Orecchie viola

Le parlo, ma non ci sente. Strizza gli occhi, si avvicina, la faccia s’increspa. Mette le mani a coppa, dice: eh? Alza le sopracciglia, si sforza, ma non ci sente. Proprio non ci sente. A un certo punto, crede di aver capito qualcosa. Io faccio finta che abbia capito.
Mia nonna è una vera bellezza. Una cascata di pelle a pieghe come la seta, il sorriso che spicca un salto in mezzo a un maremoto di grinze. Io la adoro. Oltre a non sentirci, ci vede pure poco. L’estate scorsa mio fratello, annoiato dai soliti giochi della stradina, decise che la sua missione era insegnarle a leggere. «Che fai?!» strepitavo io dalla cucina «Sa leggere! È solo che non ci vede!». Ma lui, diventato improvvisamente duro d’orecchi, andava avanti ostinato nel tentativo di farle sillabare i dialoghi di Topolino. Lei non s’offendeva. «Antó, lasciami stare» diceva alla fine.
Quando esce per qualche commissione, mia nonna si annoda al collo un fazzoletto a fiori, lasciando spuntare due grandi orecchie viola. Sembrano furetti in un campo. Stanno dritte sull’attenti perché la signora Rosaria, dell’alimentari, a un certo punto griderà lì dentro che le mozzarelle non le hanno consegnate, avete capito, Maria? Dovete tornare oggi pomeriggio.
Mia nonna, magari, ha anche capito, infatti annuisce, ma poi di pomeriggio non torna, perché tanto passa lo zio Enzo a comprare le mozzarelle. Lei va al negozio solo per la gioia di portare a spasso le orecchie e farsele accarezzare dal vento delle conversazioni.
L’adoro, l’ho già detto? L’adoro perché è alta un metro e quarantacinque ma ha una forza strepitosa e non passa domenica senza che tiri fuori il tagliere (quello grande, di legno ingobbito, levigato che sembra di marmo), la farina di semola, l’acqua nello scodellino, il banchetto per mettercisi sopra, che altrimenti non ci arriva. Si accanisce per una mezz’ora buona sull’impasto. Fa i ciccateli una settimana, le orecchiette quella dopo. Io preferisco le orecchiette, con quella piega che sembra di cartilagine vera. Mentre mastico, le chiedo di quand’era bambina. E lei finalmente capisce e mi canta una filastrocca di quando, insieme alle vicine, saltava la corda nell’androne, che se sbagliavi era colpa di Madama Contessa, fuoco e braci in cul’a essa, e mia nonna giù a ridere che quasi si soffoca, tossisce e si piega. Ha le orecchie in fiamme e la smorfia spericolata di una bambina. Io non mi stanco mai di ascoltare le canzoni e gli aneddoti di quel periodo, «ti prego nonna, dimmi di quando la bisnonna Filomena ti ha comprato il banchetto, quello che hai ancora adesso».
E lei, che improvvisamente ci sente di nuovo, mi spiega daccapo tutta la storia dei litigi tra i suoi genitori, i miei bisnonni, Filomena e Vincenzo. Filomena, una donna dura di carattere, inasprita dalla maternità, voleva che le figlie l’aiutassero nei lavori di casa. Vincenzo invece lo ammorbidivi facilmente, con i suoi baffi, la pancia e le ciglia lunghe che gli facevano arrivare il mondo in un modo attutito e meno bellicoso. Oltretutto era più basso della moglie di una spanna e forse questo non c’entra, ma mia nonna lo ripeteva sempre come a dire che lei apparteneva di diritto genetico a quel ramo della famiglia. Per farla breve, secondo Vincenzo, le bambine erano troppo piccole per lavorare, la maggiore aveva cinque anni. Erano le sue piccinennelle.
Mi sporgo in avanti sul piatto pieno di bucce di mandarini e immagino la gelosia della bisnonna Filomena, il suo accanirsi nel cercare il modo di far lavorare quelle figlie svogliate; non solo le piccole mansioni innocue come cambiare i panni sporchi dei fratelli lattanti o andare alla fontana a prendere l’acqua. C’era da fare il pane, la pasta, c’era da lavare i panni con la cenere nella pentola bollente, c’erano un sacco di mestieri da sbrigare. La vita era una sequenza di carne viva, che si apriva nelle mani spaccate dai calli, e carne morta quando le pellicine venivano via. Filomena, di malumore, guardava le figlie scuoiare lucertole sotto il sole e le si intorbidiva il sangue. Così, all’insaputa del marito, un pomeriggio va dal falegname e si fa fare due piccole pedane di legno, in modo che le figlie più grandi possano arrivare al tavolaccio dove ci si rimbocca le maniche e si lavora il pane e la pasta. «Statevi accorte che se torna papà, dovete lavarvi le mani nel bacile e correre via, subito subito» le redarguisce.
Le bambine lavorano con le orecchie puntate ai rumori della strada e, ogni volta che sentono un passo strascicato vicino agli zoccoli di un mulo, schizzano via come la spuma. Diventa un gioco, tipo acchiapparella. Loro sono elettrizzate e, a volte, si tappano le orecchie contando fino a dieci, fino a cento, per aumentare il pericolo e prolungare la tensione. Si sfidano l’un l’altra finché tutto il corpo è una scossa di urletti soffocati. Ancora una volta. Poi un’altra, poi un’ultima volta, finché un giorno, il padre le pesca con le mani in pasta e la madre le picchia con il cucchiaio di legno: «Manco le orecchie buone c’avete». Fine della storia, dice mia nonna alzandosi per sparecchiare. Mi alzo e la seguo in cucina, magari le vien voglia di continuare a raccontare. E invece no, l’è passata l’ispirazione.
Certe volte penso che abbia cominciato a diventare sorda proprio quel giorno. Da lì in poi non ha fatto che peggiorare (o migliorare, secondo i punti di vista). Ha smesso di sentire gli strepiti della madre, il padre che s’infuria e poi ride, il chiocciare delle sorelle, i vicini. S’è goduta i silenzi del marito che, secondo me, ha scelto con coscienza, tenendoselo ben stretto per tutti questi anni. I figli un po’ li sente, un po’ no. E noi nipoti siamo una fila di corpi che vorrebbe toccare di continuo, lisciare, manipolare, rimboccare come si rimbocca l’impasto delle orecchiette. Quando cianciamo troppo, però ci lascia perdere, si affossa nella poltrona e fa finta di dormire. Io mi siedo sul pavimento di fianco a lei e mi stiracchio un lobo nella speranza di avere ereditato le sue orecchie grandi, viola e difettose.

A Natale, mia nonna sta seduta in un angolo del tavolo. Si lascia seppellire dalla confusione: io che litigo con mio fratello, i cugini che alzano il volume della tv. Qualcuno dalla cucina chiede chi prende il caffè. Arriva il momento dei regali. Mio padre è appena passato a ritirare l’apparecchio acustico che l’otorino le ha prescritto. Le mette davanti la scatola come un dono. Mia nonna dice grazie, grazie, ma solo perché è abituata così. Ha già spinto di lato la confezione con l’immagine di un’anziana che non le somiglia affatto tra le braccia di un giovane sorridente. Tutti e due hanno troppi denti in bocca e fanno un po’ paura. Ma mia nonna non è spaventata, è solo testarda. Questo non l’ho detto, perché anch’io sono come lei. Si gira dall’altra parte e mio padre, che ha passato ore nel negozio insieme a lei a scegliere il modello giusto ci rimane male. Lo osservo mentre le dà un bacio sui capelli: «Che dici, mamma? lo proviamo?» Quel falso plurale, chissà perché, mi sa di sconfitta. Aspetto di vedere se davvero mio padre fa il gesto di provarsi lui l’apparecchio.
Passano i mesi e, per mia nonna, è tutto un trafficare sull’orecchio. Mette l’apparecchio, lo aggiusta, lo toglie e poi finisce chissà dove: un cerchietto di plastica marroncina che si confonde facilmente quando cade nel cesto dei bottoni. Una volta, il nonno l’ha trovato nel cassetto delle posate. Un’altra volta, l’ha recuperato da terra, mezzo rotto. Mia nonna chiama l’apparecchio “la chiocciola” come se fosse davvero una lumaca dispettosa in attesa di sgusciare via. A volte la chiocciola spezza il suono in due ed è atroce sentire il segnale che s’impenna. Lei si ferma con gli occhi strizzati aspettando che l’interferenza passi. Mio nonno le si avvicina e le mette un braccio sbilenco intorno alle spalle ossute. Più che un gesto d’affetto, sembra una colluttazione.
Quando ha addosso la chiocciola, la schiena di mia nonna diventa un’antenna radiofonica. Mio fratello dice che se ti avvicini senti il Rosario di Radio Maria. Lo dice per fare lo scemo. Magari sentisse un Rosario invece di questo minestrone di ronzii colato direttamente nel timpano «Ti ci devi abituare» le dice zia Tiziana. «Almeno ora ci senti» interviene Zio Pasquale. «La chiocciola ci sente, io no» risponde lei scocciata e abbassa al minimo il volume.
È vero che senza l’apparecchio è una faticaccia fare conversazione con mia nonna. Perciò, in nome della conversazione – quella fatta di botte e risposte, che altrimenti lei se ne va per i fatti suoi e si perde nelle storie – tutti si sforzano di farle arrivare intero un mondo che le interessa a metà.

Passa le giornate a litigare con la chiocciola, ma di sera immancabilmente se ne libera. In uno di quei momenti di libertà, mia nonna mi racconta come ha conosciuto il nonno. L’afa s’appiccica alle gambe e io mi faccio vento con la gonna. Lei sta cucendo un bottone a una camicetta di raso, seduta su una sediolina pieghevole.
«Ti piace la blusa?» mi chiede e mi fa passare la mano sul tessuto liscio. La parola blusa mi accarezza i sensi offuscati dal caldo, fresca come una granita al limone.
«É la blusa che mi sono messa la prima volta che Tonino è venuto a casa a conoscere mamma e papà» continua lei, senza aspettare una mia risposta.
Mi spiega che gliel’aveva fatta Assunta che, oltre ad essere la vicina dell’ultima casa in fondo alla stradina, era anche una sarta molto brava quando ancora camminava da sola e non urlava parolacce alla badante. Le chiedo di andare avanti, sono curiosa. Non importa se mia nonna si confonde, se quella camicetta con l’etichetta OVS non può essere la stessa che indossava quarantasette anni prima, il giorno il cui Tonino si presentò a casa sua per ufficializzare il fidanzamento. La storia mi ha catturato: il nonno Tonino, serio com’è, non è facilissimo immaginarselo nelle spoglie del giovane Tonino o dell’allegro Tonino o anche solo del fidanzato Tonino, agitato e impaziente. Fisicamente non sembra cambiato troppo dalle foto del viaggio di nozze: stessi sorrisi appannati, stessi capelli a zazzera a fare ombra su un paio di occhi mesti.
Voglio chiederle tante cose: com’era il nonno da ragazzo, come si vestiva, come parlava, cosa ne pensavano i bisnonni Filomena e Vincenzo. Lei non mi ascolta, continua per la sua strada.
«Tonino veniva a portare l’olio a casa e mi guardava, mi guardava. Mi giravo sulle scale e lo vedevo che mi guardava».
Mi spiega che il nonno Tonino le manda a dire, tramite una vicina, che desidera conoscerla. Non di nascosto, però. Si deve trovare un altro sistema: lui vuole fare le cose per bene.
«Mi dice che ci dobbiamo conoscere per via pistulare». Ride forte mia nonna e io penso alla sorpresa di incappare in un ragazzo capace di lusingarla – e in qualche modo impietosirla – con certe formalità smangiate dalla timidezza. Quando finalmente lei afferra cosa vuol dire pistulare («Ci dovevamo scrivere delle lettere, hai capito?»), acconsente. Le romantiche missive di lui però non le ha conservate e a me viene il sospetto che la grafia floreale e i lunghi giri di parole così tipici del nonno la imbarazzassero. Immagino le risposte di lei, stiracchiate in mezzo al foglio, giusto per farlo contento. Finché, un giorno, Tonino si presenta a casa sua per parlare coi genitori e lei corre al piano di sopra a infilarsi la camicetta nuova. Giù in sala da pranzo è tutto uno spostare sedie, un aprire cassetti, spalancare credenze, sfoderare liquori, scartocciare caramelle, schiacciare noci. Filomena fa sedere i fidanzati ai lati opposti del tavolo e tiene banco passando dal caffè alle paste (comprate in fretta e furia al negozio all’angolo), dalle paste alla cena, dalla cena alla salsiccia, al formaggio, ai taralli, al bicchiere di vino, ai fichi secchi. Indispettita per principio da quel fidanzato che scrive lettere, Filomena da sfoggio a tutta la sua brutale ospitalità «Quel poveretto se ne voleva andare e mamma insisteva e insisteva». Mi metto a fantasticare figurandomi il momento in cui i bottoni dei pantaloni di lui e della blusa di lei saltano in aria uno dopo l’altro, in un concerto scoppiettante, sotto lo sguardo tronfio della bisnonna, mani sui fianchi e stazza da cavalla. Mi sdraio per terra, guardando ridere mia nonna per quel ricordo impertinente. A vederla da sotto in su sembra un’immagine sacra, di quelle dei santini. Che bellezza, mia nonna! Con quell’aureola di storie che la rendono felice.

Sono diventata adulta e lei s’è ristretta. Anche il suo spirito allegro s’è indurito, calcificato. Riempio quaderni con i suoi aneddoti cercando di ricordare com’era quando raccontava, quando impastava la farina, quando non stava ferma un momento lasciando ovunque una scia laboriosa di ordine e letti fatti.
Mi siedo a terra, con la schiena contro i braccioli della poltrona, appoggio la testa sulle sue gambe. Siamo l’immagine di un padrone in compagnia del cane, ma con le dimensioni scambiate. Io, grande e massiccia, lei minuscola, al centro della poltrona, le mani in miniatura, una sull’altra. Le strofino forte i vestiti per farle arrivare una carezza fino alle ossa, attraverso la gonna, attraverso le calze, oltre strati e strati di incoscienza. Tutte le storie sono andate via, non le sento ronzare da nessuna parte. Anche la chiocciola tace. Mia nonna è una bambola di quelle antiche, che non parlano, non mangiano, non fanno niente. Stanno semplicemente lì a farsi adorare. Adoro mia nonna, anche se non sono più in grado di spiegare il perché.
Ogni tanto, mi ritrovo a imitarla: d’inverno spingo le orecchie fuori dai berretti, d’estate lascio parlare a vuoto chi mi annoia. Se inciampo me la prendo con Madama Contessa, fuoco e braci in culo a essa. E se non sto attenta, le storie mi fanno il nido in testa e chi se ne libera più.