Notte di terra

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: quarto capitolo. Leggi gli altri]

La legna ardeva nella stufa e Chiara stringeva fra le dita gelate una tazza di tè caldo. Era tè scaduto, l’aveva trovato per caso in fondo a un ripiano della credenza. Rosa non beveva tè e nemmeno tisane, li considerava rimedi buoni giusto per il mal di pancia. Aveva comprato quelle bustine chissà quando, forse proprio in occasione di una convalescenza. Ma Chiara aveva voglia di tè caldo, cosa poteva farle di male, dopotutto. Rosa armeggiava fra le pentole della cucina. Il vicino le aveva portato un pezzo di manzo abbastanza grosso e alcune cartilagini.
Chiara continuava a tenere lo sguardo fisso sulla stufa. Non sapeva cosa fare, se parlare di ciò che aveva visto a qualcuno oppure no. Forse avrebbe dovuto dirlo alla polizia, poteva servire per le indagini sul fatto. Certo, quell’ammasso di pezzi di bambole non era normale, e non c’era nessuna spiegazione logica al fatto che si trovasse in quel posto. Chissà da quanto tempo era lì. Il fetore di quel luogo le aveva impregnato le narici al punto da imprimersi nel suo ricordo. Le sembrava di sentirlo ancora. Socchiuse gli occhi e infilò il naso nella tazza, per annusare il vapore caldo e profumato. C’era anche un altro fatto che avrebbe faticato a spiegare a chiunque. Perché si trovava lì, perché ci era andata? Non ne era sicura, ma sospettava che avrebbero potuto quantomeno accusarla di effrazione o qualcosa del genere, violazione di proprietà privata. Immaginò che l’avrebbero intervistata, che Rosa l’avrebbe vista di nuovo sul canale locale e le avrebbe chiesto spiegazioni, spaventata e confusa. Il suo nome sarebbe stato nuovamente ricollegato al fatto e allora la polizia forse avrebbe voluto sapere di più, l’avrebbe interrogata. Cosa c’entrava lei, dopotutto, con quella storia?

La notte fu invasa dagli incubi. Correva, in un campo, con accanto il cane. A un certo punto lui spariva nel canale. Chiara lo chiamava, gridava, ma non riusciva a ritrovarlo. Poi eccolo ricomparire, ricoperto di terra. Aveva una voce umana, vagiva come un neonato, poi tra il pelo arruffato del suo muso cresceva il volto di un bambino, con i denti e gli occhi scuri, neri, marcescenti. E Chiara si trovava d’un tratto coperta di sangue, il suo ventre squarciato in orizzontale buttava fuori flutti di liquido rossastro, appiccicoso e caldo, impossibile da contenere.

Il giorno arrivò presto. Chiara si risvegliò sudata, con la pelle irritata dal contatto con la coperta di lana fatta a mano da Rosa. Andò in bagno, si lavò la faccia con l’acqua fredda. Aveva le palpebre gonfie e la bocca secca, come se durante il sonno avesse pianto. Era lunedì. Sarebbe dovuta tornare in città. I colleghi d’ufficio, i faldoni impilati sulla scrivania, il computer vomitante e-mail e notifiche le apparivano come immagini stonate provenienti da un’altra dimensione. Scese al piano terra, Rosa dormiva ancora. Mise sul fuoco la vecchia caffettiera e bevve due tazze di caffè nero nel silenzio della cucina. Quindi raccolse la sua borsa da terra e si avviò verso la Panda parcheggiata in cortile. Tutto intorno era silenzio e nebbia. Mettendo in moto, si sentì definitivamente strappata a un sogno. Iniziò a guidare verso la realtà, verso il rumore, verso il mondo degli umani, abbandonando quelle terre dimenticate, affossate dietro l’argine del fiume, inghiottite dalla foschia.

Tutti i giorni, in ufficio, erano uguali fra loro. Come impiegata, Chiara non si distingueva né poteva essere giudicata peggiore degli altri. Semplicemente, quello che faceva non le interessava. Si trattava di commutare il tempo in denaro. Tanto tempo per poco denaro, a rifletterci. Ma aveva uno stipendio regolare e il venerdì di solito poteva staccare a metà pomeriggio e fingere che il suo piccolo e buio ufficio pieno di computer e polvere non esistesse più, almeno per un po’. E questo era esattamente ciò che stava iniziando a fare in quel momento, guidando verso la Bassa, con la sua sacca buttata sul sedile del passeggero, tornando finalmente alla casa di via Matteotti.
Si andava ora verso la metà di dicembre e le giornate si estinguevano in fretta. Al suo passaggio, i campi, la strada e le case che punteggiavano la pianura erano immersi nell’oscurità.

Domenica di sole fredda

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: terzo capitolo. Leggi gli altri]

La mattina seguente in via Matteotti non c’era un’automobile, né un passante. Le domeniche, nella Bassa, riuscivano a apparire perfino più desolanti degli altri giorni.

Stavano sorbendo il caffè in silenzio, era ancora molto presto, quando qualcuno bussò alla porta. Rosa riceveva poche visite e quel giorno non aspettava nessuno. Borbottò qualcosa e Chiara si alzò per andare a aprire, premendosi il maglione sul mento.
Nella cornice della porta, si stagliò una donna dal busto straordinariamente largo. Aveva la pelle rossastra e piena di venuzze, come se gliela avessero appena sfregata con violenza, e due occhi liquidi che non sembravano mettere a fuoco nulla. Sembrava faticare a reggersi sulle gambe. Era Alda, detta l’Aldina, considerata da tutto il paese una specie di bambinona inoffensiva. Non si era mai sposata e non aveva nessuno. Viveva in una misera casetta dimenticata in mezzo alla campagna. Qualcuno diceva che una volta, tantissimi anni prima, quando era ragazza, avesse avuto un aborto. Non si era mai saputo chi avesse potuto metterla incinta e Rosa non aveva mai voluto esprimere pareri a riguardo. Dopo quel fatto, che fosse reale o solo frutto delle dicerie, l’Aldina non era mai più stata avvicinata da nessuno.
La donna si appoggiò al muro con aria sperduta chiedendo di Rosa. Chiara tornò dentro e chiamò la nonna, dicendo che c’era l’Aldina alla porta. Ormai la conosceva anche lei, era abituata a vederla fin da quando era piccola. Un tempo le faceva paura, con quelle grosse mani tremolanti che sembravano volerti afferrare, ma poi crescendo aveva cominciato, come tutti, a provare per lei un misto di pietà e repulsione. Rosa era l’unica che dimostrava un’insolita pazienza nei suoi confronti, era capace di offrirle il caffè e di tenerla con sé anche un’ora prima di dirle che aveva da fare, mentre alcuni in paese reputavano superfluo perfino salutarla. La invitò a entrare per un goccio di caffè, mentre Chiara si infilava le scarpe e la giacca per uscire. Uno strano fetore accompagnò l’ingresso in casa della donna e Chiara fra sé sperò che si fermasse il meno possibile. Mentre si richiudeva la porta alle spalle, si chiese se l’Aldina la riconoscesse o se per lei la sua presenza in casa di Rosa fosse un evento paragonabile al vento che smuoveva le cime degli alberi o a una pioggia leggera.

Versò nella ciotola del cane un po’ di riso avanzato dalla sera prima. Un raggio di sole si faceva strada tra gli strati di nubi, pallido e incerto. Faceva meno freddo del giorno precedente. Chiara attaccò il guinzaglio al collare e iniziò a tirarlo verso la strada.
Quando arrivarono all’altezza della casa arancione, non svoltarono verso l’argine. Il cane dava segni di voler proseguire in quella direzione, la strada di sempre, ma Chiara glielo impedì tenendolo legato. Proseguirono ancora sulla strada asfaltata per qualche centinaio di metri. Quella camminata faceva bene a entrambi, ossigenava le menti, sgranchiva le gambe. Sul vialetto di una casa, Chiara vide una zucca. Stava marcendo, ridotta ormai a una specie di poltiglia. Il cane tirava il guinzaglio, voleva annusare, ma Chiara lo portò via. Prima di andarsene, fece appena in tempo a vedere la tenda scostarsi e richiudersi dietro il vetro di una finestra.

Dopo ancora un centinaio di metri, svoltarono. Ora si poteva andare verso l’argine, Chiara liberò il cane e rimase a guardarlo correre fra la strada sterrata e il prato. Continuò a camminare, perdendolo di vista. La sterrata era fiancheggiata da un canale. A un certo punto si accorse che il cane era scomparso. Iniziò a chiamarlo e accelerò il passo. Dopo un po’ lo vide riemergere, coperto di fango, dal canale. Aspettò che si scuotesse e si rotolasse per terra e gli andò incontro, ammonendolo con qualche parola secca. Pulirlo sarebbe stato impossibile e Rosa l’avrebbe rimproverata per averlo fatto inzaccherare così. Il cane di per sé sembrava soddisfatto, la guardò con una felicità ebete, estemporanea, e fece per rituffarsi di nuovo giù. A nulla servirono le grida di Chiara, che lo rincorreva. Lo raggiunse, ansimando. La parete di terra scendeva gentilmente verso il basso, costellata di erbacce e rifiuti. Il cane si era fissato su un punto fangoso, annusava e cercava di afferrare qualcosa con i denti. Vedendola arrivare abbaiò. Lei lo chiamò ancora, inutilmente, non aveva nessuna voglia di scendere sul fondo per recuperarlo. Già altre volte era capitato che il cane facesse una simile cerimonia per aver scoperto la carcassa di una lepre, di una nutria o di un gatto. Dopo essersi fatto chiamare per un bel po’, prese qualcosa con i denti e si convinse a risalire. Appoggiò il suo bottino sulla sterrata, schizzando fango da tutte le parti. Era uno straccio, un pezzo di stoffa. Chiara lo rigirò con il piede. Sembrava il pezzo di una maglietta. Azzurra, con una specie di faccia gialla e marrone disegnata sopra. Il muso di un cane sorridente.
D’un tratto il ricordo della mattina prima le attraversò la mente, vivido. Il cuore iniziò a batterle in petto e la mente, all’opposto, iniziò a mettere in campo tutti gli strumenti della razionalità per farla calmare. Uno straccio in un canale non significava niente. Uno straccio avrebbe potuto finire nello scarico come qualsiasi altro oggetto; non c’era nessuna connessione con il fatto. Tuttavia, Chiara si guardò intorno e mise a fuoco due case, separate da un centinaio di metri l’una dall’altra, che dovevano entrambe scaricare nel canale. Una sembrava abitata, dal davanzale pendevano panni stesi. L’altra invece aveva l’aria di non ospitare nessuno da tempo. Chiara si lasciò trascinare avanti dai suoi stessi passi. Non pensava più al cane, che le correva appresso. Una sorta di curiosità spaventosa, che avrebbe voluto respingere, la portava ad avanzare verso la casa disabitata.
Quando fu vicina al cancello, si fermò. Era chiuso ma un buco nella rete poco più avanti, circondato da una siepe selvaggia, costituiva un passaggio perfetto. Forse era già stato usato. Ci ragionò su qualche istante poi si girò, allacciò il guinzaglio attorno al collare del cane e si avvicinò al foro. Il cane abbaiò e lei gli colpì il muso, una volta, severamente, per dirgli di smetterla. Poi lo guardò, inutilmente offeso e incapace di capire. Cercò un albero e lo legò al tronco. L’animale la guardava con occhi sperduti ma non abbaiava più.

Il foro era largo abbastanza perché potesse passarvi in mezzo. Atterrò su un terreno umido. L’erba era rada e spenta e si alternava a zone di terra nuda. La casa era grigia e muta e contro una delle finestre al piano terra erano state attaccate delle assi, mentre sulla porta una vernice rossastra andava scrostandosi. Fece qualche passo nel giardino, tendendo le orecchie. Provava una sensazione simile a quella avuta cospetto della casa arancione. Era come se non fosse lei a guardare la casa ma viceversa. Attribuì quel pensiero alla suggestione, era lei forse che in quelle case voleva trovare un’anima.
Il disegno dell’edificio era insolito per quelle zone, più spigoloso e verticale delle altre costruzioni. C’erano tre piani e in più, su un lato, svettava una sorta di piccola cabina a forma di torretta. Le serrande erano scure e cadenti e Chiara puntò lo sguardo verso una di esse, per un istante le era sembrato di cogliere un movimento.
Salì i tre gradini che conducevano all’ingresso e spinse il legno marcescente con la punta delle dita fino a sentire uno scricchiolio. Qualcosa, dall’interno, stava cedendo. Non fu difficile entrare e si trovò in una stanza buia e spoglia, immersa in uno strano fetore. Un odore animale, come di sudore e feci, pellicce sporche o bagnate. Fece un altro passo e intravide nel buio un piccolo topo che correva a nascondersi.

Lanciò un’ultima occhiata alla porta, come salutando quell’appiglio in grado di riportarla all’aria e alla luce, e si addentrò. Dopo la prima stanza ce ne erano altre, tutte vuote, simili l’una all’altra, e sempre invase da quel puzzo nauseabondo. Per un attimo le attraversò la mente che fosse la casa stessa a emanare quel fetore. Come se una ferita l’avesse squarciata e ora stesse lentamente imputridendo. Arrivata nei pressi delle scale, valutò l’ipotesi di tornare indietro. La casa era un luogo immondo, dimenticato da tutti, non c’era forse nessuna vera buona ragione per proseguire oltre. Poi pensò al cane. Se le fosse successo qualcosa il cane sarebbe stato il segnale che la padrona non poteva trovarsi lontano. E se qualcuno lo avesse slegato? Stornò dalla mente quel pensiero. Qualcuno chi? Decise che sarebbe salita, si sarebbe tolta la curiosità e poi sarebbe finalmente uscita. La scala era parzialmente crollata, probabilmente a causa del terremoto, e a tratti si vedeva lo scheletro di metallo che sosteneva i gradini, oltre il quale si aprivano metri di vuoto. Al primo piano c’era ancora più buio e Chiara andò a sbattere contro qualcosa. Si fece luce con il cellulare. Altre due stanze vuote e poi la terza –

Nella terza stanza il pavimento era ricoperto da giocattoli, o più precisamente, bambole e bambolotti. Teste, mani, gambe, braccia e busti informi. Ce n’erano a decine. Smembrati e talvolta assemblati secondo una logica posticcia e innaturale.
Ora voleva andarsene, si girò di scatto e scese le scale, di corsa. Un piede le si infilò per sbaglio in una fessura e avvertì un dolore pungente. Zoppicando, ritrovò la porta e ci si appoggiò contro per uscire.
Appena fuori, respirò avidamente l’aria dell’esterno. Ritrovò il punto nella siepe nel quale c’era il passaggio e ci si infilò.
Fece qualche passo sulla strada poi cercò con gli occhi il cane. Non c’era più, legato all’albero. Non c’era nemmeno il guinzaglio. Lo chiamò, guardandosi intorno, con voce angosciata. Infine, dal fondo del campo lo vide correre verso di lei, rispondendo al richiamo, fino a raggiungerla. Trascinava dietro di sé il guinzaglio, che era nero di terra. Lo afferrò, imbrattandosi le mani, e facendosi guidare si rimise sulla strada di casa.

Fino a sera veglia

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: secondo capitolo. Leggi il primo capitolo]

La trovò china sulla stufa, intenta a infilare nel fuoco i pezzi di legna. Le sue mani, grosse e squadrate, avevano una pelle così spessa da non sentire il caldo e il freddo, o forse erano semplicemente mani troppo vecchie per avvertire qualsiasi cosa. Rosa non si accorse della nipote che entrava nell’ampia stanza adibita a salotto e quando si voltò sussultò per un istante, vedendola. Chiara si tolse il giaccone. Aveva freddo, il freddo non le era mai passato, ma era sudata. La stessa sensazione che si prova durante un incubo o la malattia. Si rannicchiò sul divano sfondato che stava vicino alla stufa. Dietro allo sportello, si intravedevano le braci. Rosa la guardò, le chiese se avesse legato il cane alla catena e Chiara fece di sì con la testa. La nonna non voleva che il cane rimanesse slegato. Questa era la sua unica preoccupazione, che mangiasse, bevesse o sentisse freddo erano pensieri secondari. Certo, non era passato giorno senza che si ricordasse di riempirgli la ciotola con qualcosa. Avanzi del pranzo o della cena, la gallina del brodo, pezzi di manzo induriti, oppure gli scarti peggiori fra quelli che il vicino le portava dalla macelleria. Rosa non buttava niente, trovava il modo per cucinare anche i pezzi che i clienti consideravano robaccia e, per le parti immangiabili perfino per lei, c’era il cane. La catena, però, era una vera fissazione. Aveva avuto un cane, da bambina, un cucciolo. Era morto senza avere nemmeno il tempo di crescere, qualcuno gli aveva sparato in un campo, senza motivo. Lo avevano trovato morto dopo due giorni. Chiara si stupiva di quanto la nonna ricordasse ancora bene quell’avvenimento, doveva aver avuto appena sei anni. Il cucciolo era stato un regalo del padre. Dopo di lui, la nonna non aveva voluto nessun altro cane, per anni. Avevano provato più volte a proporle la compagnia di un altro animale ma lei aveva sempre respinto l’idea. Con il cane, il suo, era stata un’altra storia. Nessuno glielo aveva regalato e Rosa non lo aveva preso da nessuna parte. Era arrivato una mattina, scarno e malconcio, e si era piazzato davanti alla casa. Rosa lo aveva scacciato più volte con la scopa ma lui era rimasto. Alla fine, aveva visto che il cane aveva una zampa ferita, sanguinava. Gliel’aveva disinfettata con l’alcool e l’aveva avvolta in un pezzo di stoffa. Poi gli aveva dato da mangiare. Il giorno dopo, il cane era ancora lì e Rosa si era rassegnata a tenerlo. Gli aveva messo un collare attorno al collo e lo aveva legato alla catena. Più volte Chiara si era chiesta se l’animale non avesse vissuto meglio lontano da quella prigionia, libero, nei campi, come era stato un tempo. Ma il cane, anche dopo le lunghe passeggiate in cui lo slegava lasciandolo correre dove voleva, tornava sempre da lei, da Rosa, alla casa.

Il pranzo era quasi pronto. Dalla cucina proveniva il solito odore acre e dolciastro della carne bollita. Chiara si strinse nel maglione. Avrebbe voluto dimenticare tutto, cancellare le immagini di quella mattina, ma ogni pensiero la riportava lì, il cane che correva tra gli arbusti, la casa arancione vicina al pioppeto. L’erba e il fogliame…
La nonna la chiamò. Era appena mezzogiorno, l’ora di mettersi a tavola. Nel brodo di carne galleggiavano chicchi di riso. Rosa sorbiva il brodo respirando rumorosamente e la mano che reggeva il cucchiaio le tremava ogni volta che la portava alla bocca. Chiara mangiò con un misto di piacere e disagio. Il calore che le scendeva in gola la confortava ma allo stesso tempo nel nutrirsi, nel consumare quella carne, avvertiva una sorta di senso di colpa. Dopo mangiato, mentre Chiara lavava i piatti nel lavello della cucina, Rosa accese il piccolo televisore che stava incastrato nella credenza di legno. Il volume era altissimo. Su una delle reti locali si parlava del fatto e Chiara sperimentò la strana sensazione di ascoltare la propria voce registrata. Vedendo la nipote sullo schermo, la nonna si agitò e iniziò a chiamarla. Avevano ritagliato pezzi dell’intervista. Chiara si vide nelle riprese, con i capelli biondi che le ricadevano sulla fronte, le labbra spaccate fino a sanguinare e gli occhi arrossati. Diceva che era stato il cane a trovare il corpo, era corso avanti e lei aveva chiamato la polizia. Quella dichiarazione le sembrò inutile, stupida, la riportò alla dimensione di non senso in cui era sprofondata quella mattina. Rosa si voltò verso di lei, con gli occhi sgranati. Chiara non poteva più tenerglielo nascosto.
Si misero a sedere, una di fronte all’altra, e parlarono. O meglio, dovette raccontare tutto quello che era successo. L’anziana rimase in silenzio, anche dopo la fine del racconto, continuando a guardare fuori dalla finestra. Quando Chiara si alzò dalla sedia, le prese una mano e la strinse, con forza. Chiara la guardò e d’un tratto le sembrò piccola e spaventata. Le baciò i capelli, soffici. Prese gli avanzi del pranzo e le disse che andava a darli al cane.

Non appena fu fuori, il freddo pungente la risvegliò dal torpore della casa. Il cane balzò verso di lei, affamato come non mai, piantandole le zampe sulle gambe. I pezzi di carne che Chiara teneva avvolti in un fazzoletto si sparpagliarono per terra. Il cane mangiò, con il muso che si sporcava di terra.
Chiara si guardò intorno. La pianura taceva e le nuvole andavano separandosi l’una dall’altra lasciando scorgere non il sole ma qualche strato di cielo.

Sentì un rumore di passi e sull’aia della fattoria di fronte comparve un uomo. Indossava un giaccone blu, e la sciarpa e il cappello non gli lasciavano scoperto che il naso e gli occhi. A Chiara parve di riconoscerlo come il figlio del vicino. Un uomo di circa quarant’anni che talvolta arrivava nella Bassa a fare visita all’anziano padre. Sollevò una mano per salutarlo ma l’uomo sembrò non vederla. Stava caricando qualcosa nel baule della macchina. Istintivamente, Chiara fece qualche passo in avanti per guardare. L’uomo chiuse il baule di scatto e si girò verso di lei. Le parve che la guardasse, cosa strana visto che fino a qualche istante prima sembrava non essersi nemmeno accorto della sua presenza. Nonostante la distanza, vide i suoi occhi, due punti neri senza battiti di ciglia. Quindi l’uomo si voltò e salì in macchina, mettendo in moto. Chiara aspettò che la scia del gas che seguiva l’automobile si estinguesse per tornare dentro casa. D’un tratto era di nuovo sudata fradicia, nonostante il freddo.
Lanciò un’ultima occhiata al cane. Nel giro di poche ore sarebbe sceso il buio e quel sabato di novembre sarebbe finito, disperdendosi nella notte precoce.

Il bagno era rivestito di piastrelle giallognole. Chiara lasciò passare lo sguardo come una spugna bagnata sui disegni geometrici. In che anno era stata costruita la casa? Forse addirittura nei primi del Novecento. Così le sembrava di ricordare. Almeno, nella sua prima forma. Poi Successivamente, nel corso degli anni, era stata sistemata, ampliata, in parte ricostruita. Poi il terremoto aveva fatto franare la cantina e ancora non c’erano tutti i soldi necessari per ricostruirla. Quelle piastrelle però dovevano essere successive, anni Settanta, almeno. Un gusto ormai dimenticato, rinnegato. Il vapore si alzava dalla vasca da bagno dando a Chiara una piacevole sensazione di calore. Le bolle di bagnoschiuma si coloravano grazie alla luce della lampadina. Il silenzio era totale, interrotto solo dal rumore delle sue mani che raccoglievano un po’ di acqua per versarsela sulle spalle e sulle ginocchia. Le parti del corpo che affioravano diventavano gelide in un istante.

Fuori era diventato buio, anche se non era ancora ora di cena. Chiara e Rosa avrebbero mangiato, avrebbero guardato qualcosa per televisione, avrebbero spento la stufa e sarebbero andate a dormire presto, molto prima dell’ora in cui la gente va a letto in città. I gesti in quel luogo erano semplici, prevedibili, sempre contornati dal silenzio. Questo la calmava ma a volte le faceva crescere un magone in petto. La Bassa era l’anticamera della morte, aveva pensato Chiara una volta. E quel pensiero era rimasto a aleggiare sulla sua testa, così perfetto e crudo da sorprenderla. Da quelle parti ci si preparava a morire. Prima, allontanandosi da tutto ciò che era rumore, colore, affanno e movimento. Poi, facendo silenzio. Facendo spazio dentro di sé a qualcosa che era immenso e importante, qualcosa di gravoso e inevitabile. Non poteva essere che quello, aveva pensato Chiara, la consapevolezza della propria fine, il lutto per se stessi.
Forse Rosa non voleva abbandonare la casa perché già da tempo viveva immersa in quella dimensione, ci si era abituata. La città, con la sua frastornante voglia di vita, era inadatta, fastidiosa, fuori luogo per chi già aveva sistemato la propria anima nell’anticamera, per chi già era pronto. Come sua nonna, come Rosa. Guardandosi le punte delle dita raggrinzite dall’acqua, Chiara si chiese se quel sentimento stesse invadendo anche lei. Era per questa ragione che tornava sempre in quel posto, che sentiva di appartenere alla Bassa come mai aveva sentito di appartenere a nessun altro luogo?

Tolse il tappo dal fondo e si alzò, avvolgendosi in un ruvido asciugamano consumato dai lavaggi. La nonna non aveva mai tenuto in casa un accappatoio, l’idea stessa di quell’oggetto, dove il corpo si adagiava abbandonandosi a un lento processo di asciugamento, le era estranea. Venire fuori dall’acqua significava strofinarsi per bene, sulle gambe, sulla pancia, sulla nuca, e rivestirsi in fretta. Indossò di nuovo i vestiti e scese le scale. Rosa si era addormentata sul divano, vicino alla stufa. Dalla sua bocca schiusa usciva un sibilo impercettibile. La nipote si rannicchiò al suo fianco, senza svegliarla.

La linea

scritto da Alberta Aureli

Il corridoio è buio e le scale coperte di polvere, cammino nell’edificio vuoto del mio liceo, le aule e le stanze della segreteria sono vuote. Da pochi particolari so che sto sognando, le aule sono più grandi di quelle dove ho studiato davvero, il liceo si trasforma in una chiesa e le uniche voci che sento sembrano arrivare dal cortile. Scendo anche io in cortile, lì tutti mi aspettano, i miei genitori e mia sorella, Francesco fuma in un angolo. Poco lontano le mie compagne di classe, Chiara e Irene. Irene mi guarda, vorrebbe raggiungermi ma Chiara la ferma. C’è un telo grande come quello dei cinema dove stanno proiettando le mie fotografie, è un mostra o una presentazione, ma le fotografie sono tutte al contrario, vengono proiettate al contrario sullo schermo, sono nervosa, vorrei dire a tutti che c’è un errore nella proiezione, ma nessuno sembra farci caso, mangiano salatini e bevono dai bicchieri di carta. Provo ad avvicinarmi alle mie amiche ma qualcosa mi blocca le gambe, e il respiro.

Nella stanza in affitto dove dormo cerco di aprire gli occhi ma sono a disagio come nel sogno. Mentre tolgo un lembo di federa dalla bocca vedo Chiara seduta sul letto, ha il telefono in mano e dice che non c’è più tempo per dormire perché Vueling ha anticipato il nostro volo. Dobbiamo uscire di casa subito. Il cielo rosso del mio risveglio adesso è quello azzurro e afoso della stazione Termini di Roma. Il viaggio è un’idea di Chiara, quando me l’ha chiesto ho solo potuto accettare senza capire se avesse bisogno di un testimone o di un po’ di compagnia e basta.
Siamo dirette a Gibilterra per fare visita alla nostra amica Irene, anche se Irene è già morta da un mese.

La mia amicizia con Irene somiglia all’estate che abbiamo trascorso insieme, limpida e giovane e piena di non sense. Se dovessi dire mi ricordo poche cose: come scivolava silenziosa dietro il bancone del bar dei suoi genitori, i capelli aperti sulla fronte, perfetti, neri e lisci come quelli delle ragazze giapponesi, e una volta, sedute sul mio letto, che aveva iniziato a guardarmi i lineamenti del viso da vicino come fa qualcuno che vuole baciarti e io a ripetermi dentro speriamo che non lo faccia.
Non sapevi mai bene che cosa pensasse di sé o degli altri. Per questo il suo trasferimento è risuonato nelle nostre vite come un abbandono inaspettato. Qualcosa ci aveva ferito nel fatto che non fosse stata un’idea passeggera, che nel tempo non si fosse rivelato un fallimento. Sembrava essere, anche a distanza, più leggera e più coraggiosa.

Irene e Chiara avevano avuto un’amicizia profonda iniziata prima che le conoscessi, e avevano qualcosa, insieme, che sembrava essere forte, ma non libero, una specie di vincolo.
Quando Irene si è trasferita a Dublino per imparare l’inglese aveva già studiato Lettere e poi Psicologia a Roma, senza concludere mai. A Dublino, dopo la laurea in Economia, una banca l’ha assunta per proporre investimenti ai correntisti. Quando mi hanno spiegato che cosa faceva ci ho messo un po’ a capirlo, senza mai essere sicura di averlo capito bene. Ero circondata da persone che avevano scambiato l’assenza di lavoro per la possibilità di fare la ballerina, lo scenografo, l’attore, o l’astronauta. Ma l’impiegato di banca era una cosa che poteva sorprendermi. Da Dublino non è più tornata a vivere in Italia. Qualche volta, a cena, qualcuno diceva di averle mandato una mail, o di averla sentita al telefono, ma l’idea che mi sono fatta era che avesse tagliato con tutto e tutti quaggiù. E così ho smesso di scriverle.

Chiara invece, alla sua assenza, per molto tempo, non si è rassegnata.

Irene viveva a Dublino da almeno dieci anni e io lavoravo a Roma per un giovane regista impegnato a scrivere un film sulla metamorfosi dei trentenni senza relazioni stabili e senza stipendio fisso. Un’analisi del cambiamento sociale e del precariato. Il giovane regista, aveva vinto molti premi importanti con un medio metraggio praticamente muto e molto poetico, poi però era entrato in crisi. Panico da opera prima, diceva. Il film, mai girato, avrebbe dovuto chiamarsi Italia. Italia era il nome della nostra eroina che dopo averle provate tutte, si trasferisce a Berlino a servire involtini di verza in un ristorante libanese. Non realizzerà i suoi sogni ma almeno, intanto, tira a campare. La parabola di un intero stato pronto a sfaccendare per la Germania ricca. Italia, in più, viene delusa da almeno due o tre fidanzati che rimandano il momento di mettere su famiglia dai venticinque, ai trentacinque, all’infinito. Il giovane regista e io guardavamo le fotografie dei nostri genitori e riflettevamo su quanto sembrassero più adulti di noi alla nostra età. L’economia stava cambiando la fisionomia, oppure, ipotesi più avvincente, come una forza oscura, una giovinezza infinita e maligna si stava impossessando di noi. Qualcosa che diceva non è il momento, questo è noioso, puoi farlo dopo. Non guadagni niente? E che ti importa, siamo tutti poveri. È essenziale, ora, che capisci fino in fondo chi sei, che riesci ad esprimerti. Come un’agenzia di recupero crediti avevamo comperato il debito insoluto verso l’età adulta, contratto in anni di mancata partecipazione e rimandi forzati, trasformandolo in un debito esclusivo verso le nostre aspirazioni, diviso in comode rate e senza scadenza. Il costo di questa operazione era stato perdere il contatto con la realtà. Non si può avere tutto.
Quando abbiamo deciso come fare le ricerche per la sceneggiatura e le storie, ho proposto di girare delle interviste a dieci o venti amici, coetanei e conniventi. Potevo scegliere senza sforzo in un panorama molto vicino tra onanisti convinti, tombeur de femmes, poetesse diafane e senza patente. Ma anche onesti lavoratori imprigionati nel girone degli stage, gente non più lucida, abituata a portare a casa cinquecento euro al mese come se fosse una fortuna. Il giovane regista, entusiasta, mi disse che questa idea era una grande idea e che costituiva il prodromo di un metodo.
Le interviste le giravo al caldo di casa mia con una Sony e le mini DV, l’inquadratura era fissa sul piano americano: testa, collo, braccia e mezze gambe, loro seduti su un divano rosso, io di fronte, in piedi, dietro la telecamera montata su un vecchio cavalletto. Chiedevo soprattuto dei contratti di lavoro, raccontami il tirocinio – dicevo – e poi le aspettative sentimentali, l’assenza di figli. Gli intervistati erano timidi all’inizio, ma poi riuscivano a raccontare bene, qualche volta stringevo l’inquadratura sugli occhi o sulle labbra ed era allora, che potevano sembrare bambini, quelle volte iniziavo a fantasticare di abbandonare il giovane regista e tirarne fuori un documentario mio.
Quando è toccato a Chiara sedersi sul divano rosso, nessuna delle domande che facevo di solito sembrava funzionare e l’unica parte buona dell’intervista era quella in cui eravamo finite a parlare dell’amica perduta che non le telefonava mai da Dublino. Di quando Chiara era andata a trovarla a sorpresa nel ristorante italiano dove faceva la cameriera, di come l’amica fosse stata stata fredda e senza tempo per gestire quella visita inaspettata. Nell’intervista c’era tutto il trauma della mancata riconciliazione descritto nei particolari insignificanti, come era vestita Irene quel giorno e il suo accento italiano troppo duro a screditare l’inglese appena imparato.
Il giovane regista mi disse che questa intervista non andava bene, io gli dissi che invece conteneva la metafora forte di una generazione che non vuole crescere, che non vuole lasciare andare. Il giovane regista sembrò rifletterci.

Io e Chiara corriamo all’aeroporto di Fiumicino. Per qualche ragione non ho nessuna intenzione di perdere il volo, il caso mi sta dando l’opportunità di sottrarmi a un’impresa dolorosa. La compagnia aerea ti avvisa tardi che l’orario della tua partenza è cambiato, una cosa strana. Il nostro ritardo è enorme. Mi basterebbe rallentare il passo, fermarmi a bere, perdere qualcosa dalla borsa e tornare indietro, costringere Chiara a fermarsi con me. E il viaggio salterebbe. Potrei risparmiare a me e a lei un piano sbilenco che prevede di scendere alle porte di Gibilterra per conoscere il marito e il figlio di pochi anni della nostra amica morta a Maggio. Un’amica che non conosciamo più da tanto, che non ci ha mai cercato e che forse è stata felice quando abbiamo smesso di cercare lei. Continuiamo a correre invece, sopra alle nostre possibilità, finché non ci ritroviamo sedute in aereo, vicine e mute.

Il nostro albergo, che è poco diverso da una casa, sta a La Linea, sul confine tra Spagna e Inghilterra. Dormire a Gibilterra costa troppo e tutti dormono a La Linea.
Quell’estate pubblicavo con un certo zelo le mie fotografie su un Tumblr. Il blog era concepito come un diario, intimo ma non esplicito, e dopo un po’ avevano iniziato a invitarmi in un sacco di ambienti artistici. Partendo avevo messo nello zaino pochissimi vestiti ma almeno tre macchine fotografiche di diversi formati, oltre al telefono che già funzionava bene come fotocamera. Avrei voluto raccontare tutto il viaggio, fare un reportage, pubblicare qualcosa sul blog. Ma le uniche foto che sono riuscita a scattare le ho scattate nei giorni a La Linea. In albergo a Chiara, ai tralicci tra le costruzioni basse, l’architettura disordinata e povera di quel pezzetto di Andalusia. Il lavandino in camera e la finestra sempre aperta sull’aria calda e stagnante della via.

È venerdì quando arriviamo, Damis ci aspetta domenica a pranzo nella casa che ha comperato con Irene nella Town Area.

Ferme a La Linea, vaghiamo senza meta. Ci sediamo nei bar e finiamo la birra prima che ci portino le tapas, così fumiamo senza mangiare niente. Di sera prima di crollare beviamo ancora qualche gin tonic e l’ultimo ce lo portiamo in camera nei bicchieri di carta. Chiara guarda un punto imprecisato tra i giardini e la chiesa e dice che questi sono i posti più poveri di tutta la Spagna. Le pasticcerie con i tavoli fuori sono piene di gente che affonda nelle coppe gelato. Quando sono circondata da famiglie, inizio a pensare a quanto siano infelici, mi sembra di percepire l’assenza di piacere, le delusioni, e quel modo di stare in due che invece di aggiungere toglie, restituendo al mondo solo due metà. Irene una famiglia ce l’aveva, aveva sposato Damis a Dublino dopo molti anni di convivenza. Immagino che da immigrati si siano aggrappati l’uno a l’altra e si siano promessi di non tornare indietro. E così sono andati avanti. Quando hanno chiesto il trasferimento nella filiale di Gibilterra della banca che li aveva assunti è stato per avere un bambino dove il clima è migliore.

La domenica Damis ci viene a prendere davanti a un fish and chips già pieno di gente. Il cielo è azzurro come può esserlo solo dove la terra finisce. È un uomo adulto ma sembra più un ragazzo. Ha i capelli bianchi e un sorriso dolce che finisce per rivelarsi sempre infantile. Ci sorride e come altri, prima e dopo quel viaggio, ci chiede perché non abbiamo pensato di fare visita a Irene quando era ancora viva. A questa domanda Chiara non dà mai la stessa risposta, io, invece, non rispondo proprio. Se impari a non rispondere alle domande fai la felice scoperta che solo pochi hanno interesse a riformulare, i più si accontentano di aver chiesto e ti sono piuttosto grati di avergli risparmiato la fatica di ascoltare. Ma avrei voluto dirgli che quando qualcuno esce dalla tua vita non c’è mai un motivo solo, perché se il motivo è uno puoi resistere, i rapporti di amicizia si deteriorano come le storie d’amore, anche se con meno dolore. Per primo se ne va il piacere e per ultima la ragione. I sentimenti invece possono continuare a vivere a lungo anche senza contatti reali, il legame non ha bisogno del rapporto e la morte non c’entra con l’amore. Avrei voluto dire questo a Damis che non avevo più nessun piacere a vedere Irene, che non c’era nessuna ragione che potesse spingermi in Spagna a farle visita, da viva, ma che le volevo bene, che non l’avrei dimenticata e che forse volevamo ancora qualcosa da lei. La stavamo cercando, nel posto dove viveva, entrando in casa sua. Stavamo tracciando sulla nostra mappa l’ultimo pezzo della sua strada tra il Mare Mediterraneo e l’Oceano Atlantico, perché quel pezzo si potesse ricongiungere al pezzo che aveva fatto con noi, molto tempo prima e a molti chilometri di distanza. Ricongiungere le nostre strade era l’unico modo per rimettere insieme le nostre vite.

La casa è un lungo corridoio con le stanze tutte a sinistra, c’è disordine ovunque e Luca corre scalzo in canottiera. Il bambino ha la febbre ma Damis dice che usciremo lo stesso perché così guarisce in fretta e diventa più forte. In cucina, dove ci sediamo per un caffè, ci sono scatole e barattoli aperti, tutti bio o vegan o con qualche aggiunta di vitamina B e magnesio. Tutte le cose da mangiare sugli scaffali, con le etichette colorate o le formule dei sali minerali, sembrano integratori più che cibo vero. All’inizio parliamo solo dello zucchero, che fa male, e dei cibi magri che però sono pieni di zucchero. Tipo lo yogurt.
Ma poi i discorsi si accavallano veloci e Damis ci racconta tutto. Il bambino si nasconde e sbuca fuori all’improvviso e davvero non sembra avere la febbre. Damis ci fa vedere anche un album con le fotografie che si sono fatti fare da un fotografo inglese quando Luca aveva due anni e Irene già sapeva di essere malata. Le fotografie sono tutte scattate in un giardino in fiore e in un unico pomeriggio, Irene sorride. Mentre guardo penso che se vedessi questa cosa in un film sarebbe un flashback, le fotografie si animerebbero su una scena del passato in cui la protagonista sa che deve morire e decide di farsi fotografare perché suo figlio da grande possa sempre ricordare che faccia avesse la madre. Penso che lo disprezzerei un film così, ma guardando quelle stampe lucide non sono più sicura dei miei pensieri. Raggiungo Luca che salta sul divano e cominciamo a disegnare.
È di buon umore e dopo un po’ mi diverto anche io. I colori a cera sono ruvidi sul foglio a4 della stampante. Io disegno un elefante e allora Luca mi chiede un gatto e un pesce, poi disegna lui il cielo e il mare blu. Ricomponiamo piano e senza un ordine preciso le cose del mondo, le montagne e gli alberi. Poi Luca disegna anche me e nel suo disegno ho i capelli lunghissimi e le mani senza pollice.

Il pomeriggio andiamo al faro a passeggiare, il vento è forte e la luce è limpida e bianca, non parliamo più tra noi. Ogni tanto Luca mi tira per un braccio per farmi correre e mi chiama mamma, chiama mamma anche Chiara, e quando succede nessuno ha il coraggio di guardare gli altri.

Torniamo a La Linea solo molto tardi quella notte e decidiamo di partire per Tarifa la mattina seguente.

A Tarifa dividiamo la stanza di un albergo lussuoso. Lenzuola morbide, accappatoio, shampoo profumato. Dopo la doccia mi faccio una foto allo specchio e la mando a F. che commenta subito e me ne manda una sua. Siamo amanti da un po’, ci scriviamo, soprattutto, e ci vediamo ogni tanto a casa mia perché lui ha una moglie e io un fidanzato che però non vive con me. Quando stiamo insieme parliamo pochissimo, dopo i primi tentativi di conversazione falliti abbiamo smesso di provarci. Riusciamo a scriverci anche per ore e a fare l’amore come se fossimo innamorati, ma non siamo innamorati e non riusciamo a parlare. Non abbiamo amicizie in comune ed è praticamente impossibile che qualcuno scopra la nostra relazione. Per questo durerà anni. Penso che abbia anche altre amanti e qualche volta sono gelosa. Quando ho provato a smettere di vederlo è diventato insistente fino a essere fastidioso, ma quell’insistenza mi ha rassicurato. Se è lui a sparire dalla mia vita inizio a soffrire e a rileggere tutto quello che ci siamo scritti. Penso che non ci siamo mai, realmente, dati niente, ma è come se questo niente mi proteggesse da tutto.

C’è una comunità di surfisti che arriva da mezza Europa, qui. Il vento forte alza l’acqua dell’oceano e il sale te lo ritrovi appiccicato addosso per ore. Tutti mangiano avocado e salmone e bevono distillati di frutta. I negozi vendono camicie leggere e incenso, braccialetti e collanine da poco. Mentre raggiungiamo la spiaggia penso che vorrei tornarci, un giorno. Quando ormai stava davvero male Irene ha provato, per guarire, una dieta liquida con le centrifughe di frutta, che però non ha funzionato. Le informazioni sul cibo rimbalzano veloci nella mia testa, lo zucchero, i grassi buoni e i grassi cattivi. Fumo sigarette da quindici anni e Irene non riusciva mai a chiudere bene una cartina.

Di sera beviamo ancora tanto, non sono in grado di mettere a fuoco le candeline sul tavolo per più di un secondo, e mi gira la testa. Chiara mi racconta di una lettera che Irene le ha spedito molti anni prima dall’India. Il racconto è frammentario e non capisco tante cose. Mi dice che le ha scritto di aver sempre avuto paura delle farfalle ma che in India, quel giorno, ha fatto una gita in un posto, una specie di Valle delle Farfalle e che la fobia, allora, le è passata. Nella lettera scrive che l’esperienza delle cose ci può cambiare, che lei è cambiata, che non ha più paura e che spera che anche Chiara impari a non averne. Scrive che è in viaggio da un po’, che tornerà solo quando avrà finito i soldi, ma che se potesse, rimarrebbe in giro per il mondo tutta la vita.

Sulla strada per l’aeroporto di Malaga rimetto insieme il racconto della lettera di Irene. Scandisco alcune parole quasi ad alta voce: L’esperienza ci può cambiare – e poi – il giorno in cui ho smesso di avere paura. Ma che succede se invece la paura non passa? Se l’esperienza delle cose invece di liberarci ci complica? Stretti, in nodi sempre più complessi. Se nulla sembra risolversi, se ti dicono che tutto passa e invece non passa mai. Se la tua confusione somiglia ad un braccio rotto, e allora conviene che impari a muoverti con un braccio rotto. O a prendere la cose con quattro dita soltanto, senza pollice. Se sei una ballerina zoppa o un seduttore svogliato. Se il futuro diventa una meta esotica e troppo costosa.

L’unica fotografia veramente buona l’ho scattata a La Linea. C’è Chiara che dorme accanto a me con le lenzuola attorcigliate fino alle spalle, la luce che entra dalla finestra è forte e sfuma i contorni della sagoma. Un bozzolo bianco luminescente, come un baco da seta.

Per una donna è diverso

scritto da Caterina Bonetti

La prima si chiamava Maria, come la terza e anche la quarta, o forse mi confondo ormai.
Veniva dall’Ucraina e aveva la passione per le tisane. Ogni volta che andava a fare la spesa ne comprava una scatola nuova: finocchio e malva, camomilla e miele, mela e cannella. Il bollitore lavorava tutto il giorno, anche se di lei non si poteva dire lo stesso, sempre con una tazza fumante in mano.
«Signora vuole una tisana calda?».
Ho sempre detestato le tisane. Tè nero al mattino, quello sì, salvia e limone per il mal di pancia.
Il resto è acqua sporca.
«No grazie Maria, non ne ho voglia».
Non ha mai imparato a fare un caffè decente e io, alla fine, mi sono stancata di ripeterle che potevo farmelo da sola.
La sera che sono caduta, scendendo dalle scale, la prima cosa che ho detto a mio figlio Carlo, quando un paio d’ore dopo mi ha trovata, è stata che non avrei mai vissuto con un’altra donna in casa.
«Mamma ma sei matta? E se fossi stato via? E se non ci fosse stato nessuno vicino che potesse venire a vedere come mai non rispondevi al telefono?».
«Sarei rimasta qui fino al mattino dopo. Non si muore di fame e di sete in poche ore. E se mi fossi fracassata l’osso del collo invece tanto meglio. Si evitava anche l’inutile pantomima della corsa in ospedale per sentirsi dire che Purtroppo non c’è stato nulla da fare».
Ottantanove anni di cui trenta passati da sola, a badare finalmente a me soltanto, dopo una vita trascorsa ad accudire gli altri. I figli prima, i genitori poi e poi mio marito, pace all’anima sua. Non ci pensi, quando sei giovane, a sposare uno di quasi vent’anni più vecchio. A vent’anni, se hai passato la guerra, pensi che oggi e domani siano già un traguardo.
«Sono in grado di cavarmela da sola» ho risposto «E ora se non ti spiace vorrei riposare un momento».
Maria era già a casa quando sono tornata dall’ospedale.
«Vi lasciamo sole così potete conoscervi un po’ meglio» ha detto mio figlio salutandomi con un bacio. I ragazzi intanto scendevano le scale.
Ci siamo osservate per qualche minuto in silenzio appena si è chiusa la porta. Quando ho sentito l’auto che si metteva in moto e partiva mi sono alzata appoggiandomi al girello: «Sarà solo per qualche giorno, non si preoccupi» le ho detto e ho tirato la tenda della cucina. Lei mi ha guardata con un sorriso tranquillo.
«Certo signora, preparo una tisana?».
Dopo Maria è arrivata Annalin. Era brava lei, non cambiava continuamente posto alle cose dicendo che così si fa meglio, non faceva confusione nella mia testa. Cucinava bene, mi lasciava del tempo da sola in giardino. Ogni tanto venivano a trovarla le sue figlie con un po’ di gioventù e portavano quei loro dolci tutti colorati. Soprattutto mi stava ad ascoltare.
Un giorno le ho chiesto se, quando usciva per la spesa, poteva comprarmi un pacchetto di sigarette. «Fuma signora?» mi ha chiesto, «No, ma sono curiosa di sapere che effetto fa».
Mio padre fumava, mio marito fumava, ma durante la guerra era un lusso, come la carne, il caffè e la farina bianca. Non era cosa per donne e, comunque, non per quelle per bene. Poi l’abitudine è rimasta.
«Quali sigarette devo compare?».
«Non saprei. Credo che vadano tutte bene Annalin. Prendi quelle rosse magari», come quelle che fumava mio marito. L’ultimo pacchetto, mezzo vuoto, l’ho trovato nella tasca del suo cappotto il giorno dopo il funerale. L’ho buttato, come altre cose, senza pensarci troppo su. Allora era ancora troppo presto per provare.
Il fumo non mi è piaciuto. Mi ha lasciato un leggero mal di testa, un po’ di raucedine, ma il guaio maggiore l’ha passato Annalin.
«Cosa le è saltato in mente? Mia madre non ha mai fumato, perché le ha dato retta?».
Mio figlio e i suoi cinquantasei anni di certezze incrollabili sui miei ottantanove.
«Le ho chiesto io di comprarmele, calmati, non è poi la fine del mondo», ma Carlo era già oltre con il suo discorso sulla fiducia e l’importanza della serietà professionale.
Sembra che i vecchi non possano cambiare idea, non possano desiderare nulla di diverso.
È più comodo pensare che il tempo per loro passi senza scalfire le nostre certezze. La mamma non fuma, non ama i film romantici, non beve acqua gassata.
Ma se le cose cambiano a trenta, quaranta, cinquant’anni, perché ad un certo punto dovrebbero smettere di farlo? Forse il mondo attorno smette semplicemente di ascoltare.
«Ma insomma, alla mia età per cosa mi dovrei conservare?» ho sbottato. Carlo ha scosso la testa abbassando le braccia con fare drammatico.
Il giorno dopo Annalin ha fatto le valigie ed è arrivata Maria. O forse era già Miriam, ormai fa poca differenza.
Carlo ha continuato a pensare che non bevessi acqua gassata e quando mi veniva a trovare faceva sempre la stessa domanda: «Allora come andiamo mamma?».
Come può andare quando non si è più padroni a casa propria, quando anche per un paio di biscotti in più, per l’orario della cena, per una passeggiata quando piove bisogna discutere?
«Preferivo stare sola».
«Ne abbiamo parlato decine di volte negli ultimi mesi…».
«Tu me ne hai parlato, non ne abbiamo discusso. Tu hai deciso e me l’hai comunicato».
«Ma mamma non è bello potersi riposare un po’?» ha ribattuto con aria esasperata «Avere qualcuno che sistema casa, che ti prepara da mangiare? È come essere sempre in vacanza!».
La stessa storia di sempre.
La vacanza, alla fine, viene a noia, soprattutto quando qualcun altro pensa di sapere cosa è meglio per te. Quando ti danno del tu senza chiedere il permesso, quando scelgono di cambiare i prodotti sulla lista della spesa perché c’è un’offerta, che tanto va bene uguale. Va bene uguale anche l’olio nel purè, il sugo senza il soffritto, un po’ d’acqua per allungare il vino.
«Così mangi più leggero, che fa bene».
Le domande, con il tempo, si fanno più rare. Quasi mai le risposte vengono davvero ascoltate.
Il giorno di Pasqua eravamo noi due soltanto. Miriam ha servito la colomba con il vino rosso: «Non apriamo un’altra bottiglia, che poi resta lì e viene cattiva! Il vino che c’è già è buono».
«La colomba con il vino rosso non si può mangiare. Meglio stappare la bottiglia di bianco che ho fatto mettere in fresco da mio figlio» le ho risposto.
«Ma tuo figlio ha detto che devi bere solo un bicchiere a pranzo e abbiamo già aperto il vino rosso. Non lo apriamo l’altro». Sorrideva con quell’aria accondiscendente che, solo allora, mi accorgevo di aver usato tante volte con i miei figli, con i miei nipoti, quando erano piccoli.
La mamma non vuole. La nonna dice che non si fa. Allora si fermavano e, chissà, forse intravedevano nel mio sguardo lo stesso compiacimento di chi si sente nel giusto che ritrovavo in Miriam. Urlavano allora, pestavano i piedi, ma avevano l’energia per farlo. Vedrai quando sarò grande. Io, invece, ero già stata grande. Non c’era un vedrai da aspettare.
«Sono a casa mia o no? È o non è il mio vino? Se ti dico che lo apriamo lo apriamo».
«Su su, non facciamo i capricci! Il vino è vino e poi ne possiamo bere solo un pochino, che se no fa male…”.
Ho gridato, ho buttato a terra il piattino con la colomba, rovesciato il bicchiere; mi sono alzata a fatica, tutto il peso del corpo appoggiato su un solo braccio avvinghiato al girello, la mano libera schiaffeggiava l’aria.
«Adesso te ne vai! Te ne vai immediatamente da casa mia, che non ho bisogno di avere attorno una signorina comandina, una so tutto io, una poveretta venuta qui pensando di fare il bello e il cattivo tempo a mie spese».
Miriam si è chiusa in camera e dopo qualche ora è arrivato mio figlio dal mare.
«Così non può andare mamma» ha detto entrando, mentre mia nuora annuiva in piedi sulla porta.
«Diglielo anche tu Gloria, che così non va. Tuo padre non ha fatto tutte queste storie, è stato bene con la signora Irina, non ci sono mai stati problemi».
«Hai ragione Carlo, con lui è stato diverso, ma magari qui c’è davvero qualcosa che non va. Sandra ci vuoi dire qual è il problema? Vogliamo provare a sentire se Irina ha tempo, se ha voglia di passare di qui così potete conoscervi? Non so se ora sia impegnata…».
Muta rigiravo fra le mani le frange dello scialle che mi avevano appoggiato sulle ginocchia.
Non era il freddo a farmi tremare.
Come si fa a spiegare che il problema è essere vecchi? Essere una donna vecchia, senza più il tuo spazio, senza uno scopo nelle giornate?
Per gli uomini è diverso, la loro vita scorre fuori di casa. Tornano per farsi servire. Il lavoro, certo, ma pranzo e cena in tavola per tempo, il letto rifatto, il salotto in ordine, i bambini già lavati e pronti per andare a dormire con la buonanotte.
«Mi hai preparato il vestito blu che domani ho una riunione importante?», «Hai sentito mia sorella per il pranzo di domenica?».
Dopocena e nei fine settimana gli amici del bar, le carte, la pesca, le partite in televisione, le gare di sci in inverno e in primavera il Giro d’Italia.
«Mamma? Ti senti bene?».
Superato lo scoglio della pensione mio padre, mio marito, si sono potuti riposare. Ne avevano diritto, avevano faticato per guadagnarsi le ore in più in piazza o al circolo del paese.
Io ho continuato con il mio lavoro, come sempre. Scostare le tende, aprire le persiane la mattina, riaccostarle la sera e in mezzo infinite variazioni di gesti sempre uguali.
Ogni cosa in questa casa dipendeva da me una volta.
«Come pensi che mi possa sentire bene? Ho novant’anni e mi tocca di dividere la mia vita con queste cretine che si credono chissà chi! Pagate con i miei soldi! Miriam…Miriam io non la sopporto! Odio il suo accento, il suo modo di parlarmi sempre come se fossi una bambina. Odio quando mi chiama nonnina: non sono sua nonna, ho un nome e se è così scema da non ricordarlo può chiamarmi signora!».
Devi essere buona, devi essere saggia. La rabbia non si addice a una signora anziana e fa male al cuore. Devi essere gentile, le signore anziane non dicono parolacce, non gridano, non odiano nessuno. La vecchiaia porta pace.
«Mamma adesso stai esagerando. Gloria, io non credo che stia bene…».
Non ti dicono che non è vero, che anche da vecchio ti arrabbi e vorresti uscire sbattendo la porta, prendere la macchina, andare lontano e tornare solo quando è tarda notte e tutti dormono. Oppure non tornare proprio. Un’ora di macchina e sei in montagna, in due ore arrivi Genova. Non l’hai mai fatto, ma pensavi di poterlo fare. «Vedrai quando sarò grande». Non lo farai mai.
Le mie amiche sono tutte morte.
Per un uomo è diverso: la compagnia del caffè non si esaurisce mai.
«Non sta bene, si vede. Una soluzione va trovata…».
Quando diventi vecchio le persone cominciano a parlare di cose che ti riguardano, in tua presenza, come se non ci fossi. Come si fa con i bambini quando li si crede assorti in un film, in un videogioco.
«Così comunque non può andare avanti».
Quando aveva undici anni Carlo ha incominciato a fare gli incubi la notte. Urlava e si svegliava fradicio di sudore. Era sempre stanco.
«Così non può andare avanti» diceva ogni mattina mio marito.
Quando ho capito che il problema era a scuola e che suo padre non avrebbe mai accettato che la cambiasse per sfuggire agli attacchi dei compagni – «Perché sei un uomo, insomma, impara a difenderti!» – ho chiesto che si trasferisse per poter seguire un percorso più serio e alla sua altezza.
«Carlo è molto intelligente. Alla Carducci insegnano professori più preparati, lo dicono tutti».
Così gli incubi e la stanchezza sono passati.
Non sono mai stata stanca fino a quando non hanno incominciato a trattarmi come se lo fossi.
O forse, ormai, mi confondo.
L’ultima volta che sono stata in centro è stata due anni fa. Faceva freddo, era sabato, c’era troppa confusione.
«Tornerò di settimana» mi sono detta riportando la macchina in garage.
L’ultima volta che ho dato il verderame alle rose è stato un anno fa. Non ho sciacquato il diffusore e la polvere dev’essere ancora in garage, in un barattolo pieno per metà, in mezzo agli attrezzi da giardino.
L’ultima volta che sono stata fuori a cena è stata sei mesi fa. I ragazzi hanno ordinato per me le cose che di solito preparavo per loro. Pensavano mi piacessero molto.
L’ultima volta che sono scesa in giardino è stata un mese fa, poi mi sono stancata di farmi guardare a vista, di non potermi nemmeno chinare per raccogliere un fiore dall’aiuola.
Ho chiuso per l’ultima volta la porta alle mie spalle: ormai è quasi tempo di andare ma, stavolta, per me le scale le farà qualcun altro.

Venerdì

scritto da Ilaria Vajngerl

Grazia Guglielmini era a scuola da quarantasette anni anche se ne aveva solo cinquantatré. Dopo le superiori si era iscritta a lettere classiche, già all’università aveva cominciato a far supplenze negli istituti magistrali e visto che si era trovata bene aveva fatto di tutto per rimanerci. Da alunna diligente si era trasformata in una professoressa rigorosa, sapeva ben poco della vita oltre ai libri e pretendeva dai suoi alunni la stessa devozione. La odiavano in pochi, la temevano tutti. Entrava in classe leggera e malvestita, sembrava una cartaccia trasportata dal vento. Indossava sempre gli stessi maglioni e un corallo rosso che sottolineava le clavicole come fossero un errore. Continua a leggere

Maioliche dipinte a mano

scritto da Stefania Maruelli

C’era quel polipo fritto, ma non l’abbiamo nemmeno toccato.
Betty se ne era uscita con quella sparata, e nessuno più osava parlare. Io cincischiavo con una mollica di pane, avrei voluto altro mirto, ma anche allungare un braccio verso la bottiglia mi sembrava un gesto eccessivo. Bill, il povero Bill, era rimasto in silenzio. Con la coda dell’occhio potevo vedere la sua mano ancora stretta attorno al bicchiere. Il liquido viola ci si muoveva dentro disegnando delle piccole onde, il ghiaccio ormai si stava sciogliendo. Mi pareva che la vena sulla sua mano si fosse gonfiata, che pulsasse più in fretta, ma con quella luce non potevo esserne certa. Anche May e Paul dovevano essere rimasti basiti, il silenzio della tavolata era rotto solo dal frinire dei grilli che tra poco avverrebbero smesso, smettevano sempre alle nove di sera. Così almeno diceva Betty.
«Oh, andiamo Bill, lo sai cosa intendevo dire» fece Betty.
Alzai lo sguardo e la guardai, lei non sembrava realizzare la gravità della situazione, anzi, sembrava allegra. Si era raccolta i capelli fermandoli con una bacchetta di legno e una ciocca più chiara delle altre le ricadeva lieve sopra la fronte. Era bella, questo sì, questo non si poteva negare. L’abbronzatura le toglieva almeno cinque anni, l’avresti detta sulla quarantina. L’altra però, chi poteva dirlo.
Bill vuotò il bicchiere buttando giù anche il rimasuglio di ghiaccio, lo fece con un movimento che mi era sembrato esatto e puntuale. Per la prima volta capivo perché potesse piacere alle donne. Quei polsi, le braccia. Una certa risolutezza tardiva. Mi venne voglia di sfiorargli la mano che teneva il bicchiere. May e Paul si guardarono e fecero per bere, ma le mani si fermarono quando Bill di colpo si alzò trascinando la sedia su quel pavimento italiano, maioliche dipinte a mano, roba che in altri tempi avremmo anche potuto apprezzare. Avevamo affittato, come ogni anno, una villa in una di quelle isole a Sud dell’Italia, ora non ricordo nemmeno come si chiamano. Eolie? Credo di sì, non me ne intendo di geografia, non mi interessa. Io e Thomas eravamo arrivati quella mattina, un viaggio di tredici ore, volevamo solo finire la cena, andare a dormire, vuotare le valige, forse inaugurare la stanza, ma non era detto. La mattina scendere in spiaggia. Gli altri erano già lì da una settimana e Betty aveva organizzato questa cena a base di pesce, diceva che ormai conosceva per nome il pescatore dell’isola, Gianni, si chiamava, questo me lo ricordo. Quella mattina Gianni le aveva portato del pescato del giorno: roba da mangiare cruda, non mi chiedete cosa perché non ho mai imparato i nomi dei pesci, né dei crostacei, nemmeno mi piacciono, e un polipo, questo sì, questo è facile, da cucinare. Betty aveva apparecchiato con una tovaglia rosa e una rete da pescatore cosparsa di conchiglie, ce n’era una anche sopra ogni piatto e dentro ogni conchiglia aveva infilato un rametto di buganvillea fucsia. Una cosa penosa. Vedendola, mi ero chiesta quanto tempo avesse sprecato per quell’apparecchiatura, mentre avrebbe potuto leggersi un libro, farsi un bagno fino ai faraglioni, prendere il sole, scrivere, addirittura, sapevo che teneva un diario, lo teneva da anni, ma forse era lì già da troppi giorni e il libro, il bagno, il sole e il diario l’annoiavano ormai. E così era andata da Gianni, queste cose si fan sempre e solo per noia. Insomma, al centro del tavolo, tra conchiglie e buganvillee, quel piatto col polipo.
Bill raggiunse il parapetto col bicchiere ormai vuoto ancora in mano, ci si appoggiò con i gomiti. Il sole era sceso da poco e colorava di rosa la superficie oleosa del mare. Erano mesi che aspettavo questa vacanza, era stato un anno pesante con Thomas, e tutto quanto. Insomma, sapete. Vidi che Paul e May si sforzavano come me di non fissare Bill, ma era impossibile. Come facevi a non guardare lui, o lui o il polipo. O al limite Betty.
«No» disse «non lo so cosa intendevi dire.»
Betty scoppiò a ridere, una risata acuta e stonata che risuonò nel silenzio. Aveva bevuto troppo, aveva bevuto anche mentre apparecchiava, ne ero sicura. Fissai il polipo, allora, e mi sembrò che da quando ci eravamo messi a tavola si fosse ristretto, rimpicciolito, e che lo strato rossastro che lo ricopriva si stesse facendo più scuro. Sempre più scuro.
«Spiegami, avanti» continuò Bill, «spiegalo a tutti.»
Bill si era girato e fissava Betty, la sua figura lunga e sottile era un ritaglio di buio contro lo sfondo rosa del cielo. Lei con tutta calma si versò altro vino – buono, vero? chiese a noi che eravamo rimasti in silenzio coi bicchieri vuoti – e lo mandò giù, poi si sciolse di nuovo i capelli. Su o giù, non si decideva, doveva piacersi in entrambi i modi e non aveva ancora deciso quale rispecchiava il momento esatto che stava vivendo. Forse sciolti.
«Non c’è niente da spiegare Bill, non farla lunga» disse Betty. «Ci stai solo rovinando la cena, il polipo si sta raffreddando.»
E andarono avanti così, almeno mezz’ora credo, finché Thomas non mi guardò con lo sguardo che aveva quando era sfinito – pensava alle valigie ancora da disfare, alla nostra stanza che affacciava sui faraglioni, forse solo a dormire ormai, alla fatica dei giorni – e allungò un braccio verso il piatto col polipo. Lo gettò a terra. Il polipo era lì, sopra le maioliche dipinte a mano, i tentacoli aperti come un ventaglio, e a me venne da ridere. Quando fa così mi ricordo di amarlo. Allora l’ho preso per mano e siamo scesi di sotto.

Sempre a fare chiasso

scritto da Silvia Cannarsa

Come sempre, eravamo stipati nel cucinino stretto e lungo, davanti ai fornelli, a sgranocchiare noccioline mentre ci versavamo a vicenda bicchieri di vino bianco.
«Con le bollicine?» aveva chiesto la zia.
«Con le bollicine» avevo annuito io, stappando con uno schiocco il prosecco da venti euro che mi era stato regalato giusto il giorno prima da un cliente, e che avevo prontamente riciclato per la mia famiglia. Continua a leggere

Staccionata

scritto da Stanislao Montanari

Non so cosa sia successo a mio padre, ma è da qualche mese che ha smesso di parlare.
O meglio, so cosa è successo. Mia madre l’aveva beccato una sera fuori con una ragazza che avrà avuto sì e no la mia età.
Di solito mia madre, per le cose piccole, impazzisce. Davvero. Inizia a sbraitare, tirare le scarpe, strapparsi i capelli. Continua a leggere

Una cosa che mi preoccupa

scritto da Anita Renchifiori

Mia sorella Tea ha smesso di mangiare.
Tutto è cominciato a febbraio, quando è morta la nonna, ma nemmeno io avevo appetito in quel periodo, così non ce ne siamo accorti subito.
Un mese dopo è morto anche il gatto di Tea, ma ce lo aspettavamo. Mangiava sempre meno e non saltava più sul tavolo per rubare il prosciutto. Tea ha provato anche a dargli il biberon, ma lui non voleva saperne. A giugno, papà è tornato dall’India e ha portato a Tea un gatto nuovo, con il pelo lungo e gli occhi blu. A pensarci bene, era un’idea abbastanza ridicola che bastasse un gatto a farla tornare quella di prima, ma per un po’ ci abbiamo sperato. Invece lei lo ha guardato come se fosse trasparente. Poi si è chiusa in camera. Continua a leggere