I bambini del patio

Risponde alle domande in un forum. È un procedimento complicato e delicato, odioso e allo stesso tempo sublime, che lo fa soffrire nonostante risponda solamente a due o tre domande al giorno. Non si sente capace di abbandonarlo. Cos’altro potrebbe fare altrimenti? Fabiola gli porta la colazione molto presto, apre le tende, alita sui vetri, e la prima cosa che dice dopo «Che Maria una buona giornata ci dia» è «Le accendo il computer».
Quasi ogni giorno è tentato si lanciarle una fetta di pane addosso. Non lo fa perché lei è la sua unica compagnia in quella casa enorme.
Dopo aver mangiato, Níbal si mette alla scrivania e inizia a digitare risposte, tra un sospiro e l’altro. Fabiola pulisce i soprammobili con uno straccio umido o entra nel bagno con una cesta per raccogliere le mutande che lui lascia per terra dopo la doccia. Lei fischietta canzoni cristiane. Lui si sforza di non sentirle mentre legge sullo schermo. Deve ricordare, tra una lettera e l’altra, tra una distrazione e l’altra, perché si connette, perché si prende il disturbo di rispondere.
Per non annoiarsi.
Per non annoiarsi per via della malattia.
E, forse, per essere consapevole, giorno dopo giorno, di non essere l’unico ad avere dubbi in questa terra desolata di tremori, di disperazione.
È da tanto tempo che lo fa; ormai ha perso il conto degli anni. Dopo poco tempo i suoi amici avevano smesso di rispondere ai suoi messaggi e, se gli rispondevano, era per comunicargli grandi notizie che lui preferiva non rovinare con risposte in cui, inevitabilmente, ricordava loro che stava morendo. Non ha più senso scrivergli. Lui è lontano e perso, e anche loro sono lontani e persi, ma credono di trovarsi in un punto in cui ogni cosa è sicura, ben in vista e raggiungibile. Lui no. Non c’è modo che Níbal possa andare d’accordo con questo genere di persone. I primi tempi tentava di convincersi che la cosa non gli importava, che così sarebbe stato bene, ma mentiva a sé stesso. Si sentiva molto solo. I forum furono la soluzione. I forum sono in via d’estinzione – Facebook e Twitter sono i loro meteoriti – e così attraggono persone che condividono la stessa miseria. È verso di loro che Níbal prova empatia.
Quello che lui visita si chiama Q&A. È un forum dal nome poco originale, ma molto chiaro. Níbal è registrato con lo pseudonimo Merodeador87. All’inizio, nel forum si trovavano domande quotidiane, quasi stupide – Come si usa il limone per lucidare le forchette e i cucchiai? – e, con il passare del tempo, si è fatto più triste, profondo, a causa di quell’oscura pressione che tormenta gli utenti rimasti. Sono pochi. Mille al massimo. Níbal controlla la lista di chi è connesso. A volte pensa che mille utenti siano molti, tanti che si sente quasi oppresso. Altre crede che mille non siano in realtà che uno, e si sente ancora più solo.
La mattina del caso di Graciela legge vari post in Q&A, nel giro di pochi minuti. Non risponde a tutti, è impossibile. Ignora quelli che trattano comuni questioni di coppia – Come lo recupero se se n’è andato con un’altra? – e quelli a cui né lui, né nessun altro, può rispondere – Come mi trasformo in una foglia che vola sospinta dal vento? Seleziona quelli che ne valgono la pena. In quest’occasione, ce n’è solo uno:
Garbo2011: Mi chiamo Graciela Uriarte. Sì, so che non è necessario dirvi il mio nome, che basta il nick; non sono stupida, no; ma non credo sia educato da parte mia cominciare una discussione in questo forum senza prima presentarmi. Sono una donna sposata e non ho figli per motivi personali. Ho studiato Economia e Finanza. Vi piacciono i numeri? Immagino di sì. O magari no. A me no, non mi piacciono i numeri, ma mio padre voleva una figlia che lavorasse in banca. Lui ha lavorato tutta la vita proprio di fronte a una banca – era una guardia giurata in un magazzino – diceva che voleva vedermi sfoggiare un bel completo verde, un foulard a righe blu al collo, tacchi a spillo e un cartellino dorato. La verità è che lui voleva vedermi vicino al denaro, come le cassiere che ammirava ogni giorno. Non ho potuto soddisfarlo. Non m’importa. È morto otto anni fa. Ad ogni modo, non sono brava coi numeri, non sono brava a partorire o ad assistere familiari, soddisfare le loro aspettative; non sono brava neanche a risolvere i piccoli problemi dell’età adulta: una volta mi sono ritrovata a piangere nella vasca e all’improvviso mi sono messa a ridere di me stessa, senza sapere perché. Sentirmi disorientata è qualcosa di naturale in me. Perciò mi dedico a innaffiare le piante e a preparare le banane fritte, perché mio marito mi mantenga. Non è una vita felice, neanche triste; mi piace pensare che sia semplicemente una vita.
Vogliate scusare questa presentazione così lunga. Volevo solo che aveste chiara una cosa: passo molto tempo in casa e non c’è nulla di lei che mi passi inosservato. Siamo inseparabili. Tutto quello che accade in casa mia accade nel mio corpo.

Níbal legge con attenzione, soppesando quello che sente di aver in comune con questa donna, con Graciela: quasi nulla, eccetto la reclusione. La differenza è che lui non conosce così bene casa sua come lei. Níbal scrive nella sua stanza, telefona ai familiari nella sua stanza, guarda fiorire la bouganville dalla sua stanza, riceve il medico nella sua stanza, muore nella sua stanza. Ma al di là della sua stanza, casa sua è territorio di Fabiola, un territorio dimenticato che lei solamente si dedica a pulire.
Questo però non gli impedisce di comprendere Graciela: la reclusione, pur essendo diversa, è uguale in tutti i casi.
Mi sono accorta che un bambino viveva nel mio patio fin dall’inizio. Ha montato una tenda con lenzuola e manici di scopa, ed è rimasto lì. È un bambino di circa dieci anni, con i capelli neri e occhi molto grandi. La cosa più caratteristica è il suo naso aquilino, che rende il suo viso un po’ più brutto. Quando i suoi genitori vivevano nella casa accanto era il tipico bambino che piangeva ogni volta che lo mandavano a lavarsi, o che rideva a crepapelle quando gli compravano un nuovo giocattolo. I suoi genitori hanno la stessa età mia e di mio marito – vicini ai trenta – anche se sembravano più vecchi. Io credo che fosse per via dei vestiti che portavano. Erano tutti scoloriti, sfilacciati, spacciati.
Il bambino andava a scuola con un’uniforme di varie taglie più piccola. Io lo incrociavo per strada e mi dicevo, alquanto contrariata: «Se io potessi avere un figlio, non permetterei mai che andasse in giro come lui».
Immagino che abbia scavalcato il muro che divide le nostre case. Non è un muro molto alto e lui è un bambino dalle ossa lunghe. Il mio patio è piuttosto ampio e devono essergli particolarmente piaciute le mie piante di aloe, che creano una verdezza densa alla vista. O questo è quello che immaginavo all’inizio. In fondo, i bambini vanno nei patii solo per giocare un po’; l’idea di un bambino che volesse stabilirsi definitivamente in un patio mi lasciava decisamente perplessa. Non ne ho parlato molto con lui, dato che è diventato molto più cauto (suppongo che prima non lo fosse).
Lui parla solo degli argomenti che gli risultano meno aspri.
«Ciao» andai a salutarlo quel giorno. «Che ti è successo? Hai litigato con i tuoi genitori?»
Lui negò scuotendo la testa e si mise a piangere. Capii subito. Molti genitori stavano facendo la stessa cosa nel quartiere e non fu difficile comprendere in che stato si trovava quel bambino.
Gli diedi da mangiare. E quando arrivò mio marito ci dedicammo a migliorare la sua tenda rudimentale. Certo, per prima cosa gli dicemmo che poteva entrare e far parte della famiglia senza alcun problema; essere una specie di figlio adottivo (un’idea che entusiasmò mio marito, che aveva sempre voluto un figlio maschio), ma il bambino rispose che preferiva restare nel patio. Rimase nella sua tenda che, sinceramente, per quante migliorie apportammo, continua tuttora a sembrare la casetta di un cane.
Al bambino piace molto il patio. Se sta nella sua tenda, a volte lo sentiamo ripetere ad alta voce le sue lezioni – perché è tornato a scuola, grazie alle mie insistenze – o, se sta fuori, dalla finestra lo vediamo giocare con dei rametti, come se questi fossero persone che danzano intorno a lui. Mio marito gli ha detto che può andare a giocare con altri bambini, al parco o a un campo da calcio, ma rifiuta anche questo.
Per inciso, il fatto che lui non voglia vivere in casa con noi non significa che non entri mai. Usa il bagno, aiuta mio marito a riparare qualche perdita, parla con me nel portico dei suoi compagni di classe, a volte si siede con noi in sala da pranzo e guarda i cartoni animati quando ha finito i compiti. Ma non vuole che gli diamo una camera tutta sua. Proprio non vuole. Gliel’abbiamo proposto diverse volte. Lui cambia discorso o ripete che no, non vuole, finché non ci stanchiamo di chiederglielo.
Immagino, e per favore, ditemi voi se sbaglio, che il bambino sia venuto a vivere nel mio patio perché in casa sua si sentiva molto solo e forse pensava che qui sarebbe stato meglio. Voglio dire, nel mio patio almeno ha contatti con altre persone. Tuttavia, non vuole vivere con noi completamente, perché sa che non potremmo mai sostituire quella compagnia che aveva prima.

Alle dieci interrompe la lettura del post di Graciela. Manda giù un cocktail di pastiglie, una ad una, senz’acqua, producendo molta saliva e pensando all’amarezza della sua routine. Alle dodici aspetta che Fabiola entri nella sua stanza e, quando questa lo fa, lui le dice quello che vuole per pranzo: zuppa di pollo, senza cipolla, e una bibita al tamarindo. Fabiola annuisce, gli dice che più tardi andrà al mercato a comprare del tamarindo perché non ce n’è più, gli racconta che fuori si sta benissimo – sta finendo l’estate e soffia una brezza rilassante da est a ovest – e si rende disponibile ad aiutarlo a scendere le scale e accompagnarlo a fare un giro per il parco della residenza. La residenza è lussuosa, con alberi alti e orgogliosi quanto i loro proprietari, tra le cui chiome si trovano le videocamere di sorveglianza. Ci sono anche le guardie ai portoni. E una recinzione elettrica, due piscine, un campo da tennis e un centro yoga. I suoi abitanti portano fuori la spazzatura con gli occhiali da sole, possiedono più di un’auto, sono molto alti e parlano inglese, una lingua che Níbal non capisce bene.
Risponde a Fabiola che no grazie, grazie, sono troppo grasso e stanco per queste peripezie. Fabiola gli dice che non c’è problema, no, e si prepara per uscire. Lui la trattiene con una domanda strana: «A lei piacerebbe vivere in un patio?»
Fabiola è abituata a questo genere di domande. Più che sorprendersi, l’unica cosa che fa è rispondere con la massima sincerità. In ogni caso, Níbal capisce sempre quando mente o da una risposta evasiva, e lei cerca di non dargli un dispiacere.
«Sì» dice. «Se mi sento a mio agio perché no?»
I suoi genitori se ne sono andati a lavorare lontano. Non l’hanno portato con loro perché lontano non è un posto dove un bambino possa crescere come si deve. Il bambino è già abbastanza grande per poter badare a sé stesso, o questo almeno dev’essere quello che si sono detti per farsi coraggio prima di partire. Gli hanno insegnato a cucinare, gli hanno spiegato dove doveva andare a pagare le bollette, gli hanno descritto per bene come usare il detergente e il cloro, si sono liberati del cane perché non avesse un’altra cosa a cui pensare e gli hanno appuntato un numero di telefono, con più di dieci cifre, da chiamare in caso di emergenza. Se ne sono andati all’alba, senza svegliarlo, per evitare i pianti.
Sono già due anni che sono all’estero. Là sì che hanno un lavoro, e guadagnano bene, però i vantaggi che hanno ottenuto finiscono qui.
Questo non me l’ha raccontato lui, certo che no. Me l’ha raccontato Eduardo, suo zio. È un ragazzo che viene a fine mese con del denaro che mandano i genitori del bambino. Non si ferma mai in casa più del tempo necessario. Lui ed Eduardo non hanno un gran rapporto; si vedono, si stringono la mano, non si sorridono e poi si salutano. È uno di quei casi in cui i familiari si vedono costretti ad essere familiari. Io questo lo capisco ma ho comunque chiesto ad Eduardo se non gli piacerebbe che vivesse con lui, il bambino, a casa sua. Io sono molto contenta che lui sia qui, nel mio patio, gli ho detto. Non è il posto migliore che posso offrirgli, ma è il posto che lui ha scelto e mi fa piacere aiutarlo. Ciò nonostante, è lei il familiare più vicino e questo nessuno lo può cambiare. Non c’è niente come la famiglia.
Eduardo è arrossito e si è girato dall’altra parte. A voce bassa, però deciso, mi ha risposto: «Mi dispiace. È che io ho già una vita oltre a questo».
E se n’è andato.
Ad ogni modo, il bambino sta bene. O almeno bene come può stare qualcuno nella sua situazione. Un po’ alla volta stiamo cercando di migliorare la sua permanenza nel patio. Al prossimo stipendio, mio marito comincerà a risparmiare per costruirgli una “tenda” più grande e meglio fornita, che in realtà sarà come una casetta (almeno non una per cani), e che però continueremo a chiamare “tenda” perché il bambino non interpreti qualcosa che non vuole. Il denaro che inviano i suoi genitori va anche quello a un libretto di risparmio: è probabile che il prossimo anno il bambino avrà il suo computer e la sua bicicletta. So che i suoi genitori gli mandano questo denaro in modo che lui si compri cibo e vestiti, Graciela, mi dice mio marito. Però tu non cucini male, sei brava a rammendare calzini e a me fa piacere investire quello che guadagno in qualcosa che ne vale la pena.
Come potete vedere, ce la stiamo cavando. Ieri il bambino ha finito di fare colazione in sala da pranzo e, prima di uscire per andare a scuola, ci ha detto: «Ciao Chela. Ciao Tito» ed è uscito dalla porta principale. Prima usciva solo dalla porta sul retro, la porta del patio. Chela e Tito sono i nomignoli affettuosi con cui ci chiama lui.
Sì, ci si è affezionato ormai.
E questo è precisamente il mio problema. Lui si è affezionato a noi e noi a lui.
Fin dall’inizio di questo post vi ho detto chiaramente che sono una donna di casa. Dedico molto tempo alla mia reclusione, alle mie cose. Beh, ora credo di dover dire che dedicavo il mio tempo alla mia reclusione, alle mie cose. Adesso lo dedico tutto a questo bambino. Innaffio le piante, ma solo quelle che piacciono a lui (adora l’Hibiscus). Ogni piatto che cucino non è più perché mio marito pensi che io serva a qualcosa e mi mantenga, ma perché il bambino possa mangiarselo senza protestare perché odia la cipolla e il pomodoro (le enchiladas di fagioli gli piacciono da morire!). Sembro felice, e lo sono, ma allo stesso tempo sono terrorizzata.
La mia casa è il mio corpo e i corpi hanno sempre paura di soffrire. Cosa farò quando i suoi genitori se lo porteranno via? Cosa farò per consolare mio marito? Cosa farò quando non potremo più considerarlo figlio nostro e di nessun altro?
Ditemi, voi che siete tanto intelligenti e che siete esperti nel rispondere alle domande degli altri, cosa dovrò fare quando il patio sarà vuoto?

Quando era piccolo, gli capitò qualcosa di simile. I suoi genitori avevano avuto due figli, lui e sua sorella Emilia. Emilia era più vecchia di Níbal di otto anni. Con questa differenza d’età, lei si fece adulta quando lui ancora era un bambino. Emilia voleva diventare infermiera e dovette trasferirsi in città, perché loro vivevano in campagna e lì non c’era un’università dove poter studiare per quella professione. Níbal non voleva che Emilia se ne andasse perché la proprietà dove vivevano era molto lontana dalle altre, e per lui sarebbe stato molto complicato trovare qualcun altro con cui giocare.
«Mi dispiace, Nibalín» gli disse Emilia, «non ho altra scelta. Non preoccuparti, vedrai che andrà tutto bene. Sei un tipetto sveglio tu».
Era un tipetto sveglio, e voleva passare addormentato tutto il tempo che lei non stava con lui. Mise via i suoi giocattoli e trovò rifugio nella caccia ai piccioni o castrando i vitelli con suo padre. Emilia andava a trovarlo una volta ogni tre mesi, gli portava caramelle alla frutta, gli faceva il solletico sulla pancia e gli diceva che un giorno l’avrebbe portato a conoscere la città e che a lui sarebbe piaciuta tantissimo, perché lì c’erano talmente tanti bambini che era impossibile annoiarsi. Níbal sorrideva, si emozionava ma, in fondo, ormai niente era più lo stesso.
Sono stanco, ripete tra sé e sé Níbal quando Fabiola gli porta il pranzo nella sua stanza. Ma sa che prima di mangiare deve avvelenarsi il palato con una decina di pastiglie. Stanco di tutto questo. Stanco, stanco, stanco, stanco e impaziente. Si avvicina a un tavolo che sta in fondo alla stanza. Fabiola ha portato anche un piatto per lei, perché normalmente gli fa compagnia a quest’ora. Lui prende una forchetta e lei comincia a raccontargli la sua giornata, che consiste fondamentalmente nel rimuovere macchie dal pavimento o combattere contro le formiche in giardino armata di cenere e insetticida.
Níbal la interrompe.
«Sentono la sua mancanza in casa, Fabiola?»
«Sì» dice lei, «abbastanza. Soprattutto la mamma. La mamma ha quasi ottant’anni, io sono la figlia maggiore e abbiamo condiviso tanto. Ma lo capisce che devo stare qui. Siamo molto poveri e non tutti hanno la fortuna di vivere in una residenza, in questo paese, con lei. In più, la sua famiglia è stata molto, molto buona con la mia. Però è molto difficile, Níbal, questo non posso negarlo. Molto difficile. Non solo per me, anche per la mamma».
«Sì. Lo immagino.»
Soffrono anche quelli che restano, pensa lui. È una bomba che esplode in varie direzioni.
Muove il mouse. Apre la finestra di Q&A. F5. Aggiorna due volte.
Torna al post che stava leggendo quella mattina.
La sua casa non è il suo corpo, risponde Merodeador87 a Garbo2011, subito dopo pranzo, con il suo stile breve e un po’ più profondo del solito. Lo incoraggia vedere che la sua non è l’unica risposta ottimista sotto il post di Graciela. È la sua vita. La viva. Si goda quel bambino, quel figlio, mentre può. È possibile che soffra in futuro, ma mantenga la speranza, glielo assicuro io, perché nessuna sofferenza dura per sempre. La gente se ne va, ma ritorna anche. In un modo o nell’altro, ritorna.

Tradotto da Francesca Miola. Pubblicato originariamente su Letralia.