Tina

Il gatto aveva tagliato in due metà esatte il giardino, poi si era nascosto nel cespuglio di mirto. Quando mia madre lo aveva visto passare, aveva sollevato appena le spalle, buttato giù il vino. A tavola, quella sera, non eravamo riuscite a mettere insieme neanche una vaga forma di conversazione: questa cosa le metteva sempre malinconia. Io avevo provato a rimediare con la trama di un libro che avevo letto di giorno, anziché scendere al mare, ma né lei né mia sorella sembravano interessate. Era la storia di tre donne, tre generazioni diverse, che finivano col vivere insieme il resto dei loro giorni. Ripensandoci, avrei potuto evitare. A fine racconto mia madre mi aveva guardata con quei suoi occhi annacquati e piccoli della sera, quindi si era riempita il primo bicchiere. Mia sorella era rimasta in silenzio contemplando a lungo la pellicina di un’unghia che masticava da giorni, quindi aveva voltato lo sguardo verso il giardino sfiorandosi appena il collo con una mano. In quel momento l’avevo trovata ancora bellissima: spariti i primi capelli bianchi, i segni sotto gli occhi, le lunghe notti insonni. Sembrava quella di prima. Il tutto era durato pochi secondi. Lo avete visto? aveva chiesto. Il gatto? aveva risposto mia madre. Lei aveva annuito e si era alzata da tavola, aveva mosso qualche passo verso il giardino. Io ero rientrata in casa, in cucina avevo versato del latte in una ciotola, quindi ero tornata di fuori. Mia sorella era accovacciata davanti al cespuglio di mirto. Con una fretta che non le apparteneva, mi aveva preso di mano la ciotola e l’aveva avvicinata al cespuglio, quindi aveva iniziato a dondolarsi, piano, tenendosi le ginocchia con le braccia. Continuava a studiarsi la pellicina dell’unghia. Io ero tornata verso la tavola e avevo iniziato a impilare i piatti. Fai piano, mi aveva detto tirando fuori una voce acuta. Mia madre mi aveva guardata, gli occhi più velati, mi aveva fatto un cenno breve con la mano, e io mi ero di nuovo seduta. Mi ero versata mezzo bicchiere di bianco, ormai tiepido, e acceso una sigaretta. Il primo tiro lo avevo dato lungo per riempire uno spazio di vuoto. Ogni tanto spostavo lo sguardo dal bicchiere a mia sorella che si dondolava davanti al cespuglio. Dopo più di mezz’ora e tre sigarette il gatto era uscito, si era avvicinato cauto alla ciotola, aveva preso a leccare il latte. Anche dalla mia posizione potevo vedere l’espressione di lei. Non poteva definirsi altro che febbrile euforia: per un attimo mi era persino sembrato che si fosse portata una mano sul seno come a liberarselo dalla felpa. Poco prima che il latte finisse, aveva afferrato il gatto per la collottola. Se ne stava lì appeso, lungo e magro, potevo vederne le costole. Avevo distolto lo sguardo.
«È malato» aveva detto subito lei, «bisogna curarlo.»
Né io né mia madre avevamo commentato, io avevo spento la quarta sigaretta nel bicchiere ormai vuoto. Mia sorella si era appoggiata il gatto sul ventre e mentre con una mano lo teneva fermo, con l’altra lo ispezionava, io fissavo la ciotola e mi sembrava che anche lui la guardasse, che volesse staccarsi da lei e tornare a leccarla.
«Non vedete?»
«Cosa dovremmo vedere?» aveva chiesto mia madre, la voce ormai alcolica.
«Gli occhi» aveva replicato mia sorella, «gli occhi dovete vedere.»
Io vedevo solo i suoi, di occhi, quelli del gatto erano solo due punti di rosso, come di brace. Non vedevamo, saranno state le undici ormai, e il vialetto che taglia il giardino era rischiarato solo dalle lanterne, quelle di bambù che si infilano a terra e alla fine dell’estate puoi anche portartele via. Noi le avremmo lasciate lì, in altri tempi ridevamo delle persone che spostano da una casa all’altra gli oggetti, come se potessero avere lo stesso effetto in un altro luogo, come se le atmosfere fossero riproducibili. Come se la vita si potesse riavvolgere. Secondo lei gli occhi del gatto erano velati, lacrimavano, forse per via di un’infezione, aveva detto, e anche il pelo le sembrava strano, a me pareva solo di un rosso sbiadito. Come i capelli di Martina i primissimi mesi, quando si poteva ancora immaginare che col tempo si sarebbero fatti fulvi, come quelli del padre, o forse invece castani come noialtre. Chissà.
«Lascialo stare» aveva detto mia madre, «non sai che cos’ha.»
Io mi ero voltata verso di lei, la quinta sigaretta ancora spenta tra le dita. Le cose che diceva, delle volte, come faceva a non rendersi conto. Era la prima volta che tornavamo noi tre sole qui: nessuna aveva ancora menzionato la cosa e non l’avremmo fatto, è tipico nostro. Le avevo fatto un cenno col mento come a dire di andare a dormire, lei aveva tenuto i suoi occhi fermi nei miei per qualche secondo, quindi era scivolata via con lo sguardo e si era alzata. Vado a letto, buonanotte. Mia sorella non si era nemmeno voltata. China così davanti al cespuglio, il gatto trattenuto sul ventre grazie alla pressione delle ginocchia, mi aveva fatto rabbia, o tenerezza, forse le due cose insieme. Non osavo parlare, e le sigarette le avevo finite. Così avevo riprovato a sparecchiare la tavola lentamente, cercando di non fare rumore, e in cucina avevo pulito tutto con una dedizione eccessiva, avevo passato anche i fornelli con tre prodotti diversi: alla fine brillavano. Non una macchia, neanche un alone, odore di alcool nell’aria. Quando avevo finito ero tornata fuori e lei era ancora lì col gatto in braccio, ora se lo teneva stretto addosso e lo accarezzava, lo aveva infilato sotto la felpa. Tìna, mi era parso di sentirle sussurrare. A quel punto mi ero allontanata senza dire nulla, ed ero andata nella mia stanza. Quella notte non avevo chiuso occhio, la rivedevo con il gatto infilato nella felpa a simulare una gravidanza. Tìna, continuavo a sentire quasi come una ninnananna, ma era la voce di Martina a ripeterlo, non quella di mia sorella. Mi sembrava che fosse con me nella stanza, potevo quasi sentirne l’odore di rigurgito e borotalco. A notte fonda, quando ormai stavo crollando, avevo sentito come un rumore di passi in giardino, poi la porta dalla stanza di mia madre che si apriva e richiudeva. Forse però era la mia immaginazione, quelle fantasie molto vivide della mente quando si è troppo stanchi o desolati per qualcosa per cui non esiste rimedio.
La mattina mia sorella era scesa in paese, dopo un’ora era tornata con una pomata e delle crocchette alle vitamine. C’era scritto proprio così sulla scatola. Lei la agitava facendo un rumore di ghiaia, gli occhi accesi come di febbre. Vivi.
«Che ne dite di Tìna?» aveva chiesto.
Mia madre si era alzata dalla poltrona dove stava bevendo il caffè, il secondo da che si era alzata, aveva appoggiato la tazza sul tavolino e l’aveva guardata, lì, in piedi in mezzo alla stanza con la sua scatola di crocchette alle vitamine. Un’espressione che avresti detto di esitazione, timore o speranza. Le tre cose insieme, forse. Ora le dice qualcosa, avevo pensato, invece si era limitata a scuotere appena la testa e ad andarsene in bagno. Dopo pochi secondi avevamo sentito scorrere l’acqua.
«È un bel nome» avevo cercato di diminuire io.
Mia sorella aveva annuito di sì, ma non mi stava più ascoltando, era già altrove, lontanissima ormai, mentre versava le crocchette dentro una ciotola in plastica che prima non avevo mai visto, forse aveva comprato anche quella in paese e intanto ripeteva Tìna, Tìna, Tìna, come una litania.
«Tìna?» aveva poi chiesto aprendo la vetrata che porta di fuori.
Io allora avevo aspettato che si avvicinasse al cespuglio di mirto, la sua nuova ciotola in una mano e le crocchette nell’altra, e mi ero fermata a guardarla da lì.
«Tìna» ripeteva, la voce sempre più incerta, poi implorante, infine disperata. «Martina» ho sussurrato a mia volta ai vetri della finestra.
Mi è venuto da piangere. Allora ho sentito che l’acqua in bagno aveva smesso di scorrere, poi i passi brevi di mia madre che mi aveva raggiunta alla finestra e mi aveva appoggiato una mano sopra la spalla.
«Le passerà» aveva detto.
E io avevo annuito di sì.