Il muro dei colombi

scritto da Andrea Bonomi

L’autobus blu senza numero che ci portava al paese
era così composto: un motore rumoroso,
qualche passeggero che guardava il culo a mia madre,
le prime scritte con il bianchetto
del tipo Craxi ladrone, Piero Pelù ci sei solo tu,
Federico annaffiami le ovaie.
Mia madre mi portava spesso a fare visita
a una coppia di anziani nati
sul finire dell’Ottocento.
Erano i miei trisavoli. Trisnonni
come si dice oggi.
I nonni di mio nonno materno.
Nessuno ha visto i suoi trisavoli.
Io li ho visti. Stavano seduti in una cucina
con la stufa a legna e un televisore. Pranzavo
con un piatto di pasta al pesto.
Lei si chiamava Gemma, lui Cristoforo.
Il dialogo tra noi
era una splendida sinfonia dialettale.
Il sole entrava sempre da una finestra.
Cristoforo era uno dei ragazzi del ’99.
Festeggiò i suoi diciott’anni sul campo di battaglia, a Caporetto.
Quell’uomo, che aveva combattuto contro un impero,
mi portava nelle sue piane
a togliere i lumaconi dal basilico
altrimenti di pesto non ne avrei più mangiato.
Si sa, la pelle del bimbo entra subito in contatto
con le pelle vecchia di un uomo,
di un nonno. Una specie di luccicanza.
Forse perché in parte uguali.
Forse perché il primo ha tanto da imparare
il secondo ha poco tempo per insegnare.
A un tratto, quell’uomo, non lo vidi più.
Rimasero la pasta al pesto e la Gemma
ma la sua poltrona restava vuota.
A forza di domandare che fine avesse fatto, la Gemma mi portò
da quella finestra dove entrava sempre il sole.
Mi disse: “Guarda il muro di sassi, li vedi i colombi?
Adesso Cristò è andato a stare lì con loro.
Tutte le sere, quando chiudo le persiane,
gli mando un bacio. Fai ciao con la mano”.
Cercavo il colombo che gli somigliasse di più
ma facevo molta fatica.
Per la prima volta in vita mia
ero di fronte a una persona che ci aveva lasciati
e l’idea che una volta morto
sarei diventato anch’io un animale
non mi dispiaceva affatto.
Era stupendo, accettabile.
Così andai a scuola e lo raccontai a tutti.
E dovevo essere stato molto convincente
sui bambini
perché una maestra chiamò mia madre
e le rimproverò che la mia immaginazione
era da tenere a bada.

Torno in quel paese
tanto caro a Mario Tobino e Franco Fanigliulo
una volta all’anno, per la festa del vino.
Due anni fa
sono tornato a vedere il muro di sassi
dove vivevano i colombi.
Degli uccelli nemmeno l’ombra di una piuma,
il muro era coperto dai manifesti elettorali.
Così ho preso una sbronza terrificante,
sono andato a casa
e mi sono messo a piangere.
Quella notte di Settembre ho capito
che per il resto della mia vita
sarebbero successe cose come queste.
Che la realtà non accetta la fantasia,
che le persone normali sono nemiche dell’immaginazione
e che la felicità sia molto difficile da trovare.

Ascolta Il muro dei colombi letta dall’autore

Branchi di piccoli intellettuali colorati

scritto da Matteo Di Genova

Branchi di piccoli intellettuali colorati
ballano
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
con vestiti che mi dicono cose urbane
da bambini.
E si stancano
e si siedono
e con i crani e con le proprie posizioni sociali
parlano dell’esercito di riserva del capitale,
mentre con le gambe
parlano di quel Dio che ancora non gli è sceso
nonostante tutto il materialismo dialettico
che si sono fumati
in un secolo e mezzo di carta stagnola
appena poco prima dell’ora di pranzo.
Intanto
ad un ritmo frammentato, frastagliato, con lo scheletro africano,
i muscoli di pianola neurale della Germania dell’est
e la pelle di futuro verde chiaro fluorescente
giallo trasparente e viola elettrico
io
sogno.

Sogno
branchi di piccoli intellettuali colorati
che ballano
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e non fanno cose da stronzi borghesi new age tipo prendersi per mano
non gliene fotte un cazzo di prendersi per mano
loro si stringono tra le mani le parole
e se le massaggiano
e ci si infilano le dita e la lingua dentro
e succhiano l’uno/a i
concetti che secerne l’altra/o e l’una/o i concetti che secerne
l’altro/a ma non si vengono solo in bocca
no
hanno tutti i corpi sporchi di significati altrui
di sensi altrui
e mentre uno entra in contraddizione da dietro
l’altra contribuisce alla discussione da davanti
e due si riflettono a vicenda guardando uno
che espone tutta la sua teoria in faccia ad un’altra
porca madonna
non si stancano mai
si scambiano continuamente
questi piccoli intellettuali
(pervertiti a questo punto), colorati
che in tutta questa ammucchiata organico-concettuale
trovano comunque il tempo di ballare
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e poi ci sei tu
che meravigliosamente vibri
e vibri allo stesso ritmo frammentato
frastagliato
con lo scheletro africano
i muscoli di pianola neurale della Germania dell’est
e la pelle di futuro
verde chiaro fluorescente
giallo trasparente
e viola elettrico
al quale vibro io.
E la cosa veramente estatica è che mi vibri proprio qua davanti
guardiamo nella stessa direzione
ci muoviamo allo stesso ritmo
e io posso cingerti la felpa larga morbida da piccola intellettuale colorata
mentre viaggio, ballando,
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e posso avvicinare il mio mento alla tua spalla
da piccola intellettuale colorata
mentre viaggio, ballando, davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e questa volta non mi vergogno neanche di chiudere gli occhi
no
perché tu mi hai regalato
un paio di occhiali da sole con la montatura bianca bianca
che oltre a farmi più figo
(perché obiettivamente mi fanno più figo)
servono anche a nascondere il fatto che i miei occhi
stanno già giocando al gioco di sotto le coperte tra di loro
e non vogliono assolutamente essere disturbati,
da nessuno.
Perché loro stanno sognando
contemporaneamente
sia quello che potremmo essere
che quello che ci dimentichiamo di essere
e credetemi è difficilissimo sognare contemporaneamente
sia quello che potremmo essere
che quello che ci dimentichiamo di essere
soprattutto se si è solo un paio di occhi
che stanno giocando al gioco di sotto le coperte tra di loro
al riparo di quel paio di occhiali da sole con la montatura bianca bianca
che mi hai regalato tu.

Ascolta Branchi di piccoli intellettuali colorati letta dall’autore

Walter – Cover, 1

scritto da Francesco La Rocca

Abitando a Zurigo avevo imparato che gli orologiai hanno ferie in luglio, così, guardando l’autostrada, potevo riconoscerli dalla targa; se era luglio.

Da bambino facevo molta attenzione ai dettagli e a scuola avevo un rendimento notevole. Quando c’era del tempo libero, costruivo paracadute coi sacchetti di plastica e eliche con i cartoni. Se andavo in campagna creavo biosfere dentro vecchie pentole, imprigionavo lucertole e sezionavo girini. Al mare facevo lo stesso, ma con animali diversi e dentro secchi o bacinelle. Per questo, e alcuni altri motivi, spesso mi dicevano che da adulto potevo essere uno scienziato, e magari diventare come Jaques Cousteau, che andava anche in televisione. Continua a leggere

Quanta nostalgia

scritto da Matteo Di Genova

Quanta nostalgia che provo se ripenso a quel “Quanta”, che c’era prima di “nostalgia che provo se ripenso a”.

Perché diciamocelo questo “questo” è merda in confronto al “Perché diciamocelo” di inizio frase.

Ora ci rivorrebbe proprio un bell’ “Ora ci rivorrebbe proprio un bel” ben assestato, mica come questo “ben assestato, mica come questo” che è troppo sfrontato e moderno, per non parlar del “che è troppo sfrontato e moderno” uuuuu non ne parliamo proprio e dell’ “uuuuu non ne parliamo proprio” ne vogliamo parlare? Nooo

È che non c’è più quell’ “È che non c’è più” che c’era prima di “quell’ “È che non c’è più” che c’era prima di” e la cosa mi destabilizza fortemente!

mi manca “mi”
si stava meglio quando c’era “si stava”
neanche in tempo a dire “neanche” che già arriva “in tempo” a romperti i coglioni!

Erano bei tempi quelli di “Erano bei tempi quelli”, poi da “di “Erano bei tempi quelli, poi da”” in poi è stata una noia! Un segnale di ripresa da “in poi è stata una noia! Un segnale di ripresa da” ma da lì in seguito siamo stati stagnanti forte!

Ma dove stiamo andando, mi domando io. Stavamo andando a “io. Stavamo andando a”, a saperlo prima, non saremmo nemmeno partiti.

Ascolta Quanta nostalgia letta dall’autore

Exit Strategy

scritto da David Valentini

Appena inserisco la chiave sento la gatta miagolare dall’altra parte. Mi scivola fra le gambe mentre barcollo con le buste della spesa, finché non le verso la sua mezza scatoletta.
È giovedì, il giorno della giocata, ma non ce la faccio a rimettermi in macchina per andare da Luca a fingere la felicità. Glielo scrivo: Oggi ho bisogno di stare un po’ da solo. Continua a leggere

Casa di Anna

scritto da Ilaria Tagliaferri


Una settimana fa Anna e sua mamma hanno venduto la loro casa in Romagna. Sono partite da Firenze alle sei di mattina, Anna sperava che sua madre avesse sonno e che in auto si assopisse, invece era sveglia e ha chiacchierato per buona parte del tempo. Le facevano paura tutti quei camion sulla corsia dell’autostrada, ma ad Anna non l’ha detto. Continua a leggere

Tamburi di settembre

scritto da Eugenia Giancaspro

Sento il richiamo delle membra di famiglia
o meglio di ciò che resta
ossa sublimate in cenere
è una tenaglia
in cui la carne viva
s’incaglia come un’alga
slancio d’animo arenato
ricordo che porto!
getta l’ancora
perché tanto è abisso
manco profondo /
è mare mio e tuo
è mare nero
e lutto sporco
di benzina
e piombo
sul fondo
e da lì ti parlo come a un sordo
come un sordo.

Io ti vedo sì; ma vedo che sei dimentico
abbandonato
sepolto sotto un cielo spoglio
non un fiore che cresca sulla tua
tomba //
e quando vengo da te
alle cinque meno cinque
cinque meno cinque
cinque meno cinque …

scandisce il tempo il cinquettio
del merlo
e quando il corvo gracchia
il corvo gracchia
gracchia …

riconosco il tumulo
tra mille tumuli
tum tum

tum tum

per le tue membra
oramai ossa
per la tua fossa
ancora sgombra

una preghiera vera adesso
sgorga e affiora

sboccia

come bocca di leone o bella di notte
sboccia la mia preghiera ma dura un attimo
come quel fiore che
sboccia al mattino e subito poi
muore

non ricordo giuro se bocca di leone o che
ma sono le ossa tue che trainano… me
come la gravità dell’atto sul suolo suo //
e resto ferma resto stesa ci posso stare ore
che sia col sole o con la neve con la grandine
o con la pioggia caustica
sotto lo sguardo dell’aquila che Prometeo nutre
lascia che corroda anche il mio cuore “che pulsa
tra i polmoni …
oggi come ieri ci ameremo fino al sonno“.

Sento
l’odore della carne viva
nascono i nipoti figli di cugini
vedo in loro me, sono il futuro che
si palesa in carne e ossa
sono profumi di infanzia
ricordo dei miei anni ’90
una mattina di settembre
il tamburo batte “sono le sette
c’era la messa” c’era la suora
c’era il primo giorno di scuola
ma non c’è peggior sordo del sordo
profondo che non vuol sentire
ma il tamburo vibra nelle mattine
sveglia il sordo che lo sente sulla pelle
sveglia pure l’udente che sente ma non legge
perché il tamburo non fa differenze
arriva a tutti è popolo che si tramuta in tonfi /

Ritorno
ancora terapia intensiva
prego la morte che non torni
in sordina a bussare anche se mi piace
ritrovarla in cantina
libri di conti e notti bianche
ricordi capodanno?
quando spaccato il cranio
mio padre lo avvolse in un panno /

Sento
il richiamo della terra mia
terra natia

terra che volente mi è stata strappata via
terra che trema che annega e che fre-na
terra ferma mentre io fremo per rivederla!
terra di cristiani in fuga e video di Gigione
terra ch’è n’à diaspora che non sa più di religione
terra di fiume che esagerata è n’alluvione
è fiume
che scorre
che scorre a fiumi

connessione e lacci
legami a funi
FUMI

Chiese fluo avvolte nella loro notte e video mapping
terra di rosari trash e prediche di domeniche in streaming
terra! la terra mia marrone come il caffè nero e verde come l’erba
che coltivo ARIA! Mi sei mancata schiva tenuta stagna schiava incatenata creduta pazza spacciata

E non credevo che la vita avesse un sequel.

Ascolta Tamburi di settembre letta dall’autrice