Pappagalli

1

Si svegliava alle 4:30.
Ero sotto le coperte e ascoltavo i passi di mio padre lungo il corridoio – caffè che borbotta, acqua che scroscia, porta che batte – quindi guardavo dalla finestra: era ancora scuro e avrebbe albeggiato tra ore. Papà usciva in retromarcia dal garage, e schiacciando l’acceleratore e ascoltando la radio scendeva ai mercati di Via Ostiense; alle 7:30 avrebbe scaricato le casse di frutta, alle 8:00 avrebbe sollevato la serranda del negozio e quando sarebbero arrivati i primi clienti – PESCHE 0,99 euro/kg; PERE 1,98 euro/kg; MANDARINI 2,00 euro/kg; MELE 1,49 euro/kg; LIMONI 2,70 euro/kg; MELONI 3,90 euro/kg – io avrei bagnato un biscotto nel latte.
Con la fine del liceo c’era stato un periodo in cui, entrando e sollevando la persiana, mio padre diceva: «Sei grande, ora devi aiutare» Per qualche tempo gli sedetti di fianco con gli occhi cisposi, e per qualche tempo scelsi la frutta da imbustare ai clienti. Un giorno una donna chiese: «Un buon melone!» quindi ne presi uno e lo portai all’orecchio, dando dei colpetti: «Questo è buonissimo, signora!» Lei ringraziò di cuore, nonostante l’avessi truffata, perché non avevo sentito niente, e perché cosa cazzo vuoi sentire da un melone?
Quei pochi giorni che lavorai, vidi mio padre più sereno, ma durò solo fino a quando svegliandomi non sentii più le gambe.
Sollevando la persiana, disse: «È ora»
«Non sto bene» risposi.
«Alzati» fece, «che bisogna…»
E cercavo d’alzarmi.
E le gambe erano cose morte.
«Queste stronzate raccontale a tua mamma!» gridò, e corse di fianco alle coperte e m’afferrò per le caviglie, come afferrava le casse di frutta, e mi stracciò fuori dal letto e gettò sul parquet. Ci fu un attimo di silenzio, poi comprese la realtà del mio dolore. Strisciavo sulle braccia e le vene s’annodavano alle tempie, ero rosso e sofferente, e mentre lui diceva Aspetta! Aspetta! io già strisciavo in cucina, e gridavo che avrei sofferto, che avrei sofferto e sopportato, ma avrei lavorato, e lavorato senza gambe!, perché così voleva vedermi: «È così che vuoi vedere tuo figlio!»
Un furgone uscì in retromarcia e un crocifisso penzolò sul cruscotto: la radio suonò Hey Jude dei Beatles.

2

Compresi che la storia delle gambe non avrebbe retto a lungo; mio padre sarebbe tornato nella stanza, e anche in sedia a rotelle, quel giorno m’avrebbe portato al negozio, «Puoi stare alla cassa» avrebbe detto.
Così una mattina presi il tram.
Dal finestrino scorreva la Prenestina: i trasporti pubblici erano un via vai di romani e migranti, d’un tratto erano tutti orientali e d’un tratto tutti africani. Sui sediolini si accumulavano cartacce e biglietti ATAC già timbrati, e quando scesi a Prenestina/Conti osservai mura ricoperte di graffiti, e manifesti e cartelloni pubblicitari scollati e con un angolo pendente.
Passando diedi uno strappo.
«Chi si rivede» disse Vittorio poggiando i gomiti sull’erba.
«Che sta facendo Negro?»
Questo Negro era un santo, perché quando s’accostava si accostava nel senso biblico: cioè ti fecondava e ti faceva partorire un’idea; quel giorno era dritto sull’hoverboard e sbuffava marijuana.
«Non ha più neuroni, quello» rispose Vittorio, «s’è comprato quel coso perché sul terreno non ci mette più piede» e aggiunse «è per un fatto di igiene, credo. Oppure di protesta. Forse è… è simbolico, è come se dicesse: Non fate scendere i miei fratelli e questa terra non la tocco neanche io»
«Negro non è mai stato attivo politicamente»
«E ora ti sembra attivo?» e lo indicò.
Negro era su una gamba sola e intorno gridavano: «Ora cade, ora cade!» e Negro faceva No No con l’indice; m’accostai perché avevo urgentemente bisogno di un’idea.
«Greve» feci.
«Oh» rispose, «Flavio!»
Quindi, si sedette.
«È bello» e indicai l’hoverboard.
«Sì» rispose, «un giorno ti faccio provare»
Sulle ruote c’erano luci che cambiavano colore.
«Io devo fare qualcosa, Negro. Non voglio vendere la frutta»
«Perché no?»
«È un lavoro di merda»
«Pappagalli» e guardò gli alberi.
«Cazzo, dico sul serio! Voglio fare qualcosa!»
Negro scoppiò a ridere.
«Questa roba» strinse la canna, «io la compro» e aggiunse, «Pappagalli»
Quasi volevo spingerlo.
«Gira un documentario» disse.
«Sui pappagalli?»
«Sui pappagalli»
Tornato da Vittorio, allargai la felpa sull’erba.
«Negro è completamente andato»
«Perché?» e rise, «Che ti ha detto?»
«Di girare un documentario sui pappagalli»
«Che coglione» ridacchiò Vittorio, «e crede d’essere un genio!»
Trascorsi il giorno tra chi fumava e chi fumava e chi fumava. Guardavo il cielo senza pensare; da una cassa suonava Worst Comes To Worst dei Dilated Peoples e alcune ragazze ballavano.
D’un tratto compresi: «Genio!» gridai.
E Negro sorrise.

3

Un furgone esce in retromarcia, un crocifisso penzola sul cruscotto e lo stereo suona Hey Jude: la scena durò poco, perché d’un tratto mio padre sterzò con il volante e si trovò parallelo alla circolazione. Sull’asfalto c’erano i segni delle ruote e frenando di scatto – vedendosi tagliare la strada da un furgone Ortofrutta – un uomo aveva colpito il clacson con la fronte.
«Flavio!» gridò mio padre, «Ti porto dal medico!»
Quel giorno lo trascorsi tra gli ospedali: prima colpivano con il martelletto, e dopo ascoltavano le gambe e dicevano Sono buone e mio padre si mordeva le nocche e sganciava quattrini; eppure seguivano le visite – medico dopo medico, specialista dopo specialista – e d’un tratto scoprimmo: «È un disturbo psicosomatico!»
«E che significa?»
«È una sofferenza psichica che si è somatizzata»
«Quindi mio figlio soffre psichicamente?»
«Diciamo di sì» fece il dottore, «ma anche fisicamente. È come se il cervello si accanisse contro il corpo, è come se il cervello dicesse: Siccome soffro io, devi soffrire anche tu, corpo!»
«Come si fa» chiese mio padre, «per non farglielo dire?»
«Come vede, suo figlio può camminare. Soltanto alcune attività – attività che il cervello percepisce come ostili – generano una paralisi delle gambe: semplicemente, deve evitare quelle attività»
Quando il furgone costeggiò il Tevere mi scorsi a guardare: c’erano rifiuti e rifiuti che strozzavano il corso del fiume, e signori e signore fluorescenti che facevano stretching. Niente scorre pensai mentre mio padre borbottava: «Ti combino io per le feste»

4

«Che ti prende?»
Negro girava con l’hoverboard mentre io guardavo le ragazze muoversi al ritmo di Worst Comes to Worst dei Dilated Peoples: di carnagione scura e capelli castani, Naira vestiva larga e odorava d’erba.
«È amica di Negro?» chiesi.
«Ma chi?»
«Quella» e indicai.
«Credo di sì»
Stretta ai fianchi portava una camicia a quadri; colpo dopo colpo il vento e la danza la svestivano, e Naira mostrava le gambe.
«Vuoi dire?» fece Vittorio.
«Cosa?»
«Hai gridato: genio!»
«Farò il documentario» e m’alzai di scatto.
Ero nuovamente da Negro: le foglie stormivano e io chiesi della ragazza, di Naira che ballava, e lui rispose che no, che non era fidanzata e me l’avrebbe presentata, e santo cielo, cosa diavolo ci vuole a parlare con una ragazza?
Scese dall’hoverboard.
Si fermò la musica e venne il freddo: il parco era un tramestio di foglie, e sull’erba erano gettate le borse e le felpe. Eppure non fiatò nessuno; anche chi non conosceva – chi era troppo fatto per conoscere – comprese che quel piede sinistro – quella punta di quel piede sinistro – e poi quel piede destro – quella punta di quel piede destro – e quel Negro che scendeva dall’hoverboard – quel Negro che scendeva stringendo uno spinello tra le labbra – quello era un evento, e un evento troppo importante per essere disturbato dalle stronzate di un tossico.
Negro disse: «Salta!»
Così saltavo sull’hoverboard, e con le ruote spiaccicavo le foglie, e guardavo Naira che guardava anche lei.

5

«Oggi è nera»
Forchetta, televisione.
«È tornato come un pazzo»
Bicchiere, forchetta, televisione.
«Ma un po’ di ragione la tiene, tuo padre!»
Sento le pantofole, e le suole che battono.
«Eccolo, eccolo!»
Entrò. Scostò la sedia. S’appoggiò allo schienale facendo Ah! mentre io fissavo la televisione. Di colpo artigliò il telecomando e spense: spense perché doveva farlo e doveva farlo per il bene della nostra famiglia, perché era questo, era tutto questo che c’era in ballo: il bene della nostra cazzo di famiglia! Ma davvero io credevo che bastassero, le gambe? Davvero credevo – per questa stronzata delle gambe – di scorrazzare come un negro o uno zingaro o un cazzo di barbone mentre lui si spaccava il culo? E per cosa? Per darmi da mangiare, a me? Per crescere uno schifoso viziato? Per crescere un parassita?»
«Tu non hai capito un cazzo!» gridò, «Domani senza gambe, vieni pure senza gambe! È più importante, il lavoro!» guardò sua moglie, «Soffre, il dottore dice che il piccolino soffre! Sono cinquant’anni che mi sveglio alle quattro e mezza! Cinquant’anni che mi spacco il culo e lui, soffre! Cinquant’anni e niente è cambiato, nessuna proprietà e nessuna vacanza!»
«I miei colleghi» proseguì guardandomi, «lo sai, tu, chi sono i miei colleghi? Pakistani, Indiani, Egiziani! Perché gli italiani è questa» e m’indicava, «la generazione che abbiamo cresciuto: una generazione senza coglioni! Loro vogliono, e vogliono, e cosa cazzo danno in cambio? Cosa cazzo sono disposti a fare?»
Tutto, tutto: io potrei fare tutto, pensai.
«Domani vieni con me!» gridò.
No, io non vengo, io non voglio, io non voglio, pensai ancora.
«Perché sei un uomo, e un uomo sa quando… la vita non la decidi, e non decidi d’essere umiliato, e frustrato, ma lo diventi, diventi umiliato e frustrato, e tu cosa cazzo ne sai?» affannava mio padre, e tossiva, «Sai cosa diventa la vita di un uomo?» e emetteva un fischio, tutte le volte che inspirava, «Domani» e puntava l’indice, «se non ti alzi, io ti prendo, io ti trascino…»
Si svegliò alle 4:30 ma non trovò nessuno, perché alle 4:00 ero già per strada.

6

Comparse che ero di fianco al Tevere, il sole.
Durante la notte avevo caricato la telecamera, e una luce rossa aveva continuato a lampeggiare: poi, d’un tratto, s’era fermata. Ora calpestavo sampietrini e scansavo i marciapiedi adombrati da costruzioni o da foglie d’albero. Con un piede sul muro, attesi Naira.
«Hai le occhiaie» disse.
«Ho dormito male» risposi.
Il cameriere portò le ordinazioni.
Poi spiegai: «È che ho guardato la telecamera, tutta la notte. E mi alzavo, e ogni tanto controllavo che … ma le hai anche tu, le occhiaie!»
«È prestissimo!»
«Scusa» e risi.
«Comunque» e sorseggiò il cappuccino, «io le ho sempre. Quindi le avrei avute lo stesso, anche se non mi avessi…» e d’un tratto, «voglio vedere la telecamera!»
Sbottonai l’astuccio.
«Eccola» e c’era la lucetta rossa e Naira era dentro l’obiettivo: si copriva il volto con la mano e diceva Smettila e mentre rideva apriva la bocca e registravo pezzi di cornetto mangiucchiato.
«I baci sono disgustosi» dissi.
«La gente non si bacia» e ingoiò, «mentre mastica il cornetto»
S’aprì la porta del caffè/pasticceria ed entrò Vittorio, che chiese scusa per il ritardo e appoggiò sul tavolo dei fogli tenuti da una graffetta: disse che aveva lavorato tutta la notte e che, insomma, aveva scritto una sceneggiatura.
«Ci serve, una sceneggiatura! Non possiamo soltanto riprendere i pappagalli. Dobbiamo spiegare perché sono a Roma. Dobbiamo spiegare perché andavano di moda negli anni Novanta…»
«Perché andavano di moda?»
«Perché sono animali esotici, e gli italiani hanno sempre, e dico sempre, amato le cose esotiche» e io guardai Naira, «e poi perché in quel periodo molte star di Hollywood possedevano dei pappagalli»
«Ma ora sono liberi» dissi.
«Sì, perché poi sono passati di moda» rispose Vittorio, «e tutti se ne sono sbarazzati»
Costeggiando il fiume registrai dovunque vedessi bellezza: c’era sui rami degli alberi, c’era sui romani che correvano e sull’acqua che sporca scorreva, e su Naira, che si copriva la faccia con un palmo bianco, e su un furgone ora vuoto ma che era d’un ortolano, e che riconoscevo dai rametti e dalle foglioline, e dalle ciliegie e dalle fragole che sempre rotolano negli angoli.
«Mantieni la telecamera»
Vittorio registrò Naira che aveva paura di cadere e mi s’aggrappava al collo e attorcigliava le gambe al ventre, e io che dicevo Non cadi! Non cadi! e la stringevo, e poi lei che d’un tratto sollevò le braccia, e le persone che correvano e ridevano e salutavano, e io, che chiudevo gli occhi e dicevo: «Ho gambe forti, ho gambe forti!»