Sotto i portici

scritto da Andrea Derizio

Nonostante Giuditta, invitandolo a raggiungerla a Torino, gli avesse anticipato delle tenebre che lo avrebbero inghiottito, una volta fuori dalla stazione di Porta Nuova, Anselmo non immaginava che i portici si allungassero così neri nel ventre della città. Infatti, che si trattasse di portici, e non di una galleria scavata nella roccia, per esempio, lo deduceva solo per i raggi plumbei che filtravano tra le colonne, allumando di smorte chiazze il pavimento lastricato: perché non si vedevano né serie di arcate, se alzava il mento, né boutique, caffetterie, cinema, ristoranti se si voltava di lato; soprattutto, perché non scorgeva non già la calca, essendo comunque un pomeriggio di pioggia sottile, echeggiante di un tintinnio di sistri, ma nemmeno un’anima che fosse una. Continua a leggere

Autofiction

scritto da Luigi Socci

La gente è perfettibile.
La gente è migliorabile.
La gente non è male.
La gente cammina in modo innaturale.

Sembra mettere un piede
davanti all’altro meccanicamente
senza un vero movente.
La gente si muove con troppe movenze.

(gli è stato detto ma non gli è chiaro
non gli entra in testa che è un documentario)

La gente non sa stare al suo posto
perché ha un certo talento non richiesto.

La gente guarda in macchina
oppure non ci guarda non guardandoci
con fare quasi sospetto:
tergiversa gironzola fa la gnorri fischietta
si gratta si scrocchia una falangetta
dietro la schiena intreccia le mani
nella classica posa della vecchiaia
(una posa da intenta a qualcosa)
finge interesse per una qualunque
cosa modestamente interessante
fa finta di fare finta
di niente, fa l’indifferente.

La gente se la guardi fa una faccia
da passante di lì per caso.
Da gente scambiata per altre persone.
Si indica stupendosi del fatto
di come mai ci si rivolga a lei
proprio a lei che passava di lì per caso.

La gente se la guardi nella faccia
la gente fa buon viso.

La gente se la guardi fa una faccia.

Ascolta Autofiction letta dall’autore

La fotografia

scritto da Silvia Middei

La fotografia era piena di luce. Era per via dei vestiti estivi, del muretto bianco su cui eravamo allineati, o il mare alle nostre spalle. Anche il cane marroncino chiaro, quasi giallo-ocra, era in perfetta armonia con il resto, e non sembrava finito lì per caso. La sua ombra, proiettata sul muretto dal sole abbagliante di luglio, era l’unico angolo di buio in tutta la scena. Continua a leggere

Il matrimonio di Gemma

scritto da Laura Marinelli

Come un peluche su una poltrona, Gemma si lascia fare tutto.
La cugina le spolvera il seno di cipria. «Oggi il trucco pure qui» le dice, mentre Gemma ride. In quel punto del corpo non è abituata al solletico, ma alle smanie del suo uomo. Armando per lavoro impasta cemento; per diletto, nei pochi momenti che ha a disposizione, i suoi seni. Li stringe come fossero panetti lievitati, e li impolvera con i resti della calce che gli rimane sulle dita. A Gemma piace, e lo lascia giocare a fare il pizzaiolo di quelle curve che però Armando può condire solo con baci e carezze. Per mangiarsi Gemma, il suo piatto preferito, deve aspettare il matrimonio: lei vuole così, perché suo padre vuole così. Continua a leggere

Poesia visiva

scritto da Luigi Socci

adesso vi faccio vedere una cosa
adesso vi faccio vedere una rosa
adesso vi faccio vedere la spina
dorsale di quella rosa
perché vedere è un’azione
concreta che si fa una cosa

adesso vi faccio vedere un video
adesso vi faccio vedere i filmini
del viaggio di nozze scherzavo
adesso vi faccio vedere un audio

adesso vi faccio vedere gli occhi
eccoli
in previsione di un’anteprima
adesso vi faccio vedere in un modo
mai visto prima

adesso vi faccio vedere tutto
adesso vi faccio vedere ecco
dritto per dritto
franco e diretto
adesso vi faccio vedere
vietato ai diciotto
dovunque guardiate
così come viene viene
così imparate

da un punto di vista privilegiato
da un punta di fuga raccomandato

adesso vi faccio vedere come si fa
adesso ve faccio vedè ve faccio toccà

adesso vi faccio vedere
tutto il visibile e l’invedibile
adesso vi faccio vedere
e rivedere l’imprevedibile
adesso vi faccio vedere
quel che vi piace e appare
adesso vi faccio vedere
prego dalla regia mandate pure

per rimanere il meno
possibile nel vago
adesso vi faccio vedere
un semplice esempio così mi spiego

questa cosa vistosa
finalmente
adesso vi faccio vedere
questa famosa cosa
adesso vi faccio
vedere niente
perché lo dovete
vedere assolutamente

chi ha gli occhi ingannevoli creda
chi ha orecchie per intendere veda

toglietevi(mi) i(l) cappucci(o)
le bende
gli occhiali
scuri da non guardante
adesso ve ne faccio
vedere delle belle
ma da distante

adesso vi faccio
vedere addosso
vedere in faccia
vedere fisso

adesso

vi faccio vedere che vi sbagliate
adesso mi fate vedere
che non scherzate

adesso vi faccio
vedere per credere adesso
vi faccio vedere con mano

adesso vi faccio vedere
come muore un italiano

vedere un puntaspilli
trafitto di spaghetti
in divisa
d’ordinanza da san sebastiano
vedere con i polsi
segati dalle corde
del mandolino legato alla mano

adesso vi faccio vedere io
adesso vi faccio vedere me

adesso vi faccio vedere chiaro
adesso vi faccio vedere l’ora
adesso vi faccio vedere gli extra
adesso vi faccio vedere in chiaro

con una lente per ogni occhio
adesso vi ho fatto vedere troppo
con ogni occhio per ogni occhio
adesso vi faccio vedere doppio

Ascolta Poesia visiva letta dall’autore

Plastica

scritto da Chiara Nuvoli

Una delle mie storie familiari preferite è questa: mondiali di calcio, Italia ’90, non so che partita. I miei invitano degli amici a casa, per guardarla tutti insieme. Mia madre prepara cosette da smangiucchiare durante la partita. Gli amici arrivano, si aprono le birre, si inizia a chiacchierare e inizia anche la partita. Al decimo minuto mio padre mangia qualche nocciolina, al dodicesimo prende un panino prosciutto, lattuga e sottiletta. La parte divertente è che mia madre aveva messo dentro le sottilette senza sbucciarle, con tutto l’incarto; delle volte mi rammarico di essere nata troppo tardi e di non aver avuto la possibilità di vedere, anche solo dalla culla, questi panini prosciutto, lattuga, formaggio scadente e sottile strato di plastica.
Ci penso mentre sto stendendo i panni dopo il terzo risciacquo: erano nella lavatrice da due giorni, non mi andava di tirarli fuori. Quando finisco torno nella mia stanza e la chiamo. «Ciao mamma, ti ricordi di quella volta che hai fatto i panini con le sottilette e non hai tolto la plastica?». Lei ride. «Mi ricordo. Ma come ti è tornata in mente? Ora tirerai fuori pure quella della lampada». Continua a leggere

Le splendide creature della galassia

scritto da Sergio Sessini

Intorno a questo pianeta, che si chiama ZEW-L-804, orbitano due lune. Entrambe, stanotte, sono invisibili, transitano sull’emisfero opposto. È un evento raro.
Immersa nel Cellulex della mia navicella come in un liquido amniotico, so che la temperatura, sorvegliata da un sensibilissimo sistema di sensori superficiali, non cambia mai. Eppure sento freddo. Sarà il nero dello spazio, stanotte così intenso senza lune, che irradia un vuoto totale prima di fondersi col violetto profondo della bassa atmosfera, giù giù fino alla vallata coperta di lichenoidi gialli che crescono sul lato freddo di ogni roccia, opposto alla stella morente che ci fa da sole. Continua a leggere

Lui pensava sempre a lei

scritto da Ivan Talarico

Lui pensava sempre a lei.
Lei pensava ancora al suo unico vero amore.
Il suo unico vero amore pensava alla sua nuova storia.
La sua nuova storia pensava ai misteri del cosmo.
I misteri del cosmo, riuniti, pensavano alla solitudine
della polvere.
La solitudine della polvere pensava alla neve.
La neve pensava a una casa di proprietà.
La casa di proprietà pensava alla giovinezza.
La giovinezza pensava a suo figlio.
Suo figlio pensava al seno gonfio.
Il seno gonfio pensava ad altre mille bocche.
Altre mille bocche pensavano all’inutilità del mattino.
Il mattino sorgeva implacabile sui pensieri inutili.

Ascolta Lui pensava sempre a lei letta dall’autore

Pappagalli

scritto da Davide Membrini

1

Si svegliava alle 4:30.
Ero sotto le coperte e ascoltavo i passi di mio padre lungo il corridoio – caffè che borbotta, acqua che scroscia, porta che batte – quindi guardavo dalla finestra: era ancora scuro e avrebbe albeggiato tra ore. Papà usciva in retromarcia dal garage, e schiacciando l’acceleratore e ascoltando la radio scendeva ai mercati di Via Ostiense; alle 7:30 avrebbe scaricato le casse di frutta, alle 8:00 avrebbe sollevato la serranda del negozio e quando sarebbero arrivati i primi clienti – PESCHE 0,99 euro/kg; PERE 1,98 euro/kg; MANDARINI 2,00 euro/kg; MELE 1,49 euro/kg; LIMONI 2,70 euro/kg; MELONI 3,90 euro/kg – io avrei bagnato un biscotto nel latte. Continua a leggere

Il bianco del soffitto

scritto da Sara Mariotti

Quando Marta serve le colazioni nella piccola locanda in cui lavora come cameriera, l’odore del latte caldo le provoca i conati di vomito; con una secca contrazione dei muscoli faringei ha imparato a respingerli così in fretta dentro la pancia che non hanno neppure il tempo di manifestarsi in un ributtante gesto visibile all’esterno. Continua a leggere