Una casa al mare

Vicino al mare stanno germogliando palazzi gialli e azzurri. L’asfalto nuovo dei marciapiedi è una carcassa cremata sotto il sole di luglio.
Nessuno qua può camminare scalzo.
La terra è lava, il bosco è brace, l’aria è in fiamme.
Hanno visto cadere un vecchio in un fossato lungo la provinciale e non si sono fermati.
Questo paese sembra avere i giorni contati.

«Hai preso le camicie?» chiede a Catherine, mentre lei spegne e il motore della macchina a noleggio. Piega il collo, lo guarda come se le avesse chiesto di lanciarsi da un palazzo o come se le camicie non fossero importanti.
«Stai tranquillo, ho preso tutto».
La casa è grande, più grande di quanto si aspettavano. Le pareti alte sono muraglie. Le finestre larghe sono vetrine. Le stanze sono teatri. Non ci sono mobili, soltanto un letto avvolto nel cellophane e la cucina con gli elettrodomestici luccicanti.
Lui aveva deciso che non c’era più tempo, dovevano partire subito, avrebbero pensato più avanti all’arredamento e agli accessori.
«L’importante è che siamo qua, insieme, ci occuperemo del resto con calma». Abbandona le stampelle contro una parete immacolata e saltellando sul piede destro si avvicina a Catherine.
«Vedrai, staremo bene».
In macchina, poco prima di raggiungere la casa al mare, aveva avuto la sensazione di partecipare a un progetto comune, qualcosa che aveva più a che fare con la solidarietà che con l’affetto. Lei lo aveva tranquillizzato in un modo terribilmente gentile e «riguardo la caviglia» – si era sbilanciata con la cordialità – «non c’era da preoccuparsi», sarebbe stato molto peggio rompersi una gamba intera, o la testa, in quel caso non sarebbero nemmeno potuti partire. Invece era stato fortunato, siamo fortunati erano state le sue parole esatte.
Quel suo modo di ignorare l’ostacolo rendeva ancora più evidente la falla che stava squarciando il percorso.
Si era messo comodo sul sedile, con una mano fuori dal finestrino le aveva descritto l’aria che si faceva sempre più calda e densa, mentre lenti si avvicinavano alla costa. Quella era l’aria che avevano sognato, per mesi interi avevano parlato soltanto di lei, come se fosse una persona di cui entrambi sentivano la mancanza.

Ora che stava in piedi da solo, immobile per non rischiare di cadere, si sentiva tremendamente in colpa.
«Forse ci saremmo dovuti fermare».
«Forse, ma con la tua caviglia rotta e i miei quarantacinque chili non avremmo potuto fare molto».
«Potevamo chiamare i soccorsi».
«Ormai siamo qua, non pensarci. Sono sicura che starà bene, è solo una caduta».
Catherine inizia a ispezionare le stanze partendo dal bagno, un rettangolo luminoso che odora di fognature e di prodotti chimici. Lui controlla la camera, non entra. Poi si trascina verso la porta finestra che si affaccia sul giardino. L’erba è incolta, negli angoli dello steccato è più folta e giallastra. Osserva la vegetazione, morta da chissà quanto. Considerando le stampelle e i quarantacinque chili di Catherine dovranno assumere un giardiniere. Dovranno dipingere il legno della staccionata e comprare una panchina, un tavolo e delle sedie.
Riportare in vita una vita mai nata.
Prima di rovinarsi in quel modo aveva detto a Catherine che avrebbe pensato lui a tutto. Tutto era un concetto così remoto al tempo delle decisioni, plausibile finché rinchiuso nella gabbia delle ipotesi. Le ore vuote, l’aria di mare, la lontananza da quello che erano stati: poteva diventare qualsiasi tipo di persona. Poteva diventare tutto. Lei ci aveva creduto sul momento, lo aveva anche immaginato, ma poi quel pensiero si era fratturato con l’incidente. Certe idee per il futuro avevano semplicemente cessato di esistere.

Catherine lo raggiunge, si appoggia allo stipite della portafinestra e sbottona le prime asole della camicia. Il caldo la fa sudare e stende una patina leggera e salina intorno al naso e alle tempie.
«Ti va di pranzare?» chiede lui.
«Non ho molta fame, vorrei stendermi un attimo».
«Dobbiamo togliere quella roba dal letto, a meno che tu non voglia dormire sulla plastica». Si immagina loro due stesi sul letto di poliuretano, sotto i ferri di un giovane Frankenstein.
«Non importa, preferisco sedermi qua sul prato».

La notte prima della partenza erano nelle loro case di città.
Catherine con suo marito, il famoso chef stellato dell’Eden Club. Quella sera torna esausto, si mette a letto senza nemmeno lavarsi, odora di affumicatura e di altre spezie mediterranee. Lei prova a infilare le dita nei larghi ricci scuri ma lui si rifiuta dicendo che si sarebbero abbracciati la mattina, dopo la sua doccia. Spenge la luce, si addormenta senza fatica in quel letto che sa di bosco e poi si sveglia con il rumore dell’acqua, sperando che sia pioggia, la fine dell’estate, la fine di un progetto. Suo marito si sdraia sul letto con l’asciugamano intorno alla vita, ha ancora addosso l’odore di bosco e le ricorda un grande mammifero delle foreste d’inverno. Si abbracciano, come promesso, e Catherine quasi scompare tra le lenzuola bianche e due braccia silvestri. Dopo è di nuovo sola, è ancora estate. Di fretta infila in valigia qualche abito lungo, la biancheria intima e alcuni capi da uomo che lui le ha richiesto; dice che nella loro casa vicino al mare indosserà soltanto camicie. Tutto sarà diverso, a partire dalle camicie. Catherine non aveva fatto in tempo a comprarne di nuove e quindi pesca senza criterio dall’armadio del marito. Poi si occupa del passaporto e dei contanti.
Dall’altra parte della città lui l’aspetta sotto casa. Sua moglie era uscita molto presto per andare in clinica dove avrebbe dovuto eseguire una difficile valvuloplastica mitralica su un labrador anziano. La sera prima ne avevano parlato, era molto preoccupata per l’intervento, credeva che il cane non ce l’avrebbe fatta ma lui le aveva detto che sarebbe andato tutto bene, come al solito, come sempre. Quella mattina si erano alzati insieme, avevano fatto colazione con caffè, yogurt e cereali e poi si erano salutati augurandosi una buona giornata, con l’ennesimo e ultimo bacio sulla bocca. Venti minuti dopo lui è in strada con un vecchio zaino da campeggio che non usava dai tempi del college.
Catherine era stata puntuale. Avevano imboccato Cypres Avenue e si erano diretti verso la coltre bassa e grigia dei cimiteri di Union Field, i Trinity e gli Evergreens. Dove finiva il campo visivo proseguiva ancora la distesa di lapidi senza nome, oltre Cypress Hill e il campo da golf, fino al Lebanon Cemetery. La città alle loro spalle come pietra tombale restava gelida e in silenzio, nello specchietto retrovisore le cime dei grattacieli sembravano naufragare sotto il pelo dell’acqua. In silenzio avevano attraversato la lunga periferia del South Queens, guidando piano come in una processione. Poi finalmente il sole si era fatto spazio nel cielo bianco, illuminando gli impianti Jamaica per la depurazione dell’acqua, che come enormi acquasantiere dorate anticipavano l’ingresso dell’aeroporto.
Presto, molto presto, ci sarebbero state soltanto luce e mattine di sole.

«Catherine», la richiama a sé, con il tono soffocato di un sogno lucido «devo chiederti una cosa».
Lei tiene gli occhi chiusi senza fatica, sembra impossibile che una luce così potente non possa bruciare quelle palpebre di carta. È seduta con le gambe stese a terra e i piedi incrociati a ics, in una posizione per lui tanto normale quanto misteriosa. Anche i vestiti che indossa sono diversi dai suoi soliti abiti eleganti e monocromatici con cui l’aveva sempre accolto nelle camere di albergo a Brighton Beach. Ha un paio di pantaloni neri che le cadono morbidi sui fianchi e nascondono le forme decise e rotonde del sedere. La camicia con una fantasia di fiori scuri mostra il sudore perlato sulla scollatura liscia e pianeggiante. La immagina nel suo appartamento di Williamsburg, seduta sul pavimento di costosissimo cemento trattato, con la stessa luce estiva che invano tenta di infiammarle gli occhi. La immagina nella camera di hotel dove hanno fatto l’amore centinaia di volte, lei con una sottoveste color panna a ballare una melodia inesistente.
«Spara».
«Faresti un figlio con me?». La guarda dall’alto, si rende conto di non averla mai vista seduta così. Probabilmente esistevano altre mille angolazioni che per lui erano rimaste inesplorate, movimenti del corpo che lei gli aveva sempre tenuto nascosto come formule segrete. Per un attimo soltanto crede di averne paura.
«Certo, sarebbe bello, ma adesso abbiamo altro a cui pensare».
«Per esempio?»
«Questa casa, il giardino, un lavoro».
«La casa…hai ragione». Prima di tutto doveva imparare a usare gli attrezzi, a indossare nuove camicie. A un lavoro non ci aveva pensato, come non ci pensano gli adolescenti o i terminali. Si sentiva entrambe le cose.
Restano in silenzio per un po’, annusano l’aria come cani randagi in un terreno mai battuto. Poi Catherine si addormenta e lui rientra in casa in cerca di qualcosa da fare. Zoppicando riesce a raggiungere la camera da letto, toglie il velo trasparente dal materasso e si lascia cadere a peso morto sulla superficie ruvida per le trame del tessuto. Nella stanza respira plastica e sabbia, all’improvviso gli manca l’aria. La loro vita a New York è ormai irrecuperabile. Sua moglie aveva salvato il cane? E se il cane era morto come si sentiva adesso? Non aveva più importanza, nulla esisteva oltre la muraglia, dall’altra parte del mondo, dietro le montagne aride di un paese che ora lo vedeva, era un altro pianeta. Nemmeno Catherine esisteva. Gli era sembrata una donna diversa, una donna talmente sola e severa che a fatica riusciva a immaginarla accanto a comuni affetti familiari. Un padre, una madre, un fratello. Esistevano? Probabilmente non si era mai fatta abbracciare da nessuno prima di lui. Perché lo aveva seguito? Non era solidarietà, non era affetto, figurarsi altro. Seguirlo era stata una sfrontatezza. Forse avrebbe smesso di abbracciare anche lui, a partire da quella sera stessa.
«Andiamo a farci un bagno?». Catherine si è svegliata e si siede in fondo al letto che ora è nudo.
Ha la pelle arrossata, si è tolta la camicia rimanendo solo con il reggiseno e i pantaloni. Lui la guarda e vorrebbe che fosse buio, che indossasse la seta chiara e che ballasse dentro la cornice scura di una finestra, come aveva fatto la prima volta che avevano passato la notte insieme. Catherine lo aiuta a spogliarsi e lancia i vestiti sopra il cellophane.
Nella camera che sa di nuovo si sentono finiti.
«Potremmo fare un giro nella spiaggia qua sotto, ma è meglio andare in macchina, non me la sento di camminare fino a là».
«Pensi di riuscire a nuotare?».
«Lo spero bene, altrimenti dovrai salvarmi». Si stringe nelle spalle, non è veramente preoccupato ma ha scelto proprio quella parola, salvarmi, per sfidare la Catherine severa, Catherine senza abbracci, Catherine terribile nei suoi abiti normali.
Il caldo è ancora ovunque, anche nei coni d’ombra delle enormi piante grasse.
Catherine guida piano, stando attenta a non accelerare, teme che il motore possa esplodere da un momento all’altro sotto il sole assassino.
Nel silenzio del pomeriggio si sentono solo grilli e onde piccole. La spiaggia è ricoperta di alghe che tracciano una linea dritta tra la riva e un mare di vetro. In lontananza un uomo anziano barcolla da una parte all’altra sopra i suoi lombi magri, perde sangue da una mano e con l’altra si asciuga la fronte.
Catherine e Sam entrano in acqua.
Sembra che il mondo sia appena finito o appena cominciato.