Fino a sera veglia

[Anticamera della morte, nascita: secondo capitolo. Leggi il primo capitolo]

La trovò china sulla stufa, intenta a infilare nel fuoco i pezzi di legna. Le sue mani, grosse e squadrate, avevano una pelle così spessa da non sentire il caldo e il freddo, o forse erano semplicemente mani troppo vecchie per avvertire qualsiasi cosa. Rosa non si accorse della nipote che entrava nell’ampia stanza adibita a salotto e quando si voltò sussultò per un istante, vedendola. Chiara si tolse il giaccone. Aveva freddo, il freddo non le era mai passato, ma era sudata. La stessa sensazione che si prova durante un incubo o la malattia. Si rannicchiò sul divano sfondato che stava vicino alla stufa. Dietro allo sportello, si intravedevano le braci. Rosa la guardò, le chiese se avesse legato il cane alla catena e Chiara fece di sì con la testa. La nonna non voleva che il cane rimanesse slegato. Questa era la sua unica preoccupazione, che mangiasse, bevesse o sentisse freddo erano pensieri secondari. Certo, non era passato giorno senza che si ricordasse di riempirgli la ciotola con qualcosa. Avanzi del pranzo o della cena, la gallina del brodo, pezzi di manzo induriti, oppure gli scarti peggiori fra quelli che il vicino le portava dalla macelleria. Rosa non buttava niente, trovava il modo per cucinare anche i pezzi che i clienti consideravano robaccia e, per le parti immangiabili perfino per lei, c’era il cane. La catena, però, era una vera fissazione. Aveva avuto un cane, da bambina, un cucciolo. Era morto senza avere nemmeno il tempo di crescere, qualcuno gli aveva sparato in un campo, senza motivo. Lo avevano trovato morto dopo due giorni. Chiara si stupiva di quanto la nonna ricordasse ancora bene quell’avvenimento, doveva aver avuto appena sei anni. Il cucciolo era stato un regalo del padre. Dopo di lui, la nonna non aveva voluto nessun altro cane, per anni. Avevano provato più volte a proporle la compagnia di un altro animale ma lei aveva sempre respinto l’idea. Con il cane, il suo, era stata un’altra storia. Nessuno glielo aveva regalato e Rosa non lo aveva preso da nessuna parte. Era arrivato una mattina, scarno e malconcio, e si era piazzato davanti alla casa. Rosa lo aveva scacciato più volte con la scopa ma lui era rimasto. Alla fine, aveva visto che il cane aveva una zampa ferita, sanguinava. Gliel’aveva disinfettata con l’alcool e l’aveva avvolta in un pezzo di stoffa. Poi gli aveva dato da mangiare. Il giorno dopo, il cane era ancora lì e Rosa si era rassegnata a tenerlo. Gli aveva messo un collare attorno al collo e lo aveva legato alla catena. Più volte Chiara si era chiesta se l’animale non avesse vissuto meglio lontano da quella prigionia, libero, nei campi, come era stato un tempo. Ma il cane, anche dopo le lunghe passeggiate in cui lo slegava lasciandolo correre dove voleva, tornava sempre da lei, da Rosa, alla casa.

Il pranzo era quasi pronto. Dalla cucina proveniva il solito odore acre e dolciastro della carne bollita. Chiara si strinse nel maglione. Avrebbe voluto dimenticare tutto, cancellare le immagini di quella mattina, ma ogni pensiero la riportava lì, il cane che correva tra gli arbusti, la casa arancione vicina al pioppeto. L’erba e il fogliame…
La nonna la chiamò. Era appena mezzogiorno, l’ora di mettersi a tavola. Nel brodo di carne galleggiavano chicchi di riso. Rosa sorbiva il brodo respirando rumorosamente e la mano che reggeva il cucchiaio le tremava ogni volta che la portava alla bocca. Chiara mangiò con un misto di piacere e disagio. Il calore che le scendeva in gola la confortava ma allo stesso tempo nel nutrirsi, nel consumare quella carne, avvertiva una sorta di senso di colpa. Dopo mangiato, mentre Chiara lavava i piatti nel lavello della cucina, Rosa accese il piccolo televisore che stava incastrato nella credenza di legno. Il volume era altissimo. Su una delle reti locali si parlava del fatto e Chiara sperimentò la strana sensazione di ascoltare la propria voce registrata. Vedendo la nipote sullo schermo, la nonna si agitò e iniziò a chiamarla. Avevano ritagliato pezzi dell’intervista. Chiara si vide nelle riprese, con i capelli biondi che le ricadevano sulla fronte, le labbra spaccate fino a sanguinare e gli occhi arrossati. Diceva che era stato il cane a trovare il corpo, era corso avanti e lei aveva chiamato la polizia. Quella dichiarazione le sembrò inutile, stupida, la riportò alla dimensione di non senso in cui era sprofondata quella mattina. Rosa si voltò verso di lei, con gli occhi sgranati. Chiara non poteva più tenerglielo nascosto.
Si misero a sedere, una di fronte all’altra, e parlarono. O meglio, dovette raccontare tutto quello che era successo. L’anziana rimase in silenzio, anche dopo la fine del racconto, continuando a guardare fuori dalla finestra. Quando Chiara si alzò dalla sedia, le prese una mano e la strinse, con forza. Chiara la guardò e d’un tratto le sembrò piccola e spaventata. Le baciò i capelli, soffici. Prese gli avanzi del pranzo e le disse che andava a darli al cane.

Non appena fu fuori, il freddo pungente la risvegliò dal torpore della casa. Il cane balzò verso di lei, affamato come non mai, piantandole le zampe sulle gambe. I pezzi di carne che Chiara teneva avvolti in un fazzoletto si sparpagliarono per terra. Il cane mangiò, con il muso che si sporcava di terra.
Chiara si guardò intorno. La pianura taceva e le nuvole andavano separandosi l’una dall’altra lasciando scorgere non il sole ma qualche strato di cielo.

Sentì un rumore di passi e sull’aia della fattoria di fronte comparve un uomo. Indossava un giaccone blu, e la sciarpa e il cappello non gli lasciavano scoperto che il naso e gli occhi. A Chiara parve di riconoscerlo come il figlio del vicino. Un uomo di circa quarant’anni che talvolta arrivava nella Bassa a fare visita all’anziano padre. Sollevò una mano per salutarlo ma l’uomo sembrò non vederla. Stava caricando qualcosa nel baule della macchina. Istintivamente, Chiara fece qualche passo in avanti per guardare. L’uomo chiuse il baule di scatto e si girò verso di lei. Le parve che la guardasse, cosa strana visto che fino a qualche istante prima sembrava non essersi nemmeno accorto della sua presenza. Nonostante la distanza, vide i suoi occhi, due punti neri senza battiti di ciglia. Quindi l’uomo si voltò e salì in macchina, mettendo in moto. Chiara aspettò che la scia del gas che seguiva l’automobile si estinguesse per tornare dentro casa. D’un tratto era di nuovo sudata fradicia, nonostante il freddo.
Lanciò un’ultima occhiata al cane. Nel giro di poche ore sarebbe sceso il buio e quel sabato di novembre sarebbe finito, disperdendosi nella notte precoce.

Il bagno era rivestito di piastrelle giallognole. Chiara lasciò passare lo sguardo come una spugna bagnata sui disegni geometrici. In che anno era stata costruita la casa? Forse addirittura nei primi del Novecento. Così le sembrava di ricordare. Almeno, nella sua prima forma. Poi Successivamente, nel corso degli anni, era stata sistemata, ampliata, in parte ricostruita. Poi il terremoto aveva fatto franare la cantina e ancora non c’erano tutti i soldi necessari per ricostruirla. Quelle piastrelle però dovevano essere successive, anni Settanta, almeno. Un gusto ormai dimenticato, rinnegato. Il vapore si alzava dalla vasca da bagno dando a Chiara una piacevole sensazione di calore. Le bolle di bagnoschiuma si coloravano grazie alla luce della lampadina. Il silenzio era totale, interrotto solo dal rumore delle sue mani che raccoglievano un po’ di acqua per versarsela sulle spalle e sulle ginocchia. Le parti del corpo che affioravano diventavano gelide in un istante.

Fuori era diventato buio, anche se non era ancora ora di cena. Chiara e Rosa avrebbero mangiato, avrebbero guardato qualcosa per televisione, avrebbero spento la stufa e sarebbero andate a dormire presto, molto prima dell’ora in cui la gente va a letto in città. I gesti in quel luogo erano semplici, prevedibili, sempre contornati dal silenzio. Questo la calmava ma a volte le faceva crescere un magone in petto. La Bassa era l’anticamera della morte, aveva pensato Chiara una volta. E quel pensiero era rimasto a aleggiare sulla sua testa, così perfetto e crudo da sorprenderla. Da quelle parti ci si preparava a morire. Prima, allontanandosi da tutto ciò che era rumore, colore, affanno e movimento. Poi, facendo silenzio. Facendo spazio dentro di sé a qualcosa che era immenso e importante, qualcosa di gravoso e inevitabile. Non poteva essere che quello, aveva pensato Chiara, la consapevolezza della propria fine, il lutto per se stessi.
Forse Rosa non voleva abbandonare la casa perché già da tempo viveva immersa in quella dimensione, ci si era abituata. La città, con la sua frastornante voglia di vita, era inadatta, fastidiosa, fuori luogo per chi già aveva sistemato la propria anima nell’anticamera, per chi già era pronto. Come sua nonna, come Rosa. Guardandosi le punte delle dita raggrinzite dall’acqua, Chiara si chiese se quel sentimento stesse invadendo anche lei. Era per questa ragione che tornava sempre in quel posto, che sentiva di appartenere alla Bassa come mai aveva sentito di appartenere a nessun altro luogo?

Tolse il tappo dal fondo e si alzò, avvolgendosi in un ruvido asciugamano consumato dai lavaggi. La nonna non aveva mai tenuto in casa un accappatoio, l’idea stessa di quell’oggetto, dove il corpo si adagiava abbandonandosi a un lento processo di asciugamento, le era estranea. Venire fuori dall’acqua significava strofinarsi per bene, sulle gambe, sulla pancia, sulla nuca, e rivestirsi in fretta. Indossò di nuovo i vestiti e scese le scale. Rosa si era addormentata sul divano, vicino alla stufa. Dalla sua bocca schiusa usciva un sibilo impercettibile. La nipote si rannicchiò al suo fianco, senza svegliarla.