Torta di mele

E giù terra. Terra che cade sulle cosce, sulle ginocchia sbucciate. Sugli stinchi. Che cade sui pantaloni, laceri e bucati, rovinati dal lungo strisciare sull’erba e tra i sassi, nella terra. Terra che cade sulle scarpe, dentro le calze, dentro le tasche più volte perquisite e piene ormai solo di terra, di sassi. E terra e sassi sopra la pancia scoperta, dentro l’ombelico, sui fianchi. Le costole coperte dalla terra. Terra che cade sulla cintura, sopra la maglia, sulla maglia bianca e sollevata e sporca d’erba. E altra terra e altri sassi che cadono sulle braccia, sulle mani, fra le dita. Sotto le unghie. Dita e unghie sommerse dalla terra. E poi giù terra sopra le spalle, sul viso, nei capelli. Capelli biondi e famosi e appena tagliati, ciocche leggere, vaporose, come nuvole ostinate in una giornata di sole. E terra e sassi che cadono sul collo, sopra il mento, sulle labbra. Gli occhi chiusi coperti dalla terra, coperti dalle palpebre e dalla terra e dai sassi, occhi di un azzurro scolorito, tendente al grigio, simile al fumo di una sigaretta, una di quelle sigarette sottili che fumano le donne, che fumava anche lei. E poi giù terra sulla fronte, sopra le ciglia, sulle sopracciglia. E altra terra e altri sassi che dalla vanga cadono nella buca, sul corpo, coprendo il corpo, solo il naso fuori dalla terra, solo la punta delle scarpe, solo la punta del naso, solo la terra. E poi altra terra sopra la terra.

«Vi ho mai raccontato di quando conobbi vostro nonno?»
Come ogni anno era l’ora della storia. Leo e Matilde, i più piccoli, disegnavano sul tappeto. Disegnavano coi pastelli a cera, anzi no, giocavano, i pastelli cavalieri, guerrieri e soldati, e principesse. Il grande, Luca, leggeva sul divano di maghi e mostri e degli eroi che sconfiggevano i mostri. Maria le sedeva di fianco. Guardava un film. Dentro lo schermo un uomo in uniforme inveiva contro una donna che fingeva di piangere, forse per sceneggiatura, forse per cattiva recitazione. Il marito, in piedi, sorseggiava una grappa gialla, brillante, come i suoi capelli prima che iniziasse a tingerli. Si chiamava Elia ma lei sbagliando lo chiamava sempre Elias. Non lo faceva apposta.
«Ve l’ho mai raccontato?» ripeté.
«Sì, nonna» disse Matilde agitando il pastello rosa.
«Sì, nonna» disse Luca girando pagina.
«Sì, mamma» disse Maria.
Leo picchiò i pastelli uno contro l’altro e lasciò cadere quello nero, e sollevò il pastello rosso senza aprire bocca.
«Io non l’ho mai sentita, signora» disse Elias.
Mentiva. Era un caro ragazzo.
«Fu durante il funerale di mia sorella» disse.
La storia cominciava sempre così. Era vera, in parte.

Dalla cucina si diffuse il profumo di mele e farina e fuori dalla finestra splendeva il sole e sorridendo pensò che non c’era stagione migliore di quella per perdere la guerra. S’infilò una maglia pulita che non ricordava così larga e uscì dalla camera. Lei gli dava le spalle. I lunghi capelli biondi erano raccolti in uno chignon, le mani si muovevano invisibili sul tavolo. Il grembiule si stava slegando. Si avvicinò facendo rumore e strinse il nodo del grembiule e la baciò sul collo. Quanto era esile. Notò le sue labbra tremolare, tentare senza successo di incurvarsi. Si sedette e sfregò un fiammifero sulla gamba del tavolo. S’accese una sigaretta. L’altra, l’ultima, l’appoggiò sul tavolo. Per lei. Guardò la stanza. Oltre che da cucina faceva anche da ingresso e sala da pranzo ed era piccola ed era ordinata. E vuota, ormai. Erano vuote la credenza, la dispensa sul retro, erano vuoti i cassetti. Anche il pacchetto di sigarette era vuoto. Inspirò il fumo chiedendosi da quanti giorni fossero nascosti lì. Non lo ricordava. Dieci, venti, troppi. Buttò fuori il fumo. La corrente creata dalla finestra della camera mandò la nuvola grigia verso la porta, verso la luccicante striscia di caldo che filtrava dalla porta. La cenere si posò sul pavimento. La osservò mentre svuotava la boccetta nell’impasto e non sorrise e pensò che c’erano giorni peggiori per morire.

La vanga impattò l’erba con un suono ovattato e trascurabile. Valutò se riposarsi, decise di no – avevano già perso troppo tempo –, portò pollice e indice alle labbra. Il fischio fendette l’aria come a voler tagliare le foglie e spezzare i rami, cosa che ovviamente non fece, rami e foglie che continuarono a ondeggiare piano e vicini, nel vento. Apparvero due uomini.
«Hai già finito?» disse quello alto.
«Torniamo, dai» disse quello basso.
I suoi compagni avevano la faccia e le mani pulite. I loro abiti erano sporchi e lisi ed erano armati di carabine vecchie, ben oliate. La sua stava contro un tronco. La raccolse e uscirono insieme dalla radura. La vanga l’abbandonò lì, nell’erba, come una lapide capovolta. Tornarono alla baita. Il capo li aspettava fumando la pipa, un gigante sdraiato tra le margherite. Teneva in una mano un fazzoletto bianco e ricamato e li sentì arrivare. Non disse nulla. Continuò a guardare le montagne. Poi ritirò in tasca il fazzoletto e si alzò e scese verso valle, seguito dagli altri, e abbandonarono la baita lasciando la porta aperta, o meglio socchiusa, e dopo essersi lavato le mani e la faccia sporche di terra nel vicino ruscello li seguì pure lui, guardando anche lui le montagne, o meglio le cime innevate e scintillanti delle montagne.

«Il funerale era pieno di gente. C’erano allevatori e negozianti, il calzolaio, soldati e partigiani, molte donne, troppe vedove, e tutti i vecchi e tutte le vecchie, perché mia sorella prima di essere così tanto odiata era stata molto amata, e conosciuta. Papà e mamma non c’erano. Aspettavano al cimitero. Erano sepolti insieme nella tomba di famiglia di papà, tomba in cui mia sorella non avrebbe riposato mai perché seppellita in una buca in mezzo alle montagne, tomba in cui non voglio essere sepolta nemmeno io, piuttosto crematemi, e spargete le mie ceneri lassù, nei boschi. Lo sapete come si crema un cadavere? Lo infilano in un forno e lo cuociono. (Come una torta, nonna?) (Mamma, per favore.)
«Che senso avesse un funerale senza salma proprio non lo so. E per quella sciagurata di mia sorella poi, una traditrice, una sgualdrina fuggita via col nemico, un nemico per giunta disertore. O almeno così dicevano tutti. Lo sussurravano anche quel giorno, nella chiesa mai più così gremita, mentre il coro taceva e il prete recitava l’omelia, mentre io tacevo e anche vostro nonno, in disparte, taceva, vicino all’uscio, con uno stivale quasi fuori dall’uscio, e mi guardava. Mi guardava e poi guardava il berretto che teneva tra le mani. E poi di nuovo mi guardava, il suo sguardo lo stesso sguardo con cui vostro padre fissava la mamma le prime volte che era ospite da noi; insomma, sapete, con quella voglia lì. (Quale voglia, nonna?) (Mamma, dai.)
«Il funerale finì senza applausi né pianti e uscii e ritrovai vostro nonno fuori dalla chiesa. Insieme a lui i suoi compagni. Uno era alto e un altro era basso, e il terzo era enorme e barbuto ed era anche il capo e mi fece paura. Erano stati loro a seppellire il corpo di mia sorella. E del soldato tedesco suo amante. Quando li trovarono era troppo tardi. Non che avrebbe fatto alcuna differenza, visto che li cercavano per impiccarli. Sapete cosa vuol dire impiccare qualcuno? Significa legargli una corda al collo e poi tirare la corda e bloccargli il respiro, finché muoiono. (Così, nonna?) (Matilde, lascia subito tuo fratello!)».

La torta era incantevole. Il profumo invitante. Il sapore squisito. Terminò la sua fetta e poi afferrò anche l’altra, la fetta dall’altra parte del tavolo, la fetta di fronte a lei. L’addentò. Masticò piano, passando la lingua sui pezzi di mela gustosi e umidi e riducendo la pasta frolla in dolce poltiglia, cercando un indizio o un particolare insolito, come quando sulla Settimana Enigmistica cerchiava le differenze tra le due vignette così simili eppure diverse, e lei sull’altra pagina risolveva i rebus e le parole crociate e ogni tanto lo metteva alla prova, metteva alla prova il suo italiano. Deglutì e disse in italiano che era deliziosa. Era vero. Le torte di mele erano la sua specialità. Poi le accarezzò la mano e le disse in tedesco che non era obbligata, e le disse che forse, probabilmente, senz’altro, almeno lei l’avrebbero risparmiata. Lei non rispose. Ma gli prese la mano fra le proprie e la portò alle labbra e ci posò sopra le labbra, e si sciolse i capelli, i bellissimi capelli, e sciolse il grembiule e prese il coltello e si tagliò una fetta di torta non troppo grande ma neppure tanto piccola, e chiusi gli occhi l’addentò.

Fu il parroco del paese a insistere per il funerale. Potevano essere morti per la fame e gli stenti, disse, o aver ingerito i funghi sbagliati. Disse che meritavano almeno nell’aldilà la pace di cui non avevano goduto in terra, soprattutto lei, rimasta orfana così giovane, l’unica sorella portata via ancora bambina dalla polmonite. Era un brav’uomo. Fu una cerimonia breve. In chiesa c’erano solo lui e il parroco e la perpetua, e un’anziana signora che non si trovava lì per il funerale ma pregava per il nipote di cui non aveva notizie da oltre sei mesi. I suoi compagni erano all’osteria. Festeggiavano e cantavano, brindavano alla fine della guerra o alla rivoluzione o alla figlia dell’oste. Prima di raggiungerli s’offrì di andare in comune a registrare gli atti di morte, e all’anagrafe nessuno prestò attenzione a ciò che faceva, e chiese in prestito una scatola di cartone che ovviamente non restituì mai. Poi mangiò con gli altri. Mangiò tanto e chiese il bis e anche il tris. Bevve poco. Dormirono in un casolare disabitato, ai margini del paese, vicino a un abbeveratoio in pietra dove, al mattino, le mucche si riunivano per dissetarsi, minando i dintorni con i loro grossi e circolari escrementi. Il giorno dopo si partiva presto, direzione Milano. Restò sveglio, e quando quello alto e quello basso iniziarono a russare si rivestì e uscì. La luna era alta e tonda, pallida, la pipa del capo un cerchio rosso in mezzo al buio. Non gli chiese dove andasse e non gli chiese dello zaino né della scatola piena di cibo che c’era dentro lo zaino. Tornò poco prima dell’alba. Dopo tre quarti d’ora di sonno quello basso lo svegliò e gli disse di sbrigarsi a riempire lo zaino che si partiva.

«Vostro nonno non disse quasi nulla, non offrì condoglianze e non mi regalò dei fiori. Ma preparò la cena. In quei giorni vivevo da sola, emarginata, come una bimba abbandonata o persa nel bosco, come Cappuccetto Rosso, come Gretel, ed ero più affamata del lupo e pure della strega. Vostro nonno cucinò bene. Minestra di fagioli e lenticchie e fave, spezzatino di capriolo con polenta, bonèt. Un menù degno di un’osteria. Attaccai il cibo come un soldato ubriaco. Vostro nonno mi osservò tenendosi a distanza, il vapore del suo fiato che si mischiava al mio. Non mi conquistò, non ancora, ma conquistò la mia fiducia. Sapete, il vostro povero nonno non era esattamente un bel fusto. Neanche da giovane. Mica come vostro padre con i suoi begli occhi azzurri. (Troppo gentile, signora.) (Non ti smentisci mai, eh, mamma?)
«Prima di andarsene mi lasciò un foglio con sopra scritto un indirizzo. Una via sconosciuta, una città nota. Milano. Io a Milano non c’ero mai stata, sapete, e ciò che adesso è una metropoli lo era anche allora, almeno per me, e ciò che adesso sembra una sciocchezza era invece allora un viaggio difficile, soprattutto a piedi, in particolare per una ragazza sola come lo ero io. Ma in paese non mi restava nulla; nessuno mi voleva. Era come fossi morta. E quindi avvolsi le mie poche cose in una coperta e i miei capelli in un fazzoletto e m’incamminai, sembrava un gesto folle ma m’incamminai, avevo paura ed ero sola e avevo paura di rimanere sola e forse per questo camminai, camminai, e finalmente arrivai all’indirizzo indicato sul foglio, salii fino al quarto piano, e quando bussai alla porta dell’appartamento non rispose nessuno. (Dov’era il nonno?) (Si era perso, nonna?) (Shh, fatela finire.)
«Aspettai su quel pianerottolo per diciassette ore. Oltre mezza giornata. Ed è strano, sapete, aspettare per così tanto tempo, immobile e seduta, è strano perché poi gli anni passano e di quell’attesa ti sembra di ricordare tutto e in pratica non ricordi nulla. Per esempio, non ricordo se arrivai all’alba o di pomeriggio o al tramonto, ma ricordo d’essere rimasta lì per diciassette ore, non una di più, non una di meno. Non ricordo se o cosa mangiai, ma ricordo che il pianerottolo aveva ventiquattro piastrelle di granito scuro, e che una piastrella aveva un buco a forma di ferro di cavallo. Non ricordo se vidi qualcuno salire o scendere le scale, ma ricordo d’aver fatto pipì in un piccolo bagno con un grande specchio rettangolare e una finestra piccola, tonda, simile a un oblò. E non ricordo cosa disse vostro nonno ma ricordo che quando tornò era buio, e non ricordo com’era vestito ma ricordo che mentre m’aiutava a rialzarmi pensai che forse non era bello ma che la sua mano era forte e calda.»

Da fuori, da lontano, dal bosco, arrivò il rumore alieno e inconfondibile di uno sparo. Da dentro, da vicino, dallo stomaco, giunse un crampo che tentò con poco successo di dissimulare. Lei per fortuna stava alla finestra. Avvertì un altro crampo e trattenne un gemito. Malgrado tutto sorrise. Sai che fortuna. Si alzò a fatica dalla sedia, la raggiunse, si abbracciarono. Le disse in tedesco che avevano scelto il giorno giusto, e le disse in italiano che l’amava. Lei lo strinse forte. Le accarezzò la bocca: intorno alle labbra c’erano delle briciole. Le tolse il fazzoletto dalla tasca, quello bianco e ricamato, e la aiutò a ripulirsi. Poi la baciò. La lingua di lei era dolce e un po’ disidratata, ed era dolce e secca anche la sua. Il primo crampo di lei la colse mentre si baciavano, il suo terzo crampo fu il più doloroso. Tornarono a braccetto verso le sedie. Zoppicarono in avanti con il busto piegato, come un’anziana e tenera coppia, e si sedettero e misero le mani sul tavolo e si tennero per mano, aspettando lei il secondo e lui il quarto crampo, chiedendosi sia lui che lei se il prossimo crampo sarebbe stato l’ultimo.

Lavorare alle Poste gli piaceva. Il viavai continuo della gente, l’entra ed esci di buste e pacchi e cartoline, i vaglia e i cilindri colmi di telegrammi della posta pneumatica, quella confusione imperante e stordente che era quanto di più simile e più diverso potesse esserci dal fronte. E poi la calma. Improvvisa, assoluta. Lavorare al centro di distribuzione delle Poste era un po’ come stare dentro un tornado. Il turno più movimentato era quello del mattino, che iniziava col buio e finiva con il sole alto nel cielo. Era anche il suo preferito. Le giornate erano più lunghe quando aveva il turno del mattino. E ogni volta, prima di tornare a casa, si fermava all’angolo della strada per comprare quattro michette. Lei ne andava matta. Fu proprio dopo un turno del mattino, fuori dalla panetteria, che incontrò il capo.
«Ciao», gli disse.
Ricambiò il saluto, la schiena che si raddrizzava come d’antica abitudine. Erano passati tre anni dall’ultima volta che lo aveva visto, e sapeva in quegli anni d’essere cambiato molto. D’essere ingrassato. Il capo, invece, era rimasto uguale. Come la sua pipa. Solo la divisa era diversa. Parlarono di antiche battaglie e nuove repubbliche e di vecchi compagni, di chi c’era ancora e di chi li aveva lasciati, e poi il capo abbassò lo sguardo e soffiò fuori il fumo e disse: «congratulazioni. Ho saputo che ti sei sposato».
Lo ringraziò. I raggi del sole lo investirono senza scaldarlo.
«Una donna incantevole, dicono.»
Sono un uomo fortunato, disse.
«Ora che i capelli le sono ricresciuti sarà ancora più bella.»
Osservò il capo. E osservo la strada e la folla nella strada, e osservò la pipa del capo, e annuì. Annuì piano, come se si fosse dimenticato la maniera in cui si annuiva, o non ne fosse del tutto sicuro. Il silenzio si allungò come un’ombra al tramonto.
Poi nella barba del capo si aprì un taglio. Sembrava un sorriso. Lo era.
«Qualche tempo fa ho scoperto una cosa» disse. «Una cosa che per certi versi mi ha sorpreso.» Fissò attentamente il bocchino della pipa, attese come aspettandosi una domanda. La domanda non arrivò. Il capo continuò a guardare la pipa e disse: «ho scoperto che sono troppo vecchio per credere ancora alla guerra, ma non troppo vecchio per credere nell’amore». Tirò fuori dalla tasca un oggetto candido e sottile. «Tieni. Dallo a tua moglie. Consideratelo un dono di nozze da parte mia.»
Il capo gli consegnò il regalo. Poi gli diede un gran colpo sulla spalla e andò via senza salutare, e immobile fissò l’enorme schiena del capo che solcava la folla come un incrociatore tra le onde, la pipa fumante quanto una ciminiera, e sentì sulle spalle e sulla testa il calore del sole. E in una mano stringeva la borsa colma di michette e nell’altra un fazzoletto bianco, ricamato.

(La storia è finita e adesso sogna. È un sogno ricorrente. Nel sogno è distesa sul pavimento, e non è un incubo o almeno non del tutto. Ma è un sogno doloroso, nel limite in cui possono far male i sogni. Nel sogno tossisce. Ha le mani intorno alla vita, non le sue mani ma le mani di qualcun altro. Nel sogno vomita. Le mani la aiutano a sedere, le si infilano in gola, le sente fin dentro l’esofago. Nel sogno piange. Piange vedendo l’altro corpo. E le mani asciugano le lacrime, ripuliscono in fretta il vomito, le portano dell’acqua, tanta acqua, le indicano di sdraiarsi vicino all’altro corpo e fingersi morta. Nel sogno ubbidisce. Ed ecco che nel sogno arrivano dei piedi, tre paia di piedi, piedi piccoli e piedi grandi e piedi enormi e paurosi, e mentre lei trattiene la tosse i piedi discutono con le mani, finché le mani la sollevano e la portano in una radura. I piedi li seguono. Spingono l’altro corpo. E il sogno continua e i piedi se ne vanno e le mani scavano una buca, ci seppelliscono l’altro corpo, e le tagliano i capelli così che non la riconoscano, e le offrono l’ultima sigaretta. Nel sogno fuma. E le mani riempiono di terra la buca, s’inventano una storia, e le dicono di nascondersi, di aspettare, le promettono di tornare.)
«Mamma?»
«E tornano. Tornano sempre.»
«Mamma? Ti sei addormentata?»
«No. Forse. Sì. Colpa vostra che mi fate mangiare troppo.»
«Beh, spero ti sia rimasto dello spazio. Elia ti ha comprato una torta di compleanno.»
«Non di mele, mi auguro.»
«No mamma, tranquilla. Se lo ricorda. Ce lo ricordiamo tutti.»