Staccionata

scritto da Stanislao Montanari

Non so cosa sia successo a mio padre, ma è da qualche mese che ha smesso di parlare.
O meglio, so cosa è successo. Mia madre l’aveva beccato una sera fuori con una ragazza che avrà avuto sì e no la mia età.
Di solito mia madre, per le cose piccole, impazzisce. Davvero. Inizia a sbraitare, tirare le scarpe, strapparsi i capelli. Continua a leggere

Una cosa che mi preoccupa

scritto da Anita Renchifiori

Mia sorella Tea ha smesso di mangiare.
Tutto è cominciato a febbraio, quando è morta la nonna, ma nemmeno io avevo appetito in quel periodo, così non ce ne siamo accorti subito.
Un mese dopo è morto anche il gatto di Tea, ma ce lo aspettavamo. Mangiava sempre meno e non saltava più sul tavolo per rubare il prosciutto. Tea ha provato anche a dargli il biberon, ma lui non voleva saperne. A giugno, papà è tornato dall’India e ha portato a Tea un gatto nuovo, con il pelo lungo e gli occhi blu. A pensarci bene, era un’idea abbastanza ridicola che bastasse un gatto a farla tornare quella di prima, ma per un po’ ci abbiamo sperato. Invece lei lo ha guardato come se fosse trasparente. Poi si è chiusa in camera. Continua a leggere

Ringo

scritto da Francesco Follieri


Il medico. Ci sarebbe voluto il pediatra. Ma come chiamarlo? Cosa dirgli? Ho un bambino grande come un topo? Gliel’avrebbero portato via. Dentro di sé sapeva che prima o poi avrebbe avuto bisogno di un pediatra, ma in quei mesi se l’era cavata senza e la paura che Ringo finisse in qualche laboratorio era troppo forte. La stessa paura gli aveva impedito di cercare un medico di cui fidarsi anche negli ultimi giorni. In fondo, pensava, è una diarrea, è una cosa che capita ai bambini. Nel corso della notte Ringo aveva perso il suo colorito blu notte, era diventato ceruleo, poi era sbiadito e infine era passato dal viola al rosso acceso, non piangeva più, si lamentava e basta. All’alba era morto. Continua a leggere

Atlantide al casello

scritto da Irene Doda

Fonteviale si chiamava così perché era contenuto nello spazio tra un fontanile di campagna e una grossa strada a due corsie. Si trovava a un paio di chilometri dal casello dell’autostrada, ma dal momento che c’era un passo con trentasei tornanti di mezzo non se ne accorgeva quasi nessuno: abitare a Fonteviale voleva dire esistere in un punto fluttuante al di fuori della civiltà. A Fonteviale c’erano: due trattori, una trattoria, una cartolibreria, un negozio di alimentari e un albergo-ristorante che si riempiva solo nella stagione invernale e che all’occorrenza vendeva anche calzini, garze e disinfettante. Continua a leggere

L’isola

scritto da Maria Gaia Belli

Ho provato com’è morire la prima volta che sono caduta dalla barca. L’acqua ha preso i miei piedi e il mio corpo è sceso veloce come un sasso. Ho inspirato sale dal naso, la pressione mi ha spinto gli occhi nella testa e l’ho sentita scoppiare. Prima di morire potevo solo contare. Continua a leggere

Non la sai la storia del filo rosso della leggenda giapponese

scritto da Andreea Simionel

E per quattro anni ci siamo fatti i regali da duecento euro. Uno per me, e uno per lei. Quattrocento euro l’anno, per un totale di quattro anni, che in tutto fa milleseicento euro. Però, invece di duecento, potevano anche essere cento, anzi, meglio se erano cento, così non mi dovevo disturbare. Perché è ovvio che se lei spendeva duecento euro, anche a me poi toccava spendere duecento euro, per non essere da meno. Allora il primo anno mi fa: cicciolino mio, che cosa vuoi per regalo? Continua a leggere

La sedia

scritto da Chiara Campanelli

Sono due ore che giro. Sto guidando dalle otto di mattina, sono quasi le dieci e ancora non trovo parcheggio. Il sabato è sempre così, vuoi fare una passeggiata in centro, magari bere una birretta con gli amici in riva al mare, insomma qualcosa che distragga dal logorio incessante dell’esistenza e della routine, ma va a finire che è più il tempo speso a cercare parcheggio che a divertirsi.
Se non dovessi fare nulla di importante me ne tornerei a casa, ma sono qui per portare Ottovolante dal veterinario. Continua a leggere

E allora nuota, Pinna

scritto da Giulia Binando

Se lo guardassi da lontano, vedresti un punto rosso su un fondo bianco. Come qualcuno che se n’è andato da un pezzo verso una meta di foschia, o di luce cieca.
La baia di Puck è ghiacciata e Bart Piotrowski la sta fissando.
Respira lungamente e la sua mole di quercia si muove piano. Lo senti mentre si schiarisce la voce dentro quella bocca minuta, stretta tra le guance larghe e gonfie, sempre rosse come dopo una corsa. I suoi occhi piccoli adesso guardano il molo.
È nato a Wiele, nella Pomerania centrale, ma ogni estate, sul sedile posteriore della Syrena dei suoi, attraversava tutta la voivodatale per Kowale più la superstrada fino a Puck, e passava un mese al mare. Continua a leggere

Sucre glace

scritto da Sharon Vanoli

Si chiama sclera, la parte bianca dell’occhio. Da quando lo so, ogni volta che sento la parola torno con la mente a una cena della mia infanzia. Allo sguardo sfibrato di mia sorella Maddi.
La scrutavo cauta, era seduta di fronte a me. Teneva le pupille scure così girate verso l’alto da farmi provare orrore di tutto quel bianco vischioso. Continua a leggere

Il tempo dello sfavorito

scritto da Daniel Coffaro

Martina mi guarda negli occhi. A tratti mi sorride con una rughetta che le crea malizia sopra la gota, poi prova vergogna e svaga lo sguardo. Mira altrove, il vino, i coltelli, le candele, guarda le proprie mani stressare la clip fermatovaglie, ma la curiosità la governa e, pochi secondi dopo, è ancora lì a fissarmi. Sa che me ne accorgo, che faccio finta di niente, e per lei è meglio così: può osservarmi senza trovarsi troppo in soggezione. Continua a leggere