Chernushka

All’inizio è solo un puntino nel cielo di giugno. Una marginale stilla nera nell’acquarello visivo di Amato, niente più che un glitch a nordovest, incastrato nel canto dell’occhio, tra l’indaco pulito del cielo e il verde vivo del fogliame di tiglio sotto cui, migliaia di metri più in basso – e quattro ghiaccioli dopo – Amato s’è fermato per la sua consueta pisciata da pendolare.
«Non ti lamentare della strada che ti tocca fare ogni giorno» gli aveva detto Marica, sua moglie, «pensa sempre che avrebbero potuto pure prendere uno scimpanzé a fare il tuo lavoro. E nessuno se ne sarebbe accorto». Quindi l’aveva guardato impassibile, «e io me lo sarei sposato pure più volentieri» aveva concluso.
Come ogni giorno, arrivato a metà tra Roma e Testa di Lepre di Sotto, Amato accosta lungo la Pasquini, una stradina larga tre metri che taglia i campi coltivati e scende dalla sua nuova 600 bicolore per pisciare sbadato, col collo piegato all’indietro, con la bocca arsa dal gelo e con la lingua verde menta a prender aria.
«Mi stai dicendo che ogni giorno in fabbrica ti consegnano dai cinque ai dieci ghiaccioli alla menta; ghiaccioli che secondo loro hai assemblato male?» gli aveva chiesto Primo, il fratello. «E questo nonostante tu non lavori sulla linea dei ghiaccioli alla menta?»
«È così.»
«E non ti suona strano?»
«A me i ghiaccioli alla menta piacciono», gli aveva risposto Amato dopo averci pensato, facendo spallucce.
Sotto al tremolio delle foglie di tiglio, cercando di godersi quella mezz’ora di pace incastrata tra fabbrica e casa, Amato vagheggia sogni per smarcarsi dal fagotto di cambiali firmate, dai suoi cinquantasette anni intatti, dalla moglie che lo detesta, dalle fissazioni del fratello e, infine, pure da quel lavoro alla Toseroni.
«Posizionatore senior di stecchi nei ghiaccioli?» Marica aveva riso aggrappandosi al braccio di Primo per non cadere, «otto ore in una cella frigorifera a piazzar legnetti? E questa la chiami promozione?»
Così Amato, cullato dal fruscio dei campi, dalle cicale e dal dentellato meccanico d’un trattore a cingoli che s’inerpica dietro la curva di spighe, cerca di seguire il ronzare suadente dell’estate per non dover pensare a tutto il resto. Si gode quell’ombra ballerina, le luccicate di sole che la danza delle foglie gli lancia sugli occhi; ora distratto da un’ape, ora dal petto gonfio e giallo della cinciallegra che come ogni giorno l’accoglie, quattro rami più su, facendo capolino dal tronco per cantargli l’ode alla flemmatica svuotata.
Ed è proprio per seguire l’inaspettato librarsi della cinciallegra che alla fine Amato posa lo sguardo su quello strano puntino nero nel cielo. D’istinto, come è suo solito fare per concentrarsi, si porta l’indice al mento. Cerca di formulare una qualche ipotesi sulla natura di quell’oggetto ma finisce con l’incepparsi, con le sopracciglia che si alzano lente come le passerelle d’un ponte mobile per fare strada a un pensiero che non arriva mai: «Ma che…» blatera mentre si allaccia lento la cerniera, continuando a tenere il naso all’insù.
«Vorresti farmi credere» gli dirà più tardi Marica, «che con tutta la superficie del pianeta Terra a disposizione, con l’immensità del lago di Bracciano ai suoi piedi, quel coso è andato a cadere proprio sopra alla tua testa vuota.»
«Non capisco, è una domanda?» gli risponderà lui.
Amato si porta una mano sopra agli occhi per pararsi dal sole e nota che l’oggetto, abbracciato dalle scie bianche della resistenza dell’aria, si tira qualcosa dietro.
«Era un paracadute» gli dirà il fratello, «un paracadute, la miseria» ripeterà tra sé, eccitato e pensieroso. «È un’operazione militare, una faccenda segreta, roba di servizi, spionaggio.» Guarderà Amato con gli occhi spiritati. «Ci siamo. Questo è un atto di guerra.»
«Dici? Sai, io non sono convinto che sia un atto di…» proverà a interromperlo Amato.
«Cosa ne vuoi sapere te della guerra?» taglierà corto Primo, «te che ti hanno pure riformato.»
Quando capisce che quella cosa punta davvero su di lui, che si sta mangiando l’azzurro prendendo sempre maggior diametro, Amato inizia a spaventarsi sul serio. Fa mezzo passo indietro ma inciampa e finisce piegato di schiena sulla scarpata, tra l’erbaccia alta e seccata dal caldo. Preso dal panico che gli monta addosso rimane in quella posizione fino all’ultimo, immobile e ricurvo, fissando quell’oggetto con gli occhi sbarrati. Quando l’impatto è ormai prossimo, quando sente l’aria sibilare, Amato, con sorprendente rapidità, si getta in avanti cadendo bocconi sotto al tiglio, coi denti nella terra ancora umida d’urina. Di lì, con le mani a coprirsi la testa, chiude gli occhi e urla dentro al boato che lo travolge e che culmina – mentre la cima dell’albero sfronda un pianto di foglie e ramoscelli – con uno schianto assordante sulla strada sopra di lui. Un inequivocabile frastuono di metallo e lamiere accartocciate che gli gela il sangue.
Tremante attende che l’eco dello schianto si spenga rimanendosene accucciato fino a quando non restano che il motore del trattore e quello del paracadute, strattonato di lato dal vento. Solo allora, – pieno di nefasti presagi dato che conosce la perfidia del destino nel muovergli scherno, sale carponi sulla scarpatina e si affaccia sulla provinciale.
«Ma che cazzo…»
Con un’espressione smarrita, rapido come un soldato che rischia di esser scoperto, subito si riabbassa eclissandosi tra l’erba alta.
«Ma che cazzo…»
I suoi occhi non l’hanno ingannato: una specie di enorme supposta fumante ha fatto della sua auto un tappeto di ferraglia alto due palmi appena.

«Sono contenta» gli dirà la moglie quella sera, «bianca e rossa ti si era detto di comprarla, ma lui no, lui l’ha presa vomito e diarrea. Non c’era? Aspettavi. Ti serviva subito? Andavi a piedi. Bianca e rossa la volevamo io e tuo fratello, per le nostre passeggiate. Ben ti sta. Ora pagherai tutte le cambiali per nulla, una a una.»
Amato si tira su in piedi, pieno di stupore. Osservando l’oggetto con attenzione si ricorda di aver già visto una cosa molto simile. «Dai dai dai» schiocca le dita, «ma certo! Il Corrierino! La prima pagina del Corrierino. È una, una, dai, si, ecco: una capsu-cosa spaziale.»
Inizia a girarci attorno diffidente. Vede di lato il disegno della bandiera con la falce e il martello e sotto una scritta che non riesce a decifrare ma che sa bene esser russo dato che alla Toseroni avevano provato a esportare ghiaccioli in Russia e lui aveva posizionato migliaia di stecchi con stampati i caratteri come quelli.
All’improvviso, mentre fissa le lettere cirilliche, sente un rumore sordo e ripetitivo, simile ad un verso, provenire da dentro l’oggetto. Strabiliato si avvicina all’unico oblò presente, sale sui rottami della 600, spanna piano il vetro e, con le mani ai lati del viso per pararsi dalla luce, si affaccia dentro cercando di scorgere qualcosa.
Mentre ha il naso pigiato sul vetro compare improvviso il muso di una bestia che, appiccicandosi a sua volta all’oblò dall’interno, lo manda gambe all’aria per lo spavento, lungo sull’asfalto.
«Un cane» si dice, indice al mento, senza muoversi. «Un cane spaziale.»
Dopo qualche minuto, infilandosi fino alla vita nell’oblò, riesce ad afferrare la bestiolina. Le slaccia la cinghia che la tiene bloccata e la tira fuori poggiandola in terra.
Il cagnolino, un bastardino nero dagli occhi dolci e con le orecchie abbassate all’indietro per lo spavento, non riesce neanche a reggersi sulle zampe e, a ogni tentativo di alzarsi, crolla di nuovo in terra.
«Prenditela calma» gli fa Amato accarezzandolo mentre si accende una North Pole al mentolo, «avrai passato brutti momenti lassù da solo, eh? Che storia, vedrai quando la racc… ah! Ora ti porto una cosa, vedrai che ti piacerà.» Si avvicina al rottame della sua auto ed estrae la borsa termica in cui tutti i giorni ripone i ghiaccioli che gli vengono restituiti per errata posizione dello stecco.
«Senti qui se ti piacciono, è menta.»
Mentre il cagnolino lecca e morde assetato i ghiaccioli, abituandosi a poco a poco alla gravità, Amato, piegato sulle ginocchia, continua ad accarezzarlo con la sigaretta di traverso sulle labbra: «Fanno 150 lire, e non accetto moneta marziana», gli dice prima di iniziare a ridere da solo, portandosi una mano sul volto per coprirsi e finendo con lo scottarsi con la cicca. La bestiola prima lo osserva, quindi piega di lato la testa e gli salta addosso coprendolo di feste.
«Va bene, va bene» fa Amato, «per questa volta offro io… vieni qui», si accorge che il cane ha una targhetta sul collo: “Чернушка”.
«Sembra un nome da femmina» le dice stropicciandola sulla testa, «sei una cagnolina?»
Chernushka gli risponde abbaiando e scodinzolando.

Marica e Primo, – «Primo e unico» diceva lei – impalati davanti alla porta di casa, entrambi in accappatoio, osservano dapprima sbalorditi la carcassa della 600 con quella cosa sopra – che Amato ha riportato su un trattore e fatta scaricare nel garage – quindi ascoltano la sua assurda storia e, alla fine, quando Amato conclude – «hai finito?» «ho finito» – lo fissano per alcuni secondi, con riprovazione e profondo disprezzo.
«Abbiamo avanzi per lei?» domanda Amato, accendendosi una sigaretta, come se niente fosse.
«Hai sentito?» fa Marica a Primo, mentre gli strizza un braccio nervosa, «chiede se c’è la pappa per il suo cane. La mattina esce con una macchina nuova e la sera torna con una frittella di lamiere e un cagnaccio affamato raccontandoci storie assurde. Come niente fosse.» Si rivolge quindi al marito, con apparente calma: «Senti, ho solo una domanda: mi spieghi come fai a esser vivo? Dov’eri quando quella cosa mi avrebbe potuto rendere vedova facendomi cadere in un abisso di disperazione?»
«Ero sceso a pisciare.»
«Cosa?». Marica si stringe nervosamente la cinghia dell’accappatoio.
«Cosa cosa?»
«Stai dicendo che sei sceso per pisciare, proprio in quel momento?»
«Sai che non avevo mica pensato a che gran fortuna ho avuto? Potevo farmi davvero male» ride Amato portandosi d’istinto la mano al volto ma finendo di nuovo con lo scottarsi con la sigaretta che aveva tra le labbra.
Allora Marica, con sempre maggiore tranquillità, mentre il marito continua a saltellare – «Ahi!» – tra lo scintillar di brace, raccoglie un rastrello e glielo lancia – «Deficiente!» – facendo impazzire Chernushka, che inizia ad abbaiarle contro.
«Basta!» urla Primo frapponendosi tra lei e il fratello, «ora stai calma» nel dirlo le cinge i fianchi con un braccio, «mantieni la calma.» Quindi, di scatto, si gira verso il fratello: «Come faremo ora» gli chiede autoritario, «come andrai alla Toseroni? Marciando? Sai bene che devi lavorare cosicché io possa aspettare un nuovo incarico e Marica un impiego congruo alle sue capacità. Vuoi forse che tua moglie vada a fare la serva? Vuoi forse che io, tuo fratello, sottotenente del Regio Esercito, 49° Fanteria Parma, in temporaneo congedo in attesa del Re, si spacchi la schiena in qualche cantiere?»
«Ma Primo» gli fa Amato mentre soffia sulla scottatura, «io mi fido di quello che dici, lo sai che ti credo. Ma sai pure che con questa storia del Re giù in piazza dicono che sei tocco, che siamo nel 1963, che la guerra è finita da quasi vent’anni e la Monarchia pure.»
«Ah, è così che dicono? Voglio che mi scrivi i nomi di chi lo dice, puoi? A tempo debito gli farò assaggiare la mia riserva di ricino e cianuro.» Punta l’indice verso il fratello: «Tu non ascoltarli, cosa ne vuoi sapere tu, mai sentito parlare della guerra fredda? Sai perché la chiamano fredda? Perché è solo questione di tempo. Cina, Russia, America… Ci siamo. Lui tornerà.» Alza il mento, «Io pulisco la divisa e lucido la Beretta ogni giorno in attesa del momento» si avvicina ad Amato, «ringrazierai di avere me al tuo fianco.»
Amato, che conosce quei discorsi alla perfezione per averli sentiti centinaia di volte, cerca di calmare Chernushka, che non la finisce di ringhiare verso il fratello: «È come dici tu Primo, a ognuno il suo daffare, toccherà anche a te fare la tua parte. Per il lavoro non c’è problema. Andrò in corriera.»
Primo annuisce con un’espressione solenne.
«Non preoccuparti» continua Amato, «per la macchina sentirò l’assicurazione se ci può rimborsare.»
«Certo che ti rimborseranno» gli fa Marica, «tu digli che ti ha tamponato un’astronave guidata da un cane. Ed è fatta.»
Amato guarda i due e poggia l’indice sul mento: «Perché siete in accappatoio?» domanda alla fine. «E poi quello non è il mio, Primo?»
«Quest’affare è senza dubbio russo» fa il fratello rivolgendosi alla capsula. «Figli di buona donna di comunisti» accarezza la superficie metallica, «ma lo sai Marica che potrebbe davvero venire dallo spazio? Capisci che vuol dire?»
«Certo che so cosa significa» guarda Chernushka, «significa che quella bestiaccia potrebbe avere i germi cosmici, essere, come si dice… radiosa.»
«Questo casino» prosegue Primo toccando la bandiera russa, «potrebbe girare a nostro favore.» Fa l’occhiolino a Marica. «Tutta la tecnologia russa è nel nostro garage. I loro segreti, eccoli tutti qui. E non pensate che gli stia a cuore riaverli? È arrivato il momento di prenderci la rivincita sul Fronte Orientale.»
Marica si copre la bocca per la meraviglia. «Oh Primo, che diavolo che sei» e gli sorride.
«Ecco il piano.» Primo si avvicina al fratello stando attento a non arrivare a portata di Chernushka. «L’idea dell’assicurazione è ottima» fa un altro occhiolino a Marica, «così ora tu prendi la corriera e te ne vai in città a sentire l’agenzia se ti rimborsa.»
«Hai qualcosa nell’occhio?» gli chiede Amato.
«E vedi di farti rispettare» continua Primo, «noi ti attendiamo qui, lascia il cane, legalo laggiù.»
«Okay, e poi?»
«Poi cosa?»
«Tutto qui?» fa Amato. «Sai, non credo che tecnicamente si possa definire un piano» continua, «ci sono io che vado all’assicurazione e poi, poi basta. Non succede nulla, è mezzo piano.»
«Tu pensi troppo, e dammi una North Pole» gli fa Primo rifigliandogli una pacca sulla spalla e scatenando così le ire di Chernushka, che gli addenta l’accappatoio.
Prima di incamminarsi verso la fermata del bus, osservato dall’ingresso da Marica e Primo, Amato lega Chernushka allo steccato del giardino, le porta da mangiare e si rotola un po’ in terra con lei promettendole di tornare il prima possibile.
Appena scompare all’orizzonte, i due corrono in camera e si cambiano.
Primo indossa la sua vecchia divisa dell’esercito.
«Quanto sei bello con l’uniforme» gli fa lei, «vorrei scoppiasse un’altra guerra solo per vedertela indossare tutti i giorni. E vorrei non finisse mai più.»
Lui l’afferra per la vita alzandola da terra. «Romantica che sei.»
Poco dopo chiamano un taxi e riescono con molta fatica a farci entrare anche Chernushka, che non smette di abbaiare e mordergli i pantaloni. Partono di corsa: «Ambasciata russa, grazie.»

L’uomo li fissa in penombra da dietro una grande scrivania vuota mentre fuma una sigaretta senza filtro.
«Se Smirnov dice me giusto, voi dite di avere Sputnik di Russia, oltre cane Чернушка.»
Primo si avvicina alla scrivania. «Proprio così, signor Popov. E sì, ha capito bene. Conosco il suo nome, signor Popov» scandisce, «Sergej Popov.»
Popov lo fissa interdetto. «Mio nome è su porta di ufficio.»
«Esatto compagno, ed ora è anche qui dentro» Primo si indica una tempia, «quindi niente scherzi, non faccia uno dei vostri trucchetti, il doppiogioco, capisce che intendo? Niet scherzi.» Si avvicina ancora un poco con la sedia. «Abbiamo il tutto compreso, cane e razzo.» Prende il pacchetto di sigarette dell’Ambasciatore, «io so tutto di voialtri» si alza sulla sedia e gli bisbiglia, come per confidargli un segreto, «la Guerra Fredda, l’Internazionale, il Colbacchio, Castro, i porci…» Quindi, lasciandosi di nuovo andare sullo schienale, si accende la sigaretta tossendo.
«Vedo che lei sa ogni segreto di nostra patria Russia.»
«Però», continua Primo, «sono anche un uomo d’affari e sa, quel coso che abbiamo, come l’ha chiamato?»
«Sputnik»
«Ecco, sì. Questo Sputinìk, potrebbe interessare molto anche ai vostri amici, non crede?»
«Nuostri amici?»
«Gli Americani, sa…»
«Americani dice, brutto affare» Popov li fissa per diversi secondi. «Non capisco sua divisa», fa a Primo.
«Lo vuole o non lo vuole?» lo interrompe Marica, «non terrò in casa mia quel ferrovecchio e quel sacco di pulci pieno di radiosità. O voi o gli Americani.»
«Radiosità?» L’Ambasciatore si mostra stupito. «Ma cierto», li indica, «io ora capire. Voi furbi.»
«Ci può scommettere, compagno
Nel mentre entra un funzionario con del caffè e un vassoio con un pasticcio sopra.
«Questo cibo di Russia, suo nome è Pirog. Prego.»
Marica ne prende una fetta. «Ho una fame.»
Popov fa un ultimo tiro e spegne la sigaretta nella sua tazza di caffè. «E cosa vuolete per Sputnik?»
«Ma è buono», fa Marica, «cosa c’è dentro?»
«Carne» risponde Popov, «pasticcio di carne.»
«Ci faccia un’offerta lei» gli propone Primo mentre prende una fetta.
«Ecco nuostra offerta.»

Mezz’ora dopo Marica e Primo escono dall’Ambasciata e trovano quanto concordato nel parcheggio: una Trabant proveniente direttamente da Berlino Est. Al suo interno un cestello pieno di ghiaccio con due bicchieri e una bottiglia – «È la vodka Пурга» gli aveva detto Popov, «in nostra patria sempre si regala per grandi affari. Vi piacerà da morire» – seimila Kopechi, – al cambio 40 mila lire, – e un abbonamento alla Pravda.
«Aspettiamo Amato per festeggiare?» le chiede Primo entrando a fatica nella Trabant, tirandosi le ginocchia fin sotto al mento.
«Vuoi scherzare?» gli dice lei, «sprecare una vodka così speciale? Apri su, quel pasticcio mi ha messo una gran sete.»

Mentre dalla finestra Popov li osserva abbandonare il parcheggio dell’ambasciata entra di nuovo nel suo ufficio il funzionario che aveva portato caffè e pirog.
«Товарищ Попов, Чернушка укусила товарища Смирнова за задницу и убежала.»
TR: Compagno Popov, Chernushka ha morso sul sedere il compagno Smirnov ed è scappata.
«Оставьте в покое собаку и займитесь Спутником».
TR: Lasciate stare il cane e occupatevi dello Sputnik.
«Им дали выпить специальной водки?»
TR: Ha dato loro la vodka speciale?
«Конечно, самая лучшая водка у нас на Родине: Водка “Пурга”. Следуйте за ними, возьмите то, что надо и не оставляйте следов.»
TR: Certo, la migliore vodka di nostra Madre Russia: la vodka per Purga. Seguiteli, recuperate e bonificate.
«А что делать с трупами, товарищ Попов?»
TR: E cosa ne facciamo dei loro corpi compagno Popov?
«Закатаем их в пироги и отправим нашим друзьям американцам.»
TR: Ci facciamo dei pirog e li mandiamo agli amici americani.
«Отличная идея, товарищ Попов!»
TR: Ottima idea compagno Popov!
«Да шучу я, придурок. Мы их сами съедим!»
TR: Sto scherzando, imbecille. Ce li mangiamo noi!

Mentre torna col bus dall’assicurazione – «Tu portami la targa, la constatazione firmata dal cane e ci penso io, stai tranquillo» – Amato vede passare in senso contrario molte macchine nere piene di uomini vestiti di nero e, in mezzo alla colonna, vede un carro attrezzi nero con il carico coperto con un telo nero.
All’arrivo a casa osserva sconsolato la corda dove aveva legato Chernushka. Prova a fischiare per chiamarla ma non succede nulla.
Sul selciato c’è una buffa macchina minuscola, al suo interno una valigetta piena di soldi stranieri e una bottiglia vuota.
Entra in garage, vuoto. Niente più capsucosa.
Entra infine in casa, gira per le stanze, affacciandosi a ogni porta.
Non c’è traccia né della moglie né del fratello.
All’improvviso, da fuori, sente abbaiare un cane.
Amato si porta l’indice al mento.