Codice sconosciuto

by Federica Bordin

Effemeridi è la nuova rivista di inutile con la quale tenteremo di costruire, un pezzo dopo l’altro, un atlante dei primi anni 2000. In questa pagina ci sono tutte le informazioni pratiche per abbonarsi e i nomi di alcuni degli autori che ci hanno aiutato nell’impresa. Abbiamo pensato di farvi leggere un assaggio di quello che sarà Effemeridi, in modo che possiate capire se meritiamo la vostra fiducia: Codice sconosciuto è il numero zero, scritto da Federica Bordin. Potete anche scaricarlo, da questo link.

Se intavolare un discorso su Haneke con familiari, amici e conoscenti è ormai scientificamente provato essere la morte di ogni tipo di serata, o quantomeno la causa di uno di quei silenzi pesanti con gli occhi al fondo del bicchiere, figurarsi con che animo decido di parlarne nel numero zero di Effemeridi.
Il fatto è che Haneke spiega l’uomo all’uomo in un modo che non chiede pareri o particolari riflessioni: a guardarli bene, i suoi film sono molto semplici nel messaggio che vogliono mandare. Proprio per questo motivo arrivano allo stomaco così velocemente che manco ti rendi conto di cosa ti abbia colpito; hai solo un dolore sordo al petto e una gran voglia di stare in silenzio per un po’. Read More

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Il ragno

by Ilaria Vajngerl

Tre cose non sopportava di sua moglie: come gli trovasse sempre qualcosa da fare quando si stendeva sul divano a guardare il ciclismo, il bordo dei mutandoni che spuntava dai jeans quando si piegava, il neo che le era cresciuto vicino al seno e che con gli anni non smetteva di ingrandirsi.
All’inizio era un puntino piccolo, quando sua moglie metteva le camicette scollate gli occhi degli uomini si posavano a guardarlo. Era sistemato proprio là dove il petto cominciava a dividersi diventando più morbido, nel taglio tra i seni bianchi. Anche Edoardo l’aveva fissato a lungo quando sua moglie non era ancora sua moglie, ma soltanto Alice. Gli sembrava una briciola e aveva avuto voglia di levarla, premendoci sopra l’indice come faceva da bambino quando infilava le monete dentro la fessura del salvadanaio.
Quando si erano fidanzati le aveva regalato una catenina con un brillante sfacciato, così la gente guardava la pietra invece che esser rapita da ciò che era diventato suo e suo soltanto. Prima di essere sua moglie Alice era stata la sua fidanzata, uscivano tutte le sere, sceglievano un bar e stavano a baciarsi quando i camerieri badavano alle spine. Poi un giorno il padre di Alice le aveva comprato un appartamento, un attico grazioso di settanta metri quadri. Avevano portato un frigo, l’avevano riempito con la loro prima spesa (soprattutto affettati e budini al cioccolato) e avevano cominciato a convivere. Read More

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Il mio Frank

by Massimiliano Righetto

Prima di tutto bisogna dire che eravamo felici e che di solito questa cosa aiuta non poco. In quegli anni gestivo un cosiddetto “Frank”. Un Frank è un modo per definire quei chioschi ambulanti e stazionari allo stesso tempo, quelle piccole roulotte posizionate negli anfratti delle statali, dove si fanno saltare alla piastra salsicce, wurstel, si friggono patatine lordate di olio, si piastrano verdure, insomma quei paninari che rimangono aperti tutta la notte, dove si ritrovano i nottambuli del fine settimana. Read More

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Mia madre era una persona educata

by Carmine Bussone

Un incostante bisogno di tragedia. Desiderare che il destino prenda a schiaffi la mia vita con le sue mani pesanti e poi ritrovarsi a non riuscire a gestire la cosa. Il fatto di essere sempre stato protetto, corretto e tenuto lontano dalle difficoltà di qualunque genere, non mi ha mai aiutato. Mia madre, quando tentavo di tagliare una torta a tavola, mi toglieva il coltello dalle mani e lo faceva lei al mio posto.
Speravo con tutte le mie forze che quella giostra sulla quale ero seduto deragliasse dai suoi binari e mi facesse capire quanto fossi capace di far fronte alle difficoltà che mi si ponevano davanti. Puntualmente, però, come per ogni persona immeritevole, bastava un mal di denti improvviso o un rifiuto da parte di una donna a gettarmi nello sconforto.
Non ho saputo gestire neanche l’ennesimo silenzio di Laura. Quando stava rincasando, l’ho sentita parlare con la vicina che faceva battute sulla puzza di curry che si sente dalle sette di mattina sul pianerottolo. Rideva. Finché la porta non si è chiusa e tutto si è spento, come avrebbe fatto il più tragico degli interruttori.
Elena, invece, rideva tantissimo. Nonostante la sua solitudine, il suo aspetto trasandato e il suo naso grande su un volto poco aggraziato. Al lavoro la evitavano tutti tranne me. Read More

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Arti intatti

by Davy Carren

Verna non è più la stessa da quando quel mago l’ha ipnotizzata allo spettacolo di raccolta fondi per la Sindrome di Marfan a luglio. Dice che le sedie le vede di colore rosso, quando in realtà sono rosa. Vede anche sedie bianche, ma solo quando tiene gli occhi chiusi. Mi verrebbe da pronunciare una diagnosi, ma la presenza di particolari circostanze aumenta il carattere paradossale della questione; e questo è proprio quanto, dopotutto, io, durante le ultime due settimane, ho tentato di, in un certo senso, impedire. Non che io stia cercando di creare confusione o voglia essere accusato di aver tentato di offuscare la faccenda per mia soddisfazione personale. Ci sono fiocchi da annodare attorno a quest’affare e, da quanto ho capito, un modo o due se non qualcuno in più per gettarci uno spicchio di luce sopra. Read More

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Dal diario di Ester

by Francesca Ruggiero

Anthony Hopkins ha il volto di Dio
Se una mattina, una mattina come questa, uguale alle altre, a tutte le altre, mentre scendo di fretta le scale della metropolitana inciampassi nei lacci delle mie scarpe di tela sdrucita, atterrassi con tutto il peso sugli incisivi e si spaccassero sull’angolo di un gradino? I miei denti frantumati su una lastra di granito, il colpo sordo, sapore di ferro, passarci la lingua, trovare un buco, i rasoi dei monconi, sputare quel che resta, dolore.
In una pagella delle elementari una maestra scrisse che avevo difficoltà a distinguere le cause dalle conseguenze. Un fatto.
Al cinema non posso sedermi nell’ultima fila, salvo che per qualche motivo io non abbia voglia di concentrarmi sulle immagini e sulla storia, per tutta la proiezione penserei che un tale potrebbe passare un laccio intorno alla mia gola o infilarmi un sacchetto in testa e soffocarmi. Per questo motivo considero il centro sala un luogo sicuro ma noioso. Read More

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Vapori di sodio

by Francesca Ruggiero

La nebbia che inghiotte la TEDA è qualcosa che nessuno dovrebbe vedere. Qualcosa che ti rende impotente. Qualcosa che annulla la differenza tra un giorno e un altro.
Ester Zanchi lo disse una mattina, sull’enorme terrazza dell’ultimo piano dell’edificio centrale, le piccole braci delle nostre sigarette producevano un fumo invisibile.
In centro città ora c’è il sole, tengo monitorato il meteo. Dieci anni, quanti giorni sono? 3650 a tre fermate di metropolitana, ma qui non so contarli. Un insieme che contiene nulla, un insieme vuoto. Disse ancora. Read More

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Diluvio

by Joseph Aguilar

Sandra sudava – aveva incubi per via della febbre – stesa faccia in giù sul sacco a pelo, mentre Quito le impomatava di nuovo il pollice ferito. Dopo averle avvolto la mano con il tessuto strappato di una maglietta, le rincalzò con cura la coperta sotto le spalle e si arrampicò fuori dalla botola per guardare attraverso l’oblò della cabina. Lo sportello di una macchina galleggiava lì accanto. Ogni flutto del mare vomitava benzina e detriti – tazze, gusci di granchio, un pallone da basket. Quando aveva tentato di pescare, aveva tirato su capelli e plastica, un piede umano una volta, un polipo mezzo andato un’altra. I pesci erano morti. C’erano solo loro due. E anche i gabbiani, però. Gabbiani ovunque. I gabbiani schifosi non mollavano. Strisciate verdi di merda d’uccello con ciuffi di piume incrostavano i finestrini della barca. Read More

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Aspetta un attimo

by Elena Gottardello

Mentre lui metteva il coltello unto nel cassetto delle posate, nel settore forchette, a rovescio, era già successo tutto. All’incrocio con via Torino, in uno scontro finito con un incendio, a settecento metri da lì. Lo avrebbe saputo due ore dopo, o meglio: glielo avrebbero fatto capire. Il tempo di liberare i corpi, dell’identificazione, e di trovar qualcuno che andasse a dirgli che sua moglie Iris e sua nipote Nina erano morte e che non era il caso di vederle: dei corpi era rimasto poco. L’infermiera Lorenzi, che lavorava al Pronto Soccorso da ventotto anni e che era in servizio alle emergenze, avrebbe detto a due colleghe di Pediatria, in pausa alla macchinetta del caffè, che non aveva mai visto uno scempio simile su un corpo, povera vecchia, e la bambina, ah la bambina pareva un angelo che dormiva, ma senza gambe. Un portantino fermo all’ascensore l’avrebbe sentita, e lo avrebbe detto rincasando alla moglie, commessa, a ore perse, alla tabaccheria dove amava far chiacchiera, così lo avrebbero saputo tutti in paese entro pochi giorni, quanto erano malridotte. Tutti eccetto lui: nessuno se la sarebbe mai sentita di dirglielo. Read More

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German Plaza Work

by William VanDenBerg

Chiamò quell’arte tedeschia. Le chiesi cosa significasse. Rispose: «Tedesca, ma con la i». Rompemmo le cornici, strappammo i dipinti dai loro telai. Lei raschiò via il colore e io lo mangiai. Bruciò quel che ne era rimasto e tenne la testa sospesa sopra al fuoco. La cenere le incrostava la faccia.
Facemmo a pezzi il museo nazionale. Le statue con le braccia? Gliele rompemmo. Le statue senza braccia? Gliene incollammo di nuove. Una Madonna con le braccia gonfie di Ercole, un nudo di Elena con i polsi sottili di Cristo. Strillammo avanti e indietro per i corridoi, urlammo ad ogni passo.
Quella notte, i dipinti rimasti divennero bianchi. Le sculture tornarono a essere blocchi di marmo. Nelle cantine trovammo una pila di dipinti a olio alta un metro. Il dipinto in cima stava cominciando ad asciugarsi. Lei infilò un dito nel colore, bucando la crosta, e lo estrasse imbiancato, con una punta di blu. La pila sembrava un mostro. Quando ci mettemmo sopra le mani emise un ronzio.
Lo prendemmo per un rifiuto e scappammo. Read More

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