La macchina del tempo

Capii che la bustina l’avevo dimenticata a casa del nonno quando, tornato da lui dopo un’ora, trovai sul tavolo della cucina la teiera rovesciata e vidi lui passare in corridoio facendo il moonwalk di Michael Jackson. L’aveva visto in TV il giorno prima. Di solito non ne portavo mai lì, ma dopo sarei andato direttamente all’osteria dell’Orso, che si trova a soli trecento metri, dove mi aspettava Marica per cena. A quanto pare, mentre parlavo col nonno, mi era caduta dalla tasca.
Per circa un minuto mi godetti lo spettacolo di lui che faceva avanti indietro per il corridoio, ridendo come un matto; poi lo fermai, lo feci sedere in cucina e rimasi per qualche minuto a guardarlo. Non smetteva di ridere. Erano anni che non vedevo quel sorriso sdentato. Forse l’ultima volta era stato al funerale della zia Concetta, quando, mentre Zia Venera, inginocchiata accanto alla bara, piangeva sua sorella, il prete, girandoci intorno per la benedizione, l’aveva colpita in testa con l’incensiere. Nonna Esterina aveva piantato una gomitata al nonno e gli aveva ordinato di uscire dalla chiesa. Lo avevo accompagnato fuori mentre lui sghignazzava e gli altri convenuti al funerale lo guardavano dai banchi trattenendo le risate, chi per rispetto alla defunta, chi, come un paio di politici, per mantenere un contegno. Zia Concetta era stata la fruttivendola più influente del mercato rionale, esprimendo dalla bancarella opinioni e giudizi a cui in tanti si accodavano e quei due avevano puntato su di lei per raccattare un bel po’ di voti alle elezioni comunali di quella domenica. Peccato, li avevo sentiti sussurrare, che la vecchia fosse schiattata così presto: non avrebbe partecipato all’ultimo giorno di campagna al mercato.

Mentre il nonno rideva, esaminai l’interno della teiera, cercando la bustina. Con quello che mi era costata l’avrei usata lo stesso, anche se bollita: quel giorno ne avevo bisogno. La trovai e la tirai fuori.
«Che fai? – disse il nonno ancora ridendo – Se vuoi del tè prendine una nuova. Sono là, sul pensile».
«Nonno, come ti senti?»
«Una meraviglia. In corridoio ho pure incontrato la nonna.»
Lei era morta tre anni prima. Ogni giorno, dopo due chilometri a piedi per andare in ospedale, lui l’aveva imboccata sorridendo e accarezzata, mentre lei, infastidita, lo allontanava con la mano e gli sputacchiava la pastina sulla cravatta.
Una mattina, arrivato in corsia, l’avevo trovato seduto, incurvato e invecchiato: i medici lo avevano fatto sedere e informato. Al funerale zia Esterina aveva evitato di inginocchiarsi vicino alla bara, visto che il prete era lo stesso dell’altro funerale. Si era seduta accanto a me e mi teneva la mano. Quelle tre sorelle erano state come una molecola: dove andava una, andavano le altre. Se una andava dal medico, le altre l’accompagnavano. Parlavano una specie di dialetto tutto loro, una versione modificata del siciliano con parole dal significato incomprensibile, tipo sbarrucchiarisi, che col tempo immaginai volesse dire spaventarsi ma ridendoci sopra, tipo “il gatto è comparso sul davanzale e mi sbarrucchiai”. Per una cosa del genere potevano ridere un quarto d’ora e farlo in sincrono.
Il nonno, se le vedeva ridere, si avvicinava chiedendo cosa avessero detto, ma loro si rifiutavano. Ogni cosa diventava un loro segreto. Lui si incazzava, tirava una bestemmia e loro, sempre in sincrono, si facevano il segno della croce e gliene dicevano di tutti i colori.

Nonno guardava la teiera.
«Buono era sto tè. Un po’ diverso da quello solito. Dove me l‘hai comprato? Da Gino?»
«No, Nonno. Quella bustina è finita lì per sbaglio.»
«E chi ce l’ha portata?»
«Io. Me l’ha data Marica.»
«Che brava quella ragazza. Le dici se me ne fa avere un altro po’?»
«Mi sa che l’ha finito.»
«Peccato. Come sta?»
«Bene. La vedo più tardi, ceniamo all’Orso.»
«Fammi un favore. Quando te ne vai di qua, prima di andare a cena, passa dal cimitero, tanto è di strada. Lo so che a quest’ora è chiuso, ma mi basta che mandi un bacio alla nonna da dietro il cancello.»

Passai dal cimitero e, dato che il chiosco del fioraio era ancora aperto, comprai un mazzo di narcisi. Arrivai all’osteria dell’Orso alle otto.
«Sei dolce» disse Marica odorandoli.
«Hai fame?»
«Da morire. Bistecca fiorentina?»
«Ok.»
«Come sta tuo nonno?»
«Come uno che aspetta.»
Le raccontai della bustina e la feci ridere: era l’unica cosa che la faceva dimenticare la macchina del tempo.
«Quando mi porti a fargli visita?»
«Quando vuoi.»
«Certo però che trasportarmi per quattro piani di scale.»
«Non importa. La prossima settimana organizziamo.»
«Perché non si trasferisce in un palazzo con l’ascensore?»
«Sei impazzita? L’ultima volta che mia madre gliel’ha proposto, lui ha tirato una bestemmia che pure Gesù nel quadro s’è tappato le orecchie.»
«Scemo.»
Chiamai il cameriere.
«Cosa vi porto?»
Lei non riusciva a smettere di fissare la cintura di quel ragazzo, logora e prolungata con dello spago, tanto che lui, con il taccuino e la penna in mano, fingendo indifferenza, le lanciava delle occhiate. Io sapevo perché lo guardava: lei detestava la povertà. Detestava la cosa per cui era ancora su quella sedia a rotelle. Se solo suo padre non fosse stato così coglione da fidarsi di quell’uomo e investire la sua liquidazione in quei fondi: niente più soldi, niente operazione. Lei non gli aveva più parlato.
Il ragazzo tornò cinque minuti dopo con una caraffa di vino rosso e due bicchieri. Marica gli sorrise e lui ricambiò. Brindammo alla salute del nonno. Le stava simpatico, diceva. Una volta, poche settimane dopo l’incidente, l’aveva incontrato per strada; lui le aveva fatto il baciamano e a lei quella cosa antica aveva fatto impressione, le era sembrato di viaggiare nel tempo. Così, da quel giorno, ogni volta che parlava della sua sedia a rotelle, la chiamava la macchina del tempo.
«Oggi ho lasciato il lavoro.»
«Cosa?»
«Sì, ero stufa di stare in quella scuola.»
«E adesso?»
«Vado a fare altro.»
«Tipo?»
«Viaggiare.»
«Nel tempo?»
«Anche. Tornerò indietro.»
Lo disse sorridendo.
«In che senso?»
«Con i soldi che mi danno di liquidazione e un prestito di mio fratello me ne vado a Milano, a farmi operare.»
«Che bello. Ti ci porto io.»
«No. Voglio andare da sola. In questo guaio ci sono entrata con le mie mani e con quelle voglio uscirne, anzi, con i miei piedi.»
Il ragazzo ci servì due piatti fumanti.
Marica vide la sua fiorentina e gli occhi le si accesero.
«Queste le offro io.»
Riempii i bicchieri.
«Ai viaggi.»
«Cin.»

Erano le undici quando la accompagnai a casa di suo fratello.
«Quando parti?»
«Tra un mese. Devo prima fare un po’ di esami. Ci vediamo, comunque.»
L’abbracciai, aspettai che entrasse nel portone e mi incamminai. Decisi di ripassare dal cimitero, per lasciare un altro bacio alla nonna e raccomandarle la mia migliore amica. Nel parcheggio c’erano due ragazzi su una Vespa. Uno aveva i capelli lunghi e mi guardava torvo; aveva in mano qualcosa, una bustina, credo. Probabilmente mi scambiò per un poliziotto, perché si rimise il casco, chiamò il suo amico che pisciava rivolto al muretto, accese il motore e i due andarono via. All’altro era caduto qualcosa da una tasca e mi chinai a raccoglierlo. Era un biglietto da visita di un centro tatuaggi.
Pensai a Marica e al suo viaggio nel tempo, poi ai miei quarant’anni, di cui almeno trenta da bravo ragazzo, ordinato, elegante e triste. Perché anch’io non avrei potuto viaggiare nel tempo? Magari tornare a quel giorno in cui, dovendo decidere se iscrivermi alla facoltà di economia o partire per un viaggio intorno al mondo, avevo scelto la via preferita dai miei. E pensare che avevo già comprato uno zaino bellissimo, verde militare, di quelli con quei tessuti tecnologici che dalle vetrine ti ispirano avventura e ti fanno venire la voglia di partire, pieno di tasche e di lacci a cui avrei appeso le mie scarpe di ricambio e qualche sogno. Ricordo ancora che nei mesi successivi mio padre si era affrettato a dire a tutti i suoi amici che quella scelta l’avevo fatta io, senza che loro mi avessero minimamente condizionato.
Il centro tatuaggi. E se fossi ripartito da lì? Se avessi preso una decisione e l’avessi stampata sulla pelle? Un bel nuovo inizio, la prima cosa definitiva che decidevo da solo.
Mandai un bacio e una preghiera alla nonna anche per me.

Pensai a quella cosa per tre giorni e tre notti. Poi, una mattina, accesi il computer e cercai immagini di tatuaggi per sceglierne uno. Non avevo mai deciso nulla così velocemente in tutta la mia vita. Animali, simboli, disegni tribali. Andai avanti per almeno due ore, finché non vidi un piccolo disegno, raffigurante in modo stilizzato un gatto nell’atto di spiccare un salto. Mi piacque subito. Adoravo i gatti: erano così simili a me, nello scappare davanti al pericolo e tirare fuori le unghie solo quando proprio non c’è via di fuga. Telefonai al centro tatuaggi e presi un appuntamento.
Due giorni dopo ne uscii con quel marchio sulla spalla. Mi dissi che da quell’inchiostro sarebbero fiorite cose nuove. Andai subito in un negozio di elettronica e mi comprai un telefono nuovo, uno di quelli per cui la gente fa la coda sin dalla notte il primo giorno di vendita. Passai la sera a giocarci e mandai un messaggio a Marica, informandola della mia decisione, allegando una foto del tatuaggio. Mi rispose con una di quelle faccine che sorridono, come a dire che da tanto tempo aspettava che facessi quel salto, e la foto delle sue due dita incrociate. A mezzanotte, dopo la terza canna, mi misi al computer e imbastii una bozza di lettera di dimissioni, che avrei inviato l’indomani alla Costrizioni s.r.l., come io chiamavo la mia azienda, la Costruzioni s.r.l.. A ogni carattere che digitavo mi sentivo sempre più libero. Cancellai parecchie frasi con cui sottolineavo quanto stronzi fossero i miei datori di lavoro. In fondo, mi dissi, non servivano: loro sapevano già di esserlo. Asciugai il testo fino ad arrivare alla massima sintesi, imbustai e andai a dormire con il cuore che martellava.

Mi svegliai all’alba e, come certi anziani, alle sette ero davanti all’ufficio postale per spedire la raccomandata: prima l’avessi fatto, meno avrei rischiato di ripensarci. Dopo poco più di un’ora, mentre l’ufficio apriva, scorsi in lontananza sul marciapiede il nonno che si avvicinava. Non ero pronto a dirgli della mia decisione, avevo paura del suo giudizio, così mi nascosi fra le persone che si accalcavano per entrare. Lui passò lì vicino e procedette oltre. Lo vidi allontanarsi fischiettando e salutando un paio di coetanei.
Uscito dall’ufficio però, lo trovai seduto su una panchina di fronte. Mi fece cenno di avvicinarmi.
«Si può sapere cosa avevi di così misterioso da fare lì?»
«Mi hai visto prima?»
«Certo. Sono rincoglionito, ma non del tutto.»
«Una cosa importante.»
«Sentiamo.»
«Ho lasciato il mio lavoro.»
«Allora non sono l’unico rincoglionito. Scherzi?»
«No.»
«E come mai sto colpo di genio?»
«Perché è tempo.»
«Tempo?»
«Tempo di viaggiare.»
«Poche minchiate. Cos’hai in testa? Te ne vuoi andare a rubare come quei due fessi che c’erano al funerale di zia Concetta? Te li ricordi? Poi sono stati eletti e sono già in carcere.»
«Ma no. Ho un’idea.»
«A posto siamo.»

Conclusi la mattina in un bar, a riposarmi dalla fatica fatta per spiegare al nonno cosa avevo in testa e il bello era che non ero nemmeno sicuro di esserci riuscito, perché ero io il primo a non averlo chiaro. Ai miei l’avrei detto giorni dopo; in fondo non era così importante. Avevano avuto già dieci anni buoni per vantarsi del figlio che aveva un’ottima posizione e faceva tanti soldi, quindi, al massimo, da quel momento in poi avrebbero semplicemente fatto finta di niente e continuato a raccontare quella cosa ai loro amici.
Cominciai a immaginare il mio viaggio, rigorosamente in treno, con tappe relativamente brevi, non più di quattro ore per volta, visitando palmo a palmo l’Italia, poi la Francia, poi la Spagna, per fermarmi magari qualche mese in Portogallo. Era lì che mi sarebbe piaciuto passare un pezzo della mia vita. Conoscevo due di Bologna che a Faro, nell’Algarve, avevano aperto un piccolo bar e i loro occhi luccicavano. Volevo che anche i miei lo facessero.

Marica mi telefonò sei mesi dopo da Milano, appena uscita dall’ospedale con i suoi piedi. Io ero a Lione, seduto su una panchina a pianificare lo spostamento successivo.
«Sono uscita a fare due passi – fu il suo esordio. La sentivo ridere di felicità mentre lo diceva.»
«Che bello. Quale sarà il tuo primo atto ufficiale?»
«Regalare la macchina del tempo.»
Sollevai la manica della t-shirt e guardai il mio tatuaggio.
«Scegli bene a chi regalarla. Quella macchina è miracolosa.»
«Che vuoi dire?»
«Te lo spiego quando verrai a trovarmi in Portogallo. Lo farai?»
«Certo. Verrò a piedi.»
Finita la chiamata, tirai fuori l’occorrente per fumare e mi venne in mente il moonwalk del nonno. Presi il telefono e lo chiamai.