Atlantide al casello

Fonteviale si chiamava così perché era contenuto nello spazio tra un fontanile di campagna e una grossa strada a due corsie. Si trovava a un paio di chilometri dal casello dell’autostrada, ma dal momento che c’era un passo con trentasei tornanti di mezzo non se ne accorgeva quasi nessuno: abitare a Fonteviale voleva dire esistere in un punto fluttuante al di fuori della civiltà. A Fonteviale c’erano: due trattori, una trattoria, una cartolibreria, un negozio di alimentari e un albergo-ristorante che si riempiva solo nella stagione invernale e che all’occorrenza vendeva anche calzini, garze e disinfettante. Le persone che venivano in vacanza in quell’angolo della provincia erano poche, sempre le stesse e si mescolavano volentieri con gli abitanti. C’erano i coniugi P. che frequentavano l’albergo da quarant’anni e che il paese aveva visto invecchiare Natale dopo Natale. C’era un gruppo di hippy americani che veniva tutti gli inverni. C’erano alcuni grigi funzionari di città con i capelli brizzolati che bevevano sempre troppo whisky e che nessuno davvero distingueva l’uno dall’altro. L’albergo era gestito dai due fratelli più giovani della famiglia Nocino, gli unici due che non erano emigrati in città. Il padre, il vecchio Nocino, era uno scultore del legno che negli anni aveva accumulato una discreta fama tra gli appassionati di arte della regione.
Il più ricco del paese lo chiamavano tutti Babbo. Era uno che aveva fatto il direttore di banca negli anni Ottanta e ora era in pensione. Era pure comunista, sentii dire a mio padre una volta, si è ritirato dalla politica scappandosene quassù. Certo che allora era tutto diverso, aveva sospirato mamma, gli anni Ottanta non torneranno più.
C’era un torrente, a Fonteviale. C’era una chiesetta francescana a pochi metri da una cascata. Nessuno andava mai dietro la chiesa perché dicevano che una suora ci si era impiccata. La tomba della suor ciliegia, la chiamavano. Anche se non c’era nessun ciliegio. Credo che fosse una storia inventata.

Quando compii diciotto anni, come tutti i ragazzi me ne andai da Fonteviale. Di certo non erano gli anni Ottanta e non si sapeva bene che ne sarebbe stato di noi. Eravamo i cuccioli mandati allo sbaraglio dopo il disastro; un po’ esploratori, un po’ cavie umane del nuovo mondo. Mentre la crisi finanziaria impazzava e l’Occidente imparava il significato dell’espressione too big to fail¸ io e la Martella fummo caricati su un treno in direzione Bologna. La Martella era la mia migliore amica d’infanzia e mi sa pure che era una mia cugina di un qualche grado. Una volta abbiamo pomiciato a una festa dell’istituto. Lei quel giorno era elettrica e saltellava come una matta mentre salutava mia madre che ci aveva accompagnati alla stazione dei treni. Agitava la mano come una forsennata. La Martella era in fissa con Bologna. Diceva che non ne poteva più di alzarsi la mattina e vedere le solite dodici facce, di cui sei erano mucche. Voleva l’avventura. Voleva respirare lo smog e vedere se davvero sotto i portici era pieno di siringhe. Voleva fare un corso di moda anche se suo padre l’aveva iscritta a forza a Giurisprudenza. Io lasciavo Fonteviale e mi sembrava che mentre il treno si allontanava il mio cuore si fosse trasformato in un gomitolo. Un capo era incastrato nelle mie costole, l’altro era arrotolato al rubinetto del fontanile.

Gli anni a Bologna furono brutali. La Martella si fidanzò con un nostro coinquilino, un mezzo ucraino e mezzo romano, ricchissimo, che la portava ogni finesettimana a casa sua con la vista sul Colosseo. Il padre lavorava al Ministero di qualcosa e «aveva fatto un po’ di soldi negli anni Ottanta» mi disse. Chissà cosa ci avevano, ‘sti cazzo di anni Ottanta. Comunque, passai con loro gran parte dei primi tre o quattro semestri, complice il fatto che vivessimo insieme e che io non avessi altri amici. La Martella procedeva a rilento con gli esami di diritto, e io a Scienze Politiche non andavo granché meglio. Avevo voti mediocri. Andavo sempre a letto tardi ma senza uscire. Chiacchieravo con la Martella e con il Romano, poi mi chiudevo in camera con una pila di tazze di latte sporche e un qualche romanzo pulp. Stavo su internet e mi facevo un po’ schifo. Il venerdì tornavo a Fonteviale e trascorrevo ore seduto sul fiume, anche se il tempo era sempre troppo poco. Mia madre e mio padre erano diventati appassionati di cinema d’epoca come tutti i genitori con la sindrome da nido vuoto. Avevano anche iniziato a comprare cibo pronto di rosticceria. A Fonteviale non fumavo tutte le mattine come a Bologna. Però dormivo; mi facevo lunghe ore di sonno con il rumore del torrente e la voce di Babbo sotto di noi che conversava a voce altissima col suo gatto, o forse con la televisione.
Al terzo anno di Università, mentre scrivevo la tesi, conobbi Carola. Era un’amica del giro della Martella, che lei aveva insistito per presentarmi. Una sera guardammo un film tutti e quattro insieme, la Martella e il Romano non smisero di mangiarsi la faccia nemmeno per un minuto. Carola studiava cinema ed era un’attivista femminista. Aveva sempre un rossetto viola. Non portava mai i calzini, per questo aveva le piante dei piedi coperte di calli. Aveva una erre moscia che trovavo irresistibile. Il nostro primo appuntamento fu in un bar del Pratello: lei mi prestò un paio di saggi sulla cultura di internet, visto che io ero un accanito giocatore di ruolo online. Chiacchierammo tornando a casa e le raccontai anche della sera che avevo pomiciato con la Martella a Fonteviale. C’era un’afa tremenda e mentre facevamo sesso uccidemmo tre zanzare che lasciarono enormi patacche di sangue secco sulle lenzuola. Quando finimmo restammo sdraiati sulla schiena e lei si lamentò che non aveva un cambio di lenti, altrimenti sarebbe rimasta a dormire. Quella sera mi chiamò mia madre per dirmi che era morto Babbo: c’era stata una fuga di gas e nessuno aveva capito se fosse stato davvero un incidente.

Mi laureai alla sessione primaverile, con un voto mediocre e una tesi di storia contemporanea sui moti carbonari. C’erano i miei genitori, Carola con un vestito di tulle nero lungo fino ai piedi e la Martella che sembrava un fantasma dopo che si era lasciata col Romano. La relatrice sbagliò il mio nome durante la proclamazione. Festeggiammo tutti insieme in un ristorante dietro Piazza Maggiore; mio padre continuava a ripetere che ero il primo della mia famiglia a laurearsi anche se non era vero perché mio cugino Chicco aveva preso la triennale in infermieristica. Mia madre era un po’ troppo gentile con Carola. La Martella teneva il muso e guardava il telefono ogni due minuti. Fu un bel pomeriggio.
Non mi iscrissi subito alla magistrale ma passai l’estate a Fonteviale con Carola, aiutando i miei a ristrutturare la casa di Babbo che avevamo comprato da sua figlia per due spicci. Io e Carola dormivamo nel salotto su un divano letto e quella casa spoglia e piena di peli di gatto mi trasmetteva un senso di assoluto e di urgenza. Non dormivo più e non sapevo se fosse per via del caldo o del fantasma di Babbo che mi tormentava. A settembre Carola e io ci lasciammo di comune accordo; lei sarebbe andata in Inghilterra a seguire un corso di studi di genere. La accompagnai alla stazione e mi abbracciò. Indossava dei vestiti sportivi ed era strana, semplice e sexy. La salutai con la mano per un lungo istante mentre il treno spariva nella galleria; il mio senso di urgenza e di assoluto si allargava e si tingeva di colori indecifrabili.

Negli anni successivi ricordo di non aver pensato a niente. Mi iscrissi alla magistrale a Pavia, ma c’erano troppe zanzare e ci restai lo stretto necessario per finire gli esami. Andai a trovare la Martella in Erasmus in Spagna. Mi raccontò che aveva avuto una storia con la sua responsabile del tirocinio. La trattoria di Fonteviale chiuse. Il vecchio Nocino morì di ictus e nella sua casa ci andò ad abitare una famiglia di senegalesi con due bambini, che furono costretti ad andarsene dopo meno di un anno perché il papà della Martella li minacciò con un bastone e sparse candeggina sull’uscio di casa loro.
Dopo l’Università trovai lavoro a Berlino in un’azienda di e-commerce che vendeva pasta fresca. I miei colleghi erano entusiasti che conoscessi così bene i prodotti tipici dell’Emilia- Romagna. Diventai responsabile della comunicazione con l’estero dopo solo sei mesi. Il mio capo si chiamava Christopher ed era la persona con la pelle più bianca che conoscessi. Abitava in una comune poliamorosa ed era un cristiano evangelico. Iniziai a uscire con Debra, un’inglese che faceva la progettista di giardini. Andammo a vivere insieme in un appartamento a Berlino Est. Io continuavo a non pensare a niente.
Mio padre andò in pensione e dopo pochi mesi si ammalò. Lo andammo a trovare il suo ultimo Natale, io e Debra, che non riusciva nemmeno ad alzarsi dal letto. Tumore alla prostata in stadio avanzato. Non avevo mai visto Fonteviale così vuota d’inverno. Non c’erano gli hippy americani, i coniugi P. erano anche loro troppo anziani e non si muovevano più da Milano. I Nocino parlano di vendere, mi disse la mamma. Nonostante tutto fu un bel Natale, ci chiamò la Martella da Londra, ci raccontò del nuovo lavoro nella City e della promozione che aveva appena ottenuto. Si era tagliata i capelli cortissimi. Non parlava più con i suoi dopo la storia dei senegalesi e ci presentò il suo nuovo ragazzo che era di origini nigeriane. Pianse quando salutò papà. Siete voi la mia famiglia adesso, disse.

Un mese dopo il funerale mamma mi chiamò per dirmi che l’albergo dei Nocino avrebbe chiuso davvero. Non avevano un cliente da mesi. Io torno a Imola dalla zia Franchina, annunciò, non posso essere vedova in un posto vuoto. Il gomitolo che avevo nel petto fece un giro su se stesso. A maggio dell’anno in cui morì papà, il 2017, lasciai Debra e tornai a casa a dare una mano a mia madre col trasloco e con la vendita della casa. La comprò un imprenditore locale che conosceva Babbo. Uno che veniva dagli anni Ottanta. Debra non prese bene la mia partenza e continuò a mandarmi mail per settimane. In una mi scriveva anche quando eri qui con me non c’eri mai. Spero che fosse un bel posto, quello dove ti nascondevi. Non le risposi e dopo un po’ si scoraggiò. Mi sentii in colpa.

Fonteviale non esiste più. Lo hanno cancellato dalla mappa. Ora si chiama ex località fontanile, ed è indicato solo sulle cartine escursionistiche. L’alimentari ha chiuso per ultimo, poi se n’è andato il prete e infine i genitori della Martella. L’albergo lo hanno buttato giù, ho visto le foto della demolizione su internet e ne ho salvate un paio sul desktop. Mamma vive a Imola in un monolocale a fianco della zia Franchina. La vado a trovare tutte le settimane. La gente continua a transitare sulla strada in direzione del casello prima dei tornanti e a guardare quel piccolo gruppo di case abbandonate. Chissà se qualcuno le nota.
L’anno scorso la Martella è venuta a trovarmi col marito, Sam, e siamo andati a fare un giro tra le case fantasma. Stava per venire giù un temporale. Abbiamo camminato fino al fontanile, che ormai si riempie solo di acqua piovana. Mi è tornato in mente che una volta la Martella ci si è fatta il bagno per gioco e io non ho voluto raggiungerla perché mi vergognavo a mettermi in mutande. Mentre Sam e la Martella tiravano fuori gli impermeabili e i panini al prosciutto dallo zaino mi sono avvicinato alla vecchia vasca arrugginita e ho posato la mano sul rubinetto. Il fiume era in piena. La cascata dietro la chiesa scrosciava e faceva un rumore del diavolo. Pensai a tutto quello che mi legava a quel posto, al gomitolo che mi aveva seguito tutti quegli anni. Pensai alla suor ciliegia che si era impiccata. Pensai al vecchio Babbo che dagli anni Ottanta era finito quassù per morire suicida. Pensai a mio padre e desiderai rivederlo. Pensai a quel filo srotolato, mentre il cielo iniziava a crollare e la terra sotto i miei piedi a mostrare le sue crepe.