Make your own kind of music

Quando la mia ragazza si è trasferita a casa mia non abitavamo ancora da soli. Anzi, sarebbe più appropriato dire che la mia ragazza si trasferì in camera mia, nella casa che dividevo con un mio amico. Era un piccolo bilocale e per avere un minimo di privacy reciproca, io e il mio amico ci dividemmo le due stanze, eliminando il soggiorno. Il risultato fu che la mia Xbox e il mio televisore finirono in camera mia, ma da buon gamer quale sono, giocavo solo di notte.

Se state leggendo sono sicuro che voi sappiate anche che i videogiochi, mediamente, sono molto rumorosi, e che giocare di notte, con di fianco qualcuno che vuole dormire, porta solo al risultato che chi vi sta di fianco resterà sveglio. Per ovviare al problema dopo poco tempo iniziai a giocare col volume del televisore al minimo, facendo affidamento solo ed esclusivamente sui sottotitoli, che fino a quel momento avevo sempre disattivato.
Ora, dato che l’uomo è un animale abitudinario, una volta fatto il callo a non sentire mai nessun rumore, la cosa non mi diede molto fastidio.

Tutto è cambiato da quando io e la mia ragazza abbiamo cambiato casa e il televisore sta, insieme alle console, dove dovrebbe: in soggiorno. Non avendo più paura di svegliare nessuno ho lentamente ricominciato a giocare con un volume decente e mi sono reso conto di una cosa: mi mancavano da morire le musiche dei videogiochi. Non i suoni, nonostante magari in molti giochi diano anche un vantaggio tattico, ma le colonne sonore.

E ripensandoci ce ne sono alcune che più di tutte hanno segnato la mia vita videoludica. La prima fu senza ombra di dubbio quella di Street Fighter 2.

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Nessuno batte Brezsny

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Il mio oroscopo di questa settimana – naturalmente è quello di Brezsny – dice così:

“Sono un seme che sta per scoppiare”, scriveva Sylvia Plath nella sua opera Tre donne. È così che ti vedo in questo momento, Bilancia. Sei piena dell’energia che pulsa all’interno di un seme quando è pronto a germogliare. Ti sei preso il tempo necessario, hai raccolto il nutrimento che ti serviva, hai aspettato le condizioni giuste. E quel momento estatico e pieno di speranza sta per arrivare. Forza!

Faccio parte dell’umanità che legge Internazionale sul tram. Sono anche stata abbonata qualche anno fa, è stato il regalo di compleanno più azzeccato dopo tanto tempo – quest’anno mi hanno regalato un abbonamento a Linus, il mensile della mia adolescenza. L’anno prossimo vorrei iscrivermi a Wired. Se un giorno sarò ricca, tra le prime cose che comprerò ci saranno gli abbonamenti a queste tre testate, più una bicicletta (con le marce oppure con il freno a pedale), una vaporiera in ceramica, un’automobile elettrica e uno stock di pantaloni di lino. Rileggendo questa lista mi dico che sono davvero una lettrice di Internazionale. Lo sono così tanto che ricordo un articolo di tanti anni fa in cui si usava la prosa frizzantina e arguta tipica del settimanale per descrivere una cittadina macrobiotica tedesca. Si parlava di bambini vestiti solo di cotone biologico con genitori giovani e snelli che si occupavano a vario titolo di cultura (grafici, giornalisti, fotografi): tutti vestivano casual e colorato, tutti giravano in bicicletta, nessuno aveva la televisione ma tutti possedevano un Mac. L’articolo denunciava la distopia che si era venuta a creare nella cittadina, ravvisabile soprattutto nella predominanza di abitanti bianchi e tedeschi direttamente conseguente all’alto reddito necessario a vivere nel paese delle meraviglie biologiche. I commercianti erano i più discriminati, perché dovevano (naturalmente) certificare al minimo dettaglio la provenienza delle loro merci e il loro essere rispettose dell’ambiente. Un signore turco che viveva in Germania da decenni era stato costretto a chiudere la sua bottega per queste ragioni. Continue Reading

Memorie di Verpiana

Verpiana

Quando ero bambino il mio migliore amico era un altro bambino di nome Joe. Ci dobbiamo essere incontrati quando avevamo quattro o cinque anni e da quel momento abbiamo passato insieme la maggior parte dei fine settimana. Grazie a questo indistruttibile legame, i genitori di Joe fecero presto amicizia con i miei. Erano entrambi artisti – suo padre uno scultore e sua madre una ceramista – ed entrambi avevano successo nelle loro rispettive carriere. La mia famiglia e la sua andavano spesso al cinema o cenavamo insieme nei fine settimana, e poi uno di noi dormiva a casa dell’altro (Joe e io ci siamo incontrati prima della nascita di mio fratello Alex, ma quando lui fu grande abbastanza da saper camminare il nostro duo diventò un trio). Joe e i suoi genitori vivevano in una grande casa all’angolo di una strada principale. Si estendeva su tre piani e c’era un edificio separato che fungeva da laboratorio per sua madre. C’era anche un ampio giardino dove Joe e io trascorrevamo giornate intere facendo ciò che molto probabilmente era in realtà un bel niente. Nell’angolo più remoto del giardino, sotto un gigantesco pero, c’era una costruzione a due piani fatta di impalcature e assi di legno, dalla cui cima si poteva vedere la strada, oltre la staccionata. Un giorno appoggiamo un tubo di scolo sull’impalcatura spingendolo oltre la staccionata e versammo acqua su ignari passanti. Quando un uomo di mezza età particolarmente irritato ci chiese cosa stavamo facendo, Joe gli disse che stavamo innaffiando il marciapiede. In un’altra occasione, passammo il pomeriggio a tirare pere marce in strada: fu divertente fino a quando la polizia venne a bussare alla porta. Continue Reading

“La maestra dei colori”, di Aimee Bender

Ho letto La maestra dei colori come un percorso esistenziale. Nascita, crescita, morte, rigenerazione, in una raccolta di racconti che si succedono dipingendo le più disparate sfumature dell’essere umano. Amore, risentimento, solitudine, vecchiaia e morte, ma anche la speranza e la forza intrinseche nell’uomo. Luce e buio si alternano e sono complementari, e la Bender ne tratteggia ogni possibile gradiente con delicatezza e lucidità. L’amore e la solidarietà sono potenti armi di riscatto: la compassione è ciò che permette di valicare i limiti della condizione individuale e avvicinarsi anche solo per un istante alle altre esistenze.

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Non siete in ritardo

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Riuscite a immaginare quanto incredibile sarebbe stato essere un imprenditore nel 1985 quando quasi tutti i domini .com erano disponibili? Tutte parole: brevi, fighissime. Bastava solo chiedere. E chiederne uno non costava niente. Questa enorme opportunità durò diversi anni. Nel 1994, uno degli autori di Wired si accorse che mcdonalds.com non era ancora stato preso. Così, con il nostro incoraggiamento, lo registrò e provò a venderlo a McDonalds, ma la loro incompetenza in materia di internet era così spassosa che diventò un articolo di Wired. Poco dopo notai che anche abc.com era ancora libero e quando feci una consulenza per i maggiori dirigenti di ABC sul futuro del digitale, gli dissi che avrebbero dovuto tirar fuori dagli scantinati il loro geek più intelligente e fargli registrare un dominio col loro nome. Non lo fecero. Continue Reading

Ieri, oggi, domani

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Ieri

Quando il 24 marzo scrivevo l’editoriale di lancio del #nuovoinutile sapevo che c’era molto terreno da recuperare: non soltanto perché eravamo stati in silenzio da gennaio, ma soprattutto per una serie di difetti strutturali che ci trascinavamo dietro da qualche anno ormai, e che continuano oggi a lanciare delle ombre su questa rivista.

Niente che non si sia già visto, niente che non stia vivendo già un sacco di altra gente: difficoltà nel far quadrare i conti anche a fronte di un pubblico in crescita, ritardi incredibili nella consegna dei numeri stampati ai soci abbonati, la vita “normale” che si infila nelle maglie dei nostri giorni e ci impedisce di costruire inutile come vorremmo che sia. Fare una rivista è faticoso, farla nei ritagli di tempo e soltanto per passione ancora di più. Continue Reading