La pioggia

scritto da Angelo Lachesi


Quando cadde il meteorite eravamo nella fase liturgica della nostra giornata. Era quasi finita la seduta e il maestro stava affrancando il nuovo fratello. Non rammento il suo nome, ricordo solo che era esile, quasi scheletrico; aveva le guance scavate dalla magrezza e gli occhi, angosciosi, che spuntavano dalle orbite come due biglie scure. Era alto, molto alto, e agitava le braccia e le mani ossute con movimenti furtivi quasi fosse un’ombra in procinto perenne di fuggire. Ricordo, poi, che si lagnava con chiunque della propria famiglia. Diceva che in quaranta anni di vita si era sempre sentito svalutato, qualunque cosa facesse, nessuno aveva mai alcuna considerazione per lui, quasi non avesse virtù ma doti impregnate di una stagnante mediocrità. Lo spilungone, in ginocchio davanti al maestro, stava ricevendo la liberazione: una mano sulla fronte e le solite fandonie sull’essere parte di qualcosa, sul possedere il dono di distinguere il giusto dal non giusto, la facoltà di dare senso al mondo e così via. Ricordo distintamente la mano del maestro che si posava sulla fronte stempiata e poi il tonfo. Quel rumore cupo, possente, di qualcosa che si abbatte sul terreno accompagnato dal vibrare repentino dei vetri e delle pareti. Subito dopo, il silenzio. Ci guardammo tutti inebetiti e sorpresi. Anche il maestro onnisciente, rimase immobile, con il viso assediato dall’incertezza.
Fu la signora Carolina a vederlo per prima. Esclamò qualcosa come “ossignore” guardando al centro della vetrata, appena sotto il punto in cui le due tende si incrociavano. Ci assiepammo tutti davanti alla finestra, uno dietro l’altro, piegati in pose innaturali per guadagnare uno spiraglio di finestra o un angolo per sbirciare al di fuori. Ma fu il maestro ad aprire la porta ed uscire sul cortile per primo. La seduta di preghiera era terminata, ormai era chiaro. Ci riversammo nel giardino e fissammo increduli quel masso gigante. Era lì, a trenta metri dal nostro edificio: un blocco compatto, lungo forse quindici metri e largo sei o sette. Ricordava la forma di un confetto, uno di quei confetti cannellini che non si vedono quasi più in giro, con le estremità arrotondate e il corpo leggermente arcuato. Aveva una punta conficcata nel suolo e l’altra a mezz’aria. Il terreno tutt’attorno alla punta era divelto sfasciatosi in dossi in cui la terra nera era emersa in piccoli cumuli impastati con steli di erba divelti. Ci avvicinammo stravolti dal dubbio su cosa fosse. “È un masso caduto dal cielo” disse qualcuno tra i fratelli, “no! un asteroide” disse un altro, “macché! un meteorite!” obiettò un altro ancora con inaudita convinzione. I tentativi di spiegazione proliferarono fino a quando il maestro alzò le braccia al cielo ed esclamò:
«È un segno di dio! Il signore ci sta dicendo che è il momento, che dobbiamo affrettarci perché il suo regno sta per arrivare» insieme ad altre fandonie che ripeteva in continuazione.
Rimanemmo molto tempo, forse mezz’ora ad ascoltare il maestro che illustrava come dio avesse voluto mandare un segno con quel meteorite proprio a noi, facendolo arrivare a trenta metri dalla nostra comunità, in prossimità della nostra casa e dei nostri cuori diceva. Proprio così. E lui era bravissimo: qualunque evento per il maestro aveva una spiegazione divina, un’interpretazione morale e una prescrizione etica. Qualunque evento si tramutava in una conferma delle teorie che ci ripeteva in continuazione, fino allo sfinimento.
Spinti da un moto di impavida curiosità, ci avvicinammo al meteorite per testarne la consistenza e ci accorgemmo che irradiava calore; quel meteorite era rovente e lo si capiva anche dai piccoli vortici di vapore che uscivano dalle insenature e dai buchi che ne formavano la struttura. Sembrava composto di granito marrone, scuro, con una consistenza porosa. Un meteorite di roccia rovente: ecco l’unica cosa che capii al netto delle divine fandonie del maestro. Con insanabile curiosità, circondammo il meteorite mentre il maestro continuava col suo sermone; e spiegava e interpretava e poi ci ammoniva e dopo ancora ci spronava alla salvezza. E quando qualcuno, ingenuamente, poneva domande la cui risposta imponesse delle spiegazioni fisiche, il maestro ribatteva con fermezza che l’unica spiegazione risiedeva negli imperscrutabili piani divini e che non tutto rientrava nelle limitate capacità umane; pensare altrimenti, sarebbe stato empio.
Il meteorite rimase in nostra compagnia per diverse ore fino a quando giunsero, poco prima che cadesse la sera, una volante della polizia seguita da altri poliziotti e da quattro unità dei vigili del fuoco. Poi, una lunga serie di veicoli da cui scesero una ventina di uomini o forse più. Quando capirono che il peso e le dimensioni non consentivano un trasporto agevole, transennarono il meteorite e impedirono a chiunque di avvicinarsi. Qualunque domanda ponessimo, rispondevano evasivi accennando solo a verifiche imminenti. Solo in tarda notte un uomo, che si qualificò come funzionario pubblico, comunicò che non c’era nulla di strano, che si trattava di un pezzo di un satellite andato distrutto e rovinato al suolo. E questa, era una spiegazione insensata, quasi più fantasiosa delle interpretazioni di natura mistica fornite dal maestro. Un satellite… di roccia poi… A tutti apparve come un semplice tentativo di liberarsi delle nostre insistenti domande, così la parola del maestro divenne per tutti i fratelli la verità, l’unica verità possibile.
La sera, a letto, non riuscii a prendere sonno. Il meteorite mi teneva sveglio. Ad attirarmi non erano tanto le spiegazioni della sua caduta, ma il rammarico per la sua traiettoria: l’idea che se fosse piombato trenta metri a destra avrebbe devastato la sede della comunità mi infondeva un piacere morboso. Bastava poco, davvero poco… pensavo e tutto sarebbe finito. Quei pensieri di devastazione accompagnarono un inquieto dormiveglia fin quando si fusero, in tarda notte, con le fantasie oniriche del mio sonno adolescenziale.
Il mattino seguente il risveglio fu più spiacevole del solito. Il maestro aveva dato nuove disposizioni: il meteorite era un messaggio divino assecondare il quale era nostro compito precipuo. Dovevamo chiuderci nella nostra comunità, nessuno poteva uscire, telefonare, guardare la tv o ascoltare la radio. Nessuno poteva avere contatti con l’esterno. Il giorno del giudizio stava per arrivare e noi avevamo l’obbligo di rinchiuderci in preghiera. Dal canto mio, all’epoca non avevo tutti gli obblighi degli adulti e godevo, da tredicenne, di una relativa libertà. Durante le estenuanti ore di preghiera mi sedevo sempre in fondo al gruppo. Con passo silenzioso mi dileguavo e mi rinchiudevo nella mia camera. Avevo una radio, di quelle portatili e di piccole dimensioni che nascondevo in fondo ad un cassetto. La ascoltavo con gli auricolari, certo di non esser scoperto, la sera e nei momenti in cui fuggivo dalla preghiera. Dalla radio scoprii, il giorno seguente, che erano caduti altri meteoriti in giro per il mondo: uno in Russia, due in Cina, un altro in Argentina e un altro ancora in Marocco. Nei giorni successivi appresi che i meteoriti continuavano a cadere ovunque; erano diventati centinaia e poi migliaia e il loro numero non accennava a diminuire. Ogni paese, anche il più piccolo, contava centinaia di meteoriti sul proprio territorio. Io non ne feci parola, né con il maestro né con gli altri fratelli. Sapevo, orami, che la teoria della volontà divina era inconfutabile e rischiavo accuse di empietà, miscredenza, blasfemia o apostasia e temevo, inoltre, di esser punito per aver disatteso alle prescrizioni che ci imponevano di evitare qualunque contatto con l’esterno. Ma la scoperta più sensazionale avvenne dopo una settimana circa dal primo meteorite, quello cadutoci accanto. Dei laboratori in Nord America avevano analizzato il meteorite e i risultati coincidevano con le analisi effettuate da centri di ricerca giapponesi e da scienziati europei. I meteoriti non erano composti da rocce, bensì da feci. Erano immense rocce di escrementi solidificate. Coproliti come li aveva chiamati un geologo in un collegamento telefonico durante un radiogiornale. Erano coproliti, immensi e possenti, meteoriti di feci che venivano giù dal cielo e piombavano come missili, assurdi e putridi enigmi dalla potenza devastante. Io continuai a non farne parola con nessuno, tanto… anche se avessi detto loro che della merda rocciosa stava cadendo dal cielo la risposta sarebbe stata sempre la stessa. Però la curiosità era tanta. Da dove provenissero quei coproliti era una domanda che mi tormentava di continuo.
Una sera, eravamo nella sala grande, in preghiera, come sempre. Mentre guardavo il maestro alle prese con la sua omelia infinita e snervante, pensavo alle due settimane di clausura, a quanto mi mancasse passeggiare all’aria aperta, mangiare del cibo vero che non fossero quelle poltiglie che avevamo come scorta, andare per le vie del centro, guardare i negozi, gustare un gelato, tenere una ragazza per mano. I coproliti continuavano a cadere, io lo sapevo, lo sentivo sempre ai giornali radio e il mistero delle loro origini si accresceva di continuo, eppure il mio bisogno di libertà mi opprimeva molto più della natura di quel mistero. Quella clausura mi pesava, mi asfissiava, la sentivo come un peso sullo stomaco, una tortura senza senso. E durante la mia silenziosa agonia il maestro declamava, in un tripudio narcisistico di onnipotenza, la nostra come una fede invulnerabile in quanto prescelti, esseri superiori. E ci spiegava che dobbiamo abbandonarci a una devozione totale perché verremo ripagati con la salvezza impossibile da ottenere lì fuori. Fino a quando, tra una balla e l’altra, urlò infervorato:
«Chi sa dirmi perché questo, proprio questo è il nostro momento, l’ora della redenzione, dell’espiazione di ogni nostro peccato?»
A quella domanda il nuovo iniziato, lo spilungone, balzò in piedi e sollevò la mano con uno scatto repentino, come se volesse cogliere un oggetto al volo.
«Maestro!» strepitò ma non potei sentire altro.
In quel momento un coprolite ci colpì. Sentii appena lo strepitio di quella voce gracchiante e colma di entusiasmo poi l’urto devastante. Tutto il palazzo di cemento, nei suoi tre piani, collassò sotto l’impatto violentissimo. Non capii nulla, sentii solo un boato infernale. Venni travolto un’onda d’urto che mi spinse fuori dalla finestra alle mie spalle. Caddi a terra, rotolai sul prato avvitandomi su me stesso, poi mi fermai prono con il viso sull’erba fredda, stordito, ma ancora cosciente.
Respiravo all’aria aperta. Un meteorite mi aveva appena colpito, aveva distrutto tutto e io pensai solo che respiravo all’aperto dopo settimane di prigionia. Mi voltai su un fianco, avevo la spalla dolorante. Mi sedetti sull’erba e mossi il braccio, un movimento circolare e ampio. Nulla di rotto. Il cielo era grigio e compatto e una leggerissima pioggia mi cadeva sul viso. Era fresca, come l’aria, come l’erba. Guardai dietro di me, una nuvola cinerea di fumo denso si confondeva con il cumulo immenso di macerie e detriti. Era tutto distrutto a eccezione della parete posteriore, quella che incorniciava la vetrata alle mie spalle. Era rimasta solo quella, in piedi, circondata dalla devastazione completa. Mi alzai. Non vedevo nulla se non macerie e fumo grigio; non c’erano i fratelli, il maestro e gli oggetti sacri della casa, solo le macerie. Alzai lo sguardo verso il cielo. La pioggia, delicatissima, continuava a bagnarmi il viso. Mi strofinai la spalla dolorante, anche il ginocchio e l’anca mi facevano male. Mi asciugai gli occhi con un lembo della maglia quando sentii un altro tonfo, e un altro ancora più lontano. Con la coda dell’occhio vidi un coprolite cadere verso sinistra. Seguii la sua scia fin quando udii il boato in lontananza. Poi vidi un secondo meteorite la cui scia si perdeva nella collina di fronte e poi un terzo e un quarto ancora, tutti seguiti dal solito boato. Mi voltai, altre quattro scie alle mie spalle, un altro coprolite alla mia destra e altri due alla mia sinistra. Pioveva, e il cielo mi regalava la pioggia e degli escrementi essiccati sotto forma di meteoriti.
Presi a correre. Sentivo il braccio, la gamba e l’anca doloranti, ma correvo. Mi diressi verso la città, a perdifiato mentre vedevo ovunque, in alto, i coproliti con le loro scie infestare l’orizzonte in un susseguirsi di lontani boati. Mi chiesi perché quella pioggia di coproliti, perché il mondo si era trasformato in una sterminata latrina, ma non avevo alcuna spiegazione. Mentre correvo, le gambe si muovevano, rapide, una avanti all’altra; le guardavo e non potevo credere che fossero le mie. Stentavo a credere che io, libero da quell’orrore, stavo correndo sotto la pioggia e sotto i coproliti. Che strano – pensai – questa gioia, così inattesa!

12 febbraio

scritto da Stefania Maruelli


La macchia poteva essere di vino o caffè, difficile dirlo, quel che era certo è che ricopriva una porzione minuscola della quarta piastrella partendo dal lavandino. Anne la stava fissando da quando lui aveva iniziato a parlare.
«Mi ascolti?»
Se fosse stata di vino avrebbe avuto una sfumatura violacea, ma non era detto, forse il colore era dovuto alla porosità delle cementine in cucina. Se le erano fatte arrivare dalla Francia.
«Anne?» Continua a leggere

Case infestate

scritto da Pierpaolo Lippolis


Sono notti che sogno case infestate. Hanno un numero indefinito di stanze, tante da non tenerne il conto. Nel sogno cerco di visitarle, ma non ne vedo mai la fine. Di solito le ho ereditate da qualcuno – da una zia anziana o da dei parenti lontani e sconosciuti. Per questo prima che io mi svegli, sento sempre come un respiro, un sussulto, di qualcosa che si aggira per quelle stanze che non conosco. Continua a leggere

Macondo sul Panaro

scritto da Laura Morandi


I.
Lei era tutta uno spigolo. Aveva zigomi scavati, gomiti taglienti, e un ossicino sporgente sul lato esterno delle ginocchia che in famiglia veniva chiamato “uzdèin”. Anche le sue parole tagliavano, per schiettezza, e camminando rimaneva ai bordi, senza entrare nel merito di niente. Continua a leggere

Agata e l’impresa a tutto tondo

scritto da Rina Camporese


Dove vive Agata tutto è in squadra. Le strade sono a perpendicolo, i bimbi parlano l’italiano, anche quelli nati altrove, gli adulti un po’ meno, anche quelli nati lì. Edifici e imprese fioriscono, con gestazione di durata variabile in uteri di impalcature metalliche, negli anni recenti armate di antifurto. Le donne si affannano tra impegni propri ed esigenze altrui, gli uomini classificano in modo diverso il proprio e l’altrui — smaltire i fondi di caffè o curarsi dei figli, ad esempio — ma sono comunque molto impegnati. Continua a leggere

Zanzibar

scritto da Giovanni Bochi


Zanzibar era uscito da una crisi depressiva, una di quelle spirali tormentose che ti avvolgono sempre più da vicino, sino a strangolarti; lui era arrivato quasi allo strangolamento, e se ne era salvato grazie ad un improvviso lume di coscienza che lo aveva trascinato dallo psicologo, e poi da lì dritto dritto in ospedale, reparto psichiatrico, struttura ritentiva per non dire detentiva, come diceva Zanzibar a chi glielo chiedesse. Continua a leggere

Via Archirola

scritto da Natalia Guerrieri


Il parco oggi è freddo, il sole pallido di inizio novembre emana una luce chiara che non riscalda.
Il palazzo dove abita mia madre è in via Archirola numero 15. È un condominio a otto piani. Grigio, gli infissi blu, tanti occhi chiusi. Mi ha sempre ricordato una montagna bucherellata da grotte, ogni appartamento un piccolo spazio privato, un fuoco. Ognuno dipinge sogni e fantasmi sulle pareti della propria caverna. Continua a leggere

Arringa del biografo

scritto da Jan Henkel


José Beguiristain abbandonò la Quebrada a 17 anni, poco tempo dopo che nacqui io, il suo biografo. Da lì, il mio oscuro, eccelso protagonista partì per Buenos Aires, dove progettava di dedicarsi allo studio della chimica e al vizio della scrittura. Trascorsi pochi mesi, suo fratello Enrique gli spedì una lettera in cui chiedeva, tra le altre cose, dei suoi rapporti con i bonaerensi. «Mi troveranno vivace come una palude» rispose. «Ogni volta che prendo parola in aula, i miei compagni mi guardano perplessi oppure si mordono le labbra per reprimere un sorriso. In tali momenti, ricordo sempre quel famoso ritornello paterno: “meno male che sei tanto eloquente, José”. Nonostante tutto, non nutro alcun rancore contro la gente della nostra capitale: diversamente da noi, non provengono da una terra di sonnambuli.» Continua a leggere

Gigette le marionette

scritto da Francesco Follieri


Ho sempre voluto fare l’attore, da che mi ricordo. Nonostante le difficoltà posso riconoscere a me stesso di esserci riuscito. Certo, non sono arrivato a Hollywood, ma ho avuto le mie soddisfazioni. Film di serie B, come li classifica la critica, e a me sta bene. Anzi, condivido il giudizio e l’assegnazione. Continua a leggere