Il cono

La psicologa ha i capelli color cenere appallottolati in un crocchio stretto. Al collo una collana di fili d’ambra baltica e un completo di lino celeste smanicato avvolge la sua pelle grinzosa e piena di macchie color sughero. Anche le mani incrociate sul ginocchio accavallato sono disegnate da mega lentiggini con la forma di chicchi d’uva stirati a terra. La sua voce è grave con striature acide che si addensano nella mia testa. Dice «c’è Aida,» prima con le mani mima la forma della sfera, poi distende il palmo della mancina e continua «prima c’è Aida, dopo la sua malattia, non il contrario. È così che dovete vivere la cosa.» Annuisco tipo palletico e penso che sì, ha ragione, non ci avevo pensato. Le sue parole mi confortano regalandomi una prospettiva nuova. «Dovete vivere giorno per giorno, pensare all’oggi.» Prosegue scavallando le gambe per puntare la destra sul tacco e roteare la pianta tenuta a martello. Mi sento avvampare e pestare il cuore sotto il mento mentre una mosca ronza larga e incoccia contro il vetro della finestra alle spalle della psicologa. Le sue parole stridono con le mie vecchie abitudini. Ero abituato a spingermi oltre, a considerare il presente un trampolino, non a razzolare. Vivere con lo sguardo solo sui miei passi mi mette ansia, però è un dato di fatto, è così che viviamo da un anno. Lei ha dato un nome al mio sentire, il fondo di un cono scivoloso. Il ventilatore coccola la frangia di Claudia che rimane immobile e dà segni di vita solo dal battito delle ciglia. Non si muove per provocazione, non ci voleva venire in questo sesto piano a sedersi su un divano di pelle d’elefante, davanti a una Pothos che accerchia una delle librerie e ricade giù fino a terra. Ripeto con le mani il gesto della sfera. Claudia rimane ferma immobile e senza battere ciglio. Ora la psicologa ci invita a ritagliare lembi di giornata solo per noi e a utilizzarli per condividere momenti semplici come stendere la lavatrice, pulire casa o fare colazione insieme: «cercate di ritrovare una armonia, nella quotidianità.» Poi il clic emesso dalla sua Parker argento premuta all’estremità segna la fine del nostro primo incontro. Stringo piano la sua mano mentre Claudia ha già un sandalo fuori dalla porta e con l’indice a mezz’aria indica il bottone dell’ascensore. Scivoliamo giù nelle interiora del palazzo e lo specchio bordato oro riflette i nostri visi che sono invecchiati durante quest’anno da guerrieri, e biancastri per la luce al neon. «Quante cazzate, un’ora buttata via. Abbiamo reso felice quella scassa minchia della tua mammina e ora non dovete più venire a rompermi i coglioni» mi fa Claudia inviperita. Non mi viene nulla da dire perché non mi viene nulla dire, però penso al gesto della sfera, e che no, non è stata un’ora buttata via. «Bravo, non dire nulla, ché non c’è niente da dire» borbotta e soffia aria che le gonfia la frangia. Usciamo silenziosi dal palazzo fresco e ci immergiamo in un’aria densa e appiccicosa come un catino di miele. Claudia struscia i piedi nel piazzale polveroso senza neanche un albero, mentre io mi tiro pizzicotti alla maglietta per staccarla dalla pelle. Partiamo senza accendere l’aria condizionata perché irrita le sue mucose e inizia a starnutire. Le ho detto più di una volta che senza aria condizionata è uno strazio. Ma mi risponde che il caldo e il freddo sono uno stato mentale. Quando dice certe cose non la capisco. Mentre un tale con un cane sciolto ci passa davanti sulle strisce, le dico: «diamo retta alla psicologa, fidiamoci di lei, proviamo, per Aida.» Ho un leggero tremore alle mani, inghiotto la responsabilità della scelta, nascondo l’ansia alzando il volume su una canzone dei Manitoba e canto si ritorna a casa, si ritorna sempre.
«Va bene… se pensi possa essere utile, ci provo.»
«Ora metto la freccia e svolto. Ecco, ho svoltato, ora parcheggio.»
«Ok, Parcheggia, saliamo.» Ripete Claudia con lo sguardo di chi ha capito che il mio cuore è di nuovo sotto al mento. Aida in sala racconta la sua giornata con parole inventate. Mi fa sorridere, la sfera. Se sto con lei sto bene. La bacio e lei mi abbraccia e liscia la mia schiena con le sue mani paffute. – jiah, babba – dice scuotendo la testa ricciolosa. Ceniamo con una pizza surgelata, versiamo le gocce di collirio negli occhi di Aida e ci laviamo. Andiamo a letto e metto la sveglia mezz’ora prima del solito. Leggo due pagine, mi prende l’abbiocco, mi addormento e dopo pochi minuti mi sveglio con l’affanno ed è come se il sangue mi ribollisse, e grattarmi non serve a nulla, è dentro che mi brucia, sono le vene a pizzicarmi. Sono in fondo al cono. Mi capita così, e quando è notte è peggio. Cammino scalzo per casa e il prurito si allevia di qualche grado. Bevo un bicchiere d’acqua di quelli alti dell’Ikea, annuso il basilico sul davanzale alla finestra della cucina, guardo il buio della campagna e immagino i confini delle colline mentre il mio alito caldo appanna il bicchiere. Torno a letto. Penso a cose a cui non vorrei pensare e poi realizzo che è il cervello a non staccarsi, i miei arti sono flosci come gli aghetti delle Converse riposte nell’armadio, ma il cervello non la smette di incrociare immagini, parole, dubbi. Mi alzo di nuovo e cedo al solito piacere di un bicchiere di rum alto quattro dita. Scorre giù a scorrere, spengere e dissetare le mie ansie. Ancora due dita con la boccia presa dal fondo e mi rilasso, le sinapsi perdono la loro elettricità prima a intermittenza e poi del tutto. Riemergo dal fondo del cono, galleggio.
I nostri comodini tremano e dai cellulari salgono due gorgheggi che si uniscono in un unico suono. Mi sono addormentato come un narcolettico, senza sogni.
«Buongiorno» dico masticando un bisbiglio. Il tallone del piede destro giù a terra struscia lento sulla fuga ruvida che separa le piastrelle in cotto. «Giorno» dice Claudia ancora a occhi chiusi e con i capelli spiaccicati sulla fronte, le labbra carnose semiaperte. La sua gamba è piegata sopra il lenzuolo e sul collo del piede osservo il tatuaggio scolorito. Dice che non ha mai tempo per farselo ribattere. La tenda bianca filtra una luce abbagliante, sento nell’altra stanza i respiri lunghi di Aida. Andiamo in cucina, Claudia frega la nocca del medio lungo tutto il corridoio e mi cammina davanti.
«Preparo il caffè» le dico durante uno sbadiglio, lei guarda fuori dalla finestra e si gratta i capelli. Ha addosso una Fruit bianca e le mutande nere a cui fa scoccare l’elastico perché sono state risucchiate dalle natiche.
«Ho preparato il caffè.» Prende dal frigo una pesca, la passa sotto l’acqua, l’avvicina al naso a occhi chiusi. Poi mi guarda coi sui occhi verdi come lo Svelto per lavare i piatti, e affonda i denti nella pesca succosa. Risucchia e porta la mano libera sotto la pesca che gocciola. Il sole lancia spruzzi di luce sul tavolo in legno sul quale la moka fuma.
Beve il caffè con due cucchiai di zucchero di canna mentre mette a scaldare il latte per Aida. Lo versa nel biberon, ci spezza dentro tre Plasmon, lo chiude e lo sciaborda all’altezza del lavandino. Lascia andare la tettarella e uno spruzzo ad arco si mescola a quelli di sole. Poi mi verso altro caffè mentre i suoi capelli scompigliati sono inghiottiti dalla camera di Aida.