Aliena

scritto da Irene Doda

Un ronzio e poi uno schiocco, una ventosa che si stacca da un vetro. Amelia apre prima la bocca e poi gli occhi. Ha le ciglia ancora appiccicate dal mascara. Vede una cimice aggrappata al lampadario. L’insetto è scuro, un grumo che si allarga sul paralume. Si arrampica lungo la superficie liscia, raggiunge la ghiera. Resta lì, in posizione verticale, con le zampe abbarbicate alla barra di metallo.
Amelia si alza sui gomiti e guarda il display del telefono. Sono le quattro e trentasei. Il vetro della finestra vibra sotto i colpi del vento. C’è l’odore bruciacchiato dell’autunno che arriva. O forse è il vicino che dà fuoco a cumuli di foglie nel cortile sul retro. Sul letto, accanto a lei, è rimasta la forma del corpo di Dario: un avvallamento leggerissimo sulle lenzuola, un incavo nel cuscino. Deve essere uscito dopo le undici, quando lei era già addormentata. Sul cellulare le ha lasciato un messaggio: sono in turno, smonto alle sei. Ci sono anche l’emoji di una coccinella e quella di un quadrifoglio. Amelia alza nuovamente lo sguardo verso la cimice, che però è scomparsa.
Incapace di riaddormentarsi, si infila le calze che Dario ha lasciato appallottolate sotto il cuscino. La casa è calda e odora vagamente di ceci bolliti e peperoni al forno. Amelia si sente sporca, di ritorno dal lavoro non ha fatto la doccia. Ha ancora l’impasto secco appiccicato sotto le unghie. Agogna l’acqua calda, ma ha paura di ritrovarsi l’insetto sul corpo nudo. Il solo pensiero le provoca un brivido violento che parte dalle dita dei piedi. Il bagno sa di umidità e di un deodorante chimico che Amelia ha sparso nel water. Fissa la doccia per un po’, indecisa sul da farsi, poi si sposta in camera della bambina. È l’unico posto della casa che non ha odore.
La bambina dorme con una gamba sollevata e la manina tesa a sfiorarsi l’alluce. Ha una maglietta con disegnato un bradipo sorridente. Lei non sorride. Non piange e non sorride mai, da quando è venuta al mondo. È nata in silenzio, mentre Amelia gridava e torceva il dito medio dell’ostetrica. La bambina era uscita da quel caos di sangue, silenziosa e con gli occhi spalancati: una quiete mostruosa, solo l’ostetrica che ansimava, mentre riprendeva fiato con il dito fratturato.
Amelia era tornata a lavorare al pastificio poche settimane dopo il parto. Si sentiva riempita di un’energia che forse aveva a che fare col sollievo di essere di nuovo leggera, forse con quella forza creatrice si dice le donne abbiano quando si scoprono in grado di dare nuova vita. Aveva fatto straordinari continui da quando era rientrata dal congedo di maternità, come se la sua carne fosse lava di un vulcano, le sue dita delle armi senza controllo. Impastava a gran velocità, non si fermava per mangiare, era investita da un fuoco sacro che non le faceva avvertire fame, sonno, né altre emozioni.
Eppure, quando tornava a casa e prendeva in braccio la bambina si raggrinziva come un alimento sottovuoto. Guardava la piccola, l’abbracciava, contava le dita delle mani e dei piedi. Ma quella parte dentro di sé che avrebbe dovuto colmarsi di gioia restava congelata. Andava a dormire presto, all’alba saltava come una molla e sfogava tutta la forza aliena nel lavoro, ogni giorno più estranea alla creatura placida che era uscita dal suo grembo, sempre più lontana e frastornata da quello strambo miracolo.
Amelia vorrebbe prenderla in braccio, la bambina. Dicono che le madri trasmettano il calore ai figli quando li stringono al proprio corpo nudo. Lei è nuda, dalla vita in su. Si guarda la pancia raggrinzita e le pare bella, famigliare. I capezzoli si sono ingranditi, sono spuntati dei peli neri. Amelia è a casa nel suo corpo. Le pare più maschile, più forte da quando ha partorito.
La bambina invece è solo un’ombra. Non ha un corpo, solo un contorno: un tondo al posto della testa, delle linee interrotte al posto degli arti, delle minuscole dita brulicanti, che si stringono, si aprono, si stringono, in un movimento intermittente e insopportabile. Chissà cosa sta sognando. Ed ecco la cimice che ritorna: sbatacchia sullo stipite della stanzetta, vola verso il fasciatoio, ci si posa per qualche istante, poi riprende il volo, torna indietro ronzando verso la porta.
Passano dieci minuti, venti, forse un’ora. Amelia è ancora lì, in piedi, con il cuore che batte a ritmo irregolare, a volte salta un colpo. L’oscurità si è rotta, dalle tapparelle abbassate si spande una luce grigia. Amelia fa un passo verso la cimice. Varca lo stipite della porta. Entra in bagno. Afferra il deodorante chimico che ha usato per il water, ha una confezione blu con la foto di un golden retriever con la lingua di fuori. Dario avrebbe voluto un cane, pensa. Forse lo adotteranno quando la bambina sarà cresciuta. Ne hanno parlato da poco. Il cuore salta un altro battito.
La stanzetta vuota ormai è striata dell’arancio dell’alba e il vento sembra essersi placato. L’ombra della cimice vaga per la stanza con il suo vibrare. La bambina mugola e si gira nuovamente, ora è sulla schiena, con le mani e le braccia aperte. L’insetto si ferma di botto sul vetro della finestra. Amelia gli punta contro la bocca del nebulizzatore e preme la levetta rossa. Uno spruzzo, poi due. La cimice si stacca dal vetro e cade a terra sulla schiena, investita dalle gocce di veleno. Amelia prende di nuovo la mira.
L’insetto inizia a rimpicciolire: perde una zampa, poi due, si accartoccia su se stesso, una foglia nel fuoco. Smette di muoversi. Non ha più gli arti, è una massa tremolante sempre più piccola, tendente al nulla. Le minuscole zampe della cimice sono sparse intorno a lei, come in foggia decorativa. Amelia ha le calze imbevute di quel disinfettante disgustoso. La bambina non si è ancora svegliata. È sempre ferma, con il suo contorno indefinito. Il sole è sorto sopra gli alberi ingialliti, sopra le foglie morte e quelle bruciate dal vicino.
Dario gira le chiavi nella toppa. Amelia deve pulire: il vetro, il pavimento, il corpo smembrato della cimice. Deve andare a preparare il caffè. A piedi nudi, con le calze appallottolate in mano come per nascondere un crimine orrendo, bacia Dario e si infila nella doccia, con l’acqua calda e la luce che sciacquano via i residui della pasta incrostata e gli odori della notte.

La caccia

scritto da Francesca Cosmai

Ana cerca di parlare più forte che può per non far scomparire il rumore della sua voce in mezzo a quello del vento.
«È alle medie con me. Mi ha detto che viene sempre così nelle foto, come se si muovesse, sfocato. Da allora lo chiamo Lo Sfocato», abbozza una risata.
Nora davanti a lei si ferma, guarda indietro, fissando un punto lontano, e chiama «Debou! Debou, siamo qua.»
Ana si ammutolisce, Nora non la sta ascoltando. È sempre a chiamare quello stupido gatto. La gente non dovrebbe andare a passeggio con gli animali se poi passa tutto il tempo ad aspettarli, pensa.
Si volta, ma non la guarda come a far vedere che non le importa. Un po’ anche per far dimenticare questa sua ultima frase sul compagno di classe, farla cancellare dal vento, come se non l’avesse mai detta, e Nora non l’avesse ignorata.
Fissa la spiaggia e le onde dietro di loro. È diverso dai posti di mare a cui è abituata. Sono in Francia e quello è l’oceano: è freddissimo, e anche se è maggio non si può fare il bagno. Il gelo ti entra nelle ossa e non senti più niente, ti brucia la pelle fino al cuore. Non riesci più nemmeno a nuotare, gliel’ha detto sua madre.
A pochi metri da loro c’è una massa rosa e gommosa, un’altra poco più in là: la corrente porta a riva i cadaveri delle meduse. Sono grandi come la sua gamba, e le teste potrebbero contenere quello stupido gatto tutto intero.
Un’onda rigira la carcassa di una medusa come un pollo allo spiedo, il mare la scuote e ne fa muovere i tentacoli. Sembra ancora viva.
«Eccolo! Siamo qui.»
Il gatto esce dalla sterpaglia ai lati della spiaggia e trotterella verso di loro.
«Dovresti insegnargli a cacciare le anatre, piuttosto.»
«Debou non può, è troppo piccolo,» Nora ride e ci pensa su. «Dovrei prendere una lince. Una lince potrebbe cacciare le anatre per noi, e potremmo farle arrosto.»
«Ucciderebbe qualche bambino.»
«Faremmo arrosto anche i bambini che la lince cattura, saranno tenerissimi, come… come maialini! Sapranno anche di latte, ovvio, perché avranno mangiato latte tutto il giorno, tutti i giorni da quando sono nati. Teneri bambini da latte, e li mangeremo con le patate e la salsa.»
Ana si sforza di ridere: Nora è strana, a volte Ana è convinta che le dica quelle cose apposta per farle paura.
È lì in Bretagna a casa di Nora, in vacanza. Il padre di Ana è un vecchio amore di sua madre, e hanno pensato sarebbe stata una bella idea farle passare l’estate insieme dato che hanno più o meno la stessa età. Invece è una seccatura: sono in mezzo al nulla, laggiù, Ana è in mezzo al nulla con Nora la matta.
Sembra che lei non vada alle medie come le ragazze normali, con dei compagni di classe, con dei ragazzi che le piacciono e che la prendono in giro. Sembra che non abbia nemmeno delle amiche: durante le settimane passate insieme non ne ha nominato neanche una con cui potrebbero incontrarsi.
«Vieni, andiamo su quegli scogli a vedere se ci sono le cozze», Nora la prende per mano.
Continuano ad avanzare sulla spiaggia contro vento. La formazione di scogli neri davanti a loro è bassa e non se ne scorge la fine. Sembrano bestie antiche, in agguato sulla sabbia ad aspettarle.
È un paesaggio marcescente, che sa di sale, battuto continuamente da un vento che non si vuole fermare. Un odore di vita e di morte, pensa Ana, di morte stracolma vita.
Nora ha ormai raggiunto la fine dello scoglio e guarda il panorama come un conquistatore, con le braccia sui fianchi, fiera.
«Hai visto, Ana? Non c’è più il mare.» Sorride soddisfatta, davanti a loro, dove fino a dieci minuti prima c’era l’oceano, ora c’è solo sabbia bagnata, una luna umida che pare estendersi per chilometri.
«Come è possibile?» chiede Ana
«È la marea.» Nora salta giù dagli scogli sulla nuova spiaggia, molle e instabile. Il mare si è ritirato e ha rivelato tutto quello che stava nascondendo sotto di lui. Vicino ai sassi alcune meduse muovono i tentacoli in fin di vita.
Le alghe, afflosciate su un lato, riposano a terra dopo una danza frenetica.
Un granchio rosso apre e chiude le chele nell’aria, ma quando si avvicinano smette di muoversi, sembra morto.
«Senza acqua i granchi muoiono?» Ana non viene da un posto di mare, non sa tutte quelle cose che Nora le spiega ogni giorno.
«Fa finta», dice Nora
«Come “fa finta”?» Ana cerca di spostarlo con un bastoncino.
«Si finge morto, perché ai suoi predatori piace mangiare cose vive.»
Ana, allora, pensa che è facilissimo sfuggire alla morte. Basta chiudere gli occhi, trattenere il respiro, rimanere immobile. Il bambino con la lince non ce la farebbe mai. I bambini ancora piccoli sono stupidi, piangono sempre e non sanno controllarsi: la lince capirebbe subito che è vivo.
Nora la chiama: «Guarda! Queste sono ancora più speciali delle cozze.»
Quello scoglio in particolare è decorato da un’infinità di conchiglie bianche, ben incollate alla roccia.
«Sono ostriche. Ascolta.»
Entrambe si avvicinano per sentire il gorgoglio, un canto sottile. Ana sente un fremito lungo la schiena, somigliano ai sassi, ma sono vive. Un impasto di alghe e melma, come mastice, le tiene ancorate tra loro e alla pietra, ma dentro qualcosa si muove, e respira.
Nora si sposta i capelli color pece da un lato e le narici di Ana si riempiono del suo odore, ancora più forte di quello del mare.
«Ti sfido a mangiarne una.»

Il gatto non sembra a suo agio con le zampe nell’acqua, continua a miagolare lamentandosi.
Nora lo prende in braccio e lui affonda le unghie nei suoi vestiti e nella pelle arrampicandosi fino alle spalle. Ecco perché è sempre piena di graffi, pensa Ana.
«Non rispondi? Lo so che sei una principessina e mangi solo al ristorante o quello che ti cucina tua mamma.» Nora la incalza.
Ana continua a fissare quella specie di sasso, non immagina cosa ci possa essere dentro e come possa fare quel rumore.
«Non è vero: certo che le mangio.»
Ne afferra una e tira, cercando di staccarla dalla roccia, ma la mano scivola via vuota. L’ostrica non si stacca. Ci riprova mentre la sua amica la guarda divertita.
«Guarda: ti sei tagliata tutte le dita. Sei proprio tonta.» Nora tira fuori dalla tasca un piccolo coltello, fa leva tra la conchiglia e lo scoglio, e lentamente la strappa via dalla roccia. I suoi occhi diventano piccoli come due fessure, con la lama trova la ferita sottile in cui le due valve si incontrano e le fa schiudere come un fiore.
Porge ad Ana la metà piena sul palmo aperto.
Petali di carne stanca, bianca e bagnata.
«Che schifo.» Ana non riesce a crederci che quella cosa si mangi. Nora la sta prendendo in giro anche questa volta.
Nora la guarda sorridendo e mangia tutta quella roba molle e umida.
Si asciuga la bocca con la manica del maglione, e stacca con lo stesso coltello un’altra ostrica per Ana.
«Sei principessina oppure no?»
Ana appoggia le labbra sulla conchiglia, sa di marcio e di sale. Si fa scivolare in bocca il frutto del mare grigio pallido, come un cadavere. Non si ricorda di aver mai mangiato qualcosa di più morbido e viscido. Cantava quando era ancora attaccato allo scoglio, ora non emette nessun suono, è inerme e Ana lo mastica e lo ingoia, poi risucchia l’acqua salata che è rimasta.
La conchiglia è stretta e puntuta, e mentre cerca di afferrare con le labbra l’ultimo pezzo di carne si taglia un dito. Un taglio piccolissimo, una goccia di sangue che si diluisce nell’acqua ancora rimasta sulla madreperla e ne colora tutta la superficie. In quel paesaggio grigio e verde scuro quel rosso sembra l’unico dettaglio a colori in un film d’epoca, ed entrambe sgranano gli occhi per poterlo vedere meglio.
«Devi disinfettare il dito.»
Nora prende delicatamente il dito di Ana e se lo porta alla bocca, succhia il sangue e Ana può sentire la punta della sua lingua, morbida come l’ostrica, e i suoi denti sulla pelle. Sente la falange diventare caldissima.
«Va bene, sto bene.» Ana tira via la mano e il dito continua a scottare.
«Come vuoi. Schiaccialo, così il sangue smetterà di uscire», le risponde Nora.
Ana rimane un attimo a guardarla, senza sapere cosa dire: i capelli di Nora volano dappertutto, i suoi occhi sono talmente neri che non riesce a scorgerne la pupilla, all’interno. Forse è per questo che non capisce mai a cosa sta pensando.
«Ma…» Ana vorrebbe chiederle qualcosa, ma il gatto è saltato giù dalle spalle di Nora e si è andato a nascondere dietro uno scoglio, e lei non la sta più guardando: se parla non la ascolterà.
Il cielo ha iniziato a gorgogliare.
Ana inizia a sentir pizzicare il sale sulle caviglie e sulle cosce. L’acqua è entrata anche dentro le scarpe, ha superato i calzettoni e ora le inizia a darle fastidio alle punte dei piedi.
Entrambe hanno freddo, ma lei non vuole dirlo. Si copre la pelle d’oca sulle braccia, cingendosi le spalle, ma con le mani bagnate è ancora peggio.
Nora parla per prima. «Torniamo indietro, sta arrivando la tempesta. Debou ha paura dei tuoni, e se rimane fuori potrebbe scappare e perdersi.»

***
Il vento soffia fortissimo, entra dentro, sotto il tetto, tra le ossa della casa. Un midollo ululante che, lo sanno entrambe, sentiranno per tutta la notte.
Ana e Nora dormono in due letti di legno gemelli, nella stessa stanza al piano di sopra, in quella casa che scricchiola tutta e odora di muffa.
Ana sogna di essere mangiata dai capelli di Nora.
Muovendosi la aggrovigliano come radici infestanti, e strisciano come i tentacoli delle meduse, a cercare la parte più nutriente di lei.
Non è spaventata, gioca loro, muove lentamente le braccia e le gambe a cui si stanno aggrappando: le avvolgono il corpo nudo, occupano ogni centimetro di pelle che ancora si vede.
Eh no, gli dice. Di lì non si passa. Arrivano alle orecchie ed ecco che uno ci si infila dentro. Bello, vero? Si sente un bel suono lì dentro. Credo che siano le mie canzoni preferite. Ana cerca di urlarglielo, ma i capelli di Nora non la sentono: in realtà non può più parlare, altre ciocche la stanno strozzando.
Le canzoni. Le mie preferite, avete capito?
I capelli non rispondono, ma se prima sembravano piccole radici avventizie, ora sul timpano c’è il tronco di un albero.
No, in bocca no, grazie.
L’hanno trovata, sì sì. D’altronde trovi delle piccole orecchie (perché quelle di Ana sono piccole orecchie) e non vuoi trovare quella bocca gigante? Già spalancata perché credeva di riuscire a parlare. Grazie tante.
Quelle sono le cose che ho mangiato, i baci che vorrei dare, quelli che mi sono data sul braccio per allenarmi, immaginando che fosse qualcun altro, le parole che ho detto e che lì ancora risuonano. Hanno lasciato un buon sapore?
Lenti, i capelli la prendono tutta.
Ecco gli occhi e voilà. E senti come stringono intorno alle mani…lì non ci sono buchi, come volete entrare? Volete raccogliere sulla mia pelle i resti di ogni pelle che ho toccato? I fantasmi delle croste di tutte le cadute che sono riuscita a parare?
L’unica cosa che pensa, è che in fondo, le conviene fingersi morta.

***

È pomeriggio, entrambe indossano un costume intero e sono sedute sulla spiaggia.
«Questa caletta i turisti non la conoscono.»
Nora indossa di occhiali da sole, si butta indietro sulla sabbia, senza asciugamano, passando le dita tra i granelli che scottano.
Il gatto quella mattina non l’hanno trovato e sono sole.
Ana si spalma la crema solare. Guarda Nora distesa: una murena velenosa con il costume nero che, bagnato, sembra la pelle di un serpente al sole.
Ana guarda l’oceano all’orizzonte: oggi è argenteo e mille scaglie di luce si muovono all’impazzata sulla superficie, come banchi di pesci sott’acqua.
«Tu hai mai baciato qualcuno?» Mentre lo dice Ana trattiene il fiato, appena finito le sfugge un respiro profondo e pesante.
«Sì.» Argomento chiuso. Nora non si toglie gli occhiali da sole e non si volta a guardarla.
«Sì?» Ana sgrana gli occhi.
«Ti ho detto di sì, non ci senti?»
«E chi?»
«Chi non te lo dico»
Ana ridacchia, e rilassa i muscoli del viso, Forse non è vero che ha già baciato qualcuno, è solo una bugia.
«Andiamo a nuotare» Nora si alza in piedi.
«L’acqua è gelata», ma Ana sa già che tanto lo farà, nuoterà con lei fino a quella maledetta boa anche se non ne ha nessuna voglia.
«Se nuoti non è fredda, tonta. Nuoteremo velocissimo perché è una gara. Sai nuotare?»
«Sì, so nuotare.»
«Bene, allora sbrigati.»
Si tuffano insieme, al tre di Nora. L’acqua è ghiacciata e trasparente, Ana vede le alghe che danzano, e quasi nessun pesce. Teme di incontrare le meduse giganti che vede sempre sciogliersi sulla spiaggia, ma Nora le ha assicurato che a sfiorarle sentirebbe solo la puntura di un’ortica.
Dopo poco non riesce più a vedere il fondale di pietre e sabbia sotto di loro, se guarda giù è tutto nero.
A ogni respiro fuori dall’acqua gli occhi bruciano per la luce e l’azzurro del cielo, e il suo sguardo ritorna subito nell’abisso.
Non vede più Nora, ma solo la boa gialla e bianca che oscilla sulla superficie. Mancano solo dieci metri e muove i piedi più veloce che può, non per arrivare prima, ma per non farseli afferrare dalle meduse.
Tocca la boa, cerca le maniglie per aggrapparsi.
Una stretta le afferra la caviglia e la tira giù, Ana urla, ma in pochi secondi finisce sott’acqua. Nora sale sopra di lei, con i piedi le spinge le spalle verso il basso cercando di bloccare i suoi movimenti.
Ana sott’acqua apre gli occhi e guarda in alto: il sole attraverso le onde sembra un fiore. Non riesce a sentire nessun rumore, deve respirare. Morde una caviglia a Nora più forte che può e l’acqua salata le brucia la lingua e la gola.
Finalmente riesce a risalire e a spuntare in superficie all’altro lato della boa.
Si stropiccia gli occhi per cercare di togliere il sale e la risata di Nora la assorda e la acceca.
«Non riuscivo a respirare!»
La spintona, le tira un calcio, le mette una mano sulla testa per spingerla giù, sente i suoi capelli neri sotto le dita, liquidi come l’acqua. Nora ride, continuano a spintonarsi, e Ana può respirare l’odore del suo alito affannato.
«Piantala!»
Nora ride. «Sei stata bravissima», le dice mentre sorride.

***

Il tempo cambia spesso in Bretagna, ha iniziato a piovere quando ancora erano sul bagnasciuga a recuperare le loro cose.
Ora sono riuscite a rientrare in casa, crisalidi a piedi nudi, avvolte negli asciugamani di spugna.
Dalle grondaie scendono cascate d’acqua.
«Non ho mai visto piovere così forte», Ana si asciuga i capelli.
«È una tempesta, mio padre sta cercando Debou», Nora è visivamente preoccupata, è la prima volta che Ana la vede così da quando è arrivata a casa sua.
Guardano dalla finestra: la fronda dell’albero in giardino si muove senza sosta, l’oceano poco più indietro è arrivato fino all’argine dell’alta marea, la spuma delle onde schizza fino al loro prato.
Dopo ore il padre di Nora torna a casa bagnato fradicio. Non ha trovato il gatto da nessuna parte. Nora non parla. Prova a scorgere col binocolo dai vetri delle finestre, a uscire fuori in balcone, a scappare di casa, ma suo padre non glielo permette, e si assicura di stare sempre accanto a lei per impedirle di uscire sotto la pioggia.
La afferra per un braccio e Nora tira fortissimo per riappropriarsene. Muove i piedi per terra senza riuscire né a spostarsi, né a divincolarsi dalla sua stretta.
«Andate a farvi la doccia. Per quando avrete finito Debou sarà tornato.»
Nora protesta, lo insulta. Poi prende Ana per mano e la porta di sopra, non riuscirebbe mai a superare suo padre e ad arrivare alla porta.
Le scale scricchiolano sotto i passi pesanti di Nora. «Lo odio quando fa così»
Entrano nel bagno, la puzza di muffa lì per Ana è insopportabile e ogni volta che può usa il bagno al piano di sotto, ma ora non può dirlo.
La parte in basso della porta è marcia, e in alto, sopra lo specchio del lavandino ci sono fantasmi verdi che hanno infestato tutto l’intonaco e che sembrano voler corrodere la casa.
Niente si asciuga, e l’umidità della doccia resta nella stanza anche per giorni, finché il padre di Nora non si ricorda di asciugare con uno straccio.
«Tieni», Nora le porge un asciugamano, «fatti la doccia solo tu.»
«Tu non ti lavi?» Ana prende in mano l’asciugamano pulito ma rimane lì a fissarla.
«No. Lo odio, e so che non gli piace quando mi siedo a tavola con i capelli che sanno di sale»
Prende una lunga ciocca e se la mette in bocca. Ana la guarda, e pensa che l’unica cosa che vorrebbe è che Nora uscisse da lì per stare da sola, sotto l’acqua calda.
«Vuoi assaggiarli?»
Le porge una ciocca dei suoi capelli.
«No.»
Nora le mette i suoi capelli proprio sotto il naso, e Ana lo sente, l’odore della salsedine e del marcio delle alghe. Vorrebbe morderli fortissimo fino a farli sanguinare, mangiarli come loro hanno mangiato lei nel suo sogno. Succhiare il sale fino a farsi venire sete.
Invece le chiede: «Vuoi venire a trovarmi in Italia?»
Nora la guarda stranita.
«Cioè?»
«Cioè venire in vacanza dove vivo io.»
Nora le sorride.
«Viene anche Debou?»
Ana si prende un attimo per risponderle.
«Sì certo.»
Nora sembra felice, ma non aggiunge altro. Se ne esce dal bagno e chiude la porta dietro di lei, Ana può sentirla saltellare sulle scale.

Più tardi Ana scende al piano di sotto con la tuta e i capelli ancora bagnati.
Si sporge in cucina e vede Nora e suo padre intenti a pelare le carote. Entrambi hanno gli stessi occhi concentrati, che ora sono due fessure, la stessa espressione che Nora aveva sulla spiaggia mentre faceva schiudere le ostriche con il suo coltello.
La luce del lampadario brutto, che dondola su di loro, ne evidenzia ancora di più i lineamenti. In quelle ombre marcate sul viso dei due Ana si accorge che hanno lo stesso naso, gli stessi vuoti di carne e di pelle sulle guance che definiscono gli zigomi di entrambi.
Decide di non disturbarli, e va verso il salotto. Vicino all’entrata sente miagolare e il rumore di unghie sullo stipite.
Si volta e scorge in cucina Nora e suo padre ancora di spalle, ora lui ha detto qualcosa e Nora sta ridendo.
Ana apre e vede Debou davanti a lei.
Il gatto si struscia bagnato sui suoi pantaloni e cerca di infilarsi tra le sue gambe.
Ana lo blocca e lo spinge via.
Richiude la porta lasciandolo fuori.

Rotto è una parola grossa

scritto da Cristian Marmo

Sto correndo sulla strada che costeggia il fiume. Da lontano scorgo una donna che esce da un cortile a passeggio con una bicicletta. Mi avvicino a piccoli passi, sono quasi arrivato, non mi manca ancora molto. Ma quando arrivo davanti al cancello la vedo sedersi sul sellino, pronta per partire. Rallento un po’ per rifiatare, stringo bene i lacci allentati dalla corsa. Lei indossa un tailleur blu notte e delle scarpe che le lasciano il collo del piede scoperto. Quando appoggia le mani sul manubrio noto un braccialetto rigido in argento, le unghie coperte da un sottile strato di smalto. Stringe forte le manopole e con il piede sinistro cerca il pedale affondando nel vuoto. Non è che mi sono messo a fissarla, però è proprio buffa vista da qui. Prende un lungo respiro con la bocca, socchiude gli occhi e guarda dritto davanti a sé.
Tira su i piedi e comincia a fare alcuni tentativi. Almeno è ciò che mi sembra. Cerco di non essere invadente, così osservo un po’ verso il basso e un po’ nella sua direzione. Ma lei non mi guarda, è troppo concentrata a cercare di andare dritta. Le sue gambe sono rigide come i raggi di una ruota panoramica. Dopo le prime pedalate comincia a perdere l’equilibrio e a piegare verso destra, poi cerca di riprendere il controllo curvando dalla parte opposta. Ma non sembra essere una bella idea. Dopo pochi metri rovina a terra sbattendo sul fianco e alzando una piccola nuvola di polvere. Nella caduta ha provato ad attutire il colpo con il gomito, si nota una macchia marroncina sulla giacca. La borsa che era nel cestino di vimini si è rovesciata sullo sterrato. Il tacco di una scarpa si è rotto ed è saltato via sotto la siepe che sta dietro la palizzata. Mi avvicino per vedere se si è fatta male. Le chiedo: «Tutto bene?»
Lei allarga le braccia e si strofina il vestito. «Mica tanto», mi risponde. Mi piego sulle ginocchia per darle una mano a rialzarsi. È una bella donna, sui trent’anni o giù di lì. Ha il viso coperto da un leggero velo di trucco, le guance rosse, le labbra rosa pallido. Le stringo la mano e le domando: «Si è fatta male?»
«Forse, il braccio», mi risponde lei.
La aiuto a sollevarsi. La calza si è sgualcita aprendo una squarcio all’altezza del ginocchio. Mentre si rialza noto un piccolo neo che ha sulla guancia. Le sta bene, almeno è la prima cosa che mi è venuta in mente osservandolo. Resto lì a guardarla mentre si risistema i capelli senza nemmeno rendermi conto che ho ancora la sua mano stretta nella mia. Le sue dita sono fredde come termosifoni in estate. Per non sembrarle maleducato aspetto che sia lei a lasciarla andare, non vorrei che abbia dei giramenti di testa e che mi caschi qui davanti. Mi asciugo il sudore della fronte con la manica della felpa. Non so bene come comportarmi, così resto in attesa. Penso che se si è fatta male dovrei aiutarla in qualche modo.
Le imposte delle finestre della casa da cui è uscita sono spalancate, mi accorgo di un televisore sintonizzato sul canale sportivo. Il volume è alto e la voce del telecronista riecheggia in tutto il cortile. In questo periodo ci sono le olimpiadi e mi interesserebbe sapere qualche risultato, ma appena comincio a capire quello che dicono, dall’interno alcuni cani attaccano ad abbaiare.
Dopo un po’ lei mi fa: «Grazie», e libera la sua mano dalla mia. Poi aggiunge: «Sa, per me è la prima volta. La macchina mi si è rotta ieri». Mi indica il punto da cui è uscita. Sotto una piccola tettoia di legno noto la sagoma di un’automobile coperta da un telo di nylon giallo e quattro vanghe accatastate in un angolo.
«È proprio una brutta scocciatura», le faccio io.
Lei si toglie le scarpe stringendole in una mano. Continua a osservare la bicicletta buttata a terra. Si passa un dito sulle labbra come a disegnare un piccolo cerchio. Mi metto a giocare con la fede attorno al dito. Da qualche tempo ho notato che mi sta un po’ più stretta rispetto a qualche anno fa, così mi chiedo se sia il dito ad essersi ingrossato oppure l’anello ad essersi rimpicciolito.

Prima di uscire ho salutato Marta dandole un bacio sul naso. «Vado a sudare un po’ e poi torno». Lei mi ha sorriso, con indosso quella vestaglia trasparente che le lascia scoperte le ginocchia. In breve abbiamo cominciato a baciarci e dopo un po’ siamo saliti su in camera facendo attenzione a non svegliare Tommy. Appena finito ci siamo infilati nella sua stanza e con le nostre guance attaccate l’una all’altra abbiamo dato un’occhiata al nostro bambino. Stava dormendo con la testa sotto il cuscino, le gambe divaricate, le lenzuola ammucchiate lungo il pavimento.
Scendendo in cucina Marta si è preparata una bella colazione con uova e prosciutto crudo e una bella fetta di pane col burro. «Ecco quello che ci voleva!», mi ha detto affondando la forchetta nel piatto.

Marta è ancora la ragazza che ho conosciuto al liceo. Ha la stessa frangia che le scivola sulla fronte, e prima di fare l’amore mi dà sempre un piccolo morso sul collo, il suo codice segreto con cui capisco quando le va e quando no. Se vuole confidarsi si sposta i capelli dietro le orecchie e prende un bel respiro prima di cominciare a parlare. L’ultima volta è successo qualche settimana fa. Eravamo sdraiati sul letto quando mi disse che le sarebbe piaciuto avere un altro figlio, per andare avanti.
«Tu conosci il motivo», mi confidò lei. Ma non capivo davvero cosa intendesse dire con quella frase. Accese una sigaretta guardando dritto nel televisore spento. Andai in bagno e mi sciacquai la faccia un paio di volte. «Per andare avanti», mi misi a ripetere da solo davanti allo specchio.

«Ti va un po’ di latte? Ti sei preparata una bella colazione», le ho detto io.
«Visto? Mi è venuta una fame!»
Ha cercato inutilmente di coprirsi la bocca con una mano. Forse avrei dovuto dirle qualcosa, ma dopo un po’ ho smesso di rifletterci su. Comunque se non me ne ricordo più vorrà dire che non era importante, ho pensato io.
Ho buttato giù il mio latte e mi sono avviato verso l’uscita. Richiudendo la porta mi è sembrato di sentire Tommy dire qualcosa alla mamma. Ma dopo un paio di passi sul vialetto ho cominciato a correre verso il fiume.

La donna si mette a raccogliere gli oggetti che sono caduti dalla borsa. Afferra l’agenda, degli assorbenti, un pacco di gomme da masticare, e poi butta tutto dentro la borsa senza badare troppo all’ordine. Da terra ha dimenticato di prendere un anello. Si è ricoperto di polvere ed è facile non farci caso, si è come mimetizzato col terreno. Penso che dovrei dirle qualcosa, ma non mi viene in mente niente.
«Penso che il braccio si sia rotto», mi fa lei.
«Figuriamoci! Rotto è una parola grossa», le dico io.
Si tiene il gomito come se stesse cullando un neonato invisibile. «Prima di cadere non faceva male e invece adesso comincia a bruciarmi».
Si toglie la giacca e la getta sulla siepe alle nostre spalle. Sbottona il polsino della camicia bianca e tira su la manica. Mi porge il braccio e mi indica il punto in cui sente dolore. «Qui», mi dice.
Ci passo sopra le dita per vedere se si sta gonfiando, parto dal polso e risalgo su fin quasi al gomito.
«Forse sarebbe meglio se mettesse un po’ di ghiaccio», le faccio io.
«Lei pensa che potrebbe servire a qualcosa?», mi domanda.
«Forse, sì. Certo, non sono mica un medico, io».
Mentre chiacchieriamo lei osserva la finestra del televisore acceso. Ora riesco a distinguere la telecronaca di una gara di atletica. Lo intuisco perché sento lo sparo della partenza, il colpo di pistola rimbomba in tutto il cortile. Mi sembra che da dietro le tende qualcuno si sia alzato per vedere come stanno andando le cose quaggiù. È stato un solo momento, poi l’ombra di quel tizio è sparita. I cani non smettono di ringhiare da dietro la porta.
«Non ci faccia troppo caso», mi dice lei. «Fanno così perché capiscono che sono ancora qui».
Le dico che non è un problema, che i cani mi piacciono, anche se non ne ho mai avuto uno.
«Ti va se ci diamo del tu?», cambio discorso io.
Lei si passa una mano tra i capelli e fa cenno di sì con la testa.
Le indico ancora una volta il braccio.
«Comunque rotto è una parola grossa», le ripeto io.

Comincio a raccontarle che una volta, quando avevo dieci anni, anche io ero caduto dalla bici. Che sentivo talmente tanto dolore che mio padre decise di portarmi al pronto soccorso. Che passai l’estate col gesso e che non potevo nemmeno buttarmi in mare, mentre i miei amici se la spassavano coi tuffi e tutte quelle cose da ragazzini. Che facevo fatica a tenere la forchetta con la mano sinistra e che non potevo nemmeno andare in bagno da solo a sbrigare le mie faccende. Lei si mette a ridere quando le svelo un aneddoto divertente. Ma sono tutte cose inventate sul momento. Non mi sono mai rotto il braccio, e non sono mai stato costretto a farmi pulire il sedere da mio fratello più piccolo. Però dal momento che ho cominciato non posso proprio fermarmi. Così vado avanti e invento altre storie per starmene un po’ da solo con lei. Mi piace vederla sorridere. Continuo ad essere attirato da quel neo che ha sulla guancia. Ma non voglio che lei si accorga di qualcosa.

«Comunque a te non andrà così», faccio io.
«Così come?», mi fa lei.
Lentamente si sposta verso la porta di casa, un blocco di legno pesante con delle croste di vernice rossa. Con uno sguardo mi fa cenno di seguirla. Io le sto dietro, appoggio la punta del piede sul gradino. Siamo quasi alla stessa altezza, ora. Il cuore comincia a battermi più forte come se avessi ripreso a correre. Qualcuno da dentro spegne il televisore. Un gatto sbuca da dietro una ruota della macchina sotto la tettoia e scappa verso il retro inseguendo un piccolo topo bianco.
«Intendo dire che il braccio è a posto», faccio io. «Domani potrai mettere le rotelle e non cascare a terra rischiando di spaccarti qualche osso. Non dovrai mettere il gesso e nemmeno chiedere aiuto a qualcuno».
«Oh, guarda». Alza la mano sinistra e muove l’anulare avanti e indietro. «Io sbrigo tutto da sola».
Restiamo a guardarci dritti negli occhi. Lei apre la bocca senza dire una parola. Le posso vedere i denti e la lingua, e tutto quel che è stato di lei. L’anello in mezzo alla polvere fuori dal cancello. Un reggiseno lasciato sulla poltrona in camera da letto. Il suo primo giorno di scuola, una confidenza fatta a un’amica pochi giorni prima dell’esame di maturità. Quel neo sulla guancia, che è sempre stato lì. E il tacco della scarpa sotto la siepe che nessuno andrà più a riprendere.
Le faccio: «Forse è meglio se torno. Sai, per non prendere freddo».
Lei se ne sta immobile con le scarpe in una mano,. Penso che vorrebbe dirmi qualcosa, magari il suo nome, la sua marca di biscotti preferita, oppure una cosa del tipo: «Potremmo rivederci, magari». Ma a quel punto non conta più nulla.

Rientro e urlo: «Sono arrivato!» Mi tolgo scarpe e vestiti e mi butto sotto la doccia. Con la spugna mi strofino bene sotto le ascelle e dietro le orecchie. Mi rivesto con gli stessi abiti che indossavo la sera prima. Quando scendo in cucina sento un buon odorino di arrosto al rosmarino. Marta è davanti ai fornelli, mi avvicino e le stringo i fianchi, le do un bacio con lo schiocco sulla nuca.
Ci sediamo a tavola e Tommy ci dice che durante la preghiera del catechismo un suo compagno di classe si è fatto la pipì addosso, che si sono messi tutti a ridere tranne Suor Amelia, che lei è diventata tutta rossa e che non smetteva un attimo di farsi il segno della croce. Tommy sorride mostrando lo spazio vuoto tra gli incisivi.
A questo punto dico: «Sapete, anche io ho qualcosa da raccontare. Questa mattina, mentre stavo correndo, ho visto una tizia che usciva da un cortile con una bicicletta».
Faccio una piccola pausa per bere un sorso d’acqua, poi riprendo.
«Per farla breve questa qui si siede sul sellino, fa qualche metro e poi bum! Casca a terra! Io non sapevo se ridere o cosa, non mi era mai capitata una roba del genere».
Cerco di incrociare lo sguardo di Marta.
«Voi l’avete mai vista un’adulta che cade da una bicicletta?», domando io.
«E tu non l’hai aiutata?», mi chiede Tommy con la bocca piena.
«Oh, certo che l’ho aiutata. Però le ho anche consigliato di mettere un paio di rotelle, altrimenti si sarebbe fatta male».
«Ma è così facile andare in bici! Basta fare così e pedalare». Tommy comincia ad aggrapparsi a un manubrio immaginario girando un po’ a destra e un po’ a sinistra.
«Quella scema! Era convinta di essersi rotta un braccio», dico io sempre verso Marta.
Ma Marta non dice una parola. Ascolta tutto e mi guarda dritto negli occhi mentre si versa un bicchiere di vino dalla caraffa. Prende il piatto di Tommy e ci rovescia un paio di forchettate di insalata e qualche patata al forno. Poi mi guarda e mi fa: «A me non sembra affatto divertente. Una donna che cade da una bicicletta, cosa ci trovi di tanto comico?»
Allargo le braccia e le dico: «Beh, Marta, era per dire qualcosa che mi è successo».
«Certo, qualcosa che ti è successo», ripete lei.
Mi rendo conto che in qualche modo l’ho offesa. Non so se è per via della storia in sé oppure per come l’ho descritta. Ma la vedo agitarsi mentre sparecchia il tavolo sbattendo i piatti sul lavello.
«Marta», le faccio io.

Non ne parliamo più per tutta la giornata. Alla sera mettiamo Tommy a letto e gli diamo un bacio sulla guancia, gli rimbocchiamo le coperte e saliamo in camera. Lei si spoglia e si siede sul letto, non alza nemmeno la testa per la paura di scoppiare a piangere. La conosco bene, so come reagisce in certi momenti. Solo non capisco perché sia così giù di morale dopo quello che ho raccontato.
Vorrei dirle: «Marta, ascoltami», ma le parole mi si bloccano in gola e non riescono a venire fuori. Ci infiliamo sotto le coperte e lei si gira dall’altra parte, voltandomi le spalle. Aspetto che si addormenti, non voglio farla innervosire. Così dopo un po’ mi avvicino e la bacio sull’orecchio cercando di non svegliarla.
Con la punta delle dita le accarezzo il polso e poi salgo su fin quasi al gomito.

Diorama

scritto da Valentina Ramacciotti

Aveva dato una pulita all’oblò, odorava di mentolo. L’aria fuori era limpida e tersa, quando il vetro non si appannava col suo alito. Era emozionato e non riusciva a regolare il respiro. Si trattava effettivamente di un leggero affanno. Era uscito in anticipo e adesso correva come se fosse in ritardo. Non voleva perdersi un minuto di quella giornata. Aveva atteso mesi prima che gli accordassero il permesso, chiesto un giorno di ferie al lavoro, presentato regolare domanda all’ufficio protocollo-uscite e sprecato uno dei pochi giorni concessi per missioni off-line. Adesso percepiva il suo minuscolo cuore rimbombare dentro la tuta termica e si domandava se fosse la cosa giusta o se si trattasse di uno sciocco azzardo. Continua a leggere

L’amaro in bocca

scritto da Valentina Nicoli

Gianfranco un giorno si rende conto di non riuscire più a toccarsi la punta dei piedi con le dita. Sapeva sarebbe successo prima o poi, ne parlano bene o male tutti i vecchi, ma era convinto che il momento sarebbe giunto in seguito a dolori alla schiena, irrigidimenti muscolari, tendini che si raggrinziscono insieme alla pelle. Non a causa della sua pancia. Ebbene sì, Gianfranco non riesce più a toccarsi — o a vedersi se è per questo — la punta dei piedi per colpa dell’adipe che negli anni si è insinuato fra i suoi addominali e la sua pelle. È lì già da un pezzo, probabilmente sono anni che Gianfranco non si vede le scarpe se non allo specchio, ma faticare a raggiungere una parte di sé stesso così vicina è un’assoluta novità. Continua a leggere

Slot machine

scritto da Alessia Gubernati

Quando il cameriere le portò la fetta di torta pere e cioccolato accompagnata da una pallina di gelato alla vaniglia, roteando con grazia il piattino mentre lo appoggiava sul tavolo, un fremito la costrinse a inclinare il collo con uno scatto. La sua vicina di casa si era preoccupata, incrociandola sul pianerottolo, perché non era la prima volta che notava tic e tremori quando chiacchieravano. Lei l’aveva lasciata parlare solo perché la donna era medico, altrimenti non avrebbe avuto problemi a fermarla al suono di una bugia: «È un tic che ho da sempre» o «Già da bambina lo facevo, sono nata così». Eppure aveva ugualmente provato un fastidio prolungato, come il sibilo di un treno al passaggio a livello, la mattina in cui nuovamente, con sguardo professionale, le aveva suggerito di farsi visitare da uno specialista. Continua a leggere

Il mare d’inverno

scritto da Marina Vuotto

«Questa è la mia canzone preferita», mento.
E ho appena mentito di nuovo, perché quello che ho detto davvero è: «This is my favourite song», riferendomi alle prime note de Il mare d’inverno che riempiono questa macchina in affitto. La mia canzone preferita è un’altra, distante migliaia di chilometri e qualche decennio dall’Italia degli anni ‘80. Eppure adesso, mentre guidiamo verso un mare che non è il mio, parlando una lingua che non è la mia, prendere in prestito una canzone che non è davvero la mia preferita mi sembra il minore dei tradimenti. Continua a leggere

Una normalissima domenica in famiglia

scritto da Bianca Giacalone

Quando ce lo chiedono, rispondiamo che nostro padre lavorava coi tubi e sapeva stringerci forte e non aggiungiamo altro.
Aveva le mani grandi che riuscivano a tenere due mele per ognuna e a noi piaceva tanto quel trucco che cercavamo di farlo: le mele ci cadevano dalle mani e nostro padre diceva «Cazzo, sempre a sprecare cibo!» Anche se poi le mele si potevano lavare. Portava le unghie lunghe e, ogni volta che mangiava, i pezzi di cibo gli s’incastravano sotto e lui se le puliva infilandoci gli angoli della tovaglia e passandoli avanti e indietro, mentre mamma gli faceva il caffè. Continua a leggere

Cose che fanno male

scritto da Anita Renchifiori

Well, I started out down a dirty road
Started out all alone
And the sun went down as I crossed the hill
And the town lit up, the world got still
I am learning to fly
But I ain’got wings
Coming down
Is the hardest thing

Learning to fly, Tom Petty and the Heartbreakers

L’orchidea comincia a fiorire. Me l’ha regalata la mia ragazza il giorno che mi ha lasciato. Ha steso le braccia verso di me e ha detto: «Questa è per te.» Ho preso il vaso con entrambe le mani e ho sentito le sue dita che si sfilavano. Avrei voluto trattenerla. Adesso, ogni volta che guardo l’orchidea, ho l’impressione che qualcosa mi sfugga.
Il cellulare nella mia tasca è squillato e ho risposto. Continua a leggere

Neve

scritto da Natalia Guerrieri

[Anticamera della morte, nascita: sesto e ultimo capitolo. Leggi gli altri]

Nel giro di qualche giorno, finirono di tagliare la legna e di portarla al coperto. Impilarono i pezzi in ordine di grandezza. Non ci sarebbe stato da preoccuparsi per la stufa per almeno tre o quattro mesi. Le temperature si abbassarono ancora. Chiara provò a convincere Rosa a portare dentro il cane, almeno la notte, ma non ci fu verso di convincerla. Allora costruì con delle assi di compensato una sorta di cuccia rudimentale in cui il cane entrava a malapena. La ricoprì con teli di plastica e la foderò con vecchi stracci. Rosa non approvava quell’operazione, scuoteva la testa vedendola armeggiare con chiodi e martello, ma lasciava fare. Chiara posizionò la cuccia vicino al muro della casa, nella zona che le parve più riparata. Il cane si divertiva a entrare e uscire senza una logica, lei sperò che gli scossoni provocati dai suoi movimenti non distruggessero subito la costruzione. Continua a leggere