Due pozzi

scritto da Edoardo Piazza

Due pozzi ci sono, vicino a scuola nostra, come a dire il Bene e il Male, e avanti così.
Due pozzi di roccia e tufo, e pezzi di laterizi romani, e fanghiglia, radici e nodosi rami selvatici, difficili da ammaestrare per i giardinieri.
Due pozzi profondi uno spazio e un tempo di distanza, nella cavità sparita del sottosuolo misterioso, con liane e piante e vegetazione d’ogni sorta, nel bosco sul viale che portava alla scuola.
Due pozzi come a dire: «Qui ci metteremo il Bene, e lasceremo aperto per andarci a vedere quando vogliamo. Di là il Male, e chiuderemo forte, ogni volta che ci spingeremo sotto quello che non va».
Tubi che scendono antichi nel profondo, dove la terra inghiotte la vita, fa sparire gli eventi, annebbia la vista e gli altri sensi.
Bimbi eravamo allora e siamo ancora, e così decidemmo: «Quello che vedremo andrà qui o là, a seconda di come ci sembra, di come lo sentiamo, di come sarà».
Tre eravamo noi bimbi: io, Gipsy e Bambù, e non ci separerà mai nessuno sotto questo cielo blu.
Venne la meningite per prima alla scuola, si portò via Adalberto un pomeriggio di tempo pieno, dopo che a mensa avevamo mangiato zucchine ed eravamo nel laboratorio di chimica a fare le prove con le provette e i microscopi, a scrutare sotto la gonna della maestra Claudia, così magra e giovane e bionda, con gli occhiali sensuali e le calze a righe bellissime.
Quando suonò la campana e ce ne andammo, ci fermammo ai due pozzi, prendemmo la meningite nella nostra testa tra i pensieri, la passammo sulle mani e pesava, la gettammo nel pozzo del Male e chiudemmo. Forte, molto forte, come mio fratello chiude le manopole del lavandino e io non riesco ad aprirle e a lavarmi le mani. Scese in fondo la meningite, «Cazzi suoi» dicemmo, per noi era finita, sprofondata laggiù.
Gipsy abita in una roulotte con la famiglia: una mamma, un papà e una sorella.
Bambù abita in una capanna sotto la tangenziale, senza papà, solo con mammà e un cane: Bijou.
Io sto alla scuola, mio papà è il custode, mia madre fa le pulizie, mio fratello è un cuoco dell’istituto, ha ventuno anni e i brufoli, e la faccia butterata ché si è grattato troppo, gli dicevano così. Ora col sapone sta migliorando, si mette la gelatina e fa il fico con le mamme degli alunni all’uscita, e io mi vergogno per lui.
Anche i brufoli di mio fratello li ho gettati nel pozzo cattivo per non averli mai, insieme al mare che ha inghiottito il padre di Bambù e al barcone che lo portava in Italia. «Giù il barcone» pensai parlando mentre scendeva, e richiusi che meglio non si può.
La prima cosa che gettammo nel pozzo del Bene, si badi bene col pensiero e sarà sempre così, fu la fisarmonica del padre di Gipsy, che si gonfiava e sgonfiava suonando note sui marciapiedi. “La musica andrà qui» confermavo io indicando il pozzo buono, «E ci metto pure la maestra Claudia, ché mi fa brillare gli occhi e mi sento tutto strano dentro quando la vedo, strano che fa piacere, che fa musica dentro di me».
«Nel Bene ci metteremo ora e ci lasceremo sempre le nostre famiglie, ché gli vogliamo tanto bene e loro a noi, e questo sarà per oggi e anzi col tempo aumenterà ancor di più, e saranno le nostre certezze, i nostri appoggi, la nostra bussola e rotta sempre vicina» scandì Bambù.
La mamma di Gipsy porta gonne arcobaleno e stivali bassi di pelle nera col tacco di gomma consumata e collane di perla vera e finta, coralli veri e finti, camicette aperte sul petto coi bottoni ambrati e suona la chitarra, e l’uovo sonoro, le maracas, e ha le espadrillas e gli occhi verde chiaro sulla pelle d’olio d’oliva e terra arata. Il papà di Gipsy ha un grande pancione e i baffi bagnati dalla birra fresca, il crocifisso d’oro attorno al collo, eredità del nonno. La giacca da sera e concerto la porta scura, i capelli disordinati come se ci fosse sempre vento sopra, faticosamente domati con continue pettinature. La sorella di Gipsy è bella, come fosse la maestra Claudia però dell’età mia, quindi ho molte più chance per fortuna.
Le botte che le diedero una sera per strada quando la incontrarono in giro con le rose, le mettemmo nel pozzo del Male, io in particolare ce le spinsi con tutte le energie, ché facevano più male a me che a lei. La vendetta che volevamo prenderci nei confronti di chi la ridusse così non la gettammo, decidemmo di aspettare, «Ancora dobbiamo capire se è bene o se è male» dissi a suo fratello scrutandolo a fondo e dandogli del tu.
Bambù infatti mena, ha un fisico possente per quelli della nostra età, è come se fosse già definito, è alto, grosso, può litigare persino con quelli del liceo, potrebbe dargli una lezione lui.
La via che porta alla scuola al mattino, bagnata di rugiada, sembra un torrente, ghiaiosa e fresca, sembra che i pesci ci corrano e le canoe ci passino con la fatica di vogare. Il bosco è calmo, emana odore di muschi e cespugli, di putredine vegetale schiacciata dai passi sulle pozzanghere, di melma. Il bosco è verde, il mio colore preferito, quello degli occhi della famiglia di Gipsy, quello della speranza della famiglia di Bambù. Io sono calmo quando ci passo, e vedo immagini di cascate e ricordi di incisioni sulle cortecce e raccolta di pigne e pinoli. Il bosco è casa mia.
Quando mi venne la varicella la gettai nel pozzo del Male, così come gli orecchioni di Gipsy e la febbre di Bambù. Quando stavamo meglio andammo a gettare la salute nel pozzo del Bene, più in superficie possibile, in modo tale da poterla ritrovare al più presto.
L’aula di scuola è piccola, è gracilina, sembra inferma, malata e non curata dai pochi fondi che le arrivano. La lavagna è corrosa, i gessi masticati, il cancellino sventrato dai continui attriti. La finestra fa le bizze per aprirsi al sole e il termosifone non va. Gli attaccapanni sono riattaccati tra loro coi chiodi, il portaombrelli è bucato sotto e perciò quella mattonella è più gialla delle altre. I neon funzionano alternati: un giorno sì l’altro no.
Per fortuna che c’è Claudia che fa sparire tutto e io vedo solo lei con le labbra divine che parla e illustra e ci spiega. Quando Claudia si fermava alla fine della lezione a piangere perché il figlio era molto malato e il marito soffriva più di lei, noi raccoglievamo le sue lacrime e le andavamo a gettare nel pozzo cattivo. Quando riuscivamo a farla ridere e a distrarla come sanno fare i bozzoli degli uomini che sono semplici e spontanei, raccoglievamo i sorrisi e li portavamo al pozzo opposto insieme alle gioie delle nostre mamme quando prendevamo buoni voti, quando consegnavamo la pagella positiva, quando vedevano i nostri progressi.
Lia, la sorella di Gipsy, ha gli occhi grandi, puliti e profondi, fino alla fine delle cose. Occhi sui fondali del mondo. Ha la faccia dolce e premurosa, vuole fare la dottoressa. Lia ha i capelli che profumano di donna in costruzione. Gipsy mi ha dato l’autorizzazione ad amarla, per ora in maniera distaccata, poi chissà. Non voglio portarla nel Bene, desidero tenerla per me.
Di contrasto, da buono e pavido che ero, sto prendendo maliziosità, sto schivando i colpi del nemico quotidiano con l’aiuto dello scudo di Bambù, della mano di Gipsy, della mia armatura. Schivo il branco bianco dominante che vuole schiacciare il nero e lo zingaro e me: il meticcio venduto, schifato, mischiato. Schivo i colpi e colpisco, con mani ferme e braccia sempre più muscolose.
A uno che ci fregò gli rubammo il motorino e ci facemmo un giro trovando le prime cadute. Poi lo portammo al pozzo cattivo e lo gettammo giù. Capimmo però che la vendetta era l’arma nostra contro i soprusi, e allora decidemmo di non buttarla né di qua né di là ma di tenerla sempre pronta con noi. Fu così che diventammo cattivi e fummo noi a finire nel pozzo sbagliato.
Poi una notte scappai di casa e andai ai pozzi. Lì ci incontrammo noi tre. Che cosa vedemmo? Vedemmo che i pozzi, così separati all’apparenza in superficie, scendevano ancora più giù. C’era una scala laterale mai vista prima, la prendemmo e ci calammo, con un accendino facevamo luce. A un certo punto si palesò un lago, e usciva lì un pozzo e anche l’altro, e si mischiavano come niente fosse. E separare il Bene e il Male non serviva, perché tutto si riuniva e tornava su.
Capimmo che non ci si può lasciare alle spalle il problema e il contenuto, ma che ogni attimo è vivo e bisogna restar svegli, e continuare a scegliere e discernere e via di nuovo. E che la vita è ogni secondo e l’uomo pure, per chiamarsi tale, per la sua dignità.
Da allora non gettammo più nulla, era troppo facile, capimmo perché.
E smettemmo di fare i bambini, di regredire come cretini, e diventammo persone.

Sacranon

scritto da Matteo Scandolin


Mia nonna diceva «Sacranòn» mentre saliva le scale con la borsa della spesa, e io che lo sentivo capivo di non essere stata abbastanza rapida nell’andare ad aiutarla. Entrava dal giardino, col sole che a quell’ora batteva solo di rimbalzo dall’acqua e le dava fastidio. Arrivavo in terrazza in tempo per l’ultimo gradino, le prendevo i sacchetti e li portavo in cucina. Lei non si curava di chiudere il cancelletto del giardino, né di spostare la bici oltre il riparo: all’epoca non era mai successo che rubassero una bici appoggiata alla nostra cancellata. Continua a leggere

L’amministrazione

scritto da Michele Frisia


Ho conosciuto l’Amministrazione alla fine degli anni novanta.
Era un pomeriggio d’inverno ed entravo in un’antica scuderia, trasformata dal tempo nella destinazione e nell’uso, per chiedere informazioni riguardo a una mediocre faccenda. Ben presto però mi trovai alla scrivania di un uomo sovrappeso. Ce l’hai il diploma? chiese. E così venni informato, senza volerlo, del Bando. Continua a leggere

Il Francese e il Conte

scritto da Emanuele Pennini


Lo si vedeva passare ogni mattina, quel baffone di Rino, con la sua lampada ad acetilene in mano e il giacchetto in fustagno aperto a mettere in mostra panciotto e camicia, quasi fosse uno splendido padrone salito a dar ordini ai suoi manovali; e invece era un minatore, Rino, e quella camicia di cui sembrava andar così fiero era annerita dalla polvere della grafite, lisa dall’uso quotidiano e combusta sulle maniche: perché egli le usava quasi fossero acciarini per dar fuoco agli zolfanelli con cui accendeva la lampada, non appena si calava giù nella lunga galleria della miniera della Gran Roccia, proprio sopra la nostra borgata del Donn. Continua a leggere

La coinquilina della nonna Clara

scritto da Francesca Modena


Poi la terra tremò e qualcosa si distese dentro di me. Accadde subito dopo il terremoto, nelle ore successive alla scossa che aveva distrutto la casa della mia famiglia. Precisamente, la notte del 29 maggio 2012, mentre dormivo in una tenda Quechua da due con mia sorella Paola nel giardino di quella che era stata la mia casa, ebbi la percezione fisica di un allungamento della colonna vertebrale. Nei giorni seguenti la cosa continuò portandomi un notevole sollievo, come quando esci da una lezione di yoga e senti di avere qualche centimetro in più, solo che l’effetto fu prolungato nel tempo. Continua a leggere

L’albero vero

scritto da Luca Tosi


«Se non viene naturale…» dice. «Se non viene naturale, allora niente.»
Io lo so cosa vuole da me, l’ho capito benissimo. Il suo odore è molto vicino, siamo stesi sul divano del mio salotto. Tutta buia la sua faccia, tutto buio uguale. L’unica cosa che si vede è la spia rossa del suo cellulare, la batteria è scarica. Fosse stato per me le lucine dell’albero le avrei lasciate accese, invece no, «Spegni», ha voluto così. Continua a leggere

Tutti i film di Bill Murray

scritto da Maurizio Minetto


La verità è che la morte di mia madre non l’ho mai superata. E Marco seguitava a dirmi che palle sei sempre mezza spenta, non ridi mai e anche sorridere lo fai poco.
È morta tre anni fa. Lui l’ho conosciuto un anno dopo, e all’inizio gli piaceva che non ero una col sorriso facile, ne sono abbastanza sicura, poi deve avere cominciato a dargli sui nervi. Continua a leggere

Esule – Cover, 9

scritto da Francesco Follieri


Come ogni mattina, prima dell’alba, Alfonso si preparava ad alzare la saracinesca dell’edicola, a ricevere i quotidiani e subito dopo i primi anziani insonni, ansiosi di continuare a praticare le proprie abitudini.
Da anni, da quando era accaduto la prima volta, e poi la seconda e la terza, con la coda dell’occhio, controllava che dall’altro lato della strada, vicino al parchimetro, non ci fosse l’esule. Potevano passare settimane, mesi nei casi più fortunati, ma prima o poi sarebbe ricomparso, Alfonso lo sapeva e l’idea lo gettava nello sconforto. Continua a leggere

La dismissione delle cabine telefoniche – Cover, 8

scritto da Sara Mariotti


Sua madre, da quando era rimasta vedova, aveva cambiato il lato del letto; diceva che gli odori non se ne vanno, impregnano il materasso e i cuscini, lei li sentiva.
Prima di morire d’infarto suo padre aveva litigato con sua madre per colpa di quei terreni che aveva ereditato da un lontano zio, non ne voleva sapere di venderli, erano andati a dormire senza dirsi una parola: nessuno dei due aveva immaginato che sarebbe stato per sempre. Continua a leggere