Per una donna è diverso

La prima si chiamava Maria, come la terza e anche la quarta, o forse mi confondo ormai.
Veniva dall’Ucraina e aveva la passione per le tisane. Ogni volta che andava a fare la spesa ne comprava una scatola nuova: finocchio e malva, camomilla e miele, mela e cannella. Il bollitore lavorava tutto il giorno, anche se di lei non si poteva dire lo stesso, sempre con una tazza fumante in mano.
«Signora vuole una tisana calda?».
Ho sempre detestato le tisane. Tè nero al mattino, quello sì, salvia e limone per il mal di pancia.
Il resto è acqua sporca.
«No grazie Maria, non ne ho voglia».
Non ha mai imparato a fare un caffè decente e io, alla fine, mi sono stancata di ripeterle che potevo farmelo da sola.
La sera che sono caduta, scendendo dalle scale, la prima cosa che ho detto a mio figlio Carlo, quando un paio d’ore dopo mi ha trovata, è stata che non avrei mai vissuto con un’altra donna in casa.
«Mamma ma sei matta? E se fossi stato via? E se non ci fosse stato nessuno vicino che potesse venire a vedere come mai non rispondevi al telefono?».
«Sarei rimasta qui fino al mattino dopo. Non si muore di fame e di sete in poche ore. E se mi fossi fracassata l’osso del collo invece tanto meglio. Si evitava anche l’inutile pantomima della corsa in ospedale per sentirsi dire che Purtroppo non c’è stato nulla da fare».
Ottantanove anni di cui trenta passati da sola, a badare finalmente a me soltanto, dopo una vita trascorsa ad accudire gli altri. I figli prima, i genitori poi e poi mio marito, pace all’anima sua. Non ci pensi, quando sei giovane, a sposare uno di quasi vent’anni più vecchio. A vent’anni, se hai passato la guerra, pensi che oggi e domani siano già un traguardo.
«Sono in grado di cavarmela da sola» ho risposto «E ora se non ti spiace vorrei riposare un momento».
Maria era già a casa quando sono tornata dall’ospedale.
«Vi lasciamo sole così potete conoscervi un po’ meglio» ha detto mio figlio salutandomi con un bacio. I ragazzi intanto scendevano le scale.
Ci siamo osservate per qualche minuto in silenzio appena si è chiusa la porta. Quando ho sentito l’auto che si metteva in moto e partiva mi sono alzata appoggiandomi al girello: «Sarà solo per qualche giorno, non si preoccupi» le ho detto e ho tirato la tenda della cucina. Lei mi ha guardata con un sorriso tranquillo.
«Certo signora, preparo una tisana?».
Dopo Maria è arrivata Annalin. Era brava lei, non cambiava continuamente posto alle cose dicendo che così si fa meglio, non faceva confusione nella mia testa. Cucinava bene, mi lasciava del tempo da sola in giardino. Ogni tanto venivano a trovarla le sue figlie con un po’ di gioventù e portavano quei loro dolci tutti colorati. Soprattutto mi stava ad ascoltare.
Un giorno le ho chiesto se, quando usciva per la spesa, poteva comprarmi un pacchetto di sigarette. «Fuma signora?» mi ha chiesto, «No, ma sono curiosa di sapere che effetto fa».
Mio padre fumava, mio marito fumava, ma durante la guerra era un lusso, come la carne, il caffè e la farina bianca. Non era cosa per donne e, comunque, non per quelle per bene. Poi l’abitudine è rimasta.
«Quali sigarette devo compare?».
«Non saprei. Credo che vadano tutte bene Annalin. Prendi quelle rosse magari», come quelle che fumava mio marito. L’ultimo pacchetto, mezzo vuoto, l’ho trovato nella tasca del suo cappotto il giorno dopo il funerale. L’ho buttato, come altre cose, senza pensarci troppo su. Allora era ancora troppo presto per provare.
Il fumo non mi è piaciuto. Mi ha lasciato un leggero mal di testa, un po’ di raucedine, ma il guaio maggiore l’ha passato Annalin.
«Cosa le è saltato in mente? Mia madre non ha mai fumato, perché le ha dato retta?».
Mio figlio e i suoi cinquantasei anni di certezze incrollabili sui miei ottantanove.
«Le ho chiesto io di comprarmele, calmati, non è poi la fine del mondo», ma Carlo era già oltre con il suo discorso sulla fiducia e l’importanza della serietà professionale.
Sembra che i vecchi non possano cambiare idea, non possano desiderare nulla di diverso.
È più comodo pensare che il tempo per loro passi senza scalfire le nostre certezze. La mamma non fuma, non ama i film romantici, non beve acqua gassata.
Ma se le cose cambiano a trenta, quaranta, cinquant’anni, perché ad un certo punto dovrebbero smettere di farlo? Forse il mondo attorno smette semplicemente di ascoltare.
«Ma insomma, alla mia età per cosa mi dovrei conservare?» ho sbottato. Carlo ha scosso la testa abbassando le braccia con fare drammatico.
Il giorno dopo Annalin ha fatto le valigie ed è arrivata Maria. O forse era già Miriam, ormai fa poca differenza.
Carlo ha continuato a pensare che non bevessi acqua gassata e quando mi veniva a trovare faceva sempre la stessa domanda: «Allora come andiamo mamma?».
Come può andare quando non si è più padroni a casa propria, quando anche per un paio di biscotti in più, per l’orario della cena, per una passeggiata quando piove bisogna discutere?
«Preferivo stare sola».
«Ne abbiamo parlato decine di volte negli ultimi mesi…».
«Tu me ne hai parlato, non ne abbiamo discusso. Tu hai deciso e me l’hai comunicato».
«Ma mamma non è bello potersi riposare un po’?» ha ribattuto con aria esasperata «Avere qualcuno che sistema casa, che ti prepara da mangiare? È come essere sempre in vacanza!».
La stessa storia di sempre.
La vacanza, alla fine, viene a noia, soprattutto quando qualcun altro pensa di sapere cosa è meglio per te. Quando ti danno del tu senza chiedere il permesso, quando scelgono di cambiare i prodotti sulla lista della spesa perché c’è un’offerta, che tanto va bene uguale. Va bene uguale anche l’olio nel purè, il sugo senza il soffritto, un po’ d’acqua per allungare il vino.
«Così mangi più leggero, che fa bene».
Le domande, con il tempo, si fanno più rare. Quasi mai le risposte vengono davvero ascoltate.
Il giorno di Pasqua eravamo noi due soltanto. Miriam ha servito la colomba con il vino rosso: «Non apriamo un’altra bottiglia, che poi resta lì e viene cattiva! Il vino che c’è già è buono».
«La colomba con il vino rosso non si può mangiare. Meglio stappare la bottiglia di bianco che ho fatto mettere in fresco da mio figlio» le ho risposto.
«Ma tuo figlio ha detto che devi bere solo un bicchiere a pranzo e abbiamo già aperto il vino rosso. Non lo apriamo l’altro». Sorrideva con quell’aria accondiscendente che, solo allora, mi accorgevo di aver usato tante volte con i miei figli, con i miei nipoti, quando erano piccoli.
La mamma non vuole. La nonna dice che non si fa. Allora si fermavano e, chissà, forse intravedevano nel mio sguardo lo stesso compiacimento di chi si sente nel giusto che ritrovavo in Miriam. Urlavano allora, pestavano i piedi, ma avevano l’energia per farlo. Vedrai quando sarò grande. Io, invece, ero già stata grande. Non c’era un vedrai da aspettare.
«Sono a casa mia o no? È o non è il mio vino? Se ti dico che lo apriamo lo apriamo».
«Su su, non facciamo i capricci! Il vino è vino e poi ne possiamo bere solo un pochino, che se no fa male…”.
Ho gridato, ho buttato a terra il piattino con la colomba, rovesciato il bicchiere; mi sono alzata a fatica, tutto il peso del corpo appoggiato su un solo braccio avvinghiato al girello, la mano libera schiaffeggiava l’aria.
«Adesso te ne vai! Te ne vai immediatamente da casa mia, che non ho bisogno di avere attorno una signorina comandina, una so tutto io, una poveretta venuta qui pensando di fare il bello e il cattivo tempo a mie spese».
Miriam si è chiusa in camera e dopo qualche ora è arrivato mio figlio dal mare.
«Così non può andare mamma» ha detto entrando, mentre mia nuora annuiva in piedi sulla porta.
«Diglielo anche tu Gloria, che così non va. Tuo padre non ha fatto tutte queste storie, è stato bene con la signora Irina, non ci sono mai stati problemi».
«Hai ragione Carlo, con lui è stato diverso, ma magari qui c’è davvero qualcosa che non va. Sandra ci vuoi dire qual è il problema? Vogliamo provare a sentire se Irina ha tempo, se ha voglia di passare di qui così potete conoscervi? Non so se ora sia impegnata…».
Muta rigiravo fra le mani le frange dello scialle che mi avevano appoggiato sulle ginocchia.
Non era il freddo a farmi tremare.
Come si fa a spiegare che il problema è essere vecchi? Essere una donna vecchia, senza più il tuo spazio, senza uno scopo nelle giornate?
Per gli uomini è diverso, la loro vita scorre fuori di casa. Tornano per farsi servire. Il lavoro, certo, ma pranzo e cena in tavola per tempo, il letto rifatto, il salotto in ordine, i bambini già lavati e pronti per andare a dormire con la buonanotte.
«Mi hai preparato il vestito blu che domani ho una riunione importante?», «Hai sentito mia sorella per il pranzo di domenica?».
Dopocena e nei fine settimana gli amici del bar, le carte, la pesca, le partite in televisione, le gare di sci in inverno e in primavera il Giro d’Italia.
«Mamma? Ti senti bene?».
Superato lo scoglio della pensione mio padre, mio marito, si sono potuti riposare. Ne avevano diritto, avevano faticato per guadagnarsi le ore in più in piazza o al circolo del paese.
Io ho continuato con il mio lavoro, come sempre. Scostare le tende, aprire le persiane la mattina, riaccostarle la sera e in mezzo infinite variazioni di gesti sempre uguali.
Ogni cosa in questa casa dipendeva da me una volta.
«Come pensi che mi possa sentire bene? Ho novant’anni e mi tocca di dividere la mia vita con queste cretine che si credono chissà chi! Pagate con i miei soldi! Miriam…Miriam io non la sopporto! Odio il suo accento, il suo modo di parlarmi sempre come se fossi una bambina. Odio quando mi chiama nonnina: non sono sua nonna, ho un nome e se è così scema da non ricordarlo può chiamarmi signora!».
Devi essere buona, devi essere saggia. La rabbia non si addice a una signora anziana e fa male al cuore. Devi essere gentile, le signore anziane non dicono parolacce, non gridano, non odiano nessuno. La vecchiaia porta pace.
«Mamma adesso stai esagerando. Gloria, io non credo che stia bene…».
Non ti dicono che non è vero, che anche da vecchio ti arrabbi e vorresti uscire sbattendo la porta, prendere la macchina, andare lontano e tornare solo quando è tarda notte e tutti dormono. Oppure non tornare proprio. Un’ora di macchina e sei in montagna, in due ore arrivi Genova. Non l’hai mai fatto, ma pensavi di poterlo fare. «Vedrai quando sarò grande». Non lo farai mai.
Le mie amiche sono tutte morte.
Per un uomo è diverso: la compagnia del caffè non si esaurisce mai.
«Non sta bene, si vede. Una soluzione va trovata…».
Quando diventi vecchio le persone cominciano a parlare di cose che ti riguardano, in tua presenza, come se non ci fossi. Come si fa con i bambini quando li si crede assorti in un film, in un videogioco.
«Così comunque non può andare avanti».
Quando aveva undici anni Carlo ha incominciato a fare gli incubi la notte. Urlava e si svegliava fradicio di sudore. Era sempre stanco.
«Così non può andare avanti» diceva ogni mattina mio marito.
Quando ho capito che il problema era a scuola e che suo padre non avrebbe mai accettato che la cambiasse per sfuggire agli attacchi dei compagni – «Perché sei un uomo, insomma, impara a difenderti!» – ho chiesto che si trasferisse per poter seguire un percorso più serio e alla sua altezza.
«Carlo è molto intelligente. Alla Carducci insegnano professori più preparati, lo dicono tutti».
Così gli incubi e la stanchezza sono passati.
Non sono mai stata stanca fino a quando non hanno incominciato a trattarmi come se lo fossi.
O forse, ormai, mi confondo.
L’ultima volta che sono stata in centro è stata due anni fa. Faceva freddo, era sabato, c’era troppa confusione.
«Tornerò di settimana» mi sono detta riportando la macchina in garage.
L’ultima volta che ho dato il verderame alle rose è stato un anno fa. Non ho sciacquato il diffusore e la polvere dev’essere ancora in garage, in un barattolo pieno per metà, in mezzo agli attrezzi da giardino.
L’ultima volta che sono stata fuori a cena è stata sei mesi fa. I ragazzi hanno ordinato per me le cose che di solito preparavo per loro. Pensavano mi piacessero molto.
L’ultima volta che sono scesa in giardino è stata un mese fa, poi mi sono stancata di farmi guardare a vista, di non potermi nemmeno chinare per raccogliere un fiore dall’aiuola.
Ho chiuso per l’ultima volta la porta alle mie spalle: ormai è quasi tempo di andare ma, stavolta, per me le scale le farà qualcun altro.