Sotto i portici

scritto da Andrea Derizio

Nonostante Giuditta, invitandolo a raggiungerla a Torino, gli avesse anticipato delle tenebre che lo avrebbero inghiottito, una volta fuori dalla stazione di Porta Nuova, Anselmo non immaginava che i portici si allungassero così neri nel ventre della città. Infatti, che si trattasse di portici, e non di una galleria scavata nella roccia, per esempio, lo deduceva solo per i raggi plumbei che filtravano tra le colonne, allumando di smorte chiazze il pavimento lastricato: perché non si vedevano né serie di arcate, se alzava il mento, né boutique, caffetterie, cinema, ristoranti se si voltava di lato; soprattutto, perché non scorgeva non già la calca, essendo comunque un pomeriggio di pioggia sottile, echeggiante di un tintinnio di sistri, ma nemmeno un’anima che fosse una.
Vigile, con postura arcuata, le spalle contratte, Anselmo procedeva nell’ombra che tutto ammorzava, quando si rese conto con orrore di non conoscere né il nome della via, né il numero del palazzo in cui era atteso. Come fosse potuto accadere non lo sapeva, dal momento che era piuttosto scrupoloso, di solito, nel raccogliere informazioni sul percorso e sulla destinazione di ogni sortita fuori di casa, si fosse anche trattato di andare in una libreria poco conosciuta dall’altra parte della città, così da non farsi cogliere impreparato dai giochi del destino. Eppure erano importanti, la via e il numero civico, fondamentali anzi per la buona riuscita del viaggio. Forse, il motivo della dimenticanza, concluse in un momento di intuizione, era che quando il nome di Giuditta gli svolava per la testa, la mente si riempiva di un’oscurità fitta fitta, come quella in cui andava vagando.
La chiamò. Lei rispose dopo una decina di interminabili squilli.
«Spero di non averti svegliata», le disse. «Dormivi?»
«Sì. Ieri notte sono tornata tardi».
«Scusa. Se vuoi ti richiamo tra un quarto d’ora. Quando sei comoda tu».
«Ormai sono sveglia. Dimmi».
«Intanto, sono arrivato a Torino».
«Bene».
«E poi, l’altro giorno, al telefono, mi sono dimenticato di chiederti un paio di cose».
«Ossia? Dai, non farti fare mille domande».
«La via in cui abiti. E il numero. So che stai in centro, ok, ma non dove».
«Ah».
«Inoltre penso di essermi perso. I portici sono così bui… E non finiscono mai. Sembrano un tunnel per l’inferno».
«Un tunnel per l’inferno?» ridacchiò lei. «Addirittura».
«Forse esagero. Però mi sono perso per davvero».
«Ti avevo detto dei portici, no?»
«In effetti sì. Me lo avevi detto».
«E non ti avevo detto anche di quest’altra cosa? Mi sono appena svegliata, sai, non connetto».
«No. Che cosa avresti dovuto dirmi?»
«In centro, a Torino, non ci sono i nomi delle vie, e nemmeno i numeri civici».
«Non è vero. Mi prendi in giro».
«Non ti prendo in giro. Vedi forse nomi di vie o numeri, nei tuoi paraggi?»
«Non c’è che ombra, dove sono io. Da Porta Nuova fino a qui, non ho trovato che ombra».
«Appunto».
«Ma come faccio a trovarti?»
«Perdonami, questo non mi riguarda. Tu stavi da cani a rimanermi lontano, e così ti ho invitato qui. Ma adesso sta a te trovarmi».
«Ok» disse lui, dopo qualche secondo di silenzio.
«Però fai in fretta. Se mi annoio esco» disse lei, e terminò la chiamata.
Seppur controvoglia, Anselmo ammise a se stesso che Giuditta non doveva averci pensato troppo, a lui, nelle ultime ore, né tantomeno alla sua imminente visita: non altrimenti si poteva giustificare che avesse scordato di propalargli il curioso costume dei torinesi di aborrire nomi delle vie e numeri civici. Nonostante ciò, sarebbe riuscito a vincere le tenebre, se lo sentiva, e in men che non si dica sarebbe stato da lei. Poco gli importava che Giuditta rimanesse tiepida, per usare un eufemismo, alle sue effusioni sentimentali: perché lui abbondava d’amore, e il suo bastava per entrambi.
Intanto che proseguiva nei foschi portici, tuttavia, l’amore non gli permetteva di vedersi i piedi, poiché tra le colonne non facevano più capolino gli aloni del pomeriggio d’autunno, che prima disegnavano un poco il lastricato, né gli evitava, l’amore, di avere la pelle d’oca al contatto col buio, che era diventato solido, e che lui trapassava come un fantasma. Doveva essere scesa la sera, o forse era già notte, e ovunque Anselmo stornasse lo sguardo, camminando con le braccia protese, non scovava che un’aria fetida ad avvolgerlo, che sapeva di fogna e che forse, chissà, lo avrebbe condotto da Giuditta.
Il pavimento digradava di sguancio, divenendo un sentiero di sassi e pietrine che scricchiolavano sotto le suole; la larghezza del passaggio si restringeva a imbuto, obbligandolo a procedere per passetti laterali; e frattanto l’aria, di un lezzo umido, fiaccava la volontà, inducendogli un qual certo sopore.
Anselmo respirava male ormai, schiacciato tra le pareti di roccia calde e fredde insieme. Avrebbe quasi recitato una preghiera o urlato una bestemmia, nel tenebrore assoluto, se ne avesse avuto le energie, ma la prospettiva più allettante consisteva nell’abbandonarsi a terra e addormentarsi lì, incastrato nell’uligine. Non poteva farlo, no: perché non appena si fosse ripreso, e sarebbe successo a breve, certamente, Anselmo avrebbe squarciato il nero di quei maledetti portici e, dopo aver trovato Giuditta, in qualche modo, l’avrebbe baciata con sitibondo ardore, come il loro travagliato incontro, dentro al più grande destino sidereo, meritava pur di essere celebrato.
Andò avanti, o meglio andò di lato, e poi cadde chissà dove nel sottosuolo, scivolando in una gola interminata.

La fotografia

scritto da Silvia Middei

La fotografia era piena di luce. Era per via dei vestiti estivi, del muretto bianco su cui eravamo allineati, o il mare alle nostre spalle. Anche il cane marroncino chiaro, quasi giallo-ocra, era in perfetta armonia con il resto, e non sembrava finito lì per caso. La sua ombra, proiettata sul muretto dal sole abbagliante di luglio, era l’unico angolo di buio in tutta la scena. Continua a leggere

Il matrimonio di Gemma

scritto da Laura Marinelli

Come un peluche su una poltrona, Gemma si lascia fare tutto.
La cugina le spolvera il seno di cipria. «Oggi il trucco pure qui» le dice, mentre Gemma ride. In quel punto del corpo non è abituata al solletico, ma alle smanie del suo uomo. Armando per lavoro impasta cemento; per diletto, nei pochi momenti che ha a disposizione, i suoi seni. Li stringe come fossero panetti lievitati, e li impolvera con i resti della calce che gli rimane sulle dita. A Gemma piace, e lo lascia giocare a fare il pizzaiolo di quelle curve che però Armando può condire solo con baci e carezze. Per mangiarsi Gemma, il suo piatto preferito, deve aspettare il matrimonio: lei vuole così, perché suo padre vuole così.
«Ma io ti amo» le dice durante la pausa pranzo quando la ragazza va a trovarlo. I baci al sapore di panino al prosciutto non si trasformano mai in nient’altro, e Armando le poggia la testa sul maglione.
«Manca poco» lo rassicura lei accarezzandogli la chioma, sporca di polvere di cantiere – e bianca – perché Armando ha cinquant’anni, il doppio dei suoi anni.
Quando l’uomo poi, le infila il naso nella fessura dei seni per sentirne l’odore, Gemma gli entra nei pensieri. Sa di essere l’immagine che lo accompagna durante il lavoro. Armando sfonda intonaci, e quando i muri cadono nella stanza accanto vede lei. Nel prendere gli arnesi, la maglietta gli si sfila dai pantaloni e pensa a lei che lo abbraccia da dietro per scaldargli i reni. Quante volte mi avrà immaginato su di lui, pensa Gemma, avvertendo il vigore che ora Armando le fa sentire sulla pancia, e che tanto vorrebbe scendere giù.
Avvampata da quelle riflessioni, si guarda allo specchio e si piace. La peluria ai lati delle orecchie si vede pochissimo, il neo sul mento pure. Sorride. Ogni strato di trucco sembra partecipare alla sua felicità. Continua a ridere al fotografo e ai parenti. «Sono carina?» dice alla sorellina che la guarda a bocca aperta.
Sorride poi all’autista quando le apre lo sportello. Gemma solleva la gonna e nell’entrare in macchina si dà una leggera spinta. Lo strascico la intralcia nei movimenti, e lei si ribalta sul sedile. È goffa, e non per colpa dell’abito voluminoso, ma perché lei, voluminosa, lo è sempre stata.
Il padre sale in macchina subito dopo. Mentre la figlia è ancora scomposta nel tulle, le nota la giarrettiera che, come un laccio emostatico, le stringe la coscia. L’uomo corruga la fronte. Gemma, in bilico sul sedile, si copre all’istante. Sa a cosa il padre sta pensando. Nell’espressione torva del suo volto c’è il disappunto di avere una figlia grassa e brutta, e per giunta con indosso biancheria sexy.
Ho aspettato papà, come tu volevi. T’infastidisce pensarmi con Armando? Lui mi ama, e mi sfilerà il reggicalze per liberare le sue pulsioni su di me. Con questa idea nella mente, Gemma si mette comoda sul sedile e ritorna a sorridere. Durante il percorso verso la chiesa guarda avanti e a sinistra. Evita di incrociare lo sguardo dell’uomo che le è accanto: sa che non troverà il suo stesso sorriso, ma una faccia spenta; ferma forse all’immagine di poco prima: quando Gemma ha mangiato incurante del rossetto la sfogliatella, che le ha sporcato il decollette di zucchero a velo facendo sorridere tutti, tranne lui.
Procede ora verso l’altare, col petto non più ricoperto di zucchero, ma solo di velo: un leggero strato di pizzo da cui s’intravedono i brillantini del trucco. Armando all’altare è al buio. Il seno di Gemma brilla di cipria, e a ogni passo sembra portare luce al suo uomo. La scollatura mostra di poco le forme generose, quel tanto che basta per non tentare il prete e non indispettire Gesù sulla croce, ma per far felice Armando che diventerà rosso nel guardarla.
Non è tutto seno quello che le spunta dalla scollatura. È seno con la ciccia intorno. con una taglia 42 sarebbe entrato in una coppa di champagne ma Gemma con una taglia 54 riempie un boccale. Ma quanto piace ad Armando accompagnare la pizza con la birra; da bere calda, fredda, non importa. Purché strabordi dal reggiseno con tutto il luppolo.
Cosa penseranno di me? Gemma ce l’ha con gli invitati che la guardano percorrere la navata. Immagineranno la mia notte di nozze? Come farà lo sposo con lei sopra?
I parenti invece le sorridono, alcuni battono le mani nel vederla. Legge i labiali: «Sei bellissima» le dice la mamma, così come la zia e tutto il fronte che le vuole bene.
Se lei è grassa, Armando è vecchio: la loro unione accontenta tutti, persino suo padre.
Evita ancora gli occhi dell’uomo, intreccia il suo braccio nel suo, ma non si sente sorretta. Sono solo i tessuti a far contatto tra loro, cotone con cotone, pizzo su seta, ma la carne nelle maniche si tiene a distanza. Come distante è ancora lo sguardo del padre; forse – pensa Gemma – rimpiange di non essere sul divano a guardare la tv.
L’uomo è serio, avanza osservando le persone intorno. Spera non sia arrivato nessuno estraneo alla famiglia a curiosare nel suo mondo. Custode di un grande palazzo è abituato a farsi gli affari degli altri, ma non vuole che gli altri entrino nei suoi, soprattutto se le cose che ha da mostrare non gli piacciono, come sua figlia: venticinque anni che moltiplicati per sei, fanno 150 chili.
Diverse sono le equivalenze che l’uomo vede nel suo lavoro: tutte hanno le stesse unità di misura. Bello con bello, ricco con ricco e artista con artista. E lui ama quei risultati così perfetti, senza sforzi di calcoli e perché.
Armando sull’altare sussulta appena Gemma gli si mette accanto. Il padre della sposa invece, con gli occhi bassi per non inciampare sul tappeto, raggiunge il suo posto in prima fila. Non sente quello che Armando dice alla ragazza: «Sei stupenda.»
C’era un tempo in cui anche lui lo pensava di sua figlia. A sei anni Gemma era magra. A sei anni era brava a scuola. Dieci, erano i voti che prendeva sulle paginette di a e o. Dieci, sulle paginette di puntini e cerchietti.
«Come sei brava amore, diventerai qualcuno» gli diceva il padre fiero di lei.
Ma dalle vocali poi, Gemma era passata alle consonanti, e dai riassunti alle analisi logiche. E quando le guance paffute le erano rimaste paffute anche dopo lo sviluppo, e i brufoli arredavano il suo volto insieme agli occhiali e all’apparecchio per i denti – all’aumentare delle taglie dei pantaloni – diminuiva l’aspettativa del padre nei suoi confronti. Gemma cambiava, come le persone che l’uomo vedeva a lavoro: anche loro crescevano, ma sempre e solo in meglio. Da ricchi a più ricchi, da quadri a dirigenti, dalla vacanza a New York dell’anno prima, al mese alle Fiji dell’anno dopo. La Roma bene gli passava davanti tutto il giorno, indossava stivali da equitazione e apriva cavalletti. Col violoncello a tracolla o la ventiquattrore in mano. Con gli acquisti nelle buste di carta e i cappotti fino ai piedi.
«Buongiorno. Buonasera» questo era quello che diceva durante il turno; insieme ai “sì” delle richieste che mai, né lui né nessuno della sua famiglia, avrebbe potuto avanzare: «Luigi, mi sposti la Maserati?»
«Mia figlia aspetta un pacco importante, avvisami appena arriva il corriere.»
«Conosci qualcuno di fidato per fare le pulizie?»
Sì, mia figlia, pensava, ma senza dirlo. «M’informo», diceva invece. Poi tornava a casa a non parlare più.
Papà, io sono un piatto di spaghetti. Perché vuoi che io sia caviale, se neanche ti piace. Si chiedeva Gemma quando lo guardava mangiare. E lo pensa anche ora, mentre il prete prepara l’omelia si volta verso il genitore. Fammi questo regalo, papà; guardami come mi guardavi a sei anni. L’uomo invece fissa l’ora. Sono le dodici e mezza. Avrai fame, sei abituato a mangiare presto, pensa Gemma. Che ti tocca fare eh? Povero il tuo stomaco che deve aspettare.
La sorellina Miriam, vicino al padre, le fa ciao con la mano. Da piatto prelibato, anche lei si sta trasformando in pasta incollata. Ha sette anni e i segni della trasformazione in corso. Verrai a stare da me, piccolina. Se avrai bisogno la mia porta è sempre aperta, pensa, e le ricambia il saluto con un bacio.
«Amen» dice Armando alzando la voce e dando una leggera gomitata a Gemma per riportarla con la mente al loro matrimonio.
«Amen» segue lei imbarazzata, e rossa in volto, sorride al prete e al suo uomo. Armando si era innamorato di lei da subito. Nel condominio che ristrutturava con la sua squadra, la vedeva pulire le scale e stendere il bucato in terrazzo. Che dolce che era, quando timida, portava loro il caffè nel termos.
«Ti porto io le buste della spesa» le aveva detto un giorno.
«Te le porto io anche oggi» le aveva detto il giorno dopo.
E ora? Tra poco avrebbe portato tutta lei in braccio, nella loro casa; per costruire con i mattoni del suo corpo un forno a cupola in cui infilarsi dentro.
Il momento è arrivato. Con le braccia intorno alla vita della ragazza, Armando forma un terzo anello oltre ai due che ora hanno al dito. Gemma è sua. Finalmente.
Dopo di lui, tutti vogliono baciare la sposa. «Auguri. Felicità. Figli maschi.» Quello che la coppia si sente dire. «Congratulazioni» è una voce sconosciuta che proviene alle spalle di Gemma. La ragazza, curiosa, si volta a vedere a chi appartiene. La baronessa De Carolis è venuta al matrimonio per conoscere di persona gli sposi. Il padre con la fronte corrugata per l’imbarazzo è al fianco di quella donna.
«Come è bella tua figlia, Luigi. Non ce l’hai mai fatta vedere» dice la nobile.
«Che bella famiglia che hai» continua. Gemma sa che dietro alle parole possono nascondersi bugie, ma negli occhi della donna vede solo sincerità. Anche il padre deve averci letto le stesse cose e una nuova espressione compare sul suo volto. È preoccupato. Teme che la figlia gli faccia fare brutta figura, che possa dire qualcosa in dialetto.
«Grazie» risponde lei. E come una bambina di sei anni che ricorda la battuta della recita, libera dalla tensione il genitore. L’uomo si rilassa e le sorride. Brava, sembra dirle ora con gli occhi.
Finché morte non ci separi. È quello che gli dice Gemma nel suo sorriso.

Plastica

scritto da Chiara Nuvoli

Una delle mie storie familiari preferite è questa: mondiali di calcio, Italia ’90, non so che partita. I miei invitano degli amici a casa, per guardarla tutti insieme. Mia madre prepara cosette da smangiucchiare durante la partita. Gli amici arrivano, si aprono le birre, si inizia a chiacchierare e inizia anche la partita. Al decimo minuto mio padre mangia qualche nocciolina, al dodicesimo prende un panino prosciutto, lattuga e sottiletta. La parte divertente è che mia madre aveva messo dentro le sottilette senza sbucciarle, con tutto l’incarto; delle volte mi rammarico di essere nata troppo tardi e di non aver avuto la possibilità di vedere, anche solo dalla culla, questi panini prosciutto, lattuga, formaggio scadente e sottile strato di plastica.
Ci penso mentre sto stendendo i panni dopo il terzo risciacquo: erano nella lavatrice da due giorni, non mi andava di tirarli fuori. Quando finisco torno nella mia stanza e la chiamo. «Ciao mamma, ti ricordi di quella volta che hai fatto i panini con le sottilette e non hai tolto la plastica?». Lei ride. «Mi ricordo. Ma come ti è tornata in mente? Ora tirerai fuori pure quella della lampada».
Anche quella è una bella storia. Stavamo traslocando, avevamo fatto mille pacchi ma alcune cose le mettevamo in macchina così come capitava. Arriviamo davanti quella che è ancora la nostra casa, apriamo il cofano, sopra le scatole due pupazzi – un orsacchiotto e un cinghiale – e l’abat-jour di mio fratello. La macchina era all’ombra, ma filtrava del sole dagli alberi e arrivava fino all’abat-jour. Mia madre la guarda e dice «Ma che stupidi, ci siamo dimenticati l’abat-jour accesa».
Da mia madre ho preso il taglio degli occhi, la noia per le feste comandate e la naturalezza con cui entrambe facciamo schiantare qualsiasi progetto personale dopo un iniziale entusiasmo: i maglioni fatti ai ferri che mi ha promesso e che ancora dormono nella cesta, in una busta verde, le tendine per la mia stanza che ho iniziato due anni fa e ho finito solo la prima, la volta quest’estate che ci siamo messe insieme a riordinare la libreria del salotto e abbiamo abbandonato dopo i primi due ripiani. Ho lasciato per strada invece le sue caviglie sottili e le dita affusolate – le mie sembrano delle piccole salsicce, anche se lei cerca di metterla in modo affettuoso dicendo che ho le mani da bambina.
Poi mi chiede come sto. «Bene», rispondo, anche se non è del tutto vero. Piove da ieri notte, sono annoiata, mi è presa una malinconia infinita ed è un periodo che ho questa paura di essere in ritardo con tutte le cose della mia vita: anche con gli hamburger che volevo mangiare stasera, erano nel congelatore e avrei dovuto tirarli fuori almeno un’oretta prima, ché sono le sette e sono ancora mezzi ghiacciati. «E tu?». Dice di star bene anche lei, ma credo poi non sia del tutto sincera neanche la sua risposta, perché anche lì ha piovuto tanto e sento di sottofondo il commissario Cordier, e vuol dire che si sta annoiando almeno quanto me.
Per una decina di minuti parliamo di cose a caso. Mi dice che avevo ragione, che quel libro che si è messa a leggere l’aveva già letto; lo fa sempre, prende i libri dalla libreria, mi chiama e dice «Ma questo? Tu te lo ricordi? Non credo di averlo letto», io le dico che l’ha già letto, il più delle volte senza convincerla. Dopo le prime venti pagine mi dà ragione, ma finisce comunque di rileggerlo. Mi dice che dalla finestra di camera mia ha ripreso a filtrare acqua e che ha messo una bacinella sul letto – è una mansarda, la finestra è sul soffitto e ogni anno la fanno rimpermeabilizzare, ma quella continua a perdere – e che ieri ha fatto una torta alle mele molto buona. Io le racconto della lavatrice che non avevo voglia di stendere e che ho cambiato il paralume del lampadario, rischiando di cadere due volte dalla scala ma riuscendo alla fine nell’impresa. Alla fine ci salutiamo e mettiamo giù.
Io vago ancora un po’ per casa, cambio il rotolo di carta igienica che era finito, chiudo il sacchetto dell’umido e lo poggio vicino alla porta. Mi siedo sul letto e faccio un cruciverba di quelli piccoli e facili che non danno nessuna soddisfazione.
Alle otto meno un quarto vado in cucina e metto una padella sul fuoco senza sapere cosa ci metterò dentro. Penso a un uovo, ma prima di romperlo, per scrupolo e senza convinzione, tocco l’hamburger, che mi stupisce: è morbido, si è scongelato. Lo metto in padella, sposto i barattoli di spezie per raggiungere il sale, che non so come faccia a finire sempre così in fondo, dietro al prezzemolo secco che non sa di niente e nessuno usa mai e alla curcuma scaduta quattro anni fa. Ne prendo un pizzico, guardo nella padella: ho lasciato sull’hamburger il dischetto di plastica che ci mettono sopra delle volte, ancora non ho ben capito perché. Sorrido.

Le splendide creature della galassia

scritto da Sergio Sessini

Intorno a questo pianeta, che si chiama ZEW-L-804, orbitano due lune. Entrambe, stanotte, sono invisibili, transitano sull’emisfero opposto. È un evento raro.
Immersa nel Cellulex della mia navicella come in un liquido amniotico, so che la temperatura, sorvegliata da un sensibilissimo sistema di sensori superficiali, non cambia mai. Eppure sento freddo. Sarà il nero dello spazio, stanotte così intenso senza lune, che irradia un vuoto totale prima di fondersi col violetto profondo della bassa atmosfera, giù giù fino alla vallata coperta di lichenoidi gialli che crescono sul lato freddo di ogni roccia, opposto alla stella morente che ci fa da sole. Continua a leggere

Pappagalli

scritto da Davide Membrini

1

Si svegliava alle 4:30.
Ero sotto le coperte e ascoltavo i passi di mio padre lungo il corridoio – caffè che borbotta, acqua che scroscia, porta che batte – quindi guardavo dalla finestra: era ancora scuro e avrebbe albeggiato tra ore. Papà usciva in retromarcia dal garage, e schiacciando l’acceleratore e ascoltando la radio scendeva ai mercati di Via Ostiense; alle 7:30 avrebbe scaricato le casse di frutta, alle 8:00 avrebbe sollevato la serranda del negozio e quando sarebbero arrivati i primi clienti – PESCHE 0,99 euro/kg; PERE 1,98 euro/kg; MANDARINI 2,00 euro/kg; MELE 1,49 euro/kg; LIMONI 2,70 euro/kg; MELONI 3,90 euro/kg – io avrei bagnato un biscotto nel latte. Continua a leggere

Il bianco del soffitto

scritto da Sara Mariotti

Quando Marta serve le colazioni nella piccola locanda in cui lavora come cameriera, l’odore del latte caldo le provoca i conati di vomito; con una secca contrazione dei muscoli faringei ha imparato a respingerli così in fretta dentro la pancia che non hanno neppure il tempo di manifestarsi in un ributtante gesto visibile all’esterno. Continua a leggere

L’aura

scritto da Luisa Carpinelli

L’aura si presentò un lunedì di gennaio ancora prima che facesse giorno.
Come un casco baluginante dello spessore di una decina di centimetri che avvolgeva la testa di ciascuno, l’aura cambiava colore ogni minuto. C’era chi diceva fosse per gli ormoni della carne, chi per il gas serra; qualcuno arrivò persino a sostenere che fossero i parabeni contenuti negli shampoo che avevano alterato il cuoio capelluto. Continua a leggere

La volpe

scritto da Antonella De Biasi

Le strade erano silenziose, le nuvole dei nostri respiri si condensavano nell’aria della sera, camminavamo fianco a fianco, sottobraccio. L’ho vista attraversare il vicolo e infilarsi in un bidone viola.

«L’hai vista?» ho bisbigliato con una voce così bassa che sembrava non mia.
«Chi?» Continua a leggere

Melinda

scritto da Carlotta Centonze

C’è un nuovo gioco tra noi bambini, e si chiama acchiappaculo. È come acchiapparella, ma con il culo. Piace ai maschi soprattutto, e li riconosci a seconda del carattere. Ogni tanto ti arrivano delle pacche secche, con la mano tesa, come uno schiaffone sonoro. Altre un pizzico, piccolo e fastidioso come un morso di serpente, oppure pieno, che affonda nella carne per tastarla. Continua a leggere