Slot machine

Quando il cameriere le portò la fetta di torta pere e cioccolato accompagnata da una pallina di gelato alla vaniglia, roteando con grazia il piattino mentre lo appoggiava sul tavolo, un fremito la costrinse a inclinare il collo con uno scatto. La sua vicina di casa si era preoccupata, incrociandola sul pianerottolo, perché non era la prima volta che notava tic e tremori quando chiacchieravano. Lei l’aveva lasciata parlare solo perché la donna era medico, altrimenti non avrebbe avuto problemi a fermarla al suono di una bugia: «È un tic che ho da sempre» o «Già da bambina lo facevo, sono nata così». Eppure aveva ugualmente provato un fastidio prolungato, come il sibilo di un treno al passaggio a livello, la mattina in cui nuovamente, con sguardo professionale, le aveva suggerito di farsi visitare da uno specialista.
Stava per concedersi il primo boccone di dolce, dopo aver assemblato con fatica tutti gli ingredienti sul cucchiaino, quando una famiglia si sedette al tavolo accanto al suo. Aveva scelto la saletta sul retro perché sperava di restare sola, ma la folla di quella sera al ristorante del paese normalmente spopolato dell’entroterra l’aveva allarmata fin dal primo passo all’interno del locale. Appoggiò il cucchiaino ancora carico di torta e gelato sul piattino e si tamponò la bocca col tovagliolo, osservando con discrezione il gruppo che si sedeva al tavolo accanto al termine di un balletto di indecisione sui posti da occupare. Una coppia di adulti attempati, due ragazze e un ragazzo che potevano avere venti come trent’anni le si mostravano pronti per essere censiti. Li etichettò come persone semplici: probabilmente festeggiavano qualcosa, un compleanno o un anniversario, visto il livello alto del ristorante. Etichettò anche se stessa −classista!−, ma diede un lieve colpo al tavolo con la mano stretta a pugno, quasi fosse un martelletto del tribunale, udendo le parole dal forte accento montano: «Ottima scelta, i compleanni bisogna festeggiarli per bene!»
Dalla finestra spalancata sulla baia entrava una brezza piacevole. In lontananza, il mare scuro all’orizzonte si confondeva col cielo notturno, sgombro di luna e ricco di stelle. Immaginò di compiere un tuffo lungo chilometri per immergersi nel silenzio e nel buio, poi un tic deciso la scosse e subito si accorse del gelato che si stava sciogliendo. Assaporò finalmente il dessert e provò una familiare fitta di delusione constatando che si trattava di una preparazione discreta i cui gusti faticavano a legare tra di loro, se non per l’eccesso di zucchero in tutte le componenti della ricetta. Naturalmente lo avrebbe finito, facendo attenzione a non sporcarsi la camicetta bianca già miracolosamente sopravvissuta al guazzetto di frutti di mare che aveva scelto come piatto principale. Poi avrebbe pagato e in quel posto non l’avrebbero rivista per un po’.
La famiglia era educata, quasi silenziosa. La osservò con più attenzione e capì che una delle due ragazze era la fidanzata del ragazzo seduto a capotavola, evidentemente il festeggiato, accompagnato dalla sorella e dai genitori. La sua attenzione si concentrò sull’intrusa, la cui mano sotto il tavolo sembrava volersi svincolare dalla presa di quella del ragazzo. Era graziosa e semplice, nonostante i tratti irregolari e le forme non proporzionate. Aveva l’aria, però, di chi non ha mai accettato il proprio corpo, probabilmente a causa di uno sviluppo impietoso durante l’adolescenza. Immaginò il suo volto di teenager fagocitato dal naso e dagli zigomi, gli occhi come bottoni di un cuscino imbottito, i denti imperfetti e la pelle sporcata da un’acne disordinata e grossolana. Non si sopravvive a un’adolescenza del genere, pensò, soprattutto se a precederla c’è un’infanzia spoglia di affetti. Eppure il motivo dell’interesse nei confronti della ragazza stava altrove: notò fin da subito che, dietro gli occhi attenti, era come se tenesse i conti, come se avesse un registro mentale che tintinnava a ogni parola o azione, proprie e altrui. Lo conosceva bene quel tintinnio costante che rende la mente una slot machine accesa ventiquattro ore su ventiquattro, settata per vincere gettoni che altro non fanno che provocare ulteriore rumore.
Al tavolo della famiglia arrivò il vino e, al primo brindisi, vide la ragazza sorridere ma spostare lo sguardo verso l’alto, già esasperata dagli inutili riti delle celebrazioni. Sentì l’identificazione avvolgerla come un guanto spaiato. Quando il cameriere le chiese se volesse il caffè, rispose di sì solo per restare ancora un po’ a osservare la sua simile seduta al tavolo accanto. Avrebbe voluto avvicinarla e parlarle, dirle che qualche momento di tregua, con l’avanzare degli anni, è concesso anche a loro. Le avrebbe raccontato, per esempio, che quella sera aveva ordinato la birra nonostante non si accompagnasse bene al piatto di pesce scelto e si era quasi rilassata osservando le goccioline di condensa sulla bottiglia bruna o la schiuma densa nel bicchiere. Sola nella sala, aveva contemplato il volo caotico di una falena che si era poi posata sul vetro della plafoniera attaccata alla parete, esattamente dove sapeva sarebbe andata a posarsi. Le avrebbe anche detto che poteva capitare, ogni tanto, di percepire il tintinnio nella propria testa come un suono lontano: no, la slot machine non si spegneva mai, ma succedeva che si riuscisse ad abbassarne il volume. Non avrebbe osato dirle, però, che per farlo ci sarebbe voluto un dolore così grande da rendere la realtà sorda e ovattata.
La mano destra iniziò a tremarle senza controllo. Si guardò intorno e percepì l’arrivo del cameriere col caffè. Nascose la mano sotto il tavolo e ringraziò quando la tazzina fu appoggiata davanti a lei.
«Niente zucchero, grazie» gli disse. Anche se non stava guardando verso di lei, sapeva che alla ragazza non era sfuggito il tremore. Non la guardò; impugnò il manico della tazzina con la mano sinistra e sorseggiò il caffè con apparente disinvoltura, studiando i movimenti e gli sguardi intorno a sé nonostante il suo fosse posato sul proprio tavolo.
«Hai la vista a 360 gradi, come i conigli» le aveva detto una volta suo marito. Sbagliando, come al solito, perché lei non aveva nulla della preda, sebbene lui amasse crederlo. Piuttosto aveva un fiuto prodigioso che le permetteva di muoversi nello spazio intuendo le presenze o di indovinare quale macchina nel traffico cittadino avrebbe scatenato i clacson ben prima dell’exploit maldestro. Un fiuto che a volte falliva, come era successo col marito. Ma il dispetto peggiore che quello che considerava un dono le aveva teso fu in quel pomeriggio di trent’anni prima in cui non vide né sentì l’auto avvicinarsi. Ancora non riusciva a spiegarsi come i suoi sensi si fossero attutiti tanto da non percepire la macchina pesante dietro di loro avvicinarsi senza conducente, seguendo una traiettoria stramba: forse fu il benessere della maternità? Forse fu il caldo estivo? Sicuramente furono il silenzio del motore spento e l’impossibilità della circostanza: un’auto non procede in diagonale sulla strada pedonale che attraversa la pineta in lieve discesa per arrivare al mare. Quando il suo sedere si ritrovò sul cofano, credette per un attimo che fosse uno scherzo, che qualcuno stesse girando a sua insaputa una scena di un film muto à la Buster Keaton. Fu trasportata incredula a una lentezza improbabile e con la stessa improbabilità si era sentita comoda mentre gli pneumatici schiacciavano suo figlio.
Era sempre stato un bambino mite, una benedizione per una madre esigente come lei, un cucciolo di basset hound dormiglione e lento che accettava quel che gli accadeva senza sorpresa, quasi con rassegnazione. Tornando ossessivamente a quel momento, lo aveva sempre immaginato così, un bimbo schiacciato dalle ruote di una Volvo senza conducente che pensa: evidentemente nella vita deve passarti sopra una macchina mentre vai al mare con tua madre. In ambulanza, poco dopo, lo aveva visto morire, e in quell’attimo − oh, com’era stato difficile ammetterlo, e non se lo sarebbe mai perdonata − in quell’attimo millesimale non fu presa dalla disperazione, ma dallo spettacolo calmante della naturalezza della morte.
Chiuse gli occhi. Era abituata agli agguati dei ricordi, doveva solo aspettare. Contò fino a cinquanta e riaprì gli occhi di colpo, intenzionalmente in direzione della ragazza che la stava guardando. Si pentì subito di averle fatto quel dispetto; sapeva che, come sempre, non era riuscita a trattenersi dall’intento educativo: sii più discreta la prossima volta. Finì il caffè e si alzò per andare in bagno, lasciando la giacchetta sulla sedia, ad avvisare che sarebbe tornata al proprio posto. Sulla strada per il bagno, annusò un suo ex studente seduto a un tavolo sulla destra, ma riuscì a effettuare tutte le collaudate manovre necessarie a evitare l’interazione.
Si sedette sulla tazza senza curarsi dell’igiene e, dopo una flebile pipì, uscì dal bagno senza neanche fingere di lavarsi le mani, data l’assenza di testimoni. Tornata alla propria sedia, si domandò quale fosse la negligenza quotidiana della ragazza al tavolo accanto. Con suo marito aveva sempre finto di lavarsi le mani: pigiava il flacone del sapone senza farne uscire, strofinava le mani accanto al getto dell’acqua e usava l’asciugamano senza toccarlo. L’idea di contaminare il panno morbido e profumato la turbava, ma non si era fatta problemi ad accarezzare le guance del marito e del figlio o a stringere decine di mani al giorno in dipartimento. Vide una macchia di pomodoro sulla tovaglia e cercò di lustrarla con le dita, ma la mira fallì e la sua mano tremolante si mosse sulla tovaglia candida, come un tergicristallo sul vetro asciutto. Una sonora risata dal tavolo accanto la incuriosì così tanto che non si trattenne dall’osservare apertamente la famiglia. Con sua grande sorpresa, scoprì che proveniva dalla ragazza e per un momento ebbe l’impressione che stesse deridendo la sua missione mancata. Un tintinnio rimbalzò nel suo cervello: se stava ridendo di lei, era una ragazza perfida; altrimenti aveva una risata esagerata e fuori luogo davvero deludente. Stupida ragazzina, pensò. Poi la vide indicare col mento in direzione del suo tavolo e, un attimo dopo, vide il festeggiato alzarsi.
«Scusi, posso chiederle di farci una foto?» le domandò con un sorrisone amabile.
«Certo» rispose lei, ma già la mano iniziava a tremare, non sapeva se per la malattia o se per la paura di una predatrice più forte di lei perché senza empatia.
Si alzò lentamente tenendo il braccio nascosto dietro il busto in posizione innaturale. Percepì chiaramente l’intuizione tardiva nel cervello della ragazza, che si alzò di colpo e intervenne con decisione.
«Amore, preferirei farvi io la foto tutti insieme, senza offesa per la signora» disse a voce troppo alta guardandola negli occhi; poi, con gesto disinvolto e discreto, si infilò una mano tra le natiche e grattò.
Osservò quel gesto negligente mentre un fragore stridulo segnalava il cortocircuito nell’aggeggio nella sua testa. Un fragore di slot machine inceppata: non aveva vinto niente, se non, ancora una volta, la consapevolezza dell’errore. Afferrò la giacchetta e lasciò la sala.