L’ultima notte del Texas Pub Motel

scritto da Chiara De Cillis


C’è chi dice che il Texas Pub sia apparso da un giorno all’altro, luminoso come un’astronave in mezzo ai campi di granturco. La notte prima c’era solo un misero distributore di benzina e quella dopo code di ragazzi al bancone del bar. Nessuno sa quando esattamente sia stato costruito e in che modo, né si sa quale vetraio clandestino abbia soffiato le immense finestre o quale talpa abbia scavato il foro del seminterrato: esiste ed è sufficiente. Ci si va dal paese coi motori o con le macchine, per chi ce le ha, e non ci si mette neanche troppo. Si becca il gruppo là, davanti al porticato, e poi si entra.
«Porta pazienza» mi dice Aldo, tracciando una scia chimica con la punta del mozzicone, prima di affogarlo nell’acquetta-piscio al fondo di un bicchiere che usiamo come posacenere. Sul bordo del bicchiere la plastica si è sciolta in aperture circolari, per il medesimo principio alla base dei buchi sui nostri vestiti. Qui, nello scantinato del Texas, tutti hanno almeno un buco sulla maglia e c’è chi è riuscito persino a bucarsi le scarpe, chi le braccia.
Sfrego il gessetto sulla punta della stecca, per inerzia, accompagnando ai gesti una certa noia. Non stiamo più giocando e in realtà non abbiamo neppure mai iniziato, perché stasera va così, si fanno due tiri a caso, steccacciamo.
C’è pure quella befana infima di Rita, seduta alla panca vicino all’entrata del cesso. Si è messa questa camiciona a quadri di suo nonno e niente più, soltanto quella. Toffy, gonfio di croccantini e croste di pizza, dorme ai suoi piedi e ha smesso di tentare di scoparsi la mia gamba già da un pezzo, da quando, matto io, l’ho spaventato a morte abbaiando e ringhiando, saltando come un ossesso. Pareva gli avessero fatto la permanente al pelo, sul culo e sulle orecchie, tutto retto e riccio com’era, la coda inesistente tra le zampe. Povero Toffy, invidiato da tutti noi cani repressi del dopolavoro, povero Toffy.
Raduno le bilie sparse sul panno e le sistemo a triangolo. Aldo non si fa più domande, è già la decima volta che lo faccio. Voglio che i lati siano perfettamente uguali, così che la figura risulti simmetrica, con la palla otto al centro del poligono. Preparo il set, infine sistemo la bilia bianca poco distante dalla sponda opposta del tavolo. La quiete e l’ordine sul piano, prima del tiro, placano il flusso d’aria nella stanza.
«Ho aspettato abbastanza» dico, «basta così, no?»
Basta così, dico, come dal salumiere. Due etti di prosciutto, la mano che accarezza il panno, un etto di salame e spacco. Spacco: il primo tac della stecca contro la bilia e il successivo tac-tac-tac-tac della bilia contro la bilia contro la bilia contro la bilia. Secondo la teoria degli urti, affinché una reazione avvenga, occorre che si verifichino contemporaneamente ben tre condizioni. La prima condizione è che le palle del biliardo urtino tra loro, la seconda è che le palle che urtano tra loro siano correttamente orientate, la terza è che io sia sufficientemente violento.
«Questa è fisica, babe!» sussurro a Rita, dandole un bacio a stampo prima di andare a pisciare, fatta la lezioncina di cui sopra a tutti. Sono un gradasso, questo penso, mentre sulle pareti del vespasiano le mie tre birre s’infrangono e colano. Eravamo in classe insieme, io e Rita. Aldo no, era un anno avanti, è sempre stato un anno, un passo avanti a noi altri. Ha insomma tutte le carte in regola per diventare, da vecchio, un gran rompicoglioni. Le mattonelle dei servizi sono di un celestino che ferisce gli occhi e sa di un brutto sogno o di un abbaglio mistico, interrotto di tanto in tanto dalla visione di un tossico abbandonato a se stesso e di una pera esaurita sul pavimento.
Rita ce l’ha sempre avuta la passione per i cessi, sia alle medie che al liceo, era sempre al bagno o in prossimità di quest’ultimo. Io andavo a trovarla, entravo in quello delle ragazze con la sua autorizzazione – era la massima autorità in carica, la magica Rita – e prendevamo presto a limonarci contro i lavandini, con tale foga da farne schizzare l’acqua, bagnandoci per scherzo o per fisiologia.
Strappo qualche foglio di carta assorbente per asciugarmi le mani, qualcuno mi osserva:
«Dicono che te ne vai.»
«Chi lo dice?»
Attendo la risposta seduto sul piano dei lavabi e mi trasformo nel quinto rubinetto incastonato alla parete, la testa di ferro e il corpo di ceramica. Mi mimetizzo.
«Ho visto tuo fratello, ieri» ha la voce di una radio che non capta il segnale «era con Nico.»
«Quei due sono sempre incollati.»
«Allora, è vero?»
«Magari se la intendono.»
Rita è in piedi di fronte a me, se ne sta dritta sul punto più basso della stanza, in corrispondenza della bocchetta di scolo. Se potesse, si scioglierebbe e in una corrente andrebbe giù per le tubature, fino alla fogna e poi non so dove. Il camicione di suo nonno è sbottonato e lascia intravedere il seno, costituito da un paio di bilie non prosperose, ma sode e perfettamente sferiche. Non copre le cosce, il tatuaggio con la madonna messicana che le parte dall’inguine e le arriva al ginocchio è la sua ennesima preghiera blasfema.
«E dove vai?»
«Dove vuoi che vada?» stuzzico col pollice la rotella dell’accendino. «Via.»
La pietruzza del meccanismo d’accensione si incastra e la rotella non gira più. Nessuno di noi due ha il coraggio di aggiungere altro, si sente solo la cronistoria della finale di calcio mandata in onda di là, nella sala col biliardo. Stiamo perdendo, uno a zero, si spera in un recupero al secondo tempo. Mi rendo conto solo in questo istante di quello che si va dicendo in giro e che io per primo ho detto a chiunque mi capitasse a tiro: me ne sto andando.
Rita mi si avvicina e ha un’espressione che non riesco a decifrare, a metà tra le deformazioni della rabbia e un impeto di strazio. Ho sentito che adesso si fa pure pagare e non so se sia peggio questo o il calcio nelle palle che lei stessa mi ha sferrato in un pomeriggio assolato, qua fuori, nel parcheggio del Texas. Quindi penso a Mario, il meccanico che mi ha salvato il motorino, che le infila un cinquantone nell’elastico delle mutande, poi penso ai peli sulle sue dita callose. I soldi sono la cosa più sporca del mondo, lavati le mani, mi diceva mamma, lavatele bene e dopo puoi mangiare. Quelli come Mario mica se le lavano le mani, di fatto l’hanno sporcata tutta la sua pelle, tanto che ormai fa odore cattivo, di marcio, e non le pulisci più certe macchie d’olio per freni.
«Hai cambiato dopobarba» mi dice, «non so, sai, se mi piace.»
Ha i capelli sporchi, le doppie punte evidenti. Non posso fare a meno di notare i più minuscoli dettagli di rovina, che sono i segni dell’immenso spreco d’energia e dell’immeritato amore che ci ha dato. A tutti quanti noi l’ha dato. Rita la magica! Che si possano scrivere un giorno centinaia di poemi sulla sua persona e sopra al grande dono che ha concesso al nostro sozzo mondo e a questi quattro sfigati. Che si possa cantare fino a perdere la voce, attorno a fuochi d’estate, la sua chioma corvina e le ciglia lunghissime, liane cui tutti si sono appesi, a turno, fino a strapparle le lacrime.
Basta così, vorrei dire anche a lei, non sarò io a salvarti.
«Non mi importa» sussurro, issandomi e schivandola per tornare di là.
Abbandono quindi, sotto l’algida luce del neon, muta come un cadavere all’obitorio, l’unica donna della mia vita. Potrei inciderle il petto, spezzarle le ossa, comunque lei non fiaterebbe. Latrina del Texas Pub, strada statale sedici, ora del decesso: 22.30. Occorre riconoscere il buco nero, a volte, e mollare la presa, dire basta così. Ammettere i propri limiti.
La pizza al padellino che avevo ordinato è già stata mangiata e non da me, ne restano solamente le scorzette dei pomodori e l’unto dell’olio nel tegame. Si sono aggiunti, attorno al tavolo da biliardo, Antonio, Filo e Massimino. Antonio si è vestito a mo’ di deficiente, con una giacca da contrabbandiere e sandali di gomma. Conosco il film a memoria, potrei di già prevedere il commento di ognuno, o la prossima mossa. Aldo si accenderà l’ultima sigaretta del pacco, Filo farà cadere, con un colpo di stecca, un boccale e, per concludere, Massimino sproloquierà sulla resa del grano o su una nuova semente Monsanto. Intanto si farà sempre più larga, nel bicchiere dei mozziconi, la spaccatura che scava la cenere, e l’acqua sempre più nera e stagnante. Se non fosse per la spessa cappa di fumo e per l’odore stantio degli ambienti, si direbbe che anche nel tetto del Texas un buco enorme si sia spalancato e che, dallo scantinato, quei gran tizzoni umani di fessi di provincia salutino le stelle, completamente bruciati e dimentichi di quanto buona sia l’aria di fuori.
«Le cose stanno cambiando, ti dico,» ripete Aldo, fino a sfinirsi, pur di convincermi «porta pazienza». Si piazza al mio fianco, tanto vicino da lasciare che le nostre spalle si tocchino. Le braccia conserte, tiene una posizione ambigua, in bilico tra il broncio di un bimbo in castigo e la fermezza di un uomo al patibolo. Il suono delle sue frasi mi prende di lato, impastato al cicaleccio dei clienti. «Sul serio, che vuol dire che te ne vai?» chiede ancora. Aldo, Aldo, Aldo, compagno mio del cuore, amico mio, me ne sto andando e porta tu pazienza, ché ne avrai bisogno.
Toffy, il cagnetto di Rita, le salta in grembo quando lei riemerge dal bagno e, matto io, vorrei essere al posto di quell’inutile belva, scodinzolare e leccarmela tenero mentre m’accarezza. All’improvviso un boato invade il locale con la forza di un tuono o di un terremoto, abbiamo segnato: è pareggio. Tutti si stringono, brindano, battono i pugni e sghignazzano, rianimati da un’onda blu di patriottismo e rinnovata fiducia. Non vinceremo i mondiali, no, ma l’importante è non far così schifo. Ciò che conta è che ci sia sempre qualcosa o qualcuno di peggio e, anche se così non fosse, anche se andasse malissimo, la speranza non cambierebbe mai rotta, qui no, non si molla.
Le cose stanno cambiando e possono solo andar meglio: «Si chiude una porta e si apre un portone, è così che funziona» dice Massimino e mi stupisco di quanto ci creda davvero, mentre trangugia un amaro tranquillo e porta incenso alla chiesa del Texas, profeta. Accanto a lui fa eco Filo, smilzo all’inverosimile e scuro dai campi, simile quasi a una statua di creta. 
Come lui e come loro sta immobile e sempre uguale a se stesso il gran Texas Pub Motel. Mistico luogo e tetra fortezza, assomiglia a una Mecca in quel mare di spighe. La notte prima c’era solo un misero distributore di benzina e quella dopo code di ragazzi al bancone del bar: ho sempre avuto il terrore dei fantasmi.
Varco la soglia in uscita e, approfittando del caos dei rigori per evitarmi gli addii, mi dileguo a passi svelti verso il motore. Alle spalle una porta si chiude con minaccioso scoccare di stipiti.Lungo la statale romba la notte e, una alla volta, si schiantano farfalline sul parabrezza, mentre io do gas e filo liscio, lontano dal Texas Pub, dal mausoleo dove ho sepolto i compagni. Di fronte a me, ovunque corra la strada, non si apre nessun portone: esisto ed è sufficiente.

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