Malasole

Mi avevano detto che sarebbe stato il suo ultimo inverno.
Ancora una stagione, cinque mesi sotto le sferzate dei venti di quota e poi basta, pace; i suoi pezzi li avrebbero tolti e messi nei cassoni giù a valle, e poi li avrebbero fusi, o li avrebbero tenuti lì ad aspettare che persino la ruggine se ne dimenticasse.
Io allo skilift Malasole ci tenevo. E mi è dispiaciuto quando mi hanno detto che sarebbe stato il suo ultimo inverno.

Ogni volta che capitavi in quella parte della valle, all’estremità più remota del comprensorio, lo vedevi spuntare tra i larici, con la figura esile dei suoi piattelli e delle sue aste; ganci traina-uomini con l’espressione innocua delle lumache, esseri metallici a metà tra dei folletti dell’aria e degli sherpa, cose gentili e molto poco artificiali.
Sulle aste stortignaccole che servono a tirar su per il pendio gli sciatori, ne sono certo, ci sono ancora le impronte di quando l’ho afferrato la prima volta, a cinque anni. L’ho stretto così forte che il segno deve essere rimasto di sicuro, là sotto la smaltatura di plastica, tra le fibre del ferro.

Il maestro Ubald – la cui barba probabilmente aveva ispirato la neve riguardo il colore da scegliere per se stessa, ai tempi della Genesi – voleva che ci salissi, perché il Malasole ha accanto la Malasole, una pista tra il blu e il rosso che serve per imparare a sciare bene, siccome il pendio è quello giusto. È un po’ rigonfio, e se prendi un buon ritmo sopra poi quando si fa più erto hai meno problemi. Solo che lo skilift si inerpicava più a sinistra, verso un totem di dolomia franta in cui andava a spaccarsi il sole, colando sulle crode e spruzzando nugoli di aria rossa.
I piloni sembravano aggrappati sul colle con delle unghie di piombo, e nei bulloni incrostati che li tenevano fissi a terra potevi quasi vedere il loro sforzo pluridecennale: dal ’74 inchiodati lì, dal ’74 con il fiato spezzato.
La fatica la facevi anche tu, che con il tuo metro e dieci di altezza dovevi cavalcare quell’asta tenendola stretta tra le chiappe e tra le manine, tutte e quattro troppo piccole, mentre ti trascinava su per il calvario. Da dietro il maestro Ubald mi incitava, ma le parole che ogni tanto gli uscivano in tedesco, forse, erano bestemmie.

Quando eri in coda ai cancelletti dello skipass e il Malasole si fermava sapevi che lassù qualcuno aveva ceduto. Spesso ero io. Capitava che la tensione del traino fosse troppa e la pertica ti scappava via e tornava su in un lampo, ondeggiava un poco, si ricomponeva e ti lasciava lì. Non era affar suo.
Ogni volta Ubald doveva venire a ripescarmi e poi portarmi in scaletta fino alla stazione a valle, o almeno verso la pista: la marcia dello sconfitto.

Ci ho messo mezza stagione ad arrivare in cima.
La quarantunesima salita fu quella buona. Mancavano due piloni prima della spianata finale, non ero mai arrivato così in alto, la lamina dei miei Fischer prese un solco lasciato da un qualche snowboard, vidi il mio ginocchio allontanarsi inesorabilmente dal corpo alla velocità di cinque chilometri all’ora, che era la massima per il Malasole. Inerme, aspettai che il guaio raggiungesse il suo apice. Mi trovai a gambe divaricate, con il piattello dello skilift che cercava di sgusciarmi via dal culo e dalle mani per tornare là su al cavo, per godersi il panorama.
Era come pescare, ma il pesce ero io. Il Malasole diede uno strattone e io finii con la faccia sulla neve, gli sci raspavano il terreno tirando su mezza pista, sassi, rametti. Denti stretti e ghiaccio nel collo. Il sapore calcareo del freddo. I bastoncini legati ai polsi che sbatacchiavano come pinne. «Tienilo!» Lo tengo Ubald, lo tengo. Diavolo se lo tengo.
Sono arrivato su ridotto come Messala dopo la corsa con le bighe contro Ben Hur, a pelle d’orso.

Toni, l’omino dello skilift che lavorava alla stazione a monte, e che credevo vivesse lì, mi tirò su e mi sfregò via la neve. Ci mettemmo nella sua baita insieme a Ubald e mi premiò con un krapfen.
Dicevano che Toni avesse le ossa fatte di corna di stambecco e che il vento della valle nascesse sempre dalla spinta di un suo rutto.
Ogni volta che riuscivo ad arrivar su Toni mi dava un krapfen. Ubald mi diceva che Hermann Maier non mangiava mica i krapfen prima delle gare. Toni diceva di sì.

L’anno dopo il Malasole divenne mio amico. Ubald era in pensione però, io salivo con la maestra Katiuscia, che si scriveva così e non era russa, ma per come la vedevo io doveva essere la regina della Siberia, o comunque doveva avere un qualche tipo di legame parentale con le aurore boreali.
Imparai a cavalcare il Malasole senza starci attento. Osservavo le gole umbratili cambiare il profilo nella salita, le guglie di granito fissarmi pallide, le venature giallastre sotto i ventri strapiombanti di quelle che sarebbero diventate le mie montagne.
Sotto i piedi la neve crocchiava, sopra le rotelle dei piloni cigolavano. Suoni che sarebbero diventati parte della mia idea di silenzio.

Quando vennero gli anni del maestro Robert, uno che era sceso dall’Annapurna con gli sci in maglietta, salivo ripassando la neve. Guardavo la pista e ne imparavo la filigrana tra i chiaroscuri come mi aveva insegnato lui, leggevo il luccichio delle lastre di ghiaccio cercando di prevederne la consistenza e la piega del ginocchio che serviva a inciderla.
Intanto il Malasole invecchiava, i piattelli da rossi si erano fatti di un rosa slavato, le pertiche gialle si erano sbucciate come palazzi veneziani e i piloni avevano preso la patina grigiastra che lascia il tempo quando passa.

Gli inverni che seguirono furono rapidi e distratti: il Malasole era scomodo, troppo lontano, lento, qualcuno diceva addirittura che fosse talmente isolato che dalla stazione a monte Toni potesse vedere il mare, quand’era bello.
Anche io preferivo andare verso le piste nere a caccia di adrenalina, o verso le blu a caccia di après ski. Quando venivo a trovarlo salivo con una mano libera, con cui tenevo il cellulare per scrivere alla mia fidanzata. Non era Katiuscia.
Il mondo, insomma, mi aveva fatto suo.
Il Malasole rimase là a girare solo per molti inverni, dimenticato dagli allievi della scuola sci perché troppo crudo; solo l’Enrosadira lo scaldava un poco, insieme alla sciata ondivaga e malinconica dei vecchi montanari.

Quando Toni lasciò la stazione a monte perché troppo anziano, il vento sul Malasole si fece artico, le ombre delle Dolomiti più lunghe e puntute, le rotelle dei piloni più rugginose.
Delle volte neanche lo accendevano.
In quegli anni alla fine della giovinezza mi capitava di andarci perché lì la neve crocchiava meglio, e i cavi cigolavano e sapevano di casa. Non mi ero ancora reso conto che, crescendo, ero già arrivato al punto in cui si vuole solo cercare di tornare indietro.
C’erano sagome tra gli alberi in quegli inverni. Pensavo fosse Toni che di tanto in tanto sistemava qualche rete antivalanghe, ma in realtà no, imparai che erano solo i fantasmi che, per inclinazione naturale, iniziano a strisciare nei luoghi che stanno scomparendo.

Andai a trovare il Malasole la scorsa primavera durante una passeggiata dopo la fine della stagione. Il pendio era marezzato di neve sciolta, i piloni inumiditi dalle prime piogge.
Mi dissero che il prossimo sarebbe stato il suo ultimo inverno, nessuno lo usava più, la neve poi si era fatta scarsa.
Mi dissi che ci sarei venuto una volta al giorno, dal primo lenzuolo gelato di novembre alla puciacca di aprile, me lo sarei goduto fino all’ultimo giro, se lo meritava.
Poi mi dissero che tutti gli impianti non sarebbero partiti fino a gennaio, e poi a febbraio, e poi niente, e mentre le persone pensavano alle persone io pensavo al Malasole, che se ne sarebbe andato senza che potessi tenerlo un’ultima volta.

Venne un po’ di pace. Lo raggiunsi a inizio maggio risalendo i pendii con le pelli di foca, seguendo le lingue di neve che erano riuscite a scampare dalla voracità dell’estate.
Il cielo era quello azzurro e polveroso delle vecchie cartoline, nell’aria il pizzicore dell’aria pura, un odore minerale, il silenzio era accompagnato dal cigolio della ruota del Malasole che girava per l’ultimo giorno, prima dell’eutanasia.
Lui era là, con qualche piattello ancora agganciato, gli altri gettati come ossa a fianco al capannino di partenza. Non si era reso conto di nulla. La pista era intatta, gonfia di neve, le pietraie ancora increspate di gelo, le cime immacolate. L’inverno aveva resistito per lui.
Feci per compare il biglietto ma il tizio nel gabbiotto mi disse che potevo salire quante volte mi pareva, per oggi.
Preferii guardarlo da giù per tutto il giorno, per fissarmi in testa il “beep” ormai gracidante del cancelletto dello skipass, e il borbottio dei motori, le geometrie delle ombre dell’impianto, annodate con quelle segaligne dei picchi.
A uno a uno i piattelli vennero tolti, quando ne rimase solo uno mi decisi a salire.

Era tardi e la dolomia si era già fatta purpurea, a valle era già una sera d’estate, col blu elettrico della sera e i prati più verdi che fulvi, ma verso nord-est il cielo era viola come in inverno, e le rocce erano scabre e severe.
Tra i larici accanto, mentre salivo, le ombre mi fissavano in piedi, mute, forse dispiaciute. Anche agli spiriti delle montagne capita di provare nostalgia per l’uomo, secondo me.
La neve crocchiava, non era vischiosa. Il Malasole invece si era fatto lento e stanco. A un certo punto si fermò tra un pilone e l’altro, mi abbandonò lì senza farsi troppe domande, come quando ero piccolo. Si era quasi addormentato ormai.

Liberai il piattello dalle cosce e rimisi le pelli sotto agli sci. Il passo felpato, scrosciante, rimbombava nell’acrocoro.
Arrivai su dopo molto tempo, probabilmente il colle si era allungato nella speranza di rendere più ardimentose le operazioni di smantellamento dell’impianto.
Sulla cima una bava di sole aveva creato una pozza di luce oltre il capanno in cui stava Toni. Ululava un vento da grandi montagne.
C’era della gente seduta là, gli sci ammassati a formare un santuario, nessuno guardava gli altri, ma tutti fissavano punti diversi di quella terra, aspettando che venisse l’ora.
Toni mi disse che mi stava aspettando, mentre Ubald aveva scommesso che avrei mollato lì il Malasole da solo. C’erano anche gli altri, tutti quanti, immersi nell’Enrosadira. C’erano persone che non avevo mai visto, vecchi e giovani, quelli fedeli. Non li conoscevo ma come me avevano scelto di salpare con il Malasole.
Da sotto iniziarono a tirare il cavo liberando la ruota a monte come un ormeggio. Si sciolse come un nastro.
Il sole calò oltre la forcella alle nostre spalle e noi rimanemmo su, andando pian piano alla deriva verso quote siderali, insieme a quello che era rimasto del nostro vecchio skilift.
Non trovammo mai più il modo di tornare giù, ma ci andò bene uguale. Lo tengo, lo tengo. Diavolo se me lo tengo stretto.