Periodo di prova

Capiamoci subito, io questo posto me lo aspettavo diverso.
Credevo di trovare la luce sparata, il riscaldamento a palla e gli stessi colori primari della comunità dove ho lavorato l’anno scorso: pareti giallo-accoglienza coi Looney Toones dipinti, finestre rosso-energia bloccate con la sicura, pavimenti di linoleum azzurro-prospettiva.
Di certo non immaginavo questa penombra di piastrelle verde-disagio incrostate su tutti i muri, e neppure gli spifferi dietro i vetri o le porte antipanico senza maniglie. Il soffitto è troppo alto, restringe i pavimenti e allunga il corridoio con la sua sfilza di stanze su cui per ora non ho il coraggio di affacciarmi. Questo posto cade a pezzi: saranno anni che non viene pulito come si deve.

Che accettare fosse un errore l’ho capito appena oltre il vetro che divide gli utenti e il personale dai visitatori esterni, ma era già troppo tardi: come in un rito di passaggio, il percorso si fa solo in un verso.
Gli utenti mi mettono l’ansia, non so se voglio restare. Per fortuna è un periodo di prova, non ho ancora firmato. Non ho nemmeno capito bene le condizioni contrattuali, quante ore alla settimana, quando mi danno il giorno di riposo; loro stanno sul vago, mi tengono in sospeso, sicuro c’è la fregatura. Ho chiesto se almeno possono procurarmi gli stracci così mi organizzo il lavoro, hanno detto che mi faranno sapere.
Nell’attesa mi guardo intorno e conto le piastrelle. Osservandole ho scoperto che cambiano colore in base all’orario, di mattina sembrano grigie, di sera diventano quasi giallognole. In certi punti, dove gli angoli sono sbeccati o la ceramica è saltata via, le hanno sostituite con mani di smalto lavabile ormai ricoperte di tracce e manate vecchie. La luce è sempre un po’ buia qui, crea gli aloni. Vorrei scrostare le fughe.
A pranzo ci servono fusilli malconditi in piatti di cartone smussato che sono come le pareti, pieni di impronte e sbafi. Il cibo è lo stesso per tutti, utenti e personale. Non ci sono coltelli né spugnette abrasive. Paziento solo perché sono qui da poco, è importante mantenere il controllo. Parlo il meno possibile: gli utenti sono incubi, ma il mio ruolo qui dentro è tenere pulito, non intrattenere rapporti sociali.

Piccolo M. è l’unico per cui ammetto un’eccezione. È un tredicenne biondino e brufoloso con grumi di problemi che gli passeggiano addosso come acari. Dicono che la madre l’abbia quasi affogato nella candeggina perché andava male in matematica, per questo è un po’ strano. È un utente diurno, ha il permesso di rientrare a casa a dormire; un signore col cappotto lo porta qui ogni mattina e viene a riprenderselo alla sera. Per adesso gli fa bene rimanere un po’ col padre, ma se le cose dovessero precipitare sono pronti ad attivare il servizio di residenza a tempo pieno. Quando mi ha visto, Piccolo M. mi ha buttato addosso occhi e corpo, problemi relazionali, disagio e dita umidicce.
Ciao, gli ho detto. Piccolo M. ha mollato una puzza: non ama che gli si invada la privacy.
Piccolo M. mi sta addosso come un’ombra. I primi giorni mi girava intorno finché non cadeva a terra, poi abbiamo stretto un patto: massimo sei giri, poi va a esplorare la struttura; riesce a raggiungere anche i posti proibiti dagli utenti. Quando torna mi racconta cosa ha scoperto: è lui che mi aggiorna su come vanno le cose qui dentro.

Io in giro non ci vado, finché non firmo il contratto preferisco non sbilanciarmi, e poi ho già il mio daffare. Le piastrelle nel muro sono ventisette allineate su cinque colonne sovrapposte più una colonna a cui mancano dei pezzi dove finisce la parete. Ogni piastrella quattro fughe, ogni fuga sei passate: fanno un sacco di fughe da raschiare senza i mezzi adeguati. Se almeno mi fornissero i detersivi, potrei iniziare; mi restano ancora i pavimenti da disinfettare, i vetri da tirare a lucido, i bagni da igienizzare, gli scarafaggi da sterminare, la cucina da scrostare, la sala comune da arieggiare. Rifaccio i calcoli. Lo spigolo è la parte più difficile, non lo sopporto: lì le piastrelle sono mezze staccate dal muro, ci sono un sacco di buchi e io non so trovare la somma dei pezzettini che mancano.

Se vuoi evitare gli utenti stai alla larga dalla sala comune, dice Piccolo M., che come me odia i rumori e la gente che lo tocca. La sala comune serve per l’aggregazione: venerdì ci sono i giochi di gruppo, lunedì la terapia collettiva. La psicologa chiede a tutti se hanno fatto progressi con l’autolegittimazione, è importante verbalizzare, dice.
Nella sala comune c’è un uomo che culla un pezzo di maglietta, usava del cellophane poi gliel’hanno requisito: è colpevole, mi ha spiegato Piccolo M., si è mangiato la figlia. Piccolo M. è stato anche nella dispensa in fondo al corridoio. Ci vive rinchiuso un vecchio in un carrello della spesa, mangia bottoni e vende due teste a chi le vuole: a lui non servono, dice Piccolo M., tanto ormai sono marce. Magari con una bella pulita posso dargli una mano, quando mi portano i detersivi.
Signorina Berta è una donna elegante: mette il rossetto, ha al collo tre medagliette della Vergine, in testa un cappello con veletta e le calze di ciniglia. Sta seduta in punta di sedia a ginocchia unite, con la valigia posata accanto ai piedi. Si tiene pronta. Sono mesi che aspetta il treno delle 16.03 per Torino Porta Nuova: si fa presto a dir rivoluzione!, sputa comizi nel vuoto, non smette mai.

Qui si son già presi il vizio di rifilarmi i turni di notte. Vorrei proprio capire se è legale che mi tengano qui così tante ore. Le notti sono pesanti, gli scarafaggi non mi lasciano dormire, scorrazzano nella parete, cozzano contro i forati, fanno un fracasso di biglie lanciate all’infinito dall’alto in basso e poi avanti e indietro per tutto il corridoio: il vuoto amplifica i loro scontri. Altre notti è più un cigolio, come piedi che camminano sui letti, è incredibile cosa può nascondersi sotto la superficie. Gli scarafaggi fanno i cunicoli, prima o poi troveranno la strada attraverso i pezzettini di piastrella che mancano e allora sarà la fine; mi entreranno sottopelle, scaveranno dentro gli occhi, strisceranno fino al cervello, infileranno gli intestini per riprodursi nel mio corpo, e poi ci contageranno tutti, diventeremo anche noi degli insetti. Come quella residente magrissima con gli occhi viola e le dita brulicanti che fa i disegni e vuol costringermi a guardarli.
Quando la incontro, mi allunga una manciata dei suoi autoritratti, madri scheletriche dal collo lungo e i lineamenti distorti, denti appuntiti, crani attraversati da segmenti neri.
Il pennarello dove l’hai trovato?, le chiedo. Non dovrebbe nemmeno farli quei disegni: i medici gliel’hanno vietato. Lei scuote la testa, digrigna i denti e soffia dal naso mentre nasconde i fogli sotto l’ascella. Piccolo M. ne ruba uno e fa un passo indietro. Lei stende un braccio per afferrarlo e il cranio le si divide in placche di boccoli strappati a ciocche. Piccolo M. spalanca la bocca e io contraggo i muscoli. Poi grida le sue urla e io mi spavento.
Prima che l’infermiere ci raggiunga, Piccolo M. scappa e si rintana in fondo al corridoio, ha uno sbafo sul labbro e in mano un ritratto morsicato. Anche lui sta fissando le piastrelle. Ventisette, vorrei suggerirgli, ventisette allineate per cinque file una sopra l’altra, però non ho ancora capito come calcolare il pezzo rotto: è da lì che uscirà tutto quello che non deve. Nelle piastrelle spezzate ci sono nascosti gli scarafaggi, ci sono i ricordi di quello che non si vede. Dal fondo del suo nascondiglio, Piccolo M. mi guarda dritto negli occhi e per un attimo coincidiamo.
L’infermiere mi raggiunge alle spalle: non agitarti, mi dice. Intravedo un movimento di zampette. Grido: sono ovunque. L’infermiere prova a toccarmi e il mio grido si trasforma in un ammasso gutturale: questo posto fa schifo e non mi lasciano pulire, avevo chiesto la candeggina ma nessuno mi ha ascoltato. In fondo al corridoio c’è la porta a vetri e oltre la porta c’è di nuovo la vita. Mi divincolo e conto i passi, ventisette piastrelle allineate sono un sacco di fughe, devo correre più forte. Questa scena l’ho già vista: devo riuscire a scappare.

Di là dal vetro, nella stanza di osservazione, c’è l’uomo col cappotto e mi trabocca la paura: Piccolo M. è sparito ed è soltanto colpa mia. Avrei dovuto proteggerlo, avrei dovuto insegnargli a contare, ho sbagliato di nuovo. Adesso mi affideranno al vecchio che scambia i cervelli e per punizione dovrò bere un’altra volta la candeggina. Ventisette sono le piastrelle più un pezzo rotto tagliato per far posto alle paure, ma manca sempre un quadratino che non riesco a calcolare.
Stai tranquillo, è tutto a posto, mi sussurra l’infermiere mentre mi afferra per la schiena, ma ormai è tardi. È tutto nero, è tutto grigio, è tutto verde-piastrella. Il mondo esplode in colori primari, è giallo-grido, è rosso-malato, è azzurro-livido-in-testa, è bianco-muro, è bianco-assenza, è bianco-sto-male.
Le pareti si sgretolano, le piastrelle si frantumano e dal buco si riversa nella stanza una valanga di scarafaggi schifosi con le zampette brulicanti che cozzano contro ogni cosa e mi dispiace, avrei dovuto imparare, ma non voglio rimanere qui e allora scalcio e grido e cerco ancora di scappare. L’infermiere mi trascina via di peso.

L’ultima cosa che vedo è mio padre che entra nell’ufficio del direttore, il passo pesante, gli occhi severi, il cappotto aperto sul davanti come lo portava anni fa, quando avevo tredici anni e lui veniva a prendermi all’istituto. Finalmente ho capito: era il periodo di prova. Mi sa che non l’ho passato. Dovranno attivare il servizio di residenza a tempo pieno.