Domenica di sole fredda

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: terzo capitolo. Leggi gli altri]

La mattina seguente in via Matteotti non c’era un’automobile, né un passante. Le domeniche, nella Bassa, riuscivano a apparire perfino più desolanti degli altri giorni.

Stavano sorbendo il caffè in silenzio, era ancora molto presto, quando qualcuno bussò alla porta. Rosa riceveva poche visite e quel giorno non aspettava nessuno. Borbottò qualcosa e Chiara si alzò per andare a aprire, premendosi il maglione sul mento. Continua a leggere

Fino a sera veglia

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: secondo capitolo. Leggi il primo capitolo]

La trovò china sulla stufa, intenta a infilare nel fuoco i pezzi di legna. Le sue mani, grosse e squadrate, avevano una pelle così spessa da non sentire il caldo e il freddo, o forse erano semplicemente mani troppo vecchie per avvertire qualsiasi cosa. Rosa non si accorse della nipote che entrava nell’ampia stanza adibita a salotto e quando si voltò sussultò per un istante, vedendola. Chiara si tolse il giaccone. Aveva freddo, il freddo non le era mai passato, ma era sudata. Continua a leggere

La linea

scritto da Alberta Aureli

Il corridoio è buio e le scale coperte di polvere, cammino nell’edificio vuoto del mio liceo, le aule e le stanze della segreteria sono vuote. Da pochi particolari so che sto sognando, le aule sono più grandi di quelle dove ho studiato davvero, il liceo si trasforma in una chiesa e le uniche voci che sento sembrano arrivare dal cortile. Scendo anche io in cortile, lì tutti mi aspettano, i miei genitori e mia sorella, Francesco fuma in un angolo. Continua a leggere

Per una donna è diverso

scritto da Caterina Bonetti

La prima si chiamava Maria, come la terza e anche la quarta, o forse mi confondo ormai.
Veniva dall’Ucraina e aveva la passione per le tisane. Ogni volta che andava a fare la spesa ne comprava una scatola nuova: finocchio e malva, camomilla e miele, mela e cannella. Il bollitore lavorava tutto il giorno, anche se di lei non si poteva dire lo stesso, sempre con una tazza fumante in mano. Continua a leggere

Venerdì

scritto da Ilaria Vajngerl

Grazia Guglielmini era a scuola da quarantasette anni anche se ne aveva solo cinquantatré. Dopo le superiori si era iscritta a lettere classiche, già all’università aveva cominciato a far supplenze negli istituti magistrali e visto che si era trovata bene aveva fatto di tutto per rimanerci. Da alunna diligente si era trasformata in una professoressa rigorosa, sapeva ben poco della vita oltre ai libri e pretendeva dai suoi alunni la stessa devozione. La odiavano in pochi, la temevano tutti. Entrava in classe leggera e malvestita, sembrava una cartaccia trasportata dal vento. Indossava sempre gli stessi maglioni e un corallo rosso che sottolineava le clavicole come fossero un errore. Continua a leggere

Maioliche dipinte a mano

scritto da Stefania Maruelli

C’era quel polipo fritto, ma non l’abbiamo nemmeno toccato.
Betty se ne era uscita con quella sparata, e nessuno più osava parlare. Io cincischiavo con una mollica di pane, avrei voluto altro mirto, ma anche allungare un braccio verso la bottiglia mi sembrava un gesto eccessivo. Bill, il povero Bill, era rimasto in silenzio. Con la coda dell’occhio potevo vedere la sua mano ancora stretta attorno al bicchiere. Il liquido viola ci si muoveva dentro disegnando delle piccole onde, il ghiaccio ormai si stava sciogliendo. Mi pareva che la vena sulla sua mano si fosse gonfiata, che pulsasse più in fretta, ma con quella luce non potevo esserne certa. Anche May e Paul dovevano essere rimasti basiti, il silenzio della tavolata era rotto solo dal frinire dei grilli che tra poco avverrebbero smesso, smettevano sempre alle nove di sera. Così almeno diceva Betty.
«Oh, andiamo Bill, lo sai cosa intendevo dire» fece Betty.
Alzai lo sguardo e la guardai, lei non sembrava realizzare la gravità della situazione, anzi, sembrava allegra. Si era raccolta i capelli fermandoli con una bacchetta di legno e una ciocca più chiara delle altre le ricadeva lieve sopra la fronte. Era bella, questo sì, questo non si poteva negare. L’abbronzatura le toglieva almeno cinque anni, l’avresti detta sulla quarantina. L’altra però, chi poteva dirlo.
Bill vuotò il bicchiere buttando giù anche il rimasuglio di ghiaccio, lo fece con un movimento che mi era sembrato esatto e puntuale. Per la prima volta capivo perché potesse piacere alle donne. Quei polsi, le braccia. Una certa risolutezza tardiva. Mi venne voglia di sfiorargli la mano che teneva il bicchiere. May e Paul si guardarono e fecero per bere, ma le mani si fermarono quando Bill di colpo si alzò trascinando la sedia su quel pavimento italiano, maioliche dipinte a mano, roba che in altri tempi avremmo anche potuto apprezzare. Avevamo affittato, come ogni anno, una villa in una di quelle isole a Sud dell’Italia, ora non ricordo nemmeno come si chiamano. Eolie? Credo di sì, non me ne intendo di geografia, non mi interessa. Io e Thomas eravamo arrivati quella mattina, un viaggio di tredici ore, volevamo solo finire la cena, andare a dormire, vuotare le valige, forse inaugurare la stanza, ma non era detto. La mattina scendere in spiaggia. Gli altri erano già lì da una settimana e Betty aveva organizzato questa cena a base di pesce, diceva che ormai conosceva per nome il pescatore dell’isola, Gianni, si chiamava, questo me lo ricordo. Quella mattina Gianni le aveva portato del pescato del giorno: roba da mangiare cruda, non mi chiedete cosa perché non ho mai imparato i nomi dei pesci, né dei crostacei, nemmeno mi piacciono, e un polipo, questo sì, questo è facile, da cucinare. Betty aveva apparecchiato con una tovaglia rosa e una rete da pescatore cosparsa di conchiglie, ce n’era una anche sopra ogni piatto e dentro ogni conchiglia aveva infilato un rametto di buganvillea fucsia. Una cosa penosa. Vedendola, mi ero chiesta quanto tempo avesse sprecato per quell’apparecchiatura, mentre avrebbe potuto leggersi un libro, farsi un bagno fino ai faraglioni, prendere il sole, scrivere, addirittura, sapevo che teneva un diario, lo teneva da anni, ma forse era lì già da troppi giorni e il libro, il bagno, il sole e il diario l’annoiavano ormai. E così era andata da Gianni, queste cose si fan sempre e solo per noia. Insomma, al centro del tavolo, tra conchiglie e buganvillee, quel piatto col polipo.
Bill raggiunse il parapetto col bicchiere ormai vuoto ancora in mano, ci si appoggiò con i gomiti. Il sole era sceso da poco e colorava di rosa la superficie oleosa del mare. Erano mesi che aspettavo questa vacanza, era stato un anno pesante con Thomas, e tutto quanto. Insomma, sapete. Vidi che Paul e May si sforzavano come me di non fissare Bill, ma era impossibile. Come facevi a non guardare lui, o lui o il polipo. O al limite Betty.
«No» disse «non lo so cosa intendevi dire.»
Betty scoppiò a ridere, una risata acuta e stonata che risuonò nel silenzio. Aveva bevuto troppo, aveva bevuto anche mentre apparecchiava, ne ero sicura. Fissai il polipo, allora, e mi sembrò che da quando ci eravamo messi a tavola si fosse ristretto, rimpicciolito, e che lo strato rossastro che lo ricopriva si stesse facendo più scuro. Sempre più scuro.
«Spiegami, avanti» continuò Bill, «spiegalo a tutti.»
Bill si era girato e fissava Betty, la sua figura lunga e sottile era un ritaglio di buio contro lo sfondo rosa del cielo. Lei con tutta calma si versò altro vino – buono, vero? chiese a noi che eravamo rimasti in silenzio coi bicchieri vuoti – e lo mandò giù, poi si sciolse di nuovo i capelli. Su o giù, non si decideva, doveva piacersi in entrambi i modi e non aveva ancora deciso quale rispecchiava il momento esatto che stava vivendo. Forse sciolti.
«Non c’è niente da spiegare Bill, non farla lunga» disse Betty. «Ci stai solo rovinando la cena, il polipo si sta raffreddando.»
E andarono avanti così, almeno mezz’ora credo, finché Thomas non mi guardò con lo sguardo che aveva quando era sfinito – pensava alle valigie ancora da disfare, alla nostra stanza che affacciava sui faraglioni, forse solo a dormire ormai, alla fatica dei giorni – e allungò un braccio verso il piatto col polipo. Lo gettò a terra. Il polipo era lì, sopra le maioliche dipinte a mano, i tentacoli aperti come un ventaglio, e a me venne da ridere. Quando fa così mi ricordo di amarlo. Allora l’ho preso per mano e siamo scesi di sotto.

Sempre a fare chiasso

scritto da Silvia Cannarsa

Come sempre, eravamo stipati nel cucinino stretto e lungo, davanti ai fornelli, a sgranocchiare noccioline mentre ci versavamo a vicenda bicchieri di vino bianco.
«Con le bollicine?» aveva chiesto la zia.
«Con le bollicine» avevo annuito io, stappando con uno schiocco il prosecco da venti euro che mi era stato regalato giusto il giorno prima da un cliente, e che avevo prontamente riciclato per la mia famiglia. Continua a leggere

Staccionata

scritto da Stanislao Montanari

Non so cosa sia successo a mio padre, ma è da qualche mese che ha smesso di parlare.
O meglio, so cosa è successo. Mia madre l’aveva beccato una sera fuori con una ragazza che avrà avuto sì e no la mia età.
Di solito mia madre, per le cose piccole, impazzisce. Davvero. Inizia a sbraitare, tirare le scarpe, strapparsi i capelli. Continua a leggere

Una cosa che mi preoccupa

scritto da Anita Renchifiori

Mia sorella Tea ha smesso di mangiare.
Tutto è cominciato a febbraio, quando è morta la nonna, ma nemmeno io avevo appetito in quel periodo, così non ce ne siamo accorti subito.
Un mese dopo è morto anche il gatto di Tea, ma ce lo aspettavamo. Mangiava sempre meno e non saltava più sul tavolo per rubare il prosciutto. Tea ha provato anche a dargli il biberon, ma lui non voleva saperne. A giugno, papà è tornato dall’India e ha portato a Tea un gatto nuovo, con il pelo lungo e gli occhi blu. A pensarci bene, era un’idea abbastanza ridicola che bastasse un gatto a farla tornare quella di prima, ma per un po’ ci abbiamo sperato. Invece lei lo ha guardato come se fosse trasparente. Poi si è chiusa in camera. Continua a leggere

Ringo

scritto da Francesco Follieri


Il medico. Ci sarebbe voluto il pediatra. Ma come chiamarlo? Cosa dirgli? Ho un bambino grande come un topo? Gliel’avrebbero portato via. Dentro di sé sapeva che prima o poi avrebbe avuto bisogno di un pediatra, ma in quei mesi se l’era cavata senza e la paura che Ringo finisse in qualche laboratorio era troppo forte. La stessa paura gli aveva impedito di cercare un medico di cui fidarsi anche negli ultimi giorni. In fondo, pensava, è una diarrea, è una cosa che capita ai bambini. Nel corso della notte Ringo aveva perso il suo colorito blu notte, era diventato ceruleo, poi era sbiadito e infine era passato dal viola al rosso acceso, non piangeva più, si lamentava e basta. All’alba era morto. Continua a leggere