L’aura

scritto da Luisa Carpinelli

L’aura si presentò un lunedì di gennaio ancora prima che facesse giorno.
Come un casco baluginante dello spessore di una decina di centimetri che avvolgeva la testa di ciascuno, l’aura cambiava colore ogni minuto. C’era chi diceva fosse per gli ormoni della carne, chi per il gas serra; qualcuno arrivò persino a sostenere che fossero i parabeni contenuti negli shampoo che avevano alterato il cuoio capelluto. Continua a leggere

La volpe

scritto da Antonella De Biasi

Le strade erano silenziose, le nuvole dei nostri respiri si condensavano nell’aria della sera, camminavamo fianco a fianco, sottobraccio. L’ho vista attraversare il vicolo e infilarsi in un bidone viola.

«L’hai vista?» ho bisbigliato con una voce così bassa che sembrava non mia.
«Chi?» Continua a leggere

Melinda

scritto da Carlotta Centonze

C’è un nuovo gioco tra noi bambini, e si chiama acchiappaculo. È come acchiapparella, ma con il culo. Piace ai maschi soprattutto, e li riconosci a seconda del carattere. Ogni tanto ti arrivano delle pacche secche, con la mano tesa, come uno schiaffone sonoro. Altre un pizzico, piccolo e fastidioso come un morso di serpente, oppure pieno, che affonda nella carne per tastarla. Continua a leggere

Un tempo

scritto da Piero Negri

Senti che puzza
scappano anche i cani
stanno arrivando i napoletani
terremotati, disoccupati,
con il sapone non vi siete mai lavati

Un tempo al mio passaggio
scappavano anche i cani tanto puzzavo
Ho fatto schifo al mondo intero
ora sono io a girare la faccia,
quando mi strisciano addosso in strada
ora sono io ad avere il diritto
-pieno, costituzionale-
di mormorare
“ma dove andremo a finire”

Non ho mai avuto paura dell’altro
-nossignore, non ci penso proprio-
sono stato io, una vita sana,
l’altro di tutti gli altri
il baubau, o’mammon,
-non giocare con i napuli balordi-
diceva la nonna
e ‘bbuon faceva
non ci giocare con me
-criaturo bello, bocia, gagno-
appena mi dai un dito
ti mozzico tutta la mano.

Ora sono dall’altra parte della barricata
ora “Prima gli italiani”
mi provoca un brivido elettrico
-dappertutto, dentro, fino in punta-
ora che in quel “prima”
ci sono -finalmente- anche io.
Io che non sono mai stato
“prima” a niente
che mi hanno pigliato sempre
a cavc dint’ o’ mazz

E tras e jesc ra’ tabaccheria
con nu gratta e vinc mman
e tras e jesc ra’ tabaccheria
con nu gratta e vinc mman
e sper a maron, che se è chill bbuon
guagliò, je me ne scapp
nun me verit cchiù.

Ora mi dicono “Prima gli italiani”
E mi sta bene,
sono italiano pure io, no?
Lo volete il voto mio? Sì, No, Sì?
Uèèèèè lo volete o no? Sì?
E allora mi dovete italianizzare,
adesso, qui, sul posto
ampress ampress
italianizzatemi, forza.
Italianizzatemi tutte cose.

Per la bocca e la fica
sotto un lampione male illuminato
le zoccole chiedono almeno 50€
e io?
in cambio di una coperta tricolore
che mi lascia scoperte
le dita dei piedi,
tutta, tutta,
gliel’ho data la faccia.
Tutta me la sono fatta sfondare.
C’è chi dice che è poco
c’è chi dice che è tanto
In ogni caso,
è tutto quel che valgo.

Ascolta Un tempo letto dall’autrice.

73

scritto da Massimiliano Righetto

Allora, non è niente di che, va detto. È un gioco, per passare il tempo. Un giorno è arrivato uno dalle Isole Fiji e mi aveva colpito, parlava un inglese che faticavo a digerire, aveva un viso sorridente e uno sguardo che andava oltre. Osservai il numero ed era il 73. Tutto qui. Decisi così che il 73 era il mio numero e da quel giorno il 73 era il mio numero. Non so se altri che fanno il mio lavoro abbiano dei numeri prediletti, molto probabile che esistano forme più nobili per combattere le nevrosi. Un giorno con il 73 arrivò una ragazza molto bella proveniente da Israele. Si muoveva e parlava cercando di aggrappare le parole una all’altra: i suoi occhi erano una calamita, verdi e affusolati, il destro era più socchiuso del sinistro, e aspirava continuamente dalle labbra strette e chiuse, producendo un sibilo come quello che fanno i bambini. Continua a leggere

Una magra consolazione

scritto da Elena Gottardello

In tutta onestà, ho capito che certe esperienze sono cose da tenere per sé. Non parlarne in giro, non fare domande. Non sai mai come vada a finire: tu chiedi chiarezza, e ti ritrovi che ne sai meno di prima. Ma molto meno, eh. Non ne vale la pena. In fondo, ve lo dico io, è questione di punti di vista che a volte, quando meno te l’aspetti, coincidono.
Per esempio, nel mio caso, meglio ritrovarsi a concludere che morte, Paradiso e Fede sono da prendere così: impacchettati col fiocco senza domande e commenti. Continua a leggere

Caro cane corso

scritto da Piero Negri

Caro Cane Corso,
che sei bello come un Dio Cane
occhi ambrati, imbronciati,
un poco buoni,
un poco tristi.
Mi dispiace molto
ma mi sa tanto che
non ti posso portare
a stare a casa mia
e non c’entra niente,
Caro Cane Corso,
che il mio animale totem
sia l’orso, storicamente.
C’entra di più che
io la mattina esco,
vado a lavoro,
poi la sera ci ho lo Shiatsu,
i corsi di poesia,
le partite di calcetto.
Caro Cane Corso,
se veramente venissi a stare da me
sarebbe incontrare ogni tanto
uno quasi sconosciuto
che ti aiuta a soddisfare
bisogni corporali
per poi rimanere da solo in casa
a fare Dio solo lo sa cosa.
E credimi, lo dico per esperienza, una vita così
non ne vale la pena.
Caro Cane Corso ascolta me, rimani dove stai
tu per me sempre sarai
l’amore per cui non c’è mai
tempo.

Ascolta Caro cane corso letto dall’autrice.

Inverno nella grande città

scritto da Barbara Marunti

Quello fu l’anno in cui il signor Watanabe rivide l’inverno.

Era dalla fine della guerra che l’inverno non faceva la sua comparsa nella grande città: solo i vecchi ricordavano la neve, e nelle loro memorie non riuscivano a scioglierne il suono da quello degli aerei. Poi arrivò l’estate, e con l’estate le bombe, e con le bombe la pace. I morti vennero seppelliti e i grattacieli crebbero sulle macerie, ma i grattacieli si sono spinti tanto in alto, sostiene la signora Masuda, che la neve l’ha vista da ragazza, che il cielo si dev’essere offeso e la neve non è più caduta da allora. Continua a leggere

Antigravità

scritto da Tristan Marsili

L’avevano chiamata Gea Maddalena, come la terra e come sua nonna. Ma lei non era né come l’una, né come l’altra. A cinque anni fantasticava non tanto su cosa ci fosse al di là del mare, oltre i confini visibili della sua isola, ma su cosa ci fosse al di là del cielo, sopra di essa.
«Guarda dove cammini!», le ripeteva sua madre esasperata, mentre lei inciampava nell’ennesimo sasso e finiva nella polvere. Aveva sempre lo sguardo all’insù. Una volta era finita in un canale in secca, che per ripescarla avevano dovuto chiamare suo padre, lei aveva avuto paura ma non aveva pianto, anche se si era ferita e le era rimasta una cicatrice a forma di Orsa Maggiore – che se si spogliava si notava abbastanza – proprio quelle vaghe stelle che fissava di notte, visibili quando il giorno si toglie i vestiti, sempre lì un attimo sopra l’orizzonte. E anche se lei questo non lo sapeva, la notte, dalla sua finestra, quelle stelle le guardava brillare da sopra il giardino di casa. Una sera d’estate quelle stelle le aveva anche viste cadere e allora aveva detto alle sue sorelle: «Se loro vengono giù, forse noi possiamo salire su!». Continua a leggere

Mi hanno regalato delle scarpe

scritto da Clara Vajthó

Mi hanno regalato delle scarpe
che non sono scarpe
che io comprerei
però mi piace
questa cosa
di mettere delle scarpe
che non comprerei
che in giro mi specchio
negli specchi e nelle vetrine
e mi vedo piedi non miei
non i soliti miei piedi
e mi piace pensar
che tutti credano
che siano i miei piedi
e le mie scarpe
(che dalle scarpe molto si capisce)
e invece no
io viaggio su scarpe altrui
le osservo portarmi
ignare
è molto divertente
ma non so se si capisce.

Ascolta Mi hanno regalato delle scarpe letto dall’autrice.