Aliena

Un ronzio e poi uno schiocco, una ventosa che si stacca da un vetro. Amelia apre prima la bocca e poi gli occhi. Ha le ciglia ancora appiccicate dal mascara. Vede una cimice aggrappata al lampadario. L’insetto è scuro, un grumo che si allarga sul paralume. Si arrampica lungo la superficie liscia, raggiunge la ghiera. Resta lì, in posizione verticale, con le zampe abbarbicate alla barra di metallo.
Amelia si alza sui gomiti e guarda il display del telefono. Sono le quattro e trentasei. Il vetro della finestra vibra sotto i colpi del vento. C’è l’odore bruciacchiato dell’autunno che arriva. O forse è il vicino che dà fuoco a cumuli di foglie nel cortile sul retro. Sul letto, accanto a lei, è rimasta la forma del corpo di Dario: un avvallamento leggerissimo sulle lenzuola, un incavo nel cuscino. Deve essere uscito dopo le undici, quando lei era già addormentata. Sul cellulare le ha lasciato un messaggio: sono in turno, smonto alle sei. Ci sono anche l’emoji di una coccinella e quella di un quadrifoglio. Amelia alza nuovamente lo sguardo verso la cimice, che però è scomparsa.
Incapace di riaddormentarsi, si infila le calze che Dario ha lasciato appallottolate sotto il cuscino. La casa è calda e odora vagamente di ceci bolliti e peperoni al forno. Amelia si sente sporca, di ritorno dal lavoro non ha fatto la doccia. Ha ancora l’impasto secco appiccicato sotto le unghie. Agogna l’acqua calda, ma ha paura di ritrovarsi l’insetto sul corpo nudo. Il solo pensiero le provoca un brivido violento che parte dalle dita dei piedi. Il bagno sa di umidità e di un deodorante chimico che Amelia ha sparso nel water. Fissa la doccia per un po’, indecisa sul da farsi, poi si sposta in camera della bambina. È l’unico posto della casa che non ha odore.
La bambina dorme con una gamba sollevata e la manina tesa a sfiorarsi l’alluce. Ha una maglietta con disegnato un bradipo sorridente. Lei non sorride. Non piange e non sorride mai, da quando è venuta al mondo. È nata in silenzio, mentre Amelia gridava e torceva il dito medio dell’ostetrica. La bambina era uscita da quel caos di sangue, silenziosa e con gli occhi spalancati: una quiete mostruosa, solo l’ostetrica che ansimava, mentre riprendeva fiato con il dito fratturato.
Amelia era tornata a lavorare al pastificio poche settimane dopo il parto. Si sentiva riempita di un’energia che forse aveva a che fare col sollievo di essere di nuovo leggera, forse con quella forza creatrice si dice le donne abbiano quando si scoprono in grado di dare nuova vita. Aveva fatto straordinari continui da quando era rientrata dal congedo di maternità, come se la sua carne fosse lava di un vulcano, le sue dita delle armi senza controllo. Impastava a gran velocità, non si fermava per mangiare, era investita da un fuoco sacro che non le faceva avvertire fame, sonno, né altre emozioni.
Eppure, quando tornava a casa e prendeva in braccio la bambina si raggrinziva come un alimento sottovuoto. Guardava la piccola, l’abbracciava, contava le dita delle mani e dei piedi. Ma quella parte dentro di sé che avrebbe dovuto colmarsi di gioia restava congelata. Andava a dormire presto, all’alba saltava come una molla e sfogava tutta la forza aliena nel lavoro, ogni giorno più estranea alla creatura placida che era uscita dal suo grembo, sempre più lontana e frastornata da quello strambo miracolo.
Amelia vorrebbe prenderla in braccio, la bambina. Dicono che le madri trasmettano il calore ai figli quando li stringono al proprio corpo nudo. Lei è nuda, dalla vita in su. Si guarda la pancia raggrinzita e le pare bella, famigliare. I capezzoli si sono ingranditi, sono spuntati dei peli neri. Amelia è a casa nel suo corpo. Le pare più maschile, più forte da quando ha partorito.
La bambina invece è solo un’ombra. Non ha un corpo, solo un contorno: un tondo al posto della testa, delle linee interrotte al posto degli arti, delle minuscole dita brulicanti, che si stringono, si aprono, si stringono, in un movimento intermittente e insopportabile. Chissà cosa sta sognando. Ed ecco la cimice che ritorna: sbatacchia sullo stipite della stanzetta, vola verso il fasciatoio, ci si posa per qualche istante, poi riprende il volo, torna indietro ronzando verso la porta.
Passano dieci minuti, venti, forse un’ora. Amelia è ancora lì, in piedi, con il cuore che batte a ritmo irregolare, a volte salta un colpo. L’oscurità si è rotta, dalle tapparelle abbassate si spande una luce grigia. Amelia fa un passo verso la cimice. Varca lo stipite della porta. Entra in bagno. Afferra il deodorante chimico che ha usato per il water, ha una confezione blu con la foto di un golden retriever con la lingua di fuori. Dario avrebbe voluto un cane, pensa. Forse lo adotteranno quando la bambina sarà cresciuta. Ne hanno parlato da poco. Il cuore salta un altro battito.
La stanzetta vuota ormai è striata dell’arancio dell’alba e il vento sembra essersi placato. L’ombra della cimice vaga per la stanza con il suo vibrare. La bambina mugola e si gira nuovamente, ora è sulla schiena, con le mani e le braccia aperte. L’insetto si ferma di botto sul vetro della finestra. Amelia gli punta contro la bocca del nebulizzatore e preme la levetta rossa. Uno spruzzo, poi due. La cimice si stacca dal vetro e cade a terra sulla schiena, investita dalle gocce di veleno. Amelia prende di nuovo la mira.
L’insetto inizia a rimpicciolire: perde una zampa, poi due, si accartoccia su se stesso, una foglia nel fuoco. Smette di muoversi. Non ha più gli arti, è una massa tremolante sempre più piccola, tendente al nulla. Le minuscole zampe della cimice sono sparse intorno a lei, come in foggia decorativa. Amelia ha le calze imbevute di quel disinfettante disgustoso. La bambina non si è ancora svegliata. È sempre ferma, con il suo contorno indefinito. Il sole è sorto sopra gli alberi ingialliti, sopra le foglie morte e quelle bruciate dal vicino.
Dario gira le chiavi nella toppa. Amelia deve pulire: il vetro, il pavimento, il corpo smembrato della cimice. Deve andare a preparare il caffè. A piedi nudi, con le calze appallottolate in mano come per nascondere un crimine orrendo, bacia Dario e si infila nella doccia, con l’acqua calda e la luce che sciacquano via i residui della pasta incrostata e gli odori della notte.