Al college

scritto da Rachele Salvini


La prima volta che Jared è venuto a prendere Tabitha, stavo facendo i compiti di inglese.
Ho provato a non alzare lo sguardo e ho pigiato la punta della matita sulla carta mentre sentivo la sua Kia sferragliare nel parcheggio del teatro. Avevo pensato di aspettare il bus da qualche altra parte, ma faceva freddo e non avevo voglia di farmi tutta la strada a piedi fino alla fermata successiva. Dopotutto, non pensavo che l’intera faccenda mi avrebbe scosso granché. Dopotutto, Jared e Tabitha stavano insieme e io ero lì ad aspettare il bus. Dovevo solo tenere lo sguardo basso e farmi i fatti miei. Continua a leggere

Mon amour, mon amour

scritto da Carmen Barbieri


Amore dice che quando mi incontra è felice. E se non mi incontra? È felice lo stesso.
Passiamo la vita a significare che Amore è diverso dagli altri, che è persona simpatica, che fa ridere serio, non come certi con cui ti devi sforzare di ridere. Ma la verità volete sapere qual è? La verità non è che Amore fa ridere serio, ma che siamo noi che facciamo seriamente ridere Amore. Continua a leggere

Numero!

scritto da Luca Tosi


Stazione… Dolce stazione. La Paola succhiava il suo Estathé al limone dalla cannuccia. Ivan e Riki erano chini sul gratta e vinci: grattavano in due perché l’avevano comprato a metà, «così porta più fortuna», dicevano. Riki soffiava sulla polverina, Ivan invece non soffiava. La polverina volava via e i numeri venivano fuori uno alla volta. Continua a leggere

Il Tac

scritto da Michela Lazzaroni


Tac.
Anna voltò la testa, una mano ancora sul mouse e l’altra su command e s. Il muro bianco di fresco, i vestiti piegati e abbandonati sulla sedia, il parquet, nessuno di loro aveva parlato, ne era certa.
Riprese a guardare il monitor fingendo indifferenza e pizzicò la tempia con i polpastrelli staccando la pelle dal cranio, nel punto dove l’osso mandibolare premeva su quello mascellare e il mal di testa amava scavare il nido.
Tac. Continua a leggere

Xenoglossia

scritto da Gabriele Nucatola


Qualche giorno fa mi son svegliato che parlavo sette lingue diverse.
Anzi, a dirla tutta mi son svegliato che pensavo pure in sette lingue diverse. Perché per parlare è necessario prima pensare, certo, ma non è un concetto così banale come può sembrare a un primo acchito. A me, ad esempio, prima di qualche giorno fa, quando cioè ho iniziato a pensarle e a parlarle queste sette lingue, non è mai passato per la mente. E quando me ne sono reso conto, ne sono rimasto folgorato. Continua a leggere

Minchia di fragola

scritto da Marco Morana


Toni Baiata veniva a stanarmi quando ero da solo. Mi si avvicinava ancheggiando, una camminata sicura e ostentata, e poi mi faceva la solita domanda.
«Fusti tu chi ci riciste a me matri ca me minchia avi sapuri di fragola?».
Io lo fissavo, stordito. Non era una questione di traduzione. Dalle mie parti, il dialetto lo parli e lo capisci meglio dell’italiano anche a tredici anni. Era proprio il significato di quella domanda che mi sfuggiva.
Sei stato tu a dire a mia madre che la mia minchia sa di fragola?
Che voleva dire? In che senso la sua minchia poteva sapere di fragola? Continua a leggere

La settimana in cui Martina non doveva morire

scritto da Claudia Petrucci


Emanuele aveva cominciato a conoscere Martina molto tempo prima di stringerle la mano. Gliene avevano parlato gli amici, a lungo, e lui aveva raccolto informazioni, mettendo in piedi un ritratto tutto suo, immaginario, tenuto insieme da aneddoti filtrati, rivisti e potenzialmente fasulli. Come di quella volta che Martina aveva soccorso la sua coinquilina suicida tappandole le vene con le mani, o di quel giorno, durante una manifestazione, che si era beccata una manganellata in fronte ma non aveva vacillato nemmeno un po’. Continua a leggere

La roba da mare

scritto da Massimiliano Piccolo


Il profumo denso della primavera, poi l’arsura intensa dell’estate, ed ecco tutti che parlano di mare. Io l’ho visto una volta soltanto. Si chiamava Ligure ed è accaduto una lunga giornata di una decina di anni fa. Non ci sono andato soltanto per curiosità, nonostante tutti i compagni ci andassero in pellegrinaggio ogni estate e quando dicevo che non ci ero mai stato mi guardavano storto. Se aggiungevo che non me ne importava niente, si mettevano a ridermi in faccia. Allora non ci vedevo più e mi partiva la scintilla. Continua a leggere

Kreuzberg, Berlin

scritto da Silvia Lanfrancotti


Sono le sei e ventisette. Ne sono assolutamente convinto. Convinzione peraltro corroborata dal fatto che ventisette minuti fa erano le sei e basta. Il bel tempo persiste, pare. Almeno questo è quello che immagino dal grado di luminosità che si diffonde nella mia stanza-soggiorno-cucina. 30 mq al Grundbuch, cioè al catasto, un importo di affitto che presto per me sarà irraggiungibile come Emma Stone. Ma non divaghiamo. Sono le sei e ventisette e tra solo un minuto devo uscire dal sonno e inventarmi questa nuova cazzo di giornata. Mi rigiro sulle molle del divano Ikea EKTORP a tre posti, che non è neanche un divano letto. Mark me lo ha lasciato quando ha cambiato appartamento. Dormo anche per terra, in caso di necessità.
Mark mi manca un po’. Ma va be’. Continua a leggere

La fuoricorso

scritto da Elena Gottardello


Utilizzavo assai poco le bacheche della Facoltà: dimenticavo gli avvisi che appendevo. Se mi serviva un libro, o se dovevo vendere appunti o libri, scrivevo il mio foglietto e poi me ne dimenticavo fino al giorno in cui qualcuno chiamava, e mia mamma mi diceva ti han cercato per un avviso, hanno lasciato un numero. E mi dimenticavo di richiamare. Ecco perché usavo poco le bacheche della Facoltà: non arrivavo a molto. Dimenticavo.
Era l’inizio del primo semestre, i bagolari e i tigli nei viali avevano preso a tinteggiarsi dei toni del giallo, e gli studenti giravano Padova in biciletta, alternando portici, marciapiedi e piste ciclabili. Continua a leggere