Minchia di fragola

scritto da Marco Morana


Toni Baiata veniva a stanarmi quando ero da solo. Mi si avvicinava ancheggiando, una camminata sicura e ostentata, e poi mi faceva la solita domanda.
«Fusti tu chi ci riciste a me matri ca me minchia avi sapuri di fragola?».
Io lo fissavo, stordito. Non era una questione di traduzione. Dalle mie parti, il dialetto lo parli e lo capisci meglio dell’italiano anche a tredici anni. Era proprio il significato di quella domanda che mi sfuggiva.
Sei stato tu a dire a mia madre che la mia minchia sa di fragola?
Che voleva dire? In che senso la sua minchia poteva sapere di fragola?
Toni Baiata mi sorprendeva di notte, mentre mi dimenavo sul letto, cercando inutilmente di prendere sonno.
Toni Baiata mi faceva rabbrividire quando ci incrociavamo in cortile, durante la ricreazione, e lui faceva finta di non conoscermi.
Quello stesso nome, to-ni-ba-ia-ta, mi perseguitava nei momenti di silenzio, quando tornavo a casa dalla scuola, per esempio, come il rumore di una sega elettrica che mi stesse sezionando il cranio dall’interno.
«Fusti tu chi ci riciste a me matri ca me minchia avi sapuri di fragola?».
Assurdo. Come poteva una minchia qualsiasi sapere di fragola davvero non lo capivo. La sua famiglia era proprietaria della gelateria Luna, specializzata nei gusti Big Babol, Puffo e Veleno. Forse c’entravano i gelati?
Invece di chiedergli spiegazioni, di rispondergli, di difendermi o almeno di scappare, lo ascoltavo pronunciare quella frase interrogativa sempre uguale, dalla prima all’ultima sillaba, e poi assistevo al movimento del suo braccio che caricava la sberla e al successivo saltello, preludio della ginocchiata con cui mi finiva. Schiaffo e ginocchiata nella pancia, e io mi piegavo in avanti e tossivo.
Non mi difendevo e non scappavo perché, in realtà, io non vedevo l’ora che mi picchiasse. Quando Toni mi colpiva, voleva dire che l’incubo era finito. Il dolore fisico mi liberava dall’ansia. Per un bizzarro principio omeopatico, le botte riuscivano a placare i sintomi dell’angoscia. E il liquido che si versava dalle ferite non era sangue ma disperazione in forma fluida.
Certo non ero stupido. Sapevo che quel sollievo non sarebbe durato a lungo. Toni Baiata mi picchiava con cadenza regolare, due volte a settimana. L’indomani, la paura di Toni sarebbe montata, e il tormento sarebbe cresciuto uguale a prima. Ma intanto potevo concedermi il lusso di non pensarci, di concentrarmi sul pulsare che si irradiava dagli ematomi, dove lui, con i suoi colpi feroci, aveva fatto nascere dei piccoli cuori blu.
Per me era abbastanza strano subire le aggressioni di Toni Baiata. Non ero lo sfigato, né il secchione citrullo. All’interno di quel dispensario di etichette che è la scuola, a me toccava il titolo di polemico. Rispondevo ai professori, li ridicolizzavo e ogni tanto trascendevo, dando sfogo a scherzi cretini e pessime battute.
La mia vittima preferita era la professoressa di italiano, una stecca baffuta che regalava buoni voti solo ai suoi prediletti. Lei naturalmente mi odiava, e più volte aveva chiamato mio padre per fargli presente quanto fossi insolente, minacciando di espellermi con la scusa che la mia presenza era dannosa per tutta la classe. Peccato per lei che i miei compagni invece mi adorassero, e che le mie provocazioni non fossero abbastanza gravi da giustificare un’espulsione.
Per questo non potevo parlare a nessuno delle aggressioni di Toni Baiata. Ero l’alunno più famoso della terza H, avevo una reputazione da difendere. Degli adulatori da non deludere. Anche nei momenti in cui sentivo che il panico si insediava nello stomaco, ero costretto a comportarmi come se nulla fosse.

Quando Toni Baiata entrò in classe, io feci finta di niente. La stecca baffuta ci ordinò di dargli il benvenuto. Non disse perché lo avevano trasferito proprio da noi. Forse aveva esasperato le altre sezioni, sicuramente ne aveva combinata una delle sue. Lui comunque non ci degnò di uno sguardo.
Accanto a me c’era un posto vuoto e Toni Baiata si sedette proprio lì, a qualche centimetro dal corpo che aveva martoriato più volte.
Per prendersi la sua vendetta, la prof mi fece una battuta cattiva: «Ora vediamo se fai ancora lo spiritoso». Forse non la fece, ma sono sicuro che la pensò, quella stronza.
Per tutta la mattina, io e Toni non scambiammo una parola. Lui non aveva libri e quaderni, non aveva neanche lo zaino, ma alla prof non importava. Che con quello non ci fosse speranza lo sapevano tutti. Era parcheggiato a scuola perché i genitori volevano almeno la licenza media. Per noi ragazzi, lui era il bullo. Per i grandi, era semplicemente lo spacciato. Anche le etichette dipendono dai punti di vista, e a seconda di chi te le appiccica possono essere molto diverse, a volte anche contraddittorie.
Suonò la campana, ma le ore di prigionia non erano ancora finite. Il martedì c’era il rientro pomeridiano.
Tornai a casa, ingurgitai qualche mozzico di pane, e tenni mio padre fuori dal mio mondo, come al solito: a scuola non era successo niente di particolare. Tutto bene, sì.
Poi, alle due e mezzo, tornai a scuola. Toni era già in classe. Non si poteva entrare prima della campanella, ma lui era lì, seduto al banco tutto solo, a guardare il muro, catatonico. Mi sedetti anch’io e lo salutai.
«Chi manciasti, Ma’?» mi chiese.
Quella domanda non parlava né di minchie né di fragole. Era una domanda normale, però a me parve incredibile lo stesso. Toni Baiata era quello che mi aggrediva. Non potevo immaginarlo a casa, seduto a tavola per pranzo. Per me era un mostro, e i mostri non vivevano come noi esseri umani. Toni Baiata non poteva avermi chiesto cosa avevo mangiato.
«Pane e formaggio» risposi comunque.
«Io pasta con la salsa» mi disse lui. E così anche Toni mangiava pasta con la salsa. E così anche i mostri mangiano.
Il martedì era un rientro pesante. C’era il prof Saltalavecchia, l’uomo più triste del mondo. Spiegava l’aritmetica come se stesse recitando il rosario per la figlia morta di leucemia (era morta davvero di leucemia, ma la compassione è un sentimento raro a scuola media).
Toni prese il suo zaino, evidentemente comprato durante la pausa pranzo, ed estrasse degli occhiali da vista. Io rimasi sconcertato. Non solo i mostri mangiavano, ma avevano anche problemi di miopia, come me. Una volta inforcati gli occhiali, cominciò a sbirciare dal mio libro. Voleva seguire la lezione che Saltalavecchia si accingeva a spiegare. Io lo misi al centro e lui mi disse: «Grazie, cuci’».
Mi ringraziò e mi apostrofò amichevolmente “cugino”, come si usava fra amici veri. C’era qualcosa di strano. Doveva essere una trappola.
Durante quel rientro, scoprii che ai mostri piace la matematica. Toni si era appassionato alla lezione nonostante il ritmo soporifero di Saltalavecchia.
Siccome aveva fatto molte assenze, mi chiese di aiutarlo per rimettersi al pari con il programma. Io accettai, più per non rischiare un cazzotto che per fargli un favore.
Cominciammo a trascorrere qualche pomeriggio insieme. Ce ne andavamo in un parchetto dietro la scuola. Ci sedevamo su un muretto sporco di cacche di piccioni e bottiglie di birra, armati di quaderni e penne cancellabili.
Lui portava un po’ di gelato, che io ingoiavo senza sentirne il sapore, intorpidito dall’attesa di un ceffone che non arrivava mai.
Con i numeri era davvero un portento, e io ero abbastanza sveglio da capire che Toni aveva la classica intelligenza logica, quella che a me mancava. In due settimane imparò un quarto del programma annuale. Avrebbe potuto iscriversi allo Scientifico, e forse diventare un matematico o giù di lì.
Penso spesso a quei pomeriggi al parchetto. Nella mia memoria, quelle ore hanno la consistenza dei gusti che si mischiavano, ormai sciolti, sul fondo della vaschetta che portava Toni. Quei momenti sono liquefatti e confusi in un amalgama che non è più gelato ma nemmeno qualcos’altro. Non riesco a distinguere nitidamente dei singoli episodi.
Forse ero distratto. Come se fossi insieme la vittima e l’investigatore, ero troppo impegnato a costruirmi un identikit del mio carnefice. Senza osare domande dirette, cercavo di intuire qualcosa della sua provenienza, del suo passato. Se abitasse in un quartiere malfamato, se i suoi genitori fossero brave persone. Era per questo che avevo accettato di aiutarlo: volevo capire chi era quel ragazzo che mi aveva torturato per mesi. Cercavo di trovare qualche indizio nelle pieghe dei nostri discorsi, nei silenzi, nel suo modo di vestirsi, nella sua inflessione. Ma alla fine non c’era niente che mi restituisse un profilo coerente di Toni Baiata.
A dire il vero, c’è solo un episodio che si è conservato separato dall’intruglio annacquato del tempo. Un ricordo che negli anni affiora spesso nei momenti più vari e senza un perché.
Avevamo appena finito con le equazioni e dovevamo affrettarci perché il cielo si era gonfiato minacciosamente.
«Tu che vuoi fare da grande, Ma’?» mi fece a un certo punto.
«Non lo so. E tu?».
«Nemmeno io lo so. Ma di una cosa sono sicuro: il gelataio mai» ammise.
Allungò la mano. Io istintivamente chiusi gli occhi per paura. La mano si posò sulla mia spalla, morbida, amichevole. Una specie di abbraccio. Era il suo nuovo modo di salutarmi. E poi cominciò a piovere.

Così, Toni Baiata non era più il mostro. Un altro mese di recupero al parchetto e sarebbe diventato più bravo di me nelle materie scientifiche. Toni non era più lo spacciato. E io non ero più il solito polemico, perché da quando lui era arrivato in classe, mi aveva messo soggezione, facendomi perdere la mia vena insubordinata, la mia etichetta. Non facevo più lo spiritoso, e la cosa aveva finito per giovarmi. I professori se ne erano accorti e si erano complimentati con me, e anche la stecca baffuta aveva dovuto ammettere che ero molto migliorato. Dopo quasi tre anni di medie, ero riuscito a far diventare quel marchio un’opportunità.
Ma se sei Toni Baiata è più facile che, nonostante i tuoi sforzi, la tua etichetta alla fine si tramuti in destino.
Durante un cambio dell’ora, Angileri, il sorcio timidone, uno di quei tipi anonimi che in classe servono solo a fare numero, ebbe la splendida idea di infilare un preservativo tra le pagine del registro.
Quando la stronza di italiano aprì il registro per iniziare l’appello, tutti scoppiammo a ridere. Angileri ci osservava con i suoi occhi piccoli da roditore inutile, soddisfatto di essere finalmente riuscito ad attirare la nostra attenzione, a diventare qualcuno.
Successe il finimondo. Accorse addirittura la preside e l’inquisizione ebbe inizio: «Chi è stato?».
Un silenzio glaciale piombò nella terza H. Tutti si voltarono nella mia direzione. Non mi ero mai spinto a scherzi così volgari, ma considerando i miei precedenti e la mia antipatia manifesta nei confronti della prof, avevo più di un buon movente. Dunque, mi rassegnai a ricevere la mia prima sospensione. Solo dopo mi accorsi che gli occhi della preside e della prof non erano puntati su di me.
Toni provò a discolparsi, tirando in ballo il vero colpevole, ma la preside non gli credette. Angileri non poteva aver messo un profilattico nel registro. Angileri era uno studente che non si sentiva mai, non era uno che faceva quelle cose.
Io pensai che dovevo dire la verità. Se avessi avuto il coraggio di parlare, di sicuro qualcun altro mi avrebbe seguito, e l’innocenza di Toni sarebbe stata acclarata.
Poi pensai a tutte le volte che Toni mi aveva picchiato. Agli attacchi di vomito e di diarrea che precedevano i suoi soprusi. A quando mi aveva rotto gli occhiali, e alla punizione che mio padre mi aveva inflitto per non esser stato capace di badare alle mie cose. Pensai alla domanda della minchia al sapore di fragola che non ero ancora riuscito a spiegarmi, misteriosa come la sua violenza. E non aprii bocca.
L’indomani Toni non tornò al suo posto. Non tornò nemmeno a scuola. Vedendo la sua sedia vuota, mi sentii cresciuto tutto d’un colpo, disorientato, come se Toni si fosse portato via un po’ della mia innocenza.

La settimana scorsa passeggiavo sul lungomare con mio figlio. A un certo punto, gli è venuta voglia di gelato. Mi ha indicato una vetrina in cui erano esposti gusti a tinte chimiche, il genere di cose che colpiscono gli adolescenti. Siamo entrati, e solo in quel momento mi sono reso conto della Luna.
Toni Baiata era dietro al bancone. Magro, un po’ curvo, sembrava una persona normale con quel cappellino bianco e gli occhialetti da miope.
Toni ha servito il cono a mio figlio e poi mi ha guardato in faccia. Mi ha guardato senza dire niente per almeno un minuto. Vuoi vedere che adesso mi riconosce?
«Lei cosa prende?» mi ha chiesto invece, rivolgendosi a me come all’ennesimo cliente stordito della giornata, l’ennesimo cliente intronato della sua vita da gelataio.
«Toni, sono io, ti ricordi?» sto per dirgli. Invece scelgo una più codarda stracciatella.
«La vergogna può farti tremare più della paura» dico a mio figlio dopo, uscendo dalla gelateria Luna.
Lui mi guarda come se avessi appena detto una frase incomprensibile, come se avessi parlato di minchia alla fragola, ignorando che anch’io, una volta, sono stato un mostro.

La settimana in cui Martina non doveva morire

scritto da Claudia Petrucci


Emanuele aveva cominciato a conoscere Martina molto tempo prima di stringerle la mano. Gliene avevano parlato gli amici, a lungo, e lui aveva raccolto informazioni, mettendo in piedi un ritratto tutto suo, immaginario, tenuto insieme da aneddoti filtrati, rivisti e potenzialmente fasulli. Come di quella volta che Martina aveva soccorso la sua coinquilina suicida tappandole le vene con le mani, o di quel giorno, durante una manifestazione, che si era beccata una manganellata in fronte ma non aveva vacillato nemmeno un po’. Continua a leggere

La roba da mare

scritto da Massimiliano Piccolo


Il profumo denso della primavera, poi l’arsura intensa dell’estate, ed ecco tutti che parlano di mare. Io l’ho visto una volta soltanto. Si chiamava Ligure ed è accaduto una lunga giornata di una decina di anni fa. Non ci sono andato soltanto per curiosità, nonostante tutti i compagni ci andassero in pellegrinaggio ogni estate e quando dicevo che non ci ero mai stato mi guardavano storto. Se aggiungevo che non me ne importava niente, si mettevano a ridermi in faccia. Allora non ci vedevo più e mi partiva la scintilla. Continua a leggere

Kreuzberg, Berlin

scritto da Silvia Lanfrancotti


Sono le sei e ventisette. Ne sono assolutamente convinto. Convinzione peraltro corroborata dal fatto che ventisette minuti fa erano le sei e basta. Il bel tempo persiste, pare. Almeno questo è quello che immagino dal grado di luminosità che si diffonde nella mia stanza-soggiorno-cucina. 30 mq al Grundbuch, cioè al catasto, un importo di affitto che presto per me sarà irraggiungibile come Emma Stone. Ma non divaghiamo. Sono le sei e ventisette e tra solo un minuto devo uscire dal sonno e inventarmi questa nuova cazzo di giornata. Mi rigiro sulle molle del divano Ikea EKTORP a tre posti, che non è neanche un divano letto. Mark me lo ha lasciato quando ha cambiato appartamento. Dormo anche per terra, in caso di necessità.
Mark mi manca un po’. Ma va be’. Continua a leggere

La fuoricorso

scritto da Elena Gottardello


Utilizzavo assai poco le bacheche della Facoltà: dimenticavo gli avvisi che appendevo. Se mi serviva un libro, o se dovevo vendere appunti o libri, scrivevo il mio foglietto e poi me ne dimenticavo fino al giorno in cui qualcuno chiamava, e mia mamma mi diceva ti han cercato per un avviso, hanno lasciato un numero. E mi dimenticavo di richiamare. Ecco perché usavo poco le bacheche della Facoltà: non arrivavo a molto. Dimenticavo.
Era l’inizio del primo semestre, i bagolari e i tigli nei viali avevano preso a tinteggiarsi dei toni del giallo, e gli studenti giravano Padova in biciletta, alternando portici, marciapiedi e piste ciclabili. Continua a leggere

Capriole

scritto da Lucia Ghirotti


24 settembre 2016

È da un po’ che parlo con i morti.
I morti, diversamente da quello che i vivi possono pensare, sono attenti e reattivi, non si manifestano per farci paura, toccandoci all’improvviso in una stanza buia o ricordandoci i torti che gli abbiamo fatto. Non ci rinfacciano la colpa del loro essere morti. I morti vogliono divertirsi, almeno con me, e io li accontento, sono diventata il loro zimbello, e la cosa non mi dispiace. Continua a leggere

La dichiarazione

scritto da Ilaria Vajngerl

Frankenstein – Stomaco #2


Era una mattina vecchia e buia, aveva indossato la tuta arancione ed era uscito col suo camioncino. Doveva fare il solito giro prima che la gente si svegliasse. Non sarebbe piovuto, non quel giorno. Quelli come lui se la sarebbero sbrigata presto, bisognava raccogliere i sacchi e svuotare i cassonetti. Lo faceva da quando era stato dimesso dal laboratorio, nessuna pausa, avanti e indietro per le strade e poi giù fino alla discarica. Di giovedì toccava al vetro e al cartone. Continua a leggere

L’oggetto del desiderio

scritto da Francesca Ruggiero

Frankenstein – Occhi #2


«Non guardarmi» dici ridendo, «sei ossessionata.»

Cerco di cambiare direzione alle pupille: il rubino sporco che porto al dito, lo zucchero raggrumato in fondo alla tazzina di caffè, la trama e l’ordito macchiati di Barbera. L’ho rovesciato sulla tovaglia quando mi hai detto che sono “molto carina questa sera”. Non erano ancora arrivati gli antipasti.

«Ci sei solo tu davanti a me, chi dovrei guardare?» rispondo.

Sopra di noi vorticano piatti, i camerieri danzano sincronizzati, mi gira la testa. Forse dovremmo liberare il tavolo, forse voglio andare a casa, ma tu hai ordinato un’altra grappa, io un secondo caffè perché sono ubriaca.

«A volte, vorrei solo che non mi fissassi con quegli occhi» ti fai serio.

Per la prima volta da quando ci siamo seduti, il tempo di una cena di due portate, mi rendo conto che dietro di te si erge la grande vetrina refrigerata dei dolci. Il bunet torvo e lucido di condensa, la panna cotta audace e irrequieta, il tronfio tiramisù e tu lì in mezzo, sembri gelido e infastidito.

«Cosa vuol dire? Che hanno i miei occhi?» alzo la voce di un tono.

Ecco il secondo caffè e la seconda grappa. Afferro il bicchiere di liquore e correggo la tazzina, ti dà fastidio quando prendo le cose senza chiedere il permesso. L’ho capito prima, ti ho rubato una polpetta dal piatto e non l’hai presa affatto bene.

«È come se avessi bisogno di guardarmi, è imbarazzante» tu invece abbassi la voce di un tono.

Ho perso tre chili in 12 giorni. La mia frequenza cardiaca è inarrestabile ogni secondo della giornata. Sono innamorata, non posso dirtelo. Usciamo insieme da sole tre settimane. Ti guardo sempre come se fosse l’ultima volta, ho paura che tutto sparisca. Come confessare la mia indole melodrammatica?

«Io non ho bisogno di guardarti» allora mento, ma gli occhi mi tradiscono e corrono a tuoi, divento rossa e poi scoppio a ridere.

Denti

scritto da Simone Marcelli

Frankenstein – Denti


“Il sorriso perfetto è il sorriso utile:
da molto vicino, anche il più bello risulta mostruoso.”

Prof. Théophile Weber-Lemaire, vicedirettore esecutivo.

“Certamente se si guarda unicamente al risultato
le combinazioni epigenetiche appaiono casuali, ma in realtà
questa apparente casualità è ciò che ci rende umani.”

Dott.ssa Magdalena Isaksson, responsabile laboratorio istologico.

“Prendi un qualsiasi ente mondano. È nel tempo e nello spazio.
La sua storia lo travalica, ed esso ne è solo il frammento di un momento.
In qualsiasi altro punto della sua linea del tempo non lo riconosceresti”

Rev. Marie-Luise Mordini, cappellana del Centro di ricerca.

DENTI
Schedario

Ultimo aggiornamento: 30/06/2018 Continua a leggere

Stomaco

scritto da Carmine Bussone

Frankenstein 8


«Gerald! Maledetto parassita che non sei altro, sotto quale asse del pavimento ti sei nascosto? Spero di vedere i topi che stanno facendo colazione col tuo cadavere o non avrai altre scuse per essere ancora vivo davanti a me.»

Tale era la potenza e la rabbia dell’urlo di mio nonno, che si sarebbe potuto trovare anche fuori dalle mura della città. Continua a leggere