la mia coinquilina Deirdre. Madonna, quanto fuma Deirdre. Ha sempre la tosse e gli attacchi d’asma. Continua a leggere

Caro Maestro…

scritto da Maria Pia Dell'Omo

Alice – How long is forever?
White Rabbit – Sometimes, just one second.

Sono caduta, maestro,
e non mi sono più rialzata.
Giacendo bocconi per strada
ho visto cose piccole piccole,
diresti “minuscole”.
Ho visto case nei tombini
e fiumi impervi
e le buche nell’asfalto,
come cicatrici,
raccoglievano acqua,
si facevano lago.
Una varicella le coglieva,
ma nessuno lo vedeva
perché ribaltavano il cielo
nel loro essere più in basso
del basso,
più in basso di me.
Sono caduta, maestro,
e sono scivolata più giù.
Dicono che sia oltre il terriccio,
ho in bocca humus e qualche lombrico
– inizio a vedere qualche osso di pollo,
sarà il furto di qualche randagio.
Dicono che stia precipitando,
come Alice.
Ho attorno le formiche,
e loro scavano scavano
scavano,
nel silenzio scavano.
Nel buio, hanno una regina
gravida
che si gonfia come un teratoma
prima di dare alla luce
piccole creature centrifughe.
Avrei bisogno di pastiglie tossifughe
– ho terra ovunque:
nelle orecchie
nel naso
nel cervello.
Mi porto questo fardello
della grevità,
non è questione di gravità
ma di inadattabilità.
Sono caduta, maestro,
perché portavo un peso al piombo,
a filo dritto dallo sterno
fino a questo strapiombo.
E precipito,
precipito
ma forse è un ritornare
in un posto dove
non starò più male
anche se fa male cascare.
E precipito
precipito
con queste ali inette,
si sono trasformate
in due ferite infette.
E precipito
precipito
nel buio terminale
dispersa alla ricerca
di una pietra filosofale.
Mi diresti, maestro, che
è una cosa inattuale,
che ero una bambina sensibile
e non un animale,
mi diresti che è per questo,
con fare paternale,
che è un fatto manifesto
che io lassù sto male.
E qui cado ancora
mentre il caldo rincuora.
Sembra quasi il tuo abbraccio
di quando andavo a scuola.
Sono sola, mi dico,
in questa vacuità sonora
e i cancelli dell’inferno
tremano, una volta ancora:
è tutto così placido
questo piover cose ctonie,
magmatiche comete
rigano il nero
come lacrime.
Sono al centro, maestro,
il centro di tutto.
Vedo Ratatoskr addentare
le radici di Yggdrasil,
mentre la tua radio accenna
che ci governa Draghi,
ma io non la sento
nel pozzo disadorno
da cui non farò ritorno.
Sembrano luci al led
queste anime luminescenti.
Verrebbe voglia di afferrarle
come lucciole,
o come Exos lucius
a branchi,
che esplodono come petardi
dalle larve,
abbarbicate agli alberi
come gemme eleganti.
Ma un sonno da luminale
mi fa gentilmente ripiegare
in posizione fetale.
Sussurrano ai miei orecchi
diverrò uno strato germinale
e fiotterò sangue nelle linfe
di alti rami.
Sfiorerò il cielo,
ancora,
custodita come un segreto.
Sepolta come uno spergiuro obliato,
forse in osseto.

Ascolta Caro Maestro… letta direttamente dall’autrice