La rotatoria

scritto da Marta Cai

Giovani svegli – uomini morti di sonno
Karl Kraus

Pensavo «fallico» di continuo e non ero contento. Intelligente abbastanza per capire che l’associazione tra il membro virile e un albero artificiale è un’immagine abusata e priva di forza, non ho letto un numero sufficiente di libri per riuscire a sostituirla. Ricorrere al Responsabile della comunicazione istituzionale per liberarmi da quel trisillabo così morbido e liscio, che gioivo a pronunciare mentalmente, ma che stava diventando un’ossessione difficile da gestire nella mia posizione, mi spiaceva per orgoglio personale e vanità. Sapevo che prima o poi avrei dovuto cedere. Lui, così basso e calvo, davvero possiede un bel vocabolario; immagino perché più vecchio di me e senza amore.

L’inaugurazione era prevista per le undici. Il sole splendeva. Io stesso splendevo in uno splendente completo blu. Anche «splendente» è un aggettivo scontato, ma non so come altro definire la stoffa del mio abito che riluceva meglio di un sole. Tra l’altro, essendomi da poco sottoposto – in un altro comune e sotto falso nome – a un peeling a base di acido glicolico, pure la mia pelle splendeva.
«Fallico» quel giorno mi assillò più del solito. Il parroco tirava fuori dal taschino l’aspersorio portatile e io pensavo «fallico», prendevo in mano il microfono per il discorso e pensavo «fallico», guardavo il naso dell’assessore e pensavo «fallico». Gli amministrati davanti e sotto a me applaudivano e io pensavo: «Toh, un bosco di falli agitati dal vento». Detta così, potrei sembrare un animo poetico e forse qualcuno davvero lo pensa, ma nella realtà io sono un individuo semplice, un laureato con diversi Master eppure privo di un vocabolario adeguato a descrivere la complessità del mondo.
Per non cedere alla tristezza, soprattutto non perdere il sorriso – la pelle un poco mi pizzicava – durante il discorso mi concentrai sul seno di un’amministrata, due pupe che parevano di brace. Le avevo fissate con occhi infuocati, mi ero sentito avvampare. «Di brace», «infuocati», «avvampare»: parole belle, no?

Questo monumento di indiscutibile pregio artistico esprime una moltitudine di significati cari alla nostra Amministrazione. Pace, uguaglianza, lavoro, equità, territorio, responsabilità: parole che sono valori, parole che sono impegni e ancora prima doveri. Doveri per tutti: per noi che siamo la maggioranza, per voi che siete la minoranza [voltati verso il primo Capogruppo consiliare di minoranza che vedi], per la cittadinanza tutta, per la società, l’Italia, l’Europa [non proseguirei oltre: il riferimento all’Europa è sufficientemente sdrucciolo].

Avevo valutato con il Responsabile l’opportunità di inserire nel discorso di inaugurazione un riferimento ai recenti e drammatici fatti di cronaca, qualcosa che non rattristasse ma lasciasse intuire la gravità del momento storico, la mia consapevolezza di cittadino e di amministratore. Lui aveva colto al volo, come sempre. Senza i suoi preziosi suggerimenti, non credo che riuscirei a cavarmela.

Valori che sono attuali oggi come non mai [fai una pausa, scruta l’orizzonte e, se riesci, trova un bambino e rivolgigli uno sguardo acquoso e supplice]. Credetemi… [ruotando il capo da destra a sinistra, o da sinistra a destra, con un movimento oculare sinuoso, abbraccia la platea] E lasciatemi dire che sono orgoglioso di appartenere a una comunità che crede in sé, che non cede al cinismo e agli egoismi e che si apre alla speranza, alla generosità, alla voglia di vivere. Il dono straordinario che ha voluto farci il sig. Gribaudo della falegnameria Gribaudo & Figli è qui a testimoniarlo. Grazie, grazie davvero. [Dopo aver ringraziato l’artigiano del legno, rivolgiti ai migranti assegnati alle aiuole con uno sguardo che sia insieme di «placet» e di misurata compassione. Occhio ai tempi, se l’esibizione della corale Banda Bassotti comincia dopo le undici e venti, sconteremmo un rimarchevole ritardo sul programma].
Basta, ho parlato troppo [sorridi in modo timido, solleva la mano mostrando il palmo], permettetemi di dire ancora una cosa: Uao, signor Gribaudo. Uao!

Il discorso fu un successo, ma io lo terminai sudato marcio a causa di «fallico». Decisi di mettere da parte l’orgoglio e di chiedere aiuto. Non potevo affrontare le inaugurazioni del futuro in quel modo. Non avrei retto cinque anni di mandato più altri cinque in caso di rinnovo. Trovai il Responsabile in ufficio, intento a muovere il mouse e a fissare lo schermo tra il fumo di una Diana rossa. È vietato fumare in tutti i locali del Municipio, però io sono appena arrivato, non mi sembra il caso di fare subito l’antipatico. Avrei affrontato il mio problema con cautela, prendendolo alla lontana:

«È andata bene domenica, no?»
«Sì, molto. Credo che tu abbia guadagnato consenso. Era la tua prima inaugurazione, hai trasmesso emozioni positive.»
«Ero un po’ teso. Avevo dei pensieri, insomma.»
«Mostrarti in ansia per un’apparizione pubblica è, nel tuo caso, un elemento comunicativo efficace. Alla gente piace.»
«Grazie per i suggerimenti che mi hai messo nel discorso.»
«Dovere.»
«Ancora una cosa.»
«Dimmi.»
«Tu cosa pensi del monumento?»
«L’albero del falegname?»
«Sì.»
«Credo sia un bel segnale per la cittadinanza.»
«No, ma dico, tu, come uomo, cosa ne pensi? Non ti sembra un po’…»
«Un po’ come?»
«Ecco, vorrei che me lo dicessi tu.»
«No, dillo prima tu. Sei il sindaco, sei il mio capo.»
«Un po’, ecco, ‘prepotente’.»
«Esatto! Ho pensato anch’io la stessa cosa. È un tipico esempio di dittatura di una minoranza. Una dittatura bella e buona. Qui c’è in ballo la democrazia! Dov’è il confine tra la generosità e la tracotanza, eh? Te lo sei mai chiesto?»
«Eu, eccome.»
«Uno si sveglia, fa una schifezza e pretende che tutti l’ammirino, che i suoi concittadini godano dei frutti marcescenti delle sue velleità artistiche. L’arte è una cosa seria, sei d’accordo? Ci sono criteri estetici oggettivi. ‘Prepotente’ è il termine giusto, sono d’accordo. Lo sai che per quell’orrore dovremo prevedere un aggravio sui conti dell’Azienda multiservizi? Ci sono voluti un giardiniere e un carpentiere per installare quello scempio. Capisci? Ci è anche costato! E lui lo chiama ‘dono’. Che protervia!»
«Credevo fossero la stessa persona il giardiniere e il carpentiere.»
«Sì, ma risultano due capitoli di spesa differenti.»
«Quindi avrei dovuto opporre un cortese rifiuto al falegname?»
«E perché mai? È andata benissimo così.»
«E la democrazia?»
«La democrazia, la democrazia… Lascia stare, non è quello che la cittadinanza si aspetta da te.»
«E cosa si aspetta da me?»
«Sei il sindaco più giovane che sia mai stato eletto in questa amministrazione comunale.»
«Quindi?»
«Quindi non devi prendere decisioni e meno che mai interrogarti su questioni di principio. Di quelle tra l’altro si occupa il vescovo. Lascia a lui le diatribe, le quisquilie, i filioque, le lane caprine.»
«Ho trentacinque anni, non sono giovane.»
«Qui nessun sindaco è mai stato così giovane.»
«Ho le competenze necessarie per occuparmi in modo attivo e fattivo dell’urbanistica, ad esempio, oltre a un discreto interesse personale per le attività produttive. Quella rotatoria lì, lo sai anche tu che andrebbe spostata.»
«Ufficio tecnico. La risposta è: Ufficio tecnico. O vuoi che si dica che non fanno niente tutto il giorno? Sai bene che l’argomento del pubblico impiego è un terreno minato.»
«Quindi?»
«Uao.»
«Cosa?»
«Uao. Da te i cittadini vogliono stupore, meraviglia, entusiasmo. In una parola: ‘Uao’. Metterò un ‘Uao’ in ogni tuo discorso pubblico. Trasmetteremo l’immagine di un sindaco positivo, tollerante, aperto a tutti. Dovremo un po’ allenarci, però. Sei ancora rigidino. Prova a dire ‘Uao’.»
«Uao.»
«Più convinto. Spalanca bene la bocca, guarda un po’ in alto.»
«Uao.»
«Pensa a Judy Garland che canta Over the rainbow.»
«Uaooo.»
– Immagina che ti venga uno sbadiglio. Tu offri sogni ai cittadini, devi essere onirico e pindarico, aleatorio e stocastico, etereo e simbolico. Capisci?
«Io mi sento fallico.»
«È lì che sbagli. Tu adesso sei etereo.»
«Etereo? Non so.»
«Se fai fatica, pensati uccellico.»
«Uccellico? Esiste come parola?»
«No, tu sarai il primo sindaco giovane e uccellico!»

Uscito dall’ufficio del Responsabile avevo un nuovo aggettivo, tutto per me, ma continuavo a non essere contento.

Shimenawa

scritto da Naoko Kumagai

Lo zio Kazuya, il fratello maggiore di mio padre, si impiccò nel granaio dietro casa, a Ishikari, appena fuori Sapporo, nell’isola di Hokkaido.
Aveva lasciato un messaggio:

Sono stato scoperto. È troppo tardi. Aiuto.

«Era andato di casa in casa a ricattare le persone affinché votassero per lui,» aveva detto mia madre. «Si era candidato per il consiglio comunale. Era un idiota.» Continua a leggere

Con il suo seno enorme e morbido

scritto da Simone Marcelli

Ma non ha niente di meglio da fare Monsieur Brisgrand, che viene ogni giorno a darmi il tormento? Arriva solitamente nell’ora di punta, nei momenti più concitati, ma non puoi mai dirlo. Magari ti si presenta alla cassa nel tempo morto, invece, quando passo lo straccetto sulle superfici unte del bancone, o sugli erogatori incrostati di bevande. La spuma frizzante quando si secca diventa una crosta di zucchero. Guardi com’è sgualcita la sua camiciola da impiegato, mi dice quando arriva, spesso. E io allora faccio finta di nulla, un po’, e gli chiedo voulez-vous quoi?, gli chiedo cosa vuole da mangiare, ma intendo anche altro, non solo quello, dentro di me. Io ho questa abitudine di pormi e porre le domande, di gettare luce, ricercare il conto che non torna, la crisi. Deformazione professionale da ricercatore, ancor prima che impiegato polivalente qui in friggitoria, dottorando turni permettendo. Non ha niente di meglio da fare, Monsieur? Continua a leggere

Domanda su una bicicletta

scritto da Francesco Bolognesi

1.
C’era comunque questa ragazza, che quando camminava sembrava sapere sempre dove stesse andando e anche se la distanza era breve e non era in ritardo andava veloce, con passi lunghi e ampi, come se ogni volta che poggiava il piede per terra volesse agganciare qualcosa lontano. Forse grazie al suo sorriso o ai capelli che seguivano i suoi movimenti, manteneva comunque una certa eleganza, tanto che tutti vedendola avrebbero preposto al suo nome la parola signorina, se solo non fosse in disuso. Continua a leggere

Scarpe sullo zerbino

scritto da Gaia Gentili

Avevo 13 anni da qualche ora, quando ho smesso di credere alle scarpe nell’angolo destro dello zerbino. Non credere più nelle scarpe è stato per me come sbriciolarmi, sono cresciuta d’improvviso sbriciolandomi. Non sono riuscita a perdonarglielo, più a lei che a lui. È stata lei a tenere in piedi il tendone per così tanto tempo e con tanta tenacia nelle mani che ancora adesso, a guardarla, mi sembra di non riconoscerla, di non ritrovare i miei tratti nei suoi. Molti si ostinano a dirmi che le somiglio: con un salto d’anni, potremmo confonderci. Non sanno leggerci il viso. Continua a leggere

Bel pallino

scritto da Stella Poli

Si è ucciso, ti dicono.
Anzi no: si è tolto la vita, ti dicono.
Un treno merci.
Chissà perché questo dettaglio ti pare più giusto. Come se non si morisse sotto una freccia, un treno che in prima ti servono l’aperitivo. Ma un merci, fra San Nicolò e Rottofreno. Di notte. Continua a leggere

Il cacciavite

scritto da Claudia Bruno

Le avevo detto, Benedetta, senti a tuo padre, per queste cose ci vuole un’altra testa. Ma tanto lei non mi ascolta, fa come vuole sempre. Si arrotola i capelli intorno al dito e cambia stanza. Con l’apparecchio, adesso poi, fa una smorfia strana – dice che le fa male, che dentro la bocca «si formano i graffi». Il dentista le ha dato una gommina trasparente da attaccarci sopra, ma tanto quando serve non la trova mai, a casa nostra si perde qualsiasi cosa. Continua a leggere

Il sabato del prosciutto

scritto da Licia Ambu

La pasticceria del Sole avrebbe compiuto venticinque anni in gennaio. Per l’occasione l’avrebbero ristrutturata, rinnovando le vetrine delle torte accanto agli ingressi, cambiando la disposizione di sigarette e super alcolici e modificando, questo era certo, l’angolo con le quattro sedute sul retro; inoltre avrebbero sostituito le vetrine esterne, e i rivestimenti degli scaffali, vecchi e polverosi, sarebbero stati rinnovati con legno e stoffe e arricchiti da una disposizione ben studiata. Continua a leggere

Teo

scritto da Roberta Garavaglia

Teo si posizionava sempre in difesa e quando chiamava un fallo si accasciava a terra e ci faceva perdere un sacco di tempo. Lo chiamavano Frigna e potete immaginare il perché. A me però veniva sempre voglia di mettermici vicino, di guardargli la nuca dove i capelli erano cortissimi. Continua a leggere