Antigravità

L’avevano chiamata Gea Maddalena, come la terra e come sua nonna. Ma lei non era né come l’una, né come l’altra. A cinque anni fantasticava non tanto su cosa ci fosse al di là del mare, oltre i confini visibili della sua isola, ma su cosa ci fosse al di là del cielo, sopra di essa.
«Guarda dove cammini!», le ripeteva sua madre esasperata, mentre lei inciampava nell’ennesimo sasso e finiva nella polvere. Aveva sempre lo sguardo all’insù. Una volta era finita in un canale in secca, che per ripescarla avevano dovuto chiamare suo padre, lei aveva avuto paura ma non aveva pianto, anche se si era ferita e le era rimasta una cicatrice a forma di Orsa Maggiore – che se si spogliava si notava abbastanza – proprio quelle vaghe stelle che fissava di notte, visibili quando il giorno si toglie i vestiti, sempre lì un attimo sopra l’orizzonte. E anche se lei questo non lo sapeva, la notte, dalla sua finestra, quelle stelle le guardava brillare da sopra il giardino di casa. Una sera d’estate quelle stelle le aveva anche viste cadere e allora aveva detto alle sue sorelle: «Se loro vengono giù, forse noi possiamo salire su!».
Era comunque una bambina che non dava tanti grattacapi ai genitori, abituati a vederla rientrare dopo una lunga giornata di compiti, se era a scuola, o di giochi all’aria aperta, se era un giorno di pausa settimanale. Poi la sera si metteva a schiamazzare con le sue sorelle o a leggere. Un librone in particolare aveva attirato la sua attenzione, era la storia dei fratelli Montgolfier. C’erano molte figure, ma anche pagine dense di testo, fitto fitto, che lei fingeva di leggere scorrendo con il dito sotto ogni singola riga.
Dei due fratelli fu Joseph che pensò per primo a un affare che permettesse all’uomo di volare nel cielo, il che fa ridere – o forse riflettere – visto che era l’altro, Etienne, l’ingegnere. Joseph era un sognatore, poco incline al rispetto delle regole, poco attratto dall’istruzione rigida della scuola, schivo nei rapporti personali, avvezzo alle fughe. Forse fu proprio il desiderio di fuggire dove gli altri non potevano andare che lo spinse a inventarsi un mezzo per farlo veramente.
Gea Maddalena tutto questo non lo sapeva e non si capacitava di come il fuoco non incendiasse la mongolfiera dopo pochi secondi. Guardava rapita le illustrazioni di quel gigantesco pallone che sfidava le leggi della natura: anche lei voleva un posto tra le nuvole. Ed è quello che aveva chiesto per il suo sesto compleanno, ma non era quello che era arrivato.
Le erano arrivate invece una nuova cartella, una scatola di matite colorate, delle scarpette rosa tutte fronzoli. Quella mattina era uscita da scuola delusa, un passo dopo l’altro, guardandosi quei sandaletti odiosi: non facevano per lei, non le piaceva essere considerata una “femminuccia”, avrebbe preferito mettere le scarpe da ginnastica, molto più comode per correre e saltare. Gea Maddalena percorreva la strada malamente asfaltata che portava alla fermata dello scuòlabus – anche se lei lo chiamava scuolàbus – e di tanto in tanto si aggiungevano da vie laterali altri bambini, fino a formare un piccolo gregge compatto. Dai campi arrivava un violento odore di elicriso e a lei era venuta subito voglia di portare gli occhi al cielo: si stava alzando un vento forte che pettinava lunghi cirri dai bordi frastagliati. I bambini venivano superati a tutta velocità da foglie e pallette di arbusti. Passò anche qualche cappellino. Gea Maddalena continuava a guardare in alto, la sua andatura si era fatta sghemba e ogni tre passi andava a sbattere contro un compagno. Di tanto in tanto una folata di vento le sollevava la gonna, ma lei non ci faceva caso. I cirri erano diventati sempre più irregolari, tanto da sembrare delle escoriazioni sul soffitto, ed era come se si intravedesse un altro cielo sotto all’intonaco.
Alla fermata, vicino al cartello, l’autista aveva parcheggiato e aveva lasciato la porta aperta. Qualcuno era già a bordo, mentre la carovana entrava più o meno disciplinatamente. Gea Maddalena come sempre chiudeva la fila, un po’ distante. Tutto era successo in un attimo. Una raffica travolgente l’aveva investita facendole perdere l’equilibrio. Era così impetuosa che sembrava che un gigante stesse azionando un mantice su un formicaio o, al contrario, come se qualcosa dall’alto la stesse risucchiando.
Lei si era aggrappata al portellone dello scuolàbus e aveva serrato le sue piccole mani con una forza incredibile per una bambina ma che forse ancora non bastava, come una cavalletta che sfida il vento su uno stelo troppo sottile per reggerla.
A bordo, tutti i suoi compagni la guardavano sgomenti, con il viso paralizzato in smorfie di terrore e incredulità. Solo un bambino sorrideva e stringeva i pugni, ed era come se facesse il tifo ma non si capiva se la incitasse a lottare contro quella forza o ad abbandonarvisi. Quindi lei aveva guardato oltre, per un attimo, verso le distese infinite della campagna, e aveva visto quegli alberi assurdi, surrealisti, incurvati fino a toccare il terreno con la chioma. Rimanevano lì ancorati, con le radici caparbie, infissate sotto la roccia rossa. Allora Gea Maddalena aveva pensato che quegli alberi erano come sua nonna, piegati dal tempo, aggrappati a un’isola che in realtà era solo una montagna che sbucava dal mare. E però Gea Maddalena non voleva essere come sua nonna o come quegli alberi. Le sue radici erano già state estratte e sventolavano ora all’aria come una banderuola, mentre lei si teneva ancora per un attimo al portellone dello scuolàbus. Infine aveva mollato la presa.
All’istante era schizzata in aria, rotolando senza una superficie a darle una direzione, come quando fai il bagno tra i cavalloni e ti diverti a infrangerli con il tuo corpo, ma vieni investita da un’onda che ti trascina giù per un attimo e in quella capriola perdi ogni orientamento, e non sai più dove sono il sopra e il sotto. Gea Maddalena era terrorizzata, ma al tempo stesso si rendeva conto di divertirsi. Ora che il vento l’aveva “stabilizzata”, viaggiava con le braccia distese, la gonna svolazzante, i ricci che si agitavano elettrici. Non si era mai sentita così leggera. Da lassù riusciva a vedere tutti i bordi della sua isola, da lassù tutto le sembrava più chiaro e più facile.
Intanto il cielo imbruniva ed era impossibile dire se fossero passati minuti oppure ore, come se il tempo avesse perso di significato lassù. Chissà le persone rimaste a terra, chissà se lo scuolàbus era partito e arrivato a destinazione, chissà se la maestra aveva già iniziato a spiegare, chissà i suoi genitori, se erano preoccupati. Ma a queste cose lei non pensava. Sarebbe tornata giù? Neanche questo importava ora. Gea Maddalena puntava sempre più in alto, portando le sue radici con sé, mentre una tenera oscurità la avvolgeva.
A Gea Maddalena non piaceva cadere, ma volare è un po’ una caduta verso l’alto: se cadi abbastanza in alto non c’è più gravità e a quel punto non è neanche più una caduta. Una volta in aria, una volta che non c’è più gravità, allora quello di cui hai bisogno non è più un’ancora, ma un faro. E anche se tutto questo non lo sapeva, a lei le luci nel buio piacevano. Aveva cercato l’Orsa Maggiore nel cielo, la stessa che vedeva risplendere sopra il giardino di casa, la stessa che si portava addosso come lieve cicatrice, e si era incamminata verso le sue vaghe stelle.