Antigravità

scritto da Tristan Marsili

L’avevano chiamata Gea Maddalena, come la terra e come sua nonna. Ma lei non era né come l’una, né come l’altra. A cinque anni fantasticava non tanto su cosa ci fosse al di là del mare, oltre i confini visibili della sua isola, ma su cosa ci fosse al di là del cielo, sopra di essa.
«Guarda dove cammini!», le ripeteva sua madre esasperata, mentre lei inciampava nell’ennesimo sasso e finiva nella polvere. Aveva sempre lo sguardo all’insù. Una volta era finita in un canale in secca, che per ripescarla avevano dovuto chiamare suo padre, lei aveva avuto paura ma non aveva pianto, anche se si era ferita e le era rimasta una cicatrice a forma di Orsa Maggiore – che se si spogliava si notava abbastanza – proprio quelle vaghe stelle che fissava di notte, visibili quando il giorno si toglie i vestiti, sempre lì un attimo sopra l’orizzonte. E anche se lei questo non lo sapeva, la notte, dalla sua finestra, quelle stelle le guardava brillare da sopra il giardino di casa. Una sera d’estate quelle stelle le aveva anche viste cadere e allora aveva detto alle sue sorelle: «Se loro vengono giù, forse noi possiamo salire su!».
Era comunque una bambina che non dava tanti grattacapi ai genitori, abituati a vederla rientrare dopo una lunga giornata di compiti, se era a scuola, o di giochi all’aria aperta, se era un giorno di pausa settimanale. Poi la sera si metteva a schiamazzare con le sue sorelle o a leggere. Un librone in particolare aveva attirato la sua attenzione, era la storia dei fratelli Montgolfier. C’erano molte figure, ma anche pagine dense di testo, fitto fitto, che lei fingeva di leggere scorrendo con il dito sotto ogni singola riga.
Dei due fratelli fu Joseph che pensò per primo a un affare che permettesse all’uomo di volare nel cielo, il che fa ridere – o forse riflettere – visto che era l’altro, Etienne, l’ingegnere. Joseph era un sognatore, poco incline al rispetto delle regole, poco attratto dall’istruzione rigida della scuola, schivo nei rapporti personali, avvezzo alle fughe. Forse fu proprio il desiderio di fuggire dove gli altri non potevano andare che lo spinse a inventarsi un mezzo per farlo veramente.
Gea Maddalena tutto questo non lo sapeva e non si capacitava di come il fuoco non incendiasse la mongolfiera dopo pochi secondi. Guardava rapita le illustrazioni di quel gigantesco pallone che sfidava le leggi della natura: anche lei voleva un posto tra le nuvole. Ed è quello che aveva chiesto per il suo sesto compleanno, ma non era quello che era arrivato.
Le erano arrivate invece una nuova cartella, una scatola di matite colorate, delle scarpette rosa tutte fronzoli. Quella mattina era uscita da scuola delusa, un passo dopo l’altro, guardandosi quei sandaletti odiosi: non facevano per lei, non le piaceva essere considerata una “femminuccia”, avrebbe preferito mettere le scarpe da ginnastica, molto più comode per correre e saltare. Gea Maddalena percorreva la strada malamente asfaltata che portava alla fermata dello scuòlabus – anche se lei lo chiamava scuolàbus – e di tanto in tanto si aggiungevano da vie laterali altri bambini, fino a formare un piccolo gregge compatto. Dai campi arrivava un violento odore di elicriso e a lei era venuta subito voglia di portare gli occhi al cielo: si stava alzando un vento forte che pettinava lunghi cirri dai bordi frastagliati. I bambini venivano superati a tutta velocità da foglie e pallette di arbusti. Passò anche qualche cappellino. Gea Maddalena continuava a guardare in alto, la sua andatura si era fatta sghemba e ogni tre passi andava a sbattere contro un compagno. Di tanto in tanto una folata di vento le sollevava la gonna, ma lei non ci faceva caso. I cirri erano diventati sempre più irregolari, tanto da sembrare delle escoriazioni sul soffitto, ed era come se si intravedesse un altro cielo sotto all’intonaco.
Alla fermata, vicino al cartello, l’autista aveva parcheggiato e aveva lasciato la porta aperta. Qualcuno era già a bordo, mentre la carovana entrava più o meno disciplinatamente. Gea Maddalena come sempre chiudeva la fila, un po’ distante. Tutto era successo in un attimo. Una raffica travolgente l’aveva investita facendole perdere l’equilibrio. Era così impetuosa che sembrava che un gigante stesse azionando un mantice su un formicaio o, al contrario, come se qualcosa dall’alto la stesse risucchiando.
Lei si era aggrappata al portellone dello scuolàbus e aveva serrato le sue piccole mani con una forza incredibile per una bambina ma che forse ancora non bastava, come una cavalletta che sfida il vento su uno stelo troppo sottile per reggerla.
A bordo, tutti i suoi compagni la guardavano sgomenti, con il viso paralizzato in smorfie di terrore e incredulità. Solo un bambino sorrideva e stringeva i pugni, ed era come se facesse il tifo ma non si capiva se la incitasse a lottare contro quella forza o ad abbandonarvisi. Quindi lei aveva guardato oltre, per un attimo, verso le distese infinite della campagna, e aveva visto quegli alberi assurdi, surrealisti, incurvati fino a toccare il terreno con la chioma. Rimanevano lì ancorati, con le radici caparbie, infissate sotto la roccia rossa. Allora Gea Maddalena aveva pensato che quegli alberi erano come sua nonna, piegati dal tempo, aggrappati a un’isola che in realtà era solo una montagna che sbucava dal mare. E però Gea Maddalena non voleva essere come sua nonna o come quegli alberi. Le sue radici erano già state estratte e sventolavano ora all’aria come una banderuola, mentre lei si teneva ancora per un attimo al portellone dello scuolàbus. Infine aveva mollato la presa.
All’istante era schizzata in aria, rotolando senza una superficie a darle una direzione, come quando fai il bagno tra i cavalloni e ti diverti a infrangerli con il tuo corpo, ma vieni investita da un’onda che ti trascina giù per un attimo e in quella capriola perdi ogni orientamento, e non sai più dove sono il sopra e il sotto. Gea Maddalena era terrorizzata, ma al tempo stesso si rendeva conto di divertirsi. Ora che il vento l’aveva “stabilizzata”, viaggiava con le braccia distese, la gonna svolazzante, i ricci che si agitavano elettrici. Non si era mai sentita così leggera. Da lassù riusciva a vedere tutti i bordi della sua isola, da lassù tutto le sembrava più chiaro e più facile.
Intanto il cielo imbruniva ed era impossibile dire se fossero passati minuti oppure ore, come se il tempo avesse perso di significato lassù. Chissà le persone rimaste a terra, chissà se lo scuolàbus era partito e arrivato a destinazione, chissà se la maestra aveva già iniziato a spiegare, chissà i suoi genitori, se erano preoccupati. Ma a queste cose lei non pensava. Sarebbe tornata giù? Neanche questo importava ora. Gea Maddalena puntava sempre più in alto, portando le sue radici con sé, mentre una tenera oscurità la avvolgeva.
A Gea Maddalena non piaceva cadere, ma volare è un po’ una caduta verso l’alto: se cadi abbastanza in alto non c’è più gravità e a quel punto non è neanche più una caduta. Una volta in aria, una volta che non c’è più gravità, allora quello di cui hai bisogno non è più un’ancora, ma un faro. E anche se tutto questo non lo sapeva, a lei le luci nel buio piacevano. Aveva cercato l’Orsa Maggiore nel cielo, la stessa che vedeva risplendere sopra il giardino di casa, la stessa che si portava addosso come lieve cicatrice, e si era incamminata verso le sue vaghe stelle.

Acqua sulla luna

scritto da Luigi Antioco Tuveri

La signora Anita è grossa e tonda come una balena. Vive e lavora all’ultimo piano del palazzo. È una sarta: taglia la stoffa, confeziona abiti per le donne e cuce l’orlo ai pantaloni dei mariti. Stira. Rammenda. Ha sempre il centimetro al collo e due spilli in mano. Piega tutto per bene e ripone i vestiti nella carta velina che sa di lavanda. Lei invece odora di candeggina. Continua a leggere

La stanza di luce

scritto da Sharon Vanoli

Fingevo di leggere i dorsi dei libri sulle mensole sopra la mia testa quando Saverio mi rivolse la parola. Lo avevo visto arrivare – la sua sagoma alta e magra dall’altro lato della sala, le mani in tasca, lo sguardo gentile. Si era fatto vicino poco a poco. Io lo seguivo furtiva girando la testa con rapidi scatti. Fu fermato più volte lungo il percorso. Profili che non riconoscevo, a parte un paio di professori, suoi colleghi. Lui rispondeva ai saluti cordiale, poi si scostava stringendo le mani senza fretta, l’aria un po’ impacciata. Aveva per tutti quel suo sorriso religioso. Mi spiazzava sempre: nella mente citavo a memoria la frase di un romanzo, girata al maschile: c’era in lei la nobiltà spontanea degli animali, dei bambini, o dei primi abitanti del paradiso.
Quando mi fu alle spalle non seppi fingere sorpresa, mi imbarazzai, sorrisi e basta.
«Sei qui da sola?» chiese.
Proprio allora avvertii nell’aria un’aroma salato, di forno caldo. In un brusio festante osservai la gente avanzare a piccoli gruppi verso la sala laterale. L’aperitivo era stato servito, dunque. Mi sposterò anch’io, come tutti, in direzione di quella sala? Saprò parlare con gesti disinvolti con chi mi si pone vicino, mentre prendiamo qualcosa al buffet, con un bicchiere di vino in mano? Mi chiesi questo; ma già sentivo dentro di me brutti pensieri, voci cattive, bisbigliavano qualcosa: starai male-sarai d’impaccio-sognerai un rifugio-tornare a casa-contando i minuti. Come si scongiurano le paure di tutta una vita?
Saverio mi osservava con i suoi soliti tratti lieti. La sua calma mi rassicurava.
«Ora sì. I miei compagni se ne sono andati dopo la conferenza».
Prese a parlare con un tono di confidenza che non si era mai concesso in precedenza, forse spinto dal contesto. E parlando con la mano fece cenno di avviarci, anche noi, verso la sala servita.
Fui subito sola, di nuovo. Non appena adocchiai un gruppo di professori puntare dritto verso di noi – insegnanti di filologia, come Saverio – filai via quasi senza salutare. Li conoscevo tutti quanti ormai, i loro lavori di ricerca, i dottorandi che avevano sempre tra i piedi. Proprio uno di questi, Luca, un pomeriggio di torpore in biblioteca, mi aveva detto: c’è questa conferenza, vieni con chi vuoi. Ma da studentessa non ho mai saputo vivere con agio il mondo accademico – mi calava addosso ogni volta, in prossimità dei professori, un sentimento osceno di insignificanza, di ottusità della mia figura.
A lezione invece andavo volentieri. Ascoltavo, prendevo appunti, ma parlavo poco – sopportavo male la fiumana chiassosa degli studenti. Come una raminga taciturna e spaurita, entravo e uscivo dalle aule senza farmi notare, prendevo posto tra le ultime file e sussultavo ogni volta che mi veniva il timore di essere scelta dall’insegnante per rispondere a una domanda. Soltanto in certi giorni di euforia mi prendeva una voglia di parlare che mi rendeva tutti gradevoli e mi inserivo allora con piacere nelle discussioni degli altri.
Perché sono venuta qui, pensai con astio, avevo l’impulso di correre via dalla sala. Dalle grandi vetrate guardai il cielo nero sopra la città vibrante di luci. Anche nel buio della sera si intravedeva il livore delle nuvole, dense di pioggia – tra quanto avrebbe cominciato? Poi una voce mi arrivò dalle spalle.
«Sei sempre assente. Non nasconderti».
Luca. Mi voltai coprendomi la bocca con la mano, masticando. Lo salutai con un cenno del capo. Ci scambiammo le solite domande, le solite risposte. Non persi mai di vista il grosso libro che teneva appoggiato al petto. Che ci fai con quello, chiesi.
«Questo» disse piano, picchiettando le dita sulla superficie della copertina rigida «è qualcosa di illuminante; qui dentro si spiega molto bene il principale difetto della narrativa contemporanea. Vale a dire la mancanza di audacia, di prospettiva in grande. Ormai gli scrittori raccontano solo storielle, romanzi di centinaia di pagine su vicende private, insignificanti di personaggi insignificanti. La narrativa si è persa nel piccolo, nella piccola voce del singolo. E ha perso il suo potere».
Mentre parlava teneva i suoi piccoli occhi chiari fissi nei miei, ma senza che io ne ricevessi un senso gradevole di dialogo, di condivisione vera. Parlava senza prendere fiato, senza interrompersi per chiedere il mio parere. Non gliene importava niente – era chiaro. Parlava rivolto a se stesso – lo vedevo bene. Non è quello che facciamo tutti, forse, in una certa misura? Quante volte mi sono sorpresa, pensai, a cadere anch’io, senza volerlo, in questi toni autoreferenziali e compiaciuti. Ma in quel momento mi mancò l’energia di fare da specchio alla vanità di Luca, tagliai corto con la scusa di dover salutare qualcuno e mi allontanai dalla vetrata.
Guardai con discrezione intorno a me. La sala mi sembrava sempre più piena, si gonfiava. Di nuovo frenai la frenesia delle gambe che volevano andarsene. Saverio dov’era. Tra i corpi in completo blu, in completo nero, e le mani che flettevano nello spazio della sala stringendo calici tremolanti, intravidi il suo profilo. Lo sguardo a terra, assorto – comunque radioso. Proprio come allora, nel giorno del nostro primo incontro, quando trafelata avevo varcato il portone dell’università, avevo attraversato il cortile interno dirigendomi verso il dipartimento della mia facoltà per presentarmi al primo colloquio con il relatore di tesi, in netto ritardo. Ero salita su per le scale di corsa fino al pianerottolo del secondo piano. Nell’atrio di attesa non c’era nessuno; con un gesto irriflesso della mano mi ero asciugata svelta la fronte dagli accenni di sudore. Mi ero avviata verso il corridoio dove si trovavano le aule di ricevimento, sforzandomi di calmare il respiro – sentivo ancora sulla pelle il tepore della corsa di prima. Avevo percorso il corridoio lentamente, scorrendo le targhette affisse sulle porte che indicavano i nomi dei professori. L’ultima porta era aperta. Mi ero sporta appena, sull’uscio, per vedere se dentro ci fosse qualcuno. Veniva dalla finestra una luce limpida e tanto accesa da inondare l’aria della stanza, abbagliarmi la vista. Un professore che non avevo mai visto, chino sui suoi libri, aveva alzato lo sguardo verso di me. Io avevo distinto soltanto, in modo vago, fra tutto quel chiarore, i contorni del viso e la fronte alta da cui partiva un ghirigoro di capelli scuri. Riceve qui Tagli, avevo domandato.
«Oh, sì, sì! Arriverà tra poco, gli dirò che lei l’aspetta» aveva risposto, quasi balzando dalla sedia, in un moto di gentilezza vivissima ed esultante che gli aveva riempito il volto – gli occhi, il sorriso – della stessa luce gioiosa che già colmava la stanza. Avevo ringraziato, ero uscita. La suggestione del momento mi aveva stretto la gola, confuso la pancia.
E così la stanza di luce era diventata il mio appuntamento settimanale con il suo corpo leggero, il suo volto serafino. E a primo impatto così brutto – lineamenti allungati che gli conferivano una forma eccessivamente smunta; il naso lungo, irregolare, un po’ schiacciato alla radice; le labbra pallide e appena visibili, incartocciate dai baffi e dalla barba che, a differenza dei capelli – castani – assumevano sfumature rossicce. Il sorriso appena accennato e gli occhi – un’apertura calda color miele di castagno – piegati dall’espressione lieta e ingranditi dalle lenti degli occhiali, esprimevano però sempre lo stesso sentimento di sfolgorio raggiante. Dal suo viso emanava un riflesso di bontà infantile, tutta interiore. Il suo viso era uno sfregio di grazia.
Vidi Saverio farsi impaziente, in un gruppo di docenti, di nuovo stringere mani. Agitava le gambe secche e ossute da bambino minuto, di una magrezza estrema che mi pungeva in viso ogni volta. Voleva andarsene, intuii. Avrei voluto dire: rimani, la tua presenza mi tiene insieme, tiene ferma la sala – il vino a stomaco vuoto e la debolezza mentale mi davano pensieri esaltati.
Ripensai alle parole di Luca. Sei sempre assente. Io vivo nell’ovatta – devo andarmi a prendere in fondo a me stessa, ogni volta, per andare dagli altri. Aprire un varco nel torpore. Cercare le parole in fondo alla gola, cavarle fuori. È dura risalire, è dura ridiscendere. Ma nell’assenza non schivo un dettaglio. Senza sosta vigile, succhio ogni cosa – dalla mia distanza.
Di questa distanza mi sono ammalata. A sedici anni, nel giardino arso dal sole di una casa affittata al mare, il mio primo attacco dissociativo. La mamma e il papà erano andati a passeggiare sul porto. Seguendoli con lo sguardo, avevo contato tre minuti dall’attimo in cui li avevo visti superare il cancello. Poi mi ero accovacciata ai piedi dell’albero di limone e avevo acceso una sigaretta. Chissà perché, mi era venuto da piangere. Una scossa nervosa lungo la schiena, la testa di colpo intorpidita. Poi il corpo mi si era fatto irreale. Sentivo le mani e le braccia desensibilizzate, rallentate e attutite e pesanti – si muovevano nell’aria come in certe acque dense di lago. Le alzavo di fronte al viso e non capivo: di chi sono queste mani? Scoprivo nel mio corpo un’energia nuova, deformata, più viva e più cattiva, che attraverso quei torpori pareva comunicarmi un segreto, ma a me giungeva soltanto un’eco sommessa, come di voce subacquea che fa vibrare l’acqua, ma non sa portare parole. Chiedi aiuto, avevo pensato. Mi ero voltata verso il cancello – ero inorridita. Non era vero quel cancello, e la strada deserta oltre il cancello, mamma e papà a passeggiare sul porto e il mio corpo di scafandro – tutto si era dileguato regredendo allo stato di delirio sognato.
Perché vuoi scomparire? La psicologa del liceo mi guardava paziente con i suoi grandi occhi tondi. Sei così sconnessa dal mondo e dalla realtà – aveva detto – che la tua mente ha bisogno di raccontarsi bugie: non è reale il corpo, non è reale quello che mi circonda. Attraverso gli attacchi cerchi di illuderti di non esistere, per rendere tutto più sopportabile, e allora, andiamo a fondo, cerchiamo di capire: perché vuoi scomparire?
Tornai con il pensiero alla sala frastornata di voci, il cuore iniziava a tamponarmi il petto. Dovevo andarmene. Appoggiai il bicchiere vuoto sull’orlo di una tovaglia e puntai dritto verso la porta di uscita. Feci in tempo a vedere Saverio, per l’ultima volta, a una decina di metri da me. Forse guardava nella mia direzione, non capii, i contorni delle cose tremolavano. Forse avrebbe voluto salutarmi, accompagnarmi a piedi fino alla stazione parlando stretti sotto lo stesso ombrello. Ma già ero fuori dalla sala. Giù per le scale, e poi nell’atrio al piano terra. Avvertii un forte odore di pulito, nell’ultimo tratto, appena prima di uscire, che mi impregnò le narici. Non so perché mi ricordò subito l’aroma potentissimo, davvero inconfondibile, dell’ingresso di casa di una mia vecchia zia francese. Vorrei saperlo descrivere ma non riesco: inizialmente acre, come certi detersivi che pungono il naso, si faceva poi in fretta aromatico e avvolgente – lo associo mentalmente alla vaniglia.
Una volta in strada mi calmai. Camminando sotto una pioggerella di fine ottobre mi lasciai andare a riflessioni languide e assorte. E così Saverio sarebbe volato a Londra a tempo indeterminato. Aveva ricevuto un’offerta, vincendo un concorso, per poter studiare manoscritti ancora inesplorati, qualcosa a che vedere con la musica medievale. Luca me l’aveva detto. Avrei dovuto lasciare Saverio allo stato di abbaglio nella stanza di luce, e invece l’avevo osservato, spiato, – con i miei occhi nascosti – l’avevo celebrato, per mesi, sempre ai margini della sua vita. Quante volte mi ero chiesta: dove vive? E sempre mi ero figurata un appartamento agli ultimi piani di un palazzo grigio, all’incrocio tra due strade. Da solo? Forse con la madre già anziana – così me l’ero immaginata. Del resto lui non poteva avere meno di trent’anni – trentacinque, avevo poi saputo. Che libri leggeva, quale musica? Quali donne? Forse, uomini? Avrei voluto che i tetti, i muri delle facciate, i muri oltre i muri, cadessero giù a terra e lasciassero vedere ogni cosa. Perché non possiamo rivelarci l’uno all’altro, qui e ora, senza bisogno di parole, e sopraffare la casualità – così allucinante, a pensarci – degli incontri, la fatica del dialogo, della formalità e il suo vuoto di parole?
Luca avrebbe riso, sì, dei miei vagheggiamenti da bambina. Ma io non ho mai saputo – voluto – impedirmi di stemperare la curiosità con la fantasia. Luca avrebbe detto: ti perdi nel tuo piccolo, nei tuoi piccoli stupidi problemi. È vero. Vorrei tanto avere un’altra voce – ma ho questa. Però le voci qualche volta sanno alzarsi. Si uniscono alle altre, in coro, e nasce un nuovo suono. Questo, forse, fanno le voci dei libri: si alzano. Questo avrei dovuto rispondere a Luca. E poi anche: tu non sai che cosa significa vivere con una voce di sirena malata nell’orecchio.
Quando raggiunsi la stazione aveva smesso di piovere. Dal binario osservai, oltre i fili elettrici delle ferrovie, la città in lontananza bagnata dalla pioggia accendersi delle luci della sera. Un acquerello sbavato, puntinato d’oro. Poi puntai lo sguardo contro i fari del treno in arrivo lasciando che la luce mi ferisse gli occhi, ma felicemente – come una benedizione.
Il treno mi si parò davanti e a fatica salii sulla carrozza stipata di corpi schiacciati l’uno contro l’altro. Il tepore pesante dei fiati mi riportò alla realtà.

Queste oscure materie

scritto da Dario Picchiotti

Del 1998 ricordo la traversa di Di Biagio contro la Francia, la pizza e il Topolino dopo il catechismo del sabato, le serate passate a leggere i Piccoli Brividi.
E poi il mutuo: il mutuo lo ricordo più di ogni altra cosa.
I miei iniziarono a parlarne che stavamo per trasferirci in una casa più grande perché mia madre era incinta. In quel periodo l’attesa del mutuo aveva monopolizzato ogni angolo di conversazione, ogni movimento. Continua a leggere

Voci dal crollo

scritto da Camilla Marchisotti

Luogo dell’azione: Un qualunque palazzo
Tempo dell’azione: Ieri, oggi, forse anche domani
Personaggi: La Sig.na Lingua (in absentia)
La madre, Sig.ra Parola
Gli inquilini
La portinaia e suo figlio

La signorina Lingua, -ina perché con corteggiatori molti ma malgrado tutto ancora da sposare -, per gli amici solo L., dal sesto piano urla “Ed io non posso più esser io!” prima di buttarsi di sotto a capofitto, come se giù avesse da trovare un mare e invece c’era solo il pavimento dell’androne, nessun divino amico più l’afferra.

“Si è buttata o l’hanno spinta?”, sussurrano le malelingue del quinto, le protolingue degli altri, gli inquilini ricchi, quelli dei piani e dei registri alti, che sono i soli rottami possibili adesso, detriti fonici post-mortem. Non sanno che sono caduti anche loro con lei: morta la figlia sono orfani di senso, e a nulla varranno gli altisonanti sostantivi in -zione, scudi di fumo. Continua a leggere

Tre macchie

scritto da Filippo Rosso

E mogge di maiæ no son né vidue né maiæ… Un matrimonio combinato che avrebbe voluto dire rimanere vedova qualche anno più tardi – lui era rimasto schiacciato da una trave di acciaio nei pressi dei Finger Lakes – lei non l’aveva mai accettato. Ultima volontà di suo padre, sul letto di morte. Aveva seguito controvoglia il fratello a Rochester, tenendosi stretta il suo cognome di ragazza, nel maggio del 1902.
Quando il telegramma li aveva avvisati dell’incidente all’acciaieria, lei era scoppiata a ridere e il fratello le aveva rifilato uno schiaffo che l’aveva fatta cadere per terra. Continua a leggere

Il cono

scritto da Andrea Tagliaferri

La psicologa ha i capelli color cenere appallottolati in un crocchio stretto. Al collo una collana di fili d’ambra baltica e un completo di lino celeste smanicato avvolge la sua pelle grinzosa e piena di macchie color sughero. Anche le mani incrociate sul ginocchio accavallato sono disegnate da mega lentiggini con la forma di chicchi d’uva stirati a terra. La sua voce è grave con striature acide che si addensano nella mia testa. Dice «c’è Aida,» prima con le mani mima la forma della sfera, poi distende il palmo della mancina e continua «prima c’è Aida, dopo la sua malattia, non il contrario. È così che dovete vivere la cosa.» Annuisco tipo palletico e penso che sì, ha ragione, non ci avevo pensato. Le sue parole mi confortano regalandomi una prospettiva nuova. «Dovete vivere giorno per giorno, pensare all’oggi.» Continua a leggere

Due novembre

scritto da Natalia Guerrieri

La fila di zucche appoggiate sul muretto tra le due fattorie sprofondava sotto la pioggia leggera ma continua che assillava la Bassa dalla sera prima.
Sembravano facce di spiriti dispettosi, determinati a sghignazzare fino all’ultimo istante prima di sciogliersi, nonostante l’assillo dei moscerini e delle muffe e l’acqua che imputridiva le morbide bucce arancioni. Di una di esse non rimaneva che il coperchio, come se il resto si fosse dissolto nell’impatto con le pietre e la calce sottostante a seguito di un incidente.
La scena di un crimine, pensò Chiara per un istante, rigirandosi quel trito e televisivo accostamento di parole in bocca. Non riuscì però a sorridere, nemmeno per un momento. In quelle fattorie abitavano bambini. Continua a leggere

23-17

scritto da Francesca Astarita

Qualcuno che si trovi a guidare davanti a quella fermata del bus non farebbe caso a loro. Un passeggero, in quella stessa automobile, registrerebbe solo distrattamente la loro presenza. Probabilmente l’unico modo per vederli sul serio sarebbe attraversare la strada e guardare dritto nella loro direzione, e anche in quel caso ci vorrebbe attenzione. Continua a leggere

Il salto

scritto da Vincenzo Liguori

Tutto si poteva dire di Bernard tranne che avesse un corpo atletico e abituato agli sforzi dello sport. La sua muscolatura era il calcolato risultato della sedentarietà, di anni trascorsi alla ricerca di poltrone accoglienti, di giacigli comodi e appartati. Bernard era alto, con pochi capelli e occhiali da miope che non toglieva nemmeno per dormire, giacché dormire, per Bernard, era un modo come un altro per distendere la sua sottile e liscia muscolatura da rettile. Tuttavia Bernard anelava di saltare, desiderava, cioè, compiere balzi improvvisi, movimenti repentini in quel modo non comune, diceva, di spostarsi da un posto all’altro staccando completamente i piedi dal suolo. Eppure Bernard non lo aveva mai fatto, non aveva mai spiccato un salto deciso e imponente. Egli, come la maggior parte degli uomini, aveva elaborato soltanto una comune camminata da passeggio o, al massimo, aveva compiuto passi lunghi per superare pozzanghere, per evitare scalini imperfetti, per scendere dal bordo alto dei marciapiedi, azioni, insomma, che rientrano nei naturali e umani processi di adattamento all’ambiente e che persino un bambino deve imparare il più presto possibile per farsi strada nel mondo. Continua a leggere