Anniversario

Non appena apre la porta, Giusy ha stampata in faccia un’espressione da far paura. Strizza le palpebre arrossate, se le strofina con un polpastrello. Poi si aggiusta gli occhialetti e mi guarda, aprendo solo un occhio. Alza un palmo alla fronte per coprirsi dalla luce. Si calma solo quando capisce che sono io, ma non per questo è meno arrabbiata.
«Nené, vieni entra, – dice, le labbra ancora increspate – lo sai che ore sono, sì?».
«Sì», rispondo.
«Ecco, ti conviene sia qualcosa di davvero importante».
«Lo è».
«Se mi hai di nuovo buttata giù dal letto solo per farti leggere le carte…».
«No, giuro».
«Vedremo, – mi tira dentro, chiude la porta – beh, vuoi qualcosa?».
«No grazie, sono a posto».
Giusy grugnisce e mi fa segno di sedermi. Accende l’abatjour di fianco al divano e spegne il lampadario. Sembra perdonarmi solo ora che la luce le è più affine. Quasi mi sorride, prima di sparire in cucina.
La stanza si riveste di un alone giallognolo, sabbioso. Le ombre degli oggetti si fanno tanto grandi da renderla insolitamente stretta e alta, affollata e senza angoli, come se fossimo sul fondo di un barattolo. Occupo la poltrona sotto la finestra, lasciando cadere il capo poco sopra il bracciolo. Fuori, la notte è di un’oscurità untuosa: il mare, oltre la spiaggia ancora sgombra, riesce a malapena a frammentare la lanugine della luna. Tra le tegole del condominio sulla destra, un gabbiano dorme di traverso. Nerone starebbe già miagolando nell’impossibilità di raggiungerlo.
Giusy riappare con un vassoio, lo lascia sul tavolino e si siede in pizzo al divano.
«Sicuro di non volere un po’ di tè?» dice, afferrando una delle due tazze.
«Sì».
«Hai paura che ti legga i fondi?».
«No. Voglio solo parlare».
«Va bene».
Rimaniamo in silenzio per qualche minuto. Giusy mi osserva tenendo la tazza sempre attaccata alle labbra. Sorseggia lentamente, facendo rumore, come a dirmi di sbrigarmi.
«Ho fatto un sogno», dico.
«Ne fai molti».
«Sì, ma questo è diverso».
«Racconta».
«Allora, si apre che sto in cucina, quella vecchia, a casa dei miei. Mamma balla un valzer, ma quella che ho nelle orecchie è tipo una canzone lentissima, di soli violini. Poi la porta si apre e compaio io, così come sono adesso. Non si vede da dove sono venuto, alle spalle ho solo una luce bianca, bianchissima. La guardo per qualche secondo. Poi, quando mi volto verso la stanza, sono io bambino. E davanti a me, nel mio campo visivo, entrano poco a poco tutti, sempre ballando: papà, mio fratello, nonna. Pure Nerone. Mamma lo raccoglie e me lo porge. Io allungo un indice verso di lui, e lui ci stringe la zampina attorno».
«E poi?».
«Basta, mi sono svegliato».
«Strano».
«Perché? Che cosa vuol dire?».
«Potrebbe voler dire di tutto».
«Però domani è l’anniversario. Vorrà pur dire qualcosa».
«Certo, – chiude gli occhi, ripercorre la scena – interessante l’ultimo gesto, quello col gatto».
«Quello significa sicuramente qualcosa».
«Tu che cosa ci leggi?».
«Lo sto chiedendo io a te».
«Potrei dirti di tutto, ma l’importante è quale tu vuoi che sia il suo significato».
«Ma io non so interpretare i sogni».
«Nené, su, dimmi come ti ha fatto sentire e basta».
«Ho sentito una scarica elettrica nella testa, come se avessi sognato qualcosa di reale. Come se avessi potuto vedere l’aldilà».
«Ecco. È tutto quello che ti serve sapere».
«Sei seria?».
«Sì».
«Ma il resto? Cioè, perché la luce mi sta alle spalle quando di solito ci si va verso? Perché torno bambino? Poi perché proprio i violini?».
«Nené, sono solo simboli».
«Non mi dici niente perché non sai nemmeno tu cosa vogliano dire».
«No, è vero. Non tutti. Ma c’è una cosa per cui io, fossi in te, mi farei bastare questo sogno così com’è».
«Sentiamo».
«Non c’è il fuoco. È il primo in cui non c’è il fuoco».
Torniamo al silenzio. Giusy smette di bere, lascia la sua tazza sul vassoio e spinge l’altra verso di me. Infilo l’indice nel manico e la appoggio sulla pancia, la mano a coppa a reggerne la base. Il tè ha smesso di fumare. Non è altro che uno specchio, color miele. Sul fondo neanche un residuo.
«Tutto bene Nené?».
«Sì».
«Domani…».
«In realtà è già oggi», la interrompo.
«Beh, allora, più tardi vuoi venire qui? Puoi stare quanto ti pare».
«No, tranquilla».
«Non vergognarti Nené, non c’è nulla di male a non voler stare soli in un giorno così».
«Non preoccuparti, davvero».
«Allora mi chiami».
«Va bene».
Di nuovo il silenzio. La luce dell’abatjour proietta sul vetro della finestra la mia sagoma, immersa in mare fino alle spalle.
«Quel tè hai intenzione di berlo o lo do alle piante?».
«Dallo alle piante».
Le porgo la tazza. Giusy la afferra e le fa attraversare il salotto fino all’altro davanzale, dove tiene i ciclamini. La svuota in un solo gesto, in modo che non coli.
«Non vuoi neanche un biscotto?».
«No, grazie, anzi, ora vado».
«Mi raccomando, dritto a dormire».
«Sì».
Giusy riaccende il lampadario e spegne l’abatjour. Mi accompagna alla porta, facendo su e giù con la mano sulla mia schiena.
«Nené?» mi ferma, non appena supero lo zerbino.
«Eh».
«Non fare niente di stupido».
«Certo».
«Non intendo gli spinelli, Nené, lo sai…».
«Non fumo più da un po’».
«Niente di stupido, mi raccomando».
«No, promesso».
Giusy piega leggermente la testa, mi sorride di nuovo. Accompagna la porta con un palmo, per non fare rumore. Il fascio di luce alle mie spalle si fa sempre più sottile, fino ad annullare ogni contorno.

La notte dell’esplosione ero da Giusy a farmi leggere i tarocchi per il solito resoconto astrale, per sopperire alla mia incapacità di comprendere dove avrei voluto tendesse la mia vita. Sul tavolo era apparsa la combinazione del matto e della morte. Nonostante Giusy mi stesse spiegando quanto indicassero un cambiamento positivo, salvifico, vidi subito nei suoi occhi lo spavento, come se avesse assistito a un presagio inconfessabile. La conclusione fu che, essendo l’una la versione senza carne dell’altro, la mia vita avrebbe perso corpo per offrirmi l’occasione di formarne uno nuovo, nonostante il momento difficile, cruciale, lo definì. E alla domanda su quale fosse l’evento in questione, fu il boato a rispondermi. Quando ci buttammo in strada, il fumo aveva già raggiunto la costa. Dalla cima di una delle prime alture dell’Appennino, la mia casa bruciava vomitando lingue di fuoco dalle finestre. Il vento teso ne sparpagliava l’odore, alimentando le fiamme. In qualche minuto l’intero paese si affacciò ai balconi, nel tentativo compulsivo di affrettare i soccorsi con telefonate terrorizzate. Mentre i pompieri estinguevano l’incendio, Giusy non seppe dirmi nulla, o finse di non saperlo fare, come io poi finsi di non conoscere la reale causa dell’incendio, o meglio, ne ribadii solamente la parte più convenzionale. Sui giornali apparve che fosse stato un fornello dimenticato aperto, e che, nelle stanze ormai sature di gas, a innescare le fiamme avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, come il semplice scattare di un interruttore per accendere la luce. Certo, ad aggravare la situazione furono in minima parte anche le bombole di ossigeno di mia nonna e le riserve di mio padre per i funghi termici del ristorante di famiglia, ma io sapevo esattamente quale fosse stata la causa, anche se non ne ebbi mai conferma concreta.
La notte dell’esplosione, prima di andare da Giusy, tutti in casa stavano già dormendo, al piano di sopra. Tutti meno mio fratello. Lo beccai drogato, sul divano, che sproloquiava con Nerone sulla pancia. La cucina era invasa di pastrocchi cotti alla svelta per dare sfogo alla fame chimica. Ero troppo impegnato a fargli la ramanzina per dare peso all’odore di uova marce, per dirgli almeno di aprire le finestre, anche se faceva freddo. Quando uscii, lui mi stava ancora insultando, salendo le scale per tornare in camera. A scatenare l’incendio qualche ora dopo deve essere stato lui, con la decisione di accendersi l’ennesimo spinello. In qualche modo, ne fui sicuro nell’esatto istante in cui vidi i muri ridotti a un agglomerato di nero fumante, o forse fu semplicemente il senso di colpa a convincermene – perché tutta quell’erba, comunque, gliela avevo venduta io.
Sul tavolo era apparsa la combinazione del matto e della morte, e io ero lì, fermo nel mezzo, senza corpo e senza vita, a essere rimasto l’unico a poter respirare ancora.

Non appena Giusy apre la porta, mi faccio trovare con il vaso di ciclamini davanti alla faccia. L’ingombro degli steli m’impedisce di vedere il suo sorriso per intero.
«Sì, insomma, per te» dico, lasciandoglielo tra le braccia.
«Sono bellissimi, Nené. Grazie» sfiora qualche petalo, mi fa cenno di entrare.
Mentre chiudo la porta, Giusy raggiunge il davanzale e crea un piccolo spazio sulla sinistra, per posare il vaso. Una parte rimane senza appoggio, quasi in bilico.
«Stavo proprio per chiamarti e sgridarti per non avermi ancora chiamata» dice.
«Volevo farlo, ma ero già in giro, e… quindi…».
«Hai fatto bene a venire».
«Così puoi essere sicura che non faccio niente di stupido».
«Non mi riferivo a quello. Stavolta lo prendi un biscotto?».
«Non sarebbe successo niente neanche se fossi rimasto a casa da solo».
«Nené, mi offendo se non lo mangi».
«Uno lo mangio, sì».
«E il tè, lo vuoi?».
«Non lo so».
«Basta che poi non me lo fai dare di nuovo alle piante».
«E allora non farlo».
«Ne metto a bollire per entrambi, così puoi cambiare idea quante volte ti pare».
«Possiamo parlare come due persone normali?».
Giusy emette uno dei suoi soliti grugniti e si rintana in cucina.
Mi butto sulla poltrona. Oltre la spiaggia, la linea del mare vacilla, come se al largo stia nascondendo qualcosa d’incontenibile. Del mio riflesso, sul vetro della finestra, un tratto appena accennato. Inseguo con lo sguardo una coppia di gabbiani che si contende un pezzo di focaccia sporca di ghiaia – Nerone avrebbe messo fine alla lite con un semplice colpo d’artigli.
«Non me ne volere se sono un po’ secchi, sono di ieri».
Giusy rientra in salotto stringendo il piatto di ceramica su cui ha edificato una piramide di biscotti al cioccolato. Lo sistema sul tavolino in modo che sia più vicino a me che a lei, poi si siede, fissandosi la punta dei piedi.
«Non sei tenuta a dirmi nulla oggi. È un giorno come un altro», dico.
«Non è vero».
«Sì invece. Voglio che lo sia».
«Ma non lo è».
«Davvero, non ho bisogno di conforto».
«È solo che vorrei esserti di sostegno Nené, ma non mi riesce bene, non mi riesce bene per niente».
«Lo so, e non ti preoccupare».
Finalmente ci guardiamo negli occhi. Le sue pupille tremolano, liquide.
«Per me ogni giorno è l’anniversario di quell’incendio», dico.
«Beh, oggi hai una faccia più cupa del solito, e non mi piace».
«È perché dei coglioni hanno imbrattato il ristorante».
«Cosa? Come?».
«Ci sono passato davanti mentre andavo a prenderti quella, – agito una mano in direzione dei ciclamini – qualcuno ha disegnato delle fiamme sulla saracinesca, con le bombolette. Non si legge più nemmeno la scritta vendesi».
«Ma… perché?».
«Hanno sbagliato tinta però. Quella notte il fuoco non era di quel colore».
«Chi può essere stato?».
«Quelli da cui prendevo l’erba, credo. È un anno che non compro e rivendo più. Devo avergli reso lo spaccio più… difficile, ecco. Avevo un giro piuttosto buono… sì, lo so, non dire niente».
«E si vendicano solo adesso?».
«È solo un caso. Hanno semplicemente avuto la fortuna di essere abbastanza coglioni da aver scelto il giorno giusto», con le dita traccio delle virgolette nell’aria.
Afferro un biscotto e lo porto alla bocca. Ne rosicchio una mezzaluna. Qualche briciola mi finisce sui pantaloni a formare una sorta di isola sperduta nel blu dei jeans.
«Mi leggeresti le carte?» dico.
Giusy sbarra gli occhi.
«Ti prego».
«Non mi sembra proprio il caso».
«Voglio solo vedere cosa esce, senza spiegazioni».
Giusy afferra a sua volta un biscotto e lo trangugia, in modo da avere la bocca piena per non rispondermi. Sembra tentare di costruire una frase, quando il bollitore inizia a fischiare.
«Torno subito» dice, sollevata.
Nel giro di pochi secondi sento il tintinnare delle tazze e i rispettivi gorgoglii del tè appena versato. Poi Giusy deve sostare qualche minuto davanti a non so cosa, i suoi passi s’interrompono bruscamente. La immagino a palmi piantati sul ripiano dove di solito prepara le trofie, il volto ridotto a un’espressione di muto imbarazzo, di compassione ineffabile, la stessa di quando ha preferito limitarsi a una carezza sulla mia schiena, di fronte alla casa ridotta a carbone.
Torna con le due tazze fumanti. Le abbandona sul tavolino, senza un ordine preciso, poi si toglie gli occhialetti e li pulisce con un bordo della vestaglia, risedendosi.
«Per favore», insisto.
«Lo bevi quel tè, sì?».
«Sì. Prima però mi leggi le carte».
«Non è una buona idea, Nené».
«Allora dallo alle piante».
Giusy si strofina le palpebre con i polpastrelli, accompagnando il gesto con un grugnito. Si rimette gli occhialetti e allunga una mano al tavolino. Con un dito apre di poco il cassetto laccato e afferra il mazzo di arcani maggiori.
«Niente lettura tradizionale. Ne scegli due e basta», dice.
«Quella in cima e quella al fondo».
«Non mi fai neanche mischiare?».
«No».
Giusy scuote la testa, poi sfila le due carte dal mazzo e le lascia vicino al piatto dei biscotti, ancora coperte.
«Potresti pentirtene», insiste.
«Non m’importa».
Appoggia i palmi sulle carte e le gira, badando che il gesto sia perfettamente simultaneo. L’appeso, il mondo.
«Nené…».
«Niente spiegazioni. Va bene così».
Fuori i gabbiani hanno smesso di contendersi la focaccia, di cui resta un brandello talmente sporco da far ribrezzo pure ai piccioni. Quello che la linea del mare celava non è altro che una fatamorgana: la Corsica sembra solamente a qualche onda di distanza dalla costa, di nuovo. Afferro la tazza. Il tè ha smesso di fumare. Non è altro che uno specchio, color miele, in cui lascio annegare ciò che resta del biscotto. Sparisce sul fondo – il mio riflesso con lui. Sul vetro della finestra, ora, di me non appare neanche un contorno.
«Bene così», ripeto.

Poco prima di uscire, il vaso di ciclamini ha perso l’equilibrio e si è frantumato sul pavimento. Ho preso scopa e paletta, e un sacchetto, e mentre raccoglievo i cocci e la terra Giusy ha continuato a scusarsi come se lo avesse rotto di proposito. E più le dicevo di non preoccuparsi più lei provava a rubarmi i ciclamini dalle mani – le fitte alla schiena a interrompere ogni suo tentativo – come se avesse potuto trapiantarli in un punto qualsiasi della stanza. Te ne prendo altri, ripetevo, non fa niente. Non fa niente.
La saracinesca non è stata vandalizzata per caso. Il traffico di erba si svolge spesso in spiaggia, sulle lingue di scogli. Lo spacciatore raccoglie la droga in pacchetti non più grandi di un tappo di bottiglia e li lascia tra le rocce, in modo da non destare sospetti, in modo da non farsi trovare nulla addosso, nel caso di un’imboscata della polizia. Poi, uno alla volta, e alla svelta, li consegna agli acquirenti sparsi per il budello, o il bagnasciuga. Ieri ho rubato un paio di quei pacchetti, senza farmi vedere. E loro hanno pensato bene di imbrattare le abitazioni dei possibili sospettati, in segno di avvertimento. Per quanto mi riguarda, non avendo più una casa che conoscessero, hanno mirato al ristorante. Perciò, anche il fuoco non è stato scelto a caso. Ma che sia capitato proprio all’anniversario, quello è colpa mia.
Percorro i carruggi e raggiungo il limite occidentale del lungomare. Il pomeriggio è caldo, nonostante il vento tagliente. Un uomo con una giacca di jeans imbottita sta suonando il violino dietro a un cappello rovesciato, dove i passanti fanno tintinnare delle monete. Le lasciano cadere con la mollezza di chi ha appena iniziato – o terminato – una passeggiata il cui unico scopo è stato di affrettare lo scorrere del tempo. La musica, lenta e a tratti dissonante, si spalma nei vicoli, a raffiche, facendo rizzare il capo a qualche bambino.
Supero il tratto dove il lastricato lascia spazio all’asfalto e mi fermo poco oltre il confine del paese. Alle mie spalle, l’Appennino galleggia su una linea di nubi basse e grigiastre, distese come un nastro. Ai lati, i cartelli stradali di fine e inizio località mi permettono di camminare su una terra senza nome. Mi sposto verso la spiaggia, a passi misurati – il terreno non è altro che un prato incolto, disturbato dal frusciare di qualche animaletto in fuga. Non appena raggiungo la costa, il vociare della folla si spegne, lasciando spazio solamente all’eco della musica. Tolgo le scarpe, e affondo i piedi nella sabbia fredda e umida. Il mare, a qualche metro dalle mie caviglie, ridisegna il proprio limite a battute dilatate, quasi esitasse nel lasciar infrangere le onde sul bagnasciuga. Un gabbiano, senza muovere una piuma, ne osserva il solco sottile, in cui si deposita la spuma, per poi sparire – anche Nerone, a sua volta, sarebbe rimasto solo a guardare, annoiato dalla sua immobilità innaturale.
Mi siedo su una roccia e accendo lo spinello che tenevo nascosto nei pantaloni. La mia gola non è più abituata, tossisco subito dopo il primo paio di boccate. Oltre a una fame irrefrenabile, a differenza di quanto ricordassi, l’unica sensazione che mi abita è una calma asettica, disincantata. Reclino il capo verso le montagne e assisto all’insanguinarsi del tramonto oltre le cime, che al contrario sembrano pagine di giornale abbrustolite dalle fiamme di un camino. Appena mi raddrizzo, mi pento di non aver infilato qualche biscotto in un tovagliolino da mettere in tasca e sfoderare al momento giusto.
«Non fa niente» mi dico, e la voce non sembra mia.
Mi alzo e mi svesto, e penso che, forse, quei ciclamini Giusy non li riavrà mai. Sfilate giacca e maglietta, mi calo i pantaloni, senza slacciarli, e li abbandono sulla roccia – lo spinello tra le labbra brucia ogni tratto di stoffa con cui collide. Raggiungo il bagnasciuga e lo consumo fino al filtro, mentre la risacca m’infradicia le calze. Getto il mozzicone sulla sabbia ed entro in mare, facendo in modo di essere immerso fino alle spalle, come nel riflesso sul vetro della finestra. Il mio corpo dovrebbe tremare, ma il gelo che trafigge la mia pelle è placato da un calore che mi avvampa fino allo sterno. Mi volto di nuovo verso l’Appennino. Il cielo è un rogo di nubi semidissolte, ma il sole brilla di una luce bianca, bianchissima. In lontananza, l’uomo con il violino ha terminato l’esecuzione, ma un bambino si sgola per chiedergli di cominciare da capo. Getto lo sguardo al mare, di nuovo, mentre la musica ricomincia. Le increspature dondolano, all’orizzonte, come impegnate in un valzer. E tra i contorni della fatamorgana, sono sicuro, appaiono le loro sagome: mamma, papà, mio fratello, nonna, pure Nerone. Lancio un grido – ora la voce sembra mia per la prima volta. Il gabbiano spicca il volo, indifferente.
L’appeso, il mondo. Il matto, la morte. E tutte quelle prima di loro. Semplici tessere di una verità limpida. E la verità è che tutta quest’acqua è l’unico modo. L’unico mezzo possibile per estinguere il fuoco. Una volta per tutte.