Via Archirola

scritto da Natalia Guerrieri


Il parco oggi è freddo, il sole pallido di inizio novembre emana una luce chiara che non riscalda.
Il palazzo dove abita mia madre è in via Archirola numero 15. È un condominio a otto piani. Grigio, gli infissi blu, tanti occhi chiusi. Mi ha sempre ricordato una montagna bucherellata da grotte, ogni appartamento un piccolo spazio privato, un fuoco. Ognuno dipinge sogni e fantasmi sulle pareti della propria caverna. Continua a leggere

Arringa del biografo

scritto da Jan Henkel


José Beguiristain abbandonò la Quebrada a 17 anni, poco tempo dopo che nacqui io, il suo biografo. Da lì, il mio oscuro, eccelso protagonista partì per Buenos Aires, dove progettava di dedicarsi allo studio della chimica e al vizio della scrittura. Trascorsi pochi mesi, suo fratello Enrique gli spedì una lettera in cui chiedeva, tra le altre cose, dei suoi rapporti con i bonaerensi. «Mi troveranno vivace come una palude» rispose. «Ogni volta che prendo parola in aula, i miei compagni mi guardano perplessi oppure si mordono le labbra per reprimere un sorriso. In tali momenti, ricordo sempre quel famoso ritornello paterno: “meno male che sei tanto eloquente, José”. Nonostante tutto, non nutro alcun rancore contro la gente della nostra capitale: diversamente da noi, non provengono da una terra di sonnambuli.» Continua a leggere

Gigette le marionette

scritto da Francesco Follieri


Ho sempre voluto fare l’attore, da che mi ricordo. Nonostante le difficoltà posso riconoscere a me stesso di esserci riuscito. Certo, non sono arrivato a Hollywood, ma ho avuto le mie soddisfazioni. Film di serie B, come li classifica la critica, e a me sta bene. Anzi, condivido il giudizio e l’assegnazione. Continua a leggere

Cannella

scritto da Elisa Ciofini


Teneva le mani incollate al volante. Incollate nel senso effettivo della parola. L’asfalto procedeva dritto per più o meno un paio di chilometri, poi, a destra, l’uscita per l’autostrada. A sinistra, poco prima, quella per il paese. E man mano che la conversazione andava avanti le sue dita si stringevano sempre più attorno allo sterzo. Se ne rese conto solo al metro numero 523. Continua a leggere

La macchina del tempo

scritto da Gianni Contarino

Capii che la bustina l’avevo dimenticata a casa del nonno quando, tornato da lui dopo un’ora, trovai sul tavolo della cucina la teiera rovesciata e vidi lui passare in corridoio facendo il moonwalk di Michael Jackson. L’aveva visto in TV il giorno prima. Di solito non ne portavo mai lì, ma dopo sarei andato direttamente all’osteria dell’Orso, che si trova a soli trecento metri, dove mi aspettava Marica per cena. Continua a leggere

I bambini del patio

scritto da Ernesto Castro Herrera

Risponde alle domande in un forum. È un procedimento complicato e delicato, odioso e allo stesso tempo sublime, che lo fa soffrire nonostante risponda solamente a due o tre domande al giorno. Non si sente capace di abbandonarlo. Cos’altro potrebbe fare altrimenti? Fabiola gli porta la colazione molto presto, apre le tende, alita sui vetri, e la prima cosa che dice dopo «Che Maria una buona giornata ci dia» è «Le accendo il computer».
Quasi ogni giorno è tentato si lanciarle una fetta di pane addosso. Non lo fa perché lei è la sua unica compagnia in quella casa enorme. Continua a leggere