Branchi di piccoli intellettuali colorati

scritto da Matteo Di Genova

Branchi di piccoli intellettuali colorati
ballano
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
con vestiti che mi dicono cose urbane
da bambini.
E si stancano
e si siedono
e con i crani e con le proprie posizioni sociali
parlano dell’esercito di riserva del capitale,
mentre con le gambe
parlano di quel Dio che ancora non gli è sceso
nonostante tutto il materialismo dialettico
che si sono fumati
in un secolo e mezzo di carta stagnola
appena poco prima dell’ora di pranzo.
Intanto
ad un ritmo frammentato, frastagliato, con lo scheletro africano,
i muscoli di pianola neurale della Germania dell’est
e la pelle di futuro verde chiaro fluorescente
giallo trasparente e viola elettrico
io
sogno.

Sogno
branchi di piccoli intellettuali colorati
che ballano
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e non fanno cose da stronzi borghesi new age tipo prendersi per mano
non gliene fotte un cazzo di prendersi per mano
loro si stringono tra le mani le parole
e se le massaggiano
e ci si infilano le dita e la lingua dentro
e succhiano l’uno/a i
concetti che secerne l’altra/o e l’una/o i concetti che secerne
l’altro/a ma non si vengono solo in bocca
no
hanno tutti i corpi sporchi di significati altrui
di sensi altrui
e mentre uno entra in contraddizione da dietro
l’altra contribuisce alla discussione da davanti
e due si riflettono a vicenda guardando uno
che espone tutta la sua teoria in faccia ad un’altra
porca madonna
non si stancano mai
si scambiano continuamente
questi piccoli intellettuali
(pervertiti a questo punto), colorati
che in tutta questa ammucchiata organico-concettuale
trovano comunque il tempo di ballare
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e poi ci sei tu
che meravigliosamente vibri
e vibri allo stesso ritmo frammentato
frastagliato
con lo scheletro africano
i muscoli di pianola neurale della Germania dell’est
e la pelle di futuro
verde chiaro fluorescente
giallo trasparente
e viola elettrico
al quale vibro io.
E la cosa veramente estatica è che mi vibri proprio qua davanti
guardiamo nella stessa direzione
ci muoviamo allo stesso ritmo
e io posso cingerti la felpa larga morbida da piccola intellettuale colorata
mentre viaggio, ballando,
davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e posso avvicinare il mio mento alla tua spalla
da piccola intellettuale colorata
mentre viaggio, ballando, davanti a muri di suono pastello giovane giovane
e questa volta non mi vergogno neanche di chiudere gli occhi
no
perché tu mi hai regalato
un paio di occhiali da sole con la montatura bianca bianca
che oltre a farmi più figo
(perché obiettivamente mi fanno più figo)
servono anche a nascondere il fatto che i miei occhi
stanno già giocando al gioco di sotto le coperte tra di loro
e non vogliono assolutamente essere disturbati,
da nessuno.
Perché loro stanno sognando
contemporaneamente
sia quello che potremmo essere
che quello che ci dimentichiamo di essere
e credetemi è difficilissimo sognare contemporaneamente
sia quello che potremmo essere
che quello che ci dimentichiamo di essere
soprattutto se si è solo un paio di occhi
che stanno giocando al gioco di sotto le coperte tra di loro
al riparo di quel paio di occhiali da sole con la montatura bianca bianca
che mi hai regalato tu.

Ascolta Branchi di piccoli intellettuali colorati letta dall’autore

Walter – Cover, 1

scritto da Francesco La Rocca

Abitando a Zurigo avevo imparato che gli orologiai hanno ferie in luglio, così, guardando l’autostrada, potevo riconoscerli dalla targa; se era luglio.

Da bambino facevo molta attenzione ai dettagli e a scuola avevo un rendimento notevole. Quando c’era del tempo libero, costruivo paracadute coi sacchetti di plastica e eliche con i cartoni. Se andavo in campagna creavo biosfere dentro vecchie pentole, imprigionavo lucertole e sezionavo girini. Al mare facevo lo stesso, ma con animali diversi e dentro secchi o bacinelle. Per questo, e alcuni altri motivi, spesso mi dicevano che da adulto potevo essere uno scienziato, e magari diventare come Jaques Cousteau, che andava anche in televisione. Continua a leggere

Quanta nostalgia

scritto da Matteo Di Genova

Quanta nostalgia che provo se ripenso a quel “Quanta”, che c’era prima di “nostalgia che provo se ripenso a”.

Perché diciamocelo questo “questo” è merda in confronto al “Perché diciamocelo” di inizio frase.

Ora ci rivorrebbe proprio un bell’ “Ora ci rivorrebbe proprio un bel” ben assestato, mica come questo “ben assestato, mica come questo” che è troppo sfrontato e moderno, per non parlar del “che è troppo sfrontato e moderno” uuuuu non ne parliamo proprio e dell’ “uuuuu non ne parliamo proprio” ne vogliamo parlare? Nooo

È che non c’è più quell’ “È che non c’è più” che c’era prima di “quell’ “È che non c’è più” che c’era prima di” e la cosa mi destabilizza fortemente!

mi manca “mi”
si stava meglio quando c’era “si stava”
neanche in tempo a dire “neanche” che già arriva “in tempo” a romperti i coglioni!

Erano bei tempi quelli di “Erano bei tempi quelli”, poi da “di “Erano bei tempi quelli, poi da”” in poi è stata una noia! Un segnale di ripresa da “in poi è stata una noia! Un segnale di ripresa da” ma da lì in seguito siamo stati stagnanti forte!

Ma dove stiamo andando, mi domando io. Stavamo andando a “io. Stavamo andando a”, a saperlo prima, non saremmo nemmeno partiti.

Ascolta Quanta nostalgia letta dall’autore

Exit Strategy

scritto da David Valentini

Appena inserisco la chiave sento la gatta miagolare dall’altra parte. Mi scivola fra le gambe mentre barcollo con le buste della spesa, finché non le verso la sua mezza scatoletta.
È giovedì, il giorno della giocata, ma non ce la faccio a rimettermi in macchina per andare da Luca a fingere la felicità. Glielo scrivo: Oggi ho bisogno di stare un po’ da solo. Continua a leggere

Casa di Anna

scritto da Ilaria Tagliaferri


Una settimana fa Anna e sua mamma hanno venduto la loro casa in Romagna. Sono partite da Firenze alle sei di mattina, Anna sperava che sua madre avesse sonno e che in auto si assopisse, invece era sveglia e ha chiacchierato per buona parte del tempo. Le facevano paura tutti quei camion sulla corsia dell’autostrada, ma ad Anna non l’ha detto. Continua a leggere

Tamburi di settembre

scritto da Eugenia Giancaspro

Sento il richiamo delle membra di famiglia
o meglio di ciò che resta
ossa sublimate in cenere
è una tenaglia
in cui la carne viva
s’incaglia come un’alga
slancio d’animo arenato
ricordo che porto!
getta l’ancora
perché tanto è abisso
manco profondo /
è mare mio e tuo
è mare nero
e lutto sporco
di benzina
e piombo
sul fondo
e da lì ti parlo come a un sordo
come un sordo.

Io ti vedo sì; ma vedo che sei dimentico
abbandonato
sepolto sotto un cielo spoglio
non un fiore che cresca sulla tua
tomba //
e quando vengo da te
alle cinque meno cinque
cinque meno cinque
cinque meno cinque …

scandisce il tempo il cinquettio
del merlo
e quando il corvo gracchia
il corvo gracchia
gracchia …

riconosco il tumulo
tra mille tumuli
tum tum

tum tum

per le tue membra
oramai ossa
per la tua fossa
ancora sgombra

una preghiera vera adesso
sgorga e affiora

sboccia

come bocca di leone o bella di notte
sboccia la mia preghiera ma dura un attimo
come quel fiore che
sboccia al mattino e subito poi
muore

non ricordo giuro se bocca di leone o che
ma sono le ossa tue che trainano… me
come la gravità dell’atto sul suolo suo //
e resto ferma resto stesa ci posso stare ore
che sia col sole o con la neve con la grandine
o con la pioggia caustica
sotto lo sguardo dell’aquila che Prometeo nutre
lascia che corroda anche il mio cuore “che pulsa
tra i polmoni …
oggi come ieri ci ameremo fino al sonno“.

Sento
l’odore della carne viva
nascono i nipoti figli di cugini
vedo in loro me, sono il futuro che
si palesa in carne e ossa
sono profumi di infanzia
ricordo dei miei anni ’90
una mattina di settembre
il tamburo batte “sono le sette
c’era la messa” c’era la suora
c’era il primo giorno di scuola
ma non c’è peggior sordo del sordo
profondo che non vuol sentire
ma il tamburo vibra nelle mattine
sveglia il sordo che lo sente sulla pelle
sveglia pure l’udente che sente ma non legge
perché il tamburo non fa differenze
arriva a tutti è popolo che si tramuta in tonfi /

Ritorno
ancora terapia intensiva
prego la morte che non torni
in sordina a bussare anche se mi piace
ritrovarla in cantina
libri di conti e notti bianche
ricordi capodanno?
quando spaccato il cranio
mio padre lo avvolse in un panno /

Sento
il richiamo della terra mia
terra natia

terra che volente mi è stata strappata via
terra che trema che annega e che fre-na
terra ferma mentre io fremo per rivederla!
terra di cristiani in fuga e video di Gigione
terra ch’è n’à diaspora che non sa più di religione
terra di fiume che esagerata è n’alluvione
è fiume
che scorre
che scorre a fiumi

connessione e lacci
legami a funi
FUMI

Chiese fluo avvolte nella loro notte e video mapping
terra di rosari trash e prediche di domeniche in streaming
terra! la terra mia marrone come il caffè nero e verde come l’erba
che coltivo ARIA! Mi sei mancata schiva tenuta stagna schiava incatenata creduta pazza spacciata

E non credevo che la vita avesse un sequel.

Ascolta Tamburi di settembre letta dall’autrice

La pioggia

scritto da Angelo Lachesi


Quando cadde il meteorite eravamo nella fase liturgica della nostra giornata. Era quasi finita la seduta e il maestro stava affrancando il nuovo fratello. Non rammento il suo nome, ricordo solo che era esile, quasi scheletrico; aveva le guance scavate dalla magrezza e gli occhi, angosciosi, che spuntavano dalle orbite come due biglie scure. Continua a leggere

12 febbraio

scritto da Stefania Maruelli


La macchia poteva essere di vino o caffè, difficile dirlo, quel che era certo è che ricopriva una porzione minuscola della quarta piastrella partendo dal lavandino. Anne la stava fissando da quando lui aveva iniziato a parlare.
«Mi ascolti?»
Se fosse stata di vino avrebbe avuto una sfumatura violacea, ma non era detto, forse il colore era dovuto alla porosità delle cementine in cucina. Se le erano fatte arrivare dalla Francia.
«Anne?» Continua a leggere

Bambola gonfiabile

scritto da Eugenia Giancaspro

“You have to understand the way I am, mein herr
A tiger is a tiger, not a lamb, mein herr
But I do what I can
inch by inch
step by step
mile by mile
man by man”

Mi hai deluso? sì, ti scuso
scusa ma non sarai il mio sposo
è sceso.. il desiderio, non è vero?
Hei.. non è vero che ti uso
uso essere ciò che sono e cambio
ad uopo / cambio l’uomo come cambio
l’olio ogni sei mesi così fan tutti così fan tutte
sono distrutta per non dire alla frutta
mi stanno strette le tue esigenze
come le mie tette negli abiti
ma tu adibiscimi a ciò che vuoi
io sono come trascinare un carro
pieno zeppo di buoi, ma sei sicuro
che ancora mi vuoi? no perché
mogli e buoi dei paesi tuoi
ma prenditene una nu poc credent
pe fa cuntent a gent
che se po’ nunn’esc nient
sta semp chill’ata nu poc fetient
nu poc a malament che nun s’allamient
pecché nun ten manc i dient
e poi si sa i pompini senza denti
all’inzio lasciano sgomenti ma dopo
sono tutti ben contenti si convertono
alla dentiera come i più ferventi credenti
di fronte all’acqua santiera …
e non lo dico io… lo sostiene Pereira.. //

bambolina… Che carina…
voglio una bambola gonfiabile tutta per me
che gonfio la notte che gonfio di botte
che gonfio perché
lei mi mena
se mi dimeno dentro te!

voglio una bambola scopabile tutta per me
la voglio bona bruna come Beyoncé
voulez vous danser? voulez vous danser?
ne voglio una alla mia mercé
fammi uno chassè uno tre
un pas de puré uno tre e dopo
portami un caffè
uno tre…

Ah-ha, ah sì? vuoi una bambola gonfiabile tutta per te?
che gonfi la notte che gonfi di botte che gonfi perché
lei ti mena se ti dimenti dentro me?
bene allora io voglio un uomo come Action man
lo voglio bono sodo che scenda dal cielo cantando
“It’s raining men! Hallelujah!”
ne voglio uno romantico come Ross con la sua Rachel
Green che mi dica un po’ buffo
voglio suonarti i capezzoli e fargli fare driiiin
Green Day? non li gradisco ma hey se piacciono al mio toy boy T-Jay
allora sì, vai di Green Day, perché poi
diventerò una MILF una GILF
sarò fuori da ogni categoria..
non voglio essere
non voglio essere
non voglio essere
una GIF di me stessa e finire al
Giffoni Film Festival
a guardare un corpo nudo
e dire ‘che toni plastici’
quando in sala i corpi attorno a me son tutti
flaccidi..

Ma ha ragione il Marotti
Noi qui a fare i contest di poesia
per un po’ di applausi, voti e botti
ma la poesia non deve vincere
deve bruciare le pareti di questo bar
le pareti di questa città
le pareti del tuo intestino, non è tenue
la mia poesia è retta come il tuo culo
brucia
le pareti del tuo destino
ancora incrociato a lei
ma io me ne infischio
come il menisco
lo asporto come un chirurgo che froda il fisco
in una bisca…
adesso scusa ma stacco no davvero scappo…

ma non ti preoccupare perché la mia poesia
non è una ma ce ne sono tante, come Laure Palmer
carine Cheerleaders, Miss Twin di sto cazzo
perché poi la notte sono troie si fanno tutti in città
camminano col fuoco, è demoniaca!
hey ma io non giudico
perché anch’ io come lucifero
porto una luce dentro e mi ribello
e se non l’hai capito ti faccio un disegno..
perché io nel mio inferno..
regno.

Ascolta Bambola gonfiabile letta dall’autrice