Exit Strategy

Appena inserisco la chiave sento la gatta miagolare dall’altra parte. Mi scivola fra le gambe mentre barcollo con le buste della spesa, finché non le verso la sua mezza scatoletta.
È giovedì, il giorno della giocata, ma non ce la faccio a rimettermi in macchina per andare da Luca a fingere la felicità. Glielo scrivo: Oggi ho bisogno di stare un po’ da solo.
Scaldo in forno la pasta preparata per pranzo, prima che decidessero di condire la riunione con pizza e tramezzini. Mentre noialtri c’ingozzavamo, i capi facevano previsioni sul futuro una volta conclusa la exit strategy. Fabio ci rassicurava: Nessuno finirà col culo per terra, abbiate fede.
Andrà meglio, continuano a dirmi tutti.
Verso olio e parmigiano e leggo la risposta di Luca: Ok però devi tirarti su, non è quello che vorrebbe. Poi aggiunge: Hai qualche spell contro il drago? Lo immagino scrivere quelle sei parole col timore di infilarci una battuta; come se la nostra amicizia, dopo l’incidente, avesse bisogno di un aggiornamento.
Davanti a un drago bisogna solo scappare, scrivo. Questo è il consiglio dell’incantatore, poi fate come volete.
Butto nel secchio uova e yogurt scaduti da due settimane, faccio spazio per le cotolette e i tortellini, poi mi metto a tavola guardando il posto vuoto accanto a me. Oggi quantomeno mi sono risparmiato la scena patetica di apparecchiare per due. Stavo per farlo, ho sentito il braccio tendersi per afferrare l’altro bicchiere. Sulla sedia c’è la gatta, osserva il ragù con occhi spiritati. Hai già mangiato, le dico.
Mentre lavo i piatti il silenzio mi uccide. Su Netflix, fra i continua a guardare c’è ancora Peaky blinders ma no, è ancora presto. Perdo qualche minuto per toglierlo dalla lista e torno a sfogliare le serie in cerca di una serie nuova, qualcosa da cui ripartire.
Durante la terza puntata di Bojack Horseman mi scrive Sergio. Incantesimi di cura ne hai?
Non sono un chierico, rispondo. Contro i draghi funziona solo una cosa.
Cosa?
Teleport.
Mago cagone, e accanto l’emoji che piange dalle risate.
C’è anche un messaggio di Chiara. Ci sono sempre, lo sai.
Scorro le altre chat. Gruppi di compleanno, quello di lavoro – il messaggio di Fabio col braccio muscoloso come a dire forza, ce la facciamo –, decine di come stai? non risposti. Vado indietro, due settimane, tre settimane, due mesi. La smetti di mangiarti i miei yogurt, aveva scritto Valeria con l’emoji rossa di rabbia. Le avevo risposto che tanto li avrebbe fatti scadere come sempre e poi dovevo sbolognarmeli io. Stavolta non li faccio scadere, anzi comprane altri.
Il suo ultimo messaggio.
Allora scorro su, i giorni si riavvolgono mentre sotto gli occhi mi passano cuori rossi e neri, audio, domenica andiamo al lago?, sei un rompipalle, c’è aria di crisi in ufficio, ho un ritardo, ti amo, Calzetta me la stai trattando bene?, ti amo, ho il ciclo. Vorrei che fosse così semplice tornare indietro, che bastasse andare su col pollice per provare a rifare tutto.
Svuoto la ram, riapro WhatsApp ed è di nuovo oggi. Mago cagone, dice Sergio; Ci sono sempre, lo sai, dice Chiara.
La gatta mi guarda, anzi guarda la porta dietro di me, lo fa spesso. Mi volto, non c’è niente. In questa casa vivo da solo.
Mi lavo i denti, il telefono vibra, Luca dice che avevo ragione, è stato quasi un game over, ci ha salvati il teletrasporto. Non gli dico che i teletrasporti li avevo finiti, sennò poi Massi ci fa rigiocare tutto. La prossima volta vengo, scrivo, mi maledico, seleziono il messaggio, ma prima che riesca a premere sul cestino la doppia spunta diventa blu.
Daje, scrive.
Do la buona notte a mia madre ma a quest’ora è già andata a dormire. Le scrivo che dopodomani sono a pranzo da loro, che sto meglio, ho solo bisogno di tempo.
Non so perché le scrivo queste cose.
Mi sveglio durante la notte, la gola riarsa. Prendo la bottiglia, faccio un lungo sorso, quando la poggio si schianta a terra e si infila sotto al letto. La gatta acciambellata dal suo lato si agita, scende e per qualche minuto sento la bottiglia rotolare, poi uno sgranocchiare in cucina.
Tasto il materasso, il cuscino freddo e deformato e da quel momento non mi riaddormento più.

La testa mi esplode, prendo un oki, mi confondo e lo mescolo nel caffè, me ne accorgo solo dopo averlo bevuto. Svuoto la caffettiera dentro un barattolo, ce n’è abbastanza per altre due colazioni.
Sull’autobus leggo le mail di lavoro. Trovo assurda la gente che manda mail alle otto e mezza. Segno quelle importanti, inoltro un paio di fatture all’amministrazione, appunto su Calendar gli impegni di oggi.
Su Instagram metto cuori a caso – perlopiù carlini vestiti male e parodie del Signore degli anelli – smetto di seguire un paio di gamer che ormai hanno stufato. Scorro di nuovo le foto del profilo di Valeria, quasi tutte con un mio commento e un cuore. Noi al lago, lei con le amiche di università, una foto per i nostri sette anni. Torno alle foto in cui è stata taggata, in gran parte feste di laurea e scatti con la squadra. In tutte – tutte, nessuna esclusa – c’è il cuore di marc.7, lo stesso che la stringe nella foto della vittoria contro il team di Civitavecchia. Ha il profilo privato, lo cerco su Facebook ma non ricordo il cognome, allora vado su quello di Valeria. Come ogni giorno, da oltre quattro mesi a questa parte, sua sorella ha postato qualcosa: ieri una foto del diciottesimo, l’altro ieri un video di quando erano bambine. La bacheca di Valeria è piena di scritte: ti voglio bene cugina, sei stupenda, ora sei lassù fra gli angeli.
Io non le ho mai scritto niente in questi mesi. Non lo facevo prima, se non per gli anniversari o per dedicarle una canzone, e non ho intenzione di iniziare ora. La amo in silenzio, a distanza, com’è giusto che sia: la amo attraverso i suoi pensieri su Facebook, le foto su Instagram in cui sorride e si concentra per affrontare una partita o un esame, le conversazioni su WhatsApp contro le quali si infrangeva la nostra quotidianità. È tutto lì, in quei codici sorgente che attraverso le interfacce diventano immagini e suoni, in quella zona superficiale delle nostre personalità. Ciò che di più rilevante resta di lei, invece, è fra le mura di casa nostra: in un libro lasciato a metà sul comodino, nel cibo che ormai marcisce nella spazzatura, nei capelli incastrati fra i denti del pettine, accanto al suo spazzolino consumato, al suo asciugamano. E la gatta, che pare non accorgersi di niente, salvo poi restare a fissare la porta da cui ogni giorno, per tre anni, ha visto rientrare la sua padrona.
Trovo Marco Sette fra le amicizie, nella immagine del profilo è in procinto di fare una schiacciata. Sollevato da terra, lo sguardo fiero, pare ultraterreno, una divinità nordica. Sopra il commento della madre – Mi manchi bambino mio – ce n’è uno più vecchio di Valeria: Quanto spacchi su sta foto!
In ufficio tutti continuano a essere gentili, Fabio non mi rinfaccia la mezz’ora di ritardo. Al posto delle condoglianze dei primi giorni e del silenzio imbarazzato quando poi è sbucata fuori la verità, ora abbiamo questa sterile cordialità. Penso a quel primo giovedì dopo l’incidente, poco prima di natale, quando mi sono trovato a fare congetture assurde per giustificare il fatto che la macchina che era finita fuori strada fosse quella del suo allenatore. Alle domande di Sergio sul perché fossero insieme in quel momento, rispondevo che stavano andando a una partita, che era tutto ok, sì insomma non era ok il fatto che fossero morti, quello no, ma che andassero insieme sì.
Tania mi aveva confermato che la partita era stata annullata per la neve, non riusciva farsi una ragione di quello che era successo.
Erika invece sì: l’alzatrice della squadra sapeva tutto ma riteneva non fossero affari suoi.

Mentre Chiara mi parla dell’ultimo esame della sessione e di una mostra che vorrebbe andare a vedere, senza motivo mi torna in mente la volta in cui ho conosciuto quel bastardo. Era circa un anno fa. Tu sei il famoso Paolo, aveva detto stringendo forte la mano. Solo il meglio per Valeria, aveva detto.
Poi Chiara va in bagno, quando torna mi trova a sfogliare la cartella delle immagini e s’incazza. Dice che devo smetterla, che si sta sforzando di propormi cose per farmi uscire – è luglio, dice, senti come si sta bene, e tu vuoi fare la muffa dentro casa – e non merita la mia indifferenza. Vorrei dirle che non me ne frega un cazzo che si sta bene, che se pure uscissimo insieme e scopassimo, al posto della sua faccia vedrei quella di Valeria, e se sono fortunato non sarebbe quella maschera di cera che ho impressa dal giorno del funerale, ma il volto che mi diceva ti amo socchiudendo gli occhi, che mi stampava un bacio piccolo sulle labbra appena fatto l’amore.
Lo sai che me la sogno tutte le notti? vorrei dirle, invece resto zitto a prendere insulti finché non se ne va.

La gatta miagola disperata, mi si struscia addosso, la smette solo quando le metto la mezza scatoletta. Metto la prima puntata dell’ultima stagione di Bojack Horseman mentre taglio le carote e i pomodori per l’insalata.
Poi Facebook mi sputa addosso la foto di noi due insieme lo scorso anno e la serata passa così, con me che ripercorro tutti i 5 agosto, fino a quello di nove anni fa. When everything’s meant to be broken, scrisse quel giorno, I just want you to know who I am. E sotto, fra i commenti: Grazie per la bella giornata, e poi un cuore.
Devi pensare solo a te stesso, ha detto Luca qualche giorno fa bevendo una birra sul Lungotevere. Io ho fatto così dopo Ilenia. Mi sono ripreso il mio tempo.
Sì, gli ho detto, ma almeno tu a Ilenia glielo puoi urlare che è stata una stronza.
La mattina dopo trovo la gatta che mastica il tonno dell’insalata lasciata sul tavolo.
Poi mamma mi chiede se voglio tornare da loro, solo per qualche tempo, adesso che l’azienda ha chiuso. Non dice quella parola: disoccupato. La ringrazio, sarebbe bello ma non posso lasciare la gatta da sola. Portala, che problema c’è. Mastico con lentezza le fettuccine, poi dico che Calzetta si abitua male ai cambiamenti, almeno a casa sta tranquilla che c’è ancora l’odore di Valeria.
Lei mi guarda, guarda mio padre che alza un sopracciglio, poi mi tocca la mano e dice se voglio andare almeno una settimana con loro in campagna.
Vediamo, qualcosa mi invento. Forse vado con gli altri. Non le dico che sono già partiti tutti.

Mi annusa, si struscia, fa le fusa. Mentre l’accarezzo realizzo che le giornate vanno accorciandosi.
Cerco una scatoletta ma non ne trovo. Svuoto i cassetti, la credenza, tutto, mi ritrovo a fare una lista delle cose da buttare e di quelle che mancano. Nella pasta trovo le farfalle, nell’armadio i suoi vestiti invernali.
Quasi un anno, dico. Quasi un anno.
Più tardi scendo giù, infilo due bustone di immondizia nei secchi e do un’occhiata alle note del telefono per vedere se manca qualcosa.
Sotto le coperte cazzeggio ancora un po’ col telefono, mi ritrovo a leggere la solita buona notte della sorella sulla bacheca. Apro Messenger, le chiedo come sta. Risponde subito Ehi Paolo, da quanto tempo. Piano piano ce la facciamo. Tu?
Mi volto verso il lato vuoto del letto e lei è lì. Si lecca la zampa, tutta nera tranne per quel ciuffo bianco intorno alle dita. Alza il muso, sembra sorpresa di vedermi, si fa vicina.
Ricordo la prima notte dopo l’incidente. Lei che annusa ogni vestito, miagola e salta sui mobili, io che sul balcone gelo fissando il bicchiere macchiato di rossetto, rimasto lì dal giorno prima. Continuo a mormorare dio ti prego, dimmi che non è vero. Ti prego, dio.
Sulla chat di gioco scrivo che dopo la pausa estiva facciamo una mega sessione giù in campagna da me, con brace e tutto. Sergio scrive Grande, Jerico è pronto a spaccare culi!
Calzetta dorme sul mio braccio, ogni tanto scatta per un tuono che rimbomba dentro la stanza ma si calma quando le poggio la mano sulla testa.
Poi scrivo a Chiara, le chiedo se domani vuole andare a Napoli a mangiare la pizza. Guido io, aggiungo, ho proprio voglia di guidare un po’.
Magari restiamo qualche giorno, che ne dici?