El Chicho Y María

El Chicho está listo. Pronto. Le braccia lungo i fianchi, tese, le ali serrate, El Chicho è l’Halcón del Rio Piura. Al fischio lui vola, rapace; allo sparo lui vince. Infilo le mani sotto il culo, il cemento è duro, non ci sono i cuscini o i sedili di plastica. Le mani rastrellano con le unghie la superficie liscia e mi tengono sollevata; sono io la più alta sugli spalti del Palaideal. La gradinata è decorata con un festone di serpente verdeoro che si aggrappa al soffitto e riluce, il suo corpo d’aria gonfio, allungato e curvo, pende sulle nostre teste, sulla mia, su quelle delle madri e dei padri, sulle teste di noi spettatori affezionati al campionato nacional.
Io lo miro, miro El Chicho intensamente e sento la sua concentrazione, la vena che affiora; la lingua biforcuta del serpente cala morta sul blocco numero 4: le corsie centrali sono quelle dei campioni. Il blocco è a 50 centimetri dall’acqua, El Chicho si staglia per altri 187 centimetri, poi di nuovo 50 centimetri e la lingua del serpente che cola lo benedice. Non posso non guardarlo, se smetto El Chicho implode, come se gli ciucciassero via tutta l’aria. Sono io il suo pensiero, la sua strategia, nei miei occhi c’è l’immagine che precede ogni istinto di movimento. El Chicho està tenso. Convencido de ganar todo. El Chicho se dobla, baja, se derrumba. Tuono. Tuono di mostro che sale dalle viscere, la sirena del pericolo, il serpente è a sonagli. El Chicho se lanza a l’agua del Palaideal. Todo el cuerpo, el mío, el suyo, todo el cuerpo: tiembla.

Al numero 321 dell’Avenida Bolognesi la Pirula ci dice cosa fare. Per prima cosa, dice che il ritrovo è nella corte della Felicidad, la profumeria che sta proprio davanti casa nostra. Ce la indica, noi guardiamo il suo indice spezzato da una pietra blu che fa impazzire la luce e ci acceca. Oltre l’indice c’è la corte: la terra è di terra color della terra, i muri di muro verniciato color della pietra.
– Perché? – chiedo, e intanto mi sciolgo la treccia.
– Porque yo lo digo. Es una orden, Marìa.
– Perché la corte della Felicidad è tutta dipinta di blu?
La Pirula ritira l’indice e lo infila in uno spazio segreto, un binario per indici tra il suo fianco di carne e la cinta dei jeans. Poi guarda la corte abbassando la testa; siamo solo al primo piano, ma Piura è così piatta, che da qui, con un solo sguardo, si comanda tutto lo spazio che ci separa dall’oceano.

La seconda indicazione è: Vietato andare al ritrovo mentre tutto trema. El Chicho è seduto su un tappetino di iuta, in grande, in verde, la scritta “Arroz” e piccolo, sotto, “Kawsay” che in lingua quechua vuol dire “alimento che dà la vita”. Le scritte non le vedo, le so; El Chicho è enorme e occupa tutto il tappeto. Non parla niente, non domanda. Respira male e ogni due-tre minuti si sente il naso che tira dentro il muco. La Pirula fa l’esempio. Dice che se trema questa parete qui, proprio qui, dove sono appoggiata io, io non devo scappare di sotto, non devo andare al ritrovo della Felicidad, perché se mentre mi muovo le cose crollano, finisce che mi spaccano la testa. Se invece sto ferma ci sono meno possibilità di restare spaccata.
Stasera è il giorno in cui la Pirula riempie i peperoncini. Mi chiedo se avrà tempo di farlo, visto che ci ha radunati tutti qui e sembra che il discorso non si chiuda mai. Quando sparpaglia i peperoncini sul piano di resina per inciderne la pancia, e la radio è alta, e copre il rombo dei motorini in strada, e noi siamo alcuni intorno che parliamo alto, alcuni di sopra che coi piedi battiamo sulle assi di legno, e facciamo un baccano di strilli e di cadute, la Pirula non dice niente, taglia e ammassa, e piange con le lacrime che piovono nelle pance dei peperoni. Di quelli tagliati si fa tutto un monte sul vassoio, alcuni cadono a terra, salati di pianto, El Chicho li raccoglie e se li mangia senza nemmeno pulirli. Siamo sette. Tutti figli della Pirula, tutti piccoli, solo El Chicho è grosso e bianco e biondo; suo padre è americano delle Hawaii. Il nostro di Locuto, un posto di sterrati e di venti che si scontrano.
Io e El Chicho tutti i giorni parliamo di andare a Locuto. La mia idea è di camminare lungo il Rio Piura dalla mattina presto, se prendiamo la sponda di destra dovremmo avere ombra fino alle undici, poi sarebbe meglio passare dall’altra parte, per evitare insolazioni. Oppure approfittare di quando il rio è secco, praticamente per la maggior parte dell’anno, e camminarci dentro. El Chicho dice che magari in alcune parti è secco e in altre no, e che nelle parti non secche ci sono gli alligatori. Dice che se non ci fossero gli alligatori, lui se la farebbe a nuoto. Io gli credo che se la farebbe a nuoto, non gli credo sugli alligatori: il Rio Piura è un fiume d’acqua e mangrovie e di altri fiumi che non sfociano da nessuna parte, che piegano a destra e a sinistra e poi ruotano su loro stessi formando dei laghi tondi pieni di uccelli. Non ci sono alligatori.

Per terzo dobbiamo considerare i tavoli. A casa nostra ne abbiamo due, più uno che si allunga da sotto il lavandino. La Pirula ora dice il proverbio: Tutti i tavoli sono ripari, tutti i tetti sono casa. Poi lo spiega perché i piccoli non lo capiscono. Dice: La mensa è la salvezza. Mensa di sopra, salvezza di sotto. Al momento sul tavolo ci sono Jaime, Ana Lux e Victor. Sotto ci sono la gamba del Chicho e la Nancy. Segundo è a lavare le mani col permesso della Pirula. Io sono in piedi, mi sono spostata dalla parete che la Pirula ha preso di esempio per il crollo, e ora appoggio la schiena e i gomiti al frigorifero. El Chicho è in costume da bagno. È la sua divisa blu da supereroe. Il blu è il colore della pietra della Pirula, il colore della corte della Felicidad e delle piastrelle del Palaideal; è il blu che ci siamo promessi io e El Chicho, è il colore che dice che siamo vicini. Anche io sono in costume da bagno perché faccio tutto quello che fa lui. Lo vedo piegato, con la testa pesante protesa in avanti, il mento che struscia sullo sterno e la bocca aperta con la bava che avanza; penso che ha sete, gli allungo la nostra Inca Kola giallina, frizzantissima, infilando la mano nel frigo senza nemmeno voltarmi. Noi due facciamo coppia.
D’estate, a Máncora, guardiamo gli americani che fanno il surf. D’inverno, al Palaideal, usiamo insieme la vasca secondaria. El Chicho ha un allenatore personale che gli tira delle corde galleggianti e gli stringe la corsia per farlo andare diritto. Io gli nuoto accanto, ma è molto molto difficile tenere il suo ritmo allora il più delle volte resto a metà vasca e quando lui arriva infilo la testa sott’acqua, lo guardo e muovo molto velocemente le mani. Si formano bolle: bolle vuol dire incitamento. El Chicho fa un impercettibile sì con la testa e io capisco, gli è arrivato l’incitamento, poi mette la turbo, la marcia della vittoria.
Il suo allenatore si chiama Amaral. Amaral è un cognome, ma è tanto bello che tutti lo chiamano Amaral; nessuno, nemmeno El Chicho, conosce il suo nome vero. All’inizio Amaral non mi voleva. Diceva che dec oncentravo El Chicho e che la mia presenza cambiava la consistenza dell’acqua. Dovevo uscire, ma potevo restare a bordo vasca. La prima volta ho ubbidito, ho nuotato verso la scala di metallo e mi sono messa raso il bordo, ancora un po’ dentro, diciamo dentro fino un po’ più dei fianchi. Amaral ha detto bene così ed è tornato a cronometrare i 20 secondi di riposo che El Chicho deve fare tra uno scatto e l’altro nella fase che Amaral chiama “la fase aerobica”. Io mi sono seduta sul secondo gradino della scala e li ho guardati: non c’entravo più niente. Mi è venuto un nervoso e mi si sono tappate le orecchie. Amaral fischiava le partenze, 25 metri dorso, 25 metri rana, 25 metri crawl, 20 secondi di riposo, fischio e poi di nuovo. Per 14 volte. El Chicho era bravissimo, io invece lì fuori ero piena di fischi e mi veniva da urlare.

La quarta indicazione è: Cadere. Cadere prima che il terremoto ti faccia cadere. In questo non siamo bravi. El Chicho ha paura di cadere, trascorre molto tempo già caduto, seduto o sdraiato. Quando siamo fuori e camminiamo e camminiamo e camminiamo, El Chicho mi dice sempre che è stanco. Mi chiedo come sia possibile che un campione come lui si stanchi così in fretta. Se mi fermo alla Ferreterìa Otero, proprio dietro il Palaideal, lui si siede sullo sgabello che si usa per raggiungere gli scaffali alti. Ci andiamo almeno una volta a settimana, io colleziono chiavi finte. La Pirula ha molte chiavi perché di lavoro gestisce delle case Airbnb; Otero ce l’ha in simpatia e quando vado, lui mi regala chiavi di colori sgargianti, arancio soprattutto, perché io e El Chicho siamo promessi al blu, ma in fondo amiamo l’arancio che è il colore del vento del deserto di Locuto, e del cielo quando alle Hawaii si prepara una festa. Mentre io intasco le chiavi, El Chicho resta seduto. Otero è abituato, non gli dice niente, solo di spostare un po’ più sotto il borsone del nuoto che intralcia il corridoio. El Chicho lo guarda, non sposta niente, sono io che caccio con un calcio il borsone sotto lo sgabello. El Chicho non capisce tutto quello che gli dicono, ha un modo di capire molto lento, ritardato. Amaral, invece di spiegargli le cose, gliele fa vedere. Se El Chicho le vede capisce subito e fa la cosa che ha fatto Amaral al primo colpo, non sbaglia mai. È per questo che Amaral lo tiene come un tesoro raro e lo aiuta ad asciugarsi quando esce dall’acqua: non vuole che si rovini, è il suo atleta personale, la sua soddisfazione.

Amaral ha un canale su youtube dove insegna agli uomini grossi a nuotare veloce. Questi video all’inizio non li guardava nessuno. Controllavo gli iscritti al canale, erano meno di dieci. Poi una volta ha alternato le sue spiegazioni a un video del Chicho che partiva perfetto, col piede posteriore ben poggiato sull’alettone, e faceva un tuffo che da un grassone come lui nessuno si sarebbe mai sognato. Dopo quel video gli iscritti sono centuplicati. El Chicho è diventato una cosa molto importante per Amaral e anche se la Pirula non mette un centesimo per le lezioni di suo figlio, Amaral è riuscito a sostanziarsi altrove. Ha un Patreon tutto suo. C’è gente che mensilmente gli sgancia fino a 300 soles per vedersi i video in anteprima. In questi video Amaral è sempre in primo piano, ma il viso è tagliato e si vede solo la bocca che parla. A un certo punto parte uno split screen: da una parte la bocca di Amaral, truccata di rosso, accesa di sugo di frutta; dall’altra parte El Chicho col costume blu e gli occhialini svedesi. Ce n’è uno che ha seicentomila visualizzazioni. In questo video, Amaral ha in bocca un fischietto d’oro zecchino macchiato di rossetto, mentre El Chicho ha un accappatoio appoggiato sulle spalle a mo’ di mantello. Il video si chiama Héroes.

Per quinto la Pirula ci mostra una valigia di plastica grande più o meno così, chiusa con due clip sul lato superiore. La Pirula la maneggia come fosse leggerissima, noi bambini non capiamo quanto possa pesare, El Chicho osserva la scritta “Be Prepared. Not Scared”. All’interno della valigia ci sono: due bottiglie di plastica da un litro piene d’acqua, quattro barrette di cereali e una bustina di noci, un fischietto, un affare da cui escono diverse lame appuntite, seghettate, uncinate e un apriscatole, una torcia a pile, pile, fiammiferi speciali che durano a lungo, accendino, un caricabatterie a energia solare, un manuale di pronto soccorso, le fotocopie di tutte le nostre carte di identità, le fotocopie dell’assicurazione sanitaria di tutta la nostra famiglia, dieci banconote da 50 soles, la ricetta medica dell’asma di Victor, una mascherina antipolvere, pillole, una bellissima foto della Pirula a Lima, con la Huaca Hallamarka sullo sfondo e i mattoni d’argilla presi nella valle del fiume Rímac.
La Pirula dice: la maleta está debajo de la mesita de noche de Chicho. Noi facciamo tutti di sì con la testa. Pensiamo che è giusto, che El Chicho va preservato, che El Chicho va salvato da qualunque calamità.

Siamo a Máncora, io, El Chicho e Amaral. Il cielo è di un blu acceso, la spiaggia arancio, il vento è pochissimo e si può stare seduti tranquilli senza che ci volino via i vestiti che ci siamo levati. Per questo diciamo: Oggi è una bella giornata. Si vedono i surfisti allontanarsi dalla costa, nuotare sdraiati sulle loro tavole per raggiungere il posto dove le onde nascono. Hanno la muta, parlano la lingua che hanno imparato per farsi capire dagli affittacamere. Io sono preposta alle riprese, devo inquadrare il più possibile il nostro nuovo sponsor. Da qualche tempo c’è un altro video di Amaral che va forte; si tratta di un video in cui lui recita una storia che gli ho raccontato io, e parla del Chicho quando aveva appena iniziato a nuotare. È una storia che la Pirula ha raccontato a noi bambini e io ho ritenuto che Amaral dovesse conoscerla. Lei e il padre del Chicho erano giovani, a Lima, El Chicho aveva quattro anni e nuotava nella piscina piccola di Rímac. I genitori restavano seduti sul bordo della vasca, mentre i bambini erano appesi in fila sul bordo opposto e al comando dell’allenatrice dovevano infilare la testa sott’acqua e fare uscire l’aria dal naso. L’allenatrice doveva vedere le bolle, i bambini sentirsi piccoli draghi, la piscina diventare una vasca idromassaggio per i loro genitori. Piano piano i bambini capivano cosa fare e lo facevano. El Chicho no. Allora, vedendolo in difficoltà, gli aveva dato una cosa da fare. Gli aveva chiesto di portarle le tavolette dei grandi, che erano nel deposito della stanza accanto, dove c’era la vasca semi-olimpionica. El Chicho, tenendosi al bordo, aveva slittato fino alla scaletta, e lì, aiutandosi con i due gradini piastrellati del fondo, era uscito dalla piscina, si era messo le ciabatte e lentamente aveva raggiunto la lavapiedi obbligatoria. Dopodiché era scivolato fuori dalla stanza.
L’allenatrice aveva detto ai bambini rimasti che per ora potevano riposarsi, e aveva cercato lo sguardo della Pirula. Senza imbarazzo era andata dai genitori del Chicho e aveva consigliato loro di far prendere al loro figlio lezioni individuali. Il potenziale c’era, quello che mancava era l’abilità a compiere alcuni gesti semplici, quelli che i bambini di solito imparano immediatamente e senza sforzo. Un allenatore personale avrebbe curato questi aspetti molto meglio di quanto avrebbe potuto fare lei, durante le lezioni collettive. La Pirula e il padre del Chicho avevano capito che il loro figlio aveva qualcosa di diverso, forse un ritardo nello sviluppo, forse dovevano rivolgersi a un dottore. Avevano salutato l’allenatrice ed erano saliti di sopra, negli spogliatoi che El Chicho avrebbe sicuramente attraversato per tornare alla piscina dei bambini. Lo avevano aspettato per un quarto d’ora perché sapevano che era un bambino lento, ma El Chicho non era più tornato. Nel deposito non c’era, e l’allenatrice non sapeva dove fosse, sapeva solo che le tavolette non erano mai arrivate. Nemmeno in semi-olimpionica avevano visto il bambino. I due genitori erano corsi fuori, il sole era sceso dietro il cerro San Cristóbal e il mosaico a colori delle case di Rímac irrideva lo strapiombo del ponte di pietra. La Pirula aveva pianto; il suo uomo le aveva stretto il polso un po’ più del necessario, e le aveva detto che non c’era da piangere, c’era da muoversi perché la notte non li avrebbe aspettati.
Allora si erano divisi, lui era sceso per una strada piena di tornanti che portava a valle dove le luci della notte cominciavano a sfrigolare; lei era andata dalla parte opposta, su per una salita rotta di scalini e ghiaia, e mentre camminava aveva continuato a piangere, a benedire e poi a maledire quel figlio incomprensibile, stupido, americano, che le procurava tanta pena. Finché, all’improvviso, lo aveva visto. Seduto sul primo gradino della scalinata del Santuario continuava a soffiare col naso, e dal naso colava sangue. Aveva gridato, ¡Amor, mi vida, amor mira lo que haces! ma il bambino continuava a soffiare col naso, e il sangue a colare. La Pirula lo aveva abbracciato, la sua maglia di lino s’era macchiata di scuro proprio dove il collo si gonfia nel seno, lì dove si spezza il confine del cuore. Dentro l’abbraccio El Chicho aveva continuato a soffiare. ¡Monstruo! ¡Monstruo del pantano!, la Pirula, gli aveva dato uno schiaffo.
Solo allora El Chicho l’aveva guardata, le aveva detto: Non mi picchiare, io sono il drago della piscina di Rímac.

Nel video di Amaral io recito le parti della Pirula, Amaral quella del padre del Chicho che parla anche lui lo spagnolo dei surfisti. El Chicho è vestito da drago, ma ora sul suo costume blu è stampato il nome del più importante mecenate di Amaral. Su Patreon, quest’uomo di chiama “Este” nel senso di est, nel senso di levante. Non si tratta di un video umoristico, il messaggio che Amaral vuole dare è che per diventare campioni le strade sono molteplici, non ce n’è una unica, e che tutto sta nel non dare troppo peso a ciò che gli altri dicono di noi. Infatti, dopo l’episodio del drago di Rímac, El Chicho ha cominciato a prendere lezioni individuali e ha imparato a soffiare dal naso; ed è proprio per la sua incapacità di intristirsi che El Chicho quest’anno ha infilato una vittoria dietro l’altra. Quando El Chicho perde, El Chicho dice: Ho perso, oggi forse, invece che in piscina, avremmo dovuto andare a Locuto. Io rido e sento l’elettricità; in questi momenti vorrei essere come lui, inscalfibile.
Suo padre se n’è andato lasciando alla Pirula una bambina morta in pancia. È sgattaiolato in Messico e poi in California forte del suo passaporto americano proprio il giorno in cui lei è andata a farsi raschiare via il feto. Quando è tornata c’era solo El Chicho ad aspettarla, era sdraiato a letto e guardava la lampada che pendeva dal soffitto, oscillava perché c’era un terremoto lieve, di quelli che si può comunque continuare a fare quello che si sta facendo. Infatti, mentre tutto traballava, la Pirula ripeteva le sue parole oscene; El Chicho le ricorda tutte, me le dice, io mi vergogno a scriverle. L’unica cosa che scrivo è che se l’avesse rivisto gli avrebbe tagliato il pene. Questo è per dare l’idea di cosa sarebbe arrivata a fare la Pirula, che è una donna dolce, e non direbbe queste cose in una situazione di normalità. La Pirula diceva al Chicho che suo padre aveva abbandonato entrambi. El Chicho le ha detto: Andiamo a vivere a Piura, l’aria del deserto seccherà il dolore; saremo al sicuro e io potrò nuotare nel fiume. Lo hanno fatto. Il fiume era secco, El Chicho ha detto: Non importa, troverò una nuova piscina. Èd è così che El Chicho ha trovato Amaral. È grazie al Chicho che la Pirula ha trovato mio padre. E ancora, e soprattutto, è grazie al Chicho che io ora sono qui che racconto questa storia fantastica.

Nel comodino della valigia di emergenza c’è un altro segreto: la pietra. È lì che la Pirula nasconde l’anello che ha portato la buena suerte al Chicho e ha voltato in meglio la cattiva. La Pirula ha un’ultima cosa da insegnarci e per farlo usa una domanda. Dice: ¿Hay alguien de confianza que los pueda refugiar en el caso de que suceda? Noi ci guardiamo, noi ce l’abbiamo. Io guardo El Chicho, la juta è tutta sbavata. La Pirula si accorge che sono inquieta, fa un gesto impercettibile con il sopracciglio, un gesto che io vedo; rigira l’anello con il dito dell’altra mano e la pietra manda i suoi riflessi da spada laser, strizziamo tutti gli occhi, lei se lo sfila e poi lo stringe. Sígueme, dice, e noi la seguiamo. Andiamo in fila indiana nella stanza del Chicho: la guardiamo abbassarsi, aprire il cassetto di legno del comodino, appoggiare al centro del cassetto vuoto l’anello, poi richiuderlo e infilare la valigia che ci salverà tutti sul ripiano più basso. Ci aspettiamo che dica qualcosa, una benedizione, una formula magica che lasci tutti sottovuoto. E infatti dice: Ahora que saben qué hacer. Son demasiados, no puedo salvarlos a todos.

Oggi però siamo al Palaideal e la gara è nazionale. Nessuna categoria, campionati assoluti, El Chicho è un adulto ed è l’adulto più forte di tutti. Corsia centrale, telecamere puntate. La Pirula, per l’emozione, è rimasta a casa davanti alla TV, quando sono uscita già piangeva, ma c’era papà con lei; le ha detto, cosa piangi? Mica è morto Pablo Escobar. Io però questa gara non me la perdo. Sono qui con te El Chicho mio, sono qui per te. E allora tuona. Tu ti tuffi. 45 gradi, una squadra perfetta. Si sente uno schianto. È il fracasso di dodici vetrate che vanno in frantumi tutte contemporaneamente. Ma tu riemergi, le tue braccia si allargano e richiudono, io non riesco a smettere di guardarti. Le persone che ho davanti si alzano e corrono. Non bisogna correre, bisogna stare fermi. Non ci sono tavoli, la nostra valigetta è lontana. A casa la Pirula fa appena in tempo ad acchiappare Victor che è seduto con lei sul divano, lo stringe a sé badando bene che abbia spazio per respirare, prende uno dei grossi cuscini del divano e se lo sistema sulla testa. Anche papà è seduto, ha una birra in mezzo alle gambe che gli si rovescia tutta sui pantaloni; chiama Nancy e Segundo che però sono fuori, radunati nella corte della Felicidad. Allora si infila solo sotto il tavolino della TV. Jaime, Ana Lux sono in cucina. C’è il tavolo con la ribalta che sbatte. Jaime prende per mano sua sorella piccola e la porta al sicuro sotto l’altro tavolo. Io resto ferma: vedo le teste dei concorrenti riemergere, vedo quelli delle corsie più esterne raggiungere la scaletta, vedo l’acqua diventare scura perché sono saltate via le piastrelle che danno la direzione a chi nuota, si è aperta una crepa e poi una voragine, e la piscina ora ha un fondo di terra e di cemento. Dov’è il blu, urlo, dov’è il blu del nostro pavimento?

El Chicho ne nuota duecento, è una farfalla enorme, bionda sotto la cuffia arancio, è l’Halcón del Rio Piura, rapace. Ricordate? E ogni volta che riemerge sembra abbracciare tutta la piscina, e insieme all’acqua abbraccia il mondo, e insieme al mondo abbraccia me. Quando esce dalla vasca non c’è più nessuno. La telecamera è ancora puntata. Il cronometro digitale si è fermato sugli zero e 37 secondi. Io sono sugli spalti, sola. Non so dove scendere, la scala principale è crollata. Lo chiamo. El Chicho sente subito e guarda verso di me. Ho vinto!, urla. Hai vinto!, urlo. Amaral non si vede ma so che sarebbe fiero di lui e so anche come farlo diventare fiero di me. Cammino pianissimo, a quattro zampe perché alcuni gradini sono saltati e la salita è ripida, finalmente raggiungo lo spalto più alto. Da lì c’è una pedana ancora integra, la percorro, arrivo dall’altra parte e comincio a scendere lentamente, un gradino alla volta, finché sono giù, a bordo vasca, lì dove El Chicho mi aspetta.
Ci mettiamo uno accanto all’altra, in riga, la scritta Este si vede benissimo sui nostri costumi blu. Dalle finestre senza vetri entra la luce arancio dell’apocalisse e il vento del deserto che porta con sé una sabbia lontana. Mi schiarisco la voce e guardo dritto in camera. Dico: Siamo al Palaideal di Piura, Perù del nord e un po’ ovest. Questo che vedete accanto a me è il vincitore, El Chicho, un nuotatore molto forte, molto alto, è l’Halcón del Rio Piura, mezzo hawaiano e mezzo peruviano e, se non lo sapete, io sono sua sorella María.