Voci dal crollo

scritto da Camilla Marchisotti

Luogo dell’azione: Un qualunque palazzo
Tempo dell’azione: Ieri, oggi, forse anche domani
Personaggi: La Sig.na Lingua (in absentia)
La madre, Sig.ra Parola
Gli inquilini
La portinaia e suo figlio

La signorina Lingua, -ina perché con corteggiatori molti ma malgrado tutto ancora da sposare -, per gli amici solo L., dal sesto piano urla “Ed io non posso più esser io!” prima di buttarsi di sotto a capofitto, come se giù avesse da trovare un mare e invece c’era solo il pavimento dell’androne, nessun divino amico più l’afferra.

“Si è buttata o l’hanno spinta?”, sussurrano le malelingue del quinto, le protolingue degli altri, gli inquilini ricchi, quelli dei piani e dei registri alti, che sono i soli rottami possibili adesso, detriti fonici post-mortem. Non sanno che sono caduti anche loro con lei: morta la figlia sono orfani di senso, e a nulla varranno gli altisonanti sostantivi in -zione, scudi di fumo. Continua a leggere

Tre macchie

scritto da Filippo Rosso

E mogge di maiæ no son né vidue né maiæ… Un matrimonio combinato che avrebbe voluto dire rimanere vedova qualche anno più tardi – lui era rimasto schiacciato da una trave di acciaio nei pressi dei Finger Lakes – lei non l’aveva mai accettato. Ultima volontà di suo padre, sul letto di morte. Aveva seguito controvoglia il fratello a Rochester, tenendosi stretta il suo cognome di ragazza, nel maggio del 1902.
Quando il telegramma li aveva avvisati dell’incidente all’acciaieria, lei era scoppiata a ridere e il fratello le aveva rifilato uno schiaffo che l’aveva fatta cadere per terra. Continua a leggere

Il cono

scritto da Andrea Tagliaferri

La psicologa ha i capelli color cenere appallottolati in un crocchio stretto. Al collo una collana di fili d’ambra baltica e un completo di lino celeste smanicato avvolge la sua pelle grinzosa e piena di macchie color sughero. Anche le mani incrociate sul ginocchio accavallato sono disegnate da mega lentiggini con la forma di chicchi d’uva stirati a terra. La sua voce è grave con striature acide che si addensano nella mia testa. Dice «c’è Aida,» prima con le mani mima la forma della sfera, poi distende il palmo della mancina e continua «prima c’è Aida, dopo la sua malattia, non il contrario. È così che dovete vivere la cosa.» Annuisco tipo palletico e penso che sì, ha ragione, non ci avevo pensato. Le sue parole mi confortano regalandomi una prospettiva nuova. «Dovete vivere giorno per giorno, pensare all’oggi.» Continua a leggere

Due novembre

scritto da Natalia Guerrieri

La fila di zucche appoggiate sul muretto tra le due fattorie sprofondava sotto la pioggia leggera ma continua che assillava la Bassa dalla sera prima.
Sembravano facce di spiriti dispettosi, determinati a sghignazzare fino all’ultimo istante prima di sciogliersi, nonostante l’assillo dei moscerini e delle muffe e l’acqua che imputridiva le morbide bucce arancioni. Di una di esse non rimaneva che il coperchio, come se il resto si fosse dissolto nell’impatto con le pietre e la calce sottostante a seguito di un incidente.
La scena di un crimine, pensò Chiara per un istante, rigirandosi quel trito e televisivo accostamento di parole in bocca. Non riuscì però a sorridere, nemmeno per un momento. In quelle fattorie abitavano bambini. Continua a leggere

23-17

scritto da Francesca Astarita

Qualcuno che si trovi a guidare davanti a quella fermata del bus non farebbe caso a loro. Un passeggero, in quella stessa automobile, registrerebbe solo distrattamente la loro presenza. Probabilmente l’unico modo per vederli sul serio sarebbe attraversare la strada e guardare dritto nella loro direzione, e anche in quel caso ci vorrebbe attenzione. Continua a leggere

Il salto

scritto da Vincenzo Liguori

Tutto si poteva dire di Bernard tranne che avesse un corpo atletico e abituato agli sforzi dello sport. La sua muscolatura era il calcolato risultato della sedentarietà, di anni trascorsi alla ricerca di poltrone accoglienti, di giacigli comodi e appartati. Bernard era alto, con pochi capelli e occhiali da miope che non toglieva nemmeno per dormire, giacché dormire, per Bernard, era un modo come un altro per distendere la sua sottile e liscia muscolatura da rettile. Tuttavia Bernard anelava di saltare, desiderava, cioè, compiere balzi improvvisi, movimenti repentini in quel modo non comune, diceva, di spostarsi da un posto all’altro staccando completamente i piedi dal suolo. Eppure Bernard non lo aveva mai fatto, non aveva mai spiccato un salto deciso e imponente. Egli, come la maggior parte degli uomini, aveva elaborato soltanto una comune camminata da passeggio o, al massimo, aveva compiuto passi lunghi per superare pozzanghere, per evitare scalini imperfetti, per scendere dal bordo alto dei marciapiedi, azioni, insomma, che rientrano nei naturali e umani processi di adattamento all’ambiente e che persino un bambino deve imparare il più presto possibile per farsi strada nel mondo. Continua a leggere

Periodo di prova

scritto da Valentina Di Cataldo

Capiamoci subito, io questo posto me lo aspettavo diverso.
Credevo di trovare la luce sparata, il riscaldamento a palla e gli stessi colori primari della comunità dove ho lavorato l’anno scorso: pareti giallo-accoglienza coi Looney Toones dipinti, finestre rosso-energia bloccate con la sicura, pavimenti di linoleum azzurro-prospettiva.
Di certo non immaginavo questa penombra di piastrelle verde-disagio incrostate su tutti i muri, e neppure gli spifferi dietro i vetri o le porte antipanico senza maniglie. Il soffitto è troppo alto, restringe i pavimenti e allunga il corridoio con la sua sfilza di stanze su cui per ora non ho il coraggio di affacciarmi. Questo posto cade a pezzi: saranno anni che non viene pulito come si deve. Continua a leggere

Pezzi

scritto da Francesco Losapio

Da dove sono seduto, a destra del parroco, vedo attraverso la porta laterale della chiesa. Rimane aperta per far entrare l’aria e le persone troppo vecchie, che non riescono a fare i gradini, e fuori c’è la stradina e poi il muro della villa.
È basso e tutto intorno ha un’inferriata su cui si appoggia la siepe di pitosforo, che è fitta e piena di foglie e bacche che sembrano melograni verdi piccolissimi, che hanno dentro dei semi rossi appiccicosi che se li mangi muori. Io me la ricordavo così, ma adesso ci sono rimasti solo i rami perché nessuno l’ha più annaffiata. Continua a leggere

Surgelati

scritto da Francesco Casini

Ci sfioriamo i gomiti al supermercato, di fronte al banco surgelati, e subito la riconosco. Lei ha lo sguardo basso, si scusa e si allontana. Non credo ai miei occhi, la chiamo per nome. Ci mette un secondo a riconoscermi poi spalanca la bocca.
«Dio mio!» esclama.
«Non ci credo!»
«Come stai?!»
«Bene, io bene, tu?»
«Bene grazie…»
«Quanto tempo?! Dieci anni?!» Continua a leggere

Archeologia domestica

scritto da Pierpaolo Lippolis

Restituire anche la parola.
Gli va stretta, non si chiude
la cerniera. Se ci prova
non riesce a respirare.
Tentare di farsi rimborsare.

Andrea Bajani

Lavare i piatti come si lavano i denti dei morti dissotterrati a Pompei. Lavare e togliere lo sporco con colpi secchi, far stridere le superfici, parte per parte. Strusciare finché la mano non è stanca e indolenzita.
Sotto il sole cocente di Pompei, negli scavi, la terra bagnata faceva puzzo, ma bisognava sfregare i pezzi di ceramica o le mandibole di cani antichissimi finché non erano pulite. La notte si continuavano a sognare quelle minuzie di mondo, quei reperti inutili da campionare. Se c’è una cosa che ti insegna l’archeologia è il senso delle cose, soprattutto di quelle piccole. Continua a leggere