La casa di Franco

Quindici anni fa, prima che mi trasferissi all’estero, mi capitava talvolta di incontrare Franco a qualche festa, la sera, a casa di un conoscente comune, oppure nel giardino dell’università, intento a leggere un libro o parlare con qualcuno o mangiare una mela. Eravamo entrambi studenti, spesso ci capitava di frequentare insieme dei corsi. Non eravamo amici. Lui sedeva, di preferenza, nei posti centrali, dritto davanti allo sguardo del professore. Io me ne stavo più indietro, a pochi passi dalla porta d’ingresso.

Franco mi colpiva per via del suo puntiglioso modo d’intendere il mondo e se stesso. Portava un completo, nero o grigio scuro, e la cravatta. Per scrivere usava un blocco di fogli trattenuto in un’elegante cartellina di cuoio e una sottile penna d’argento. Io andavo in giro con jeans sdruciti e camicie di flanella marrone o verde bottiglia. Sembravo – volevo sembrare – uno di cui non fidarsi. Di certo diffidavamo l’uno dell’altro.

Forse il ricordo di Franco si sarebbe spento insieme a quello di tanti altri volti, se non fosse stato per una serie di coincidenze: il mio ritorno, ovviamente, ma soprattutto le parole di un amico – uno dei pochi che mi erano rimasti in Italia – che pochi giorni prima che tornassi mi aveva scritto in un messaggio: Sai chi si è trasferito a Lucenia? Franco. Te lo ricordi?

Lo ricordavo, sì. Ma soltanto a tratti, per frammenti scomposti. Non avevo idea di cosa facesse, di come fosse finito lì.

*

Fino a qualche anno fa nessuno si sarebbe trasferito di proposito a Lucenia. Troppo buia, si diceva, incassata com’è nella valle e in qualche modo segnata dai movimenti del fiume che, qualche volta, fanno temere per uno straripamento o una piena. Eppure, quanto nessuno vi si sarebbe trasferito, tanto nessuno dei suoi abitanti avrebbe voluto andarsene altrove; la cosa doveva avere qualcosa a che fare con le montagne, con la luce che esse generano o meglio limitano. La resistenza degli abitanti di Lucenia richiamava di certo il loro rapporto di vicinato con il buio, con la notte e la sua più stretta parente: la morte.

Anche Marta veniva da lì. Inizialmente non avevo collegato le due cose – Franco, Marta, intendo – ma a ripensarci avrei dovuto vederli, quegli sguardi, al tempo dell’università.
Conoscevo Marta in modo sotterraneo, contorto e allusivo. Venivamo dallo stesso paese, ma condividevamo soltanto l’ora di treno che ci portava fino a Padova, così come una seconda ora di viaggio – la sera – per tornare a casa. Le nostre chiacchiere ruotavano intorno a libri letti o dischi ascoltati. Portava scarpe nere di pelle con la suola spessa, era piccola e precisa nei gesti, aveva due orecchini scompagnati e un cappotto verde scuro che era appartenuto a sua nonna.

Una volta, la sera – era l’inizio della primavera, ma faceva ancora molto freddo – tornando a casa in treno, entrambi con le cuffie sulle orecchie, l’avevo vista guardare fuori dal finestrino; di colpo gli occhi le si erano illuminati. Sul vetro umido di condensa, con le dita, aveva tracciato in modo preciso la figura stilizzata di un bue completo di corna, zampe e coda, così come millenni prima dovevano aver fatto tante altre dita in tanti altri luoghi della terra. Non so perché lo avesse fatto – non gliel’ho chiesto; credo che nemmeno si sia resa conto che la stavo guardando. Ma per un momento ho visto che sorrideva, e anch’io mi sono sentito riempito di qualcosa: doveva avere a che fare con il momento del giorno, con la stagione in arrivo, con un sentimento lontano che riecheggiava in noi venendo da non so dove a risvegliarci i sensi.

*

Tre giorni fa, per la strada, ho incontrato Franco. Camminava sul marciapiedi opposto al mio; teneva gli occhi bassi. Solo all’ultimo, quando io mi sono fermato per vedere se davvero fosse lui, ha alzato gli occhi. Ho creduto, per un istante, che non mi avesse riconosciuto; poi che avrebbe fatto finta di non vedermi. Invece si è arrestato, ha fatto una mezza giravolta nella mia direzione, mi è venuto incontro. Aveva abbandonato i vestiti di un tempo. Portava un paio di pantaloni di velluto a coste, una camicia azzurra e un cardigan blu notte; pareva più vecchio dei suoi anni, eppure allo stesso tempo dava l’idea di essere più a fuoco: quei vestiti ora gli appartenevano, non erano più l’idea di un vestito. Anche il viso era più suo – più vecchio, certo, con alcune rughe giovani agli angoli degli occhi e i capelli un po’ ritratti sulla fronte – ma sempre preciso, composto. Veniva verso di me con il braccio destro sollevato sopra la testa, un gesto di saluto che aveva qualcosa di militaresco; un gesto che richiedeva attenzione e silenzio. Mi ha chiamato per nome, poi: Mi avevano detto che eri tornato – ha detto. È passato molto tempo.

Vedevo che era in attesa che parlassi. Si aspettava da me un’osservazione: forse sul suo aspetto, o sul tempo che passa, non lo so.
Franco – ho risposto. È bello vederti. Non me l’aspettavo.
Ha annuito: Ora vivo qui.
Deve aver intuito la domanda nei miei occhi, perché ha continuato: Una lunga storia. Mi farebbe piacere se passassi da me. Potremmo raccontarci cosa abbiamo fatto in questi anni.

Annuii. Mi spiegò dove si trovava la sua casa. Conoscevo perfettamente il posto. Quando ero piccolo era un rudere senza porte e finestre, ai margini del paese, in alto sotto la costa della montagna. Andavamo lì a giocare a nascondino. Ora quella era la casa di Franco. Gli promisi che ci sarei andato il giorno dopo, per un caffè, nel pomeriggio.

*

Il pomeriggio successivo mi diressi verso la casa di Franco. La strada era in salita. Mentre salivo sempre più la natura prendeva il sopravvento: i giardini diventavano man mano più selvatici; qui e lì i muri a sasso sostituivano il cemento e, nelle fessure fra le rocce, la cedracca cresceva gettando in fuori i suoi tentacoli. Anche l’aria pareva cambiare: si faceva più fresca e, in qualche modo, più corposa. La strada che correva dall’altra parte del fiume, a valle, appariva e svaniva fra gli alberi. Il rumore delle automobili era un fruscio sommesso.

La casa di Franco era un vecchio rustico restaurato con attenzione ma anche – mi sembrò – con una certa imperizia. Elementi moderni s’appaiavano alle antiche pietre della costruzione: una veranda di acciaio e vetro occupava il lato destro dell’edificio, quasi un pendant imposto più dal bisogno che dall’estetica. Tuttavia il giardino appariva più curato di un tempo: molti degli arbusti selvatici che, quand’ero bambino, me lo facevano sembrare una giungla misteriosa erano stati tagliati per lasciare spazio a un prato non certo ben tenuto ma quantomeno in pieno possesso dello spazio circostante. Foglie di giovani platani segnavano, simili a impronte di dinosauro, il selciato di ghiaia che dal cancello conduceva sino alla porta.

Suonai il campanello del piccolo cancello elettrico. Dovetti aspettare più di un minuto – e suonare nuovamente altre due volte – perché qualcuno, dall’interno, rispondesse. Sentii d’improvviso lo scatto della serratura e, da dietro le tende di una finestra, scorsi l’ombra di un corpo che si muoveva verso la porta.
Franco aprì e mi attese sull’uscio. Mi parve che si fosse preparato al nostro incontro. Era perfettamente rasato, come gli uomini di una volta, tanto rasato che il suo volto appariva arrossato; sembrava, non so per quale ragione, emozionato.
Sei arrivato al momento giusto. L’acqua del tè sta bollendo.
Non osai dirgli che non amavo il tè; anche quel rito mi sembrava antiquato, volutamente tale. Entrai in casa e mi guardai intorno.

Ti piace?, mi chiese.
Il corridoio era sistemato con cura. Una credenza di rovere faceva da contraltare ad alcuni quadri simbolisti alle pareti; non erano riproduzioni di dipinti famosi, piuttosto discrete variazioni sul tema di qualche artista locale.
È molto bella, dissi. Era in rovina quando ci sono entrato l’ultima volta.
Franco annuì: L’abbiamo comprata per quattro soldi. Al tempo case così non valevano niente. Gli altri nostri amici si compravano appartamenti nuovi nei quartieri residenziali. Noi invece abbiamo preso questa.

Mi voltai a osservarlo. Il suo sguardo era diretto verso il corridoio, si soffermava su mobili e quadri, sul soffitto con le travi a vista e sul pavimento di pietra. Ma sentivo che quello sguardo non era il suo sguardo, piuttosto uno sguardo condiviso, quel noi che doveva essersi in qualche modo spezzato. Mi chiedevo se fossi lì nel ruolo scomodo di testimone o comparsa del suo dramma.

Franco mi fece cenno con la mano, conducendomi in salotto. La luce entrava moribonda da una finestra diretta verso sud-ovest. Illuminava una tv, le grandi casse nere di un giradischi, una libreria piena a metà; poi un divano, cuscini, un poggiapiedi davanti a una poltrona, una coperta a quadroni rossi e azzurri, soprammobili, una caraffa rossa, un vaso per i fiori vuoto, alcune foto alle pareti (Parigi in inverno, un paesaggio di campagna, una bambina che sorrideva) e altri dipinti, oggetti scelti e collocati lì da quell’organismo duale che doveva esserci stato e ora, era inevitabile a saper guardare, non c’era più: non c’era in un chiodo vuoto appeso al muro, nella polvere che ricopriva il piano di un segretaire nell’angolo, nella libreria scarnificata. Tutto sembrava al suo posto, solo un poco discosto da quello che avrebbe dovuto essere.

Franco mi fece accomodare sul divano, uscì dalla stanza e tornò dopo qualche momento con due tazze piene d’acqua: Tè verde?, chiese; Oppure bianco? Earl Grey?
Verde, risposi. Franco annuì inserendo nella mia tazza la bustina. Sentivo il ticchettio di un orologio venire da un’altra stanza.
Vorrei chiederti come stai, gli dissi.
Franco si voltò a guardarmi. Per un momento lo vidi riflettere mentre mescolava l’acqua che si tingeva di un vago color crema: Credo che dovrei farti la stessa domanda, rispose. Non ci vediamo da tredici anni.
Annuii.
Mi hanno detto che hai girato mezza Europa.
Scossi la testa: Esagerano.
Cosa hai fatto?
Molte cose diverse. Ma da quando sono tornato faccio l’insegnante.
Come me.
Lo so.
Mi sei venuto in mente, non troppo tempo fa.
Perché?
Ho ritrovato una vecchia foto. Ti ricordi il giorno della laurea? Ci siamo laureati lo stesso giorno.
Ricordo.
Ci siamo io e te. Stiamo parlando, prima della discussione.
Chi l’ha scattata?
Marta.
Mi ricordo Marta.
Lo so. Veniva da qui. In effetti, è mia moglie.

Lo guardai. Avevo compreso che tutto ciò che mi aveva detto guidava a questo punto. Quella foto in cui io e lui comparivamo insieme non era altro che un modo per dire il suo nome: Marta, e cominciare a raccontare.
Cosa è successo?, chiesi.
Non rispose. La sala si faceva sempre più buia. La luce, qui, cala presto.
Vieni, ha detto alla fine. Voglio mostrarti la casa.

*

Mi portò su per le scale. Erano vecchie, molto ripide.
Quando abbiamo restaurato la casa non potevamo permetterci di sostituirle. Le abbiamo lasciate così – mi spiegò. Chi veniva a trovarci ci chiedeva come facevamo: Non avete paura di cadere?, dicevano; ma la verità è che mi sono sempre piaciute, e anche a Marta. La notte scricchiolano. Qualche volta, se sto per addormentarmi, credo siano i passi di lei che viene a letto.

Tacevo. Alle pareti erano appesi quadri con fiori secchi circondati da passepartout color pastello, azzurro acqua, rosa antico. In cima alle scale il buio conquistava terreno. Fuori dalla finestra immaginavo il sole sostare ancora per qualche momento lungo i contorni delle montagne, poi trapassare i rami dei pini della cima, quasi eclissarsi e poi sparire, un chiarore soltanto dietro di sé, una luce indiretta che sarebbe durata ancora per qualche tempo mentre le rondini gridavano nell’aria e qualcuno usciva sul balcone per una sigaretta mentre pensava che anche questa giornata era finita.

Franco accese la luce. Un corridoio stretto conduceva a tre porte chiuse.
Quando l’abbiamo acquistata – mi disse in cima alla scala – l’unica nostra preoccupazione era andarcene di casa, stare insieme. Sai quel sentimento che si ha da giovani, come che la vita sia soltanto in attesa del nostro arrivo? Volevamo diminuire l’attesa. L’abbiamo restaurata pezzo per pezzo, stanza per stanza. Quando non avevamo più un soldo ci fermavamo. Per anni questa casa è sembrata un accampamento. Dormivamo in salotto, non avevamo ospiti perché ci vergognavamo. Io avevo cominciato a insegnare, Marta viveva di ripetizioni e di turni al bar alla sera. Di giorno studiava al tavolo della cucina. Quando tornavo a casa la trovavo seduta con tutti questi libri di arte intorno a sé.
Un giorno mi chiese se poteva usare la soffitta come studio, fintanto che non l’avessimo sistemata. Non mi sembrava una buona idea: è una stanza buia, fredda; ma Marta insisteva, diceva che aveva l’atmosfera. In quei mesi stava preparando la sua tesi; aveva deciso di concentrarsi sull’arte parietale del Paleolitico superiore. La casa era piena di disegni e fotocopie di dipinti rupestri. Guardandoli capii cosa intendeva quando diceva che la soffitta aveva l’atmosfera: sembrava di essere dentro una grotta. La lasciai fare.

Franco si interruppe: Vieni, disse. Ti mostro le camere da letto.

*

La prima stanza era semplice, spoglia. In un angolo una toeletta di ferro battuto rilanciava la nostra immagine dal suo piccolo specchio. Il piano di vetro era vuoto. Un vecchio armadio di noce occupava un’intera parete. Il letto era rifatto con cura, su una sedia un maglione giaceva abbandonato: Scusa per il disordine, disse Franco.

Ma lì non c’era alcun disordine, non c’era polvere né confusione. Pareva che quella stanza vivesse uno stallo, forse un’attesa o un rimpianto, non saprei dirlo. Un pezzo mancava, se ne aspettava il ritorno. Su un tavolino, in un vaso, stavano dei gerani. Il loro nome scientifico è geranium sanguineum: mi ricordai che all’università Franco amava quei due linguaggi, i fiori e il latino, lingue entrambe ormai in disuso, mi pare, morte come dicono alcuni o forse soltanto dimenticate e dunque misteriose. Franco dovette cogliere il mio sguardo, annuì, disse: Il giardino è sul retro. Purtroppo ormai è sera, non vedresti molto; ma la prossima volta vorrei mostrartelo.
Annuii anch’io.

Questa stanza non è la nostra stanza, continuò. La nostra stanza è in fondo al corridoio. Da lì si vedono le montagne, sembrano incombere sopra la testa. Dopo che Marta se n’è andata ho pensato che non mi appartenesse più. Ho voluto quasi trasferirmi. Adesso dormo qui, c’è tutto quello che mi serve, che a dire il vero non è molto, e nell’altra stanza, vieni, c’è il mio studio.

Mi fece entrare. Vidi una piccola libreria ricolma e una scrivania di legno scuro, un computer, delle carte riposte accuratamente sul piano, alcuni pastelli allineati sulla parete mostravano scene di montagna; una finestra aperta inquadrava la valle, in lontananza nella luce morente si intravedeva il fiume, l’aria che entrava era piena delle sensazioni della sera, il profumo dell’erba sfalciata, il rumore lontano di una motosega, l’aroma acre e malinconico delle frasche di olivo che venivano bruciate da qualche parte.

Sentivo che Franco stava soltanto rimandando il finale della storia, forse anche per trattenermi lì ancora un poco, perché poi quando me ne fossi andato di nuovo sarebbe calato il silenzio, la sera, i fantasmi di non so quali dolori con cui non riusciva a parlare o trovare il senso. Lì, fermi sull’affaccio della soglia, Franco mi guardava, forse sperava che io dicessi qualche parola che però non sapevo dire.

Franco?, chiesi infine.
Sì, rispose.
Vorrei vedere la soffitta.
Lui annuì. Sembrava volessi dirmi proprio questo: Sì, è per questo che sei qui, stavo solo aspettando che tu te ne rendessi conto.

Procedemmo fino alla fine del corridoio, là dove si trovava la loro camera di un tempo. Franco non mi aprì quella porta. Non la guardò nemmeno, guardò soltanto me che la guardavo.
Di qua, disse.
Sul soffitto si apriva una botola. Franco si alzò in punta di piedi per raggiungere la maniglia e la tirò a sé. Una scala a pioli, simile alle scale antincendio che avevo visto talvolta in alcune grandi città, calò sino a noi dal buio.
Prego, mi disse lui.
Afferrai i pioli con le mani. Il metallo era freddo contro i miei polpastrelli. Mentre salivo le mie scarpe dalla suola di gomma facevano un breve tonfo metallico. Sbucai con la testa nel sottotetto. Era buio, quasi impossibile vedere alcunché. Con le mani mi aiutai, poggiandomi sulle assi del pavimento, e entrai con tutto il corpo nella stanza. Sentii Franco salire le scale dopo di me, compresi che si era accostato al mio fianco. Immersi nel buio, gli occhi cercavano di cogliere gli ultimi sprazzi di luce che provenivano da due lucernari posti simmetricamente a nord e a sud del tetto. Cominciavano a distinguere qualcosa, una luminescenza biancastra che percorreva le pareti e il soffitto. Provai a spingere la vista più in là, capire di cosa si trattasse. Piano piano la mia mente mi restituì l’idea della carta: una carta bianca, sottile, simile a quella che i giapponesi chiamano washi. Avanzai verso le pareti, stando attento a non sbattere contro possibili ostacoli. Ma non c’era nulla, lì. Solo le pareti, il pavimento, io e Franco.

Poi cominciai a intravedere: ogni centimetro di quella stanza era ricoperto di carta, sì, e sulla carta si delineavano schizzi che piano piano presero ai miei occhi il profilo di cose, anzi no, di animali: erano bisonti e buoi dalle lunghe corna, orsi in procinto di attaccare, teste di lupo; c’era quello che somigliava a un rinoceronte, e poi gruppi di cavalli al galoppo. Scorrevo la parete sfiorando la carta con le dita e osservando corpi di antilopi e grossi carnivori simili a leonesse; qui e lì l’impronta di un dito aveva sfumato il colore lasciando il segno delle creste e dei solchi dei suoi dermatoglifi; vidi ancora piccole figure d’uomo, caricature simili a quelle dei bambini, archi e frecce saettanti nell’aria contro un animale in corsa; c’era un cane, poi il dipinto di uno stormo d’uccelli dove le ali dell’uno si mescolavano a quelle dell’altro. Preso dalla meraviglia, in un silenzio che si faceva più profondo, che non parlava più di un luogo ma di un tempo ormai sommerso, mi voltai verso Franco che mi guardava accanto alla scala.

All’inizio non lo sapevo – mi disse. Non venivo mai quassù. Per cinque anni, anche dopo che si era laureata e aveva cominciato a lavorare, Marta veniva qui, quando io non c’ero, oppure quando ero già a letto. Ha fatto tutto lei. All’inizio, quando l’ho scoperto, ho provato a convincermi che fosse solo un gioco, un modo per far rivivere qualcosa che amava, così come altri creano copie delle opere di Van Gogh o di Gauguin. Ma sentivo che c’era qualcosa di più. Cos’è che provi, tu, ora?

Tacqui per qualche istante, prima di rispondergli. Sapevo che la mia risposta, per lui, valeva molto: Paura, dissi. Mistero.
Sì, rispose lui. Non sapevo come chiederglielo. Come chiederle la ragione di questo. Cos’è questo, tu lo sai? Io ancora non lo so. Ma non ce n’è stato bisogno. Pochi giorni dopo che l’avevo scoperto per la prima volta Marta è venuta da me. Mi ha detto che se ne andava. Ha detto che non era colpa mia.
Dov’è andata?
All’inizio in un monastero sugli Appennini. Mi faceva avere, qualche volta, notizie di lei: una telefonata, una mail, anche solo una cartolina. Ma non è durata molto. Dopo che se ne è andata da lì non so più molto. Credo abbia vissuto in una comune in Puglia. Almeno, così mi ha detto la donna che è venuta da me due anni dopo che di lei non avevo più notizie. Mi ha riferito di averla conosciuta, ma solo per poco; mi ha portato i suoi documenti, alcuni suoi vestiti, una collana, delle carte già firmate in cui chiedeva il divorzio e mi lasciava in possesso di tutti i suoi beni, inclusa questa casa. Non le ho mai firmate. Per quel che ne so, siamo ancora sposati.

Mi avvicinai a Franco, ma non troppo. Ora eravamo nel centro della grotta, nel buio ormai diventato completo: E poi?, gli chiesi.
Nessun poi. Sono più di sette anni che non ne so più nulla.
Tacqui. Avevo una domanda che mi premeva fargli: Cosa credi che cercasse, Franco?

Si voltò, gli occhi rivolti al soffitto: Me lo continuo a chiedere, ma non credo di poterlo comprendere fino in fondo. Si tratta di qualcosa che soltanto Marta sa, e che forse non potrebbe nemmeno spiegarci. Negli ultimi anni ho letto tutto quello che potevo sulle pitture rupestri. Ho studiato i libri da cui aveva studiato lei e letto quello che aveva scritto. Sono stato a Chauvet, a Lascaux, a Altamira. Ho fatto l’unica cosa che sono sempre stato buono a fare: cercar di capire le idee degli altri… misticismo, riti medianici, sciamanesimo. Ma sono solo idee. Non capisco. Non riesco a capire cosa Marta cercasse davvero. Se non per una parola, che anche tu hai usato: Mistero. L’origine del mistero. E se questa stanza fosse il nostro mondo, il nostro mistero?, e le sue pitture una mappa per uscirne… Ma uscire come? E da dove?

Franco mi guardò. Non avevo risposte da dargli. Mi ricordai Marta che disegnava sulla condensa di un finestrino, quindici anni prima, poi l’immaginai dispersa più lontano, da qualche parte nel mondo, ancora viva ma diversa, non solo nello spazio ma anche nel tempo, rivolta verso un regresso che portasse a diecimila, ventimila, un milione di anni fa… tesa verso un infinito intoccabile, in fondo.

Vieni, mi disse Franco, è tardi.
Scendemmo le scale a pioli. Franco richiuse la botola. Giunti alla porta d’entrata Franco appoggiò la mano alla maniglia, si fermò, si voltò a guardarmi: Cosa dovrei fare?, mi chiese.
Sospirai: Dovresti staccarli – dissi alla fine. Toglierli tutti, metterli via da qualche parte; lasciarli lì, non guardarli più. Poi riaprire la vostra stanza, liberarla, trasformarla in qualcosa di diverso.
In che cosa? Non ho bisogno di altre stanze.
Non importa. Devi provare a riappropriarti di questa casa. Altrimenti sarà lei a rinchiuderti dentro di sé.

Franco annuì, poi riprese: E perché allora non bruciare tutto? Perché non liberarmi… – si fermò, mi guardò, comprese. Se lei fosse tornata, avrebbe avuto bisogno di recuperare il suo mistero.
Grazie, mi disse.
Di nulla, risposi. Devi farti forza.
Erano parole vuote, le mie. Non servivano a niente.

Mi sorrise con distacco. Sapeva che non avevamo più altro da dirci e che non ci saremmo visti più. Non sarei tornato a visitare il suo giardino. Il geranium sanguineum sarebbe cresciuto anche senza il mio sguardo. Poi sarebbe morto. E rifiorito ancora. Come sempre.

*

Mentre scendevo per la strada, illuminato dai lampioni della sera che emettevano una luce aranciata e sconfortante, ripensai a Marta.

Mi tornò in mente un incontro che avevo fatto molti anni prima, in montagna. Mentre seguivo un sentiero non segnalato da nessuna parte mi ero imbattuto in una grotta, e dentro la grotta c’era un uomo. Doveva avere circa quarant’anni, ma era difficile dargli un’età precisa. Era a petto nudo, con soltanto un paio di pantaloncini sdruciti addosso. In una lingua che mescolava tedesco, francese e spagnolo mi aveva chiesto se avevo dell’acqua, qualcosa da mangiare. Gli avevo dato quel poco che avevo; lui mi aveva fatto cenno di sedermi con lui. Impaurito, ma anche affascinato, mi ero chinato all’imbocco del piccolo covolo dove apparentemente viveva. Lì avevo visto tracciati dei disegni, lettere di nessun alfabeto e immagini geometriche, uomini stilizzati e animali che circolavano per quelle montagne: camosci, caprioli, mufloni dalle lunghe corna ritorte. Gli avevo chiesto chi li avesse disegnati. Lui inizialmente non pareva capire ma, dopo che glieli indicai con il dito, la sua bocca si aprì in un sorriso a cui mancavano alcuni denti: Moi, disse, mi, mi. Poi aveva preso un pezzo di carbone dal cerchio di pietre che c’era fuori dalla grotta e segnato nell’aria facendo segno di dipingere qualcosa. Avevo annuito. Mi ero chiesto – e avrei voluto chiedergli, ma come? – perché lo facesse. Le nostre lingue parevano non incontrarsi e, anche se provai in diversi modi, non trovai la maniera di comunicare con lui. Mi guardava con occhi stupiti, poi scuoteva la testa.

Ad un certo punto pensai che era tempo di ripartire. Lo salutai con la mano; vidi nei suoi occhi un lampo di tristezza. Ritornando sui miei passi, quel giorno, pensai che forse per alcuni la nozione di altrove è diversa dalla nostra: quell’uomo aveva deciso di andarsene non dal nostro spazio ma dal nostro tempo.

Oggi, mentre mi torna in mente questo ricordo, penso a Marta, e i loro interrogativi si confondono. Sul ciglio della strada mi volto indietro. Le luci della casa di Franco sono spente. Magari è al buio, forse in soffitta, domandandosi la stessa cosa che si domandava Marta, che si domandava quell’uomo, e di colpo qui, nella notte, anch’io vengo preso dal terrore, lo stesso terrore che doveva essere di ieri, cento, mille, diecimila, un milione di anni fa; nel buio e nel terrore, come ognuno di loro, l’unica domanda a cui riesco a pensare, l’unica per cui vorrei una risposta è: Dove siamo?