Foto di famiglia

Sin da bambini Chris e Alex, con quei nomi inusuali e sfacciatamente moderni, si erano convinti di appartenere a un drappello di eletti. Era il mondo di promesse contenute nella cifra 2000, era il solenne segno di distinzione del loro anno di nascita. Il numero tondo li stupiva, li lusingava, li esaltava.
Ma venti anni dopo, sdraiato sul divano nella penombra della casa dei suoi, tra i bagliori dello schermo e delle lucine natalizie, Chris vedeva con chiarezza la verità: non faceva alcuna reale differenza. Gli anni non erano nient’altro che numeri, targhette, tacche sbilenche in un inarrestabile fluire.
Sul tavolo basso il Samsung vibrò. Chris allungò il braccio.
Eli: Ragazzo te la tiri troppo
Eli: Non essere così sicuro di te
Strizzò gli occhi. Il Samsung si illuminò di nuovo.
Eli: Comanda la leonessa
Passato il moto di sorpresa, Chris si strofinò il viso. Elisabetta, a Torino, doveva annoiarsi. In genere passavano ore prima che rispondesse. Chris si stiracchiò, e la immaginò, in maglietta e leggings, raggomitolata sulla poltrona, con un’espressione dolce e assorta, gli occhi marroni incorniciati dalla matita scura. Un’espressione troppo addolcita, pensò, rispetto ai suoi lineamenti affilati.
Alex, se avesse saputo che non era riuscito a trattenere l’impulso di contattarla, gli avrebbe dato dell’idiota. Gli avrebbe ripetuto, serrando ironicamente la mascella, che doveva mandarla a cagare.
Chris e Alex erano nati insieme. Alex qualche minuto prima, e quindi era il più piccolo, come non mancava di sottolineare la madre Isabella raccontando il mito fondante della sua vita: la nascita dei suoi due giganti. Omozigoti. Entrambi rossi, entrambi pieni di efelidi, entrambi ricci, entrambi alti (ai diciotto anni sfioravano il metro e novanta) e vigorosi.
Chris si alzò per recuperare due salatini. L’appartamento era vuoto, ma emanava quell’odore di caffè, di cucina e di pulito che associava alle case adulte.
«Ceni con noi stasera, vero?», aveva chiesto Isabella, la voce resa ancora più sottile dal timore della risposta.
Era il 30, il giorno prima di San Silvestro, che Chris avrebbe trascorso con gli amici del paese. Sante e Isabella erano usciti per sbrigare delle commissioni. Chris non se l’era sentita di negarsi anche per cena, dopo avergli inferto il colpo dell’assenza al compleanno. L’indolenza aveva fatto il resto, portandolo a trascorrere il pomeriggio sul divano, tra un video su YouTube e MTV.
Chris ed Alex erano nati il 3 gennaio del 2000. Con gli anni, il compleanno era diventato una liturgia famigliare. Isabella si divertiva preparando piatti succulenti e dolci di alta pasticceria, Sante si rendeva disponibile per l’allestimento. Gli argomenti della serata, in presenza della banda di amici: sfottere con simpatia i genitori per le loro apprensioni, per la loro volontà di rendersi aggiornati e tecnologici, per le loro incertezze alle prese con un aereo o un pagamento online, per le loro difficoltà con l’inglese. Al termine, Sante sganciava un piccolo capitale per permettere ai gemelli di offrire la serata al gruppo in un locale.
La motivazione che Chris aveva sfoderato per spiegare la partenza per Torino, anticipata al 2 gennaio, erano stati gli esami di Chimica e Fisica. Una spiegazione inattaccabile, anche perché Sante e Isabella lo martellavano con l’importanza di essere regolari nello studio. Dodici ore di viaggio, un’estenuante tortura sui sedili del pullman, stretti e scomodi per un colosso come lui, per tornare alla sua dignitosa camera da studente.
Aveva passato il test di ingresso. A Medicina. Come nessun altro nel paese. Non aveva ancora capito con quanta passione, ma era una promessa di futuro.
«Tu diventerai qualcuno», aveva detto Sante arrotondando le vocali, come faceva quando era compiaciuto.
Orgogliosi, Sante e Isabella avevano sopportato la scelta di Torino, la città più lontana tra quelle disponibili nel lotto. Meno costosa di Milano, certo.
Anche a Chris, per qualche settimana, era sembrato un grande risultato.
«Non ti montare la testa ora», aveva commentato Alex. Lui era ancora in cerca di una scuola di disegno, di una che soddisfacesse i suoi gusti. Poi aveva aggiunto, aprendosi in un sorriso: «E, soprattutto, dottore, non diventare un fighetto del cazzo».
Chris sapeva che non si stava comportando con serietà. Che non si era preparato a dovere per gli esami, che la vita universitaria lo distraeva. Sì, che anche il tira e molla con Elisabetta e Adriana lo distraeva.
Incrociò le braccia. Stava montando in lui una frenesia negativa. Si diresse verso la finestra, scostò la tendina e diede un’occhiata al quartiere. Era un filotto di palazzine costruite negli anni novanta, in una zona periferica del paese. Sullo sfondo si estendeva un campo abbandonato, un ammasso di erba ingiallita, preda dell’umidità serale, e di rami ossuti stagliati contro il cielo nuvoloso. Tra i balconi degli edifici, qua e là, spuntavano gli addobbi e le luci intermittenti del periodo natalizio. Dove le tapparelle non erano state abbassate si vedevano gli interni, scorci disabitati illuminati dai lampioni esterni. Arredi curati, soprammobili sfiziosi, ritrovati dell’hi-tech, quadri e foto, accumuli di accessori di vita quotidiana. Sentì tutto il freddo di quegli interni vuoti, del contrasto con le lucine rosse e gialle, della malinconia del loro ritmo di accensione e spegnimento, dell’incontrollabile foga di riempire gli spazi.
Si risedette sul divano e strinse i pugni.
Cosa gli sarebbe costato accontentare i suoi genitori? Partire dopo la Befana? Gli esami sarebbero andati male di sicuro. Avevano intuito che non si stava dannando per studiare, che erano solo un pretesto per allontanarsi. Ci erano rimasti male.
Non aveva risposto ai messaggi di Elisabetta. Non avrebbe saputo cosa dirle. Era spiazzato. Quel tono da gattina remissiva, quell’autoconfinarsi in una posizione subordinata. Era lei, lo sapevano entrambi, ad avere in mano le redini del gioco.
Si erano conosciuti tra i banchi dell’università, Chris matricola alla scoperta del mondo universitario, Elisabetta ventiquattrenne annoiata che ritentava l’esame di Chimica. Si era seduta vicino a lui durante una lezione, esile e piccola di statura, con la frangetta calata sugli occhi, le mani sottili e i modi conturbanti. Chris non aveva trovato modo di attaccare bottone, ma lei gli aveva chiesto alcune informazioni sull’inizio del corso. Si erano scambiati i numeri e avevano preso a chattare. Chris non pensava che fosse interessata.
Dopo alcuni giorni gli aveva chiesto di vedersi in un locale. Era un cocktail bar con atmosfere anni ottanta, lampade a forma di palla e bottiglie allineate sui pensili. Veniva frequentato da trentenni. Parlava perlopiù lei, con la sua conversazione secca e mordace. Era saltato fuori che i genitori erano entrambi medici, che lei non aveva un gran rapporto con loro, che covava alcune insospettabili fragilità. Sulla strada del ritorno lo aveva invitato di sopra per un tiro e, come in cerca di protezione, gli si era acquattata sulle gambe. Chris ricordava il misto di incertezza ed esaltazione legato al ritrovarsi tra le braccia una ragazza più grande, una donna. Iniziarono a vedersi ogni tanto, più o meno una volta alla settimana.
Elisabetta si nutriva di opinioni nette. Non mangiava carne, era terrorizzata dal riscaldamento globale e pensava che i partiti politici fossero morti. Era stata una convinta attivista grillina della prima ora, di quando il partito “era ancora un movimento”. Lo studio non sembrava il suo problema più impellente.
Chris lottava per far crollare il proprio castello di esitazioni e si era ripetuto troppe volte che, così decisa e scostante, Elisabetta non era per lui. Il dilemma sulla tipologia di relazione, in ogni caso, non si poneva. Lei stava giocando, e sull’argomento glissava.
Alex gli aveva sempre ripetuto che con le ragazze, all’università, sarebbe stato diverso. Che si sarebbero scordati, una volta per tutte, le cautele delle brave figlie di Chiesa, le ipocrisie della mentalità di provincia, le bizze delle poche fighe di paese che si credevano inarrivabili. Ma Alex con le ragazze era sempre stato molto sicuro. Un capobanda naturale, e per di più con il fascino scompigliato dell’artista.
Adriana era arrivata in quel periodo. Era un’amica di Gianni, il compagno di stanza di Chris. Aveva il visto rotondo, i capelli biondi lisci e un’aria compagnona e vivace. Frequentava il primo anno di Ingegneria Gestionale al Politecnico, e si ritrovava spesso da loro a cucinare e a guardare film assieme alla sua coinquilina.
Capitava che molte sere si trattenesse, e si vedeva che aveva un debole per Chris. Gli mandava messaggi con scuse elaborate. Un carattere docile e rassicurante, all’apparenza. Chris non avrebbe saputo dire cosa non andava in lei. Era carina, in gamba, stava al gioco. Se l’avesse conosciuta, Alex avrebbe commentato che era pesante. Ma Alex era diverso da lui. Chris si limitava a tagliare corto, con se stesso, ripetendosi che non aveva voglia di impegnarsi a vent’anni. Di rimanere impigliato.
Scagliò il cuscino sul bracciolo, si sollevò in tutta la sua statura, prese a camminare in tondo. Cosa gli stava prendendo?
Su MTV passavano Some Might Say. Gli Oasis erano stati una rivelazione dovuta a Stefano, un cugino più grande. Chris e Alex conoscevano a memoria il video, le immagini in bianco e nero, gli occhialoni di Noel Gallagher, la limousine. Anni dopo avrebbero scoperto che non esisteva un videoclip vero e proprio per Some Might Say, e quello ufficiale era stato composto con un collage di spezzoni. A causa di una lite tra i due fratelli, ovviamente. Come se si potesse litigare davvero, tra fratelli.
Si diresse verso il camino. Sul ripiano, tra un angelo in ceramica e un posacenere di vetro, Isabella aveva sistemato le foto di famiglia. Chris ebbe come l’impressione di non averle mai viste prima.
In due di quelle, scattate quando i gemelli erano ancora bambini, c’erano loro quattro al completo. Le altre due, invece, ritraevano solo Sante e Isabella. Nella prima, più o meno trentenni, i suoi genitori erano in posa, abbracciati su una rotonda panoramica. Sante aveva i capelli ricci, non ancora diradati, e lo sguardo sornione. Isabella era molto più magra, con un sorriso leggero, ignaro delle responsabilità. La seconda foto, a occhio dello stesso periodo, era una foto di gruppo in casa di campagna dai nonni. Afferrò la prima. I colori saturi della tecnologia dell’epoca, il cielo azzurro carico, il verde intenso degli ulivi. Gli sembrava di essere lì in quel momento, partecipe di quel senso di scolpito nel tempo, di ineluttabile pienezza, di felicità.
Alex era morto poco prima dell’estate. Un incidente in motorino. Guidava un amico, che aveva perso il controllo. Alex non indossava il casco. Aveva sbattuto la testa contro un lastrone. Erano rimaste le foto.
Il 3 gennaio 2020 sarebbe stato il primo compleanno festeggiato da solo, pensò ancora una volta Chris. E in quel momento fu fulminato dalla banalità della verità: che non ci si poteva più fare niente, che Alex ormai era scomparso. I disegni, le amicizie, le ragazze, le avventure. I sogni, i progetti e le idee.
La porta blindata scattò. I suoi genitori fecero ingresso nella sala, e Chris, riconoscente, sorrise.