The Treehouse Song

by Sandra Allen

L’occhio, l’organo responsabile per la maggior parte della percezione del mondo di un individuo vedente, è un sacchetto di gelatina. Dappertutto in quel sacchetto si ramificano le vene più minuscole e delicate. Se un oggetto scagliato contro un bulbo oculare dovesse colpirlo con tempismo perfetto, se il proprietario dell’occhio non dovesse ricevere l’impulso di trasalire e se quell’oggetto lo centrasse in pieno, la cornea si genufletterebbe all’indietro come un ombrello colto da una raffica di vento, e, ora concava, batterà sul cristallino. Quel colpo lascerà una specie di livido, che annebbierà la vista temporaneamente. Mentre ciò accade, l’iride, la parte colorata dell’occhio, un muscolo che si contrae e rilassa mentre ci si sposta tra luci forti e scarse, si danneggia, trasformando la pupilla in uno largo buco nero.
Il vero problema nel caso di una lesione tale non è tanto la cornea o il cristallino o l’iride, è se una di quelle venuzze scoppia e inizia a spruzzare sangue in quello che era stato uno spazio equilibrato. Se la perdita di sangue non si ferma, se la pressione all’interno dell’occhio si alza oltre un certo punto, tutto l’affare può esplodere – umore acquoso che ti cola giù per la faccia, presumo. Read More

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Acquavite

by Andrew Pryor

Sono le finali dei Mondiali di Sauna, e ci sono 130 gradi centigradi.

Sono rimaste quattro persone: io, mio fratello, un bielorusso pelato sulla quarantina, e un ucraino biondo e palestrato che non smette di muoversi, si sposta avanti e indietro come se fosse in bilico su un cornicione. Ogni trenta secondi, l’acqua cade sulle pietre fumanti nell’angolo inviando un’onda dolorosa nella nostra direzione.

Chiudo di nuovo gli occhi. Sto galleggiando nella fresca acqua estiva del Golfo, il sale scricchiola nelle mie orecchie. Le punte delle mie orecchie ribollono. Respiro coltellate attraverso le mie labbra schiuse. Una voce galleggia nell’acqua e mi entra nelle orecchie come il sussurro di un’amante: conta fino a dieci. Conta fino a dieci.

Yksi, kaksi, kolme, neljä…

Apro gli occhi, alzo il pollice per mostrarlo all’uomo all’esterno. Mio fratello fa lo stesso. Il bielorusso solleva un braccio brasato e mostra il suo pollice. L’ucraino si strofina la faccia. Read More

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Io e lui

by Lucia Brandoli Bousquet

Sono in piedi, vestita, di fronte a uno specchio. Ho la cerniera abbassata e lo guardo fisso. Lui è uscito senza attirare l’attenzione. Non so perché, ma prima non ci avevo mai fatto caso. Mi sono accorta di quanto sia interessata a lui solo ieri. L’avevo trascurato sistematicamente, come qualcosa che non ci sia, o ancora peggio, che non ti appartenga. E lui è sempre stato lì, la cosa più normale e dimenticata del mondo.
Ho salito le scale fino a questa stanza trascinando un piede dopo l’altro, come se improvvisamente l’aria fosse diventata troppo densa, o le mie articolazioni troppo rigide, eppure avevo fretta. Oggi è stata una giornata strana. Sono stata dal dottore e sono cambiate molte cose. La signora Claudia ha un nuovo cane. Prima c’era un barboncino nero, e ora ho visto correre per il cortile un volpino bianco. L’inquilino del terzo blocco, poi, ha subaffittato a una famiglia di testimoni di Geova. Lo so perché hanno lasciato volantini ovunque. Insomma, una giornata orribile, più che strana. È pomeriggio inoltrato e sono in piedi, in una camera per gli ospiti del nostro appartamento. Ultimo piano, terrazze congiunte. Per ottenere questa reggia mia madre ha fatto il finimondo, ma ora possiamo vantarci di un’enfilade di stanze, ognuna con letto matrimoniale e bagno privato, due porte e lo specchio. Peccato non ci siano così tante occasioni di avere così tanti ospiti. Nessuno però ci fa caso. Allora io mi ci vengo a nascondere. Posso starci anche per delle ore, tanto nessuno mi trova – e se sento qualcuno avvicinarsi, posso sempre scalare di una. Read More

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A che scopo?

by Karen E. Bender

Questo è quello che facevano: mostravano i loro documenti di identità e carte d’imbarco; rispondevano alle domande sulle loro destinazioni; si toglievano le scarpe; mettevano i loro effetti personali nei contenitori di plastica; rinunciavano ai liquidi sopra i 100 ml (o non lo facevano e venivano mandati a rispondere ad altre domande); riprendevano i loro effetti personali; attraversavano lo scanner; alzavano le braccia; stavano in piedi, congelati, come ballerini o criminali, mentre lo scanner li fotografava; superavano lo scanner. La luce, nella zona comune, era un blu acceso. Faceva sembrare tutti dei santi, o dei malati. Di solito ero la prima che incontravano. Ero su una postazione e facevo domande. Ero stata addestrata all’indagine comportamentale. Osservavo il rapido tic di un sopracciglio, la tensione di un labbro. Osservavo quanto a lungo si sfregavano le mani sui volti. Brevemente e con uno scopo, o più a lungo, per nessuna ragione. Mi dicevano dove andavano. A che scopo? Chiedevo. C’era sempre la speranza di scoprire qualcuno, il bugiardo, il criminale. C’era la speranza di trovare qualcuno che fosse pericoloso. Read More

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I nuovi pronomi personali

by Mélissa Verrault

IO
Io è il mio nome. Come in Iolanda, per coloro a cui piacciono le cose più lunghe. Io è un’altra. Una fra tante altre. Ho due sorelle gemelle. Siamo venute al mondo in tre, contemporaneamente, con un primo pianto in stereofonia. Mamma ci ha messo quarantasei ore a espellerci e un mese a trovarci dei nomi che avessero un senso. All’inizio dei tempi ci chiamavamo Bebè-Uno-Bebè-Due-Bebè-Tre, detto tutto d’un fiato, perché non parlavamo mai di noi separatamente. In seguito, fu deciso che Iolanda, Iole e Ionia sarebbero andati bene. Mamma ha continuato a chiamarci semplicemente Bebè-al-plurale, perché confondeva tutto e bisognava che si semplificasse la vita. Di chi è questo braccio? E questo viso? E questo dito? Tutte uguali le avevamo le parti dei nostri corpi. Identiche, eravamo un mostro a tre teste, indivisibili, inseparabili. Non siamesi, ma quasi; non extraterrestri, ma quasi; degli oggetti viventi non identificati che la scienza voleva studiare, che gli sconosciuti volevano toccare per avere un po’ di fortuna, che Mamma avrebbe voluto buttare dalla finestra, a volte. Piangevamo tutte allo stesso momento, avevamo fame, avevamo sete, avevamo fatto la cacca; Mamma non sapeva da dove iniziare, era sola, non era un polpo, non aveva abbastanza braccia, mani, piedi, seni, bocche, allora bisognava che pazientassimo, a ognuna il proprio turno, uno, due, tre; ero sempre io l’ultima, e non rimaneva più latte nelle mammelle, più amore nelle carezze, prendevo le briciole, anche se non esistono, le briciole di latte o di amore, allora Mamma urlava: siete volute venire tutte e tre insieme, peggio per voi. Non si rendeva conto che ogni volta era peggio per me. Read More

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Per strada

by V. Desol

Tutti i pomeriggi, all’uscita da scuola, i bambini vanno giù al campetto a giocare a calcio. I genitori li accompagnano perché il posto si trova alla periferia del paese. Mentre i figli corrono dietro al pallone, loro si riuniscono in un bar lì vicino dal quale controllano la partita. Le bambine, invece, giocano per strada e si divertono saltando la corda. L’eco delle loro canzoni infantili risuona da tutte le parti. La luce del giorno inizia ad affievolire e le facciate bianche degli edifici che fino a quest’ora hanno brillato sotto un sole implacabile, acquisiscono dolci toni azzurri e violacei. Le vicine spalancano porte e finestre in modo che la brezza della sera rinfreschi l’interno delle case. Mentre sui balconi ancora gocciolano i vasi che hanno appena finito di innaffiare, portano fuori sul marciapiede le loro sedie e si siedono in circolo. Vicino alle loro madri, le bambine fanno merenda senza smettere di giocare. Tigre, il gatto tigrato senza un padrone, passeggia tranquillamente tra le loro gambe, nel caso in cui gli cada qualcosa da mangiare. Poi, attraversando la strada con fare annoiato, si distende appoggiandosi a un muro qualsiasi e sbadiglia. A volte passa una macchina che rallenta la velocità. Si fa silenzio e la strada intera si ferma a osservare chi c’è dentro. Read More

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Servizi Telefonici Supplementari

by Joseph Aguilar

*57: Identificazione di chiamata indesiderata

Qualora dovesse ricevere chiamate spiacevoli provenienti da rete fissa, per esempio, da parte di qualcuno che stia cercando di intimidirla per via di bugie riguardanti Amore, segnali la chiamata come indesiderata, verrà registrata la trasmissione dei dati. Il tracciato dati sarà accessibile solo alle forze dell’ordine. Prima di attivare identificazione di chiamata indesiderata, valuti quanto la chiamata renda necessario il coinvolgimento della polizia. Poiché il fatto in questione sembra essersi concluso in un decesso, cerchi di tenere a mente la polizia.

*61: Chiamata prioritaria

Amore ha bisogno di lei negli ultimi tempi. Scelga una suoneria speciale per Amore così da poter filtrare le chiamate da parte di Amore da chiamate non da parte di Amore. Provi una suoneria che indichi “Amore” e “alta priorità.” Pensi a qualcosa di allegro, eccitante e urgente. Pensi a qualcosa di semplice e d’effetto. Pensi a qualcosa di morbido e che faccia male con dolcezza. Read More

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Grammatica

by Ilaria Vajngerl

Il caldo friggeva le strade. Era un’estate rabbiosa, il sole si abbatteva su chiunque provasse a uscire prima di sera. In giro non si vedeva nessuno. Piero studiava le apposizioni sdraiato sul pavimento in bagno, se ne stava in mutande a pancia in giù per assorbire un po’ di fresco dalle mattonelle umide. Dopo un po’ i gomiti si indolenzivano. Faceva gli esercizi calcando la matita sul libro, ne aveva comprata una con la mina troppo dura, che tagliava il foglio invece di tracciare un segno scuro.
Sua madre faceva l’impiegata, suo padre il camionista, lui la terza media per la seconda volta: i suoi genitori li vedeva prima di andare a dormire ed era abbastanza.

Un’apposizione non è un aggettivo, è un nome, ma si comporta come se lo fosse. Papà Gianfranco mangia sempre negli autogrill. Piero in grammatica era bravo, gli veniva facile, bastava capire le parole e metterle in un gruppo. Un po’ come con le persone. Walter era il suo migliore amico dalla prima elementare, aveva i denti storti, sputava lontano e parlava anche il romeno. Filippo invece era arrivato dopo, si era trasferito nello stesso condominio solo da un paio di anni, ma aveva ottime idee per far passare la noia. Come scambiare le fototessere delle epigrafi con le immagini ritagliate dai giornali. Al posto di Lina Fontana, di anni ottantadue, avevano appiccicato un primo piano di Lory Del Santo, così nessuno era andato al funerale e quelli delle pompe funebri non avevano visto un soldo. Read More

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Variazioni per ospedale

by William VanDenBerg

1
Stavi piantando bulbi in giardino quando il tuo braccio sparì. “Riesco a sentirlo,” dicevi, “ma non riesco a vederlo.” Ci eravamo messi insieme la primavera precedente, e quest’anno volevi i fiori. Abitavamo in una casa insieme a molti altri. La scomparsa non era, in realtà, un’emergenza, quindi decidesti di non chiamare l’ambulanza. Guidai fino ad un vicino ospedale. In sala d’attesa, un uomo si sgolava cantando estratti da Hello, Dolly!, I Miserabili, e l’integrale di Cabaret. Alla sua mano sinistra mancavano diverse dita. Sette madri partorirono. Le infermiere chiamarono il nome dell’uomo dei musical durante un’interpretazione lamentosa di “Tomorrow”. Urlarono “Trevor!” e lui veleggiò attraverso i battenti di formica oscillanti. Persino i neonati lo applaudirono mentre passava. Attraverso le alte finestre, vedemmo la luce del giorno esaurirsi. Chiamarono il tuo nome poco dopo. Infermiere velate di plastica traslucida ci condussero alla tua stanza. Cercammo di dormire. Tu in una poltrona operatoria, io su una panchina di vinilpelle. Quando il dottore arrivò, guardò a lungo il tuo non-braccio. “Eh già, hai dello sporco nelle vene,” disse. “Lo sporco ostruisce il sangue che permette al braccio di essere visto. È ottica di base.” Dall’interno del camice estrasse un barattolo di liquido argenteo. “Va’ a casa e scolati questo. Magari fa’ meno giardinaggio. Non saprei.” Rientrati a casa, bevesti l’intero barattolo e il tuo braccio tornò. Il sole minacciava di sorgere e il mattino era freddo, mancava poco che ghiacciasse. Ci arrampicammo a letto e ci coprimmo sotto le lenzuola. Ci addormentammo appena dopo l’alba. Read More

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L’oroscopo dice

by Antonio Ortuño

Mio padre non è benvoluto nel quartiere. I poliziotti si piantano davanti a casa nostra ogni lunedì o martedì e lo osservano bere birra nel minuscolo quadrato di cemento che prima era un giardino. I vicini non hanno una recinzione a proteggerli, ma noi sì. Mio padre beve appollaiato su una panchina che dà giusto sulla strada, reato perseguito da queste parti con una severità degna dei maggiori crimini. Però i poliziotti non possono superare la recinzione e arrestarlo: si accontentano di guardarlo bere.
Neanche la nostra relazione è molto buona. Mia madre è morta e io devo occuparmi di tutte le faccende di casa. Lui è stato educato a non toccare una scopa, io, invece, sembro nata per usarla. Quando finisco di spazzare, spolverare, passare lo straccio e lavare bagno e cucina (il bucato, il giovedì e il lunedì), devo infilarmi la tuta e andare a piedi fino alla fabbrica.
Ero una studentessa tanto notevole da ottenere un lavoro non appena feci domanda, non brava abbastanza però per ricevere una borsa di studio e continuare. Lavoro in una catena di montaggio dalle tre di pomeriggio alle dieci di sera, insieme ad altre venti come me, indistinguibili. Viste dall’alto, attraverso la finestrella dell’ufficio supervisione, dobbiamo sembrare instancabili, tutte noi duecento o trecento che formiamo le quindici file sincronizzate della fabbrica durante i vari turni. Read More

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