Bel pallino

scritto da Stella Poli

Si è ucciso, ti dicono.
Anzi no: si è tolto la vita, ti dicono.
Un treno merci.
Chissà perché questo dettaglio ti pare più giusto. Come se non si morisse sotto una freccia, un treno che in prima ti servono l’aperitivo. Ma un merci, fra San Nicolò e Rottofreno. Di notte. Continua a leggere

Il cacciavite

scritto da Claudia Bruno

Le avevo detto, Benedetta, senti a tuo padre, per queste cose ci vuole un’altra testa. Ma tanto lei non mi ascolta, fa come vuole sempre. Si arrotola i capelli intorno al dito e cambia stanza. Con l’apparecchio, adesso poi, fa una smorfia strana – dice che le fa male, che dentro la bocca «si formano i graffi». Il dentista le ha dato una gommina trasparente da attaccarci sopra, ma tanto quando serve non la trova mai, a casa nostra si perde qualsiasi cosa. Continua a leggere

Il pozzo dei cattivi desideri

scritto da Alfonso Maria Petrosino

C’è un pozzo nel giardino di mio zio
quand’ero piccolo ci andavo spesso
sporgendomi cercavo il mio riflesso
nel fondo ma l’acqua era
lontana e nera.

Un giorno chiesi al pozzo se esaudisse
i desideri.
Il pozzo replicò: “Dipende
dai desideri.”
E aggiunse poi:
“Un tempo – non ricordo più la data –
una ragazza in me gettò
la ciocca dei capelli di colui
di cui lei era innamorata.
Un vecchio avaro invece una moneta.
Una signora in lutto la sua fede.
Un foglio tutto accartocciato un poeta.
E tu?” mi chiese il pozzo allora “tu
che cosa mi darai? Che cosa vuoi?”
Io non sapevo e ancora non lo so.
Chiesi dell’acqua – avevo sete – e il pozzo:
“Gettati” disse “e ti disseterò”.

C’è un pozzo nel giardino di mio zio
mio zio l’ha fatto chiudere da un pezzo.
Tra ciuffi e tralci di gramigna e d’edera
una colata di cemento; Dio
quanto vorrei tornarci,
quanto vorrei tornarci adesso.

ascolta Il pozzo dei cattivi desideri letta dall'autore

Il sabato del prosciutto

scritto da Licia Ambu

La pasticceria del Sole avrebbe compiuto venticinque anni in gennaio. Per l’occasione l’avrebbero ristrutturata, rinnovando le vetrine delle torte accanto agli ingressi, cambiando la disposizione di sigarette e super alcolici e modificando, questo era certo, l’angolo con le quattro sedute sul retro; inoltre avrebbero sostituito le vetrine esterne, e i rivestimenti degli scaffali, vecchi e polverosi, sarebbero stati rinnovati con legno e stoffe e arricchiti da una disposizione ben studiata. Continua a leggere

Teo

scritto da Roberta Garavaglia

Teo si posizionava sempre in difesa e quando chiamava un fallo si accasciava a terra e ci faceva perdere un sacco di tempo. Lo chiamavano Frigna e potete immaginare il perché. A me però veniva sempre voglia di mettermici vicino, di guardargli la nuca dove i capelli erano cortissimi. Continua a leggere

Il pinguino di Trieste

scritto da Francesco La Rocca

Nazarena Furlan amava i bagni d’aria, aveva iniziato poco più che maggiorenne, quando davanti la sua finestra c’era solo il mare. All’età di diciotto anni era andata controvoglia dal medico di famiglia, per la prima e unica volta nella sua vita, affranta da terribili problemi epidermici. La sua pelle era così sensibile da non poter sopportare il tocco delle lenzuola: né in lino né tantomeno di cotone. La ragazza lo aveva supplicato di trovare una soluzione per questa terribile condizione, che le rendeva la vita così solitaria. Continua a leggere

Villini

scritto da Simone Marcelli

In estate i due ulivi del giardino che trovavi bruttissimi sono morti. Si sono seccati quasi da un giorno all’altro e tu eri sicuro che qualcuno ci ha buttato una gran quantità di diserbante, perché due grossi ulivi non muoiono così. I tuoi genitori un giorno si svegliano e trovano questi due ulivi secchi, e tu pronto hai detto loro: deve essere qualche parassita della pianta! Se avessi reso manifesto il tuo vero sospetto, tua madre ti avrebbe dato la colpa: sapeva che quegli ulivi li trovavi davvero brutti e che in passato hai ucciso un’ortensia, che trovavi altrettanto brutta, con il detersivo. Continua a leggere

Dai buchi, a intermittenza

scritto da Simone Marcelli

Quando si fanno le prove di flauto tutti insieme in classe, Ludovico, fai finta di suonare: schiacci le dita sui buchi e muovi la testa per accompagnare il suono degli altri. Fai così anche al concerto di Natale e a quello alla casa di riposo. Il professore non se ne accorge, ma una volta al mese interroga gli studenti, cioè vi fa alzare in piedi uno per uno davanti a tutti e fa suonare a ciascuno un pezzo davanti alla classe. Tu fai degli acuti e tutti ridacchiano, ti tremano le dita sui buchi. Il professore ti dice non ci siamo, terribile, farai fare a tutti una figura di merda al concerto, tu dovresti chiedere scusa alla classe. Batte i piedi a terra e le mani alla lavagna e alza un polverone di gesso, si asciuga la saliva dalle labbra e poi passa oltre, e dice la stessa cosa anche ad altri, e fa le stesse cose dopo. Continua a leggere