L’antifurto

by Milo Busanelli

Sente dire che al civico trentanove, due condomini più avanti, sono entrati i ladri. È successo di notte e nessuno se n’è accorto, nemmeno gli inquilini. Lo sente dire mentre butta la spazzatura, poi lo ripete alla moglie.
Il civico trentanove è molto simile al loro e pure al trentasette, però si sta bene. Da quando hanno costruito il quartiere non è mai successo niente, ma in fondo è solo un furto. Lo dicono anche al figlio, che non è il caso di farne una tragedia, ma quello sta lavorando, richiamino più tardi.
Quando escono per la passeggiata hanno già la testa altrove. Lui dice che la primavera gli fa uno strano effetto, si sente più giovane. Lei risponde che fa questo effetto a tutti, sarebbe strano che capitasse in autunno. Insiste: si sente un ragazzino. Fuori non si direbbe. Ma dentro, chiede lui. Read More

j j j

Lo Sciame

by Valentina Stella

Il cielo azzurro era appiccicato ai vetri della finestra, Luca giocava in camera aspettando di andare al parco, e Andrea era seduto accanto a me in cucina.
«Quante settimane ci sono ad agosto quest’anno? Devo comunicare il piano ferie al capo»
«Non lo so – gli ho detto, alzandomi con i piatti in mano – quattro, forse»
«Potrebbe averne cinque, aspetta, controllo», e ha staccato dal muro il calendario della scuola materna, quello che ti dice cosa mangiano i bambini ogni giorno, così poi tu sai cosa cucinare a cena.
«Ma dove cazzo è agosto? Ma come cazzo è possibile che non ci sia agosto in questo calendario?», e l’ha lanciato sul tavolo.
Ho infilato le mani nei guanti di gomma rosa.
«Andrea. È un calendario scolastico. Ad agosto non si va a scuola».
E ho pensato “coglione”. Read More

j j j

L’ultima estate

by Alessandro Mazzarelli

Nonostante non fosse più un ragazzino, nessuno gli aveva detto niente. Può darsi, come sostengono alcuni, che l’ignoranza sulle cose essenziali sia connaturata all’essere umano, eppure anche lui – come molti – era convinto che quando sarebbe stato il momento un sesto senso avrebbe vibrato, una mano avrebbe bussato, una campanella tintinnato. Altrimenti a che servivano tutti quei libri?
E invece fu solo una luce piatta su un muro bianco, la sedia di plastica in terrazzo, un rumore costante di cicale, il buio della notte pochi metri più in là, le pagine gonfiate dai granelli di sabbia, la sigaretta in una mano, il pacchetto vicino, i piedi allungati sulla sedia davanti. Se avesse avuto sentore, forse Federico Mancini si sarebbe alzato, non avrebbe acceso un’altra sigaretta né iniziato un altro capitolo del libro che stava leggendo, probabilmente sarebbe rientrato in casa per andare a sfiorare le gambe nude della ragazza che dormiva nella stanza, e forse chissà, avrebbero potuto fare l’amore. E invece era rimasto sul terrazzo a finire la bottiglia, e quando finalmente a letto si era accontentato di non svegliarla. Read More

j j j

Pezzi

by Aixa De La Cruz

Balbetto invitandola a entrare, sto quasi per commettere un errore chiedendole di togliersi i lunghi guanti neri che indossa. Si intonano all’abito da sera che ha scelto per l’occasione: una soleggiata mattina d’estate. Tengo a bada la collera deglutendo una quantità anormale di saliva. Sto diventando un animale, un cane, credo. Mentre la bacio penso che è doloroso stringere le fauci in questo modo. Poi mi correggo: la mascella, ho ancora una mascella.

Il bacio doveva finire sulla sua guancia, ma lei gira il collo e le nostre labbra si incontrano. Non mi tiro indietro, ma le tengo chiuse. Inalo il suo profumo che mi dilata le narici, scende lungo la gola con il potere disinfettante di una mentina. Per un attimo ricordo che una volta amavo questa donna. Il minimo tocco della sua pelle – il minimo tocco delle sue dita, penso e rabbrividisco – mi faceva impazzire. Ma adesso la sua lingua cerca di rompere le mie barriere, un brivido percorre il mio corpo. Non è desiderio, ma paura.

Read More

j j j

La spedizione

by Daniel Gascón

Non so ancora bene perché quel pomeriggio accompagnammo le ragazze fino a Hijar, ma con il passare del tempo mi sembra che di fatto siano state due spedizioni diverse. Noi eravamo annoiati, come al solito, e la gita era soltanto una scusa per fare qualcosa di diverso, come alcuni anni fa entravamo nei nei cortili per “torear” le pecore o giocavamo alla mano nera, suonando i citofoni delle case e scappando poi di corsa come se la gente non sapesse chi eravamo; oppure quando la primavera scorsa quelli più grandi di noi decisero di andare a pescare al fiume, e noi cercammo di convincerli ad portarci con loro, senza successo, il che fu un bene, perché in capo a un paio di giorni vennero beccati dai carabinieri. Per alcune delle ragazze, quelle gite non erano così casuali. Era da un po’ che María e Belén ci parlavano di Joaquín, el Puntillo, un tipo che avevano incontrato a qualche festa. Dicevano che uno di quei pomeriggi bisognava andare tutti insieme a Hijar. In quei giorni d’inizio settembre, quando c’era solo lezione al mattino, andammo con quasi tutta la classe delle medie fino alle scuole, dove avevamo fatto appuntamento con Joaquín e i suoi amici. Read More

j j j

Mia nonna odiava Maradona

by Enrique Olmos De Ita

La mia prima parola è stata “gol”. Non ho detto mamma o papà o gatto. Ho detto “gol” sulle gambe di mia nonna. Lei mi prendeva in braccio, e guardavamo insieme tutte le partite che trasmettevano in televisione. Cioè, così racconta mia madre. Un giorno ho iniziato a urlare “goool”. Sono nato nel 1984, il che vuol dire che ho avuto modo di godermi i Mondiali di Messico ’86 (anche se ovviamente non me lo ricordo) davanti alla vecchia televisione grigia di mia nonna, che ho chiamato Mamma Toto fino il giorno della sua morte; sapendo che non era una seconda madre, bensì un’altra madre.
Dentro la sua capanna nei Llanos di Apan, lontani da ogni tipo di baccano, seguendo ogni mossa, abbiamo visto decine di partite. Altre le ascoltavamo con la sua radio rossa a pile, specialmente quando lei si spostava in cucina. Era un rituale straordinario, che fosse a pranzo o a cena: essere seduti a tavola, in un silenzio quasi totale, ascoltando il calcio dalla radio distorta. Ogni tanto ci mettevamo a strillare e mia nonna si alzava, nervosa com’era, per aggiustare il volume del vecchio apparecchio. Un pretesto per non rimanere ferma. Read More

j j j

La figlia di Ann

by Jenn Diaz

Eliot

Diane è una donna matura ma si comporta da adolescente. Diciamo che Diane è una di quelle persone che comunemente percepiamo come inutili, idiote, imbecilli, insignificanti, irrilevanti. No, rettifico: Diane non è irrilevante, perché è la madre di mia figlia.
—Una figlia malata—
Quando mamma o la zia o il dottore o Marie Jo o i genitori di Marie Jo mi parlano di Diane mi dicono: tua sorella. Mamma, che non è nostra madre, ci ha accolto come fratello e sorella. Se fossimo fratello e sorella, in quel caso, non avremmo potuto avere la nostra
—figlia malata—
La nostra povera figlia la nostra inutile figlia la nostra figlia idiota la nostra imbecille figlia la nostra maledetta figlia e, Cristo, magari fosse morta lo stesso giorno che è nata visto che non faceva altro che complicarci la vita a tutti: a mamma, a Diane, a me. Di tutti noi, quella a cui complicava meno la vita era Diane, perché Diane è quella che possiamo definire
—una malata di mente— Read More

j j j

Campo

by Giacomo Buratti

«Darò ai vincitori la manna nel segreto e un nome nuovo». Finché non ebbe accolto il nome designato dall’alto per suo figlio Giovanni e non lo tracciò sulla tavoletta, Zaccaria non ritrovò la parola. È Dio il battezzatore, e come sapere in realtà se il nome di Giuseppe significa la sua giustizia o ne è significato, se Lazzaro – Eleazar, colui che Dio soccorre – non ricevette il suo affinché in lui fosse pubblicata tacitamente, fin dalla nascita, la gloria dell’Altissimo?
(C. Campo, Il flauto e il tappeto)

«Francesco, ti posso chiedere una cosa?»
Mi volto verso Mino, sdraiato sul letto in canottiera e pinocchietto grigio, i dorsi delle mani sugli occhi. «Dimmi».
«Dove stiamo come si chiama?»
«Intendi il nome dell’albergo?»
«No, dico, stiamo a Bettelemme?»
Mino ha settantasette anni, è il più anziano del gruppo, cammina col bastone, indossa gli occhiali da sole dal sorgere del sole fin oltre il tramonto e non puzza di vecchio, ciò che temevo quando ho scoperto che avrei diviso la stanza con lui per una settimana. Piuttosto odora dell’odore gradevole e standard del deodorante stick che si spalma su quasi tutta la parte superiore del corpo, lucidando il linoleum senape che è diventata la sua pelle.
«A Betlemme ci stavamo ieri, questa è Gerusalemme».
«Dici?» Read More

j j j

Memorie di Verpiana

by James Taylor

Quando ero bambino il mio migliore amico era un altro bambino di nome Joe. Ci dobbiamo essere incontrati quando avevamo quattro o cinque anni e da quel momento abbiamo passato insieme la maggior parte dei fine settimana. Grazie a questo indistruttibile legame, i genitori di Joe fecero presto amicizia con i miei. Erano entrambi artisti – suo padre uno scultore e sua madre una ceramista – ed entrambi avevano successo nelle loro rispettive carriere. La mia famiglia e la sua andavano spesso al cinema o cenavamo insieme nei fine settimana, e poi uno di noi dormiva a casa dell’altro (Joe e io ci siamo incontrati prima della nascita di mio fratello Alex, ma quando lui fu grande abbastanza da saper camminare il nostro duo diventò un trio). Joe e i suoi genitori vivevano in una grande casa all’angolo di una strada principale. Si estendeva su tre piani e c’era un edificio separato che fungeva da laboratorio per sua madre. C’era anche un ampio giardino dove Joe e io trascorrevamo giornate intere facendo ciò che molto probabilmente era in realtà un bel niente. Read More

j j j

Guida alla morte per ragazze per bene

by Marianna Crasto

Uno dei fondamenti educativi della mia infanzia è stato: trova un buon lavoro in modo da poter mandare all’aria il tuo matrimonio. Finché c’è stato tempo mia madre ha detto cose del genere, di solito mentre mi mostrava come depilarmi le gambe.
Potresti dover lasciare tuo marito e potresti essere senza lavoro, nell’arco della stessa settimana. Perché una donna può anche non lavorare nella nostra sporca società patriarcale, tesoro mio. Ma se non vuoi rimanere fottuta, trova un buon lavoro e forse è il caso che ti spieghi cosa sono i contributi.
Ecco mia madre.
Dopo avermi partorito mi ha allevata in modo da poter affrontare una molteplicità di situazioni: non Le Avversità, non Le Difficoltà, piuttosto Le Cose. Sono cioè potenzialmente capace di tutto, perché mia madre non mi ha insegnato nient’altro che essere pronta all’evenienza, cioè qualcosa che è insieme molto specifico e molto generico, qualcosa nell’affrontare la quale vale tutto e vale solo uno stratagemma specifico, contemporaneamente, in un clima di tracollo nervoso e grandissimo divertimento per grandi e piccini. Read More

j j j