Volevo andar via subito

«Volevo andar via subito»
«Proprio subito»
«Eh, sì»
«E la valigia?» non aspetta la risposta «Ma no, perché prendere la valigia, macché valigia, andiamo via così, senza vestiti, senza soldi, tanto…»
«Che ti devo dire…» rido.
Ride anche lui; anzi sorride, Alberto. Ridere con lui è anche meglio che farci l’amore e adesso che l’amore non lo facciamo più, si ride meglio.
«Non bevi?» guardo il suo bicchiere ancora mezzo pieno di un sauvignon meraviglioso. E vedo lui ubriaco a Milano Marittima. Ubriaco a Milano Marittima, a Ibiza, a Bologna, a Barcellona, a Madrid, a Riccione, a Corfù, a Parigi e sotto casa mia. Ubriaco, molesto, predicatore, geloso, divertente. Erano i tempi in cui facevamo anche l’amore.
«Bevo, bevo… A me hanno insegnato che non bere in compagnia è da stronzi»
«Bevi meno di una volta»
«Non posso mica fare il ventenne come te»
«Perché? Finché son magra»
«Ma giusto, di che ci preoccupiamo? La valigia, i soldi, il fegato? No, finché sei magra… E poi volevi andar via subito, no?»
«Ero spaventata»
«Oh oh, parole grosse! Perché spaventata? Cesare è senz’altro un alcolizzato, ma in fondo è un buontempone»
«Non che mi picchiasse. Però temevo che mi arrivasse la telefonata di qualcun altro…»
«Qualcun altro? Il capellone rivoluzionario con un figlio e tre mogli?»
«Tre figli e una moglie»
«È uguale»
«Hai ragione, è uguale. Quando c’è la parola moglie è uguale»
«Eli, anche quando c’è la parola figlio»
Io studiavo il Tractatus di Wittgenstein e Alberto economia. Per un compleanno mi fece un regalo bellissimo: un bustino verde scuro, rigido, lucido, che piaceva a lui; e Movimenti del pensiero. Diari di Wittgenstein dal 1930-32 e dal 1936-37, perché sapeva sarebbe piaciuto a me.
«La sera gli ho detto che non me la sentivo più di sposarlo… Abbiamo dormito comunque insieme. Un’atmosfera pesantissima. A un certo punto mi è venuto pure il terrore insensato che quell’altro chiamasse, che tipo alle tre di notte suonasse il telefono e Cesare traesse delle conclusioni di un certo tipo»
«Cioè del tipo giusto»

Ci alziamo per andare alla cassa. Lui è dinoccolato e cammina a passi leggeri, io guardo nella borsetta in cerca del portafoglio.
«Cosa fai? La solita scena che fai finta di voler pagare? Hai appena detto che non hai un soldo»
«Non ne ho in effetti» richiudo la borsa.
Allunga la carta di credito al cameriere.
«Vabbè, grazie»
Usciamo nella notte di maggio. I locali intorno al mercato delle Erbe stanno cominciando a lasciare i tavolini fuori anche la sera. In estate qui sarà una distesa di persone, voci, bicchieri, un formicaio inoperoso che ricoprirà tutta via Belvedere e, in parte, via san Gervasio.
«Se hai ancora voglia di pagare tu possiamo prendere un amaro da qualche parte»
«Eli bevi tantissimo. Sei peggiorata stando con Cesare?»
«Non ti va?»
«Ma sì, dove vuoi andare? Guidami tu, qua ci sono gli amici tuoi»
«E chi sarebbero gli amici miei, scusa?»
«Gli scappati di casa, i comunisti fuori tempo massimo, gli alcolizzati molto ricchi, i magiari e quelle fuse delle tue amiche»
«…i magiari?»

«Quindi sei andata via lasciando tutto lì»
«Mi sono rimessa il vestito che avevo la sera prima, ho preso la porta e sono andata via. Cioè, l’ho salutato, ovviamente… Però non è che mi sono messa a fare la valigia e a impacchettare tutto, voglio lasciargli il tempo di abituarsi»
«Un mese fa gli hai detto che lo sposavi, ci metterà un po’ ad abituarsi»
«Eh, lo so…»
«Poi che è successo? Ti sei resa conto che è un pazzo alcolizzato che ne ha fatte di cotte e di crude?»
Riconosco i ricci crespi e biondissimi di Alice che spuntano sotto un cappello da uomo salire le scale. Mi alzo e le vado incontro.
«Regina Mab!»
«Bet!»
L’abbraccio e profuma di capelli puliti, di vaniglia, di pelle asciutta. Chissà come fa, con le notti fuori, con quello che beve. Mai una volta che sappia di sudore, o di fumo, o dell’odore di qualcuno. Magra e alta, il largo viso inquieto, la voce roca, il corpo statuario ma un po’ ripiegato. Ha una camicia celeste sbracciata, stasera, texani e gonna corta.
«Come stai? Ce dobbiamo prende ’na birra, una sera. Farci una delle nostre chiacchierate» dice con quell’accento marchigiano che come tutto il resto porta addosso con lievità.
«Certo! Tu come stai?»
«Periodo molto molto difficile…»
«Come mai?»
«Eh, il motivo comincia sempre con la stessa lettera – ti ricordi, no? Poi lavoro tantissimo, a Bologna non ce sto mai»
«Ho visto da facebook»
«E te? Ti vedo bene»
«Stasera va bene!»
Si volta indietro, fa un cenno con le sue braccia lunghe.
«Devo andà, sai com’è»

«Ti ricordi Alice?»
«No»
«Quella della festa al Pratello dove mi hai accompagnato qualche mese fa»
«Lei no, la festa sì: che merda»
«È la persona che ci aveva accolto, sì che te la ricordi»
«Eli, non me la ricordo – ma di sicuro non mi son perso niente. Scusa come l’hai chiamata prima?»
«Regina Mab, come la regina Mab di Shakespeare, il monologo di Mercuzio…»
Si passa una mano sugli occhi e tira la bocca come per ridere, ma senza il suono. Poi si guarda intorno, con quei suoi occhi verdi, che una volta mi sembravano tristi e ansiosi di vita e ora solo velati di affettuoso distacco.
Si mette di sbieco e accavalla una gamba. Mi guarda.
«Allora?»
«Vuoi sapere chi è la regina Mab? A scuola ti dicono una fata» mi piego verso di lui «ma in realtà è la droga»
Stavolta ride davvero: «Ecco, appunto!»
Bevo un sorso di Montenegro, liscio, appiccicoso.
«Cosa vuoi sapere?»
«Se Shakespeare era davvero una donna. Di Cesare! Di cos’altro?»
«Eh, niente. Mi son sbagliata…»

Entro nel bagno, mi guardo allo specchio. Ai lati degli occhi la matita nera ha sbavato un po’, come al solito. Ci passo le dita sotto, asciugo la pelle umida agli angoli, cancello i piccoli grumi neri. E con la lingua mi tocco l’otturazione. Ieri curare il dente mi ha fatto male, ma il peggio non è stato quello.

«L’alcol fa bene se uno è stato dal dentista?» dico quando mi torno a sedere.
«Interessante questa conversazione». Prende il bicchiere e lo alza come in un brindisi. «Vuoi parlare di denti?»
«Voglio parlare di umiliazioni. Sono andata in ambulatorio da una persona che speravo mi facesse un prestito… hai presente quel mio amico dentista?»
«Strano che non lo hai chiesto a me»
Saluto da lontano Alice che lascia il suo tavolo.
«Te lo ricordi il Dentista?»
«Il Depresso vuoi dire? Sì»
«L’altro giorno quando sono uscita da casa di Cesare ho fatto diciamo due conti. E non arrivavo molto in là con i soldi. Allora innanzitutto ho fatto una cosa veramente da poveretta: sono andata al banco dei pegni»
«Eli, il banco dei pegni? Un minimo!»
«Lo so, lo so. Sembrava una scena di Piccole Donne – con la differenza che nessuna di loro avrebbe mai impegnato un anello di famiglia, troppo dignitose»
«Stavo proprio pensando la stessa cosa: quelle piccole donne troppo dignitose…» socchiude gli occhi e fa il gesto di grattarsi la barba rada mezza bionda, mezza bianca, curata.
«Comunque, lasciando un attimo da parte la dignità – che in queste cose è sempre d’intralcio – il punto è che impegnando l’anello avevo messo insieme ben poco. Sì, potevo comprarci qualcosa, ma dovevo anche lasciarmi un margine per mangiare, bere un caffè…»
«Bere» mi interrompe «ma in banca non hai niente?»
«Tu che dici? Insomma, dovevo chiedere un prestito a qualcuno. E ho pensato al Dentista»
C’eravamo appena visti da Miky e Max, un bar decisamente funky in via Orfeo. Non avevamo giocato a biliardo come avrebbe voluto – con lui non gioco, è troppo bravo – ma c’eravamo seduti nei divani dell’ultima stanza a bere prosecco scadente e a ridere di come io prendevo la vita e di come lui, più giovane di me, invece non riusciva. Pareva di essere tornati indietro di qualche anno, ai tempi del teatro insieme, alle uscite dopo le prove, serate che cominciavano alle nove e mezza e andavano avanti fino alla chiusura del locale. Notti di chiacchiere, canzoni italiane tipo «Maledetta primavera», partite a calcio balilla – con lui che una volta mi disse «Non ho mai visto nessuno giocare così male» – patatine, una bottiglia di bianco offerta da lui, altre chiacchiere, una bottiglia di rosso offerta da Igor, poi un’altra qualsiasi da Alice, noccioline, Peter che ci prova con qualcuno – a prescindere dal genere – Lore che parla di appuntamenti erotici online e di buddismo con lo stesso livello di pathos, file al bagno dove due volte su tre un soggetto patibolare e in difficoltà decideva guardandomi che la vita valeva ancora la pena di essere vissuta (ma solo per quella sera). Insomma, serate felici e sgangherate. E con il Dentista, poche sere fa, era stato più o meno così, magari più intimo – «Betty», così mi chiamava, intendendo nominare la mia propensione alla leggerezza, la mia allegria mentre su una barchetta scivolo «verso le cascate del Niagara con in mano un mojito», come mi disse.

«Considerato come sei vestita direi che il prestito te l’ha fatto» dice Alberto e mi riporta al nostro tavolo, ai nostri bicchieri vischiosi di amari bevuti, alla mia idea così frivola del momento perfetto – ridere con una persona di cui mi fido, mentre penso a quanto mi sta bene il vestito che porto.
«Non gliel’ho chiesto»
«Pensavi si sarebbe offerto leggendoti nel pensiero?»
«È successa una cosa un po’ imprevista – mi son vergognata»

Il Dentista mi aveva salutato con l’aria stanca e depressa che sapevo essere parte di lui, ma estranea all’abitudine che avevo dei suoi occhi azzurri che mi guardavano in un ascolto totale, appassionato, senza fondo. Quel modo di guardare il Dentista lo porta con sé con chiunque, è il suo più potente talismano – ma non basta saperlo per esserne immuni. Solo che in quel momento quell’attenzione non l’aveva più. O ero io a essere sfocata? Credevo che la sua assistente mi riconoscesse – quanto spesso ero passata dal suo ambulatorio? Forse un paio di volte soltanto, in realtà, ma di solito mi si ricorda bene – e invece mi aveva chiesto «Desidera, signora?».
Indossavo il vestito grigio del giorno prima. L’avevo addosso dal pomeriggio, quando avevo fatto delle letture per la presentazione del libro della mia amica Terri, aveva attraversato la notte dolorosa con Cesare, al mattino era mio complice mentre uscivo dall’appartamento confortevolissimo di un uomo truce ma pazzo di me – sapendo che mai più ci sarei tornata.
Proprio il Dentista mi aveva detto una volta «Tu devi essere una che non ha mai puzzato in vita sua» – e un po’ è vero – eppure quella mattina mi sentivo invece come una che puzza, con un vestito ormai frusto, stanco come me di case, giornate da mendicante, peripezie – «avevo vissuto come una mendicante: alla giornata» dice Nora in Casa di bambola. Che significa: se non trovi la forza ogni giorno, non ce la fai. Perché la tua vita è tutta oggi, in questo giorno. E io, quel giorno con il Dentista, non ero forte. Puzzavo. E sapevo, ero certa, che di fatto non puzzavo – ma così mi sentivo. Una questuante, una spostata, una che chiede un prestito a un uomo più giovane, benestante, indifferente, con il quale neanche è stata a letto – ma che probabilmente glielo farà, il prestito. Per quale motivo? Non c’è un motivo.
«Ciao Betta» mi aveva detto il Dentista guardandomi senza espressione.
«Ho un dente che mi fa male»
Non mi chiese perché improvvisamente avessi deciso di andare da lui, io che un dentista ce l’avevo già – un amico di famiglia, che non pagavo.
«Vediamo» aveva risposto.
C’era una carie. Prese a curarla.
«Non ti faccio l’anestesia, è piccola».
L’unico medico contro le medicine, devo aver pensato.

«Niente prestito?»
«Ero così in imbarazzo che ho fatto finta di essere lì per il mal di denti»
«Ti sei fatta togliere il dente del giudizio per darti un tono?»
«Più o meno»

«Betty, non mi paghi?» il Dentista si era rianimato.
«Scusa… Certo! Quant’è?»

Alberto e io ci avviamo verso piazza Malpighi nella notte rarefatta di sirene in lontananza, gruppetti di studenti che parlano ad alta voce, donne solitarie in bicicletta, passi veloci di amici sotto i portici. Io dormo da Terri, in via Andrea Costa. Lui nella sua mansarda del centro, in strada Maggiore. Mi porta a piedi fino all’imbocco del Pratello.
«Tranquilla se ti lascio qui? Non prendi un taxi? Te lo offro»
«Figurati, c’è un sacco di gente. E comunque non serve che mi paghi il taxi, non esageriamo»
«Se non hai chiesto un prestito al Depresso come fai? Va bene che le cene te le pago io…»
«Mi sono arrivati i soldi del cortometraggio»
«E ti basta?»
Abbasso lo sguardo sul vestito nuovo, la sottana svolazza nella notte fresca, è una bandiera rossa in una città arancione. Mi stringo nella giacca, torno a guardare Alberto.
«Per questo bel vestito, basta e avanza»
«Avanza quanto?»
«Avanza poco»

E pensare che ieri camminavo torva lungo via Indipendenza, con la lingua che scorreva in bocca a tastare senza pace un’otturazione pagata al prezzo altissimo della mia debolezza. Ho perso tutto, pensavo. Ho perso il mio fascino, la mia buona stella, la fiducia in me. Stavolta no, non mi rialzo.