Mia figlia e Bill

by Miguel Ángel Vallejo Sameshima

Gli occhiali scuri di mia figlia parlavano chiaro. Se ne stava lì, con la sua vecchia camicia da notte, i suoi ricci biondi spettinati e sporchi, la testa bassa mentre mi apriva la porta. La vidi immensamente fragile. In qualche modo ricordai quando da bambina non si classificò al livello statale di un concorso di scienze e pianse di rabbia tra le mie braccia. Nel vederla così, svegliandosi a mezzogiorno prendendosi il viso tra le mani, la sentii ancora una volta impotente, solo che questa volta non trovai le parole per consolarla. Chi avrebbe potuto trovarle!
«Un’altra volta?»
«Sì. Sai come fa quando beve.»
«È una canaglia.»
«Papà…»
«È quello che è.»
«Vuoi entrare?»
«Se vuoi. Mi farebbe piacere.»
«Entra.» Read More

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Numero 60

by inutile

cover #60

Eccolo, l’ultimo numero del formato trimestrale: da dicembre la nostra versione cartacea sarà annuale. ​Sì perché torniamo da ferie più lunghe del solito, passate a riorganizzare sia l’aspetto grafico di ​inutile​ che il contenuto, la nostra linea editoriale, e se vi piacciono scriviamo anche mission o vision.
Dal 2007 la nostra vision/mission consiste nel non utilizzare parole del genere, per esempio; consiste anche nel lavorare senza sosta per darvi un’idea di cosa significhi scrivere, e leggere, e vivere di questi tempi. Magari a volte ci siamo riusciti meglio, a volte peggio.
L’unica costante: una strenua indipendenza, intesa come la possibilità di fare sempre quello che ci passava per la testa. Nei prossimi mesi scoprirete cosa ci passa per la testa ora: un’idea precisa ve la potete fare dalla copertina che ​abbiamo progettato con Leonardo — il grafico che ci teniamo stretti da anni. Sì, lo sappiamo, è molto bella.

Come sempre, il numero è disponibile alla pagina dei download per i soci: la copia cartacea, per chi l’aspetta, arriverà presto, non appena pronta la stampa.

Editoriale

E alla fine ci siamo arrivati, all’ultimo numero di inutile così come lo conosciamo oggi. Cambiare formato non ha a che fare tanto con la stanchezza, quanto a un discorso sulla rilevanza.

Dal 2007 – anno di fondazione – a oggi abbiamo visto e conosciuto tantissime altre riviste: alcune nate prima o dopo di noi, oppure assieme a noi e scomparse lungo la strada, altre nate da allora e capaci di squassare l’ambiente e imporsi come riferimento per tutti. Altre ancora, nate e dimenticate persino da chi le aveva fatte. Non è un segreto che abbiamo fatto fatica, soprattutto negli ultimi anni: ci siamo trovati ogni tanto a chiederci il perché di uno sforzo continuo e irriducibile. È cambiato il modo di fare e di intendere la cultura, da quando siamo nati a oggi: e nel 2015 esistono un mucchio di riviste che continuano ad alzare l’asticella.

Abbiamo sempre voluto fare sul serio, in tutti i campi in cui ci muoviamo, e per farlo ancora di più chiudiamo questo capitolo. Da ottobre ne apriamo un altro: abbiamo ancora tanta strada da fare, tante cose da imparare e da condividere. Da ottobre il passato, a volte ingombrante, torna a essere una risorsa, e inutile un tesoro da mostrare a tutti, il più possibile. Da ottobre però il futuro diventa presente, con una rivista che rimane sé stessa, cambiando dentro, e No Rocket Science.

inutile è, be’, la nuova incarnazione di inutile!, e in un certo senso un ritorno alle origini: si dedicherà esclusivamente alla narrativa e all’editoria internazionale. Il grosso della produzione sarà in realtà un gigantesco lavoro di traduzione, e abbiamo radunato un gruppo di traduttori di prim’ordine per farlo. inutile sarà coordinato e guidato da Nicolò, che si è unito alla nostra redazione cinque anni fa e dal 2012 ci ha aiutato a tenerlo insieme: e farà un ottimo lavoro, già lo so.

No Rocket Science invece si occuperà di cultura, ma dal punto di vista della tecnologia: tutto ciò che di culturale viene creato con la tecnologia, e tutto ciò che la tecnologia cambia a livello culturale. Sarà il nuovo impegno quotidiano del nostro Matteo, e ad aiutarlo ci sarà quel Claudio Serena, con il quale già divide belle esperienze (per esempio Querty, il più importante network di podcast italiani, e Continue?, la sua rubrica di videogiochi per inutile).

Il 24 marzo dell’anno scorso scrivevamo:

Finché ci basta il tempo, finché l’acqua rimane bassa: come sette anni fa, e per altri sette.

È che davanti abbiamo ancora tanta strada, e come sempre: vogliamo farla insieme a voi.

retro #60

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L’antifurto

by Milo Busanelli

Sente dire che al civico trentanove, due condomini più avanti, sono entrati i ladri. È successo di notte e nessuno se n’è accorto, nemmeno gli inquilini. Lo sente dire mentre butta la spazzatura, poi lo ripete alla moglie.
Il civico trentanove è molto simile al loro e pure al trentasette, però si sta bene. Da quando hanno costruito il quartiere non è mai successo niente, ma in fondo è solo un furto. Lo dicono anche al figlio, che non è il caso di farne una tragedia, ma quello sta lavorando, richiamino più tardi.
Quando escono per la passeggiata hanno già la testa altrove. Lui dice che la primavera gli fa uno strano effetto, si sente più giovane. Lei risponde che fa questo effetto a tutti, sarebbe strano che capitasse in autunno. Insiste: si sente un ragazzino. Fuori non si direbbe. Ma dentro, chiede lui. Read More

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Lo Sciame

by Valentina Stella

Il cielo azzurro era appiccicato ai vetri della finestra, Luca giocava in camera aspettando di andare al parco, e Andrea era seduto accanto a me in cucina.
«Quante settimane ci sono ad agosto quest’anno? Devo comunicare il piano ferie al capo»
«Non lo so – gli ho detto, alzandomi con i piatti in mano – quattro, forse»
«Potrebbe averne cinque, aspetta, controllo», e ha staccato dal muro il calendario della scuola materna, quello che ti dice cosa mangiano i bambini ogni giorno, così poi tu sai cosa cucinare a cena.
«Ma dove cazzo è agosto? Ma come cazzo è possibile che non ci sia agosto in questo calendario?», e l’ha lanciato sul tavolo.
Ho infilato le mani nei guanti di gomma rosa.
«Andrea. È un calendario scolastico. Ad agosto non si va a scuola».
E ho pensato “coglione”. Read More

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L’ultima estate

by Alessandro Mazzarelli

Nonostante non fosse più un ragazzino, nessuno gli aveva detto niente. Può darsi, come sostengono alcuni, che l’ignoranza sulle cose essenziali sia connaturata all’essere umano, eppure anche lui – come molti – era convinto che quando sarebbe stato il momento un sesto senso avrebbe vibrato, una mano avrebbe bussato, una campanella tintinnato. Altrimenti a che servivano tutti quei libri?
E invece fu solo una luce piatta su un muro bianco, la sedia di plastica in terrazzo, un rumore costante di cicale, il buio della notte pochi metri più in là, le pagine gonfiate dai granelli di sabbia, la sigaretta in una mano, il pacchetto vicino, i piedi allungati sulla sedia davanti. Se avesse avuto sentore, forse Federico Mancini si sarebbe alzato, non avrebbe acceso un’altra sigaretta né iniziato un altro capitolo del libro che stava leggendo, probabilmente sarebbe rientrato in casa per andare a sfiorare le gambe nude della ragazza che dormiva nella stanza, e forse chissà, avrebbero potuto fare l’amore. E invece era rimasto sul terrazzo a finire la bottiglia, e quando finalmente a letto si era accontentato di non svegliarla. Read More

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Pezzi

by Aixa De La Cruz

Balbetto invitandola a entrare, sto quasi per commettere un errore chiedendole di togliersi i lunghi guanti neri che indossa. Si intonano all’abito da sera che ha scelto per l’occasione: una soleggiata mattina d’estate. Tengo a bada la collera deglutendo una quantità anormale di saliva. Sto diventando un animale, un cane, credo. Mentre la bacio penso che è doloroso stringere le fauci in questo modo. Poi mi correggo: la mascella, ho ancora una mascella.

Il bacio doveva finire sulla sua guancia, ma lei gira il collo e le nostre labbra si incontrano. Non mi tiro indietro, ma le tengo chiuse. Inalo il suo profumo che mi dilata le narici, scende lungo la gola con il potere disinfettante di una mentina. Per un attimo ricordo che una volta amavo questa donna. Il minimo tocco della sua pelle – il minimo tocco delle sue dita, penso e rabbrividisco – mi faceva impazzire. Ma adesso la sua lingua cerca di rompere le mie barriere, un brivido percorre il mio corpo. Non è desiderio, ma paura.

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La spedizione

by Daniel Gascón

Non so ancora bene perché quel pomeriggio accompagnammo le ragazze fino a Hijar, ma con il passare del tempo mi sembra che di fatto siano state due spedizioni diverse. Noi eravamo annoiati, come al solito, e la gita era soltanto una scusa per fare qualcosa di diverso, come alcuni anni fa entravamo nei nei cortili per “torear” le pecore o giocavamo alla mano nera, suonando i citofoni delle case e scappando poi di corsa come se la gente non sapesse chi eravamo; oppure quando la primavera scorsa quelli più grandi di noi decisero di andare a pescare al fiume, e noi cercammo di convincerli ad portarci con loro, senza successo, il che fu un bene, perché in capo a un paio di giorni vennero beccati dai carabinieri. Per alcune delle ragazze, quelle gite non erano così casuali. Era da un po’ che María e Belén ci parlavano di Joaquín, el Puntillo, un tipo che avevano incontrato a qualche festa. Dicevano che uno di quei pomeriggi bisognava andare tutti insieme a Hijar. In quei giorni d’inizio settembre, quando c’era solo lezione al mattino, andammo con quasi tutta la classe delle medie fino alle scuole, dove avevamo fatto appuntamento con Joaquín e i suoi amici. Read More

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Mia nonna odiava Maradona

by Enrique Olmos De Ita

La mia prima parola è stata “gol”. Non ho detto mamma o papà o gatto. Ho detto “gol” sulle gambe di mia nonna. Lei mi prendeva in braccio, e guardavamo insieme tutte le partite che trasmettevano in televisione. Cioè, così racconta mia madre. Un giorno ho iniziato a urlare “goool”. Sono nato nel 1984, il che vuol dire che ho avuto modo di godermi i Mondiali di Messico ’86 (anche se ovviamente non me lo ricordo) davanti alla vecchia televisione grigia di mia nonna, che ho chiamato Mamma Toto fino il giorno della sua morte; sapendo che non era una seconda madre, bensì un’altra madre.
Dentro la sua capanna nei Llanos di Apan, lontani da ogni tipo di baccano, seguendo ogni mossa, abbiamo visto decine di partite. Altre le ascoltavamo con la sua radio rossa a pile, specialmente quando lei si spostava in cucina. Era un rituale straordinario, che fosse a pranzo o a cena: essere seduti a tavola, in un silenzio quasi totale, ascoltando il calcio dalla radio distorta. Ogni tanto ci mettevamo a strillare e mia nonna si alzava, nervosa com’era, per aggiustare il volume del vecchio apparecchio. Un pretesto per non rimanere ferma. Read More

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La figlia di Ann

by Jenn Diaz

Eliot

Diane è una donna matura ma si comporta da adolescente. Diciamo che Diane è una di quelle persone che comunemente percepiamo come inutili, idiote, imbecilli, insignificanti, irrilevanti. No, rettifico: Diane non è irrilevante, perché è la madre di mia figlia.
—Una figlia malata—
Quando mamma o la zia o il dottore o Marie Jo o i genitori di Marie Jo mi parlano di Diane mi dicono: tua sorella. Mamma, che non è nostra madre, ci ha accolto come fratello e sorella. Se fossimo fratello e sorella, in quel caso, non avremmo potuto avere la nostra
—figlia malata—
La nostra povera figlia la nostra inutile figlia la nostra figlia idiota la nostra imbecille figlia la nostra maledetta figlia e, Cristo, magari fosse morta lo stesso giorno che è nata visto che non faceva altro che complicarci la vita a tutti: a mamma, a Diane, a me. Di tutti noi, quella a cui complicava meno la vita era Diane, perché Diane è quella che possiamo definire
—una malata di mente— Read More

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Campo

by Giacomo Buratti

«Darò ai vincitori la manna nel segreto e un nome nuovo». Finché non ebbe accolto il nome designato dall’alto per suo figlio Giovanni e non lo tracciò sulla tavoletta, Zaccaria non ritrovò la parola. È Dio il battezzatore, e come sapere in realtà se il nome di Giuseppe significa la sua giustizia o ne è significato, se Lazzaro – Eleazar, colui che Dio soccorre – non ricevette il suo affinché in lui fosse pubblicata tacitamente, fin dalla nascita, la gloria dell’Altissimo?
(C. Campo, Il flauto e il tappeto)

«Francesco, ti posso chiedere una cosa?»
Mi volto verso Mino, sdraiato sul letto in canottiera e pinocchietto grigio, i dorsi delle mani sugli occhi. «Dimmi».
«Dove stiamo come si chiama?»
«Intendi il nome dell’albergo?»
«No, dico, stiamo a Bettelemme?»
Mino ha settantasette anni, è il più anziano del gruppo, cammina col bastone, indossa gli occhiali da sole dal sorgere del sole fin oltre il tramonto e non puzza di vecchio, ciò che temevo quando ho scoperto che avrei diviso la stanza con lui per una settimana. Piuttosto odora dell’odore gradevole e standard del deodorante stick che si spalma su quasi tutta la parte superiore del corpo, lucidando il linoleum senape che è diventata la sua pelle.
«A Betlemme ci stavamo ieri, questa è Gerusalemme».
«Dici?» Read More

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