Ci basta una vita

scritto da Dora Berti

«Allora? L’hai chiamato Ennio?». Me l’ha chiesto senza mascherare minimamente lo scetticismo, come fa sempre, come se un grande LO SAPEVO di pietra dovesse piovere di qui a momenti dal cielo plumbeo del Giudizio universale, colpirmi a morte e spedirmi per direttissima giù negli inferi. 
Dall’alto del mio libro la guardo roteando gli occhi molto lentamente; verso i suoi, poi fermi per un istante, poi di nuovo dritti al paragrafo che sto leggendo, con la sicurezza e lo stoicismo di chi ha dei principi morali talmente saldi da aver raggiunto la santità, che nessun monolitico LO SAPEVO potrebbe mai consegnare all’eterno sonno. Continua a leggere

Amore

scritto da Ilaria Vajngerl

Quando Antonino aveva messo gli occhiali era novembre. Le foglie cadevano sulla fontana del parco, i bambini ci gettavano dentro manciate di sassi e terra per sentire il rumore dell’acqua quando ingoia. Nel parco si giocava a pallone. Antonino andava a sedersi sul muretto vicino alla porta. Beveva una Sprite, con la cannuccia se c’era sua madre a guardarlo, altrimenti senza. Di sua madre aveva la voce gentile, di suo padre le gambe veloci. Piaceva ai bambini perché prestava il pallone volentieri, si era fatto amico anche Piero, quello col motorino truccato e quattro peli sotto il mento che lui chiamava il mio pizzetto. Antonino piaceva alle bambine perché se tutti gli volevano bene ci sarà stato un motivo.

La sua prima fidanzata si chiamava Elena Zarli, facevano la seconda elementare. Elena aveva sempre l’allergia e profumava di Big Babol.
Era finita quando l’aveva vista pulirsi il moccio sulla manica del grembiule.
Non ti voglio più, le aveva detto, se non hai i fazzoletti dovresti usare la carta igienica. Lei aveva alzato le spalle, fa lo stesso, gli aveva risposto. Erano rimasti buoni compagni di banco.
Ogni estate Antonino andava con sua nonna al lago di Garda. Sua nonna in costume gli sembrava una pera al forno, tutta nera e piena di grinze. Si svegliavano alle nove, facevano colazione a letto perché sua nonna era vecchia e una pensione è meglio spenderla piuttosto che farla diventare eredità. Antonino era riuscito a riempire tre salvadanai con le monetine, due maiali e un’oca. Verso la fine delle vacanze comprava dieci cartoline uguali, anche se avrebbe potuto rubarle, nessuno ci avrebbe fatto caso, c’era troppa gente. Ai suoi genitori scriveva sempre ciao, vi voglio bene, negli anni cambiavano solo la data e la calligrafia. A dodici aveva scritto ciao papà, l’anno prossimo vorrei andare al mare, saluta la mamma!!! A tredici anni, a Rimini, aveva deciso che di soldi per le cartoline non ne avrebbe spesi più, meglio il Calippo.

Il suo primo bacio l’aveva dato a Laura Pertini.
Dal novembre in cui aveva scelto i suoi primi occhiali erano passate cinque o sei montature.
L’aveva conosciuta alle giostre, vicino agli autoscontri. Antonino aveva terminato i gettoni. Laura era timida, era andata alle giostre senza invitare nessuno. Avevano fatto cinque giri. Lui le aveva dato un bacio sulla bocca perché bisognava, lei gli aveva infilato la lingua perché bisognava. Antonino la lingua non se l’aspettava proprio, che ci si bacia così non gliel’aveva spiegato nessuno.

Quando Gianni era andato all’università Antonino era rimasto in camera da solo. C’erano lui e il computer di casa, che se ne stava lì a prendere la polvere perché i suoi preferivano il portatile. All’inizio era arrivata la tristezza. Gli era sempre piaciuto ascoltare suo fratello respirare, prima di addormentarsi.
Poi no.
Tutti i maschi sanno cancellare una cronologia, lo aveva imparato anche Antonino. Piuttosto in fretta, la solitudine doveva riempirla in qualche modo.

Quando Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita era il maggio di Analisi 2, caldo e pieno di numeri. Il parco in cui giocava a pallone l’avevano trasformato in una casa di riposo, ci stavano quelli che non avevano speso tutti i soldi in colazioni. Sua nonna invece riposava al cimitero, felice.
Dicevo, Antonino aveva conosciuto la donna della sua vita in maggio, c’erano la primavera e un sacco di gambe scoperte. Annamaria aveva le ginocchia rotonde e i capelli ricci. Si erano innamorati presto, perché i colpi di fulmine capitano anche se non ci credi, ti amo, si era ritrovato a balbettarle all’improvviso.
Ad Annamaria Antonino piaceva tutto quanto. Mi piacciono i tuoi capelli, mi piace come parli, mi piacciono i tuoi occhi storti, vorrei sposarti. Era la prima volta che lo diceva a qualcuno. Anche Antonino avrebbe voluto sposarla. Ci sposeremo, le aveva promesso.
Tornando a casa aveva incontrato Gianni che scendeva le scale, teneva sua figlia per mano. Ti pare che abbia gli occhi storti? Aveva chiesto a suo fratello. Ce li hai sempre avuti, che domande sono, Gianni aveva riso. Quella sera Antonino aveva amato Annamaria un po’ di meno.

L’aveva domandato a tutti quanti. A sua madre, a suo padre, a Piero, all’oculista. Non sei strabico, lo aveva rassicurato, la tua è solo una leggera imperfezione. Un’asimmetria. Che poi.
Tu hai il culo largo.
Erano usciti dall’ambulatorio, Annamaria si era accesa una sigaretta e gli aveva detto vaffanculo.

Così aveva comprato le lenti a contatto per passare inosservato e invece tutti lo fermavano per la strada, ma come sei cambiato, ma che bella fidanzata, ma come stai bene. Presto era diventato geloso.
Mi fido di te, non mi fido degli altri.
Copriti.

Si erano lasciati un venerdì pieno di freddo. Annamaria si era fatta la coda di cavallo che teneva scoperto il collo, un collo rosa e sottile, che si snodava dentro le spalle e ti veniva voglia di percorrerlo col dito. Antonino le aveva chiesto se fosse per il barista, perché la schiena scoperta in dicembre non ti pare un po’ da zoccola? Aveva sbattuto il palmo sul tavolo, facendo sbrodolare il bicchiere.
Annamaria si era fatta bella per Antonino, perché si sentisse fiero e la volesse di più. Senza occhiali assomigliava a Richard Gere, aveva raccontato a sua madre.
Invece lui si era sentito insicuro.

Certe mattine capita che il cielo arrossisca e nessuno se ne accorga. Le nuvole grigie prendono fuoco, quando diventano cenere il vento le sbriciola e inizia una mattina azzurra. Ad Antonino le belle giornate parevano fondali sbagliati, preferiva starsene in casa a osservare il soffitto. E quella sera l’aveva guardata come il soffitto guardava lui, ogni giorno.
Facciamola finita.
Perché da quando ti conosco mi son pure venuti gli occhi storti, aveva concluso.

Il barista pulendo il bancone aveva pensato che Annamaria fosse davvero troppo magra e che Antonino assomigliasse al Richard Gere di Ufficiale e gentiluomo.

Antonino non si è mai sposato.
Annamaria sì.

Due pozzi

scritto da Edoardo Piazza

Due pozzi ci sono, vicino a scuola nostra, come a dire il Bene e il Male, e avanti così.
Due pozzi di roccia e tufo, e pezzi di laterizi romani, e fanghiglia, radici e nodosi rami selvatici, difficili da ammaestrare per i giardinieri.
Due pozzi profondi uno spazio e un tempo di distanza, nella cavità sparita del sottosuolo misterioso, con liane e piante e vegetazione d’ogni sorta, nel bosco sul viale che portava alla scuola. Continua a leggere

Sacranon

scritto da Matteo Scandolin


Mia nonna diceva «Sacranòn» mentre saliva le scale con la borsa della spesa, e io che lo sentivo capivo di non essere stata abbastanza rapida nell’andare ad aiutarla. Entrava dal giardino, col sole che a quell’ora batteva solo di rimbalzo dall’acqua e le dava fastidio. Arrivavo in terrazza in tempo per l’ultimo gradino, le prendevo i sacchetti e li portavo in cucina. Lei non si curava di chiudere il cancelletto del giardino, né di spostare la bici oltre il riparo: all’epoca non era mai successo che rubassero una bici appoggiata alla nostra cancellata. Continua a leggere

L’amministrazione

scritto da Michele Frisia


Ho conosciuto l’Amministrazione alla fine degli anni novanta.
Era un pomeriggio d’inverno ed entravo in un’antica scuderia, trasformata dal tempo nella destinazione e nell’uso, per chiedere informazioni riguardo a una mediocre faccenda. Ben presto però mi trovai alla scrivania di un uomo sovrappeso. Ce l’hai il diploma? chiese. E così venni informato, senza volerlo, del Bando. Continua a leggere

Il Francese e il Conte

scritto da Emanuele Pennini


Lo si vedeva passare ogni mattina, quel baffone di Rino, con la sua lampada ad acetilene in mano e il giacchetto in fustagno aperto a mettere in mostra panciotto e camicia, quasi fosse uno splendido padrone salito a dar ordini ai suoi manovali; e invece era un minatore, Rino, e quella camicia di cui sembrava andar così fiero era annerita dalla polvere della grafite, lisa dall’uso quotidiano e combusta sulle maniche: perché egli le usava quasi fossero acciarini per dar fuoco agli zolfanelli con cui accendeva la lampada, non appena si calava giù nella lunga galleria della miniera della Gran Roccia, proprio sopra la nostra borgata del Donn. Continua a leggere

La coinquilina della nonna Clara

scritto da Francesca Modena


Poi la terra tremò e qualcosa si distese dentro di me. Accadde subito dopo il terremoto, nelle ore successive alla scossa che aveva distrutto la casa della mia famiglia. Precisamente, la notte del 29 maggio 2012, mentre dormivo in una tenda Quechua da due con mia sorella Paola nel giardino di quella che era stata la mia casa, ebbi la percezione fisica di un allungamento della colonna vertebrale. Nei giorni seguenti la cosa continuò portandomi un notevole sollievo, come quando esci da una lezione di yoga e senti di avere qualche centimetro in più, solo che l’effetto fu prolungato nel tempo. Continua a leggere

L’albero vero

scritto da Luca Tosi


«Se non viene naturale…» dice. «Se non viene naturale, allora niente.»
Io lo so cosa vuole da me, l’ho capito benissimo. Il suo odore è molto vicino, siamo stesi sul divano del mio salotto. Tutta buia la sua faccia, tutto buio uguale. L’unica cosa che si vede è la spia rossa del suo cellulare, la batteria è scarica. Fosse stato per me le lucine dell’albero le avrei lasciate accese, invece no, «Spegni», ha voluto così. Continua a leggere

Tutti i film di Bill Murray

scritto da Maurizio Minetto


La verità è che la morte di mia madre non l’ho mai superata. E Marco seguitava a dirmi che palle sei sempre mezza spenta, non ridi mai e anche sorridere lo fai poco.
È morta tre anni fa. Lui l’ho conosciuto un anno dopo, e all’inizio gli piaceva che non ero una col sorriso facile, ne sono abbastanza sicura, poi deve avere cominciato a dargli sui nervi. Continua a leggere