Non saper andare in bicicletta

Mi allaccio e slaccio il primo bottone della camicia da tre o quattro minuti; lascio passare qualche secondo di distacco tra un gesto e l’altro, così che nello specchio del bagno si sedimenti per poco la mia figura e io possa giudicarmi con occhio estraneo. Slacciato: troppo petto scoperto, su cui spiccano alcuni foruncoli e l’assenza di qualsiasi forma morbida che preannunci un seno decente. Allacciato: noiosa, secchiona, puritana.
Se arrivo in ritardo per questo motivo idiota è la volta buona che mi scavo una fossa in giardino e mi ci rannicchio in eterno, in attesa che il mondo mi dimentichi e viceversa.
L’appuntamento è alle cinque e mezza, in centro. Appena arrivata a casa ho piluccato a malapena la pasta preparata da mia madre, ho sparecchiato in fretta mentre lei e mia sorella fissavano ancora il telegiornale e mi sono gettata sotto la doccia.
Nell’aria calda e polverosa di maggio, con i capelli ancora umidi che mi cadevano sulle spalle, sono rimasta seduta sul letto in mutande, a osservare la piega carnosa della mia pancia – che si approfondisce a seconda di quanto mi rannicchi su me stessa –, i piccoli peli puntuti che mi ricrescono sulle cosce e sull’inguine, i miei capezzoli troppo chiari e troppo grandi. Ho scelto i vestiti che avrei messo, ma ho aspettato l’ultimo momento per indossarli, nel timore consapevole che mi sarei ingarbugliata davanti allo specchio come sto facendo adesso.
La settimana scorsa, per la prima volta, Elena mi ha chiesto esplicitamente di vederci, invece di lasciare che fossero come al solito le nostre traiettorie quotidiane a farci incrociare. Mi stupisco di essermi fatta così pochi problemi sul mio abbigliamento, in confronto a ora. Del resto, l’innocente occasione di aiutarla con la preparazione di una verifica di scienze ha tenuto a bada buona parte dei miei abituali retropensieri sul mio aspetto fisico; tanto più che tutto era iniziato con il tono di uno scherzo, «usa il tuo super cervello per salvarmi dal debito in scienze!». L’idea masochistica che in fondo mi stesse solo sfruttando era dolorosa – non è la prima volta che baso un rapporto di amicizia su questo tacito scambio di compiti e conoscenze scolastiche –, ma al contempo rassicurante e conosciuta. Mi ero concessa anzi di provare una certa curiosità per quel suo lato domestico: era disordinata come credevo, o avrei trovato la sua declamata collezione di CD e vinili in una fila composta? Teneva ancora i giochi dell’infanzia sugli scaffali, come me, o se ne era liberata?
In quell’occasione, l’unico guizzo di inadeguatezza l’ho provato poco oltre il cancello della sua villetta – vista molte volte negli ultimi mesi, mai esplorata –, nel momento in cui la madre mi ha accolto con il suo cardigan bianco immacolato e la manicure perfetta, «piacere di conoscerti Emma, Elena è di sopra, come sei cara a darle una mano per questa verifica!». Per camminare sul lucido parquet di mogano mi ha dato un paio di ciabatte per gli ospiti, in cui ho nascosto in fretta i miei calzini sdruciti e di due sfumature diverse di blu. L’ambiente era elegante e senile, perfetto contraltare dello stile di Elena, dei suoi anfibi, delle magliette dei Iron Maiden e dei capelli tinti di un rosso acceso.
Questa volta il quadro è del tutto capovolto: non saremo in casa, sotto il vigile occhio della madre con il suo vassoio di succhi – in bottiglia di vetro, non in un mediocre brick – e gallette con la marmellata, ma all’aperto, in un bar davanti al quale di solito accelero il passo nel timore che i suoi clienti medi giudichino il mio portamento goffo, il mio abbigliamento monocolore e informe. La proposta di Elena – sempre lei a proporre, io invece sempre muta, servizievole – questa volta non riguarda alcuna condivisione di nozioni sulla chimica organica: è un aperitivo, un semplice aperitivo. In teoria per festeggiare l’egregio voto della verifica, ma questo Elena lo ha aggiunto in un secondo messaggio, quasi due minuti dopo il primo: una rassicurazione posticcia che invece di tranquillizzarmi ha gettato nel mio stomaco una manciata di spilli scottanti, che vi languono ormai da tre giorni.
Tutta la situazione conserva ancora un retrogusto irreale. Per mesi interi non ci siamo mai viste al di fuori del quotidiano percorso che dalla fermata dell’autobus ci porta a casa, tra chiacchiere timide ma frenetiche, che si avvicendano in lotta con i minuti risicati che possiamo passare una accanto all’altra sul marciapiede. In poco meno di due settimane, a ridosso della fine della scuola, la prospettiva davanti a me è cambiata radicalmente: non più solo l’atroce stagnazione dei mesi estivi, i pomeriggi pigri e sospesi nel caldo. Un’interferenza si sta facendo largo in questo quadro definito e prevedibile: una parte di me non vuole altro, ma un’altra si dibatte terrorizzata come un animale in gabbia.
Pizzico la stoffa della camicia sul petto e sui fianchi per staccarla dalla mia pelle, che si fa già sudaticcia; spingo il petto in fuori, piazzo le mani sui fianchi e prefiguro l’evoluzione dell’alone sotto le mie ascelle in termini di sicurezza, ampiezza, rapidità di estensione della macchia umida. La previsione non è troppo grave; del resto, ho scelto appositamente questa camicia perché abbastanza ampia e di un adeguato blu scuro. Decido alla fine di lasciarne l’ultimo bottone slacciato, nella speranza che questo mi aiuti a disperdere i fiotti di calore che mi riempiranno le guance e il collo al primo sorso alcolico.
Sono due giorni che mi chiedo cosa dovrei ordinare da bere: non ho potuto confessarlo a Elena, ma non ho mai fatto aperitivo in vita mia. Almeno, non nel suo specifico senso sociale, l’unico che in fondo importi: non ha alcun valore pregresso il fatto di essermi ingozzata di Coca cola e patatine a casa di Alessio, nel tardo pomeriggio, davanti a lunghe sessioni di Smash Bros; non lo ha nemmeno il fatto di aver assaggiato a Natale i diversi tipi di gin tonic in cui si è specializzata zia Anna a partire dal proprio divorzio.
Un aperitivo in centro è un discorso completamente diverso: denuncia il tuo savoir faire, espone la tua posizione nella catena alimentare, suggerisce le tue abitudini amicali e quindi relazionali e quindi in un qualche retroterra di significati anche quelle sessuali. Insomma, il modo in cui rimarrò indecisa tra il bere un drink o un analcolico, e in cui non saprò se prendere gli stuzzichini direttamente dalle ciotoline con le mani o se farli scivolare nel palmo al riparo dalla condivisione di germi o ancora riporli in un tovagliolino per spartirli in modo equo, renderà lampante la verità che mi affanno a nascondere e che al contempo è l’unico caposaldo della mia intera, piccola vita: sono una sfigata.
Tanto più che Elena è sì di terza, e non di quinta come me, ma frequenta già dall’anno scorso gli studenti che quest’anno sono diventati universitari, e segue i loro ritmi, i loro canoni estetici, i loro coprifuochi laschi e l’abitudine di andare per pub e concerti serali a Milano.
Mentre rovisto nel cesto della biancheria da stirare, alla ricerca di un paio di calzini accoppiabili, rimugino per l’ennesima volta sul fatto incredibile che Elena mi abbia preso in considerazione come persona degna delle sue chiacchiere, anche solo in quella manciata di minuti giornaliera che dall’inizio del nuovo anno abbiamo iniziato a trascorrere insieme. Non l’avevo mai vista nel nostro quartiere, e in effetti mi ha confidato dopo i primi scambi di parole di essersi ritrasferita quest’anno dalla madre, dato che il padre è tornato a vivere in Sicilia per lavoro, ma lei vuole terminare gli studi nel nostro liceo.
Dopo il liceo, non sa bene che fare. Le piace la musica, suona la chitarra e scrive canzoni tristi che si è arrischiata a farmi leggere, e su cui le ho dato dei consigli forse pretenziosi, ma che lei ha ascoltato attentamente. Dice di ammirare molto la sicurezza con cui io sembro avere il mio futuro in tasca: la futura laurea in ingegneria, il lavoro nell’ambito della consulenza industriale, lo studio attento dell’inglese per trasferirmi all’estero. Io le ripeto che è normale che lei non abbia ancora le idee chiare, e soprattutto le taccio che non ci vedo niente di positivo nella mia compassata programmazione del futuro – sono incapace di riadattarmi al minimo urto, impregnata dal timore del passo falso. Ma lei non vede tutto questo: mi punzecchia quando scopre le mie lacune musicali, ma ammira la mia tuttologia basata su lunghi pomeriggi davanti a Wikipedia, documentari e video divulgativi su YouTube.
Ho pensato a lungo che mi consultasse come una sorella maggiore, una sorella maggiore un po’ sfigata e nient’altro. Poi però ha gettato tra di noi quella frase, dopo i pochissimi messaggi che ci eravamo scambiate per organizzare il pomeriggio di studio a casa sua: «Ti va di fare aperitivo insieme tipo venerdì?».
Certo che mi va. Non c’è cosa che mi vada di più sulla faccia della Terra di uscire con te, poterti parlare senza l’angoscia di quella conosciutissima striscia di cemento che si cancella sotto i nostri piedi, senza i soliti argomenti scolastici a intrappolarci e mangiar via buona parte delle nostre conversazioni. Ma il respiro è così corto, le fitte al basso ventre così forti, il pizzicore del cuoio capelluto grattato troppo forte sotto la doccia così insistente che una parte di me vorrebbe rannicchiarsi in una parentesi temporale e rimanervi, immersa in una placenta esistenziale in cui questo appuntamento non è stato nemmeno ipotizzato, in cui io non accado e tu non esisti, e in cui insieme alla possibilità di stare bene scompare anche il suo puntuale corrisposto emotivo: il terrore di stare male.
Dalla scrivania dove l’ho abbandonato, il mio cellulare lancia una vibrazione aggressiva. È Elena: «Io ci sono!»
Rispondo in fretta, la realtà mi ricade addosso, mi invischio di nuovo nel tempo che cammina marzialmente lungo il suo percorso a prescindere da me: sono le cinque e ventisette.
Infilo le scarpe e mi getto in salotto: mia madre sto guardando una replica di Grey’s Anatomy con indosso i guanti di gomma, gialli e spessi, con cui lustra la cucina ogni pomeriggio.
«Dov’è Sofia?» chiedo in cerca di mia sorella con lo sguardo: sono passata a fianco di camera sua ed era vuota.
«È già uscita» dice mia madre senza staccare gli occhi dallo schermo.
Mi pietrifico, e al contempo il sangue inizia a pomparmi nelle vene con prepotenza, mi scalda la faccia e le orecchie, mi confonde l’udito.
Sofia aveva promesso di darmi un passaggio in auto mentre andava a lezione di yoga. Come al solito svagata, egocentrica, non è bastato ripeterglielo per due giorni di fila perché se ne ricordasse. Avrei dovuto ripeterglielo qualche ora fa, è colpa mia, so com’è fatta, è un’idiota – ora che faccio?
Chiamo Sofia. Una, due, tre volte. Il cellulare vibra nello zaino abbandonato nei camerini, lei è già immersa nei suoi esercizi di respirazione, si riconnette al mondo, schiude i chakra, mentre io mi immagino nell’atto di strozzarla a mani nude, al pensiero della nostra unica automobile parcheggiata fuori dalla sua palestra di merda.
Un mal di pancia lancinante cerca di piegarmi in due ma non ho tempo nemmeno per questo, l’agitazione mi fa dimenticare i sintomi dell’agitazione stessa. Non posso andare a piedi, il centro dista almeno mezz’ora. Devo andare in bicicletta.
Rovisto nei miei cassetti, trovo la chiave della catena.
La mia bici. La uso solo in vacanza, quando i miei genitori si decidono a trascinarci in campeggio. È una vecchia bici passatami da mio cugino anni fa, con dei finti graffiti bluastri sulla canna, e la ruota dietro che cigola e che non mi decido mai a mettere a posto.
Riesco a vedermi. Riesco a vedere la scena patetica di cui mi sto per rendere protagonista.
Io che mi faccio largo per il centro in sella alla mia vecchia bici, la mia ridicola bici da ragazzino delle medie. Pedalo lungo la mia traiettoria oscillante, e sudo nella mia camicia blu scuro.
Elena mi aspetta seduta al bar che ha proposto lei stessa, non ha ancora ordinato per cortesia nei miei confronti, ma fa caldo, ha sete, vorrebbe avere già il suo spritz in mano. Accavalla le gambe lunghe, chiare, sempre depilate, attira gli sguardi del giovanissimo cameriere e forse anche di qualche cliente bavoso, controlla l’ora sul cellulare, sistema nel riflesso scuro dello schermo i ciuffetti della frangia e si accerta della simmetria dell’eyeliner.
Mi vede arrivare, non può farne a meno. Mi osserva alle prese con la pesante catena olandese affibbiatami da mio padre, mentre cerco di assicurare sia la ruota davanti che la canna della bici. Non riuscirà a trattenere una parte del proprio subconscio dal paragonarmi ai suoi amici, che la vengono a prendere in macchina per portarla fino in Darsena a Milano.
E io sono in ritardo, l’agitazione rallenta ogni mio gesto perché scompiglia la logica dei miei gesti, mi scopro a fare movimenti convulsi e ripetuti, non riesco a chiudere la catena della bicicletta. Sudo, sudo e sudo. Elena mi fissa, mi giudica, si chiede se qualche conoscente l’ha vista lì da sola, a un tavolino in pieno centro, ad aspettare quella secchiona, quella faccia anonima della 5^F.
E se non trovo una rastrelliera in centro? Dove si possono lasciare le biciclette in quella zona? Elena mi vede trafelata, la fronte lucida di sudore, mi sente farfugliare decine di scuse e devo passare oltre, in cerca di un lampione, un cancello, qualcosa a cui legare la mia bicicletta. E se la catena ingombrante non è abbastanza lunga? È ridicolo ma non ho idea di cosa si faccia in questi casi, non uso mai la bicicletta in giro per la città. Devo legare la canna? E se mi rubano le ruote? Mi vedo al tavolino con Elena, rattrappita sulla sedia, con la testa pesante per l’assaggio di alcol e la camicia pregna di sudore freddo, che fisso il ghiaccio sciogliersi nel mio drink mentre non sento cosa mi stia dicendo Elena, riesco solo a pensare alla mia bicicletta, la bicicletta che forse mi stanno rubando, o peggio, che qualcuno fissa pensando “guarda ‘sto coglione come l’ha legata, se gliela rubano un po’ se lo merita” – non si limita a pensarlo: questo qualcuno lo dice ad alta voce, dà di gomito all’amico, insieme chiamano tutte le persone che passano per il centro pedonabile, venite a vedere questa bicicletta ridicola, legata male a un’inferriata. Un capannello di persone deride la mia bici, prende a calci le ruote, mi aspetta per sfottere anche me.
Mi siedo sul letto, apro la chat con Elena.
«Scusami» digito, «ho avuto un imprevisto e non riesco a venire, mi spiace un sacco».
Lei, immediatamente, il cellulare già tra le mani: «Ah ok… tutto a posto?»
«Sì tranquilla» mi affretto a mentire, «un mezzo casino in famiglia, niente di grave ma non posso uscire. Scusami ancora. Ci vediamo lunedì?»
«Parto per il mare domenica mattina.»
«Ah cavoli. Vabbè sentiamoci quando torni ok?»
Elena lascia passare tre minuti in cui il cuore mi si ingolfa di lacrime, che risalgono fino ai miei occhi e appannano la vista del suo tardivo e laconico “ok”.
Non so quanto starà via. Non riuscirò a chiederglielo. Non riuscirò a riscriverle io. Probabilmente, lei non lo farà. E dall’anno prossimo quella breve strada insieme non la percorreremo più.

Spengo il cellulare, lancio via le scarpe, mi sdraio sul letto. Un frignio mi sale per la gola, incontrollabile, e tutto il petto inizia a stropicciarsi sotto il peso del pianto che lascio affiorare sulla mia faccia. Il caldo asciuga in fretta le lacrime, e mi lascia le guance secche e pizzicanti.
Il battito cardiaco impazzito rallenta, mi ritraggo nel mio guscio, immersa in una calma triste. Una piccola parte di me si sente quasi rassicurata, come se quest’esito fosse ciò che mi sarei dovuta aspettare fin dal principio.
«Emma?»
Mi sfrego rapida gli occhi con le mani e mi volto verso mia madre.
Non bussa mai per entrare in camera mia, e sono abituata alle sue violazioni della mia stanza; questa volta però è in preda a un pudore sconosciuto: ha aperto la porta ed è rimasta lì, appoggiata allo stipite.
«Ma non dovevi vedere un’amica? Non vai più?»
Risentire la mezza verità che le ho rifilato in questi giorni sostituisce una preoccupazione pungente allo sconforto e alla vergogna. «No alla fine no» mugugno, «ci vediamo più avanti, tanto abbiamo tutte le vacanze…»
È evidente che qualcosa non va, ma l’ostinazione con cui rimango muta e curva la rende indecisa. Mi guarda con le braccia conserte, la faccia triste e perplessa, senza sapere cosa dire. Non sa se scuotermi o consolarmi, torchiarmi o lasciarmi il mio spazio. Posa sempre il suo sguardo su di me come su un oggetto bello e inutilmente complicato; un oggetto non generato dal suo corpo, ma comprato in qualche negozio d’antiquariato sull’onda di un’ispirazione che si è affievolita nel tempo.
Lei sospira. Io sento l’impulso di scusarmi, non so per cosa.
E un ricordo mi trafigge il cranio: ho cinque o sei anni, e mia madre mi sta insegnando ad andare in bicicletta. Io pedalo con il cuore in gola lungo la strada sterrata di uno dei campeggi della mia infanzia, confusa dalle marce ma esaltata dall’adrenalina che si riverbera nel mio piccolo corpo abbronzato e coperto di polvere terrosa; mia madre trotta accanto a me tenendo il portapacchi della mia bicicletta per aiutare il mio equilibrio. Andiamo sempre più veloce, la sua stretta si fa sempre più leggera, «ti tengo!» mi dice.
Io pedalo veloce, con lo sguardo fisso davanti a me, dove la strada del campeggio si perde tra i pini marittimi, e in lontananza si vede il mare. Pedalo come se dovessi tuffarmici, senza pensare a niente, e a un tratto sento la voce di mia madre lontana dietro di me: «bravissima!».
A un certo punto si è fermata, ha lasciato la presa, non me ne sono nemmeno accorta: so stare in equilibrio da sola.
I pedali vorticano, le mie gambe ormai non fanno più nessuno sforzo, sento la testa leggera. Scoppio a ridere.