Il mondo selvatico

La prima volta che ho incontrato Matilde è stata tre giorni fa. Aveva addosso una maglia fino alle ginocchia che lasciava scoperte delle striature bianche sulle cosce e un tatuaggio tribale che le faceva apparire le gambe come le zampe di una zebra.
Ha teso la mano nel vuoto della stanza, con ancora gli occhi semichiusi e il caschetto scapigliato, Matilde¸ prazer, mi ha detto, solo questo.
Mi sono alzato dal divano, le ho teso anche io la mano, ma era troppo distante per farmi capire che avrebbe voluto stringere davvero la mia, così anche io ho fatto lo stesso, ho aggrappato lo spazio tra di noi.
Antonio¸ ho detto, o prazer é todo meu.
È poi scomparsa oltre la porta del salotto, mentre Ada si era messa poco più in là, con lo sguardo altrove probabilmente causato dall’imbarazzo della scena.
Rientrata nella stanza, abbiamo continuato a parlare come se nulla fosse successo, ha solo accennato a quell’incontro qualche ora dopo, «Scusala, continua a dormire di giorno e lavorare di notte, è un ghiro.»
L’immagine animale di Matilde, averla sorpresa in letargo, mi aveva incuriosito.
Non ci siamo sfiorati per il resto dei due giorni consecutivi. Ho iniziato a dormire nel loro salotto grazie ad Ada che mi aveva permesso di fermarmi da loro, dopo tre mesi passati in hotel e sistemazioni temporanee qui a Lisbona, senza trovare un mio posto in cui vivere.
Durante il giorno, Matilde non si vedeva. La sentivo invece frugare in cucina poco oltre mezzanotte, quando usciva dalla loro camera da letto a piedi scalzi, da ghiro era diventata un topo, e poi infine in bagno, dove ascoltavo lo scroscio dell’acqua della doccia per almeno una buona mezz’ora. Mi sono addormentato così entrambe le volte, come ai piedi di una cascata, sognando di quella creatura metamorfica mentre dalla finestra il gioco delle luci dei fanali delle macchine si perdeva nel profilo di una porta semichiusa e delle piante poggiate a terra che formavano ombre gigantesche sulle pareti.
Oggi invece si è svegliata con noi.
Ada mi stampa un bacio sulla guancia e mi lascia il caffè sul tavolo del salotto in cui ho dormito, con le cuffie già alle orecchie pronta per lavorare, mentre io tiro distrattamente fuori i libri della tesi con il piano di ripassare ciò che ho scritto finora.
Matilde appare stavolta vestita di tutto punto, forse un po’ stonata rispetto all’orario, e deve essersi accorta del mio sguardo obliquo perché mi guarda e mi dice la sua prima frase per intero, in italiano, «È l’unica cosa pulita che ho, non volevo usare la lavatrice per non svegliarvi, ieri notte»¸ e si stende sul divano su cui ci sono ancora le mie lenzuola.
«Ti sta bene», dico, mentre continuo a sistemare il necessario per il lavoro del giorno su cui dovrei concentrarmi e che invece ho pochissima voglia di eseguire.
«Ti disturbo se mi metto qui», dice, e in realtà non pare neanche una domanda, perché non mi guarda affatto ed è invece impegnata a lisciare le foglie di una pianta sul tavolino che cadono in basso e quasi toccano terra. Un insetto.
Per questo motivo non so neanche se rispondere, faccio solo un cenno della testa.
Prende il computer e lo accende. Passa il resto della mattinata a picchiettare i tasti, si spazientisce, si alza e apre un manuale scelto con cura dalla mensola, mentre io faccio di tutto fuorché lavorare alla mia tesi, mi perdo nel catturare con gli occhi i gesti felini di Matilde che si muove come se non io non ci sia, come se la mia presenza non necessaria non soltanto non la disturbi, ma non le pesi affatto, così rapita dall’attività in cui cerca di cimentarsi da questa mattina.
«Facciamo una pausa», dice, e neanche stavolta è una domanda, sparisce oltre l’uscio e poi ritorna con due tazze di tè e si accomoda al tavolo ciondolando sulla sedia. Questa volta è un passerotto.
«Ada – mi dice – mi disturba tutto il giorno. Al mattino, non riesco a lavorare perché continua a fare videochiamate, parlando ad alta voce, con i suoi colleghi. Per questo non riesco a concentrarmi. Ormai io vivo di notte e lei di giorno, siamo due facce di un pianeta.»
«Capisco – le dico – riesci a sentirla anche se ha la porta chiusa, come adesso?»
Mi risponde soffiando aria dalle narici, un elefante spazientito.
«Ho una consegna con la produzione e non ho ancora scritto nulla. Se non scrivo nei prossimi giorni, sono spacciata.»
«Mi ha detto che stai lavorando ad un lungometraggio.»
«Ti ha detto così? Un lungometraggio?»
«Penso proprio di sì, perché?»
«È un film, il mio film. È da dieci anni che ci lavoro e non riesco a venirne a capo. Ho scritto la sceneggiatura tantissime volte. Ho tutta la storia qui nella mia testa, i personaggi, come si muovono, come parlano, come sono vestiti, ma c’è sempre qualcosa che non convince il produttore. Mi viene voglia di mandare tutto a puttane.»
La guardo, poi fingo di leggere il mio libro, ma lei rimane lì, a sorseggiare il suo tè, sempre in bilico della sedia.
«Ti andrebbe di dirmi cosa ne pensi? Ti racconto soltanto l’idea. Non devi leggere la sceneggiatura, certo. Ada è troppo poco onesta con me, non mi direbbe mai niente di negativo, e finisce per dirmi che tutto è fantastico anche se in realtà fa schifo. Caralho!»
«Certo, raccontami pure», azzardo.
Pare che io le abbia svelato un oracolo, perché sgrana gli occhi e ritorna al computer, clicca qualcosa e poi sento un rumore distante, stampo un attimo un foglio, arrivo subito, e finisce per entrare nello studio di Ada.
Ci esce poco dopo con un foglio in mano, uno solo, sei pronto, mi dice – senza punto interrogativo.
Guarda il foglio come se non sapesse leggere, poi procede lentamente, serafica, parola dopo parola – un salmo.
Il film parla di un uomo, un padre di famiglia, che, ormai sessantenne, alla morte della moglie, decide di riunire tutta la famiglia – figli, rispettive nuore e generi, nipoti tutti – e lo fa per rivelare una scelta che cambierà il suo destino: prenderà i voti e inizierà un percorso spirituale per diventare frate in un convento isolato in mezzo alla natura. Un frate eremita che avrebbe lasciato la famiglia da lì a poco e si sarebbe disfatto di tutto ciò che aveva costruito sino a quel momento. Il film indaga il percorso interiore del padre che vuole diventare Padre – fa più volte questo gioco di parole a cui mi trovo costretto a rispondere con un sorriso a mezza bocca – e le conseguenze all’interno della sua famiglia, lo spirito della madre, il potere della fede, la caducità delle cose terrene, il tutto narrato dal punto di vista di suo figlio minore che, guarda caso, sta scrivendo un film che prende spunto da questa storia. A causa della decisione del padre, la famiglia si sfalda, e il figlio si perde a rincorrere la figura primitiva della sua famiglia in un’opera che non riuscirà mai a comporre completamente.
Quando finisce di raccontare, Matilde sembra sul limite di un precipizio, un’aquila irrequieta per il suo primo volo: si aspetta qualcosa e io invece rimango come un palloncino sgonfio, quelli che credi siano pieni di elio ed invece è solo ossigeno.
«Pare interessante – le dico – ma come finisce?»
«Che il padre prende tempo, così tanto che finirà per rimanere immobile, e nel frattempo ha perso tutto. Per questo si chiama Agora Esperamos. Ognuno apprende qualcosa, ma alla fine finiscono in frantumi.»
«Capisco», dico, e spero non si aspetti nulla perché non saprei cosa commentare.
Si alza, si avvicina, mi prende la testa fra le mani, grazie per avermi detto che il vestito mi sta bene, poggia le labbra sulle mie, e va via, senza alcuna spiegazione.

Ada finisce di lavorare alle sette di sera, compare nella stanza con ancora le cuffie nelle orecchie, mi porta un bicchiere di vino verde, le faccio notare le cuffie e si mette a ridere.
«Ormai non me ne accorgo, lavorare da casa è un castigo, avremmo dovuto lavorare di meno e invece finisce che non stacchiamo mai. I clienti in California fingono di non sapere che siamo in Europa. A te com’è andata?», mi dice.
«Non ho fatto molto, non riesco a concentrarmi.»
«È a causa del rumore? Matilde dice sempre che la disturbo.»
«No, tu non c’entri, è che mi pare di essermi perso in un ingorgo che ho creato solo io.»
Mi sorride, ed è una luna che si forma sotto il suo naso.
«Matilde mi ha detto che vuole andare a vedere le stelle stanotte, portiamo il telescopio e andiamo a Monsanto, che ne pensi?».
A lei che fa domande dirette, le rispondo di sì e bevo un sorso di vino, buttando giù il bacio impresso qualche ora prima.

Ada parcheggia l’auto in uno spiazzo largo in mezzo agli alberi. Non ci sono luci, ma dagli alberi appare la luce di Lisbona che, fioca, illumina la vista e l’ombra del mondo selvatico è una sagoma mostruosa ai nostri piedi, nero nel nero.
Si sentono voci di ragazzi, ma non vediamo nessuno. C’è chi gira con delle lanterne o torce, o accendini per farsi strada nel tragitto segnato a terra nel selciato, mentre vedo Ada procedere in direzione opposta, muoversi tra i cespugli e aprirli con le mani, come sommersa in mezzo ad un’acqua scura. Dietro, la segue Matilde, ha lo stesso vestito che aveva questa mattina, e poi ci sono io, lascio un po’ di spazio tra di noi perché mi viene difficile camminare in un luogo che non riesco a vedere.
Nel buio della vegetazione, mi prende la mano e non so chi sia tra le due, camminiamo come un bruco tra le foglie e questa volta mi sento animale anche io, parte di un essere vivente.
Pare che non sia arrivato il momento di fermarci. Il buio fitto si avvicina sempre di più e ora tutto è rumore: le voci dei ragazzi diventano appena un’eco, spariscono le luci delle torce, i corpi di Ada e Matilde sono il rumore del sacco con il telescopio e la mano che mi accompagna.
Ad un certo punto, ci fermiamo. Ammetto di avere paura, siamo finiti in un posto desolato e il cielo nero non mi è mai stato così vicino; finalmente si vedono le stelle, paiono occhi che ci fissano dall’alto, se tremano è per l’inquinamento, e riconosco che a parlare è Matilde, più lontana da me, perché lo dice in portoghese.
Ada mi lascia la mano e insieme iniziano a montare il telescopio. Si fanno luce con una torcia e io nel buio le osservo muoversi insieme, paiono ali di uno stesso uccello, disfano e mettono insieme i pezzi, si fanno spazio nella terra per avere una base solida e impedire al vento di destabilizzare il telescopio.
È Matilde la più sicura delle due, l’ala più robusta, si vede da come combina le parti, poi fa cenno di spegnere la torcia, «Agora esperamos», ci dice.
Esperar significa sia aspettare che sperare, perciò nell’indecisione, rimango immobile. Ascolto un rumore meccanico, poi una voce mi chiama, Ada guarda nel telescopio e si lascia sfuggire una sottile espressione di stupore. Matilde, o chi è rimasto nel buio accanto a me, mi prende la mano e la stringe, e lo fa in modo vigoroso come non aveva fatto la prima volta. Rimaniamo così, nel buio e nel vento, intrecciati, Ada a guardare stelle sfiorire ad anni luce di distanza, e noi ad aspettare il nostro turno, con in testa domande senza risposta.
Finalmente Ada si sposta; Matilde, senza lasciarmi la mano, mi accompagna. «Agora è a tua vez», adesso è il tuo turno, mi dice. Quando guardo in quella stretta porzione di spazio, mi sorprendo di tutta quella luce, ripasso ciò che ho davanti e lo imprimo nella memoria come carta copiativa. Muovo leggermente lo sguardo, oltre le mie orecchie sento rumore di stoffa che scivola, Ada soffoca una risata, poi uno schiocco di labbra. Ci sono io, le stelle, le figure di Ada e Matilde di fianco a me strette l’una nell’altra, un corpo solo – animale a due teste e otto zampe. Vorrei girare il telescopio e guardarle da vicino. Vorrei perlustrare la pelle, le smagliature da zebra, i tatuaggi nascosti, distinguere il corpo di Ada. Continuo invece a guardare nel telescopio, corpi lontanissimi da me, stelle che potrebbero essersi già spente, il cielo è sale sparso su un tavolo di pece. Rimango distaccato mentre sento i loro respiri affannarsi e Ada che sopprime la sua voglia di gridare al vento.
Dopo una decina di minuti, mi stacco. Nonostante il buio, vedo che Ada è vestita, mentre Matilde è completamente nuda, corpo di lupo che riflette le stelle. Mette le mani a coppa vicino alle labbra, tira un respiro, guarda verso il cielo e lancia un grido, urlo di bestia, lunghissimo, che fa eco tra la radura. Io ed Ada la guardiamo allo stesso modo. Infine, giunge il silenzio, rimescola l’atmosfera. Ada mi sorride e mi dice:
«Bello, vero?»
Io confermo con la testa, anche se in realtà non può vedermi.

Mentre torniamo a casa, in macchina, mi addormento. Forse è il buio rotondo, o il rumore della macchina che scivola sull’asfalto, o Ada che intona una canzone sottovoce, ma mi lascio trasportare e finisco per chiudere gli occhi scottati dal sonno. Li riapro quando la macchina si ferma, Ada con grazia mi prende la testa e mi tiene sottobraccio, dai, un piccolo sforzo, mi dice, e mentre saliamo per le scale mi sembra di risalire una torre altissima a causa della fatica che faccio.

Al mattino, mi sveglio. Dalla posizione comoda in cui mi ritrovo, capisco che non sono sul divano, ed infatti apro lo sguardo e mi ritrovo su di un letto, da solo. Cerco il mio cellulare, non lo vedo, poi trovo la forza di uscire dalla stanza, ma pare che in casa non ci sia nessuno.
Un foglio con la calligrafia di Ada mi informa che nel microonde c’è un galão, un caffellatte che devo solo riscaldare. Lo accendo.
Rientrano poco dopo. Sento le loro voci discutere e poi la chiave nella toppa che fruga nervosa, un moscone con le ali che non accenna ad entrare.
Si fanno spazio nel corridoio, vado loro incontro, ma non mi guardano. Sembra una pièce teatrale: io da spettatore, il salotto è il palcoscenico, le piante la scenografia, il rumore del piatto che gira nel microonde è la colonna sonora.
Ada è presa dalla rabbia, si morde il labbro insistentemente; mentre Matilde ha una espressione inerte, si getta sul divano con le braccia conserte intorno alle ginocchia, una lumaca.
«Se non riesco a lavorare è per colpa tua, e del tuo cazzo di lavoro sottopagato», dice, guardando un punto imprecisato davanti a sé.
«Ti sbagli: la verità è che non scrivi, non scrivi più, Matilde! La mia voce è solo una scusa, molla quella cazzo di sceneggiatura e torna all’Ideal, che ancora chiedono di te!»
Matilde non la guarda, Ada continua a muoversi nella stanza, una biglia.
«Devo solo consegnare l’ultima stesura della sceneggiatura a Sergio», risponde.
«Lo dici da mesi, Matilde, prima c’era Bruno, poi Diana, ora Sergio, non la finirai mai, è sempre la stessa storia.»
«Stavolta mi manca poco: al contrario suo, tu non credi in me e questo mi sconforta: Ada, mi annienti», le risponde, e lo fa con lentezza, come se stesse leggendo un copione. Ada le si avvicina, le mette le mani sui polsi, la scuote: «Quando qualcuno ti conosce, si fa rapire dai tuoi modi, dai tatuaggi, dal tuo atteggiamento da finta scrittrice, tu ti senti apprezzata e poi ti perdi, non c’è nulla che ti trattenga a me».
Lascia il salotto, viene in cucina e mi guarda, ha la faccia sconvolta dall’ira, pare chiedermi aiuto. Dall’altro lato, Matilde singhiozza: «Se ho vinto il premio per la miglior sceneggiatura al festival di San Sebastian ci sarà un motivo!».
Ada mi scruta. Gli occhi rossi hanno dentro pupille nere e fiottano un pianto isterico.
«Sei una cazzo di bugiarda, non lo hai vinto, Cristo! Era dieci anni fa, Matilde, e sei arrivata a malapena nei primi venti!». La abbraccio, sento il suo profumo mischiarsi ad una vampata di sudore. Il timer del microonde mi comunica che posso smettere di aspettare.

Ada è stretta nella finestra della cucina. È la cornice del suo quadro e lei ci sta perfettamente dentro. Tira fuori un pacco di sigarette dal cassetto più in basso del mobile, poi prende l’accendigas e se lo porta al viso, mentre tiene una sigaretta fra le labbra. Matilde compare, ha di nuovo la maglia fino alle ginocchia, le cosce da zebra.
«Tu fumas? Desde quando?»
«Oramai non c’è niente di mio che non sia anche tuo», le dice in italiano mentre guarda me.
Io sono al centro, vorrei unirle con il mio sguardo, come in una costellazione di stelle lontane.
Dopo aver fatto la valigia e aver sistemato i libri nello zaino, dico loro che, con mia grande sorpresa, ho smesso di aspettare: ho trovato una sistemazione. Me ne andrò stasera stessa, è una offerta imperdibile che non posso perdere. Ada ha gli occhi gonfi, come di qualcuno che ha dormito poco o pianto troppo, mentre Matilde pare quasi non ascoltarmi, non è più zebra, uccello, insetto, lupo, ma guscio privo di animale.
«Torna qui se non ti trovi bene», mi dice Ada mentre mi abbraccia tra la porta e le scale, ci lasciamo in bilico tra due luoghi.
Guardo la casa dall’esterno, dalla porta ancora aperta: lo spazio nel corridoio, i mobili, le piante accostate alle pareti, gli elettrodomestici, i quadri, le calamite dei viaggi sul frigorifero, tutto appartiene ad Ada o a Matilde o a tutte e due insieme; si sono mescolate persino nel disordine delle cose lasciate per caso, negli insetti che compaiono d’estate, nell’eco delle litigate quotidiane, nel loro mutuo a vent’anni – l’ultima immagine che vedo è l’ombra creata delle luci dei fanali delle macchine che si forma sulla parete di fronte al balcone e il libro della mia tesi che ho finto di dimenticare sul tavolo, prima di chiudere la porta alle mie spalle.
Mentre trascino quello che possiedo dentro la mia valigia, mi ritrovo davanti alla rotonda del Marquês do Pombal, le macchine sfrecciano in rotte disparate, la statua guarda verso il fiume adesso nero, è impossibile trovare una direzione: mi pare di essermi perso in un ingorgo che ho creato solo io.
Un semaforo rosso mi intima di rimanere fermo mentre tutti gli altri procedono oltre. Agora esperamos, mi dico. Esperar significa sia aspettare che sperare, penso.
Procedo per Avenida da Liberdade, in mezzo agli alberi, senza ombre non ho alcuna direzione. Stavolta, però, non c’è alcuna mano salda nella mia, o luce primitiva da seguire, nel mondo selvatico in cui mi addentro.