Kreuzberg, Berlin

scritto da Silvia Lanfrancotti


Sono le sei e ventisette. Ne sono assolutamente convinto. Convinzione peraltro corroborata dal fatto che ventisette minuti fa erano le sei e basta. Il bel tempo persiste, pare. Almeno questo è quello che immagino dal grado di luminosità che si diffonde nella mia stanza-soggiorno-cucina. 30 mq al Grundbuch, cioè al catasto, un importo di affitto che presto per me sarà irraggiungibile come Emma Stone. Ma non divaghiamo. Sono le sei e ventisette e tra solo un minuto devo uscire dal sonno e inventarmi questa nuova cazzo di giornata. Mi rigiro sulle molle del divano Ikea EKTORP a tre posti, che non è neanche un divano letto. Mark me lo ha lasciato quando ha cambiato appartamento. Dormo anche per terra, in caso di necessità.
Mark mi manca un po’. Ma va be’. Continua a leggere

La fuoricorso

scritto da Elena Gottardello


Utilizzavo assai poco le bacheche della Facoltà: dimenticavo gli avvisi che appendevo. Se mi serviva un libro, o se dovevo vendere appunti o libri, scrivevo il mio foglietto e poi me ne dimenticavo fino al giorno in cui qualcuno chiamava, e mia mamma mi diceva ti han cercato per un avviso, hanno lasciato un numero. E mi dimenticavo di richiamare. Ecco perché usavo poco le bacheche della Facoltà: non arrivavo a molto. Dimenticavo.
Era l’inizio del primo semestre, i bagolari e i tigli nei viali avevano preso a tinteggiarsi dei toni del giallo, e gli studenti giravano Padova in biciletta, alternando portici, marciapiedi e piste ciclabili. Continua a leggere

Capriole

scritto da Lucia Ghirotti


24 settembre 2016

È da un po’ che parlo con i morti.
I morti, diversamente da quello che i vivi possono pensare, sono attenti e reattivi, non si manifestano per farci paura, toccandoci all’improvviso in una stanza buia o ricordandoci i torti che gli abbiamo fatto. Non ci rinfacciano la colpa del loro essere morti. I morti vogliono divertirsi, almeno con me, e io li accontento, sono diventata il loro zimbello, e la cosa non mi dispiace. Continua a leggere

La dichiarazione

scritto da Ilaria Vajngerl

Frankenstein – Stomaco #2


Era una mattina vecchia e buia, aveva indossato la tuta arancione ed era uscito col suo camioncino. Doveva fare il solito giro prima che la gente si svegliasse. Non sarebbe piovuto, non quel giorno. Quelli come lui se la sarebbero sbrigata presto, bisognava raccogliere i sacchi e svuotare i cassonetti. Lo faceva da quando era stato dimesso dal laboratorio, nessuna pausa, avanti e indietro per le strade e poi giù fino alla discarica. Di giovedì toccava al vetro e al cartone. Continua a leggere

L’oggetto del desiderio

scritto da Francesca Ruggiero

Frankenstein – Occhi #2


«Non guardarmi» dici ridendo, «sei ossessionata.»

Cerco di cambiare direzione alle pupille: il rubino sporco che porto al dito, lo zucchero raggrumato in fondo alla tazzina di caffè, la trama e l’ordito macchiati di Barbera. L’ho rovesciato sulla tovaglia quando mi hai detto che sono “molto carina questa sera”. Non erano ancora arrivati gli antipasti.

«Ci sei solo tu davanti a me, chi dovrei guardare?» rispondo.

Sopra di noi vorticano piatti, i camerieri danzano sincronizzati, mi gira la testa. Forse dovremmo liberare il tavolo, forse voglio andare a casa, ma tu hai ordinato un’altra grappa, io un secondo caffè perché sono ubriaca.

«A volte, vorrei solo che non mi fissassi con quegli occhi» ti fai serio.

Per la prima volta da quando ci siamo seduti, il tempo di una cena di due portate, mi rendo conto che dietro di te si erge la grande vetrina refrigerata dei dolci. Il bunet torvo e lucido di condensa, la panna cotta audace e irrequieta, il tronfio tiramisù e tu lì in mezzo, sembri gelido e infastidito.

«Cosa vuol dire? Che hanno i miei occhi?» alzo la voce di un tono.

Ecco il secondo caffè e la seconda grappa. Afferro il bicchiere di liquore e correggo la tazzina, ti dà fastidio quando prendo le cose senza chiedere il permesso. L’ho capito prima, ti ho rubato una polpetta dal piatto e non l’hai presa affatto bene.

«È come se avessi bisogno di guardarmi, è imbarazzante» tu invece abbassi la voce di un tono.

Ho perso tre chili in 12 giorni. La mia frequenza cardiaca è inarrestabile ogni secondo della giornata. Sono innamorata, non posso dirtelo. Usciamo insieme da sole tre settimane. Ti guardo sempre come se fosse l’ultima volta, ho paura che tutto sparisca. Come confessare la mia indole melodrammatica?

«Io non ho bisogno di guardarti» allora mento, ma gli occhi mi tradiscono e corrono a tuoi, divento rossa e poi scoppio a ridere.

Denti

scritto da Simone Marcelli

Frankenstein – Denti


“Il sorriso perfetto è il sorriso utile:
da molto vicino, anche il più bello risulta mostruoso.”

Prof. Théophile Weber-Lemaire, vicedirettore esecutivo.

“Certamente se si guarda unicamente al risultato
le combinazioni epigenetiche appaiono casuali, ma in realtà
questa apparente casualità è ciò che ci rende umani.”

Dott.ssa Magdalena Isaksson, responsabile laboratorio istologico.

“Prendi un qualsiasi ente mondano. È nel tempo e nello spazio.
La sua storia lo travalica, ed esso ne è solo il frammento di un momento.
In qualsiasi altro punto della sua linea del tempo non lo riconosceresti”

Rev. Marie-Luise Mordini, cappellana del Centro di ricerca.

DENTI
Schedario

Ultimo aggiornamento: 30/06/2018 Continua a leggere

Stomaco

scritto da Carmine Bussone

Frankenstein 8


«Gerald! Maledetto parassita che non sei altro, sotto quale asse del pavimento ti sei nascosto? Spero di vedere i topi che stanno facendo colazione col tuo cadavere o non avrai altre scuse per essere ancora vivo davanti a me.»

Tale era la potenza e la rabbia dell’urlo di mio nonno, che si sarebbe potuto trovare anche fuori dalle mura della città. Continua a leggere

L’area fieristica di Roma

scritto da Marianna Crasto

Occhi – Frankenstein 7


Nonna aveva occhi infossati come caverne, al riparo della sua orbita riposavano uomini preistorici dopo una giornata di caccia e un timido falò riusciva a proiettare ombre grandiose sulla roccia curva. Pitture rupestri di vene raccontavano storie di tribù e duelli. Quando la notte respirava tra gli alberi, gli uomini stavano con un orecchio nel vento e l’altro addormentato, le spalle protette fino al mattino dalla cavità oculare. Le iridi invece erano gelatinose e piccole, di un marrone ratto senza nessuno slancio, non succedeva mai niente lì attorno e non era rimasto vivo nessuno che potesse ricordare se fossero mai stati specchi d’acqua e, nel caso, cosa ci fosse stato nel fondo: soltanto, lei ti guardava nello spazio di una fessura tanto stretta che pensavi si sarebbe riattaccata al successivo battito di ciglia. Continua a leggere