Amore dispari

Salì a fatica sull’autobus, aggrappandosi ai maniglioni delle porte automatiche e facendo forza per riuscire a non buttare tutto il peso sulle gambe stanche. Salutò l’autista, timbrò il biglietto e si sedette sul sedile di plastica rosso, quello per anziani, invalidi e donne incinte.
Aveva conosciuto Anna cinquantacinque anni prima, quando andò alla festicciola organizzata da un amico per il compleanno. Le chiese di ballare, le portò da bere e chiacchierarono tutto il pomeriggio. Un mese dopo aveva chiesto la sua mano al padre e un anno dopo Anna aspettava il loro primo figlio. Ricordava benissimo il momento in cui, al reparto maternità, gli avevano mostrato il piccolo Ranieri: ricordava anche, con un misto di imbarazzo e tenerezza, di aver pensato che fosse proprio brutto e con le guance troppo cicciotte.
Quella mattina aveva messo il completo grigio, perché era quello che gli piaceva di più, anche se l’orlo dei pantaloni, in alcuni punti, era un po’ scucito, ma il signor Paolo non l’aveva ancora notato. Aveva messo le scarpe nere, quelle che indossava sempre: aveva provato a indossare quelle nuove marroni, ma gli facevano davvero troppo male ai calli. La cravatta rossa risaltava sulla camicia bianca, che faceva da contrasto con vaghe grinze verticali. Non aveva idea di come si stirasse una camicia e non gli andava di spendere soldi in lavanderia, per cui, dopo averla lavata, la appendeva con una gruccia e la lasciava così ad asciugarsi, e il risultato era quel che era.
Due ragazze con AirPods e sfrontatezza lo guardavano incuriosite, avevano notato che il signor Paolo si era seduto di traverso, quasi sull’orlo del sedile, come se avesse fretta di scendere. Il cappello in testa, così fuori moda e così fuori luogo, nascondeva parte del viso, mentre guardava verso il basso, verso le sue mani. La fede che aveva tolto tre anni dopo il funerale di Anna gli aveva lasciato sulla pelle un marchio bianco sulla pelle scurita dal sole. In mano teneva un vistoso mazzo di rose rosse, comprate proprio quella mattina. «Diciotto rose rosse, per favore», aveva chiesto al fiorista. Quello gli sorrise e cominciò a preparare la carta argentata e trasparente in cui avvolgerle: «lo sa, vero, che le rose vanno sempre regalate in numero dispari?» scherzò il commesso, facendo sfoggio di un’antipatica supponenza. «Lo so benissimo». Ma diciotto dovevano essere. Una delle ragazze pensò che fosse un vecchio rimbambito e che avrebbe fatto meglio a starsene a casa. L’altra si ricordò di suo nonno, e sorrise con un po’ di malinconia.
Il giorno che nacque la loro seconda figlia, il signor Paolo non pensò che fosse bruttina. Adesso sapeva che i neonati nascono tutti quasi deformi in faccia, ma che poi crescono e trovano una loro fisionomia, abbandonando il rossore e lo sguardo corrucciato. L’amore per il figlio era sconfinato, ma quello per la figlia era un amore disperato e viscerale. Non lo ammise mai, nemmeno con Anna, ma come tutti i genitori hanno un figlio prediletto, Paolo non aveva occhi che per la secondogenita. Quando crebbero e uscirono entrambi di casa per andare a studiare altrove prima, e sposarsi altrove poi, per lui fu un colpo da cui non si riprese mai più. Rivederli a Pasqua e Natale era talmente poco che quasi avrebbe voluto farne a meno, ancora di più da quando era rimasto solo.
L’autobus aveva appena lasciato il centro cittadino e si dirigeva verso la prima periferia. Di mattina il traffico era nevrotico. Il signor Paolo osservava distratto un paesaggio di palazzi immobili sommersi dal rumore di marmitte e clacson. Dopo sei fermate le due ragazze erano arrivate a destinazione: la stazione dei treni. Dopo nove, il signor Paolo si aggrappò di nuovo alla maniglia della porta automatica e scese non senza fatica.
Davanti a lui, il cancello di ferro battuto del cimitero era aperto e le vedove mattiniere andavano e venivano affaccendate o si fermavano a chiacchierare tra le tombe, come facevano tra le bancarelle il martedì mattina. Da una parte e dall’altra si estendevano le mura di cinta. Pensò che quelle dei cimiteri fossero tutte uguali, tutte fatte di mattoni rossi ordinatissimi.
Camminava impaziente tra lapidi rosa, marroni, immacolate, grigie, con scritte di commiato, di arrivederci speranzosi, non piangete per me, nato il morto il. Anna era morta da qualche anno oramai, la malattia la prese senza avvisare, senza avvisare se l’era portata via. “Se non altro ha fatto in fretta e non ha sofferto molto”, la consolazione a buon mercato che si ripete ogni giorno chi rimane ancora in vita. La cappella di famiglia, una stanzetta di sei metri quadri in un angolo nascosto del camposanto, aveva cinque loculi di cui quattro già occupati: la moglie, il fratello di Paolo e i loro genitori. L’ultimo sarebbe stato il suo, l’unico senza lapide ancora. Ogni volta che lo guardava non capiva se quello che sentiva fosse paura o impazienza di mettersi a riposare una volta e per sempre. La lapide di Anna, con le sue lettere di plastica color argento, stava troppo in alto per essere sfiorata. Alla parete sulla destra era appesa una sua fotografia, scattata qualche mese prima che si ammalasse, coi suoi capelli grigi in ordine e la camicetta stirata, quando ancora qualcuno le stirava. Gli sorrideva da altrove, ma sembrava non lo guardasse neppure. Sotto la foto, una mensola con un lumino e un piccolo busto della Vergine.
«Non te ne avere a male», le disse con quella voce roca, affaticata dagli anni. Prese una delle rose e la sfilò dal mazzo, per poi appoggiarla sulla mensola. Si baciò la punta delle dita e accarezzò la foto in saluto. Uscì dalla cappella sicuro del suo perdono, appuntato sulla giacca pronto da essere esibito.
Percorse il viale che portava dai loculi alla piana con le tombe: Anna gli diceva sempre che non voleva stare sotto terra, perché le dava quel senso di soffocamento. Mentre il signor Paolo oltrepassava la fila di cipressi e sontuose statue di angeli e madonne affrante, pensava ai morti sotto i suoi piedi, in preda a claustrofobie senza fine.
Elsa stava in piedi, come ogni mattina, davanti alla tomba di quel tale Giuseppe Iverni, che la scrutava dalla cornice con uno sguardo infastidito e indagatore. Si accorse del signor Paolo quando le era ormai a un passo di distanza. Gli sorrise come sempre, tenendosi le mani al ventre, con la borsetta che pendeva dal braccio.
«Elsa», disse lui, mentre si toglieva il cappello portandoselo al petto e abbassando lo sguardo. Ottant’anni, timido come fossero quindici. «Mi perdoni l’ardire, spero vorrà accettare questo umile dono da parte mia». Allungò il mazzo di rose, ancora non riusciva a guardarla in volto.
La signora Elsa veniva al cimitero una volta a settimana, il martedì e il venerdì, ogni settimana dalla morte di Giuseppe Iverni, che amava come non avrebbe amato nessuno mai. Col signor Paolo non furono che poche chiacchiere di convenevoli e parole di circostanza, del caldo o della pioggia, degli acciacchi o di cosa fa suo figlio. Sette volte l’aveva incontrata, sette. Le aveva contate e ne faceva tesoro, gioielli che gli rifrancavano il cuore, sette: una rosa per ogni volta che si erano rivolti la parola. Chiedeva scusa in cuor suo ad Anna, che lo guardava dai tre metri di altezza del suo loculo, ma gli anni passavano e la solitudine lo consumava come l’orlo dei pantaloni che indossava. I figli lontani, gli amici anche loro scomparsi, parenti non pervenuti. Solo la televisione a fargli compagnia, neanche un gatto a cui raccontare storie e paure.
Prese le rose con timore, quasi con la paura di romperle. L’imbarazzo di Elsa le fermava le parole in gola.
«Signor Paolo…», la sua voce era tenera, il tono indulgente come se parlasse a un bambino in lacrime.
«Signora Elsa, sarebbe un onore per me poterla invitare a pranzo, un giorno di questi. Se a lei fa piacere», disse il signor Paolo sempre senza alzar lo sguardo.
«Paolo» disse Elsa toccandogli il braccio con la mano. Quello trasalì e finalmente incontrò lo sguardo di lei, che più che felice gli sembrò addolorata. «Io sono una donna sposata».
Paolo non seppe che dire, sebbene la sua bocca fosse ben aperta. Guardò di sfuggita la lapide di quel tale Giuseppe, che ogni settimana, per ben due giorni, Elsa visitava.
«Giuseppe era mio fratello», gli confessò compassionevole.
Il signor Paolo chiuse la bocca senza dir nulla, rimise il cappello sulla testa e fece un inchino rispettoso, prima di voltarsi e andarsene, un passo dopo l’altro, da dov’era venuto. Elsa rimase a guardarlo da lontano, con le rose in mano, che appoggiò sulla tomba del fratello. L’autobus arrivò poco dopo, Paolo salì a bordo e si sedette come poco prima sul sedile per gli anziani, disabili e donne incinte. Nove fermate ed era a casa, salì i tre gradini dell’androne, l’ascensore fino al quarto piano, due mandate di chiavi e chiuse la porta. Dal cassetto del comodino prese la fede d’oro con incisa la data del matrimonio e la infilò al dito. Passando dal corridoio alla sala, la foto di Anna appoggiata al tavolino lo guardava con benevolenza. Lui le sorrise e alzò le spalle. Poi le raccontò di una delusione d’amore.