La dichiarazione

scritto da Ilaria Vajngerl

Frankenstein – Stomaco #2


Era una mattina vecchia e buia, aveva indossato la tuta arancione ed era uscito col suo camioncino. Doveva fare il solito giro prima che la gente si svegliasse. Non sarebbe piovuto, non quel giorno. Quelli come lui se la sarebbero sbrigata presto, bisognava raccogliere i sacchi e svuotare i cassonetti. Lo faceva da quando era stato dimesso dal laboratorio, nessuna pausa, avanti e indietro per le strade e poi giù fino alla discarica. Di giovedì toccava al vetro e al cartone. Continua a leggere

Una piccola crepa sul muro

scritto da Davide Scartydoc Passoni

Ieri un amico che no
Non vedevo da molto
Ha deciso di netto di
Tagliare la corda
E legarsela al collo
Nel silenzio di chi
Lo aveva pestato
E ancora pestato

La ragione dormiva quel giorno
E ha dormito nei giorni a seguire
Fino a lasciare dietro di sé
Un piccolo spazio di vuoto
Una piccola crepa sul muro
Forse per molti non percettibile
Come una goccia di olio
Un grumo di muffa
Una macchia di vino
Esigua
Irrisoria
Insignificante
Microscopica crepa sul muro

Chissà se domani
Si mangerà tutta la casa
Senza coltelli
E senza forchette
In un solo boccone
Sarà una voragine
Sarà quel vuoto che
Di tanto in tanto
Si percepisce
Nei giorni di pioggia
Sarà lo spazio di nulla
Che avrebbe dovuto occupare
La vita di chi
Ci può solo mancare
Lasciando dietro di sé
Solo una goccia di olio
Un grumo di muffa
Una macchia di vino
Una piccola crepa sul muro
Un amico che no
Non vedevo da molto
E mai rivedrò


ascolta Una piccola crepa sul muro letta dall’autore

L’oggetto del desiderio

scritto da Francesca Ruggiero

Frankenstein – Occhi #2


«Non guardarmi» dici ridendo, «sei ossessionata.»

Cerco di cambiare direzione alle pupille: il rubino sporco che porto al dito, lo zucchero raggrumato in fondo alla tazzina di caffè, la trama e l’ordito macchiati di Barbera. L’ho rovesciato sulla tovaglia quando mi hai detto che sono “molto carina questa sera”. Non erano ancora arrivati gli antipasti.

«Ci sei solo tu davanti a me, chi dovrei guardare?» rispondo.

Sopra di noi vorticano piatti, i camerieri danzano sincronizzati, mi gira la testa. Forse dovremmo liberare il tavolo, forse voglio andare a casa, ma tu hai ordinato un’altra grappa, io un secondo caffè perché sono ubriaca.

«A volte, vorrei solo che non mi fissassi con quegli occhi» ti fai serio.

Per la prima volta da quando ci siamo seduti, il tempo di una cena di due portate, mi rendo conto che dietro di te si erge la grande vetrina refrigerata dei dolci. Il bunet torvo e lucido di condensa, la panna cotta audace e irrequieta, il tronfio tiramisù e tu lì in mezzo, sembri gelido e infastidito.

«Cosa vuol dire? Che hanno i miei occhi?» alzo la voce di un tono.

Ecco il secondo caffè e la seconda grappa. Afferro il bicchiere di liquore e correggo la tazzina, ti dà fastidio quando prendo le cose senza chiedere il permesso. L’ho capito prima, ti ho rubato una polpetta dal piatto e non l’hai presa affatto bene.

«È come se avessi bisogno di guardarmi, è imbarazzante» tu invece abbassi la voce di un tono.

Ho perso tre chili in 12 giorni. La mia frequenza cardiaca è inarrestabile ogni secondo della giornata. Sono innamorata, non posso dirtelo. Usciamo insieme da sole tre settimane. Ti guardo sempre come se fosse l’ultima volta, ho paura che tutto sparisca. Come confessare la mia indole melodrammatica?

«Io non ho bisogno di guardarti» allora mento, ma gli occhi mi tradiscono e corrono a tuoi, divento rossa e poi scoppio a ridere.

Denti

scritto da Simone Marcelli

Frankenstein – Denti


“Il sorriso perfetto è il sorriso utile:
da molto vicino, anche il più bello risulta mostruoso.”

Prof. Théophile Weber-Lemaire, vicedirettore esecutivo.

“Certamente se si guarda unicamente al risultato
le combinazioni epigenetiche appaiono casuali, ma in realtà
questa apparente casualità è ciò che ci rende umani.”

Dott.ssa Magdalena Isaksson, responsabile laboratorio istologico.

“Prendi un qualsiasi ente mondano. È nel tempo e nello spazio.
La sua storia lo travalica, ed esso ne è solo il frammento di un momento.
In qualsiasi altro punto della sua linea del tempo non lo riconosceresti”

Rev. Marie-Luise Mordini, cappellana del Centro di ricerca.

DENTI
Schedario

Ultimo aggiornamento: 30/06/2018 Continua a leggere

Come Ginsberg

scritto da Davide Scartydoc Passoni

Ho visto il sapore del disagio diventare aroma amaro
e farsi alito stantio tra le rughe e tra gli stracci
e l’arrivismo quotidiano alla ricerca di moneta
diserbare calma e dare vita a rampicanti tumorali
spirali irreprensibili che strozzano polmoni affaticati
assorti nei respiri dell’ansia consumista

Ho visto le speranze al silicone esibirsi nel menù
a prezzo fisso di uno svunch panino e salamella
costellare di lampioni su viale delle industrie
e celare dietro maschere e mascara
lacrime deserto prosciugate nell’aridità del vivere
ad un passo dalla fossa ed uno stivaletto tacco dieci
immerso fino al collo nel degrado

Ho visto farsi pelle l’andropausa post lavoro fisso
ed abitare volti timonieri alla conquista della terra e
galleggiare su fiumi di tangenziali fradice di pioggia
delle diciassette in punto e naufragare verso casa
ad occhi spenti e fari accesi illuminare il gelo
di una cena pronta ad aspettare

Ho visto la mia vita serpeggiare per inerzia
E rimbalzare tra lavoro e post lavoro
tra lavoro e post lavoro, tra lavoro e post lavoro
Come stare tra due specchi ed osservare l’infinito
Un corridoio che riflette la mia immagine
Che si fa piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola


ascolta Come Ginsberg letta dall’autore

Stomaco

scritto da Carmine Bussone

Frankenstein 8


«Gerald! Maledetto parassita che non sei altro, sotto quale asse del pavimento ti sei nascosto? Spero di vedere i topi che stanno facendo colazione col tuo cadavere o non avrai altre scuse per essere ancora vivo davanti a me.»

Tale era la potenza e la rabbia dell’urlo di mio nonno, che si sarebbe potuto trovare anche fuori dalle mura della città. Continua a leggere

L’area fieristica di Roma

scritto da Marianna Crasto

Occhi – Frankenstein 7


Nonna aveva occhi infossati come caverne, al riparo della sua orbita riposavano uomini preistorici dopo una giornata di caccia e un timido falò riusciva a proiettare ombre grandiose sulla roccia curva. Pitture rupestri di vene raccontavano storie di tribù e duelli. Quando la notte respirava tra gli alberi, gli uomini stavano con un orecchio nel vento e l’altro addormentato, le spalle protette fino al mattino dalla cavità oculare. Le iridi invece erano gelatinose e piccole, di un marrone ratto senza nessuno slancio, non succedeva mai niente lì attorno e non era rimasto vivo nessuno che potesse ricordare se fossero mai stati specchi d’acqua e, nel caso, cosa ci fosse stato nel fondo: soltanto, lei ti guardava nello spazio di una fessura tanto stretta che pensavi si sarebbe riattaccata al successivo battito di ciglia. Continua a leggere

A mio figlio

scritto da Simone Savogin

Vivi di vividi lividi,
scrivi di avidi avi,
ed eviscera sciarade.
Scivola via dall’atavica asfittica asetticità di uomo pensante
rinchiuso in passanti per cinghie pesanti.
Sorpassa il surplus di spossanti passati,
soppesa possibili passi
e sopprimi le prime possenti pulsioni.
Passami spasmi pulsanti pigiando su palmi,
premendo pulsanti nascosti.
Nasci in nuovo lucore, splendente nitore di liscio nuotare in liquide ore.
Levita ed evita nuvole, viola il viola nativo del sole.
Vaga viaggiando per valli e veleggiando per voli,
avvicinati a ville e vaglia favelle,
sfavilla in flebili flussi di fatui fuochi,
sortilegi per pochi, buchi di favola per fervide menti,
menti a te stesso per sentirti migliore,
macina miglia senza mai mendicare,
indica mari,
monta su monti simili a magli scagliati da maghi ammaliati da laghi.
Lava il mio corpo di esile vile, leva la lava dal vello del verro che impersono,
io che avallo frastuono,
non valgo un suono,
non voglio ma sono.
Spegni il valore del fulcro, attaccato col velcro al semicerchio del simulacro,
simula voglia di veglia passata a vigilare su voglie di vaniglia,
attorno a falò estivi, di braci ed abbracci, con brividi impavidi, con baci rubati col bere. Sbriga consegne, consegna breviari,
consolida maestria con solida bramosia,
brevetta consigli, confeziona brutture ed accetta sconfitte,
sconfina in finali felici, ascolta fanatici e strofina felini fenici,
sconvolgi feticci futili ed infine comprendi il fervore
dell’amaro sapore del: “fa male guardarsi fallire”.
È facile vestirsi di riconosciuta bravura,
non fa che arricchire speranze (che in te son paura),
accresce richieste ed avvalora rimpianti,
ma aumenta la delusione altrui,
quando nudo e rachitico dimostri il mediocre che sei.
Rammenta mio piccolo
ricorda Riccardo:
sii sempre ciò che sei, ma soprattutto sappi opinare solipsismi, perché
“prendersi sul serio è l’unica arma di chi non sa costruir talenti da doti”.

ascolta A mio figlio letta dall’autore